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Il meridiano del sole e della pioggia

L’unico luogo dove poteva essere meno ovvio che altrove era lì, sulla linea mediana.

Di qua c’era la terra secca, friabile, grigia come cenere e polverosa come pergamena vecchia. Fertile come un pezzo d’osso. Ospitale come una tomba.

Di là c’era il fango che scorreva a torrenti tra le rocce denudate, eternamente lucide, ogni anno più piccole per la consunzione dell’acqua. Non c’era niente a consolidare la terra, che ristagnava in conche, come una zuppa brulicante, nella quale era meglio non infilare i piedi.

La linea invisibile che separava il mondo era così netta che la pioggia, quando cadeva obliqua puntando dall’altra parte, pareva scontrarsi su un muro invisibile, e colava giù, come su un vetro. Se si tendeva un braccio, tuttavia, non si incontrava nessun ostacolo.

Nel resto del mondo era ovvio: o crepavi di sete, o crepavi di fame. O ti marcivano le ossa, o bruciavi vivo. Lì, sulla linea mediana, erano possibili entrambe le cose, con in più la possibilità di finire ammazzati da tutte le creature che erano arrivate per prime e avevano eletto il confine a loro dimora.

Avere sole e acqua insieme era allettante, il problema stava nel fatto che era allettante per tutti, quindi l’uomo, se non era pazzo, preferiva stare alla larga e trovarsi un posto dove morire più lentamente, a seconda dei gusti. Alcuni lo chiamavano addirittura vivere.

La casetta stava dalla parte del sole, per non far marcire le travi del tetto e sciogliere l’argilla; ma, anche così, la parte posteriore era un florilegio di muschio, spesso come un tappeto. Non era neanche male, se lo si bolliva abbastanza da mandare via il sapore di muffa.

Il muschio cresceva dietro, il legno si spaccava davanti, e il vecchio era sempre più vecchio, proprio lì, sulla linea mediana. Cosa eccezionale, ovunque si vivesse, ma che lì era un fatto pressapoco unico. Il vecchio lo sapeva, senza trarne nessun vanto o gioia personale. Quando aveva portato lì la famiglia aveva altri progetti, che non si erano svolti proprio come sperava.

Da un po’ di tempo il puntino che vedeva, tra il baluginare delle dune e quello, insopportabile come cispa negli occhi, del sole instancabile, aveva perso le connotazioni del miraggio, per assumere quelle di un essere umano.

Il vecchio rimase seduto sulla panca.

Ormai nessuno era più così stupido da raggiungere il confine, da una parte o dall’altra. Anche i banditi, che poi erano mercanti più disperati del normale, avevano rinunciato, se per rinunciare si intende lasciare un teschio ghignante a calcinarsi al sole, o a lucidarsi di pioggia.

L’uomo si fermò davanti a lui.

Aveva la faccia scura e bruciata, come tutti, ed era coperto da capo a piedi, per isolarsi dal sole, come tutti, i piedi fasciati per isolarli dalla sabbia incandescente. Stava eretto come un giovane, i lineamenti solidi e volitivi, ma quando si abbassò il cappuccio, il vecchio notò i capelli folti, bianchi come il quarzo che la pioggia scavava fuori dai sassi.

“Ho bisogno di un posto per dormire.”

“Chi sei?”

“Tasan.”

Il vecchio pensò che offrire un nome in quel modo era come non rispondere.

“Cosa ti porta qui?”

L’uomo si frugò addosso e tirò fuori un sacchetto, che cominciò a sciogliere. Posso pagare, quindi non seccarmi, era il messaggio sottinteso. Il vecchio si alzò.

Dentro, le pareti erano un curioso arabesco di macchie d’umidità e striature chiare, dove il sole picchiava e calcinava il legno. Tasan si guardò intorno con interesse, portandosi d’istinto nella zona più scura della stanza. Veniva dalla parte del sole, era naturale che cercasse di sfuggirgli. Quelli della parte della pioggia facevano il contrario.

“Perché vivi qui?”

“Perché no?”

“Nessuno vive qui. Gli dèi non vogliono.”

Il vecchio andò al camino, sulle cui braci – lo sterco secco che raccoglieva quando il formicaleone era intento al pasto – sobbolliva la pentola delle rane. La carne era bianca e un po’ sfatta, ormai da molto tempo non le arrostiva più, per non dover masticare troppo. Riempì una scodella e la passò all’ospite.

