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Capitolo 17

 

E tutto cominciò

quando Dio in faccia ci sputò

e poi ancora scaracchiò

e il Dace si svegliò.

 

(filastrocca in voga alla facoltà di filosofia della NeoBo, settimo livello, New Babel)

 

Passare il week end a casa era una novità assoluta: le abitazioni, ai livelli inferiori, servivano per dormire o consumare qualche pasto, per espletare funzioni fisiologiche o per connettersi in Rete senza avere qualche curioso sopra la spalla, ma se si voleva di più, rimanere rinchiusi in pochi metri quadri era impensabile. ‘Se vuoi passeggiare, vai al parco’, era la frase fatta che si rivolgeva a chi si lamentava dello scarso spazio a disposizione, e Lem aveva sempre condiviso quella linea di pensiero. Con tanta gente al mondo, pretendere di occupare più posto dello stretto necessario significava sottrarlo a qualcun altro, cosa che trovava ingiusta.

Ad Atlantis le regole erano completamente diverse. Quando disse a Nilufar che sarebbe rimasta, a riordinare e oziare, l’amica annuì, non trovandoci niente di strano, e le chiese soltanto di non uscire finché lei non fosse tornata. Dato che il residence era abitato esclusivamente da Drod, poteva permettersi una mezza giornata di libertà, purché Lem avesse cooperato; cosa che Lem intendeva fare, per il bene dell’amica e del proprio. Rendere le cose difficili non sarebbe stato utile a nessuno.

Il tempo non passava mai. A metà mattina, dopo aver pulito e lucidato i robot domestici, uscì in giardino a godersi il verde, giocò con Chobin che sguazzava nella sua piscinetta, lesse il best seller della settimana (sforzandosi di non ‘fotografare’ le schermate, per impiegarci più tempo), ma la sua mente era rivolta in un’unica direzione, con una forza quasi ossessiva.

E se lo chiamassi? Se gli mandassi un messaggio?

Non aveva mai avuto nessuno scrupolo a farlo, prima. Ma prima non era adesso, e adesso non voleva risultare appiccicosa e assillante. Probabilmente, comunque, Allend aveva già fatto da giorni il programma per il week end e adesso era a sciare sulla Luna, o roba del genere.

Il best seller era una stupidaggine: parlava di un tizio del primo livello, che si sottoponeva a un test genetico per guadagnare i soldi necessari a mandare il figlio a scuola su al quinto, ma qualcosa andava storto, cosicché, di notte, il suo DNA si ricombinava trasformandolo in un Drod. Il seguito riguardava l’uccisione del bambino e la sua guerra contro gli spietati scienziati droidi che vedevano in lui una minaccia, l’immancabile tettuta genetista Drod che tradiva i compagni per unirsi alla causa dell’OGM, finale di esplosioni e nascita del nuovo eroe, che essendo privo di programmazione primaria poteva punire allo stesso modo Drod, dualis e sapiens.

Annoiata, Lem spense il lettore sulle righe che parlavano di New Babel vista dall’alto, che all’eroe sembrava un gigantesco flipper, pieno di palline impazzite. “Dovevano intitolarlo il Drod mannaro.”, e si allungò sulla sedia a sdraio per godersi l’ultimo sole della stagione.

Quando il terminale squillò allegro, a segnalare l’arrivo di un messaggio, saltò su così forte che Chobin smise di nuotare e la guardò, allarmato. Non essere ridicola, si disse scorrendo la rubrica, non essere…

Il messaggio era anonimo. Provò una fitta di delusione, l’attimo dopo si sentì molto stupida per essere delusa. Lesse le poche, ermetiche parole del contenuto e si accigliò.

‘Accendi il telovideo sulle news del giorno.’

“Non un altro attentato, no!” Con un gemito, Lem rientrò e sciolse la cordicella che teneva arrotolato il telovideo. Non l’aveva mai guardato da quando viveva ad Atlantis, e quella era la prima volta che accendeva il proprio: con delle finestre e un giardino, non le serviva certo la visuale panoramica.

Non si stupì nel constatare che era un modello grande, retroilluminato e con più funzioni di quelle che sarebbero state ragionevoli per uno schermo pieghevole. A cosa serviva l’opzione vocale per registrare da distanze superiori ai duecento chilometri?

Ci mise un po’ a capire a cosa servissero i vari comandi, ed era già spazientita quando infine si collegò alle news; ma, quando vide sul menu la notizia sollecitata dal messaggio, rimase a bocca aperta.

