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Il principe mezzosangue

“Toutjourspur.” Disse Piton senza nemmeno rallentare, a rischio che il ritratto non facesse in tempo ad aprirsi, facendogli sbattere il naso contro la tela. Per la verità, a stento si era accorto di essere arrivato nel dormitorio dei Serpeverde.

La sua fortuna fu che non camminava celermente, e anzi, chi l’avesse visto avrebbe potuto pensare che l’allievo più brillante del quinto anno fosse vittima di un attacco di sonnambulismo: l’andatura dondolante, che comunicava una dolce oscillazione ai libri legati con la cinghia, insieme al’espressione svagata sul viso pallido, solitamente severo, non lasciavano dubbi sul fatto che Piton si trovava molto lontano da lì.

In senso geografico, si trovava ancora sul percorso tra la biblioteca e il dormitorio, ma il cuore viaggiava per i fatti propri, alto nel cielo di Hogwarts.

“E’ inutile, non ci capisco niente!”

Lily aveva sbuffato, fissando sconfortata la sua copia di Pozioni Avanzate, pagina duecentonovantasette, sulla quale il titolo “programma G.U.F.O.: prove d’esame pratiche” doveva apparirle come un nemico invincibile. Era tardo pomeriggio, quando gli studenti si sentivano autorizzati a considerare terminata la giornata scolastica, che avessero o meno finito di studiare, e il sole inondava di luce dorata i tavoli scuri, facendo danzare nell’aria e tra i capelli di Lily pulviscolo dorato. Piton aveva dovuto fare uno sforzo, per smettere di ammirare il fenomeno, che faceva sembrare la sua amica come circondata da un alone d’oro.

“Te la cavi bene a Pozioni – aveva detto, per risollevarla – hai ottimi voti…”

“Per forza, mi correggi sempre i compiti!” Lily aveva sorriso ironica, scuotendo i lunghi capelli rossi e creando un piccolo uragano di luce. “Chissà cosa direbbe il professor Lumacorno, se sapesse che la sua allieva preferita ha bisogno di ripetizioni!”

Piton aveva insistito: “Non ne hai bisogno, te la caveresti benissimo anche senza di me.” Poi, per prevenire altre obiezioni (e per smettere di fissare come un idiota i capelli di Lily) aveva assunto un tono pratico. “Fammi vedere quale esercizio non capisci.”

Lily aveva girato verso di lui il libro. “Pozione Polisucco, è impossibile, non ho mai visto niente di tanto complicato: guarda quanti ingredienti! E poi, è vero che va lasciata sobbollire per un mese?”

“Sì, è vero – Piton aveva sfogliato alcune pagine – ma il professor Lumacorno non ce la farà fare, e per la prova teorica devi soltanto ricordarti che la pelle di Girilacco va marinata a dovere e sminuzzata direttamente sopra il calderone, poi bisogna abbassare la fiamma tenendola costante… puoi verificar eche la temperatura sia quella giusta dalle bollicine della pozione, che in questa fase devono essere piccole come un’unghia e disposte a spirale intorno al…”

“Basta, basta, basta!” Lily si era schiacciata le mani sulle orechcie, ridendo. “Non riuscirò mai a ricordare tutto! Temo che darò un’enorme delusione al professore, nel G.U.F.O.”

“Non essere…”

“Ma soprattutto – aveva proseguito Lily, tornando seria d’un tratto – darò un’enorme delusione a te.”

Il cuore di Piton era saltato in gola, gli era rimbalzato fin nelle orecchie ed era tornato infine al suo posto, vibrando come una corda tesa. Da qualche parte sotto il suo naso, una voce estranea, che a malapena aveva riconosciuto come la sua, aveva chiesto: “A me? E perché dovresti deludermi?”

Perché dovrebbe importarti di deludermi?

“Perché perdi sempre un sacco di tempo per me, per aiutarmi a studiare, e quando andrò male in tutti i G.U.F.O. capirai di aver solo sprecato il tuo tempo, e… oh no, prenderò una sfilza di T, puoi giurarci! Scusami!”

Totalmente ignara del subbuglio che aveva provocato nel ragazzo magro, coi capelli flosci a coprirgli le guance pallide che in quel momento erano violentemente arrossite, Lily aveva ripreso i libro di Pozioni Avanzate e l’aveva richiuso, con aria sconfitta.