“Per una moneta, puoi dormire qua sotto. Per due, di sopra. Il pasto te lo offro io, in cambio della compagnia.”

L’uomo guardò la scodella, nella quale le rane galleggiavano, simili a cadaveri privati della testa e delle braccia. Erano morte con la bocca aperta, morivano sempre con la bocca aperta, e i denti, acuminati come spilli, trasformavano la zuppa in un ossario di predatori. Non assaggiò neppure.

Il vecchio prese a sorbire il suo brodo, e spiegò: “I girini sono peggio, e ci mangi pochissimo oltretutto. Se superi la linea, copriti bene, anche se ti inzuppi. Un lembo di pelle scoperta, e sei pasto.”

“Perché vivi qui?”

Non voleva essere seccato, ma non si faceva problemi a seccare gli altri. Il vecchio si chiese se era quello che la gente intendeva per conversazione. Non aveva voglia di parlare della sua famiglia, delle sue speranze, dell’impatto con la realtà. Cercò un’altra risposta.

“Per i libri – si decise – lo sai cosa sono?”

L’altro assentì. Un erudito, dunque. Ottimo, gli avrebbe risparmiato noiose spiegazioni preliminari.

“Sono delicati. Se li tieni dalla parte della pioggia, si gonfiano per la muffa e diventano inservibili, ma se li tieni dalla parte del sole, sbiadiscono e non puoi più leggerli. D’altro canto, la legge proibisce di tenere all’ombra qualsiasi cosa non sia cibo o uomo vivente, quindi non si può costruirgli attorno una stanza dedicata. Le chiamano biblioteche. Sono fresche apposta per non sciupare i libri.”

“Se costruisci un riparo d’ombra, ci vogliono stare le persone, non le cose.” Tasan si guardò attorno, spaziando dalle travi del tetto al pavimento di terra battuta. “Per un riparo come questo, qualsiasi clan ti ammazzerebbe senza pensarci. Il legno trattiene il fresco della notte, tutti lo vogliono.”

“Qui non vuole starci nessuno. Di sopra ho tre stanze dedicate, dalla parte del sole ovviamente, e nessuno viene a dirmi che devo sgomberarle.”

Tasan lanciò un’occhiata alla scodella delle rane. Sapeva, come tutti, che quello non era il peggio. Come tutti, d’altro canto, quale fosse il peggio non poteva saperlo.

“Sono così importanti da sfidare gli dèi?”

“Sono la parola degli dèi. E’ grazie a loro che ho campato finora: mi dicono come curarmi, mi avvertono dei pericoli, e mi fanno compagnia. Cos’altro occorre?”

Era una domanda retorica e non si aspettava una risposta, ma l’uomo lo guardò con una strana espressione, insieme penetrante e compassionevole. Non disse niente, ma nella sua mano comparvero due monete, che lasciò cadere sul tavolo. Nel farlo, il mantello si aprì. Il vecchio vide che sotto, a tenere insieme gli stracci informi che avevano tutti, c’era una cintura borchiata d’oro, fibbie lucenti, e un rapido baluginare, prima che il manto ricadesse, spettegolò di gioielli, occultati bene, ma non troppo. Per un attimo uno scintillio lungo, affilato, parlò addirittura di armi in metallo. Naturalmente, il vecchio non fece commenti.

“Due monete per dormire sopra, hai detto?”

“Dalla parte della pioggia. Da quella del sole, è tutto occupato.”

Tasan si avviò sulle scale, senza salutare e senza chiedere una torcia. Decisamente, non gli piaceva essere seccato.

Il vecchio finì il suo brodo, spolpò le rane stracotte e mise la scodella sul davanzale, perché la pioggia battente la lavasse. Si chiese se l’uomo sarebbe riuscito a dormire, abituato com’era al pugnalare silenzioso dei raggi, non a quello rumoroso delle gocce che fendevano il cielo nero, con le nuvole così basse che sembrava di poterle toccare. Le nuvole erano più dense della sabbia e più implacabili del legno, per trattenere i raggi.

