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Capitolo 20

La prima fu, naturalmente, che Allend non prese bene la scoperta della sua gita al sesto livello, in particolare il destinatario. Per usare un eufemismo.

Come fosse venuto a saperlo o quando era irrilevante, c’erano webcam e tessere magnetiche ovunque. Lem non glielo chiese neppure, quando la convocò nel suo ufficio.

Si limitò ad ascoltare, mentre le esponeva il suo punto di vista sulla totale, assoluta, incontestabile e interplanetaria scempiaggine dei sapiens in generale e delle femmine sapiens laureate in biologia in particolare, annuì quando c’era da annuire, approfittò di un momento in cui stava riprendendo fiato per chiedergli se aveva finito.

No, non aveva finito. Voleva sapere cosa fosse andata a fare da Vega. Lem, che aveva passato una buona metà della sfuriata a contemplare i pesci nell’acquario, sorrise.

“Voglio entrare nei cigni bianchi.”

Fu un bel colpo. Allend ammutolì seduta stante. Gli sfarfallò le ciglia.

“Ho passato a Vega i dati sui test della soglia di sopportazione Drod, alle Reti in conflitto col Dace.”

“Tu… hai…”

“Sì.” confermò, concisa, e aspettò. Non voleva provocarlo, era soltanto curiosa di sapere quale sarebbe stata la sua reazione: al posto di Allend avrebbe aggredito fisicamente l’interlocutore, ma lui aveva troppa classe per abbassarsi a tanto, e non si sorprese nel vedere che tirava fuori il pacchetto di sigarette. Gli fermò la mano prima che accendesse.

“Smettila, o ti buscherai un altro cancro. Vuoi ascoltarmi, adesso?”

Allend si liberò con un gesto brusco. “Quello che hai commesso è un reato, Lem. Per gli atti di spionaggio, la pena va dai dieci anni in su.”

“Lo so, ho ‘fotografato’ il codice penale. In più io ho l’aggravante della premeditazione e dell’istigazione alla strage: credo che potrei arrivare ai venticinque, senza condizionale, e se avrò la fortuna di essere giudicata da un tribunale civile. Ma, in quanto reclutata dai servizi segreti, potrei finire deferita alla corte marziale, e lì è prevista la pena di morte, se ci si trova in stato di guerra. I militari sono sempre un tantino estremisti. Adesso vuoi ascoltarmi, per favore?”

Non c’erano webcam nell’ufficio del capo, ma Lem era sicura che la stanza fosse piena di registratori e nanospie, in modo che niente di quel che succedeva lì venisse cancellato, caso mai servisse. E tutto quello che viene registrato, finisce sul Dace. Quindi saprà tutto.

“Non avete nessuno che sia vicino come me ai cigni bianchi: adesso che è Vega a guidare il gruppo, ho modo di entrare nell’organizzazione, e di trovare la Rete… l’hai detto tu stesso, che mi vogliono dalla loro. Sono capace di far sviluppare l’embrione meglio di chiunque altro, e con le informazioni che hanno adesso, potranno proteggerlo meglio di quanto abbiano fatto finora. Metà della fiducia l’ho già ottenuta, e aumenterà appena vedranno che sono dati reali, non un imbroglio.”

Allend non era il tipo da lasciarsi spiazzare troppo a lungo. Dopo averla ascoltata da dietro una nube di fumo che non si curò di evitare di soffiarle addosso, pose un’unica domanda: “Perché?”

E Lem gli disse la verità, a voce ben alta perché il Dace non perdesse neppure una parola: “Ho ancora dei test da effettuare, sulla Rete. Prima che sia distrutta, voglio finire quello che ho iniziato.”

“Sei pazza.” Allend agitò il braccio, scatenando un putiferio nella cortina di fumo. Le faceva pizzicare la gola, ma non avrebbe tossito, sarebbe stato un segno di debolezza. “Matta, completamente fuori di testa… tu sei una biologa, Lem! Sei un topo di laboratorio, non un agente addestrato, non sai niente di queste operazioni! E hai preso da sola un’iniziativa per la quale occorreva una consultazione dei piani alti. Ti rendi conto del guaio in cui ti sei cacciata?”

