Browse By

Capitolo 22

Senza aspettare una risposta, Nilufar alzò la pistola, puntò il mirino rosso tra gli occhi di Valentia e premette il grilletto.

Il corpo di Lem capì cos’era successo prima ancora che lo capisse la sua mente, perché il dolore alle spalle svanì tutto insieme, lasciandosi dietro il sordo pulsare delle articolazioni indolenzite. Barcollò, ma venne sostenuta. Nilufar la tirò via, nella protezione del corridoio.

Lem sbatté le palpebre. La scena fuori sembrava quella di un film: corpi gettati contro i muri e per terra, feriti che si premevano lesioni fumanti per il laser, un tizio riverso, con il filo rosso del sangue a colargli giù dalla tempia. Le riportava alla mente ricordi per niente piacevoli e distolse lo sguardo.

Ti sei ripresa bene dal conflitto della programmazione primaria, vedo. Ma non c’era nessun conflitto lì, c’erano soltanto nemici.

“Tu…?”

“Il programma di protezione non è stato tolto, sai.” Nilufar caricò di nuovo la pistola, il viso infantile concentrato, in quel modo che la faceva apparire senza età. “Dobbiamo sbrigarci, non li terranno impegnati in eterno. Da sola potevo fare in fretta, ma con te è rischioso, se troviamo una pattuglia… sono in giro dappertutto.”

Assurdamente, Lem sentì salirle in gola una risata. “Anche loro pensavano di tenervi occupati mentre facevano quel che devono fare!”

“Sì, un classico direi. Andiamo?”

“Io… no.”

Già con gli occhi rivolti al corridoio e la pistola pronta, Nilufar si voltò a fissarla.

“Devo fare una cosa, prima. Devo tornare là dentro.”

“Non devi fare proprio niente, a parte uscire viva di qui.”

Lem voltò le spalle a Nilufar e varcò di nuovo la porta, rimasta spalancata. L’attimo dopo il braccio di Vega le serrava la gola in una morsa e la punta ad ago della pistola (quella di Val, sicuramente) le pungeva il collo… per caso o per ironia, proprio sulla lieve infezione che l’iniezione di Max aveva causato.

Nilufar alzò a sua volta la pistola. “Lasciala, o…”

“Che cosa?” Vega fece un passo avanti, e la Drod dovette indietreggiare, pur continuando a tenerlo sotto tiro. “Se mi spari, mi ucciderai sul colpo, ma dovresti sapere che con una lesione improvvisa al cervello, lo spasmo fa contrarre tutti i muscoli: premerò il grilletto nell’attimo preciso della mia morte. Divertente, non credi?”

Lem cercò con gli occhi il terminale. Lo vide lampeggiare, intento a proseguire il suo lavoro, ma Vega la scosse bruscamente per stornare l’attenzione. Non ancora, stupida, era il messaggio.

“E’ finita – replicò Nilufar – non aggravare ancora di più la tua posizione.”

“Non è finita finché non è finita.” Replicò Vega, avanzando ancora. Nilufar indietreggiò.

“La Rete…” sussurrò piano Lem, sia per non farsi sentire troppo, sia perché respirava a malapena. Vega dovette rendersene conto, perché allentò impercettibilmente la morsa.

“L’operazione è quasi terminata – le mormorò all’orecchio – resisti.”

A voce più alta, perché Nilufar non si insospettisse, Lem replicò: “Sei senza scampo… arrenditi…”

“E’ la Rete che deve salvarsi, non io. Io so badare a me stesso.”

Con questo, il loro patto era siglato.

Lem chiuse gli occhi. Abbiamo scopi diversi, ma lo stesso obiettivo, e le stesse probabilità di riuscire. Cinquanta e cinquanta.

Aiutami, sto facendo tutto il possibile, ma devi aiutarmi! Le webcam di vigilanza sembravano tanti occhi con la pupilla rossa, a intervalli regolari lungo il corridoio.

“Lascerò andare la tua protetta appena fuori di qui. Garantito, Drod.”

Vega camminava spedito, adesso, e Nilufar faceva coincidere ogni suo passo avanti con un passo indietro, senza bisogno di guardarsi alle spalle e senza inciampare. “Sei brava, a essere arrivata fin qui, non rovinare tutto proprio sul più bello.”