La selezionò, sapendo che poteva essere solo quella, tra il divorzio di una cantante Drod dal suo Drod marito-manager e il dramma umano dei coloni di Venere rimasti sprovvisti del carburante delle Motorale.

“Per la Coyo Network, la vostra inviata AnaMia: ci troviamo nei pressi dello stadio, primo livello, area Lampedusa, per un servizio esclusivo sul blitz che ha sgominato la banda degli antiabortisti. Tale associazione, denominata in codice ‘i germani reali’…”

Lem trattenne a forza le risate, per non perdere il filo, ma dal naso scapparono fuori gli sbuffi repressi, e ascoltò il resto sussultando e strizzando gli occhi.

“…si è resa responsabile di innumerevoli attentati ai danni delle cliniche abortive, tra i quali ricordiamo quello al quarto livello e, a seguire, il feroce assassinio della dottoressa Irene ‘Lem’ Nakamura, fautrice del diritto all’aborto, sotto gli occhi delle videocamere e della madre.”

Prima le videocamere, poi mia madre. Quando si dice avere ben chiare le priorità.

“Un’efferatezza difficile da descrivere, e un sollievo per la popolazione, adesso che i responsabili sono stati posti in manette… ecco che escono!”

Non vide granché: i Drod tenevano a distanza i curiosi, e coi teleobiettivi si potevano osservare soltanto dei tizi curvi su se stessi, che si proteggevano la faccia con le mani. Innumerevoli attentati? Tolti quelli censurati dal Dace (da Allend), i giornalisti potevano conoscere solo il primo.

“La parola alla persona che ha reso possibile l’operazione, in un’intervista esclusiva della Coyo Network: perché le notizie, prima, passano da noi!”

La cronista sembrava eccitata, ansimava e aveva goccioline di sudore che scorrevano tra i seni, senz’altro parte del trucco di scena. “Trenta secondi per lo sponsor, poi vi aspettiamo qui, per tutti i dettagli! Non perdete la vostra unica occasione di conoscere la verità!” La musica pubblicitaria partì a volume raddoppiato, facendo trasalire Chobin.

“Io veramente l’avrei persa tanto volentieri, ma quel treno passa da casa mia in continuazione…”

Pazientemente, Lem attese che l’imbecille travestito da lattina smettesse di ballare cantando le virtù dello sponsor, tra due ali di vallette che indossavano un tanga di lustrini, orecchini a forma di tappo, e nient’altro. Purtroppo non si poteva usare la funzione di avanzamento veloce, con la pubblicità.

“Così hanno preso i cigni bianchi.”

Era impressionata. Filtrando la notizia di tutte le cazzate, di colpo capiva il motivo per cui Allend era stato sotto pressione, negli ultimi tempi… o no? Probabilmente, lui non avrebbe dato tanta risonanza all’evento: sarebbe stato più nel suo stile smaltire la cosa con discrezione, in silenzio, non è mai successo niente, portate i giornalisti in qualche vicolo e mostrate loro come si può usare una videocamera per procurarsi un orgasmo anale. Con Max come solerte esecutore. Le venne il dubbio che Allend non c’entrasse.

“E ora, per la Coyo Network, l’emittente dove le notizie si fermano per prime, l’intervista esclusiva alla persona che ha portato le forze dell’ordine nel covo dei germani reali, stroncando la pericolosa organizzazione sovversiva – la cronista sembrava sul punto di svenire, per l’emozione – con il suo eroico coraggio, ecco a voi… Vega!”

La saliva le andò di traverso e Lem iniziò a tossire, mentre il viso bianco e nero del ragazzo veniva inquadrato, in un primo piano che sfumava le irregolarità dei lineamenti. Forse era un effetto delle luci di scena, ma aveva l’aria trasandata del guerriero stanco.

Perse le prime battute perché dovette andare a prendersi un bicchiere d’acqua, ma mentre lo sentiva raccontare, con tono teso ed emozionato, di com’era stato cooptato con la forza, finché non aveva trovato il coraggio di andare a chiedere protezione alla polizia, Lem pensò che quel che diceva contava poco. Era l’accaduto a contare, e anche se non l’aveva visto coi suoi occhi, poteva leggere la verità dietro la notizia, come in un libro aperto.

Ci sei riuscito, ti sei liberato dei criminali, sono tutti lì impacchettati e consegnati. Adesso i cigni bianchi sono in mano tua, vero?

