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Domani

Al tramonto i colori sembrano tornare. Soltanto pochi minuti al giorno. Ma è sufficiente.

Lo farò al tramonto. Proprio qui, sul molo.

Il sole è una macchia sfocata, un difetto di sovraesposizione sulle ceneri dense d’alta quota. Mia madre diceva che il sole non si può guardare direttamente, altrimenti si diventa ciechi, ma questo sole lo puoi contemplare all’infinito, e rimane una macchia grigio chiaro, in mezzo al grigio scuro del cielo. La spiaggia è color piombo, il mare sembra asfalto. Il cattivo odore è durato pochi giorni, prima che le onde rubassero i cadaveri depositati dalla marea. Adesso a puzzare è l’oceano. Nessuno perlustra la battigia in cerca di cibo, a parte loro.

Quando il sole tocca il mare, riesce a dissipare la gabbia di cenere, e allora sì che diventa accecante, rosso, le nubi stracci incendiati, l’aria di un colore come sciroppo di ciliegia, e le onde si frantumano in prismi luccicanti. Uno spettacolo bellissimo.

Sì, lo farò proprio qui, ma non oggi. Domani, magari.

Più che paura mi fa schifo, l’idea del proiettile che brucia scava esplode portandosi dietro osso, cervello, sangue. Tutto sparso in giro. Ma dicono sia il sistema più sicuro, perché ti distrugge e non cambi più.

La mano è ancora in condizioni abbastanza buone. Solo le dita sono andate, sento di non avere più neanche un osso dentro, perché a flettersi è la pelle. Pelle. Se la guardi al microscopio, vedi milioni di minuscole scaglie, che allungano filamenti sottili lungo il dorso, e fanno un prurito dannato. Ma, dove la mutazione è finita, si sta bene. È solo fastidioso che, quando loro gridano, di notte, le dita sembrano volerli raggiungere. Come cercassero di tirare il mio corpo da quella parte. Stupide.

Finché non sei dei loro, nel cervello intendo, sei soltanto cibo.

Il sole muore in mare, il mondo ridiventa nero.

Sanno tutti che, dopo, hai sempre fame. E non di tonno in scatola. Neanche quello che si taglia con un grissino.

Lo farò proprio qui, sul molo. Quando torneranno i colori.

Domani. Sì.

 

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