Le monete luccicavano sul tavolo. Erano nuove, lustre che sembrava ci avessero sputato sopra, con da una parte c’era una nuvola trafitta da un fulmine, dall’altra un sole pieno di raggi. Dovevano averle coniate apposta per Tasan, il metallo si lavorava solo se ne valeva la pena, e ne valeva la pena davvero di rado.

Il vecchio rimase a rigirarsele tra le mani, sole e pioggia, pioggia e sole, due facce opposte, che non si incontravano mai.

 

L’uomo mangiò le rane, bevendo il brodo bollente senza neanche soffiarci su. Saltare un pasto rendeva tutti meno schizzinosi.

“Come vivono quelli dalla parte della pioggia?”

“Come quelli dalla parte del sole. Poco e male.”

“Mi hanno detto che loro non muoiono per l’aria velenosa.”

“Non è velenosa l’aria, ma i raggi del sole. Senza le nuvole, colpiscono il corpo e dopo un po’ lo bruciano da dentro, come un fuoco senza fiamme.”

Erano sottigliezze che interessavano poco chi moriva urlando, per il bruciore che lo divorava, ma il vecchio ci teneva a fare i dovuti distinguo. L’acqua e il sole provocavano la stessa cosa, alla fine, ma facevano urlare in maniera diversa, e non c’erano molti altri modi per dare dignità a chi finiva così, se non peccando di piaggeria.

“In ogni caso, quelli dalla parte della pioggia non ci muoiono.”

“No – concesse il vecchio – muoiono per l’acqua, loro. Entra nelle ossa e le fa marcire.”

Tasan guardò fuori dalla finestra, e il vecchio notò di nuovo che i suoi capelli erano bianchi, soffici, come qualcosa che non è mai stato esposto al sole o alla pioggia.

“Ho sentito dire che un tempo non era così. Un tempo c’erano le nuvole e c’era il sole, tutto mescolato. Non c’era la linea di separazione, e nessuno dei due faceva in tempo a farci bruciare, o marcire.”

“Un tempo il mondo non era maledetto.”

Tasan si tolse dai denti un dente di rana, come una spina. “Tu non sei morto per l’aria velenosa, e neanche per l’acqua nelle ossa.”

Acuto, pensò il vecchio. “Qui sulla linea non si muore di queste cose, se fai un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Loro non si mescolano, ma se li mescoli tu, è uguale.”

“Quindi la vecchia storia è vera.”

Quale vecchia storia, fu sul punto di chiedere il vecchio, non perché non lo sapesse, ma perché ce n’erano talmente tante che non si poteva essere sicuri di quale fosse l’allusione.

Di fondo, c’era l’idea che un giorno sarebbe arrivato qualcuno che avrebbe riunito il sole e la pioggia, e che quel giorno tutte le maledizioni sarebbero scomparse. I bambini non sarebbero più morti per l’aria che avvelena il sangue, o per l’acqua che riempie il midollo, gli insetti sarebbero caduti morti dal cielo, a milioni, le zanne velenose ormai inutili e innocue, i pipistrelli non avrebbero più solcato la notte, l’erba sarebbe ricresciuta. Forse perfino gli alberi. Il vecchio aveva letto che i semi di alcune specie possono resistere decenni, sotto la terra arida. Il legno ormai scarseggiava più del cibo, le foreste calcificate erano quasi tutte abbattute.

“Non credo più alle vecchie storie.”

“Eppure ne sei la prova. Che bisogna mescolare tutto, dico.”

Il vecchio si irritò. Parò senza riflettere: “Mia moglie l’hanno presa i pipistrelli, vent’anni fa. Quindici anni fa, il mio figlio grande è morto per il sole, e dieci anni fa le mie figlie hanno urlato per giorni, mentre l’acqua faceva marcire le loro ossa. L’ultimo si è rotto una gamba mentre cercava girini, non ho ritrovato neanche i vestiti.”

Fece una pausa, per assorbire quello che aveva detto. Erano anni che nemmeno lo pensava. Riprese a parlare in tono acido.

“Adesso so che bisogna evitare le conche nelle dune, che sotto c’è il formicaleone, e che si deve fare avanti e indietro dalla linea ogni giorno, per annullare la maledizione. Che le rane si prendono con le trappole e non inseguendole, che di notte ci si chiude dentro e non si esce, anche se fa fresco.” Sorbì rumorosamente il brodo di rane carnivore. “L’ho pagata cara, la mia prova. Me la tengo stretta.”

