Browse By

Gerontocrazia!

Molto probabilmente, ciò che teneva i Babbani lontani da quella casa non era il fatto che si trovasse un po’ discosta dalla strada principale, in cima a una collina che rendeva disagevole poterla raggiungere, quanto l’aspetto studiatamente abbandonato, quasi spettrale, che ingannava l’occhio impedendogli di notare come fosse, in realtà, un’abitazione del tutto confortevole.

Dawlish si fermò all’ingresso del vialetto, stringendo gli occhi per cogliere una ad uno quei particolari che, presi insieme, conferivano alla villa la sua aria deprimente e inospitale: il prato a chiazze, non per l’incuria ma perché i tronchi secolari toglievano luce all’erba lasciando scoperte ampie aree di terreno nudo, sul quale gli gnomi si lanciavano l’un l’altro enormi pigne, ridendo della loro risata simile a pezzi di vetro strofinati tra loro; il vecchio pozzo in pietra, abbandonato eppure pittoresco, con l’edera che aveva avvolto tutto l’arco e perfino la corda, fino a dove scompariva alla vista nel buio; le pietre che costeggiavano il vialetto d’ingresso, coperte di muschio verde e tanto soffice da farle apparire come degli strani cuscini piantati al suolo; i muri grigi, rivestiti da quello che sembrava un grosso glicine, senz’altro meraviglioso in primavera ma che, in quel freddo febbraio, pareva più una mano scheletrica dalle molte dita abbarbicato sulla parete; le grondaie, eleganti nel loro modo barocco nonostante i gargoyle che scrutavano trucemente in direzione dei visitatori; e, infine, la porta d’ingresso, possente, massiccia, col suo leone rampante che teneva tra le fauci il batacchio di ferro esibendo un ringhio assai poco rassicurante.

Speriamo che la vecchia non starnazzi troppo, pensò l’Auror afferrando l’anello metallico mentre fiutava un profumino di biscotti fatti in casa, almeno questo in linea con l’immagine di una nonna, come incarico è già abbastanza seccante…

Rimase un attimo interdetto quando il batacchio gli rimase in mano, mentre il leone spalancava le fauci mostrando denti di ferro battuto e ruggiva, tanto forte che gli gnomi scapparono via squittendo spaventati: “Ci sono visite, padrona! Un Auror del Ministero, con la bacchetta in bella vista!”

“Come fai a sapere chi sono?” Chiese Dawlish. Il leone arricciò le fauci in una smorfia che gli fece tintinnare i baffi di metallo.

“Hai il distintivo sul mantello, e poi aspettavamo da un pezzo il vostro arrivo. La mia padrona lo aveva previsto. Prevede sempre tutto, lei. E’ veramente in gamba, la mia padrona.” Disse con orgoglio, e Dawlish, per evitare che il leone si lanciasse in una dissertazione sui pregi e le virtù della vecchia, gli ricacciò in bocca il batacchio, azzittendolo. Il leone gli spedì un’occhiata da incenerire, ma dall’interno proveniva un rumore di passi e Dawlish si scordò di lui all’istante. La porta si aprì.

Era un’anziana strega dall’aspetto formidabile, con un lungo vestito di un verde acceso e il collo di volpe con il muso appoggiato sulle zampe, davanti. La cosa più notevole di lei era l’alto cappello con un avvoltoio impagliato sulla cima, tanto perfetto da sembrare vivo. Per un momento, sotto lo sguardo di quegli occhi sbiaditi ma cionondimeno lucidissimi e attenti, Dawlish si sentì a disagio, come un bambino che ha fatto una marachella. Povero quel ragazzo che è stato allevato da costei, pensò brevemente.

“Sì?” disse la strega, scrutandolo dall’alto in basso, come se lo stesse passando in rivista. Dawlish provò il breve impulso di nascondere con la mano uno strappo nel mantello che non si era ancora preoccupato di riparare, ma tornò immediatamente in sé e alzò la bacchetta. “La signora Augusta Paciock, tutrice legale e unica parente in vita del signor Neville Paciock,  studente al settimo anno della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts?”

