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Capitolo 21

La ragazza che gestiva il terminale della server farm era ostile, e aveva subito capito che lei aveva captato la sua ostilità: era il giusto approccio, decise Lem, mentre Vega le presentava.

“Lem, Valentia. Valentia, Lem. Come andiamo, oggi?”

Valentia la squadrò freddamente, Lem ricambiò. Aveva i capelli rossi, come Monica, ma più chiari, quasi sul biondo, tagliati in una zazzera irta. Rispetto a lei, era molto alta, e sembrava atletica come un cavallo selvaggio, alla faccia dello stereotipo secondo cui i sistemisti erano più o meno tutti come Buddy. Inoltre c’era qualcosa che non riuscì ad afferrare bene, nel suo portamento, nel modo in cui si muoveva, ma accantonò la considerazione quando Valentia chiese, senza rispondere alla domanda: “Perché l’hai portata qui, senza neanche bendarla?”

Vega alzò le spalle. “E’ un’eidetica: avrebbe memorizzato tutto il percorso, e sovrapponendolo a qualsiasi mappa, avrebbe capito subito dove si trovava. Giusto, Lem?”

“Giusto. Carino, qui. Come siete riusciti ad attrezzare una server farm nella camera di controllo dello stadio?”

Dev’essere la sistemista della struttura. Naturalmente, Valentia non le diede alcuna informazione in merito, e disse solo: “E’ tutto isolato dall’esterno, i Drod non vengono mai qui. Arrestano i più turbolenti sulle gradinate, e basta.”

“E la perquisizione seguita al blitz?”

“Abbiamo cooperato.” Gli occhi di Valentia erano chiari e molto freddi. “Gli agenti del primo livello sono tutti sapiens, i Drod non vengono mai qui.”

Avete venduto i vostri compagni più inutili. Poteva far notare a Vega che, sotto quell’aspetto, lui e i dualis erano identici, ma dubitava fosse prudente intavolare un dibattito sul tema. “Sì, me l’hai appena detto.”

Seguì una breve pausa, una scarica di tensione femminile talmente rapida e intensa che Vega non poteva captarla. Lem si chiese se andasse a letto con Valentia, o se, semplicemente, Valentia l’avesse inquadrata al volo.

“Potevi sedarla – disse, rivolta a Vega – così non avrebbe memorizzato niente.”

“Poteva anche farsi innestare una faccia aggiuntiva sulla nuca, tre tette e camminare sulle mani, ma ha avuto il buon senso di evitare, indovina perché?”

Valentia la ignorò e continuò a guardare Vega. “E’ rischioso, e tu hai portato qui la preferita di Atlantis, ma ti rendi conto…?”

“E’ più rischioso non fare niente.”

Valentia si azzittì all’istante, riconoscendogli l’autorità indiscussa del capo.

Lem sarebbe stata curiosa di sapere in che modo Vega si era introdotto nell’organizzazione, per minarla dall’interno e renderla la sua organizzazione. Era sicura che sarebbe stata una storia interessante. “Mostrale la Rete.”

Valentia esitò, ma appariva chiaro che lì dentro si faceva quel che diceva Vega e basta. Scoccandole un’ultima occhiata astiosa, si girò e andò a sedersi alla postazione. Sull’olomonitor comparve una sequenza genomica che Lem conosceva bene, ancora dai giorni del lavoro di abortista. “Carino,” disse.

Le attrezzature erano molto più obsolete di quelle del Mi.Da, neanche da paragonare: i terminali così vecchi che le lettere sui tasti erano quasi scomparse per la continua pressione delle dita, non c’era neanche un paio di guanti 3D e Valentia muoveva il cursore servendosi di un mouse… un mouse! Quasi rise. Era praticamente antiquariato, perfino per il primo livello.

“Dov’è stata incubata?”

Vega indicò un tavolino nell’angolo, con un vecchio, ingombrante utero pieno di fili collegati al terminale principale. Malgrado il modello fosse di prima ancora che Lem si laureasse, le bastò un’occhiata per rendersi conto che si trattava di un lavoro molto più accurato e professionale del raffazzonamento che aveva messo insieme lei.

Non importa l’attrezzatura: la riproduzione è un fatto naturale fin dagli albori. Basta procedere nel modo corretto, e le cose succedono da sé. Il resto serve soltanto a noi, per tenere tutto sotto controllo.

“Opera tua?”