I capelli di Tasan erano candidi come nient’altro, in quel mondo marcio e sbiadito. “La storia dice che c’è qualcosa. Da qualche parte. Qualcosa che spacca in due il mondo e tiene separate le nuvole dal sole, che avvelena tutto, pian piano.”

Il vecchio decise che la conversazione era un passatempo molto sopravvalutato. “La storia dice anche che chi lo trova morirà, coi capelli e i denti che cadono a manciate e la pelle che diventa come le squame dei pesci.”

Guardò la finestra, dalla parte della pioggia, sperando di ottenere un po’ di silenzio, ma un pensiero lo colse.

“La mia figlia piccola ha urlato così tanto che alla fine aveva tutti i capelli grigi.” Lanciò un’occhiata all’uomo. “Quasi bianchi.”

“Non ha urlato abbastanza.” Rispose Tasan.

 

Nessuno veniva mai sul confine, oppure nessuno ci arrivava. Quando il vecchio aveva portato la sua famiglia, convinto alla maniera stupida dei giovani che gli stupidi fossero gli altri, a rimanere dove si moriva bruciando, le creature disperate quanto l’uomo, ma più forti dell’uomo, erano meno sviluppate di adesso. E già allora, quando il vecchio era giovane, erano maledettamente grosse e pericolose.

Sembrava che lo stesso veleno che uccideva la gente rendesse più forti loro, come se fosse il loro ambiente perfetto, e ogni anno il formicaleone era più grande e deponeva più uova. Poche si schiudevano, molte le prendeva il vecchio, che tanto il formicaleone le abbandonava dopo aver espletato il suo dovere, però era un fatto. Ce n’erano sempre di più, sempre più grossi, e gli uomini strisciavano tra le loro zampe, cercando di non farsi notare.

O nessuno era così stupido da venire sul confine, o nessuno riusciva più ad arrivarci.

Le monete d’oro erano sempre sul tavolo, non servivano a niente se non a decorare un po’ la casa.

C’era un libro di favole che il vecchio aveva letto a tutti i suoi figli, prima che la stessa maledizione che continuava a farlo vivere li uccidesse. Era la storia dell’eroe che avrebbe rotto l’incantesimo che teneva separati il sole e la pioggia, dopo aver trovato il castello maledetto e ucciso il drago che lo custodiva, che poi era il mostro che avvelenava tutto con il suo fiato mortifero.

Piaceva moltissimo soprattutto alla sua figlia piccola, e gliel’aveva letta un’ultima volta, dopo che aveva smesso di urlare ed era rimasta immobile, rigida, i capelli sbiancati, una vecchia di undici anni. Come al solito, aveva inventato il finale. Nella sua storia l’eroe salvava la principessa e regnava sul mondo tornato mite e gentile, e c’erano fiori, e animali piccoli, facili da sopraffare, e rugiada e raggi timidi che passavano attraverso nuvole sottili, dalle quali non cadevano pugnali gelati. Il vecchio sapeva inventare bene, nemmeno sua moglie si era mai accorta che non leggeva il finale, ma lo inventava.

La leggenda vera diceva che l’eroe era destinato a morire, dopo essere arrivato laddove nessun altro avrebbe potuto. L’eroe aveva superato tre prove, quella del sole, quella della pioggia e quella dei predatori, prima di affrontare il castello maledetto. Solo l’eroe era abbastanza temprato da poterlo fare, da potersi avvicinare alla fonte di tutti i mali, ma nemmeno l’eroe poteva uscire vivo dal posto che uccideva il mondo. L’eroe avrebbe distrutto il castello maledetto e poi sarebbe crollato a terra sputando sangue, per il veleno residuo.

Non era una storia che si poteva raccontare a dei bambini, men che meno a quelli che avevano smesso di urlare.

Il vecchio continuava a dare la caccia alle rane e ad asciugarsi al sole, cosicchè le maledizioni si sommassero e, lottando sulla sua pelle, si annullassero a vicenda. Rimaneva solo quella di continuare a campare, che ogni giorno gli sembrava sempre di più la peggiore.

Ultimamente capitava che qualche anfibio riuscisse ad azzannarlo, e questo era un grosso guaio, perché bastava una goccia di sangue nell’acqua per scatenare nugoli di bestiacce impazzite, che lo inseguivano un buon dieci passi oltre la linea, prima di ritirarsi per non seccare al sole. Ormai ci vedeva male, attraverso un velo opaco oltre il quale si muovevano sagome sfocate.