Gettò la sigaretta fumata a mezzo. La fece sedere sul divanetto dell’angolo relax e Lem rifiatò, aspirando a pieni polmoni l’aria pulita. Ma come poteva piacergli, quella schifezza?

“Se si venisse a sapere che hai passato informazioni del Mi.Da… Il tuo lavoro è finito, Lem. Basta. Devo licenziarti, per farti tornare in te?”

“Allend, io non ti capisco: posso entrare nell’organizzazione e aiutarti a distruggerla dall’interno, dovresti fare i salti di gioia per un’opportunità simile. Sconnetterò io stessa la Rete dei cigni bianchi, dopo aver fatto quel che devo, non dovrai…” Lo guardò negli occhi, gli mise una mano sulla mano. In quel momento non stava recitando, era sincera, nel dirgli: “Non dovrai rifarlo. Dovevo essere io, e stavolta sarò io.”

Lui distolse lo sguardo, il verde degli occhi così offuscato che sembrava nero. “Tu non potrai. Duecentomila vittime sono troppe per chiunque.”

Lem gli strinse più forte la mano, rendendosi conto, con profonda vergogna, che l’aveva abbandonato nel momento del bisogno. Allend si era sobbarcato il lavoro sporco, anche se sarebbe toccato a lei: deontologicamente parlando, sottrarre a un ricercatore il proprio lavoro era una scorrettezza, ma non era per farle un affronto che Allend aveva preso il suo posto.

Sapevi, o immaginavi, cosa sarebbe successo? Non intendeva chiederglielo. Non voleva sapere fin dove sarebbe stato capace di spingersi.

Gli fermò la mano mentre cercava un’altra sigaretta, e stavolta lui non la respinse. “Farò quello che devo, con il tuo appoggio o senza, non m’interessa: solo che, se non potrò contare su di te, non saprai niente finché non sarà tutto finito. Come vedi, anche tu puoi scegliere.”

“Scegliere? Io?” Allend le rise in faccia, con una durezza adamantina. “Io sono un dualis, non ho nessuna scelta! Siete voi sapiens a poter fare quello che vi aggrada, sei tu che stai decidendo… quale sarebbe la mia scelta? Denunciarti?” Tornò serio. “Sai che non lo farei mai.”

E neanche il Dace. “Allora lasciami fare. Fidati di me.”

“E del richiamo della foresta che senti per i tuoi simili?”

Lem capì al volo cosa intendeva realmente dire. “Tra me e Vega non c’è niente, non c’è mai stato niente e non ci sarà mai niente. Sono per una monogamia all’antica, d’accordo? Possiamo chiudere questo discorso una volta per tutte?”

Ha sconnesso una Rete, causato la morte di duecentomila persone e vede la sua ragazza eclissarsi con il nemico. Non riusciva neanche a immaginare come si sentisse: in Allend niente faceva mai capire cosa stesse pensando realmente, a parte che fumava di più. Poteva soltanto sperare che lui fosse la persona che credeva di conoscere, e non un volto oscuro da cui guardarsi.

Pensò che non era tanto diverso dallo stare con un sapiens, alla fine dei conti.

“Adesso spiegami qual è il protocollo in questi casi. Come hai detto tu, non so molto di infiltrazioni, dovrai guidarmi. Non posso andare sempre a intuito.”

“Sei pazza.”

“Sì, pensavo che nel mio dossier fosse stampato su ogni pagina.”

“Diciamo che è uno di quegli assiomi che si danno per scontati.”

“Devo mettermi addosso delle nanospie?”

Allend si passò una mano sulla fronte, come se fosse esausto. “No, a meno che tu non voglia farti beccare subito. Lem, se devi trascinarmi in questa pazzia, pretendo da te un’osservazione scrupolosa, anzi paranoica, di tutte le mie indicazioni. Se ti dirò di saltellare su un piede solo, l’unica domanda che accetterò sarà ‘quale piede?’. Se ti dirò di ritirarti quando sarai a tre passi dalla Rete, tu lo farai. Se ti dirò…”

“Ho afferrato il concetto. Ma anch’io ho una pretesa.”

“E figurarsi.”

“Voglio poter fare i miei test. Tutti.” Tirò fuori di tasca il terminale nuovo, scintillante e cromato, glielo mostrò. “Mi sono attrezzata, come vedi. Finirò il mio lavoro, a costo di lasciarci la pelle.”