Eh già, Allend lo diceva, che Nilufar era la migliore… si impuntò, perché non voleva allontanarsi dalla server farm, e si chiese come l’amica fosse riuscita a entrare. Qualche entrata sotterranea, forse, o aveva approfittato dei lanci di fumogeni, o chissà che altro.

Un boato assordante li fece barcollare tutti e tre. Vega quasi si lasciò sfuggire la presa su Lem, l’agguantò di nuovo e la serrò, facendosi scudo di lei senza che questo la mettesse minimamente in pericolo. Lo sapevano entrambi.

“Poca strada ancora – sussurrò il ragazzo – ho anch’io i miei canali d’emergenza…”

Il corridoio era liscio e senza uscite. Lem non aveva idea di dove intendesse andare: lo stadio era una fortezza, ma il piano regolatore prevedeva accessi riservati, in modo che le forze dell’ordine potessero penetrare in caso di necessità. I cigni bianchi non lo sapevano, nessuno a parte la polizia lo sapeva. Vega, non aveva bisogno di chiederglielo, si era procurato la mappa catastale e li conosceva tutti.

Noi due, insieme, siamo il cento per cento. Se tu sparisci, rimango io… rimane il cinquanta per cento. E’ meglio di niente.

Le webcam si spegnevano al loro passaggio, come Lem ricordava si erano spente, il giorno lontano che aveva lasciato la clinica. Allora era stata una misura di sicurezza prestabilita.

Adesso era il Dace a volerlo.

Si chiese fugacemente se stesso opponendo la propria volontà anche alla polizia che forzava le entrate dello stadio: forse no, laggiù non succedeva nulla di rilevante, per il Database Centrale.

Qui sì.

Li proteggeva entrambi, lei e Vega, cercava disperatamente di fare in modo che finissero quel che avevano iniziato. Al Dace non importava quale causa servissero, ma soltanto ciò che stavano facendo. Non avrebbe lasciato tracce che tradissero uno di loro, nella fuga.

Ma il Dace non poteva fare miracoli, e Vega non arrivò al pannello scorrevole che celava il passaggio. Lo mancò per poco, questo sì. Vega non era tipo da non riuscire almeno ad avvicinarsi, al suo obiettivo.

D’un tratto Lem fu libera, fluttuante a mezz’altezza, il corpo che si ribaltava lentamente, finché non mosse le braccia per raddrizzarsi: sembrava di essere in una cabina a gravità zero, di quelle per bambini, dove sua madre l’aveva lasciata decine di volte, alle ludoteche dei centri commerciali.

Sentì il sibilo del proiettile, vicino ma non tanto da farle pensare che volessero colpirla… l’intenzione era stata scaricare la pistola, nient’altro. Si voltò nell’aria, per guardare.

Anche Vega era sospeso, coi piedi a sessanta centimetri da terra, ma a differenza di lei era schiacciato contro il muro, con tanta violenza che i vestiti gli aderivano addosso come una seconda pelle, la respirazione resa difficoltosa dalla pressione.

Lem si agitò, e la forza che l’aveva sostenuta la lasciò andare. Toccò terra coi piedi, un po’ disorientata ma incolume.

“Il… bastardo… mostro!”

Dovevano averlo seguito, senza osare assalirlo, e lui non si era curato di loro più di quanto una persona molto impegnata si preoccupi delle zanzare.

Non è possibile assalire un dualis e rimanere tutti interi per raccontarlo.

Ma Vega era il loro capo, il cuore della ribellione, e non potevano lasciare che facesse quel che palesemente aveva intenzione di fare.

Lem vide i laser delle spranghe, il puntatore che correva sui muri, a disegnare psichedelici arabeschi, per fermarsi, come tante lucciole, su una sagoma antropomorfa in ombra.

Fu tutto molto rapido. Vide un dito contrarsi sul pulsante, nella confusione di luci e colori dipinti e corpi umani, ma non fece in tempo a gridare o a spaventarsi per lui, che il proprietario del dito iniziò a contorcersi, a scalciare per terra, artigliandosi la faccia, in preda alle convulsioni. Anche i proprietari delle altre dita danzavano nello stesso modo, per un attimo sembrò quasi una coreografia preparata. Poi vide una schiuma densa, rossa, che usciva da quei corpi, occhi, bocca, orecchie, naso, unghie, che schizzava fuori dai pori della pelle, come l’anidride carbonica da una lattina che viene scossa e poi stappata. Ed era proprio così. Era proprio quello che stava succedendo.