“No, figurati. Il nostro genetista avrebbe potuto dare lezioni al tuo caro Padovani. Non sempre i Drod riescono a prendersi i migliori, sai.”

“E dov’è adesso?”

Vega si incupì. “Non è più con noi.”

“Cosa gli è successo? Ha cambiato idea?”

“Suicidio. In prigione.”

“Ah…” Represse un brivido, per il livello di dedizione alla causa dei cigni bianchi. Un passo falso e l’avrebbero uccisa: su questo non aveva il minimo dubbio. “Per non farsi sfuggire niente, immagino.”

“Immagini bene. Allora – le indicò l’olomonitor – cosa puoi fare, con questo?”

Lem si avvicinò a Valentia, e questa fu costretta a cederle il posto. Ma, nell’alzarsi, si slacciò la giacca, mostrando il lampeggiare di una pistola, prima che le si mettesse alle spalle, per vedere cosa faceva. Un tempo, la paura l’avrebbe paralizzata. Adesso, la sua emozione più importante era l’irritazione di dover muovere quel ridicolo mouse, con il cursore che schizzava dappertutto tranne dove voleva lei.

La nuova Rete era enorme, paragonata al defunto Mi.Da. Un Drod non si sarebbe potuto avvicinare senza crollare a terra, per rialzarsi annesso alla nuova connessione.

Con quali conseguenze, Lem lo immaginava fin troppo bene.

Avvertì la curiosità del feto, ormai sul punto di squarciare l’utero di server in cui era imprigionato, mentre lo voltava qua e là per osservarlo meglio. La Rete seguiva i suoi movimenti con microscariche neurali diligentemente rilevate dai sistemi. Ermafrodito, anche questo: dunque è una caratteristica congenita, non una malformazione. Senz’altro anche il Dace lo era.

A parte la mappatura cromosomica registrata sul database, non c’era la minima traccia di vita organica. Le cellule della coltura erano nell’utero, ma in esse il soffio di vita senziente che non si poteva creare, ma soltanto provare ad attirare, ormai si era spento.

Come una crisalide che buca il bozzolo per volare via con ali di farfalla, la Rete era tutta trasferita nel mondo virtuale, al di fuori della biologia, pura connessione neurale.

“E’ quasi pronto – disse, scrutando un paio di sinapsi che avrebbero mandato Max in visibilio, se fosse riuscito ad avvicinarsi abbastanza – il Mi.Da non è riuscito a crescere fino a questo punto. Non ci è andato neanche vicino.”

“Quindi non sai cosa fare?”

Lem ignorò Valentia, e parlò rivolgendosi a Vega. “Se lo liberaste adesso, si connetterebbe, anzi è probabile. Il rischio però è un altro: i Drod riuscirebbe a gestirli, ma i dualis… loro possono sconnettersi, e non giurerei che quelli connessi al momento della sostituzione non possano farlo ugualmente. Questa Rete ha potenzialità immense, ma i dualis hanno l’esperienza.”

Fece scorrere alcune videate, per guardare un’altra parte di quella creatura che esisteva senza esistere.

“Vi ritrovereste in un mondo senza Drod, ma con un bel po’ di ibridi, sempre al governo, e  parecchio incazzati. Rischiate di scatenare un conflitto dove i primi a essere schiacciati sareste voi.”

“Sì, è anche la mia conclusione. Per questo voglio tenerlo in isolamento ancora per un po’, ma come vedi, diventa sempre più difficile.”

Devi avere il tempo di costruire una bella trappola per i dualis. Sono loro l’osso duro da rodere, eh?

Comprese, senza alcuna prova e senza bisogno di chiederlo, che la programmazione primaria di quella Rete consisteva proprio in quello.

“Servono le maniere forti, Vega. Un nuovo tunnel di alimentazione, perché occorre molto più nutrimento, ma quanto alla Rete in sé, il mio suggerimento è di sedarla. Si svilupperà comunque, in uno stato di coma vigile, e potrà essere svegliata quando la crescita sarà maturata a sufficienza.”

Riflessa sull’olomonitor, vide la smorfia di Valentia, ma Vega appariva interessato. “Sedarlo? E come?”