Allend non rispose, come se capisse benissimo fino a che punto era seria. L’attirò a sé, la strinse con una forza che era soltanto l’accenno della reale energia della sua razza, la spinse sui cuscini. Sapeva di non poterla dissuadere in nessun modo, e di non poter far uscire quella conversazione dall’ufficio senza che venisse arrestata: Lem si era bruciata i ponti alle spalle, con la calma di chi sa che andrà solo avanti.

Fecero l’amore con una sorta di disperata intensità, come concludendo un patto, ciascuno dal proprio lato dello schieramento, nello spazio sigillato dell’ufficio chiuso, con le luci spente e l’acquario a darle l’impressione di trovarsi sotto l’oceano, in un tempo lontano, quando Atlantis era una leggenda affondata tra i flutti.

 

La seconda cosa fu, quasi altrettanto naturalmente, la sospensione del programma di sorveglianza. Stormking e Nilufar si videro ridurre il carico di lavoro, quando Allend annunciò che i sapiens del team potevano considerarsi soggetti non più a rischio. Il sollievo, per i Drod e per Padovani, fu quasi palpabile.

“D’ora in avanti, la questione compete alle forze dell’ordine: il Mi.Da passa il testimone e, una volta terminati gli ultimi test – le dedicò un’occhiata in tralice, che Lem sostenne con aria innocente – il progetto sarà considerato concluso. Avete fatto tutti un ottimo lavoro.”

Lem non poté fare a meno di pensare che, al primo livello, una simile dichiarazione sarebbe stata poco meno che una sentenza di morte: dichiarare concluso un progetto equivaleva a licenziare i dipendenti, e le genetiste dei call center avrebbero stentato a trovare un altro impiego, nell’affollato panorama dei lavori poco specializzati.

Lassù, naturalmente, l’unico dispiacere era separarsi dai colleghi: i membri del Mi.Da erano corteggiati dai centri più importanti di Atlantis, nonché degli empirei di qualsiasi altra megalopoli del globo, e Lem era sicura che presto il direttore della clinica degli aborti sarebbe tornato alla carica. Guardò la Mamma, spenta e buia, con il minisurgelatore rimasto inutilizzato, e scrollò le spalle.

“Stormking, Nilufar, venite nel mio ufficio. Dobbiamo parlare delle vostre nuove mansioni, adesso che sarete liberi dall’incarico di bodyguard.” Allend se ne andò seguito dai Drod, e Lem sedette alla sua postazione. C’era molto lavoro da svolgere, anche se lo scoglio più grosso era stato superato, e probabilmente il Mi.Da sarebbe andato avanti ancora per mesi, prima di esaurirsi. Spero che bastino.

Allend l’aveva avvertita: per infiltrarsi nei cigni bianchi le sarebbe occorso molto tempo. La diffidenza era la principale arma di difesa di organizzazioni simili, e lei non poteva aspettarsi di raggiungere la nuova Rete in pochi giorni. Vega la voleva, ma cambiare schieramento non sarebbe stato facile né immediato, visto anche che lei, per i cigni bianchi, era sempre stato un nemico. Come se l’avessi scelto io. Andate tutti a fanculo.

In ogni caso, Allend aveva ragione da vendere e Lem ne aveva preso atto, rassegnandosi e incrociando le dita, perché i dualis non la precedessero sulla Rete. Se fossero arrivati prima di lei, niente di quel che faceva sarebbe servito a qualcosa. Era in gara con la specie destinata a rimpiazzarla, e doveva vincere.

“Ci proverò – sussurrò allo schermo, come se potesse sentirla – ce la metterò tutta, ma… ma devi aiutarmi.”

La videata rimaneva immobile, in attesa dei suoi input.

Tempo e spazio. Mancano sia l’uno che l’altro. Devo aumentare il tempo e dilatare lo spazio.

Due cose da niente.

La terza cosa che successe, e che smentì clamorosamente tutte le logiche e corrette previsioni di qualsiasi persona e corretta potesse fare, fu che Vega le inviò un messaggio, trentasei ore dopo che gli aveva fatto visita. Lem vide l’olomonitor lampeggiare, cliccò per aprire il mittente sconosciuto, e sgranò gli occhi nel leggere.