Bevve altra acqua. Sullo schermo, Vega spiegava che aveva collaborato con le forze dell’ordine raccogliendo prove, a rischio della propria vita,  finché non era stato reclutato per un’operazione criminosa, che aveva reso necessario il blitz.

“La mia paura più grande era che mi trovassero addosso le nanospie – spiegò, gli occhi neri fermi sull’inquadratura – non avrei avuto scampo, in quel caso.”

E scommetto che le spegnevi, quando volevi che i Drod ignorassero qualcosa, pensò Lem. O quando eri in compagnia di qualche elemento che poteva servirti, che può servirti. Li hai spazzati via come foglie secche, ma solo quelli che volevi.

Non aveva pensato che Vega avrebbe epurato l’organizzazione dei cigni bianchi in quel modo. Aveva usato quegli stessi Drod che tanto disprezzava, si era servito di loro, aveva consegnato gli attentatori, i pazzi, gli incontrollabili… chi rimaneva, adesso?

Quelli pericolosi. Quelli di cui avere paura sul serio.

“E adesso come pensa di tutelarsi da eventuali rappresaglie?”

“Gli antiabortisti non sono tutti così – rispose Vega, e Lem tradusse mentalmente ogni singola parola – ce ne sono molti di ragionevoli, persone che hanno le loro idee e le portano avanti in maniera pacifica. Non ho cambiato il mio pensiero, e intendo lottare per far sì che possa affermarsi: ma la strada della violenza serve soltanto a far odiare la nostra causa, e questo è sbagliato. La mia missione, da qui in avanti, sarà di far capire alla gente che l’aborto è sbagliato, non compiere atti socialmente riprovevoli, per imporre la mia idea!”

La cronista ricominciò a parlare, ma Lem aveva già sentito abbastanza. Vega non avrebbe potuto essere più chiaro di così, e sotto un certo punto di vista, era stato gentile a dichiarare una cosa simile: le aveva in pratica detto che nessuno avrebbe più cercato di ucciderla.

E allora perché penso che i guai stiano per iniziare adesso?

Tirò fuori di tasca il terminale e chiamò Allend. Non era più imbarazzata o tesa all’idea di sentirlo,  ma riteneva che il prezzo da pagare per quella pace spirituale fosse un po’ alto. Era meglio fare l’adolescente stupida, davvero. Lui rispose subito.

“Accendi il telovideo.” gli disse prima ancora di salutarlo, e aspettò online che il sottofondo del servizio, con le voci della cronista e di Vega, arrivassero alla fine. “Lo riconosci?”

Dall’altra parte, una lunga pausa. “Dovresti scegliere con più cura i tuoi boy friend.”

Lem era troppo concentrata sull’altra questione per preoccuparsi anche di quello: “Se è un tentativo trasversale di sapere se vado a letto con lui, la risposta è no. Cosa ne sai, di questa storia?”

“Che il tuo amico gestisce un sito dal contenuto quantomeno discutibile e che non è realmente un antiabortista. E’ dei loro?”

“Se anche fosse, non fa niente di illegale. Anzi, ha consegnato tutti i criminali.”

“I tunnel informatici non autorizzati sono illegali.”

“Un po’ deboluccio per arrestarlo, specie visto che adesso è un eroe.”

“Vero – Allend tacque di nuovo – molto astuto da parte sua: qualsiasi cosa facciamo, finirà sotto gli occhi delle videocamere. Ed è incensurato, non ha preso parte a nessuna attività criminosa.”

Per il suo progetto, non ne ha bisogno. Non ancora. “Onestamente, mi sembra che dobbiamo ringraziarlo: ci ha servito i terroristi su un piatto d’argento.”

“Quando cambiano i vertici, cambia anche la politica da seguire – rispose Allend – e il tuo amico ha una sua politica molto precisa, se non vado errato.”

Lem non negò. “Si può sospendere il programma di protezione, adesso?”

“Scommetto che possiedi anche tu un potere extrasensoriale: leggimi nella mente la risposta.”

“E dai, Allend…”

“Se ti contatterà, voglio che mi informi immediatamente.”

“L’ha già fatto, mi ha detto lui di guardare il telovideo. Credo volesse assicurarmi che non rischierò più di finire uccisa appena mi abbasso per allacciarmi le scarpe.”

“Gentile da parte sua.” Ma, dal tono freddo che aveva adottato, Lem capì che stava pensando soltanto a come fare per incastrarlo. “Scusa, devo fare un paio di chiamate, ti richiamo dopo: voglio esserci, al primo interrogatorio. E magari vedrò anche il tuo amico.”