Lem stava guardando dritta in faccia la Rete. Una cascata di codici e dati, non dissimile da quella delle morule che imbustava ogni giorno, alla clinica degli aborti… quei codici e quei dati che erano vivi, in un modo che non si poteva capire, perché non c’era niente attorno ad essi che si potesse ricondurre a una forma di vita. La sua formazione in biologia non le permetteva di capire, e in verità ci aveva già rinunciato da un pezzo.

“Qui entra in gioco il favore che volevo chiederti. E’ un’idea che mi è venuta, potrebbe interessarti…”

“Cos’è quello?”

Lem si voltò di scatto, perché Valentia le aveva scostato i capelli dal collo, senza troppe cerimonie, tirandogliene un bel po’. Se li gettò indietro per sbarazzarsi di lei. “Un regalino dei Drod, che credono sempre di poter decidere di noi sapiens. Il mio medico aveva deciso che mi servivano delle vitamine, e ha proceduto senza consultarmi.”

“E’ un po’ gonfio.”

“Anche il livido che gli ho lasciato.”

Valentia non rispose, ma i suoi occhi si strinsero. Ma quanto sei ridicola, pensò Lem con stizza, sono passata sotto gli scanner, sono pulita. Se le avessero iniettato nanospie, sarebbe stata scoperta allora. Si annotò mentalmente di tirare davvero un cazzotto in un occhio a Max, per il sospetto che gettava su di lei, come se gliene servissero altri.

Ostentatamente, infilò una mano in tasca e sorrise a Valentia, quando questa portò fulminea una mano alla pistola. Tirò fuori il terminale e lo accese, tutta tranquilla.

Tornò a guardare Vega, escludendola. “Partiamo da un presupposto molto semplice: nessuno, né il Mi.Da né voi, ha replicato il Primo Giorno. Quello che si è fatto è stato soltanto fecondare il Dace a fini riproduttivi, e questo non sarebbe stato possibile se il Dace non l’avesse voluto. Quindi…”

Vega ascoltò, anche se i suoi occhi neri erano velati dalla diffidenza. Lem rischiava la pelle, ma lui rischiava la sua causa, e senz’altro riteneva di essere quello che aveva più da perdere. Fuori da quella stanza si aggiravano ‘tifosi’ armati di laser e pistole ad ago, che soltanto la Rete sapeva com’erano riusciti a contrabbandare lì dentro (anche se, a onor del vero, ogni domenica scoppiava qualche bomba e qualche arto veniva amputato di netto, controlli o non controlli); sebbene la trattassero più o meno come un’ospite, sapeva di essere a tutti gli effetti una prigioniera. Anche in questo, tra dualis e cigni bianchi c’era poca differenza. Ma si rese conto che ormai nemmeno ciò aveva più importanza.

In fondo, date tutte le informazioni necessarie, la decisione di cosa farne, come e perché, diventava puramente arbitraria.

Si chiamava libertà, quella, perfino a New Babel.

 

Alla fine, Vega le disse di procedere. Valentia sussultò.

“Ehi, non sappiamo se questa vuole aiutarci o se danneggerà il sistema!”

Vega le indicò la sedia accanto. “Tu siediti qui, e tieniti pronta a sconnetterla dalla Rete, al primo problema. Scusa, Lem, mettiti nei miei panni.”

“Non occorre, capisco benissimo anche nei miei.” Attese che Valentia avviasse i sistemi di sicurezza, che avrebbero rallentato terribilmente le operazioni, senza protestare o opporsi. L’importante era fare quel che c’era da fare, a qualsiasi prezzo.

Dopo un tempo intollerabilmente lungo, mentre la Rete sugli olomonitor aggiungeva colonne di codice numerico crescendo sotto i suoi occhi, Valentia le disse di iniziare.

Okay, vediamo se uscirò viva da qui o no… e, cosa ancora più importante, se ho avuto una buona idea o sto sbarellando del tutto.

Collegò il suo terminale. Ci volle parecchio prima che la periferica venisse riconosciuta, e ancora più tempo prima che la cruciale domanda

 

EXECUTE? Y/N

 

lampeggiasse sull’olomonitor. Lem disse: “Per curiosità, quand’è che potrò tornare a casa, Vega?”

Mi ucciderai scaricando il cadavere ad Atlantis, tanto per mandare un messaggio chiaro, o farai sbaraccare tutto dopo avermi cacciata fuori di qui?

“Quando avrai finito il lavoro.”

“Quindi tra un bel po’.”

“Porta pazienza.”