Come l’eroe della leggenda, aveva superato le tre prove, il sole e l’acqua e i mostri, e gli rimaneva solo il castello maledetto. Che non esisteva. Non c’era nessuna maledizione, il mondo era così e basta, forse c’era stata la guerra, come dicevano alcuni, forse era caduto qualcosa dal cielo, come dicevano altri, forse entrambe le cose, come dicevano tutti, ma il mondo era quello, punto.

Vennero dei banditi, espulsi da qualche comunità del mondo anfibio, e rimasero per molti giorni, prima di cadere nella duna del formicaleone. Vennero delle persone perbene, e rimasero una sola notte, prima di passare dalla parte della pioggia. Le rane ingrassarono moltissimo, dopo che furono scomparsi dietro la cortina d’acqua.

Tasan non tornava. Chissà quanto aveva urlato, per avere i capelli così bianchi. Di sicuro, per portarsi dietro tutto quell’oro, doveva aver liberato interi villaggi dagli animali. Aveva le spalle larghe, era forte, senz’altro a quel punto era arrivato molto lontano.

Il vecchio spolverava i suoi libri e cercava di leggerli, ma ormai era una fatica improba. Le lettere si confondevano come scarafaggi su uno sfondo grigiastro, e quel poco che ne evinceva, intuendo anzichè leggendo, era fonte di frustrazione, non più di appagamento. Succhiava da un seno esausto e aveva ogni giorno più fame.

Quando arrivò il giorno in cui si accorse contemporaneamente che aveva dimenticato di segnare i giorni, cosicchè non sapeva più quanti ne fossero passati dall’ultima volta, e che un girino era scomparso quasi del tutto dentro il suo polpaccio, come un succhiello che si incista, il vecchio capì che era arrivato al suo confine personale.

La gamba non gli doleva, anche se la coda del girino si agitava e torceva, per aiutare la penetrazione in quell’ambiente pieno di cibo. Evidentemente, a forza di sommare le maledizioni, ne aveva scoperta una nuova, quella di perdere ogni contatto col proprio corpo. In un certo senso, era peggiore delle altre due, che almeno avevano l’onestà di farsi sentire e vedere, senza covare dentro per anni, in attesa che lui fosse troppo debole e stanco per combattere ancora.

Estrasse il parassita con la tenaglia del camino, provando niente più che un lieve fastidio, e lo schiacciò contro il muro. Toccò la carne viva con il ferro e non sentì niente.

Non aveva annullato due maledizioni. Le aveva soltanto sommate, e la somma dei veleni del mondo produceva quello che era diventato lui. Si chiese se anche l’eroe covasse in sè quel segreto, per aver superato le sue prove ed essersi immunizzato al veleno del sole, e poi a quello della pioggia. Se era così, poteva davvero arrivare al castello, e magari perfino distruggerlo. Ma lui non era l’eroe, lui era solo un vecchio che aveva cura dei libri perché non aveva nient’altro.

“Bene – esclamò, rompendo un silenzio che durava da un periodo indefinito, non più conteggiato dalle tacche sul muro – almeno io non urlerò. E non ho nemmeno i capelli bianchi.” Li aveva persi tanti anni prima, sua moglie lo prendeva in giro per quella tonsura che si allargava sempre di più, e lui faceva finta di offendersi, finché sua moglie non era morta e nessuno più l’aveva preso in giro.

Si fasciò il polpaccio, senza sapere bene perché. Il sangue colava, ma non sentiva particolare dolore, e comunque presto ne avrebbe perso molto di più. Si disse che era per non indebolirsi prima del tempo.

Le monete non erano più sul tavolo. I banditi venuti dalla pioggia le avevano prese, e il vecchio li aveva lasciati fare, magari a loro sarebbero servite. Non le aveva ritrovate negli escrementi del formicaleone, forse erano in fondo alla duna.