Lem si sentì irritata dalla velata minaccia. Allend dava come scontate davvero troppe cose, per i suoi gusti.

“Avere idee diverse dalle tue non è un crimine, specie visto che cambiano soltanto gli addendi, e non il risultato finale – sbottò – Vega non ha commesso nessun illecito, anzi, è riuscito laddove tutte le risorse di Atlantis hanno fallito! Come programma di protezione, il suo è stato decisamente più efficace!”

“Devo anche risponderti?”

“Non occorre. Buon week end!”

“Altrettanto!”

Chiuse la comunicazione prima di mandarlo al diavolo, sentendosi furiosa, impotente, sballottata da una parte all’altra come se due forze, alternativamente vincenti, la trascinassero di qua e di là, ammaccandola ogni volta un po’ di più.

 

‘Bel colpo’.

Inviò il messaggio al vecchio recapito di Vega, l’unico che ancora possedesse, ma le tornò indietro con la dicitura FAILURE NOTICE – ADDRESS NOT FOUND. Se l’aspettava, e lasciò il terminale sul tavolo per fare una doccia, chiedendosi cosa sarebbe successo ora.

Era sicura che non ci sarebbero più stati attentati. In quel momento, probabilmente, Vega stava finendo di impartire le ultime direttive, e si poteva mettere la mano sul fuoco che andassero tutte al cuore del problema. Hai fatto meglio di me, ma tu sapevi fin dall’inizio qual era il tuo scopo… se solo io conoscessi il mio.

Tenne acceso il telovideo fino a notte fonda, per vedere se ci fossero altre news, ma le cose importanti erano già state dette per bocca del diretto interessato, e i giornalisti si limitarono a mettere insieme dossier strappalacrime con un sottofondo musicale talmente sciropposo che Lem azzerò l’audio. Fai attenzione al capo del Mi.Da. Fai attenzione ai dualis.

Non augurava la stessa cosa ad Allend. L’attenzione faceva parte della sua natura. Doveva aver inquadrato Vega alla prima occhiata, sapeva che si trattava del nemico autentico, della specie più pericolosa: quella nata nel cinque per cento, che aveva deciso di non entrare nel programma del Dace.

Lo richiamò verso sera. “Ci sono novità?”

“Sì, che sto passando davvero un bel week end.”

Lem incassò, per evitare la lite. “Non ho detto niente a Nilufar, devo informarla?”

“Sa già tutto quel che deve sapere, dal Dace.”

“Sì. Giusto.”

“Il tuo amico è uscito da questa storia più pulito di un terminale formattato: riceverà un encomio, nientemeno. Negli interrogatori i suoi ex amici lo accusano di essere una specie di genio del crimine, e un hacker sopraffino, ma ha prodotto un alibi incontestabile per ogni reato. Se l’era preparata bene, niente da dire.”

“Oppure è davvero innocente.”

“E io sono il coniglietto pasquale.”

“Saresti un amore, vestito di peluche – disse Lem, zuccherosa – terresti sicuramente alto il morale dello staff, al Mi.Da.”

“Se hai finito con le stupidaggini, puoi iniziare a stendere la relazione.”

“Prego?”

La voce di Allend si fece così rigida che Lem comprese di non stare più parlando con il suo ragazzo (o quel che era, doveva ancora capirlo bene), ma con il suo capo, e che ogni contestazione sarebbe stata multata come da regolamento, con un bel richiamo ufficiale. Favoritismi? Probabilmente avrebbe dovuto cercare il significato della parola sul database, il dualis.

“Voglio un rapporto dettagliato di tutti i messaggi, le conversazioni, gli incontri, e qualsiasi altra cosa tu abbia intrattenuto con Amir ‘Vega’ Olgiati. Tutto, dal primo momento che ne hai sentito parlare. Non omettere niente: nel dubbio, scrivi anche i dettagli più irrilevanti.”

Lem cercò di tergiversare: “Beh, per ora ne sai più tu, credo. Sento il suo nome completo per la prima volta…”

“La voglio sulla mia scrivania per lunedì mattina, Lem.”

“Tu lo sai cosa mi stai chiedendo.” bisbigliò, a rischio di ritrovarsi davvero multata e sospesa. Ma non poteva semplicemente farlo, senza neppure una parola che gli chiarisse in che situazione insostenibile la stava ficcando. “Anche noi sapiens abbiamo la programmazione primaria, che tu ci creda o no. Per noi, si chiama ‘conservazione della specie’. Vega vuole fare esattamente questo, e se mi metto contro di lui…”

Dall’altra parte del terminale, le rispose il silenzio, per un bel pezzo. Poi, come al solito, Allend andò dritto al nocciolo: “Non puoi pretendere che Drod e dualis si facciano sbattere in soffitta come robot obsoleti, Lem. Adesso siamo qui e intendiamo restarci. E’ anche il nostro pianeta.”

