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Capitolo 16

Nelle prime ore del primo giorno del nuovo calendario, Internet prese vita, o forse acquisì soltanto l’illusione di essere vivo, come sostennero di lì a poco gli scienziati più pragmatici. Altri, più portati al misticismo, ribatterono che le illusioni mandavano avanti il mondo, come provava la lunga storia della storia umana. I non scienziati commentarono sui forum che il risultato non cambiava, e vennero espulsi da tutte le comunità in quanto disturbatori nei dibattiti.

 

(“Da macchina a essere vivente, teorie e fenomenologie”, ed. Trecentoeuno)

 

 

“Lo centro da qui, scommetti?”

L’utero usato volò attraverso la stanza, cadde nel riciclatore e sparì giù, con precisione millimetrica. Lo sentì rimbalzare da quel sacchetto pieno di inutile brodaglia che era, e si alzò per andare a gettare anche gli altri.  “Provo un’ultima volta, poi ci rinuncio. Sto solo sprecando risorse.”

“Benvenuta nel club, cara.” disse amabilmente Padovani, occupato a separare filamenti di DNA sullo schermo virtuale. Le sue mani, infilate nei guanti ottici, si muovevano con tale rapidità che Lem capiva a malapena cosa stava facendo, ma era sicura che fosse un’operazione molto più intelligente della sua stupida idea di fecondare le colture in un ambiente uterino. Forse doveva rivedere il ph, solo che era un po’ difficile capire quale fosse il fattore corretto, per un circuito al silicio… a dire il vero, era anche un po’ difficile capire se il fattore ph, o qualsiasi altro fattore, fossero determinanti. Le variabili erano infinite.

“Il mio record è stato ottantanove e trecentosei, l’anno scorso.”

“Ottantanove cosa?”

“Milioni – Padovani rise della sua faccia allibita – te l’ho detto che al Mi.Da non badano a spese. Anche perché è il Dace a stanziare i fondi, e quando decide lui, ci si può solo adeguare o sprecare il credito. Mi aiuti, solo un attimo?”

Erano le nove e dieci di lunedì, e come ogni lunedì alle nove e dieci, si annotavano i risultati della sera precedente, si faceva piazza pulita degli scarti e si ricominciava. Lem buttò via gli uteri, infilò i guanti 3D e passò la mezz’ora seguente immersa negli amminoacidi che Padovani intendeva modificare nelle cellule adulte.

Che perdita di tempo, pensò guardandosi bene dal dirlo. Gli innesti erano prassi diffusa, d’altronde tutti gli sportivi avevano protesi al silicio per poter gareggiare con gli atleti Drod, ma non era possibile nessuna modifica interspecie. Le cellule trapiantate davano rigetto, le fusioni mitocondriali mutavano in maniera imprevedibile, e perfino le trasfusioni di sangue erano sconsigliate. L’embolia era quasi inevitabile, e c’era veramente da impazzirci su, perché analizzando il DNA, non si rilevava nessuna differenza.

Drod, dualis e sapiens prendevano tutti l’aspirina se avevano l’influenza, si sottoponevano alle stesse terapie con la stessa percentuale di successo, nascevano, si sviluppavano e invecchiavano nello stesso modo, ma non potevano donarsi l’un l’altro neppure una stupidissima coltura di cellule epiteliali, a meno di non volersi ritrovare con la superficie del corpo che si sbucciava come una mela. Se si nasceva sapiens, si moriva sapiens, fin nel nucleo.

Se ripensava al primo ventennio, anziché indignarsi per le perdite umane come le avevano insegnato a scuola, si sentiva male all’idea di quello che avevano passato i primi droidi, nel raggiungimento dello scopo di umanizzarsi.

Rigetti, mutazioni, malattie genetiche, sofferenza e morte… i Drod si erano sottoposti a tutto questo, e a molto altro, per rispettare la programmazione primaria. In uno dei tanti siti che aveva visitato, Lem aveva letto degli istituti di igiene mentale di due secoli prima, nei quali venivano rinchiusi i Drod la cui mente non aveva retto alle modifiche, e che necessitavano di strutture capaci di contenere creature tanto forti e tanto ingestibili. Si parlava di eutanasie di massa, di sperimentazioni condotte su esemplari vivi e consapevoli. Ormai non succedeva più perché il tipo si era fissato, ma aveva la netta sensazione che quel passato non troppo remoto fosse impresso a fuoco, nella mente dei Drod.

Quanti ne sono morti? Lo hanno fatto perché rifiutavano di continuare a essere considerati oggetti, certo… ma il dualis dimostra che il loro scopo era anche un altro. Dal punto di vista Drod, il dualis rispondeva appieno alla programmazione primaria, e al bisogno di non lasciare che il sapiens involvesse. Inoltre li elevava da semplici strumenti a esseri umani, destinati a lasciare una traccia nella storia dell’evoluzione. I Drod volevano vivere proprio come lei, e non riusciva a credere di non averci mai pensato prima.

“Hai appena trasformato il mio sapiens in un rospo cornuto, Lem cara – disse amabilmente Padovani, strappandola alle sue considerazioni – riattacca quella roba, per favore.”

Arrossendo per l’imbarazzo di aver fatto un errore tanto stupido di fronte al luminare, Lem si affrettò a eseguire. “Certo che è strano.” disse, per sviare.

“Cosa è strano?”

“Che si possa modificare qualsiasi gene, ma non eseguire una cosa semplice come un’ibridazione. Sembra quasi che la natura voglia l’esclusiva.”

“Magari è proprio così – Padovani riunì le catene di amminoacidi con la nonchalance dell’esperienza – in trecento anni noi abbiamo fatto più di quel che ha fatto la natura in sei miliardi. Ma i tempi sono quelli della natura, non i nostri, e ogni tanto dobbiamo farci i conti.”

I tempi di evoluzione di una specie, pensò Lem. Anche il Dace, che pure aveva preso coscienza di sé nel giro di qualche miliardesimo di secondo, in tre secoli era rimasto sempre uguale a se stesso: quel lasso di tempo era niente, per i cicli evolutivi di una specie, e d’altronde in quel periodo il Dace non era riuscito neppure a replicarsi. Forse non è ancora abbastanza maturo, o forse la natura ha deciso che non si deve riprodurre.

Si trovava immersa nel lavoro, completamente sconnessa dalla realtà circostante, quando la porta si aprì e Allend fece il suo ingresso, provocandole un trasalimento tale che alterò un valore nella schermata, mutando l’equazione sapiens in una specie di draghetto squamoso, incompatibile con la vita, anche se oltremodo pittoresco. Cancellò il valore sballato e il terminale le restituì il modello di essere vivente normale che stava progettando. Dopo gli innesti neurali di Rete, sarebbe stato un essere vivente morto, ma compatibile con la vita. Occorreva essere biologi, per trovarlo divertente.