 

I dati sono stati verificati e applicati. Non so come ringraziarti. Se pensi che possiamo incontrarci, rispondi a questo messaggio, poi ti contatterò io.

 

Con il cuore che martellava, per l’esaltazione frammista al senso di colpa, Lem rispose che potevano incontrarsi, inviò il messaggio, e poi ne inviò una copia in visione ad Allend. Né lui né lei si erano aspettati di ricevere un contatto così presto, che coincideva con il tempo minimo per verificare i dati: o Vega si fidava di lei più di quanto credesse, o aveva un disperato bisogno di una baby sitter per la nuova Rete.

L’aveva contattata in ufficio, un bel rischio, ma non aveva avuto scelta, perché il suo terminale privato era un ammasso glutinoso di silicio fuso, giù nei riciclatori del primo livello; e quello nuovo era ancora sconosciuto ai più. Ma di sicuro aveva preso le sue precauzioni, e calcolato tutto. Un terminale pubblico, oppure in quel momento un altro fornocoltura stava cuocendo l’indirizzo e i dati a cui si poteva rintracciare il mittente… mittente falso, senza alcun dubbio…

Un aculeo arroventato, così preciso che avvertì la pelle che si tendeva prima di cedere facendosi forare, le si conficcò nel collo, da dietro. Un attimo dopo un fuoco liquido divampò sottocute, facendola gridare. Balzò dalla sedia e si allontanò di alcuni passi, dando manate alla parte colpita, pensando a vespe o calabroni, che evidentemente non erano aggiornati sulla stagione e non sapevano che in autunno era buona educazione morire.

Quando si voltò e vide Max, impegnato a togliere la fiala dalla siringa, ne fu talmente sbigottita che si fermò, malgrado il bruciore dell’iniezione. “Cosa…?”

Max gettò la fiala vuota nel riciclatore e intascò la siringa. “Un complesso vitaminico, per tenerti su: ultimamente hai un’aria sfinita.”

Lem rimase senza parole. Si massaggiò il collo, che adesso pulsava come a protestare. “Ma cosa ti salta in mente… brutto cretino, deficiente, idiota…”

“Lo vedi, che l’apatia sta già passando? Ti ha fatto bene.” Max annuì, approvandosi la diagnosi.

“Sei un criminale!” Finalmente recuperò terreno sul proprio sbigottimento, e arrivò la rabbia. “Ma chi ti ha chiesto niente? Come ti permetti, tu, razza di… cretino!”

Non trovava un insulto meno calzante, per un individuo che ti arrivava alle spalle a praticare iniezioni non richieste. Agguantò la prima cosa che le capitò sottomano – una videopenna – e gliela tirò addosso. Max, naturalmente, la prese al volo senza sforzo, e così anche il portapenne, il fermacarte, un vecchio terminale formattato, un pesce di gomma che squittiva (di Chobin), e avrebbe senz’altro bloccato anche la sedia, se prima che Lem la sollevasse non fosse entrato Allend.

“Ma che succede?”

Dalla sua postazione, Buddy bofonchiò che non lo sapeva, e tornò ai sistemi informatici. Quanto a Padovani, sorseggiava un caffè lavorando su un modello 3D, e pareva non essersi neanche accorto del tafferuglio. Al Mi.Da non ci si scomponeva per così poco.

“Devi licenziarlo!” Lem puntò il dito contro il colpevole, il collo che adesso le faceva male come per un crampo. Doveva aver usato un laser più grosso di quelli per iniettare microchip anagrafici ai pinguini domestici, lo stronzo. “Esigo il suo licenziamento, o mi dimetterò seduta stante!”

“E io che mi preoccupo per te. Guarda che bel colorito hai, rispetto a prima…”

Ma anche un Drod poteva capire quando era il caso di girare prudentemente attorno alla scrivania, prima di venire assalito da una debole sapiens.

“Cosa mi hai iniettato, deficiente?” Lem fece il giro a sua volta, ma Max manteneva le distanze.

“Centrox polivitaminico, con un bel po’ di magnesio. Sai, per la depressione.”

“Te la do io la depressione!” Cercò di raggiungerlo, senza successo, finché Allend non la prese per un braccio. “Licenzialo o mi dimetto!”

