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Trecento più uno

Strane sagome tra il fumo, come fantasmi deformi che si muovevano a un ritmo ineguale, ora lento ora rapidissimo, e che le furono addosso prima che lei comprendesse che accadeva di nuovo, che di nuovo era a terra, intossicata dagli aromi e bloccata da quel fiato fetido, così vicino al suo volto che quasi soffocava.

No, via, lontano da me, Sparta padre patria, lontano da me…

Misericordiosamente, si allontanava. Nel fumo grigio e nella stoffa bianca, che le si posava addosso come un sudario, coprendola senza nasconderla, senza proteggerla dalle mani indecenti e da quella carne corrotta, che marciva mentre ancora pulsava di vita, crateri e vallate e sporgenze in mezzo alle quali l’unico muscolo compatto e roseo era quella lingua rivoltante, sulla sua pelle liscia, bianca…

Porci incestuosi, animali corrotti, eppure perfino il re deve sottomettersi al loro giudizio. Prendono le fanciulle più belle come oracoli, come questa giovane… i miei guerrieri si sfiderebbero a duello per lei, potrebbe avere lo sposo più valoroso di tutto, e invece si ritrova qui, incatenata al suo ruolo di veggente e alle voglie di costoro… Non era un suo pensiero, ma neppure la voce degli dei, ancora lontana tra il fumo… era dell’uomo salito fin lassù, inerpicandosi sulle rocce con le spalle appesantite dai sacchi d’oro necessari alla divinazione, quell’oro che ora le giaceva accanto, scintillando freddo del riflesso delle candele, sempre più lontano nel fumo, finalmente, pietosamente lontano, insieme a quel corpo rivoltante, indegno di vivere a Sparta… a sua Sparta… minacciata, insultata, assediata… parlatemi, Sommi, o voi che date un senso a questa schiavitù intollerabile, parlatemi e permettetemi di consigliare il nostro re…

 

Trecento i valorosi, trecento i traditi. Trecento i salvatori. Un dio re sanguinerà. Un valico sarà violato e una sconfitta diverrà vittoria sempiterna.

 

Estasi. Gioia. Pura felicità appena venata dall’amarezza del sapere che il sacrificio sarebbe stato inevitabile, per salvare Sparta e la Grecia intera. A fatica, lottando contro il torpore delle droghe e della ripulsa di quelle mani dalla pelle squamata, che la toccavano perfino allora, perfino mentre il soffio della divinazione la faceva fremere fin nel profondo, si costrinse a schiudere le labbra per mormorare le parole che avrebbero fatto comprendere al suo re, alla sua Sparta, la strada da intraprendere, la strada della salvezza e della libertà.

“Non andare, re. Non partire prima che si siano concluse le feste. Rispetta le Carnee. Così gli dei hanno detto.”

Un brivido l’attraversò tutta, mentre gli dei le urlavano dentro, l’assordavano tanto che gli occhi le si rovesciarono lasciando intravedere solo il bianco, con le pupille fisse e dilatate che ruotavano come impazzite. No! Non è questo, blasfemi, traditori e vigliacchi, non è questo ciò che vogliono gli dei, questa è la strada della distruzione, non potete farlo!

“…no…” Fu un rantolo d’agonia il suo, uno sforzo tale che la gola le si serrò in una morsa dolorosa e la schiena si inarcò in uno spasmo, mentre il sudario del suo velo le cadeva ai fianchi, lasciandola nuda. Udì vagamente il re che si alzava, mugugnando scontento e voltando le spalle agli Efori, a quei ghigni volgari, a quelle mani insopportabili, a quella violazione del suo corpo e della sua voce e dalla sua volontà.

Freddo. Un freddo stordente, mortale, mentre il fumo si allontanava e le monete tintinnavano attorno a lei, come in una danza demoniaca, non le monete di Sparta, ma oro sul quale era incisa l’effigie di

(un dio re sanguinerà)

chi credeva di comprare il volere degli dei, ora e sempre.

No. No, no, no. Neppure il valore più grande può nulla contro il tradimento, e un tradimento è già scritto… non possono affrontare anche questo, anche se sono in trecento, non possono.

Lentamente, perché in quel luogo tutto avveniva lentamente, con la lentezza tipica degli incubi, riaprì gli occhi e vide su di sé un volto scavato dall’età, dai vizi, dalle malattie, un volto che ormai era soltanto un teschio ricoperto di pelle e brandelli di carne putrida. Un teschio, un morto. Il posto dei morti non è con i vivi.

