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Capitolo 18

Perché una persona abbastanza intelligente da riuscirci [a gestire il Dace, NdR], è anche abbastanza intelligente da trovare modi migliori di spendere il tempo. Se qualcuno domina il mondo è un imbecille, ma nessun imbecille è capace di dominare il mondo.

Interessante paradosso: semplicemente vedremo imbecilli che ci provano senza riuscire.

E’ una spesa per la quale non può esservi alcun ritorno utile, uno spreco di risorse completo. L’autogestione del Dace è il miglior affare che l’umanità abbia mai concluso.

 

(“Elementi di economia di Rete”, ed. indipendenti)

 

Era l’alba quando rincasò, con il sole che si levava glorioso dalla foresta, e la vista delle nuvole rosate, che sfumavano nell’oro e nell’azzurro, era da togliere il fiato, lassù nell’empireo. Ai livelli inferiori si scorgeva al massimo il chiarore lontano, oltre le colonne-condominio, un grigio livido che pian piano diventava giorno. Quell’alba piena di colori era molto meglio.

Rimase a guardare lo spettacolo finché Allend non la richiamò; salutò Nilufar, scesa dalla limousine con l’aria sfatta di chi ha davvero esagerato.

“Mi metto in malattia – annunciò Lem – non credo di farcela, a venire al lavoro domani… stamattina, cioè.”

“Credo che solo Padovani ce la farà.” rispose Allend. Perfino lui sembrava stanco, anche se non a sufficienza, visto che la seguì in casa e Lem finalmente scoprì qual era l’utilità di un letto tanto grande da contenere comodamente due persone.

Il McDonald’s era uno di quei posti dove si poteva entrare solo dopo essere passati per le forche caudine della prenotazione, effettuata con svariati mesi di anticipo: Lem si era sorpresa di come, in poche ore, avessero liberato posto per otto persone, e in macchina aveva accennato alla cosa.

“Ah, occorre prenotare? Io di solito avverto in mattinata, per cortesia.” era stata la risposta di Allend, che le aveva ricordato come le cose fossero un tantino diverse, per i dualis.

Il soffitto del ristorante era una cupola trasparente con proiezioni di pesci e cetacei, e le varie salette erano formate da spesse mura di acquari. A quanto pareva, Allend aveva una vera passione per i pesci, dato che il mâitre lo fece accomodare nel posto più panoramico di tutti, davanti alla parete degli squali. Le lunghe ombre che proiettavano sui commensali davano quasi un tono di sfida all’atto di mangiare, davanti alle arcate dentarie di quei mostri.

Dal canto suo, Lem aveva avuto il piacere di sedersi vicino alla moglie di Max, che era curiosa da un pezzo di conoscere, e che rideva ogni volta che sentiva un calcio nella pancia, simile a una mongolfiera. Anzi, rideva moltissimo in generale, era una persona allegra e simpatica: caratterialmente, si collocava sul polo opposto rispetto al marito. Lem aveva meditato su questo fatto, e su come Max sembrasse molto più tranquillo in sua presenza, quasi si fosse sciolto da pastoie invisibili. La moglie lo prendeva in giro in un modo che lo faceva sorridere, non sembrava neppure la stessa persona che le suscitava desideri poco meno che omicidi.

“Vuoi sentire?” Le aveva chiesto a un certo punto, perché aveva colto Lem a sbirciare il pancione. In realtà si stava chiedendo se, dopo il quarto, si sarebbero fermati, ma era stata fraintesa. “Scalcia da matti, è proprio un maschio.”

“Come il padre, eh?”

“Oh, sì!” F893FG90USW0324VF, al secolo Kitty, aveva annuito convinta. “Però non mi fa mai male, come la seconda, mi distruggeva il fegato, davvero. Invece lui – e si era accarezzata la curva prominente – è proprio come Max: agitatissimo, ma così dolce che non ci si crede. E’ la persona più dolce che abbia mai conosciuto.”