“Buongiorno a tutti.” Allend non timbrava mai alle nove. Era il capo e arrivava quando gli aggradava, anche se Lem doveva riconoscere che il privilegio di alzarsi tardi era controbilanciato, in lui, dall’elasticità con cui si attardava la sera, spesso consumando uno spuntino in ufficio e portandosi un cambio di biancheria da casa. Comunque, abbassò gli occhi sul monitor, perché faceva una fatica tremenda a guardarlo in faccia.

“Desidero presentarvi il nuovo membro del team. 5443FGPO6566GG2XCVB, alias Stormking. Buddy, pensa tu a illustrargli le norme di sicurezza, d’accordo?”

Sottratto al suo mondo virtuale, Buddy dovette staccare il cavetto dal collo e alzarsi.

Il nuovo venuto, un Drod colossale con una zazzera aggressiva e bicipiti talmente sviluppati che sembravano tirargli indietro le braccia quando le teneva penzoloni, venne avanti. Lanciò un’occhiata circolare, dedicando un’occhiata a ciascuno, e piegò la testa rispondendo ai saluti, con cortesia ma senza sorridere o concedersi gesti superflui.

Lem provò una fitta di delusione. Si era intimamente convinta che Nilufar sarebbe tornata, dopo quel che era successo, che avesse capito… non è servito a niente. Non c’è niente che serva a qualcosa. Si sforzò di celare lo sconforto, mentre si alzava per accogliere il nuovo responsabile della sicurezza, che le inglobò la mano in una stretta simile a una tenaglia d’acciaio rivestita di gomma compatta.

“Lem Nakamura, giusto? – Stormking la trattenne, guardandola negli occhi con occhi slavati molto fermi – ho sentito parlare di te.”

“Non troppo male, spero.” Cercò di scherzare, tentando senza successo di liberare la mano. Dopo un attimo, considerando evidentemente conclusa la prova di forza, fu il Drod a lasciarla andare.

“Ti chiamano ‘la bracconiera’. Perché te ne vai in giro a massacrare cigni bianchi.”

“Ah…” Sarebbe stata una facezia almeno da sorridere, in bocca a qualcun altro, ma di fronte a quella faccia immobile, che riusciva a trasformare l’avvenenza Drod in un muro di mattoni, Lem si sentì diventare piccola piccola. “E chi mi chiama così?”

“In giro.” Si voltò verso Padovani, sul cui viso comparve un’espressione allarmata quando le sue fragili ossa di anziano vennero intrappolate dalla morsa del Drod; il premio Nobel si affrettò ad annuire, quando gli venne detto che c’erano nuove norme di sicurezza da rispettare. Lem era sicura che nessuno, nemmeno Max, avrebbe mai contestato niente a quel bestione.

Allend disse: “Stormking potrà controbilanciare la politica di prudenza che finora ha caratterizzato il Mi.Da, inoltre la sua esperienza è tale da minimizzare i rischi per i membri sapiens dello staff. Vi prego di attenervi alle sue indicazioni.”

Lem pensò che soltanto un suicida avrebbe contrariato 5443FGPO6566GG2XCVB. Senz’altro era stato informato dell’attentato che aveva subito, ed era l’unico a esserlo, nel team: come Allend aveva deciso, non era mai accaduto nulla. Perfino Buddy, che pure aveva corretto i file di sistema del Dace, non aveva avuto un quadro della situazione, né l’aveva chiesto. Il suo compito non era sapere, era progettare e far funzionare i sistemi della Rete. Se anche il Dace gli aveva lasciato qualche informazione, Buddy non l’avrebbe mai ammesso né fatto trapelare niente.

Stormking guardò Lem e Padovani, come due bambini che l’hanno fatta grossa. “La prima indicazione è che i sapiens saranno tutelati costantemente – enunciò – lo stato di allerta verrà mantenuto fino a quando la cellula terroristica dei cigni bianchi non sarà neutralizzata. Di conseguenza, il dottor Padovani è posto sotto sorveglianza ventiquattr’ore su ventiquattro: da me. Gli altri Drod del team sono sollevati dalla vigilanza ai loro colleghi.”

Il volto del genetista si fece cinereo, ma l’espressione che passò sui volti di Max e Buddy era inequivocabilmente di sollievo.

“Come sarebbe?” All’ombra di Stormking, Padovani sembrava un pulcino sotto un falco.

“I servizi mi hanno fornito un alloggio nel suo stabile. La sua sicurezza ha la priorità assoluta, professore.”

“Ma… ma…”

“Quanto a lei, dottoressa…”

Mentre Padovani cercava disperatamente un argomento per contestare, Lem fece un passo indietro. “No – disse, decisa – non mi trasferisco e non mi faccio tallonare da un armadio a sei ante. Scordatelo!”

“Non posso sorvegliare entrambi ventiquattr’ore, dottoressa: non esistendo gli estremi per attuare misure restrittive nei suoi confronti, non posso limitare in alcun modo la sua libertà, o quella del professore. Il nuovo programma prevede che la sua assegnazione sia con la mia collega.”

Lem sbatté le palpebre. “Prego?”

“Ciao, Lem!” Sbucando fuori da dietro Allend come un coniglio dal cappello, Nilufar venne avanti, superò Stormking e l’abbracciò di slancio, prima di voltarsi verso il resto del team. “Sono tornata!” trillò tutta allegra, come se la precisazione fosse necessaria.

L’atmosfera si rilassò immediatamente, perfino Max sembrava contento di rivederla. Lem pensò che dipendeva dal fatto che, col suo ritorno, Nilufar aveva dimostrato che si poteva uscire dall’empasse della programmazione primaria: cosa che ai Drod doveva essere estremamente gradita.

Lem pensò che non era mai stata tanto felice di un’ingerenza Drod nella sua vita: con Nilufar, sarebbe stato come uscire insieme a un’amica, e comunque erano abbastanza in confidenza da non dover rispettare il protocollo alla lettera. Lem era sicura che il programma sarebbe stato più che tollerabile, insieme a lei.

Poi vide Allend, colse il suo sorriso soddisfatto, e la gioia per il ritorno di Nilufar le si inacidì nello stomaco.

Manipolare, bastardo…

 

Non era mai stata nel suo ufficio.

Inconsciamente aveva sempre evitato la porta in fondo al corridoio, con mille pretesti credibili e verosimili e in definitiva totalmente falsi. E’ il capo, non va disturbato con stupidaggini. Non voglio vederlo oltre lo stretto necessario. Non so nemmeno se c’è. Può andarci Max.