Lem ripensò a come Vega aveva escluso categoricamente quella possibilità, e si sentì in preda allo sconforto. “Non potremmo soltanto… parlarne? Allend…”

“Stendi la relazione – fu un ordine, ma dato in tono talmente gentile da farle venire un nodo in gola – il tuo amico se l’aspetta, comunque, e di sicuro non ti ha mai detto niente di compromettente. Non gli sono simpatici i Drod, ma non è certo l’unico ad avere quelle idee, e il Dace non sanziona le idee. Ti vuole dalla loro, ed è probabile che altri sapiens, in questo momento, si trovino nel tuo stesso dilemma: sta senz’altro cercando elementi validi, per il nuovo effettivo dei cigni bianchi.”

Se è così, è con loro che dovrei essere. Coi sapiens. I miei simili.

“Non voglio farlo.”

“So che non vuoi. Ma prima o poi dovrai fare una scelta.”

Lem disse, amaramente: “Se vi rifiutaste di fare una scelta, tutti quanti, non sarebbe più necessario arrivarci! Vorrei che il Primo Giorno non ci fosse mai stato!” Si rese conto un attimo troppo tardi di quel che aveva detto, e cercò di rimediare, mortificata: “Io… scusa, non intendevo…”

“Non importa.” Ma la voce di Allend si era fatta fredda. “Le informazioni che fornirai sono comunque obsolete, mi servono solo per completare il dossier. Ci vediamo lunedì, Lem.”

“Davvero, io…”

“Buonanotte.” Non era nel suo stile chiudere la comunicazione in faccia senza preavviso, ma il ronzio della linea rimasta libera risuonò a lungo nelle orecchie di Lem, proprio come se lui l’avesse troncata nel modo più brutale.

La domenica fu il giorno peggiore. Dopo aver passato la notte in bianco, torturata tra lenzuola aggrovigliate e pensieri ancora più aggrovigliati, Lem sedette al terminale per stendere la relazione richiesta, un lungo resoconto con ogni singola parola pronunciata da Vega, ambientazioni, riflessioni, tutto. Accluse anche i dati del tunnel informatico, socchiudendo gli occhi per vedere meglio le ‘fotografie’, e in mezza giornata aveva finito. L’ultima riga fu il messaggio con cui la invitava a guardare il telovideo.

Salvò il file, lo inviò all’indirizzo di Allend, poi si prese la testa tra le mani e rimase ferma, la mente vuota, rifiutando di pensare a cosa sarebbe accaduto, da lì in poi. Riusciva a immaginarlo fin troppo bene: il futuro era un binario lungo, diritto, senza scali intermedi, senza fermate, senza il minimo bivio che le permettesse di trovare una via di scampo. Era una linea liscia che correva fino all’orizzonte: sapeva di non poter deviare, in nessun modo.

Ma sbagliava.

 

E, il lunedì mattina, come tutti i lunedì mattina, Lem si tirò su dal letto con il vago desiderio di incendiare il posto di lavoro e la consapevolezza che la settimana precedente era resettata.

Anzitutto, doveva scusarsi. I miei problemi non lo riguardano, non posso pretendere che me li risolva, anche se potesse… o se volesse… quello che ho detto è orribile. Altro che gaffe, è stata una carognata coi fiocchi.

Mentre faceva le sue abluzioni, si vestiva, consumava una colazione leggera – non aveva mai avuto meno fame in vita sua – a farla sentire un verme non era la relazione stesa, ma la consapevolezza che Allend aveva ragione, su tutta la linea.

Adesso siamo qui e intendiamo restarci. E’ anche il nostro pianeta.

Poteva capire, anzi, capiva perfettamente, la paura dei cigni bianchi, per il sistema escogitato dai Drod di aggirare la programmazione primaria, ma ciò non toglieva che i Drod esistevano, esistevano i dualis, e che il dilemma di non sapere cosa fosse giusto fare era soltanto suo. Allend era un doppiogiochista su un sacco di cose, poteva incolparlo di gran parte dei suoi guai, ma non di quello.