“Scusami se ti faccio sprecare tutto questo tempo, a rischio di rovinarti la media.” Aveva concluso la Grifondoro, afflitta.

“Non…” Era stato un raglio più che una parola, e aveva dovuto schiarirsi la voce, prima di poter proseguire.

Se solo potessi dirtelo… se solo trovassi il coraggio.

“Non mi fai perdere tempo – in qualche modo, era riuscito a tornare a esprimersi con parole umane – tutto questo mi è utile come ripasso. E poi stai esagerando, Lily:  guarda, il tuo compito di Storia della Magia è più lungo del mio di almeno dieci centimetri.”

“Sì, ma io ho una grafia grande…” Sospirò Lily. “La verità è che, senza il tuo aiuto, io non sarei niente. Non so come farei senza di te, Sev.”

“Ah…” Nella ricerca disperata di qualcosa da dire, era riuscito a spingersi fuori soltanto un: “Davvero?”

“Davvero.” Aveva confermato Lily, guardandolo dritto negli occhi.

Per Piton, quel momento era stato al tempo stesso il più breve e il più lungo della sua vita, con il sole ad accarezzargli pigramente la nuca e il pulviscolo della bilbioteca che danzava nei raggi sopra i tavoli e l’incredibile verde scuro, profondo come l’universo che si vedeva dalla Torre di Astronomia nelle notti più limpide, a farlo vivere e morire e poi vivere di nuovo, nella dolce cornice degli occhi di Lily. L’espressione di lei si era fatta quasi spaventata, quando si era accorta che Piton non distoglieva – non poteva distogliere – lo sguardo, che si fissavano con tutta l’intensità dei loro quindici anni, separati solo dalla copertina chiusa del libro di Pozioni Avanzate.

Forse, potrei farcela… trovare il coraggio… finché lei mi guarderà…

Sarebbe rimasto col dubbio. Mentre Piton soffriva nel modo più dolce che avesse mai sperimentato, su di loro era piombata madama Pince, le dita ad artiglio tese verso la frusta copia di Pozioni Avanzate, che Piton aveva ereditato dalla madre.

“Cos’hai fatto a quel libro, orrendo ragazzo?”

Piton era trasalito, la magia del momento andata in frantumi, e si era affrettato a prendere  il volume, tutto scarabocchiato dei suoi appunti. “E’ mio, non della biblioteca!” Aveva protestato, e si era alzato per infilarlo nella cinghia con gli altri. Madama Pince lo aveva scrutato, scettica.

“Ah sì,? Beh, è comunque l’ora della chiusura. Andate nei dormitori, forza! No, quello è della biblioteca, devi lasciarlo!”

Aveva strappato a Lily un fascicolo intitolato Vola alto col tuo G.U.F.O.! Le prove degli anni passati, con tutte le risposte!

“Che donna orribile – si era lamenteta fuori dalla biblioteca – so che era una copia di consultazione, ma non c’era bisogno di prendersela così!”

Piton non aveva risposto. Era troppo impegnato a trovare il coraggio di parlare. Decisamente la mia casa non è Grifondoro. Si era schiarito la gola, cercando di indovinare un tono casuale e indifferente.

“Stavo pensando Lily… se sei tanto preoccupata per la prova di Pozioni, che ne dici di cambiare posto e sederti vicino a me, alla prossima lezione? Per preparare filtri conta soprattutto la pratica, e qualche indicazione posso dartela senza problemi. Vedrai che te la caverai benissimo.”

Lily era arrossita. “Oh, Sev… davvero lo faresti? Non voglio scocciarti ancora di più per niente al mondo, ma… ho il terrore dei G.U.F.O. …”

“Nessun problema.” Aveva confermato, lui, un pallido eufemismo che stava per starti accanto è tutto quello che chiedo dalla vita, e anche quello per cui darei la vita.

“Allora, se ad Alice andrà bene, e credo di sì, così potrà sedersi insieme a Paciock… grazie, grazie davvero!”

Impulsivamente, prima che Piton potesse capire cosa succedeva, Lily l’aveva abbracciato, immergendolo nella fragranza della rossa fiamma dei suoi capelli. Poi, forse intimidita dalla propria audacia, era corsa via senza salutarlo, lasciandolo lì a chiedersi se fosse davvero morto, e se davvero voleva ancora vivere, dopo aver provato una morte simile.