La porta scorrevole era rivestita di legno. Lem sfiorò la fotocellula, attese che dall’altra parte venisse data conferma, e trattenne il respiro quando si aprì, l’aria dell’ufficio del capo contro il suo viso. Perfino quella le sembrò diversa rispetto al resto del piano.

L’elemento più notevole era un enorme acquario, che copriva tutta la parete dietro la scrivania, e che riproduceva il fu mar mediterraneo: un tocco di esotismo che potevano permettersi in pochi, anche in Atlantis. Entrando, Lem vide i cavallucci marini e i ricci di mare, le cernie e i cefali, perfino una piccola verdesca, creature che conosceva solo dagli ologrammi scolastici. Era più facile stare attenti a quelli, che alla persona seduta alla scrivania.

Allend alzò due dita per indicare che era occupato, e continuò ad ascoltare qualcosa, con la testa piegata da un lato. Alla fine diede conferma, tolse gli auricolari e le accennò di sedersi.

“Se vuoi protestare contro le misure prese, sprechi il fiato – prevenne – al massimo posso scambiare le guardie. Puoi avere Stormking, al posto di Nilufar.”

Lem non sedette. Appoggiò le mani alla scrivania e si forzò per guardarlo in viso, apertamente. “Io ti ammiro.”

Allend la guardò, interrogativo.

“Davvero, ti ammiro – proseguì, annuendo – sei talmente furbo che… non so, tutti i dualis sono così?”

“Sta per arrivare un insulto, immagino.”

“No, per niente. E’ stato fantastico tutto quel siparietto, dico seriamente. Alla fine, con me hai fatto esattamente quello che volevi, mettermi sotto sorveglianza costante, e io sono contenta che sia andata così: tra Nilufar e quel bestione, neanche devo pensarci, soprattutto perché se rifiutassi, la licenzieresti al volo, giusto?”

Allend congiunse le mani e sostenne il suo sguardo.

“Anche come hai aspettato prima di farla uscire, in modo che fosse ben chiaro qual era l’alternativa… il dottor Padovani è davvero abbacchiato, dice che non è giusto. Vorrebbe lui Nilufar.”

“Immagino che una bella ragazza sia preferita da chiunque. Ma sei tu, quella in pericolo, più di lui.”

“Nilufar deve essere davvero in gamba, perché tu abbia tanta fiducia in lei.”

“Lo è – Allend si alzò, per chiudere il colloquio – adesso torna in laboratorio. Le misure prese rimangono, lamentati con il Dace, se sei contraria: io non posso farci niente.”

“E Max?”

“Max è un Drod.”

“Ma ha famiglia – insistette Lem – d’accordo che la programmazione primaria riguarda solo i sapiens, ma sua moglie e i suoi figli…”

“Sono collegati al Dace, perfettamente in grado di prevenire ogni minima anomalia. Inoltre, i cigni bianchi mirano ai sapiens.”

“Lo immagino. I traditori.” Ricordava bene le parole del cecchino, con la memoria eidetica e con la memoria emotiva. Le scavavano dentro ininterrottamente.

“E’ questo che pensi?”

“Non lo so cosa penso – Lem sospirò – se devo guardare le cose in prospettiva, la mia sola conclusione è che le cose andranno avanti, insieme a noi o malgrado noi. Dal Mi.Da, ho una visuale privilegiata, per questo.”

“Nilufar non ti darà nessun fastidio.” Allend girò attorno alla scrivania e andò alla porta, chiaramente voleva che si levasse di torno. Lem ne fu irritata. Era veramente stanca di essere manipolata come creta.  “La vicinanza di un’amica dovrebbe riuscirti gradita, o sbaglio?”

Scrollò le spalle. “Non sbagli.”

“Benissimo, allora la questione si chiude qui.”

“Okay – Lem si avviò docilmente alla porta – comunque non ero venuta per contestare, so che non posso farci niente. Mi spiace più per Padovani che per me.” Sorrise involontariamente al ricordo della costernazione del collega. “Non hai trovato nessuno che non sembrasse un’arma di distruzione genocida?”

“Andrà benissimo. Abbi fiducia.”

“Dimmi solo una cosa, altrimenti mi sarà difficile.”

Allend la guardò, l’espressione indecifrabile come sempre. “Se posso.”

Se puoi, pensò lei. Certo.

Sapeva che quanto stava per fare era scorretto, anzi, si poteva definire un’autentica carognata. Nei film, cose come quelle le facevano sempre i personaggi antipatici, destinati ad attirare i fischi del pubblico.

Ma il gioco scorretto non l’aveva introdotto lei, nel gioco del Dace, e c’erano occasioni, nella vita, che sarebbe stato folle lasciarsi sfuggire. Avrebbe pagato, per avere una possibilità come quella, e visto che invece le si presentava gratis, sorrise dolcemente al suo capo, uno di quei sorrisi che vengono fotografati e ingigantiti nei poster pubblicitari.

“Quando abbiamo fatto sesso, ti è almeno piaciuto o faceva parte del programma di sorveglianza anche quello?”

 

Fu una settimana intensa, per il team del Mi.Da. Dovevano essere arrivate pressioni dall’alto, perché il carico di lavoro aumentò improvvisamente, almeno la parte che riguardava le scartoffie: tutto doveva essere documentato, e su carta, al punto che Lem finì per avere la sensazione di non poter neppure guardare il microscopio senza doverne rendere conto.

Il suo tempo libero si ridusse quasi a zero, ma almeno così la sorveglianza speciale pesava poco o nulla. Nilufar aveva preso l’appartamento accanto al suo, e solo una sottile parete di cartonresina la separava dalla sua guardia del corpo, che era come dire che vivevano assieme: le percezioni Drod erano tali che l’amica sapeva senz’altro quando si coricava, quando si alzava e quando andava a lavarsi i denti. La privacy di Lem era rispettata solo formalmente, nella realtà la sua vita non era più sua. Anche questo non lo dicevano nei film, quando si parlava dei servizi segreti. Nei film, il protagonista riusciva sempre a fare le cose importanti di nascosto, e ci riusciva in pochi minuti. Dal canto suo, Lem riusciva a malapena a non specificare cosa ci fosse nei tramezzini del pranzo.

Non vivranno, pensò contemplando gli ennesimi, inutili uteri al cui interno fluttuavano i sistemi di Rete che Buddy le aveva uploadato. Si serviva del cavetto USB, collegandolo al terminale in cui si trovavano le copie di backup, e Lem non avrebbe mai potuto contestare l’accuratezza delle reti che il collega le passava. Né – lo sapeva senza trarne particolare vanto – qualcuno avrebbe potuto contestare la bontà delle sue colture staminali. Era un’ottima biologa, e la memoria eidetica azzerava la possibilità di commettere errori, per quanto remoti. Le sue competenze avevano avuto un’impennata superiore a qualsiasi aspettativa, e anche ai suoi sogni più sfrenati.

