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Psicogatti

L’ultimo uomo rantolava, ma nonostante tutto era ancora cosciente di sé. Quando sentì il materasso ondeggiare piano, per la soffice andatura del visitatore, riuscì a riconoscerlo.

“Leo?”

Il gatto si acciambellò sul cuscino, vicino a lui. I suoi occhi gialloverdi lo fissavano.

“Piccolino…”

Lentamente, con uno sforzo agonico, l’ultimo uomo sollevò una mano per posarla sul gatto, che si sfregò contro il palmo, come aveva fatto tante volte in passato. Gli salì sul petto, impastando con le zampe il pigiama fradicio di sudore, puzzolente di malattia. Non c’era più nessuno a cambiare l’ultimo uomo, visto che l’ultima infermiera giaceva a faccia in giù tra il bagno e la cucina, con file di insetti che marciavano dentro e fuori da lei.

Il gatto allungò il muso sul volto dell’ultimo uomo. Una nuvola di vapore, simile alla condensa che esce di bocca quando fa freddo, gli uscì dalle labbra ingiallite, si arricciò in volute, entrò nelle narici del gatto.

L’ultimo uomo spalancò gli occhi. Una convulsione gli scosse il corpo. La convulsione divenne spasmo, e il gatto saltò dal letto al balcone, prima di venire buttato a terra, sparendo all’esterno.

“Bastardo…”

L’ultimo uomo morì.

 

Quando la trovò, Isotta era seduta in cima alla catasta, e il suo profilo color crema si delineava netto contro l’azzurro del cielo. Leo saltò lì vicino e cominciò a leccarsi una zampa.

“Finito?” chiese Isotta.

“Finito. Ha resistito più di un cucciolo in un sacco dentro un pozzo.”

Isotta fece le fusa. “Ce n’è voluto di tempo, per arrivarci.”

“Sì – concordò Leo – un sacco di tempo. Ventimila anni, come minimo. E sì che li avevano avvertiti.”

“Chi li aveva avvertiti?”

“Tutti. Non li hai mai sentiti dire non toccare che porta le malattie?”

Isotta rise e si tirò su, stiracchiandosi. “Bene, adesso cosa facciamo?”

Leo aveva lo stomaco pieno, quasi congestionato. Quella robaccia che usciva dalle prede era buona, ma dopo le prime venti, trenta, diventava pesante da digerire, così si sdraiò al sole.

“Io farò un sonnellino.”

 

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