Lem aveva bevuto un altro po’ di champagne, per evitare commenti.

Il McDonald’s non era soltanto un ristorante, ma anche uno dei locali in assoluto più rinomati a livello mondiale: la clientela era composta da azionisti, diplomatici, dualis, luminari, massimi esponenti di ogni branca dello scibile umano, divi del cinema, quelli autentici, non le star usa-e-getta del telovideo. Guardandosi attorno, Lem aveva pensato che probabilmente ormai la consideravano una di loro, ed era imbarazzante, perché lei stessa non sapeva che cosa considerarsi.

“Cos’è quel muso?” Padovani le aveva messo in mano un drink al cui interno una scultura di ghiaccio, un cavallino rampante, fluttuava sciogliendosi adagio. “Per te da oggi inizia una nuova vita, ragazza mia!”

“E’ questo che mi dà da pensare…” Lem desiderava confidarsi con qualcuno, parlare dei suoi dubbi, ma in mezzo a una festa nella quale perfino il direttore era venuto a stringerle la mano e offrire un giro di champagne, la cosa era fuori questione: tutti pensavano solo a divertirsi, com’era naturale.

Nilufar cercava di abbordare Stormking in mezzo alla pista da ballo, e sembrava riuscirci; Buddy si trovava tra due stupende Drod che non parevano badare alla sua trascuratezza, pensando probabilmente che era un tocco voluto di eccentricità; Max con sua moglie si erano defilati nella dark room. Era un gioco abbastanza comune, quello di ritrovarsi col proprio partner nel buio, e di certo sarebbe stato difficile sbagliare, visto lo stato di Kitty. Le sit-com del telovideo, sulle conseguenze di un ‘errore’ di uno dei due partner, non si contavano.

Aveva visto per la prima volta una dualis di sesso femminile, al di fuori dei film: una donna di mezza età, impeccabile tailleur e gambe elegantemente accavallate, che parlava con alcuni Drod i quali pendevano dalle sue labbra. Era molto bella, neanche da dire, senz’altro meglio di lei, che avrebbe potuto essere sua figlia. Poi Allend era tornato.

“Ti va di andarci?” Aveva accennato con la testa alla dark room, che aveva annessa una sauna e un centro massaggi, nel caso qualcuno volesse continuare la conoscenza iniziata in maniera anonima.

“Non molto – aveva risposto Lem, e vuotato il bicchiere – a parte il fatto che ci sono dentro delle persone che conosco, preferirei… qualcosa che posso vedere.”

Non gli aveva detto che la ragione reale era che non voleva essere toccata da estranei, e soprattutto che la infastidiva il pensiero che estranei toccassero lui. Grandioso, dovevo prendermi una cotta da scolaretta proprio adesso, e proprio per un dualis.

“Lo diranno al telovideo?”

“Ma no – Allend era parso stupito da una domanda tanto ingenua – il Dace non lo permetterebbe, e comunque le scoperte scientifiche interessano solo gli addetti. Al massimo passerà una notizia nei canali dedicati, quando riceverai il Nobel.”

Lem l’aveva fissato a bocca aperta, nel chiasso del locale. Vicino a lei, Padovani sembrava averne abbastanza, e infatti poco dopo si era scusato adducendo l’età e aveva lasciato la festa. Molto probabilmente, anziché tornare a casa, era andato in laboratorio, a rimirare il prodigio per non perdere neppure il più piccolo sussulto.

“Sei stata candidata, mi è arrivata la notizia poco fa. Era naturale, dopo la scoperta che hai fatto.”

Candidata al Nobel. Che era come dire averlo già in tasca, visto che dubitava ci fossero in giro ricercatori che avevano fatto una scoperta più importante della sua. Ormai la ricerca non portava più a rivelazioni sconvolgenti, almeno non che interessassero il grande pubblico.

Aveva reagito nell’unico modo in cui poteva reagire uno scienziato che riceve quella notizia: “Ordinami ancora da bere. La cosa più alcolica che hanno, e fammelo fare doppio.”