Il problema, quello insormontabile, era sempre lo stesso: il Primo Giorno veniva una volta sola.

Quasi quasi vado dai cigni bianchi a chiedere cosa dovrei fare, pensò ironicamente, visto che vogliono ammazzarmi, sarebbe carino da parte loro spiegarmi la procedura che tanto li spaventa.

Lasciò l’ultimo utero sulla scrivania, sapendo che il cavetto d’alimentazione avrebbe mantenuto le dovute condizioni affinché le cellule defungessero per colpa loro, e se ne andò al distributore in fondo al corridoio.

Stormking e Nilufar erano seduti fuori, sulle poltroncine, e passavano il tempo con gli occhialoni della realtà olografica: sembrava che Stormking avesse grosse difficoltà a sconfiggere la piccola Nilufar, e fece un sospiro di sollievo quando Lem si avvicinò, dandogli una pausa di respiro.

“Stasera vorrei uscire – disse all’amica – è possibile?”

L’espressione di Stormking si fece carica di disapprovazione, ma non toccava a lui contestare le decisioni della collega, quando disse: “Penso di sì. Non scendiamo di livello, però.”

Lem non era neanche sicura che il suo pass fosse valido, malgrado quel che aveva detto ad Allend. Conoscendolo, era possibile che, se solo avesse provato a passarlo sullo scanner, si sarebbe messo a suonare come una sirena d’allarme facendole piombare addosso lo SWAT.

“Conosco poco i locali, ne trovi tu uno carino?”

“Okay.” Nilufar tornò a giocare.

Lem si prese un’aranciata, più per giustificare la pausa che per reale sete. Iniziava a chiedersi se questo era quello che voleva… un lavoro remunerativo, anche interessante, ma nel quale non c’era assolutamente nessun progresso, mai. Adesso capiva appieno quel che Padovani aveva inteso dire, quando l’aveva avvisata che sarebbe durata poco. E allora perché rimango?

Gettò il bicchiere nel riciclatore. Alternava momenti di esaltazione ad altri di sconforto, ma sapeva che il lavoro in sé era solo una parte delle ragioni che le facevano timbrare ogni mattina, in entrata.

Tornò al laboratorio e quasi si scontrò con Allend che usciva. Notò che non aveva la cravatta e che indossava una maglietta ordinaria, anziché le sue solite costose camice d’alta sartoria: evidentemente si apprestava a passare un’altra notte in ufficio.

Le passò accanto sfiorandola senza una parola. Lem non lo salutò, sapendo che non avrebbe avuto risposta.

Me la sono cercata. Me la sono proprio cercata. Sedette alla scrivania e guardò l’ultimo utero, rendendosi conto la sua scarsa motivazione lavorativa se n’era andata. Senza che lo volesse, ripensò a quel giorno.

Allend non aveva negato, e passato il primo attimo di sbalordimento, le aveva soltanto chiesto per quale motivo tirasse in ballo una cosa del genere.

“Avevi paura che corressi qualche rischio, in una dark room?”

“No.” La risposta era stata data in tono definitivo, dopodiché il capo le aveva chiuso la porta in faccia e Lem si era ritrovata tagliata fuori. Decisamente, sapeva come mettere fine a una discussione, quando voleva.

Si era sentita malissimo per tutto il giorno, per come lui l’aveva presa e perché aveva avuto ragione di prenderla così: quel che avveniva nel buio delle dark room, al buio doveva rimanere. Te lo insegnavano a casa, a scuola, te lo dicevano gli amici e lo dicevi tu a loro. Era una regola elementare del vivere civile, come non ruttare a tavola e non prendere a gomitate i vicini negli ascensori interlivello.

Strappare via l’anonimato al proprio partner era di una maleducazione che sconfinava nel maniacale; lui stesso, pur sapendo perfettamente chi fosse, aveva fatto finta di niente, come si doveva fare, quando per caso (o per inevitabilità, date le percezioni dualis) si sapeva con chi ci si era accoppiati.

Era anzi probabile che, per un dualis, il galateo consistesse proprio nel fare finta di niente, visto che non avrebbe potuto ignorare l’identità della partner neppure volendo: e se era così, gli aveva sottratto l’unica protezione che aveva. Lem non poteva proprio biasimarlo per il gelo con cui l’aveva trattata, da quel momento in avanti.

In realtà, quel gelo avrebbe dovuto lasciarla soddisfatta, perché non aveva fatto altro che rendergli la pariglia. Voleva essere soddisfatta di averlo disturbato, una buona volta. Non aveva previsto di sentirsi male ogni volta che lo vedeva, di desiderare tornare indietro e far finta di niente, come sarebbe stato giusto.

In fondo, Allend non aveva mai agito per se stesso, ma tenendo sempre a mente le priorità fondamentali. Se anche quella sera si era voluto divertire, che male c’era? Le dark room servivano a quello. La sua, al contrario, era stata una cattiveria gratuita.

E’ colpa tua, potevi sceglierti un’altra partner! Pensare di essere stata la persona di suo maggior gradimento, quella sera, disturbava lei, in maniera del tutto spropositata rispetto all’episodio in sé.

“Sai che ti dico? Cavatela da solo. Decidi tu se vivere o morire.”

Picchiettò con l’indice sul sacchetto dell’utero, si assicurò che il cavetto d’alimentazione fosse ben connesso, e si alzò per dire a Nilufar che aveva finito.

Il locale in cui andarono era un posto chiassoso ed enorme, con le pareti di velcro che si potevano scalare, noleggiando l’apposita tuta all’ingresso. Vista da sotto, tutta quelle gente sembrava un’infestazione di ragni giganti, rumorosi e goffi. Il soffitto si congiungeva a cupola sulle loro teste, ed era trasparente per dare l’impressione di trovarsi sotto il cielo stellato. Lem dubitava che la visione mozzafiato della via lattea fosse naturale: a New Babel si vedeva a malapena la luna, a causa dei gas accumulati nell’atmosfera che riflettevano in una cappa le luci cittadine.

Ordinò un martini.

La dark room era magnifica, le assicurò l’amica. “ Le frequenze sono disturbate, quindi è garantito che nessuno saprà mai che sei tu, quella dentro… cosa dici, andiamo?”

Lem finì di sorseggiare il suo drink e ne chiese un altro. “Se vuoi andare, vai, io rimango qui. Di sapiens ci saranno sì e no dieci persone in tutto il locale, non corro pericoli, giusto?”