“Non penso proprio che il capo possa fare a meno del primario di fisiologia cerebrale, sai?”

“Brutto pezzo di…”

“Ehi – Allend mise fine alla rissa – continuate e renderò questa giornata una bella giornata, cacciandovi tutti e due. Quanta pace calerebbe, sotto questi venerandi soffitti.”

“Sono io la parte lesa! Mi ha fatto un’iniezione a tradimento, questo errore evolutivo!”

Allend inarcò le sopracciglia. “Max?”

“Sono il suo medico, non ho bisogno di rendere conto di ogni fase della terapia.”

“Certo che devi!” Lem cominciava a vedere il lato comico della situazione, ma non intendeva assolvere Max mettendosi a ridere. La volta dopo cosa le avrebbe praticato, un intervento di neurochirurgia col tagliacarte? “Capitami tre le mani e ti…”

“Lem, basta. E poi è vero, hai proprio un bel colorito, adesso.” Allend le lasciò il braccio. A differenza di lei, sembrava molto divertito. “Ci penso io, tu torna al lavoro. Ah, e per quella cosa…”

Fece una pausa, così breve che avrebbe potuto essere soltanto per riprendere fiato, ma i suoi occhi verdi divennero acuti – molto acuti. Lem capì che era venuto nel laboratorio proprio per parlarle di quello. Si fece attenta. “Direi che va bene. Non dovrebbero esserci problemi.”

Lem si ricompose e annuì. “Okay. Procedo, allora?”

“Sì. Con attenzione, ma procedi. E tienimi informato.”

Come dialogo era assolutamente ordinario, in un posto di lavoro, e neanche Max parve prestarvi la minima attenzione, quando Allend lo fece uscire dal laboratorio. Lem sperò che gliene avrebbe dette quattro. Si massaggiò il collo, chiedendosi se Max avesse mai pensato che esistevano altri malesseri, oltre a quelli fisici.

Vega rispose pochi minuti dopo, doveva essere connesso, da qualche parte a New Babel. Le chiedeva di incontrarsi all’ascensore Z-987/f del quinto livello, quella sera dopo il lavoro. Terreno neutro, ovvio.

Lem rispose che ci sarebbe stata, e all’ora stabilita fece passare la tessera, salutò i colleghi (tranne Max) e uscì. La sua Motorale quasi le spezzò le dita prima di cedere aprendosi. Doveva rassegnarsi alla realtà che andava sostituita, ma dopo l’attentato al negozio, decise che avrebbe fatto il suo acquisto online: le Motorale andavano provate per apprezzarle, ma era diventata un po’ fobica verso i concessionari. Poteva capitare, se cercavano di ammazzartici dentro.

Vega aspettava al tavolino del bar dell’ascensore. Le chiese se serviva aiuto per ripiegare la Motorale, Lem rispose di no, e serrò i denti quando le si richiuse di scatto sull’indice, alla radice dell’unghia. Ostentando calma, finì di accartocciarla e la ficcò in borsa.

“Non hai perso tempo – gli disse, ignorando il dito che faceva male e il collo che pulsava ancora – hanno tolto il programma di protezione solo oggi. Lo sapevi?”

“Lo immaginavo.” Vega aveva già ordinato la sua aranciata, visto che non prendeva altro quanto erano insieme. “Il Mi.Da è una batteria scarica, ha esaurito la sua funzione. I guai arriveranno dalla polizia e dai dualis. Anzi, stanno già iniziando.”

“Perché, cosa si è inventato il mio capo stavolta?”

Vega sorrise un tantino. “Non c’è solo il tuo capo: abbiamo i direttori dei controllori, commissari, magistrati, l’esercito, e tutti i diplomatici da tutte le parti del mondo, con gli occhi puntati su New Babel. Sono pronti a saltarci addosso, alla prima mossa falsa.”

Lem strinse il terminale nuovo, nella tasca. “Soli contro il mondo, eh?”

“Forse non per molto – Vega si alzò – la Rete è quasi matura, proprio come supponi tu. Ma, anche coi tuoi dati, contenerla è un problema.”

“Questione di giorni?” Lem finì la sua aranciata, ma rimase dov’era. Non voleva farsi trascinare, non più. “O di ore?”