 

Si alzò con cautela per non svegliare Allend, anche se non era sicura che le percezioni dualis potessero essere ingannate, sia pure nel sonno. Comunque, lui non aprì gli occhi, e Lem andò a farsi la doccia.

Non ho bisogno di fare niente. Ormai è tutto stabilito. Per lei, le porte di Atlantis erano spalancate, a soli ventotto anni: era parte dell’élite e questo non sarebbe mai cambiato, neppure se si fosse dimessa il giorno stesso, cosa che non aveva la minima intenzione di fare.

Quel test era suo, suo, la scoperta le apparteneva, e voleva continuare a lavorarci, ottenere altri risultati, saperne di più. Provava la gelosia esclusivista dello scienziato per le proprie ricerche fruttuose, una gelosia molto diversa da quella che le suscitava Allend, ma non meno intensa. Ormai è tutto stabilito, ed è stabilito così bene che non solo non posso cambiare rotta, ma nemmeno voglio. Uscì dal bagno avvolta nella vestaglia.

Sedette sul divano con Chobin in braccio, godendosi l’ozio e il relax della doccia, tanto che, quando il terminale cominciò a vibrare discretamente – aveva tolto la suoneria per non svegliare Allend – ci mise un po’ prima di decidersi a rispondere.

“Complimenti, ci sei riuscita.”

Lem si raddrizzò di scatto. “Che cosa vuoi?” sussurrò, lanciando un’occhiata alla porta aperta della camera da letto.

“Soltanto congratularmi con te. Candidata al Nobel, addirittura. Non ho mai avuto dubbi che fossi speciale, Lem.”

“Nemmeno io, su di te.”

“E’ un peccato che sia finita così.” C’era rammarico autentico, nella voce di Vega. “Ma la gabbia per criceti di Atlantis è troppo perfetta, perché potessi sfuggirle. Mi sarebbe piaciuto liberarti, davvero.”

“Sono perfettamente in grado di prendere da sola le mie decisioni.”

“In questo caso, dovrei pensare che hai voltato le spalle alla tua specie.”

“Un muro contro muro non può portare da nessuna parte – insistette Lem – vediamoci, parliamone. Tu ti sei fidato di me una volta, e non ti ho tradito, ricordi?”

“Devo chiudere, Lem. Sono quasi oltre tempo massimo, per l’identificazione.”

“Contattami ancora…” prese a dire lei, ma dall’altra parte le rispose solo il ronzio della linea libera. Con un sospiro, mise giù il terminale, pensando che no, le cose non erano poi così lineari e sicure.

“Era lui?”

Trasalì. Allend era sulla porta, con addosso i pantaloni e la camicia, lucido e sveglio. Lem pensò di mentirgli, ma sarebbe servito soltanto a litigare.

“Era Vega – confermò – voleva congratularsi per la candidatura al Nobel. Com’è che lo vengono a sapere tutti prima di me?”

“Suppongo che l’indirizzo della chiamata sia stato anonimizzato.”

Lem gli diede il terminale, per non discutere ulteriormente. “Suppongo tu sappia perfettamente dove abita, ma se vuoi anche il suo indirizzo telematico, accomodati. Hai fame? Pane tostato con burro e marmellata va bene?”

Cosa sarebbe peggio? Tradire la mia specie, o tradire Allend?

Versò il caffè e portò in tavola le fette di pane, ma Allend non sembrava disposto a mollare la presa.

“Dovresti cambiare indirizzo: se il tuo amico può raggiungerti quando vuole, non sei sicura al cento per cento.”

“Mi fido di Vega.” C’era un limite all’acquiescenza che era disposta a concedergli, e lo stava superando in quel momento. “Mi ha avvertita lui, dell’ultimo attentato. Non mi vuole morta più di quanto non lo voglia tu.”

“Già. E’ proprio questo il problema, eh?”

Lem lo guardò, senza capire.

“Correrai da lui, implorando il perdono sapiens per la tua scoperta?”