Se mi dicesse che è tutto finito prima ancora di iniziare, non potrei nemmeno dargli torto.. Il pensiero la faceva soffrire, e non riusciva a celarlo, tanto che Nilufar, dopo qualche tentativo di fare conversazione, capì che Lem aveva dei pensieri per la testa e smise di chiacchierare. Gliene fu grata.

E l’aspettava ancora la discussione con Buddy, discussione che soltanto scusandosi in tutti i modi possibili sarebbe forse riuscita a evitare che giungesse fino all’ufficio del capo… la ciliegina sulla torta, davvero!

Odio il lunedì, pensò Lem sull’ascensore. Odio i cigni bianchi, odio i dualis, odio i Drod, odio i sapiens, odio gli stramaledetti test che dovrò buttare via, odio il Dace, e odio come mi stanno i capelli. Se li spinse dietro le orecchie, con ira.

“Vado un attimo a parlare col capo.” Disse a Nilufar, e si avviò lungo il corridoio, dicendosi che tanto valeva iniziare dal peggio.

Sfiorò la fotocellula dell’ufficio e la porta si aprì subito, lasciandola sorpresa: essere autorizzata a entrare a piacere era un privilegio non da poco. Si trovò a guardare l’acquario mediterraneo, dietro la scrivania di legno massiccio, con l’erba sintetica che frusciava morbida, perfetta imitazione di un prato autentico, costosa quasi nello stesso modo. L’ufficio era vuoto.

“Bello essere il capo, eh?” Sbuffando, Lem fece dietro front e richiuse la porta. Attraversò di nuovo il corridoio, notando marginalmente che Stormking e Nilufar non erano al loro solito posto sui divanetti, e si chiese dove si fossero cacciati. Con i loro protetti al sicuro nel laboratorio, potevano permettersi di passare il tempo massacrandosi con gli occhiali virtuali, e a volte Nilufar riusciva perfino a convincere l’armadio a sei ante a scendere al primo piano, dove c’erano palestra e poligono. Secondo me hanno una tresca, pensò facendo scorrere la tessera sulla porta del laboratorio.

I colleghi le davano le spalle, tutti intorno al terminale di Buddy.

Lem fece una smorfia: d’accordo che lo aveva sicuramente fatto arrabbiare, ma non c’era bisogno di trasformarla in una questione di stato! Oltre a Padovani e Max, chini sulla scrivania tanto che di loro vedeva solo la schiena, c’erano perfino i responsabili della sicurezza, con la piccola Nilufar incuneata tra Stormking e Buddy, seduto al suo posto.

Per niente ansiosa di affrontare quella grana, Lem scivolò fino alla sua postazione, controllò rapidamente gli uteri e disattivò la Mamma, ponendo fine allo spreco di elettricità sulla brodaglia nei sacchetti.

Al ‘beeep’ del sistema che veniva messo in stand by, si voltarono tutti. Avevano delle facce talmente assurde che quasi le venne da ridere, e forse avrebbe riso davvero, se non si fosse sentita come un pulcino sotto uno stormo di falchi.

“Ehm… buongiorno.”

Gli occhi sbarrati di Padovani spiccavano in maniera sorprendente sul volto scuro. “Tu…” disse, poi fu come se la sua attenzione fosse stata calamitata altrove e tornò a voltarsi. Buddy la fissava in silenzio, con una mano sulla tastiera, un gesto quasi protettivo.

Decise di buttarsi. “Senti, mi dispiace per quella cosa, ero tornata venerdì perché avevo dimenticato un test, e non ero proprio lucida… spero di non aver fatto danni, comunque qualsiasi cosa possa fare, dimmelo…”

Buddy disse: “Hai già fatto abbastanza.”

E fece girare la sedia, per tornare a digitare freneticamente, chiamando e chiudendo videate a raffica.

Lem arrossì. “Non c’è bisogno di prenderla in quel modo, ti ho chiesto scusa, e…”

Con tre passi, Max superò la distanza che li separava e l’afferrò per un braccio. Aveva una faccia non molto diversa da quella di quando si trovava una torma di giornalisti fuori dalla porta.

“Vieni un po’ qui, guarda!”

Trascinata dal Drod, Lem non poté opporsi, ma iniziò a protestare vivacemente, perché davvero, stavano esagerando, d’accordo che era scorretto usare la postazione di un collega senza permesso, ma coalizzarsi così contro di lei era davvero eccessivo. Stava appunto facendo quell’osservazione, quando qualcuno – anni dopo, ancora si sarebbe chiesta chi fosse – le ficcò in mano uno scanner.