Azoto, l’azoto nel sangue. Può agire su elementi semplici. Embolia gassosa.

Prese a tremare, sapendo quanto mostruosamente dolorosa fosse una morte simile.

Non è proprio il superpotere che si vede nei film, eh?

Non proprio…

Finì tutto molto rapidamente, e tornò l’immobilità, tra arabeschi di schiuma arrossata, che frizzava scoppiettando, proprio come coca cola. Nessun dito avrebbe più premuto pulsanti laser non autorizzati.

“Capo?” Nilufar sembrava disorientata. “E’ tutto sotto controllo, non serviva… non sarebbe scappato…”

“Ah, no?” Allend non guardava né lei né Lem, i suoi occhi erano fissi su Vega, concentrato nel compito di permettergli a malapena di tirare il fiato. Concessione che senz’altro doveva costargli cara.

Violento e pericoloso, pensò Lem con un brivido, nel vedere la cruda ferocia di quello sguardo glaciale. A far prevalere una specie sull’altra non è l’intelligenza, ma l’adattabilità… e l’aggressività. La cattiveria.

Allend scavalcò il corpo di un ‘tifoso’ senza badarvi minimamente. Era morto artigliandosi la gola, notò Lem. “Guarda qui.”

Non toccò il punto, si limitò a indicarlo, e il pannello schizzò via, andandosi a spaccare contro la parete di fronte. Lem vide il condotto d’emergenza, la via di fuga mancata per un soffio.

Nilufar non disse niente. Allend andò da Vega. La momentanea distrazione aveva allentato la stretta su di lui, che adesso riusciva a respirare abbastanza agevolmente, ma le cose cambiarono non appena l’attenzione del dualis fu di nuovo esclusiva. Le pupille di Allend si contrassero, e la pistola che Vega stringeva, già scaricata, finì in mano sua. “Grazie.” disse, freddamente.

Il viso di Vega si contorse nel tentativo di parlare, ma prima che Lem gli dicesse di lasciarlo almeno quel tanto, Allend dovette decidere che aveva voglia di ascoltarlo.

“Non è ancora finita.”

“E’ finita.” Allend parlò in tono piatto, senza la minima traccia di umanità. In quel momento, in lui non c’era alcuna componente sapiens, e nemmeno Drod. Era soltanto dualis, qualcosa che andava oltre la somma delle parti, qualcosa che non si poteva controllare, e nemmeno capire. Non esistevano precedenti in natura, per incasellare quello che era nato dal Primo Giorno. “Resta da decidere se ti devo ammazzare subito, o prima sapere quello che voglio.”

“Non lo farai.” Ma, nell’istante in cui finì di parlare, Vega fece una smorfia di dolore, i tendini dal collo ai polsi gli affiorarono nello sforzo di non urlare.

Lem afferrò un braccio di Allend. “Smettila!”

Si liberò di lei con uno strattone.

“Quello che non capisco – disse, guardando la sofferenza di Vega – è perché hai fatto un’idiozia come portarla qui. Vi avremmo spazzati via, e lo sai.”

Vega non era in grado di rispondere. Sulla fronte gli erano affiorati goccioloni enormi e trasparenti, ma non gridava ancora, si rifiutava di farlo.

Sovrastimola il cuore, perfora il fegato, riempie di sangue un polmone… non c’era limite alle possibilità dualis. Per Allend, Vega era soltanto un animale di un’altra specie, una bestia selvatica sfuggita al programma di controllo. Una renna da abbattere per soprannumero, niente di più.

Senza riflettere, si mise davanti all’ultimo cigno bianco, facendogli scudo.

Non sapeva se ciò potesse interferire con il potere dualis, ma evidentemente fu così, perché sentì un male allucinante alle viscere, dalle parti della milza, prima che le pupille di Allend si dilatassero e questi indietreggiasse di un passo.

Alle sue spalle, Vega cadde a terra come un sacco di patate.

Lem cercò di parlare con fermezza, anche se era difficile, con quel dolore pulsante che si attenuava pian piano. “Smettila, hai già vinto. La Rete è di là… e io farò quello che devo.”

Vega cercava di alzarsi, una mano premuta sul ventre. “Lem, quello è un mostro. Non possono vincere loro.”

Allend la scrutava con occhi verdi molto cupi, e Lem suppose che fosse a mille miglia dall’intenzione di scusarsi per averle quasi distrutto la milza. Poi lanciò un’occhiata a Nilufar.