“Sì.” Disse ancora la strega, in tono asciutto, e Dawlish avrebbe giurato che gli occhi di lei si erano fermati sullo strappo microscopico del mantello prima di tornare a fissarsi – sbiaditi ma fermissimi – dritti dritti nei suoi.

“Sono spiacente di informarla che suo nipote, causa la condotta deplorevole avuta nei riguardi del Ministero della Magia, si è reso colpevole dei seguenti reati…” E tirò fuori una pergamena contraddistinta dal sigillo del Ministero, che srotolò con studiata lentezza, per lasciare la vecchia il più possibile nell’attesa. Purtroppo l’effetto drammatico dell’insieme andò completamente sciupato, perché l’anziana strega, dopo aver levato gli occhi al cielo, si limitò a sbuffare come di fronte a un bambino tornato a casa con le scarpe inzaccherate di fango.

“Oh, per la barba di Merlino, non mi annoi con queste sciocchezze! Condotta deplorevole verso il Ministero… Era quasi ora che mio nipote ne combinasse una giusta, ad ogni modo!”

E gli sbattè la porta in faccia.

Dawlish rimase un istante interdetto, poi afferrò di nuovo il batacchio e stava per picchiare quando il leone ruggì ancora, più stentoreo di prima: “E’ di nuovo quell’Auror che stavolta spera di scroccare una tazza di tè, padrona!”

“Non sono qui per il tè! – ringhiò Dawlish, tappando di nuovo quelle fauci col batacchio – e lei mi ascolti!” Disse in tono vibrato, agitando il dito sotto il naso della vecchia strega che aveva riaperto la porta. “Lei è in grossi guai, signora Paciock, perché suo nipote ha provocato sommosse e ribellioni in tutta Hogwarts, impedendo il normale svolgimento delle attività scolastiche! Pertanto, in qualità di sua tutrice, lei deve venire con me al Ministero della magia per rendere conto di quel delinquente che ha allevato…”

Non si permetta di agitarmi quel dito così bellicosamente, sa!” Gli diede sulla voce Augusta Paciock, incrociando le braccia mentre gli occhi mandavano lampi. “Se non impara un po’ di educazione, giovanotto, molto facilmente potrà ritrovarsi in cima all’Himalaya con addosso solo un paio di boxer Babbani, lo tenga a mente!”

“Ma come osa…?” chiese Dawlish oltraggiato, sfoderando la bacchetta per Schiantare una buona volta quell’insopportabile gallina. La sollevò concentrandosi, ma nello stesso momento avvertì una folata gelida e girò la testa. Il vento gli spedì una manciata di nevischio in faccia.

Era in cima a un picco ghiacciato, frustato da una tormenta così gelida da sembrargli tanti coltelli piantati addosso, con addosso solo il cappello da mago, la bacchetta ancora alzata e un paio di boxer elasticizzati con disegnato sul davanti una casetta per gli uccelli e una scritta che dichiarava al mondo LITTLE BIRD.

Quella vecchia rinsecchita mi ha Smaterializzato! Con un movimento rapido della bacchetta, prima di trovarsi congelato sul posto, Dawlish tornò al punto di partenza, trovandosi sullo zerbino di casa Paciock tutto tremante e coi capelli ricoperti di brina. Con la coda dell’occhio vide la strega che inarcava un sopracciglio di fronte al suo indecente abbigliamento.

“Lei… è… in… grossi… guai…” Ansimò, impiegando molto tempo per finire la frase, non perché fosse furioso, ma perché risentiva ancora gli effetti dell’ipotermia. La signora Paciock sospirò, e di colpo parve molto anziana, molto indifesa e molto mite. Molto. Troppo. Ma Dawlish volle pensare che si fosse resa conto che agire d’impulso davanti a un Auror del Ministero era una pessima idea.

In seguito avrebbe detto e ripetuto a se stesso che era per colpa del principio di congelamento che aveva avuto un’idea tanto sconsiderata.

“Su, entri in casa, giovanotto, se rimane lì così finirà congelato… posso offrirle un tè, oppure vuole portarmi subito via in catene? Ne avrebbe tutte le ragioni, vista la sciocchezza che ho fatto… ma di questi tempi siamo tutti nervosi, non è vero?”