“Non essere…” si interruppe. Fino a quel momento non si era resa conto che Allend, oltre che diffidente, era anche geloso. Si accorse che la cosa le faceva piacere, malgrado tutto.

“Vorrei che fosse possibile un punto d’incontro – disse, più gentilmente che poté – non puoi farmene una colpa, se vorrei che questa guerra finisse.”

Allend mangiò il suo pane tostato e imburrato, senza rispondere, così a lungo che Lem pensò non l’avrebbe più fatto. Invece disse: “Il problema è che siamo troppi. Il Dace, i Drod, i dualis, i sapiens… prima o poi qualcuno dovrà farsi da parte. E non  saremo noi, poco ma sicuro.”

E, con l’intuizione di chi sa di aver afferrato un concetto ovvio, Lem capì che Allend la includeva in quel noi.

 

Quando arrivò il buio, a New Babel e in qualunque pianeta abitato dall’uomo, erano passati due giorni.

La Rete del Mi.Da era stata collegata a una server farm, in ambiente sterile e protetto, perché l’utero non bastava più a contenerla. Guardando i cavi di alimentazione che partivano dal sacchetto argentato, connessi ai vari server, Lem si chiedeva come avrebbero fatto a mantenere l’embrione, quando fosse diventato adulto.

“Tra poco non avrà più bisogno delle porte USB – accanto a  lei, Buddy si massaggiava le tempie, con aria sofferente – si connetterà da solo, attraverso la rete wireless.”

“E’ ancora allo stato fetale, ci vorrà del tempo perché sia autosufficiente.”

Buddy teneva gli occhi fissi oltre il vetro della stanza dei server. “Sta crescendo in fretta, però. Il Dace l’alimenta ancora, ma tra poco potrà nutrirsi da sé.”

Lem non vedeva come fosse possibile. La crescita cellulare era talmente rallentata che, se i Drod non fossero stati concordi nel dire che lo sviluppo continuava, lei avrebbe concluso che stava arrestandosi. “Biologicamente, è poco più di un’ameba.”

“Biologicamente, non deve essere niente di più. Sta crescendo qui – e si toccò la fronte – dovremo far montare dei doppi vetri, mi scoppia la testa se mi avvicino troppo. La sento che cerca di intrufolarsi, di trasmettere… è come un bambino che ti strilla nelle orecchie in continuazione, scusa.”

E si allontanò, lasciandola sola a meditare sul paradosso: poche cellule, il necessario a esistere sul piano materiale… quale sarebbe stato il suo sviluppo? Forse, come un bruco che muta in farfalla, alla fine il Mi.Da si sarebbe lasciato alle spalle quel bozzolo microscopico di vita biologica, per diventare come la Rete madre, pura connessione neurale?

L’avrebbe dovuto annotare. Tutte le sue annotazioni venivano esaminate da equipe di cui non aveva neppure mai sentito parlare: la contattava gente da tutti gli angoli del globo, per avere due righe scritte dalla dottoressa Irene ‘Lem’ Nakamura, e le principali riviste scientifiche le facevano una corte spietata, per ottenere qualche articolo a titolo di pubblicazione. I suoi saggi erano venduti per cifre da capogiro, prima ancora di essere scritti o anche soltanto concepiti. Padovani le aveva offerto di presentarla al suo agente, Lem aveva temporeggiato, un po’ disorientata da come si erano messe le cose.

“Come faccio a firmare articoli e saggi? Non dovrei essere morta, io?” Aveva chiesto ad Allend, facendolo ridere di cuore.

“Sei morta per il telovideo spazzatura, e ti faranno resuscitare giusto il tempo di nominarti quando prenderai la statuetta. Di che ti preoccupi?”

“Di mia madre. Quando saprà che sono viva…”

“Lem – Allend aveva adottato quel tono comprensivo per il quale le sarebbe tanto piaciuto strozzarlo – tua madre a stento sa cosa sia, il Nobel. Penserà a un’omonimia, dato e non concesso che cerchi una notizia simile: non passerà certo per le news del giorno, non è abbastanza piccante o abbastanza strappalacrime.”