“Prendi questo cigno. Lo interrogheremo più tardi, con comodo. Per quel che serve: li abbiamo tutti, dal primo all’ultimo.”

Lem si sentì gelare. Portandomi qui, hai ucciso la resistenza dei sapiensrimase a guardare, mentre Nilufar si avvicinava e sollevava di peso il giovane tanto più alto di lei. Incontrò lo sguardo di Vega, per un momento, e le parve di scorgere in essi una domanda inespressa, quella che era corsa di continuo tra loro, rimbalzando, fin dal momento in cui Lem aveva collegato il suo terminale alla Rete. Sostenne con fermezza quello sguardo, finché Allend non le si mise davanti, nascondendole la vista del suo simile.

“Mostrami la Rete. Tu stai lontana, Nilufar.”

“Non c’è bisogno – rispose Lem – l’ho sedata, al momento è inoffensiva anche per i Drod.”

“Ottimo.” Fece un cenno alla piccola responsabile della sicurezza. “Ordina l’irruzione immediata: l’ostaggio è stato salvato, non c’è nient’altro da tutelare.”

Le implicazioni di quella direttiva le gelarono il sangue, ma sapeva di non essere nella posizione di discutere. Voltò le spalle al prigioniero. Tra loro non c’erano più silenti messaggi da veicolare.

“Per di qua.”

Dovette scavalcare il cadavere di Valentia, che teneva aperta la porta coprendo la fotocellula. Vega aveva sacrificato anche lei, aveva sacrificato tutti, incluso se stesso. L’aveva caricata di una responsabilità enorme.

“Perché sei venuto?”

Allend non rispose. Guardò l’unico monitor rimasto acceso. “La cosa assurda è che non hanno fatto niente di illegale, a parte scavare un paio di tunnel: il Dace non emanerà mai un decreto contro la propria riproduzione.”

Il Dace non farà nemmeno mai niente contro i cigni bianchi. “E come pensate di processarli, allora?”

“Non pensiamo di processarli.”

“Questo è…”

Allend indicò il server, chiudendole in faccia la discussione che non gli interessava, come al solito. “Lo fai tu, o lo faccio io?”

Deglutì con uno sforzo, allontanando l’immagine degli uomini che si contorcevano, con la schiuma rossa che usciva dai loro corpi. “Ti ho detto che non avrei lasciato le cose a metà, stavolta.”

Il suo terminale non lampeggiava più, aveva finito. Ci aveva messo un’eternità, a causa delle protezioni messe da Valentia.

Si chinò per prenderlo, ma Allend le fermò la mano. “Deve essere acquisito come prova.”

Lem si sentì invadere dalla rabbia, uno spruzzo di alcol puro. “E’ il mio test, sono arrivata fin qui per averlo! Vuoi dire che non me lo sono guadagnato?”

“Una volta che sarà stato sottoposto a scansione…”

Troppo furente all’idea di essere così vicina e fallire – proprio come Vega, catturato a un passo dal condotto d’emergenza – Lem si abbassò e strappò via il terminale. Se lo ficcò in tasca e fissò il suo nemico, il suo partner, con occhi ribelli. Non lo temeva più, e non perché non aveva niente da perdere, ma perché quello che aveva da perdere contava più di quel che sarebbe potuto accaderle.

“Vuoi far scoppiare le vene anche a me, per questo?”

“Lem…”

Non poteva discutere, non c’era tempo, non c’era margine di trattativa. La situazione era esattamente la stessa del giorno in cui era iniziato tutto: era ancora di fronte a un feto condannato, ancora obbligata a collaborare contro la sua volontà, e l’unica differenza non era che adesso la sua vita poteva dirsi pressapoco al sicuro, ma che per lei quella differenza era diventata irrilevante.

Rifiutandosi di pensare a ciò che faceva, posò la mano sul mouse, cliccò per selezionare la schermata giusta, e sconnesse il tunnel di alimentazione.

Il codice binario smise di cadere, si bloccò un attimo, come per un sovraccarico di sistema.

Poi, lo schermo diventò nero.

L’ultimo terminale morì.

 

Tremando tanto violentemente da stentare a muoversi, Lem si lasciò cadere sulla sedia.