Nilufar esitò. La sorveglianza costante era un dovere, ma il fatto che in un locale pieno di Drod un sapiens fosse al sicuro era inoppugnabile. Non c’erano neanche buttafuori, ad Atlantis non servivano. “Beh, veramente…”

“Ti giuro che resto qui. Promesso, davvero.” L’alcol iniziava a darle alla testa, e per niente al mondo avrebbe rinunciato a quella sensazione. Per staccarla da lì, avrebbero dovuto impiegare la proverbiale forza Drod.

“Ce l’hai la tuta?”

Lem si pizzicò il braccio per mostrare il tessuto trasparente, e Nilufar, un po’ titubante ma desiderosa di un intermezzo piacevole, nel servizio ventiquattr’ore su ventiquattro, si decise finalmente a staccarsi dal suo fianco.

Non lo farebbe, se non pensasse che questo locale è una botte di ferro. Anzi, non mi avrebbe neanche portata qui. Bevve ancora.

Guardò il cameriere, un Drod alto e biondo, e osservò gli avventori: la percentuale di sapiens era al minimo storico, oppure era lei che ormai non distingueva più bene, dopo il terzo bicchiere… o era il quarto?

“Forse è il caso di passare all’acqua minerale.” Consigliò il cameriere, quando Lem alzò la mano per ordinare ancora.

Le venne voglia di dirgli di pensare ai fatti suoi, aprì la bocca per farlo, ma siccome non era più completamente padrona della sua mente, si sorprese invece a dire: “Ti è mai capitato di trovarti in una situazione che tutti considererebbero pesante, ma che a te invece non sembra chissà che, paragonata a un’altra che tutti direbbero che è una stupidaggine e che ti riduce a uno straccio?”

Il cameriere le mise davanti un bicchiere d’acqua frizzante, con una fetta di limone. “Dipende dalle priorità di ognuno.”

Lem spostò l’acqua. Al diavolo i Drod e il loro bisogno di fare i baby sitter, sempre e comunque.

“Dammi da bere. Vodka e succo d’arancia, doppio.”

Stringendosi nelle spalle, il cameriere l’accontentò, ma Lem era già arrivata al suo limite massimo, oltre il quale sapeva che si sarebbe ubriacata davvero, e non voleva che succedesse. Sorseggiò il cocktail per sentire l’alcol dolce sulla lingua, niente di più.

Sai che ti dico? Cavatela da solo.

Dio, sono veramente una persona schifosa. Ogni volta che ho trattato male qualcuno, gli è successo qualcosa di orribile… il pensiero di Monica cercò di emergere, e poi sua madre, anche lei destinata a una sorte penosa, giù al primo livello… annegò tutto con un sorso che la fece vacillare, in bilico tra lucidità e sbornia. Sto partendo per la tangente.

Spinse via il bicchiere, ma il pensiero di aver lasciato le cose a metà, in laboratorio, era molesto al limite dell’ossessione. Con le barriere inibitorie abbattute dall’alcol, non sapeva come gestire le emozioni.

Quando Nilufar tornò, capelli scompigliati e viso acceso di chi si è divertito un sacco, Lem non riusciva a smettere di pensare all’utero che aveva abbandonato, solo perché lei aveva altro per la testa. Nel suo alterato stato di percezioni, si sentì un mostro, all’idea di aver condannato un potenziale essere vivente solo perché voleva andarsene

L’acqua minerale era ancora lì, quasi completamente sgasata. Lem la bevve, sperando che servisse a snebbiarle un po’ la mente, e accompagnò Nilufar alla toilette, perché doveva ritoccarsi il trucco sbavato nella dark room.

Si rinfrescò, si guardò nello specchio, si chiese se davvero voleva finire la serata così, in preda a una sbornia che stava virando sul triste, lacrimoso e patetico.

Ed è colpa tua, soltanto colpa tua.

Passò la tessera nel distributore di compresse ormonali, contrastavano  i fumi alcolici rilasciando endorfine che innalzassero il livello di tolleranza. Si usavano molto nelle feste, per poter tracannare il doppio o il triplo della dose capace di mandarti in coma etilico, ma dopo aver mandato giù la sua compressa, Lem decise che poteva bastare. Non si sarebbe ridotta a una povera cosa smoccicante, piagnucolante e balbettante, non quella sera, non per quel motivo.

“Dio – disse quando uscì – non ce la faccio, ho lasciato un test a metà e sto bevendo come una spugna per non pensarci. Non posso passare il week end con questo pensiero. Ti spiace se torniamo al laboratorio, solo dieci minuti? Collego l’utero e ce ne andiamo.”

La prospettiva di tornare sul posto di lavoro fece storcere il naso a Nilufar. “Dai, Lem, la dedizione va bene, ma fino a un certo punto. Utero in più o in meno, non cambia niente.”

“Lo sai che ho lavorato in una clinica di aborti. E’ deformazione professionale, non riesco proprio a mollare un embrione alla sua sorte.”

Dovette insistere un altro po’, e quando Nilufar finalmente cedette, Lem era sicura che l’avesse fatto solo perché era costretta ad accontentarla, in virtù del programma di protezione. Si sentì un po’ in colpa, ma neanche tanto. Dopotutto, ognuno doveva gestirsi la sua prigione come meglio poteva.

“Torno subito.” Promise Lem davanti all’ascensore. Nilufar sedette sulle poltroncine, per niente desiderosa di tornare dove stava dieci ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Se c’era un posto sicuro in tutta Atlantis era la sede del Mi.Da, perciò Lem salì da sola e attraversò i corridoi deserti, fino al laboratorio.

A quell’ora era tutto buio, e soltanto il terminale di Buddy ronzava sommessamente, continuando l’elaborazione dei dati che lo avrebbero tenuto impegnato per tutto il week end. Il cavetto USB era abbandonato in mezzo alla scrivania, simile a un serpentello dormiente.

L’utero era dove lo aveva lasciato. Lem lo prese in mano, chiedendosi se la coltura all’interno fosse già bella che defunta: possibilissimo, vista la scarsa propensione della natura a togliersi di torno il tempo necessario a procedere all’ibridazione. Guardò lo scanner, ma scosse le spalle. Quella giornata era già stata abbastanza deprimente, senza doverci aggiungere la visione in diretta dell’ennesimo fallimento.

La Mamma che utilizzava nel Mi.Da era un modello piccolo, perché non aveva bisogno di collegare grandi quantitativi di uteri: per ogni test una decina erano più che sufficienti, anche troppi. Il surgelatore in dotazione poteva contenere al massimo tre o quattro esemplari, e il tutto era così leggero che poteva spostarlo da una scrivania all’altra, a seconda della comodità.

Lem prese il cavetto di alimentazione, e stava per collegare il sacchetto argentato quando il terminale di Buddy emise un BEEEEP prolungato, simile a un messaggio d’errore.