Lem si trovò in mezzo al cerchio di sguardi, e dalla loro espressione iniziò a intuire qualcosa… ma era assurdo.

Visto che esitava, incerta, Padovani le prese il polso e posizionò lo scanner sopra l’utero, che sembrava un pezzo di metallo accartocciato, così avvolto nello scotch. Era strano che Buddy non l’avesse tolto, appena visto il disastro che gli aveva combinato… poi il pollice di Padovani accese lo scanner e il cervello di Lem smise di funzionare.

Gli scanner genetici avevano un ingranditore, perché le cellule fossero visibili a occhio nudo, o quella neppure sarebbe mai stata notata, ancora fluttuante nel liquido, in attesa di trovare il punto cui ancorarsi per l’impianto: ma la scissione era già cominciata, e continuò sotto gli occhi di Lem, due, quattro, otto, sedici, trentadue, sessantaquattro… a quel ritmo, si poteva dare per scontato che l’impianto sarebbe andato a buon fine. Era così vitale che quasi poteva sentire lo scoppiettio dei nuclei che si separavano, uno dopo l’altro.

Alla fine, il cervello recuperò terreno quel tanto che bastava a dire la sola cosa che poteva dire.

“Non è possibile.”

Nessuno smentì. Lem continuò a osservare la morula con lo scanner, stupidamente, come se non avesse mai visto il processo in vita sua, finché la microscopica gemma non cominciò a scendere, lentamente, in cerca della dimora in cui annidarsi. “Il ph…” mormorò, senza rendersene conto.

“Ottimale – Padovani sembrava a sua volta parlare senza capire cosa diceva – se scende, troverà la casa perfetta. Avanti, scendi…”

Dopo un po’, il polso iniziò a tremarle, per la tensione di tenerlo sollevato tutto quel tempo, e lo passò a Stormking, che lo prese e lo bloccò come se l’avesse messo in mezzo a due morsetti. Perfino lui sembrava molto pallido e molto scosso. Chissà cosa stava passando per il Dace, e per le loro menti, in quel momento.

Erano tutti raccolti lì, come bambini che ammirano la luna nel pozzo, quando la porta del laboratorio si aprì e i passi alle sue spalle dissero a Lem che era arrivato l’uomo fonte di tutti i guai. Ma non riuscì a staccare gli occhi dalla morula, che era praticamente arrivata e si stava impiantando. Nel visore dello scanner, appariva grande quanto una palla da ping pong. La cosa curiosa era che possedeva caratteri maschili e femminili, in perfetta parità: ermafrodito, ma non si poteva ancora dire se fosse o meno una malformazione da correggere.

Era un organismo totalmente inedito, da guardare senza toccare.

“Beh?” La voce di Allend suonò perplessa, da dietro il gruppetto. “Che succede?”

Nilufar e Buddy si spostarono quel tanto da farlo passare. Lem staccò gli occhi dall’incredibile fenomeno, lo guardò, ma la sua attenzione fu subito di nuovo attratta e si dimenticò seduta stante di lui.

A giudicare dal tempo che passò in silenzio, anche lui dovette dimenticarsi di lei, un’armonia mentale talmente perfetta che non avrebbe sfigurato in un romanzo d’amore.

“Come ci sei riuscita?”

A Lem quasi dispiacque, che avesse infine rotto l’incanto. “Beh, mi sono servita dei frattali, per combinare le colture di Max coi sistemi di Buddy…”

“Questo lo vedo. E questo? Il tocco del genio?” Sfiorò con la punta del dito, come se non osasse esercitare pressioni eccessive, il lembo appiccicoso dello scotch. Lem tossicchiò.

“La presa non entrava bene…” Si strinse nelle spalle. “Penso che si possa staccarlo per fare un collegamento come si deve, adesso.”

“Nessuno tocchi niente.” Allend si raddrizzò e li guardò tutti, uno ad uno. “Buddy, qualsiasi operazione stia svolgendo il tuo terminale, interrompila: non voglio conflitti, nessuna interferenza.”

“E’ rimasto solo il tunnel di alimentazione della periferica, capo.”

“Bene.”

La guardò, con un’intensità da animale predatore, poi, senza nessun preavviso, l’attirò a sé, la baciò, facendole scorrere la mano libera nei capelli, spiazzandola totalmente. Cercò di svincolarsi, ma non ci riuscì se non quando Allend decise di lasciarglielo fare.

Alle sue spalle, qualcuno fischiò, facendola arrossire fino alla radice dei capelli.