Tirò su le ginocchia, se le abbracciò per contenere i brividi, e scoppiò a piangere, senza preavviso e senza poterci fare niente. Non provò nemmeno a trattenersi, affondò la faccia nelle gambe e si lasciò lacerare dai singhiozzi, perché era troppo orribile arrivare a quel punto, rischiare così tanto, puntare tutto su un’unica giocata, soltanto per commettere un atto simile.

Era troppo ingiusto, dover gareggiare sapendo che erano tutti destinati a perdere.

“Lem.”

Lo ignorò. Allend era l’ultima persona che volesse sentire, in quel momento, ma lui la scosse per una spalla, obbligandola a tirar su la testa.

“Lem, guarda!”

Indicava le luci sopra di loro: le strisce luminose del neon, le spie delle strumentazioni di controllo, e quelle fuori dalla finestra, con la sua visuale sulle colonne-condominio, enormi torri dai mille occhi. Erano tutte accese, tutte funzionanti.

Non c’era nessun black out. Nessuno gridava per chiedere cos’era successo, perché la sua vita era appesa al Dace, e il Dace l’aveva abbandonato. Il Dace non si era arrestato.

Non c’era nessuno choc.

“L’altra volta è stato… istantaneo – disse Allend – il Dace… non si è reso conto?”

Altroché se si è reso conto. Il terminale pesava come piombo, nella sua tasca.

“Credo dipenda dal fatto che questa Rete si era emancipata… staccata dalla vita organica. Non era più vita biologica, il cordone ombelicale era reciso: non ho commesso un eccidio, soltanto un… un omicidio. Bello, eh?”

Piangeva ancora, senza nemmeno sapere perché. Più che lacrime, erano il sanguinare di una ferita, da qualche parte dentro di lei.

“Andiamocene da qui.” Allend la prese per un braccio, la tirò su senza alcuno sforzo, ma con un certo riguardo. Non aveva mai voluto farle del male, fin dall’inizio.

Cosa sono io per te, se Vega è un animale da abbattere?

Naturalmente lo sapeva. In un mondo dove c’erano troppe specie simili per poter generalizzare, l’unica strada era tener conto del singolo individuo. Lei e Vega erano entrambi sapiens, entrambi la sottospecie originaria, entrambi parte del cinque per cento, cambiava soltanto la loro individualità.

Cioè, cambiava tutto.

“Almeno avevate preso delle… misure di sicurezza… per quando avessi dovuto staccare la spina?”

“Le perdite umane sarebbero state minime.”

“Mi scuserai se non mi viene voglia di brindare alla bella notizia.”

Il corridoio adesso era popolato soltanto di luci al neon e di cadaveri, e delle spie delle webcam, che non avevano più bisogno di cancellare quello che vedevano, spegnendosi.

Non c’era traccia di Nilufar – la migliore, davvero la migliore, e dire che per lei era sempre stata un’amica simpatica, nient’altro – men che meno di Vega.

Cosa ne sarà di te? Cosa ti faranno?

Cacciò quei pensieri. Rimaneva il cinquanta per cento, ed era meglio di niente.

Seguì il vincitore. “Avresti potuto informarmi delle nanomacchine, ti avevo detto che avrei cooperato.”

“Quali nanomacchine?”

“Ma… quelle che mi ha iniettato Max. Oggi pomeriggio.”

“E perché avrei dovuto ordinare una simile stupidaggine, a rischio che te le trovassero addosso?”

Lem sbatté le palpebre, perplessa. “Ma Vega aveva detto…”

Fu interrotta con impazienza, quasi con sgarbo: “Quello che può averti detto non conta niente. Sembrava tanto astuto, e si è fatto catturare come un idiota, il grande leader dei cigni bianchi, insieme a tutti i suoi. Ha commesso un errore saliente.”

Si è fatto catturare sì, ma non come un idiota. E qualcuno dei suoi non l’avete catturato, e non lo prenderete mai. Le webcam li guardavano camminare, coi loro occhi rossi, di nuovo funzionanti.

“Quindi era davvero soltanto un’iniezione di vitamine?”

“Max si è preso una bella lavata di testa, tranquilla. Anche se non posso assicurare che non lo rifarà, temo.”

Un’allergia, aveva soltanto avuto una modesta reazione allergica all’iniezione! Moriva dalla voglia di strangolare il suo medico curante. “No, aspetta: quasi mi ammazzavano perché pensavano mi aveste usata per tracciare il percorso tramite nanomacchine mediche, e invece… come mi avete raggiunta qui sotto tanto in fretta, scusa?”