Dawlish le passò accanto ignorando il leone che lo guardava storto e la frecciata contro l’operato del Ministero di quei tempi. Cosa si aspettavano, lei e quel giovane stupido di suo nipote, che gli Auror si rivoltassero contro l’autorità superiore per seguire un sospetto, un’idea senz’altro partorita da qualche sovversivo come quel Paciock… l’idea che Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato fosse tornato e fosse diventato padrone del Ministero?

Augusta Paciock gli chiuse la porta alle spalle e l’Auror si trovò nel soggiorno scuro, arredato con pesanti mobili di legno massiccio e poltrone di chintz.

“Si sieda un momento, coraggio… le vado a prendere un accappatoio. Cosa gradisce col tè, latte o limone?”

“Non si dia pena, signora Paciock – si sentì in dovere di rispondere Dawlish – la mia non è una visita di cortesia, temo… sa benissimo perché mi trovo qui.”

“Non ci sono scusanti per un comportamento sgarbato.” Sentenziò l’anziana strega, e scomparve in cucina. Un momento dopo un accappatoio scese svolazzando dal piano superiore e si posò come una grossa, improbabile farfalla, sulle ginocchia di Dawlish, che lo prese e lo indossò, provandone immediato sollievo. Naturalmente, prima di tornare al Ministero avrebbe avuto bisogno di altri vestiti, ma per il momento asciugarsi al calore del caminetto, con la vecchia bacucca che sembrava aver capito l’aria che tirava (non che questo l’avesse indotto a mollare la bacchetta… probabilmente quella matta aveva il cervello mezzo andato, e da un momento all’altro poteva avere attacchi di follia simili a quello di poco prima), andava più che bene. Tese le mani per scaldarle sulle fiamme e sussultò quando sul tavolino accanto a lui scese dolcemente un vassoio col tè e i biscotti appena fatti. Si sentì quasi in colpa per il fatto di dover arrestare una povera vecchia, sola, mezza matta e col nipote ufficialmente nelle liste dei ricercati del Ministero.

“Allora, vorrebbe spiegarmi cosa ha fatto mio nipote?”

Strano, pensò Dawlish. Non era il tono di una persona che chiede notizie di un parente nei guai. Sembrava piuttosto che domandasse quali voti aveva preso a scuola. Si irrigidì un tantino prendendo un biscotto.

“Suo nipote, a causa dell’influenza negativa di Harry Potter, sta alimentando un comportamento sedizioso e incitando alla rivolta gli studenti di Hogwarts contro gli insegnanti. Dato che, nonostante i ripetuti richiami e i tentativi di correzione…”

“Li ho visti, i tentativi di correzione – l’interruppe freddamente Augusta – quando mio nipote è tornato a casa per Natale, aveva le mani tutte tagliuzzate.”

“…il Ministero ritiene necessaria la sua presenza per concordare insieme un programma di rieducazione in modo da far sì che Neville Paciock non si mescoli troppo coi Nati Babbani.” Terminò Dawlish ignorandola, e aprì la bocca per mordere il biscotto. A suo credito va detto che ci riuscì quasi, prima che quel mite rettangolino di pastafrolla spalancasse due enormi fauci da squalo, piene di denti triangolari oltre i quali si scorgeva il nero mefitico di una gola gigantesca, che non si ingoiò l’Auror tutto intero solo perché questi fu pronto a scagliare il biscotto contro i mattoni del caminetto, dove andò in frantumi. Afferrò la bacchetta e fece per alzarsi, ma la vecchia fu più rapida, e con un: “Non ne vuole assaggiare un altro, giovanotto?” gli rovesciò addosso l’intero vassoio prima di darsela a gambe al piano superiore.

Alla fine, dopo che l’accappatoio fu ridotto a brandelli (insieme a generose porzioni di pelle sottostante), l’Auror riuscì a recuperare la sua bacchetta, sbriciolare contro il tavolino un biscotto particolarmente accanito che si era attaccato sulla punta, e gridare: “Immobilus!”. I biscotti rimasero sospesi a mezz’aria, con le colossali ganasce aperte, e Dawlish sapeva che quella notte il suo sonno sarebbe stato disturbato dal ricordo di mostruosi denti pronti a triturarlo vivo.

“Dove sei, vecchia gallina? Vieni fuori, che ti ammazzo!”