Con l’utero in mano, andò a vedere, ma sembrava tutto in regola: la cascata di codice binario procedeva indisturbata, e osservandola, Lem si chiese se stesse guardando in faccia il Dace, spogliato di tutte le sue maschere di desktop e sistemi operativi.

“Non sei molto carino, sai?”

Il codice continuava a cadere dall’alto, a essere elaborato e a sparire in basso. Non c’era nessun sistema operativo avviato a disturbare la funzione, Buddy era un purista.

Flusso di dati in entrata, e in uscita… qualcosa le si agitò nella mente, una somma di tutte le informazioni che la sua mente aveva incamerato, di tutte le esperienze che aveva vissuto, con il condimento di emozioni che stentava ad accettare, figurarsi a gestire.

Soprappensiero, prese il cavetto USB.

Ridicolo, se non si informa il terminale dell’operazione che si vuole effettuare, nemmeno se ne accorgerà. Connettere una periferica, senza dire quale periferica si stava connettendo, era inutile come accendere un fornocoltura vuoto, e visto che Buddy si sarebbe seccato comunque con lei, Lem decise di fare le cose per bene: sedette alla postazione, socchiuse gli occhi per ricordare i dati primari del tunnel – dovevano esserci dei tunnel, Buddy doveva servirsene per forza, nel suo lavoro sui file di sistema – e iniziò a digitare.

La cascata di codice binario si interruppe, si sovrappose una schermata, e la domanda

 

ARE YOU SURE? Y/N

 

le parve la stramaledetta domanda che dominava la sua vita, e a cui poteva dare solo una risposta, se voleva andare avanti anziché rimanere impantanata. Quando ebbe premuto un semplice, banale e insulso

 

Y

 

la schermata scomparve, e ricominciò la lettura del codice binario. Ma Lem sapeva che, sotto di esso, uno dei tunnel di cui si serviva Buddy era libero, pronto per lei, e aspettava di ricevere la periferica di connessione.

Sto facendo una fesseria, pensò, e lo ripensò di nuovo quando si accorse che la presa non si adattava perfettamente a quella dell’utero, ma rimaneva mezza infilata e mezza fuori. Buddy doveva aver lasciato lì un altro modello, portandosi via il proprio, quello che andava bene con tutto.

“Okay, non era destino. Ti attacco alla Mamma, piccolo.”

Strizzò gli occhi. Bruciavano, per essere rimasta davanti al terminale dopo aver bevuto, e non aveva voglia di terminare la procedura in quel modo: visto che doveva condannare un’altra coltura di cellule, le sembrò corretto almeno farlo con la testa sgombra, a mo’ di epitaffio, e andò alla toilette per lavarsi la faccia.

Lo scrosciare della doccia la paralizzò sulla porta.

Tutto quello a cui aveva rifiutato di pensare le piombò addosso come… come un marciapiede di livello quando ci impatti contro.

Deve sapere che ci sono, pensò sentendosi di colpo debolissima, ma sapeva che non era così. Lei era autorizzata a entrare, non c’era bisogno di informare il grande capo ogni volta un addetto apriva una porta. Con ogni probabilità, Allend aveva finito di fare quel che l’aveva trattenuto e si stava togliendo di dosso la giornata lavorativa, per tornare a casa a godersi qualche ora di relax.

E così dovrei fare io. Devo collegare quell’utero e andarmene, prima di incontrarlo. Nel suo particolarissimo stato d’animo, sentiva che sarebbe scoppiata in lacrime, se avesse dovuto sopportare ancora altro gelo, altre porte chiuse, altre parole non dette.

Tutto il tempo che vuoi, carina… e chi si muove, da qui…

Era come impazzire. Le due memorie non davano più nessun conflitto, non aveva più la stampella di un’amnesia parziale per impedirsi di pensare a come stavano realmente le cose, e il bisogno di calore superava perfino la paura, quindi furono le sue mani ad agire per conto proprio, iniziando a sfilarsi la maglietta. L’acqua continuava a scrosciare.

I pantaloni caddero con un fruscio sommesso, la biancheria preferì posarla sullo stipo. La tuta antiproiettile fu più antipatica, perché andava sfilata come una calzamaglia, ma alla fine la calciò via, un mucchietto di tessuto trasparente simile a una busta di nylon usata.

Con la mente vuota, eppure talmente gonfia che quasi scoppiava, Lem andò alle cabine. Erano tutte aperte e asciutte, tranne la penultima in fondo, che aveva il vetro appannato dal vapore. Strisce di gocce d’acqua serpeggiavano verso il basso, la figura all’interno era visibile solo come ombra.

Non c’era fotocellula allo sportello della doccia, non serviva. Lem lo fece scorrere manualmente, chiuse gli occhi un attimo quando il vapore caldo l’avvolse, come una coperta termica, e oltrepassò il predellino.

Muoio di caldo, e allora perché tremo? Doveva aprire gli occhi, per forza, e quando lì aprì, si vide riflessa in quelli verdi di Allend, voltato a mezzo coi muscoli ancora in tensione, per la sorpresa. Aveva la spugna in mano e la schiuma gli colava dalle spalle, per qualche motivo le sembrò buffo, buffo che facesse qualcosa di così normale. Era lei quella normale, non lui.

Parve che si guardassero per un’eternità, mentre l’acqua le bagnava la pelle e appiccicava i capelli al collo, prima che lui allungasse un braccio, prendendola per una spalla… per un attimo fu sicura che l’avrebbe spinta fuori, si sentì invadere dal terrore, un terrore diverso da quelli provati fino a quel momento, per certi versi peggiore… poi lo sportello corse lungo le guide, sbattendo sotto la pressione dell’ESP, e Lem venne spinta contro la parete del box.

Urtò lo scalino coi talloni, tanto forte che le fece male, vi salì sopra perché Allend non le lasciò neanche il più piccolo spazio di manovra: era come trovarsi in una stanza piccolissima, quasi su misura, dove non ci si poteva girare né opporsi, perciò non si oppose, non ci sarebbe riuscita neppure volendo. Riuscì a passargli le braccia intorno al collo, socchiuse le labbra e anche quello spazio venne riempito, ma non le bastava ancora, era così stanca di fredde distanze che gli aderì contro a costo di respirare a singhiozzi, per essere sicura che non rimanesse neppure un millimetro di spazio.