Rimase per un bel po’ sulla linea mediana, proprio al centro, con metà corpo flagellato dalla pioggia e l’altra metà che si bruciava al sole, lentamente perché era abbronzato come tutti, ma comunque alla fine vide che la pelle si stava coprendo di vesciche, minute e delicate come le bollicine schiumose dell’acqua sulle rocce. Nemmeno quello gli faceva male. Gli venne in mente che Tasan non aveva soffiato sulla ciotola, prima di bere il brodo, come se il rischio di scottarsi non lo sfiorasse nemmeno, come se non ci avesse neppure pensato.

Il vecchio si spostò dalla parte del sole e si avviò alla duna del formicaleone. Se avesse aspettato ancora, non avrebbe più sentito niente di niente, e voleva almeno rendersi conto del momento in cui sarebbe finito tutto.

Aveva fatto pochi passi che sotto i piedi avvertì un rombo, come una vibrazione sorda, che fece tremare la sabbia, cambiando la forma delle spire ammucchiate dal vento. Fu una scossa breve, rapidissima, come l’incresparsi della pelle di un animale quando ci si posa su un insetto.

Per un attimo il vecchio ebbe l’impressione che un essere gigantesco, qualcosa di inimmaginabile, avesse percorso il sottosuolo, scuotendolo al suo passaggio.

Finì subito.

Altre maledizioni. Il mondo esalava il suo ultimo respiro, forse era stato proprio quello.

Il vecchio si portò sul margine della duna e guardò in giù. Occorreva essere molto precisi, un salto deciso, per arrivare dritti sulle fauci e far finire la cosa immediatamente, o avrebbe finito per urlare, anche se la sua carne ormai non gli apparteneva quasi più. Il formicaleone non badava troppo a quale parte iniziava a mangiare per prima, bastava mangiare, perciò doveva essere la testa. Era vecchio, ma riteneva di essere ancora in grado di precipitare di testa.

Rimase a lungo a guardare ciò che c’era in fondo alla duna, perplesso.

Le zampe del formicaleone si muovevano ancora debolmente, e non si fermarono nello stesso istante, ma una dopo l’altra, come dita che salutano. Le fauci si aprivano e si chiudevano a scatti, schiumando nastri di saliva sulla sabbia, scurendola pochi attimi soltanto, prima che il sole la facesse evaporare. La sabbia gli franava lentamente addosso, lo stava già ricoprendo di nuovo.

Mentre il vecchio lo guardava, il formicaleone fu percorso da uno spasimo, dopodichè si irrigidì definitivamente.

Il vecchio si tirò indietro. Non valeva la pena precipitare nella duna per sincerarsi che fosse morto, dopo non sarebbe riuscito a salire e il sole l’avrebbe fatto urlare, altroché, non c’era insensibilità che potesse giocarsela con la maledizione del sole, prima che l’ultimo spasimo attraversasse anche lui.

Bel momento aveva scelto per morire, quella bestiaccia. Tutto sembrava cospirare.

Con le rane sarebbe stato un po’ più difficile, perché erano piccole, tante finchè vuoi, ma è difficile morire sul colpo, quando fai un balletto trafitto da mille morsi acuminati come spilli. Forse doveva sdraiarsi. Gli parve la soluzione ottimale.

“Non urlerò – si disse, avviandosi dalla parte della pioggia – non mi faranno male. Dovrebbe finire tutto presto, se mi mettò giù e mi prendono il collo.”

La pioggia lo inzuppò fino alle ossa, subito, da capo a piedi, gelandogli le vesciche sulla pelle e riempiendogli il petto di umidità. Le sue figlie avevano gridato come se avessero la bocca impastata, ma il vecchio sapeva che era perché l’acqua era entrata dentro,  fin nei polmoni, e questo toglieva il fiato. In fondo, morire dalla parte della pioggia era meglio, forse.

Le rane galleggiavano tra i sassi, le pance verdognole rigonfie, le zampe carnose che sparavano nelle quattro direzioni, con gli artigli a lucidarsi di pioggia.

Qualche girino saltellava ancora qua e là, ma non erano i soliti balzelli famelici, erano contorsioni disperate, una fuga impossibile, da qualcosa da cui non potevano scappare, perché l’acqua era dappertutto e loro continuavano a caderci dentro. Mentre il vecchio guardava, un girino si scontrò con la sua gamba… e non lo azzannò. Sparì nella schiuma, senza comparire più.

Il vecchio cadde in ginocchio nel fango, il viso flagellato dai pugnali freddi, che però sembravano diversi, più piccoli, meno feroci, come fossero esausti… esauriti.