E, coi suoi boxer Babbani che si intravedevano sotto l’accappatoio semisbranato, si lanciò su per le scale. Stavolta non avrebbe più fatto errori. Stavolta l’avrebbe Schiantata e portata al Ministero ben impacchettata nel Magiscotch, che se la sbrigassero i giudici con quella suonata. Pericolosa suonata, però, e avrebbe fatto bene a non scordarlo più.

Prima di mettere il naso sul parquet lucido del piano superiore spinse avanti la bacchetta, come un periscopio esplorativo, e quando nessun biscotto cannibale o altre diavolerie da vecchia gli piombò addosso, Dawlish fece capolino, cercando di vedere subito tutto insieme: i quadri degli avi che lo guardavano con disapprovazione, appoggiati alle elaborate cornici, le piante ben curate che decoravano i lati di ogni porta, che si apriva su un corridoio lunghissimo alla fine del quale vi era l’unica finestra del piano, una grande vetrata che attutiva la penombra quel tanto che bastava a renderla inquietante.

La vecchia non si vedeva da nessuna parte.

“Vieni fuori – ringhiò Dawlish, facendo scricchiolare i listelli del parquet – vieni fuori o ti tiro fuori io… Accio…”

Non riuscì mai a concludere Accio vecchia strega, perché Augusta Paciock, apparentemente sbucata dal nulla (in realtà si era soltanto nascosta dietro una delle rigogliose piante ornamentali) urlò “Stupeficium!” e l’Auror tornò dritto dritto al piano inferiore, con il petto appiattito dalla violenza dello Schiantesimo e una momentanea perdita di sensi che sarebbe potuta durare ore, se non avesse picchiato l’osso sacro in maniera particolarmente dolorosa, tanto da riportarlo al di qua della soglia dell’incoscienza.

“Mia madre non sopporta che si vada di sopra con le scarpe sporche.” Lo illuminò il quadro del padre di Neville Paciock, che si defilò immediatamente lasciando la cornice vuota quando Dawlish, furente, gli puntò contro la bacchetta.

“Per l’ultima volta, Augusta Paciock, si arrenda e non mi costringa a usare la forza!” gridò mentre zoppicava penosamente su per le scale, l’accappatoio che gli penzolava addosso tutto stracciato e il sedere ridotto a un lago di sofferenza. “Deve seguirmi al Ministero della…”

Cadde in ginocchio sull’ultimo scalino, sopraffatto da quell’improvviso odore, la cosa più ripugnante che avesse mai sentito in vita sua, tanto denso che era come se una mano gli avesse afferrato la gola e gliela stringesse con forza, al punto che non si accorse subito di essere stato bersagliato da qualcosa che sembrava moccio di troll. Alzò una mano vedendo la schifezza smoccicosa scaturita da quella che evidentemente era stata piazzata sulle scale dalla vecchia prima di scappare di nuovo, una specie di cactus che al posto delle spine aveva una sorta di bolle pulsanti, molte delle quali erano scoppiate e colavano ancora quel disgustoso liquido.

Stu…peficium…” rantolò l’Auror, e la pianta volò in mille pezzi, vaso e tutto. Dawlish la superò schiacciando con cattiveria le ultime bolle sparpagliate sul pianerottolo, per spargere la Puzzalinfa il più possibile su quel lucido parquet, ma aveva fatto solo pochi passi prima che una bacchetta spuntasse fuori da una delle stanze del lungo corridoio e che la voce di quell’infernale vecchiaccia ululasse: “Tarantallegra!

Era arrivato danzando come un provetto ballerino di tip tap fino quasi alla finestra alla fine del corridoio, prima che riuscisse a riprendere il controllo abbastanza da puntare la bacchetta sui suoi piedi impazziti gemendo un “Finite Incantatem!” che lo fece cadere a terra in ginocchio.

“Ora basta! – urlò fuori di sé, rialzandosi in piedi – vieni fuori o tuo nipote sarà ancora più nei guai di quanto già non lo sia, vecchia pazza sclerotica! Mi hai sentito?”

Non ottenne risposta, ma del resto non se l’era neppure aspettata, e quasi si sorprese quando vide la strega uscire finalmente dalla stanza, con in mano una scatola di legno, che l’Auror tenne immediatamente sotto tiro.