Alla fine Allend tirò indietro la testa, per guardarla. Sembrò sul punto di dire qualcosa, ma perfino lui, con tutta la sua logorrea, doveva capire che non era il momento di parlare, e si abbassò sul suo collo, tormentandola con un’intensità che sconfinava nella violenza, e che la fece gemere. Sentì le mani sui seni, le sentì scendere, le sentì affondare, sussultò per l’inatteso piacere, che la percorse in tutta la lunghezza, come una frustata. Ricordava bene il suo corpo, e anche per lui doveva essere la stessa cosa, perché non ci furono quasi preliminari, inutili convenevoli. Lem lo sfiorò con dita lievi, Allend la sollevò, prendendola per i fianchi, come se non pesasse niente, e per non perdere l’equilibrio, dovette aggrapparglisi alle spalle. Gli intrecciò le gambe intorno alle anche, si inarcò per facilitare l’unione, e l’acqua scrosciava, e vedeva la parete del box appannata di goccioline, oltre la sua spalla. La schiacciava, quasi, per non lasciare che toccasse terra, sentiva la pelle sottile tirare e sforzarsi, per accoglierlo, lo sentì ritrarsi e trafiggerla di nuovo, e di nuovo, e di nuovo. Non lo sopportava, non riusciva a resistere, aveva la bocca piena d’acqua, si sentiva stordita da quegli assalti, non poteva esistere dolore più inebriante. Avrebbe voluto che non finisse mai, e mai avrebbe dimenticato il disegno esotico delle gocce d’acqua sul vetro, che si cancellavano e riformavano a ogni spinta, a ogni respiro. Per un attimo, la pressione si fece così insopportabile che fu sicura di non farcela, gli affondò le unghie nella schiena e i denti nella spalla, come per lottare. Ma, quando rallentò e poi smise del tutto, il rimpianto fu tale che si sentì, stupidamente, sull’orlo delle lacrime.

Allend si scostò, lasciandola andare. Si appoggiò alla parete del box.

“Wow.” Fu la prima parola che disse.

Le parve la più appropriata. “Eh, già… wow.” Aveva le dita raggrinzite dall’umidità. Premette il pulsante per spegnere la doccia. “Lavori fino a tardi?”

“Per mia fortuna, sì.” Allend aprì lo sportello e l’aria fredda la fece rabbrividire, finché lui non le porse uno degli accappatoi standard della toilette: al Mi.Da si faceva in modo che i dipendenti potessero godere di tutti i confort, neanche da dirlo. “Stavo per andare, meno male che mi sono attardato sulle scartoffie.”

“A me di solito non fanno un effetto tanto buono, i documenti da riempire.”

Allend ghignò. Le circondò la vita con un braccio e l’accompagnò fuori. “E’ che non… diciamo che era da parecchio.”

Quelle parole le fecero piacere: voleva dire che non c’erano partner ad aspettarlo a casa, ma si sforzò di apparire indifferente. “Sulla questione della dark room…” Iniziò, impacciata, ma Allend alzò una mano per farla tacere.

“Perdonata, assolta, discorso chiuso, quello che vuoi. Guardandoti in faccia è anche meglio, per quel che mi riguarda.”

“Oh…” Arrossì come una tredicenne. Avevano fatto sesso, niente di più, tutti facevano sesso, era normale, ma si sentiva devastata nel profondo, come se Allend le fosse passato nell’animo con un aratro, dissodando il terreno che aveva cintato e protetto, fino a quel momento.

Cercò un modo per sviare. “Posso chiederti per quale motivo eri proprio tu a sorvegliarmi? Non penso che il capo del Mi.Da avesse bisogno di svolgere un incarico tanto noioso di persona, no?”

Allend si stava frizionando i capelli con l’asciugamano e non rispose subito. Quando lo fece, parlò senza guardarla: “Non era noioso. Mi piaceva, raccogliere informazioni su di te.”

“Cosa sei, una specie di stalker?” cercò di scherzare Lem, ma lui rimase serio. Finì con l’asciugamano e prese il phon: gli ioni frantumarono le molecole d’acqua separando idrogeno e ossigeno, e in pochi secondi i folti capelli castani di Allend sembrarono una criniera leonina. Ci passò in mezzo le dita con la lacca, per tenerli un po’ a posto, passò il phon a lei.

“Può sembrare da maniaci, anzi lo è, ma… volevo saperne di più. E più ne sapevo, più volevo saperne. Il tuo dossier è tre volte quello degli altri, ci sono cose talmente personali che mi uccideresti, se lo leggessi, ma…” si strinse nelle spalle.

Lem si chiese se dovesse mandarlo al diavolo. Invece disse: “Non ti ho mai ringraziato per avermi salvata, quel giorno. Se non ci fossi stato tu, sarei morta.”

“Quel giorno…” gli occhi di Allend si fecero duri e lontani. “Non avevo capito subito cosa succedeva: le pistole non si vedevano, e dentro il laboratorio potevo soltanto guardare dalle webcam. Non potevo entrare senza che se ne accorgessero, e anche con le mie facoltà era troppo rischioso – scosse la testa – al primo movimento sbagliato ti avrebbero sparato. Avevano già deciso di uccidervi. Dovevo aspettare i rinforzi, giuro che non ho mai pregato in vita mia, ma quel giorno ho pregato.” Sorrise vagamente, forse per stemperare la vena drammatica che stava assumendo: “Sei scappata così in fretta che non sono riuscito a starti subito dietro, sai?”

“Avevo una certa premura.” Sbatté le palpebre mentre rievocava quei momenti, che adesso, vicino ad Allend, non facevano più così male, o così paura. E non davano conflitto. Memoria emotiva, eidetica, a lungo termine, a medio termine, erano tutte tranquille, in armonia tra loro.

“Non per criticare, ma non potevi impedire che quel parapetto si sfondasse? Oppure fermarmi al volo, che ne so…”

“L’ESP non è desiderio. Non basta volere qualcosa, perché le mie percezioni la facciano succedere. E’ come…” Allend si accigliò, nel tentativo di spiegare i colori a una cieca. “E’ come avere un arto in più: con l’esercizio migliora, si possono fare cose che la gente non allenata non potrebbe mai, ma rimane un arto. Posso agire su elementi semplici, ma la mia mente non può tenere insieme migliaia di frammenti di plexiglas. Anche fermare la caduta è stato un mezzo miracolo. Se ti avessi bloccata al volo, il contraccolpo ti avrebbe uccisa.”

E quindi ti sei lanciato per potermi iniettare all’istante le nanomacchine. C’era qualcosa di terribilmente romantico in tutto ciò, tanto che per poco non rise d’imbarazzo, anche se sapeva che non c’era stato niente di personale: avrebbe agito nello stesso modo, chiunque avesse avuto sotto custodia. “Credo di capire. Non è il superpotere che mostrano nei film, eh?”

Per un attimo, il sorriso di Allend si fece cinico. “Non proprio…”

“E adesso cosa succede?” Non era molto sicura sulla liceità di andare a letto col proprio capo, ma Allend scrollò le spalle, capendo perfettamente quel che lei intendeva, e non attribuendovi importanza.