Vega tornò a sedersi, ammettendo implicitamente che quell’incontro era importante, prima ancora di chiedere: “Sei disposta a dirmi come fare per togliere la Rete dal tunnel e connetterla al Dace?”

Ma io questo non lo so, pensò Lem. Non ci siamo mai arrivati, a quella fase. Non che avrebbe avuto importanza: una volta connesso al Dace, avrebbe preso il sopravvento e basta.

Molto probabilmente, il conflitto tra programmazione primaria e istinto di sopravvivenza avrebbe distrutto il Dace, risparmiandogli di dover decidere. Un genitore non uccide il figlio.

Si chiese chi stesse lavorando a quella nuova Rete, e quale fosse la programmazione primaria che vi avevano inserito: friggere il cervello di tutti i Drod, e dei dualis connessi, magari?

Una strage. Da entrambe le parti, sarà una strage.

“Sono disposta a farlo – rispose – non intendo rimanere a guardare.”

“Non è così semplice.”

“Perché non ti fidi di me.”

“Io vorrei fidarmi di te – Vega sembrava davvero rammaricato – ma ci sono delle cose…”

Sa di me e Allend? Lem decise di rimanere in silenzio, aspettare di vedere.

“Tu hai molto da perdere, Lem. Sei nell’empireo, e dopo non ci sarà più nessun empireo. Ci hai pensato, a questo?”

“Si sale di livello, si scende di livello. La vita a New Babel è così.”

Tacque ancora. Era davvero diventata questione di ore, prima che la situazione scoppiasse loro tra le mani? Hai bisogno di me, adesso più che mai. Dio, come devi averli odiati, gli imbecilli che mi hanno fatta schierare coi vostri nemici.

Vega tirò fuori l’aggeggio che Lem aveva già visto, il parallelepipedo cromato con la fotocellula. “Alza le braccia, per favore. No, non serve alzarti.”

“L’unico congegno che porto addosso è il mio terminale.” Disse Lem, e la fotocellula confermò, restando verde. Vega annuì.

“Ti offro un passaggio sulla mia Motorale. Sai, la tua dovresti cambiarla.”

“Sì, dovrei.”

Alla fine, si era deciso. Lem salì sulla Motorale dietro di lui con la calma di un sommozzatore nella gabbia antisqualo.

Vega salì di livello, infilò la superstrada del sesto, poi prese l’ascensore e tornò giù, da tutt’altra parte. Gironzolarono per un po’, quindi furono al quarto livello, e poi di nuovo al quinto, per scivolare dritti giù al terzo, perdere un sacco di tempo in stradine secondarie e vicoletti di aerazione, prendere un ascensore di servizio per il secondo. Lem non chiese niente, immaginando benissimo il perché di tutti quei giri, ma quando furono di sotto, primo livello, con il suo sole al neon e il suo cielo di plastica armata d’acciaio, si sentì serrare la gola e si aggrappò più forte alle maniglie della Motorale. Lì sotto non aveva mai corso veri rischi come in Atlantis, eppure era stato di gran lunga il periodo peggiore della sua vita.

Le strade erano squallide come le ricordava, la gente così ben vestita che ad Atlantis tutti si sarebbero voltati a guardarli: lassù si pagavano un paio di pantaloni quanto quaggiù un mese d’affitto, ma nessuno sentiva il bisogno di sottolinearlo, scegliendo fogge strane o tessuti appariscenti. Era tutto scontato, ad Atlantis. Al primo livello, l’unica cosa scontata era che le cose scontate non venivano colte.

Il giro turistico durò un tempo interminabile. Lem non avrebbe mai pensato che il primo livello potesse essere tanto vasto e tanto monotono, lei ricordava soltanto la colonna-condominio coperta di graffiti, la strada per il capannone del call center, l’interno del capannone del call center, l’abbandono generale, le serrande dello stadio, deformate dai colpi di mortaio.

E ricordava bene. Quando Vega si fermò, all’ombra dell’enorme struttura che proiettava la sua ombra fin nel parco, Lem vide che non erano state sostituite: le conche delle bombe esplose sembravano cazzotti tirati da un gigante, per tutta l’altezza dello stadio, fino alla sommità.