Lem premette

 

Y

 

e cominciò a lavorare sulla Rete, un inutile lavoro la cui unica utilità era far sì che avesse il tempo di finire quel che era iniziato, con una Y.

Allend non rimarrà a guardare, appena capirà che sono scomparsa, pensò serenamente, mi cercheranno dappertutto.

Le webcam di New Babel avevano senz’altro registrato tutti i giri a vuoto che Vega aveva fatto, prima di portarla lì. Ci sarebbe voluto del tempo per tracciare il percorso con esattezza, e l’isolamento dello stadio impediva che rilevassero la posizione del suo terminale, ma non aveva dubbi che molto presto fuori da lì si sarebbe scatenata una vera e propria guerra: una volta individuata la Rete clandestina, dubitava che i dualis avrebbero guardato tanto per il sottile.

Non provava paura, mentre abbassava con dolcezza i valori vitali del feto, per farlo scivolare in uno stato sonnacchioso che lo rendesse facile da manipolare. I terminali più lontani andarono in stand by, uno dopo l’altro, man mano che la mente che li animava si ritirava dalle connessioni.

Se fosse stata in Vega, l’avrebbe fatta uccidere. Più sicuro. Ma, d’altro canto, se avesse svolto bene quel lavoro, poteva rivelarsi troppo preziosa, per liquidarla così. La Rete doveva essere accudita.

No, decise, senz’altro l’avrebbero riportata indietro sana e salva, nel caso avessero ancora bisogno di lei, e avrebbero tolto l’incomodo trasferendosi chissà dove… nella foresta mediterranea, magari, piena di conche e colline che oscuravano satelliti e connessioni, o magari su Marte. Prendere il controllo delle colonie poteva essere un buon inizio, forse. Vega si era sicuramente lasciato una via di fuga sicura al cento per cento, prima di compromettersi con la mascotte di Atlantis.

Non aveva importanza. Quella causa non era mai stata la sua, ce l’avevano tirata dentro a forza. Aveva impiegato parecchio tempo a capire, e si scusava con se stessa pensando che, quando cercano di ammazzarti, le tue percezioni vengono un tantino offuscate, ma adesso era tutto limpido e chiaro. Quasi le venne da fischiettare, osservando con quanta fiduciosa tranquillità il feto accettasse le sue direttive, un bambino preso per mano e guidato tra la folla. Se ti serve aiuto, cerca un Drod. Se ti serve una follia, cerca un sapiens.

Non si chiese per che cosa si dovessero cercare i dualis.

“Posso sconnetterlo dal sistema principale? Devo lasciarlo senza contatti per il tempo necessario alla sedazione, altrimenti si creerà conflitto.”

Valentia provò a protestare, ma Vega le fece cenno di tacere. “Vai avanti.”

Lem cliccò sull’icona, e la server farm si spense tutta insieme. Solo sull’olomonitor davanti a lei il codice numerico continuava a cadere, l’alimentazione dal tunnel sul Dace, e solo il suo terminale, collegato direttamente alla Rete, si accendeva a intermittenza, lavorando industrioso.

Sapendo di aver già rischiato abbastanza, Lem si alzò. “Questo è meglio se lo fai tu – disse a Valentia – io non sono una sistemista, ed è troppo delicato sedare le connessioni. Non voglio far danni.”

Valentia parve sorpresa, ma non fece commenti e si mise al lavoro. “Credevo che una biologa sapesse come trattare queste cose.” disse, tanto per chiarire che non aveva ammorbidito la sua posizione.

“Non c’è niente di biologico in questa Rete. E’ pura connessione neurale, come il Dace.”

Distrattamente, si grattò il collo, e constatò stupita che era davvero gonfia, dove Max le aveva praticato l’iniezione. Tastò il punto, e lo sentì bruciare, quasi avesse schiacciato un ascesso all’interno. Non era normale, per una banale iniezione.

Oh cazzo, pensò iniziando a sudare freddo, oh cazzo, cazzo cazzo cazzo…

La Rete era ridotta a un unico terminale, un feto rannicchiato su se stesso. Dormiva, e avrebbe dormito fino alla nascita, per poi ‘svegliarsi’. Il Primo Giorno.

“Adesso devi soltanto…”

Erano passate circa due ore da quando era uscita dall’ufficio, aveva incontrato Vega ed erano saliti sulla Motorale. Due ore sembravano pochissimo, se si usciva la sera per divertirsi, diventavano interminabili durante i meeting aziendali, e contavano quanto tutta la vita accanto a quello stronzo dualis, per il quale naturalmente due ore erano più che sufficienti a capire, verificare e agire.