“Posala – le intimò – altrimenti la faccio saltare, e te con lei.”

“Sono soltanto Vermicoli – replicò la vecchia – li usa mio nipote per concimare le piante, mantengono buono il terreno. E’ molto portato per Erbologia, sa?”

Dawlish puntò la bacchetta sulla scatola e questa schizzò via dalle mani della strega, cadendo per terra e spargendo in ogni dove il suo contenuto. Effettivamente le creature viscide e striscianti che cominciarono a spostarsi come girini nel fango erano Vermicoli, creature totalmente inoffensive, da quel che ricordava.

“Posso raccoglierli? – chiese Augusta – visto che devo venire con lei, vorrei metterli nella serra, in modo che possano sopravvivere fino a…”

Expelliarmus!” Gridò l’Auror, facendo saltare via la bacchetta di mano a quell’infernale vecchiaccia. L’avrebbe pagata, oh se l’avrebbe pagata. “Mani contro il muro! Non immagini neppure quanto sei nei guai, tu, vecchia incartapecorita e…”

I Vermicoli si erano sparsi per tutto il pianerottolo, ma sembravano convergere in un’unica direzione, quella dove si trovava Dawlish, che abbasso gli occhi quando ne sentì la viscida carezza su una caviglia. Il Vermicoli si stava lentamente attorcigliando intorno alle sue gambe, con movimenti lenti, quasi sensuali…

“Temo che siano in amore – commentò Augusta Paciock, con calma terrificante – sa, mio nipote è veramente bravo in Erbologia… da una sola coppia di Vermicoli è riuscito ad averne una colonia intera, perché ha scoperto che la Puzzalinfa li fa entrare immediatamente in estro. Nel caso non lo sapesse, i Vermicoli si accoppiano inerpicandosi sugli alberi, deponendo uova e seme nelle cavità… ma, se trovano qualcosa che gli assomigli, qualcosa di caldo che gli assomigli e che abbia l’odore che li stimola, possono confondersi… e accoppiarsi in maniera, come dire, creativa.”

Il Vermicolo sembrava voler confermare le parole della vecchia, e Dawlish gli puntò contro la bacchetta, ma nello stesso momento un altro Vermicolo si attorcigliò sulle caviglie, da dietro, e lo fece inciampare. Fu come un segnale. I Vermicoli in breve lo ricoprirono completamente, e l’ultima cosa che l’Auror vide, prima di sprofondare nell’orrore più assoluto che avesse mai sperimentato in vita sua, fu Augusta Paciock aprire con estrema calma la finestra, salire laboriosamente sul balcone e librarsi nell’aria, senza scopa, ma tenendosi risolutamente stretto addosso il cappello da strega, perché l’avvoltoio aveva aperto le ali e, con pesanti battiti di quelle piume imbalsamate, sollevò lentamente la sua padrona, verso l’azzurro terso di una limpida giornata di febbraio.

 

 

Al San Mungo l’infermiera di turno scosse la testa, mentre imboccava pazientemente Dawlish che, con sguardo allucinato e pieno di terrore, continuava a ripetere: “Attenti ai Vermicoli… attenti ai Vermicoli… per la barba di Merlino, state attenti ai Vermicoli!

“Sì, sì, non preoccuparti, non ci sono Vermicoli qui…” cercò di dire l’infermiera, ma l’Auror non le dava retta e continuava a ripetere, come una litania, sempre le stesse parole. Alla fine la ragazza gli asciugò la bocca e uscì, per andare a presentare il suo resoconto al medico di turno.

“Temo dovrà rimanere qui per parecchio tempo – commentò – è totalmente alienato, e non ne capisco la ragione. Ha il terrore dei Vermicoli.”

“Strano davvero – convenne il medico, mentre la sua Penna Prendiappunti compilava la cartella clinica – dev’essere un qualche trauma infantile riemerso a seguito del fallimento riportato come funzionario del Ministero. Lo sanno tutti che i Vermicoli sono innocui.”

 

One thought on “Gerontocrazia!”

  1. Strix
    Strix says:

    AHAHAHAHAHAHA! Ma poveraccio! XDDD

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*