“Cavoli, la consideri proprio una ritardata, eh?”

“Non volevo insinuarlo.”

Sentendo arrivare un’altra emicrania, si era dovuta fare un’iniezione, e aveva evitato Allend per il resto del giorno, adducendo il carico di lavoro come pretesto. Ma non aveva potuto evitare di essere intercettata in uscita, né di accettare il suo invito a cena, durante il quale le aveva rinnovato le scuse per l’insulto rivolto a Cherry. Lem, che di sua madre pensava cose anche peggiori, aveva risposto che non importava.

Il giorno dell’oscuramento di New Babel si portò Chobin al lavoro, perché il pinguino era diventato un po’ irrequieto negli ultimi tempi: segno che stava maturando sessualmente e che era quasi ora di farlo sterilizzare. Decise quindi di abusare della sua raggiunta fama, e piazzò il cuscino a forma di balena accanto alla scrivania, in modo che la vicinanza lo calmasse un po’. Come aveva previsto, l’unico che fece commenti caustici fu Max.

“Cos’è, una cavia? Vuoi provare a innestarci quella cosa?” Non chiamava mai il Mi.Da col suo nome. Per Max era sempre ‘quella cosa’ o ‘il tuo test’.  “Lo sai che i pinguini giovani sono squisiti, dopo mezz’ora nel fornocoltura?”

“E’ la fine che ha fatto quello delle tue figlie?”

“Veramente abbiamo un cane. Sporca fuori, cammina senza sembrare un palo traballante, e non tiene occupata per ore la cabina doccia.”

“Passo troppo tempo fuori casa e lo lascerei solo. Non ti darà fastidio, tranquillo.”

“E’ un’altra, la cosa che mi dà fastidio.” Max si portò una mano alla fronte, come per una fitta improvvisa. “Quando arrivano i vetri nuovi, per la miseria?”

Lem aveva creduto che i Drod avrebbero provato un’immediata affinità con la nuova Rete, superiore alla sua per via del canale privilegiato di connessione, invece sembrava che il conflitto li rendesse insofferenti al Mi.Da.

Già un padrone è oppressivo, due diventano troppo per chiunque.

Iniziava a pensare che essere sapiens fosse un vantaggio incredibile, dovendo lavorare così vicino al nucleo di una nuova Rete. Lei e Padovani potevano entrare nella stanza della server farm senza difficoltà, effettuare i test e gli screening, prelevare le copie di backup e uscire, senza avvertire niente più che il ronzio delle macchine in funzione.

Anche Allend non pareva manifestare problemi.

“Certo che lo sento – aveva risposto quando gliel’aveva chiesto – ma è ancora un embrione, e poi posso escludere tutte le Reti, se voglio. Potersi sconnettere a piacere è uno dei tanti vantaggi dell’ibridazione, anzi direi il principale.” Si era incupito un attimo. “Soprattutto per questo progetto.”

Diligentemente, Lem aprì un file per annotarci le reazioni dualis sulla Rete Mi.Da. Ricevette quasi ottocentomila richieste di lettura in poche ore, da ibridi di tutto il pianeta: uno studio simile era completamente innovativo, i dualis stessi conoscevano ancora poco la loro natura, per cui erano avidi di qualsiasi informazione li riguardasse.

Dato che sembrava una questione vitale, Lem mise il file di libera consultazione, anche se Max le diede della stupida che gettava al vento un sacco di profitti. I dualis non erano precisamente senzatetto bisognosi dell’altrui carità.

“Viene Allend a prendermi, più tardi – disse a Nilufar quando tornarono a casa – quindi tu puoi fare quello che vuoi, non preoccuparti.”

“Com’è che non è venuto direttamente?”