Sollevò le mani, portandole all’interno del suo campo visivo. Erano belle, le sue mani, così bianche e sottili e delicate, belle come tutto in lei era bello, perché l’amore degli dei si esprimeva nella loro generosità, nella misura dei doni che venivano conferiti alle fanciulle destinate ad essere loro voce. L’amore degli dei per lei era immenso, e a lei parlavano, a lei spiegavano i disegni Invisibili, e le trame delle Parche, soltanto a lei in quell’epoca. Il fumo si era quasi dissipato e richiuse gli occhi, per escludere dalla propria vista quei corpi che si contorcevano insudiciandola e insultandola, mentre le monete ancora tintinnavano in quel modo che sembrava una risatina diabolica, facendole salire al petto

(ah era bello il suo petto, sì i giovani spartani si sarebbero battuti a duello per potervi posare sopra il viso, avrebbe potuto essere sposa e madre di guerrieri valorosi, donare loro la propria vita e la propria beltà e l’amore degli dei, se avesse potuto)

un calore che nulla aveva a che vedere con gli ansiti che le acceleravano intorno, mentre il piacere blasfemo di quegli esseri saliva al culmine, un calore che era affilato come una lama, e altrettanto gelido, altrettanto letale.

 

Tu sai cosa fare, figlia. Tu lo sai, e ormai lo desideri. Tu, nostra amata, nostra gioia e nostra voce, trecento si sacrificheranno perché molti di più si salvino… chi ne è degno. Tu lo sai, chi ne è degno.

 

Carne calda, putrida, e gelido metallo tintinnante che rideva di lei.

Sì. Io lo so.

 

 

La falce di Artemide splendeva nel cielo notturno, così perfetta e argentea da non sembrare neppure vera. O forse lo era troppo, tanto che lei sollevò la propria falce, altrettanto affilata e splendente, sebbene non così incurvata, e l’accostò alla luna, confrontandole: sì, erano uguali, tanto che dovette muovere un pochino la mano, facendo ondeggiare il coltello dalla lama ricurva, per distinguere l’uno dall’altra. Artemide è solo una degli insultati, pensò, e la mia mano è la sua, stanotte.

Mosse qualche passo lento, esitante, perché le droghe con cui gli Efori la tenevano prigioniera, anche al di fuori dell’estasi divinatoria, erano tali da lasciarla sempre confusa, incerta su dove terminasse il mondo materiale e dove iniziasse quello ove lei era amata, protetta, consigliata e seguita. Ed in esso mi dovrò muovere, perché in esso sono davvero io… almeno finché non avrò compiuto il mio dovere. Avvertì una breve fitta di panico. Dopo, sarebbe ancora stata tanto amata dagli dei, tanto da essere la loro voce?

Non fa nulla. Sarà quel che sarà, e io sarò ancora Oracolo oppure sposa di guerrieri, oppure ancella nella casa degli Immortali, ma in tutti i casi devo compiere il mio dovere.

La veste le ricadeva a ogni passo, senza che lei si curasse di risollevarla, giacchè sapeva che al passo successivo sarebbe di nuovo scivolata, e quando giunse nel luogo del sonno degli Efori – differente dal suo, perché gli Efori amavano non essere disturbati, dopo aver preso il loro piacere dal suo corpo oltraggiato – la sua figura era vestita unicamente della pelle liscia, dono di Afrodite. L’aria che entrava dalla finestra era fredda. La lama era fredda. I corpi ammassati nel sonno erano caldi.

La prima pugnalata fu quasi una prova, per verificare se le droghe le avevano davvero tolto tutta la forza, ma si accorse subito che, anche se era così, era Dioniso a guidare la sua mano, Dioniso che possedeva le sue Baccanali rendendole folli, incontrollabili e incommensurabilmente forti, tanto da riuscire a fare a brani un cervo a mani nude, per poi berne il sangue e danzare e cantare, mentre lassù Artemide proteggeva la libertà concessa alle fanciulle sotto la sua luce argentata. Fu un colpo dato in perfetta sincronia, non c’era altra parola per definirlo: la lama scintillò, la gemma d’oro sulla gola flaccida del nemico scintillò. I due scintillii entrarono in contatto e dal contatto nacque una fonte, una sorgente d’icore caldo e scarlatto che le bagnò le braccia, le schizzò sul volto e la fece ridere, perché era bello, era il calore giusto, finalmente non aveva più freddo e non aveva più nausea e non si sentiva più violata nella sua nudità, perché il calore che le spruzzava addosso era quello giusto. Rise mentre affondava ancora e ancora la sua lama nelle carni corrotte di quei vecchi atterriti e troppo confusi per comprendere in tempo ciò che capitava loro, rise perché respingeva le loro mani con la forza di Zeus, e colpiva con la vigoria di Ares, e godeva con la voluttà di Afrodite, riuscendo solo a pensare che, se quello era il piacere di penetrare carni estranee, di violarle e annientarle, allora comprendeva perché si erano accaniti tanto su di lei, mese dopo mese, da quando era divenuta donna e benedetta da una bellezza tale che sua madre, nel vederla, era scoppiata a piangere come una donna spartana non dovrebbe mai fare… non piangerai più madre, e non piangeranno mai più altre madri, nessuna madre e nessuna figlia piangerà mai più, dopo stanotte. Il re è nel luogo dove si compirà il suo destino e gli dei sono con lui, anche se gli chiederanno la sua vita in cambio, e io sono con lui, dopo stanotte saremo tutti con lui.