“Non dovevamo… tenerlo per noi?”

Gli occhi di Allend avevano sempre quell’ombra minacciosa, ma sapeva che non era una minaccia rivolta a lei. Semmai era per lei, un puma che sfodera gli artigli intorno ai suoi piccoli.

“Ci sei riuscita.” Le sfiorò il viso, come se nella stanza non ci fosse nessun altro. “Sapevo che ci avresti fatto fare passi avanti, ma tu… ci sei… riuscita.”

Lem si raddrizzò, imbarazzatissima. Non osò guardare in faccia nessuno dei colleghi, dopo quell’exploit. Riusciva a percepire, con un senso che poteva tranquillamente chiamarsi ESP, il sorriso sognante di Nilufar, il discreto guardare altrove di Padovani, l’indifferenza di Stormking, l’aria spaesata di Buddy e il colossale ghigno di Max, il ghigno di un uomo che ha trovato materiale da presa in giro per i prossimi vent’anni.

“Ehm… sembrerebbe.”

Le venne in mente che non c’era più bisogno di scusarsi, per aver occupato abusivamente la postazione di Buddy e per la gaffe fatta con Allend. Lanciò un’occhiata fugace all’utero, un sacchetto d’argento che conteneva il tesoro più inestimabile del mondo, un grumetto di cellule, una Rete che non estendeva la sua influenza al di fuori della placenta artificiale che l’alimentava… per il momento.

 

La nuova Rete cresceva a un ritmo esponenziale, e nel giro di poche ore tutti i Drod presenti iniziarono ad avvertirne la presenza, se si avvicinavano troppo.

Max lo trovava fastidioso. “E’ come ascoltare due frequenze diverse, c’è il Dace e sotto l’interferenza del Mi.Da. Preferisco effettuare i test virtuali, quella cosa mi dà l’emicrania.”

Buddy era dello stesso parere, ma doveva sopportare, e sopportò, un po’ pallido e con le labbra serrate, alla sua postazione: si occupava di tenere libero il tunnel, in modo che non si creassero conflitti tra i due sistemi, o crisi di rigetto, come le definiva Padovani.

“E’ un po’ difficile capire se dobbiamo pensare in termini di informatici o in termini di biologi, vero?”

Dal canto suo, Lem non riuscì più a rendersi utile, per il resto della giornata: il giro di brindisi l’aveva un po’ stordita, perché sembrava che ogni singolo Drod dello stabile dovesse assolutamente offrirle da bere, tanto che alla fine Nilufar le procurò una ‘compressa antisbronza’ perché non terminasse la gloriosa giornata abbracciata alla porcellana sanitaria.

Nessuno sembrava volersi staccare dalle postazioni, come se perfino i razionalissimi Drod fossero caduti preda della superstizione secondo cui, appena volti le spalle a qualcosa di importante, quello morirà, si rovinerà, collasserà e sparirà per sempre.

Ma non gli si avvicinavano, e anzi Lem notò che col passare delle ore la distanza che ponevano tra essi e il Mi.Da aumentava esponenzialmente, man mano che la nuova Rete espandeva la sua influenza. Da scienziati, erano avidi di informazioni, ma a debita distanza.

Era un evento storico. Doveva ancora capire bene il suo ruolo, in esso.

Alla fine fu Allend a ordinare di sgomberare il campo, molto dopo l’orario di lavoro. Lui non pareva avere problemi ad avvicinarsi, non era per niente in soggezione. I dualis potevano sconnettersi, se volevano. Per loro, il Dace era soltanto una riserva di informazioni.

“Quel coso è nato e si è sviluppato durante il week end, a luci spente, sopravvivrà anche senza voialtri a fare il tifo. Abbiamo una prenotazione al McDonald’s, chi si rifiuta di venire sarà licenziato in tronco.”

Max si connesse con la moglie per dirle di chiamare la baby sitter e mettersi in ghingheri; tutti gli altri, valutando attentamente l’alternativa tra l’andare nel ristorante più lussuoso, esclusivo e importante di Atlantis, e farsi sbattere fuori dal Mi.Da, si rassegnarono a seguire il capo.

Fu Lem l’ultima a uscire, perché voleva dare l’occhiata di commiato al suo test: un utero sfigurato dai giri di scotch e uno schermo pieno di algoritmi incomprensibili, nient’altro. Qualsiasi cosa stesse succedendo, con quella Rete embrionale, lei ne era totalmente esclusa.

Osservando l’espressione dolente di Buddy, pensò che era una fortuna.

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