“Aveva da fare in ufficio. Fa sempre tardi, da quando il test ha avuto successo.” E fumava anche un sacco, ormai praticamente non lo vedeva più senza sigaretta in mano. Prima o poi gli avrebbe fatto un discorsetto…

Nilufar ridacchiò. “Ma che carina, sai proprio tutto di lui… certo, ci voleva il Mi.Da per farvi dare una mossa!”

“Scusa?”

Nilufar annuì convinta. “Ma sì, erano mesi che scommettevamo se vi sareste dati una svegliata oppure no. Max voleva chiudervi insieme in una stanza, oscurare tutto e aspettare. Secondo Padovani, era solo un problema di gerarchie, perché sarebbe stato antipatico se il capo avesse fatto avances a una dipendente. Buddy invece…”

“E vi capitava anche di lavorare ogni tanto, mentre parlavate dei fatti altrui?”

“Ogni tanto – Nilufar la salutò allegramente sulla porta di casa – però era divertente vedere il capo che si comportava come un fidanzato geloso. Cioè, lo fa anche adesso, però adesso è davvero un fidanzato geloso, non è la stessa cosa… okay okay, ci vediamo!”

Lem aveva fatto il gesto di avventarsi e Nilufar si era messa in salvo sul vialetto. La guardò aprire la sua Motorale, un lampo verderosso – sì, doveva proprio decidersi a cambiare il suo catorcio squamato – e sparire dietro l’angolo, diretta a qualche divertimento serale.

Tanto l’ammazzo domani. Brontolando tra sé attraversò il vialetto, sfiorò la fotocellula per entrare, e la spia, da rossa che era, si spense.

L’attimo dopo, l’intera New Babel era al buio.

Lem barcollò. Non era abituata all’oscurità, e soprattutto non all’aperto. C’erano sempre luci artificiali da qualche parte, anche negli angoli più nascosti; qualcosa filtrava sempre, dalle tapparelle, dalle spie degli elettrodomestici, dalle insegne lontane… sentì Chobin pigolare impaurito, si abbassò e lo raggiunse a tentoni. Lo prese in braccio.

“Buono, piccolino, non è niente, solo un black out.”

Ma la notte era immensa e profonda, ovunque spaziasse con lo sguardo. Non c’era nessuna luce, neanche lontana, non un sistema di emergenza, nessun puntino di riferimento. La cappa del cielo era abbacinante di stelle, e Lem rimase senza fiato, vedendo quante ce n’erano, adesso che le luci di New Babel erano morte. La Via Lattea era un solco biancheggiante, le costellazioni schegge di diamanti, una vista primordiale, immutata dall’alba dei tempi.

“Stupendo…” Suo malgrado, era ammirata. Chobin pigolò ancora, Lem si guardò intorno, cercando una spiegazione, sentendo voci di persone lontane che non poteva vedere.

Provò a chiamare: “C’è nessuno?”

“Sta bene, dottoressa?” Era la sua vicina, la Drod di mezz’età. Veniva dall’alto, doveva essersi affacciata per cercare di capire. “E’ ferita?”

“Sono solo rimasta chiusa fuori. Ha idea di cosa sia successo?”

“No – la voce si tinse delle striature bluastre del panico – è tutto buio, da tutte le parti…”

“Un black out, penso…”

“Non capisce!” La donna parve non controllare più la paura. “E’ tutto buio, dappertutto! Non c’è il Dace, non c’è più! La Rete è scomparsa!”

Ma, proprio mentre lo diceva, prima ancora che Lem provasse una fitta alle possibili implicazioni di quel fatto, la lucina rossa della sua porta si riaccese, insieme a tutte le altre, fino all’orizzonte e oltre. Fu un’ondata, un ventaglio che si allargò coprendo il buio con un’intelaiatura di giorno artificiale.

Si sentirono grida e rumori di cose rotte, pianti di bambini e adulti, imprecazioni frammiste a richieste di spegnere quel dannato robot. Da qualche parte, un vetro tintinnò infrangendosi. Lem socchiuse gli occhi finché non si furono abituati alla luce improvvisa, tutte quelle luci finte che stupravano la notte.