Dopo, lasciò cadere il pugnale, che urtò un corpo insanguinato, ancora fremente degli ultimi spasmi, e si voltò per andarsene, senza più alcun interesse per quel luogo nel quale gli dei avevano smesso di dimorare. L’aria che entrava dalla finestra era ancora fredda, ma lei non tremava più. Stava bene, finalmente.

 

 

Tre giorni dopo, quando riaprì gli occhi allo sguardo benevolo di Apollo, seppe che ogni droga e ogni catena era finalmente svanita dal suo corpo, e si sollevò con grazia, stiracchiandosi nella luce del mattino, nuda e felice come una neonata. “Oggi posso farlo.” Disse a se stessa, dirigendosi verso il pozzo per attingere l’acqua necessaria alle sue abluzioni. Non aveva osato mangiare né vestirsi, e tantomeno compiere gesti complessi come lavarsi o scendere la rupe della montagna verso la città, finché fosse stata sotto l’effetto dei miasmi coi quali gli Efori l’avevano tenuta prigioniera, fino ad allora. Davvero aveva udito la voce degli dei, durante quella schiavitù da incubo? Ora che era lucida, libera e padrona di sé, le sembrava improbabile. Rabbrividì ridendo per l’acqua fredda sulla pelle, strofinando ogni palmo finché il sangue secco non fu completamente sparito, e continuando passandosi le mani tra i lunghi capelli, ondulati e rossi come la fiamma d’Efesto… aveva udito anche la sua voce, forse?

“Allucinazioni – si disse – erano allucinazioni indotte dalle droghe che mi venivano somministrate da quei mostri. Gli dei sono lontani da qui… sono col nostro re, ora.”

 

Un dio re sta sanguinando, adesso.

 

Alzò il capo, stupita. Il vento tra gli alberi? Forse… ma ugualmente si affrettò a infilarsi la tunica – la stessa tunica con cui era salita alla rupe, che non aveva più veduta dopo quel primo giorno spaventoso, e che adesso le andava così corta da lasciarle scoperti i polpacci – e ad annodarsi i capelli, per poter affrontare la discesa. Avrebbe dovuto sottomettersi al giudizio di Sparta, per quel che aveva commesso, ma non nutriva alcun timore.

“Nessuno piangerà la loro scomparsa.” Disse, con un’ultima occhiata sprezzante ai corpi irrigiditi, già infestati da nugoli di mosche, cui nessuno avrebbe dato degna sepoltura, perché altri erano gli eroi di quei giorni, altri coloro verso cui si sarebbero rivolti i pensieri di tutti, e lei, l’Oracolo che tornava ad essere donna, spartana e libera, scese con passo leggero, gioiosa nel cuore, sicura che tutto si era già compiuto e che il mondo che lei tanto amava era salvo.

Non le passò neppure per la mente di chiedersi il perché di tali certezze, neanche quando scoprì nelle sue tasche manciate di monete d’oro, sulle quali il profilo riportato era inequivocabilmente quello di Serse, l’odiato nemico. Chi le aveva riposte lì, in modo che lei potesse esibirle al tribunale e dimostrare al di là di ogni dubbio dell’abietto tradimento degli Efori, tradimento che la scagionava da ogni accusa?

“Non ricordo di averle intascate – mormorò, avviandosi alle porte della città – dev’essere stato quando ero ancora sotto l’effetto delle droghe… sì, dev’essere così.”

 

Hai vinto anche tu.

Trecento sono gli eroi.

Trecento più uno.

 

Era il vento tra gli alberi, senz’altro. Avrebbe amato quel suono con tutta se stessa, da quel giorno in poi.

 

 

One thought on “Trecento più uno”

  1. Elnor says:

    Non ho amato i 300, fumetto e film, perché la storia raccontata era molto diversa da quelle che avevo tessuto e fantasticato quand’ero molto più giovane. Storie più umane e meno spettacolari.
    Scrittura notevole e intensa, personaggio coinvolgente, storia prevedibile. Tutto sommato una buona lettura.
    Grazie

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