 

“Toh, ecco l’amico dei Mezzosangue!”

L’esclamazione lo strappò al suo sogno a occhi aperti, nel quale lui non rimaneva immobile a morire e resuscitare, ma stringeva Lily a sè, con le mani affondate nelle ciocche fiammeggianti, tanto che lei sollevava lo sguardo stupita, i loro volti vicini… sempre più vicini…

Ma non si trovava sospeso nel tempo, in corridoio con Lily, era nel mondo del presente, collocazione geografica Casa dei Serpeverde, col suo sotterraneo che in quel momento gli parve una prigione, paragonata ai cieli di felicità dove aveva volato fino a poco prima. Speravo tanto che tu fossi una Serpeverde, pensò con amarezza, mentre Mulciber si alzava dalla sua poltrona accanto al fuoco per sbarrargli la strada.

“Bella ti ha visto in biblioteca con quella sporca Mezzosangue – lo aggredì, come se Piton avesse cercato di negare – per poco non vomitava.”

Con la coda dell’occhio, Piton notò che diversi Serpeverde osservavano la scena facendo finta di niente. Osservavano sempre quando qualcuno strapazzava Mocciosus, o si accingeva a farlo, perché di solito la conclusione era un coro di risate che aveva lui come fulcro, anzi come vittima… cosa di cui doveva ringraziare James Potter e degni compari, naturalmente. Se non fosse stato per loro, nessuno avrebbe mai notato come Piton fosse debole, gracile, indifeso, e così maledettamente perdente.

Poteva studiare fino ad ammazzarsi, poteva diventare l’allievo migliore della scuola, superando tutti i Corvonero in blocco, e non sarebbe mai servito a niente. La sconfitta era come un parassita che si nutriva di lui, ogni giorno, ogni ora, sempre. Ci pensava il caro Potter, a che non lo lasciasse mai.

Purché non lo veda Lily, pensò stringendo tra le mani i libri tutti rovinati, altro marchio d’infamia. Se succedesse davanti a Lily, io…

“Siamo vicini di casa, Mulciber – si costrinse a dire – mantengo buoni rapporti e basta.”

Mulciber spalancò gli occhi, come se non avesse mai sentito niente di tanto scandaloso. “Buoni rapporti? Con una Mezzosangue?”

“Ma cosa ti aspetti, Mulciber?” Chiese una ragazza del sesto anno, prima che Piton potesse ribattere. “Anche lui è un Mezzosangue! O conosci qualche famiglia di maghi che si chiami Piton, per caso?”

Lad iatriba si stava facendo ghiotta. Piton notò che ormai praticamente tutti nella sala si erano voltati a guardarlo, perché Mocciosus era uno spasso, Mocciosus era sempre fonte di spasso e i suoi ottimi voti non contavano niente, non se aiutava una Grifondoro invece dei suoi compagni di Casa… non che qualcuno gliel’avesse mai chiesto. Farsi vedere in giro con Mocciosus, lungi da loro!

Mulciber gli si avvicinò fin quasi a sfiorarlo e gli piantò un dito sul petto. “Ah sì giusto! Quasi dimetnicavo, Mocciosus, vai coi tuoi simili! Cos’hai fatto per convincere il Cappello Parlante a metterti coi Serpeverde? Gli hai promesso un bel rammendo, che coi vestiti che hai, in quello sei pratico?”

Risero tutti e Piton arrossì. Magari, pensò per un attimo, magari mi avesse messo nella stessa Casa di Lily… anche se questo avrebbe significato venire tormentato da Potter ancora più di quanto già non fosse. Pur di starle accanto, avrebbe accettato tutto. E poi, Potter o Mulciber, cambia poco. Non sono loro, sono io.

“Mia madre è Purosangue, Mulciber – rispose, cercando di controllarsi – e il Cappello Parlante non sbaglia, a meno che tu non abbia il dubbio che forse saresti dovuto andare a Tassorosso.”

Altre risate, ma stavolta fu Mulciber ad arrossire, e la cosa non dovette piacergli, perché fece un altro passo avanti, azzerando la distanza tra loro, con chiare intenzioni bellicose.