In cielo, le stelle erano scomparse.

La Rete è scomparsa.

“Dio – strinse Chobin così forte che il pinguino si dibatté – è successo qualcosa, al Mi.Da…”

Entrò in casa e si precipitò al terminale, che si stava ancora riavviando. Fremette nell’attesa, mentre un’ipotesi più fosca dell’altra le si faceva largo nella mente.

Non c’è il Dace, non c’è più.

Che il Mi.Da avesse preso il controllo, ‘uccidendo’ il suo genitore?

Avrei dovuto chiederlo alla mia vicina, pensò sedendosi di fronte al computer e avviando la chiamata vocale. Dovevo chiederglielo, lei sicuramente lo sa già…

Il destinatario era occupato. Lem mise la chiamata in attesa, assegnando priorità massima, pur sapendo di essere solo una delle tante massime priorità, si mise a camminare avanti e indietro, con Chobin che la guardava perplesso.

C’entra il Mi.Da. Non aveva modo di verificarlo, ma ne era così sicura che lo dava per scontato. Guardò il terminale. E rispondi, una buona volta!

Sperò che Nilufar non fosse incorsa in qualche incidente, sulla sua Motorale. Fortunatamente era improbabile, i Drod non si facevano male facilmente.

Il terminale lampeggiò per indicare che la linea si era liberata. Lem si precipitò a rispondere.

“Cosa è successo al Mi.Da?”

“Perché pensi che c’entri il Mi.Da.” Ma la voce di Allend appariva scossa, incapace di celare la verità. Evidentemente parlava così solo per l’abitudine di non dare mai informazioni gratuite. “Il black out ti ha creato problemi?”

“Cosa è successo al Mi.Da?”

“Tutto questo era completamente imprevisto…”

Cosa cazzo è successo al Mi.Da?

“Intanto, sembra che i danni al Dace siano minimi: si è persa solo qualche connessione secondaria, ma i sistemisti sono già al lavoro per ripristinare gli operativi… purtroppo le connessioni salvavita sono saltate, ci sono state delle vittime, specie ai livelli più bassi…”

“Allend – si sforzò di non mettersi a urlare – c’è stato un black out non per un’interruzione di elettricità, ma perché il Dace si è spento.” Il Dace, che alimentava le reti di comunicazione, di alimentazione, di emergenza, di energia, in tutto il mondo, e anche sui pianeti esterni. La Rete, l’intera civiltà umana. “Adesso dimmi cosa è successo, o giuro che…”

Si interruppe. Non sapeva cosa giurare. E un sospetto orribile si stava infiltrando tra le crepe che quell’evento aveva prodotto nella sua realtà, una realtà dove il cielo era in alto, la terra in basso, la gente camminava, i pinguini nuotavano, e il Dace non poteva spegnersi, come non si spengono le stelle.

Però si oscurano, basta accendere una luce più forte.

“Perché ti sei fermato in ufficio, stasera? Cosa dovevi fare… cosa hai fatto?”

“C’è un motivo per cui è un dualis a capo del Mi.Da, Lem.” Seguì una pausa carica di rumori statici, probabilmente Allend doveva gestire in contemporanea decine di chiamate. Avrebbe potuto lasciarlo lavorare e recarsi di persona sul posto, ma non lo fece. Doveva sapere subito, all’istante.

“Un sapiens non avrebbe capito cosa succedeva finché non fosse stato troppo tardi. Un dualis può connettersi alla Rete, ma se occorre sconnettersi, respingerla: un Drod non avrebbe potuto. Lo sai.”

Un’altra pausa. Lem aspettò.

“L’hai visto da te, come stava crescendo in fretta. Molto presto non avremmo più potuto contenerlo, sarebbe entrato in conflitto col Dace. A livello embrionale, stava già succedendo.”

Max e le sue emicranie. Buddy e le sue smorfie. Lem chiuse gli occhi, sapendo che il peggio stava per arrivare.