A interromperla non fu Vega, e nemmeno Valentia, la quale balzò comunque in piedi con un’agilità da felino: fu la voce preimpostata, femminile e atona, del sistema di sicurezza dello stadio.

“Attenzione, si prega di tornare indietro e depositare gli oggetti dotati di dispositivi bellici nella cassettiera, grazie. Attenzione, si prega di…”

Le webcam di vigilanza si focalizzarono sui portoni blindati, in esterno. Erano chiusi, e c’era del fumo che saliva in pigre spirali, sulle superfici d’acciaio, affossate come per i cazzotti di un gigante. Mentre guardava, un altro mortaio esplose, e per un momento la visuale fu oscurata.

“Sei stata tu!”

Non evitò il colpo per abilità, ma per puro istinto: quando Valentia si voltò verso di lei, Lem aveva già iniziato a indietreggiare, e dovette solo abbassarsi, mentre la sventola passava sibilando dove si era trovava la sua mascella, fino a un attimo prima. Si mise al sicuro con un salto e alzò i pugni.

“Li hai chiamati tu!”

“Sono passata sotto gli scanner – Lem cercò Vega, ma lo vide intento a guardare le webcam, gli occhi ridotti a fessure – ho cooperato con voi, non con loro!”

Valentia non sembrava disposta ad ascoltare le sue argomentazioni. Saltò in avanti, un balzo impossibilmente lungo, e quando Lem parò il colpo, le sembrò di essere stata percossa sulle braccia da una sbarra di ferro. Cadde a terra, rotolò via prima che Valentia la calpestasse, si rialzò ansimando.

“Non li ho portati qui – tentò ancora di dire – forse sono soltanto tifosi…”

“Non sono tifosi.”

Vega distolse lo sguardo dalle webcam, per puntarlo su di lei. In quegli occhi neri, che sembravano venire da un altro tempo, un tempo dove il sapiens era l’unico e il resto erano oggetti, non vide nessuna condanna, niente odio, la minima traccia di rabbia.

E nessuna pietà.

“Credevo avessimo più tempo. Almeno un’altra ora… ma sbagliavo. Pazienza.” Indicò una delle webcam, dove il fumo si era dissipato e adesso erano perfettamente visibili i Drod del servizio di controllo, con caschi e scudi di plexiglas rinforzato. Molti erano anneriti dai laser del sistema di sicurezza dello stadio, ma non potevano forarsi, erano trattati appositamente. Uno stava parlando in un megafono, ma l’audio era sconnesso e non si sentiva niente.

Lem disse: “Non li ho portati qui io. Te lo giuro.”

“Li hai portati qui.” Vega attraversò la stanza, le venne vicino, le toccò il collo. Con gentilezza, senza alcuna ostilità. Non voleva aggredirla. Le sue dita erano delicate come farfalle.

“Sei stata modificata alla Allend, giusto? E’ dai loro laboratori che escono le ultime nanomacchine, non nanospie: i sistemi di sicurezza non rilevano apparecchiature mediche, sono inoffensive. Non trasmettono abusivamente, non possono diventare armi… e gli ultimi modelli, quelli non ancora in commercio, non sono neppure uploadati sul Dace. Non figurano tra gli aggiornamenti.”

“Qui siamo isolati…”

“Hanno tracciato il percorso delle nanomacchine, possono farlo anche qui dentro: non sono congegni di trasmissione. Lo si fa, coi malati cronici e i soggetti a rischio, per non lasciarli senza assistenza immediata.”

Lem si morse il labbro inferiore, e per puro miracolo riuscì a impedirsi di lanciare un’occhiata ansiosa al suo terminale, ancora al lavoro. Non devo attirare l’attenzione su quello, non devo. “Se l’avessi immaginato, io…”

Il dolore al braccio la colse da dietro, fulmineo e azzannante. Valentia glielo spinse in su, quasi scardinandole la spalla. “Restituiamogliela, visto che la rivogliono – sibilò – ci sono sei uscite. Gliela rimandiamo indietro un pezzo ciascuna.”