“Tu, sudicio, sporco…”

“Ehi, che succede qui? Perché vi accalcate davanti alla porta?”

Il muro di spettatori si aprì per fare largo a un ragazzo del settimo anno, con capelli biondi molto chiaro e mento appuntito. Sulla veste scintillava una spilla da Prefetto e oh, come fu felice Piton di vedere Lucius Malfoy, deus ex machina arrivato appena in tempo per evitargli l’ennesima umiliazione.

Non aveva dubbi che l’avrebbe aiutato, perché, come Lily temeva il G.U.F.O., Malfoy si trovava alle prese con gli esami finali; e, se era vero che Piton si trovava due anni indietro rispetto a lui, era altrettanto vero (e altrettanto risaputo) che di fatto il ragazzino pallido dai capelli unti si trovava più avanti di chiunque, inclusi alcuni professori.

In altre parole, Malfoy si parò tra Piton e il suo tormentatore perché se non l’avesse fatto Piton avrebbe cambiato stanza nel dormitorio, lasciandolo solo alle prese con oscure formule di Aritmanzia e incomprensibili istruzioni per preparare filtri mortalmente pericolosi.

Per la prima volta, Piton pensò che forse poteva trarre qualche vantaggio, anche se Lucius gli aveva vietato di dire a chiunque che doveva a lui il miglioramento generale dei suoi voti.

“Allora?” Chiese nuovamente Malfoy, rivolgendosi a entrambi ma fissando Mulciber. “Qual è il problema?”

Di fronte al Prefetto, Mulciber fu costretto a ridimensionarsi. Nessuno contrariava mai Lucius Malfoy, e non tanto per la spilla, quanto per il tatuaggio, quello che non si doveva mostrare, a Hogwarts.

“Niente – borbottò – discutevamo e basta.”

Fece un passo indietro, lanciando a Piton un’occhiata talmente malevola da fargli capire che la questione era tutt’altro che chiusa. Aspetta che ti becchi da solo, Mocciosus, diceva quello sguardo, e vedrai che bel servizio ti faccio. Ti pentirai di essere nato.

Non ne dubito, pensò Piton, riflettendo sul fatto che, per quanto odiasse Potter e compagnia, per quanto lo tormentassero e lo umiliassero a ogni occasione, non doveva temerli. Non doveva avere paura che gli facessero realmente del male, che infierissero come iene addosso a un agnello ferito. Odiava Potter, soprattutto quando lo coglieva a fissare Lily, ma era troppo obiettivo per non riconoscere che mai avrebbe superato certi limiti.

E Mulciber? Non aveva bisogno di darsi una risposta.

Fu per questo che riprese a parlare, a non lasciar cadere la cosa sperando che si sgonfiasse, perché non si sarebbe sgonfiata, non con quel pericoloso scorpione che era Mulciber.

“Discutevamo perché Mulciber mi ha insultato – enunciò con voce ferma – mi ha dato del Mezzosangue.”

Malfoy trasalì leggermente, come tutti i maghi per bene quando sentivano quella parola, e fulminò Mulciber con lo sguardo.

“E’ vero?” chiese gelidamente.

Mulciber spostò il peso da un piede all’altro, a disagio. “Mi sono… fatto trascinare.” Borbottò, fissando il pavimento.

Malfoy strinse le labbra. “Allora puoi farti trascinare dallo stesso impulso, fino all’ufficio del professor Lumacorno, e farti spiegare che non si offendono i compagni di Casa, per nessun motivo. Che aspetti?”

Fu in quei brevi attimi, mentre Mulciber, umiliato come aveva cercato di umiliare lui, cominciava a muovere i primi passi verso la porta, tra due ali di Serpeverde che lo fissavano in silenzio, che Piton ebbe un’idea, e di quelle veramente buone. Se tutto fosse andato come sperava, avrebbe messo fine almeno alle persecuzioni della sua Casa.

Se tutto rimane così, Mulciber sarà sempre mio nemico… tarpato nei suoi propositi, ma nemico, e  quindi pericoloso. Mentre, se lo salvo…

“Non serve mandarlo in punizione, Lucius – disse, e tutti si voltarono verso di lui – non mi sono offeso, non ne ho motivo: dopotutto ha ragione, io sono un Mezzosangue.”