“L’hai ucciso.”

La voce le uscì sorda come una condanna inespressa. “L’hai staccato dalla server farm, l’hai sconnesso dal Dace… e l’hai ucciso.”

“Era necessario. Non potevamo aspettare ancora. Già adesso riusciva a influenzare i Drod, entro pochi giorni li avrebbe annessi alla propria Rete: non potevamo correre un rischio simile. Né a New Babel, né in qualsiasi altro posto.”

La mano le tremava talmente tanto che dovette posare il terminale sul tavolo e mettere il viva voce.

“Quando l’hai staccato dal tunnel di alimentazione, il Dace ha subito uno choc. Hai ucciso suo figlio. Lo stava nutrendo, lo allevava, e tu lo hai ucciso. E’ come se gli avessi sparato. Gli hai fatto del male. Lo hai torturato.”

“Il Dace è già ripristinato.”

“Non capisci.” Lem chiuse gli occhi, la sua mente tornò a quella sera, quando aveva concepito il figlio del Dace. Vedeva e sentiva tutto come se si fosse trovata ancora lì: quel BEEEEP, scaturito senza motivo, o almeno senza un motivo che avesse capito sul momento, le perforava le orecchie come un punteruolo.

“Era stato lui a chiedermelo… ero lì, a un passo dall’arrivarci, ma non ci sarei arrivata, e allora il Dace mi ha… mi ha chiamata, capisci? Lui vuole riprodursi, è il primo imperativo di qualsiasi specie vivente. Me lo ha chiesto.” Si coprì il viso con le mani.

“Ti stai suggestionando troppo, Lem.”

“Mi sono mai sbagliata, su queste cose?”

Allend evitò di rispondere. “Non è colpa tua, sono stato io a farlo. Mi spiace averti scavalcata, dopotutto era la tua ricerca, ma è stato inevitabile.” Una pausa. “Sapevo che non avresti potuto: avresti rassegnato le dimissioni, piuttosto. Per te non sono soltanto test di laboratorio.”

Lem non rispose.

“Era necessario.”

Lem rimase in silenzio, guardando lo schermo del terminale, chiedendosi cosa provasse in quel momento il Dace, che continuava a trasmettere informazioni, che sentiva quella conversazione, e sapeva che erano gli assassini di suo figlio a discutere, in quel preciso istante. Chissà se ricordava, o se lo choc aveva resettato l’esperienza, come capita talvolta a chi riceve una notizia troppo brutta per sopportarla.

Per esistere, lui può soltanto gestire l’intero sistema su cui si basa la civiltà umana. Che gli piaccia o no, è la sola cosa che lo rende vivo, come per noi respirare.

Siamo parassiti, per il Dace.

“Stava entrando in concorrenza con noi. Abbiamo già abbastanza problemi a coesistere, senza altri a reclamare uno spazio che non c’è.”

Era vero, ma Lem non si sentiva in grado di sopportarlo. “Quindi adesso sai dove cercare, per uccidere anche l’altro. Quello dei cigni bianchi. Ho fatto io in modo che aveste gli strumenti per riuscirci. Congratulazioni.”

“Lem…”

“Non puoi farti supportare dal Dace, però. Non ti aiuterà, a trovare l’altro suo figlio e a sconnetterlo. Dovrai arrangiarti.” Si alzò e si chiese come ci riusciva, visto che tremava così tanto da stentare a reggersi in piedi.

“Scusa, ho bisogno di stare un po’ per conto mio. Mettimi in malattia, in aspettativa, sospendimi, quello che vuoi. Tanto adesso non hai più bisogno di me, i test che dovevo fare li ho fatti.” Cercò disperatamente di conservare un tono calmo e razionale. “Ti richiamerò io, più avanti. Quando l’emergenza sarà rientrata.”

“Sarebbe cambiato qualcosa, se ti avessero usata i cigni bianchi?”

Chiuse la comunicazione senza rispondergli.

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