“Adesso succede che, per quanto mi riguarda, possiamo ripetere l’esperienza ogni volta che vuoi. Non troppo spesso in orario di lavoro, però: sei o sette volte al giorno, non di più.”

“Sarebbe lo standard dualis?” chiese lei allarmata, ma Allend scoppiò a ridere, strappandole una smorfia. “Divertentissimo, da morire. Avrei un’ultima domanda, se non ti dispiace.”

“Le tue ultime domande sono sempre terrificanti. Sentiamo.”

Non voleva portare avanti la parte personale del discorso, non prima di averci riflettuto sopra, così gli chiese: “I cigni bianchi sono già riusciti a replicare la Rete?”

Allend finì di domare i capelli. “Non lo so – rispose, con un tono talmente assorto che Lem gli credette – spero di no, con tutto il cuore. Hanno hackerato i sistemi sfruttando bug minuscoli, che sono già stati corretti; e comunque il Dace non ha ripristinato i collegamenti, di questo non devi preoccuparti.”

“Non era di questo, che mi preoccupavo. Stavo pensando che non è molto intelligente, avvertirci che siamo sulla buona strada, con questi attentati.”

Parve divertito dall’osservazione. “Il loro intento non era avvertirci, ma impedirci di procedere: non potevano sapere che si sarebbero trovati davanti a una ‘bracconiera’. Quel poveraccio che ha avuto la brutta idea di spararti non si è ancora ripreso.”

“Oh, per favore!”

Allend sogghignò, ma sembrò disposto a lasciar perdere. “Se avessero una nuova Rete, comunque, penso proprio che la userebbero, quindi per il momento siamo tutti allo stesso punto.”

“Sicuro?” Lem stava pensando all’età del Dace, alla sua presunta giovinezza. “Una Rete neonata potrebbe non essere in grado di contrastare la nostra, quindi va tenuta nascosta… e, nel frattempo, stare attenti che il nemico non capisca cosa fare e come farlo.”

“E’ una possibilità.” concesse Allend.

“Dove potrebbe nascondersi, una Rete neonata?”

“Se arriverai a scoprirlo, ti prego di comunicarmelo subito – era già sulla porta, considerando esaurito l’argomento – beviamo una cosa insieme?”

“Devo finire di preparare un test. E poi c’è Nilufar che mi aspetta di sotto.” rispose lei, con rimpianto.

“Giusto, la chaperon.” Parve riflettere. “Vogliamo tenere per noi questa faccenda, almeno per un po’?”

Le parve sensato. Lui era il capo e lei una dipendente, la situazione avrebbe potuto creare problemi, finché non fossero stati sicuri di come sarebbe andata avanti. O se sarebbe andata avanti.

Ma, in cuor suo, Lem sapeva che, se quell’episodio fosse rimasto isolato, non sarebbe stato per causa sua.

“Okay.”, rispose, e seppe di essersi appena inguaiata fino al collo quando gli si avvicinò, si sollevò sulle punte e lo baciò, a lungo.

Dopo che Allend se ne fu andato, rimase un bel pezzo seduta alla scrivania, cercando di fare ordine nei pensieri e non riuscendoci minimamente. Era tutto talmente ingarbugliato che passò quasi venti minuti a far rotolare pian piano l’utero da una parte all’altra, prima di sospirare.

“A letto con il nemico, eh?”

Si sentì in colpa nei confronti di Vega, e di tutta la specie homo sapiens. Oltretutto, la situazione era decisamente pericolosa, e nella sua vita di pericolo ce n’era già fin troppo.

Avevano ucciso Monica per molto meno. Avevano ucciso gli aborti, per il solo sospetto che uno di loro potesse essere il mostro da cui si sentiva tanto fatalmente attratta. I cigni bianchi erano dei fanatici, non scendevano a compromessi e non perdonavano i traditori.

Ma Vega non è così. Lui non è un fanatico, o almeno non nel modo in cui lo sono gli altri.

Si chiese se, fanatismo per fanatismo, non fosse preferibile la lealtà.

Se soltanto avesse saputo a chi fosse giusto donarla.

 

Non aveva la minima idea di come annullare il processo iniziato sul terminale di Buddy, con quel tunnel vuoto rimasto ad aspettare la sua periferica. Il lunedì, Buddy l’avrebbe trovato e si sarebbe infuriato, perché l’unica cosa che proprio non tollerava era che qualcuno mettesse le mani sulla sua postazione. Aveva fatto un bel casino, niente da dire.

Non voleva inaugurare una relazione che l’aveva sconvolta fin nel profondo con una lite immotivata tra colleghi, che sarebbe finita senz’altro nel suo ufficio. Penserebbe che ho iniziato subito ad approfittare della situazione. Visto che ormai la frittata era fatta, tanto valeva: prese l’utero e lo riportò alla scrivania del sistemista del Mi.Da.

“Gli dirò che ero troppo sbronza per capire cosa facevo e mi scuserò in tutte le lingue che conosco.” Sospirò, ficcando a forza il cavetto nella presa USB dell’utero.

“Su dai, che se spingi abbastanza entra tutto, parlo a ragion veduta.” Ricadde fuori, premette di più, ma non voleva lacerare il sacchetto e dovette lasciar perdere. Le cadde l’occhio sulla cancelleria ammucchiata e rise vedendo il rotolino di scotch, a luccicare in mezzo al disordine.

“Così penserà davvero che ero ubriaca!”

Assicurò la presa al cavetto con parecchi giri, imbozzolando l’utero nella plastica adesiva, e lo posò sul tavolo. La cascata di codice binario continuò per qualche altro secondo, poi evidentemente il barbaro collegamento fece contatto, e si aprì la schermata che chiedeva istruzioni. Lem inserì i parametri necessari, finché non comparve

 

EXECUTE? Y/N

 

e naturalmente premette

 

Y

 

La schermata scomparve, il codice binario ricominciò a cadere per l’elaborazione. Era come se non fosse successo nulla, ma a ben guardare non era davvero successo nulla: dopo la fecondazione, la vita andava avanti. Se per ipotesi lei e Allend non avessero assunto contraccettivi, in quel momento probabilmente nel suo corpo sarebbe stata in atto la prima scissione cellulare dai primi gameti, e questo non avrebbe influito sul fatto che adesso si sarebbe alzata, avrebbe spento le luci, sarebbe scesa, e sarebbe tornata a casa con Nilufar.

Il Dace avrebbe continuato a fare quel che aveva sempre fatto. Era nel tunnel che stava accadendo  tutto, se qualcosa doveva accadere. Lem toccò l’utero irrigidito dallo scotch, sospirò un’ultima volta e se ne andò.

 

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