Malfoy lo guardò, con un sopracciglio inarcato, e Mulciber lo fissò a occhi sbarrati. Era il momento, il momento, e non poteva fallire. Tanto, che ho da perdere?

“Un principe Mezzosangue.” Precisò con un sorrisetto ironico, tra lo stupore dei presenti.

“Prego?” Lucius era troppo disorientato per far valere la sua autorità mettendolo a tacere, per essersi intromesso mentre un Prefetto assegnava una punizione. Piton si sentì esaltato nel rendersene conto. Poteva, lui da solo con la sua intelligenza, tenerli tutti in pugno, se voleva. L’aveva sempre saputo, ma non aveva mai osato tentare.

“E’ il nome di mia madre – spiegò, continuando a sorridere – Eileen Prince. Quindi io sarò un Mezzosangue, ma rimango un Principe, O no?”

Malfoy lo guardò in silenzio per un attimo, supefatto, poi gli angoli della bocca gli si incurvarono all’insù e le spalle presero a sussultare, in una risata piena di artefatta educazione, ma non per questo meno sincera. Altri Serpeverde lo imitarono.

“Un Principe Mezzosangue, buona questa! Ti piace, Mulciber, che ne dici?”

Mulciber fece una risatina per compiacere il Prefetto, ma lanciò un’occhiata a Piton che ancora sorrideva (tra un po’ mi si spaccherà la faccia, pensò senza alcuna ironia) e finì per unirsi all’allegria generale. I Serpeverde che osservavano la scena tornarono alle rispettive occupazioni, e Piton colse qualche parola sparsa, come “Carina, davvero!” e “Il Principe, mi piace!”

Era fatta. C’era riuscito, e la sua vittoria era molto più schiacciante di quanto chiunque in quella sala potesse immaginare, perché non aveva solo evitato l’ennesima pubblica umiliazione, ma aveva trasformato un nemico in un amico, come gli confermò lo stesso Mulciber, quando gli passò accanto e gli battè sulla spalla in maniera inequivocabilmente amichevole. “Grazie Principe, non me lo scorderò, parola.”

Nemmeno io, pensò Piton, con il petto che gli si gonfiava piano, per il calore di sentirsi finalmente accettato.

 

“Stasera c’è una riunione… molto speciale – il bisbiglio di Mulciber era quello di un cospiratore – ti andrebbe di venire?”

Piton guardò la McGranitt prima di rispondere, per accertarsi che non prestasse attenzione proprio a loro. “Che riunione?”

“Di maghi che pensano ai maghi – fu la risposta – per entrare nel gruppo di Tu-Sai-Chi. Che ne dici?”

Piton non rispose subito. La felicità di essere considerato degno di entrare a far parte di un gruppo era troppo grande.

“Okay, ma adesso stai zitto, o ci becchiamo una punizione.”

“Sicuro.” Rispose Mulciber, e non lo disturbò più.

Piton abbassò gli occhi sul libro che teneva aperto, sopra quello di Trasfigurazione. Non aveva bisogno di ascoltare la McGranitt che spiegava come Trasfigurarsi le sopracciglia, era una cosa che sapeva fare da almeno sei mesi, così stava impiegando quel tempo per ripassare Pozioni Avanzate. Voelva fare bella figura con Lily, alla lezione successiva. Si sarebbe seduto al suo stesso banco, tanto da poterla sfiorare, e i suoi nuovi amici non l’avrebbero più tormentato per questo. Nessuno a Serpeverde lo tormentava più, dopo che aveva dimostrato di possedere un orgoglio anche lui.

D’impulso, sfogliò le pagine fino al risvolto di copertina, dove sua madre aveva scritto il proprio nome. Non l’aveva mai cancellato, tanto a nessuno sarebbe venuto in mente di rubare un libro così malridotto.

Gratta e netta.” Mormorò, e la firma di Eileen Prince scomparve, laciando la pagina ingiallita e consunta, ma perfettamente pulita.

Piton intinse la penna nel calamaio e, mentre la McGranitt spiegava che la formula di Trasfigurazione andava scandita molto bene per evitare di ritrovarsi con due zerbini sopra gli occhi, vergò con la sua grafia precisa e minuta le parole:

 

Questo librò è proprietà del Principe Mezzosangue

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