“Lem cara, Nilufar ti ha sempre tallonata da vicino. Il tuo amico può essere paranoico quanto vuole, ma rimane un sapiens: è assolutamente da escludere che potesse gabbare la miglior responsabile della sicurezza che abbia mai avuto per le mani. Anche in questo è stato un idiota.”

Nanomacchine, nanospie, il Dace e le scansioni per tracciare i percorsi. Tutto spariva, davanti al vecchio caro metodo del pedinamento da presso. Divertente. Spassosissimo.

“Era convinto che avessi tolto il programma di protezione… e lo ero anch’io.”

“Ne sono certo. Mi basavo sulle convinzioni che voi sapiens vi cucite addosso, per giocarvi tutto solo su quelle, senza prove sicure.”

Il vago tono di sufficienza l’irritò, soprattutto perché l’impietosa analisi era veritiera. “Mi avrebbe portata qui lo stesso, la Rete era ormai quasi ingestibile. Gli servivo.”

E gli servivo al punto di sacrificare tutti i cigni bianchi, incluso se stesso.

“Non importa. Ormai è finita.”

Uscirono all’aperto. Il cielo di plastica era luminoso come di giorno, non c’era nessuna differenza, perché al primo livello la vita non si basava sui ritmi biologici, ma sui turni lavorativi. Con tutto quello che era successo, Lem neanche ricordava più se, sopra tutte quelle impalcature, splendeva il sole o la luna; le dispiacque, perché riteneva fosse l’unica cosa che valesse la pena tenere presente, in quel mondo assurdo.

Il campo dello stadio era disseminato di buche causate dalle esplosioni, già parzialmente colmate dal personale ausiliario: sapiens senza utilità, criceti che chiedevano soltanto una ruota ultimo modello per essere felici, un lavoro sicuro e non troppo impegnativo, moda e divertimento. Li invidiò di tutto cuore.

Il resto dello spiazzo era stato convertito nel parcheggio delle ambulanze e dei mezzi corazzati, erano state erette tendopoli di fortuna; Lem notò, con una certa soddisfazione, che tra i feriti si contavano svariati Drod. Tra i quali Stormking, con un braccio al collo e una fasciatura di Staminox intorno alla testa.

“Un laser vagante – disse, vedendo che lo guardava – ho idea che gli scanner dello stadio debbano essere aggiornati.”

“Sì – rispose Lem – l’avevo pensato anch’io, quando li ho passati.”

Si lasciò guidare a una delle ambulanze, anche se non ne aveva bisogno. “Quindi Max è davvero il bastardo integrale e autonomo che sembra.” riassunse.

Gli occhi di Allend non erano più alieni e feroci. Sembrava tornato in sé, o forse aveva soltanto messo via la parte inumana della sua natura, della quale non aveva più bisogno. Scorse in lui perfino un guizzo di umorismo, quando rispose: “Naturalmente. E lo sono anch’io, giusto?”

Lem si sforzò di prenderla come una battuta. “Giusto. Niente giornalisti, stavolta?”

“C’è la ressa, fuori di qui, ma ce ne andremo via con le ambulanze, nessuno ci vedrà. A meno che tu non voglia rilasciare un’intervista.”

“Rinuncio con rammarico.”

Allend l’aiutò a salire, salì a sua volta e richiuse lo sportello. Il paramedico fece una rapida scansione delle loro condizioni fisiche, ma stavano entrambi bene, e li lasciò tranquilli, dopo averle messo un cerotto antistaminico sul gonfiore del collo: in un paio d’ore, la reazione sarebbe scomparsa, come se non fosse mai successo niente.

“Hai fatto la scelta giusta, Lem.”

Lem sospirò, guardando i cigni bianchi che venivano portati via, chissà dove, chissà a quale destino. Se non si trovava in mezzo a loro era soltanto per caso, e non era un pensiero lusinghiero.

“Ho fatto il mio lavoro. Quello per cui sono stata assunta. Tutto qui.”

Distolse lo sguardo dalla sconfitta dei suoi simili, pensando che, in quel mondo dove ognuno voleva vincere sottraendo qualcosa agli altri, l’unica scelta per lei possibile era stata ricordare per quale motivo era salita fino ad Atlantis.

Non mi sono laureata in biologia per fare aborti… o sì?

Il progetto Mi.Da si era concluso con pieno successo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*