Dato che era una sera infrasettimanale e non erano previste partite, lo stadio sembrava un animale dormiente, un enorme guscio di metallo, blindato e sigillato per proteggerlo dai tifosi che stazionavano lì attorno a tutte le ore, in cerca dei tifosi avversari o di qualche incosciente che non avesse di meglio da fare che cercare guai passando lì.

Lo stadio, e i suoi immediati dintorni, facevano parte di quelle sacche di illegalità che i Drod lasciavano a se stesse, come sfiatatoio per i sapiens più involuti. Meglio riuniti in quella nursery d’acciaio, che in giro per le strade a vandalizzare.

Anche da quella distanza, Lem si sentiva osservata da un gruppo vestito di rosso, blu e viola, con le facce dipinte, i capelli modificati perché crescessero di quei colori, i cinturoni rigonfi di esplosivi. Le donne sembravano ancora più muscolose dei loro compagni, con mascelle squadrate e seni talmente rotondi che dovevano essere duri come pietre.

“Non mi sembra molto sicuro.” Disse, mentre Vega premeva il pulsante per chiudere la Motorale e quella, con docile efficienza, si ripiegava all’istante. “E neanche molto furbo, ti avverto che non ho messo i dati nel terminale, quindi se pensi di derubarmi…”

“Per chi mi hai preso?” Vega si raddrizzò e la guardò, quasi indignato. “Arrivati a questo punto, pensi ancora che voglia soltanto i dati?”

Scacciò il pensiero di Allend prima che la intralciasse. “E cosa vuoi, allora?”

“Se bastasse un database, avremmo un database – rispose Vega – ma perfino i Drod hanno avuto bisogno della componente umana, quando si sono trovati davanti a un balzo logico, tra le informazioni e il risultato. E tu hai dimostrato di essere l’unica in grado di compierlo.”

Vega andò dritto verso il gruppo dei tifosi, che li guardavano trucemente, armati di spranghe metalliche. Lem sapeva che all’interno erano montati laser spessi quanto un polso, capaci di bucare un corpo umano da parte a parte, lasciando una bella impronta nera sul muro retrostante.

Nervosamente, aspettò, mentre uno dei tifosi lasciava il gruppo per avvicinare Vega, che dal canto suo era tranquillo, le mani in tasca. “Ci sono cinque mele. Come si chiama la seconda da sinistra?”

Vega rispose: “Non è una mela, è una bottiglia. Rossa.” Fece un cenno col capo in direzione di Lem: “Lei è con me.”

“Armata?”

E Lem, mentre Vega le chiedeva di sottoporsi alla scansione dei sistemi dello stadio (capaci di rilevare punteruoli laser della grandezza di pochi millimetri, da chiusi), guardò l’enorme guscio di metallo, dentro il quale funzionavano soltanto le connessioni delle emittenti televisive, per impedire trasmissioni pirata. I sistemi di sicurezza disturbavano qualsiasi frequenza non corresse entro la Rete legale, e tutto quell’acciaio isolava completamente le comunicazioni: da dentro lo stadio, non si poteva chattare o inviare messaggi dal proprio terminale. E non si poteva forzare, in entrata o in uscita. Nemmeno con le bombe potrebbero aprirlo.

“Ho la tuta antiproiettile – disse – imposizione dall’alto.”

Il ‘tifoso’ la squadrò freddamente. “Toglila.”

C’era un paravento accanto agli scanner, per quel genere di eventualità. Un paio di donne con la faccia dipinta e le sbarre laser la tennero d’occhio mentre si spogliava. Portarono via la tuta antiproiettile. Lem non protestò e si rivestì.

Allungò il terminale a Vega e passò sotto lo scanner. Quando uscì, se lo riprese, dopo che anche questo fu passato a una scansione per verificare che non contenesse virus informatici o altri sistemi ostili. La sua Motorale si guadagnò parecchie occhiate di disgusto, che ignorò.

Entrò sotto le arcate blindate dello stadio, che si chiusero alle sue spalle appena fu dentro. Erano solo pochi passi di deviazione, rispetto al percorso che aveva fatto quasi ogni giorno, quando viveva al primo.

L’ironia di come bastassero pochi passi per portarti in una direzione totalmente diversa da quella prevista non le sfuggì.

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