Lem fece scivolare un piede tra le gambe di Valentia, falciò all’altezza della caviglia, accettò la fitta alla spalla, quando cadde con lei. Le piantò il gomito nel diaframma, frugò dov’era la pistola, la trovò… poi una specie di morsa industriale la prese, la sollevò e la fece volare attraverso la stanza. Sbatté contro il muro rimanendo senza fiato, cadde, gemette. Aveva la sensazione che tutte le ossa le si fossero rimescolate dentro la carne, riuscì appena ad alzare la testa per vedere Valentia che si avvicinava. Stava estraendo la pistola.

“Non ucciderla – raccomandò la voce di Vega – ha un lavoro da finire.”

Lem venne tirata su per la cintura, con una sola mano. Si trovò a guardare negli occhi l’avversaria, cercò di colpire, ma fu scossa come una bambolina di pezza. Nessun sapiens originario poteva avere quell’energia.

“Non mi dire – gracchiò – cosa sei, una centometrista? O fai il lancio del peso?”

“Se vuoi gareggiare coi Drod, qualche innesto è inevitabile. Si mettono sempre in mezzo, quegli stronzi.” Valentia la rigirò, le prese le braccia e gliele incrociò dietro. “Anche questa la pagheranno.”

“L’hai scelto tu… di modificarti…” Braccia, gambe e colonna vertebrale erano innesti standard, per gli atleti. Talvolta il cuore ausiliario, se si praticava uno sport che richiedeva particolare resistenza. “Potevi gareggiare nelle categorie sapiens e basta… quando si fa una scelta… ci sono delle conseguenze…”

“Sono trecento anni che un sapiens originario non vince. Lo sapevi?”

“Dobbiamo portare via la Rete, Val.” Per nulla interessato alla guerra che si scatenava alle entrate, Vega era alla postazione e controllava il feto. Il Drod col megafono era scomparso e adesso c’era uno scambio di cortesie laser, da ambo le parti. Lem vide che i cigni bianchi facevano muro, per assorbire la carica della polizia. “Ci copriranno, possiamo uscire facilmente. Lem, non so dirti quanto mi dispiaccia.”

“Vaffanculo anche tu… e tutte le cause del mondo…”

Il dolore ai reni del colpo di Valentia la ammutolì. Si stava togliendo un bel po’ di soddisfazioni, la sistemista cyborg. “Lei la portiamo via?”

“Sì. La rivogliono viva, ci penseranno due volte prima di spararci addosso. E ormai non posso più fidarmi…” Un’ombra di autentico dolore gli passò negli occhi. “Avrei potuto, se non ti avessero messo le mani addosso per primi, Lem. Ma vedi anche da sola che ormai ti tengono in pugno. Mi dispiace, sul serio, ma…” Accennò alla Rete dormiente. Ebbe l’impressione che anche lui evitasse di guardare il terminale collegato.

Sperò che evitasse di guardare il terminale collegato.

“Almeno questo l’hai fatto. Non voglio che ti succeda niente, perciò cerca di collaborare, vuoi?”

Le scene sulle webcam erano di scontri armati tra tifosi e polizia. Al telovideo avrebbero mostrato quello, la gente in cerca di news del primo livello non avrebbe visto altro: una patetica, ridicola recita sotto la quale si annidava la realtà. Come sempre.

Dove sei? Sei almeno sceso al primo, o stai gestendo tutto da Atlantis, alla tua scrivania con una sigaretta in bocca?

Valentia cominciò a trascinarla. Lem si impuntò, ma non poteva competere con innesti cyborg… mentre la porta scorreva, ricordò confusamente che Allend gliel’aveva detto, di mettersi solo contro i suoi simili, e che oltre era meglio non si arrischiasse… ebbe il tempo di pensare che qualche innestino, forse, non avrebbe fatto male neanche a lei, se mai ne fosse uscita viva…

E poi la porta finì di aprirsi e Nilufar sorrise, proprio lì davanti. Aveva ancora i jeans di sintocotone e la maglietta termica, aderente, con cui si erano salutate, all’uscita dal Mi.Da. Coi capelli sciolti e fermati da tante mollettine colorate, sembrava una passante capitata lì per caso, anziché il deus ex machina che Lem avrebbe considerato un ridicolo espediente per risolvere la situazione, se l’avesse visto al telovideo.

Curiosamente, fuori dalla finzione cinematografica, non ci trovò niente di ridicolo.

Ci fu un biancheggiare di ceramica, nella mano della sua amica Drod.

“Serve aiuto?”

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