I pipistrelli, pensò debolmente. Mi rimangono i pipistrelli, stanotte.

Ma in cuor suo sapeva che, in quel preciso momento, frotte di pipistrelli cadevano a terra, stridevano con le zanne snudate, le ali che rigavano il suolo arido, per irrigidirsi uno dopo l’altro.

Gli insetti precipitavano dal cielo, la gente doveva essersi già chiusa nelle case, spaventata dal fenomeno strano, inspiegabile, i malati smettevano di urlare e si guardavano attorno, allibiti per l’improvviso mutamento nelle loro condizioni d’agonia. Forse sarebbero morti lo stesso, almeno quelli a stadio avanzato, forse no, ma le ossa avevano smesso di marcire, l’aria di avvelenare. Sarebbero morti addormentandosi.

Il dolore azzannò la gamba del vecchio, come se qualcuno ci avesse piantato dentro un punteruolo.

Si afferrò il polpaccio lesionato, con un grido, uno solo, per la semplice sorpresa, poi respirò a fondo, cercando di riordinare le idee. Una rana gli passò accanto, galleggiando sul rigagnolo di pioggia che la portava via. Aveva la pancia piena di girini, che l’avevano azzannata prima di cominciare ad agonizzare a loro volta.

La ferita sul polpaccio era un punteruolo rovente, faceva un male cane.

Nella sua storia, l’eroe salvava la principessa e regnava sul mondo tornato mite e gentile. Nella leggenda, l’eroe era destinato a morire, dopo essere arrivato laddove nessun altro avrebbe potuto, il catello maledetto che custodiva la maledizione del sole e della pioggia, il lascito di un’altra epoca, di uomini folli e dèi infuriati, di magie che sfuggivano al controllo dei loro autori e di gente che fuggiva da città in fiamme, verso il sole, verso l’acqua, ovunque, purchè fosse lontano dalla linea mediana. Nella sua storia, gli animali tornavano piccoli e miti, facili da sopraffare e da schiacciare, nella leggenda i mostri morivano.

Il vecchio pensò che non avrebbe mai saputo chi aveva ragione, se lui o la leggenda. Il suo tempo era finito, non per qualche maledizione, ma per la naturale consunzione dell’età: non era proprio possibile che potesse percorrere tutta la strada fino al primo insediamento umano, non ce l’avrebbe fatta, mostri o non mostri, sole o pioggia che fosse. Occorreva arrendersi alla natura. Sarebbe rimasto lì e non avrebbe mai saputo. Non che avesse particolare importanza. Gli dispiaceva solo per le monete di Tasan, avrebbe voluto conservarle.

Lentamente, con tutta la fatica e il dolore dei suoi novantatrè anni – strano che ricordasse ora la sua età, aveva perso il conto, ma forse qualcosa in lui non l’aveva voluto dimenticare – si tirò su, sopra le rane già gonfie di umidità e i girini che diventavano lucidi, prima di ingrossarsi a loro volta. Edema, aveva letto che si chiamava, ed era quando l’acqua si infiltrava sotto la pelle e la tendeva, rendendola gonfia e luccicante.

“Nessun castello per me, Tasan. Ma, tanto, l’eroe non ero io.”

Lo disse a voce alta perché gli sembrava giusto così, e alzò gli occhi nel dirlo, perché anche quello gli sembrava giusto. Dovette socchiuderli subito, però, con un sussulto di sorpresa, mentre le pupille si contraevano per l’improvviso mutamento nelle condizioni della luce.

Un raggio di sole aveva squarciato le nubi e illuminava le pietre bagnate. Le gocce d’acqua in sospensione parvero danzare, nella pioggia rarefatta, che il vento sospingeva in là, dall’altra parte della linea.

Il vecchio decise di attardarsi un altro po’, per vedere almeno quello. Non avrebbe saputo chi aveva ragione e non avrebbe ritrovato le monete di Tasan, sotto l’immenso corpo del formicaleone, però quello l’avrebbe visto prima di tutti.

Doveva solo attendere che l’angolazione del sole diventasse giusta e che l’umidità residua, tra le nuvole che si diradavano, si frantumasse in sette colori, il risultato della mescolanza del sole e della pioggia.

Sarebbe stato il primo a vederlo.

 

 

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