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Capitolo 15

Neanche i droidi da guerra, stipati a eserciti interi nell’Antartide in attesa di qualche conflitto che rendesse necessario attivarli, sfuggivano alla priorità che Internet catalogò come condizione necessaria e sufficiente alla propria esistenza. La specie umana doveva essere protetta. E i singoli individui che ostacolassero tale direttiva, beh… dopotutto, duecento miliardi di homo sapiens rendevano la razza decisamente non a rischio di estinzione.

I droidi da guerra furono molto efficienti nella prima fase di epurazione.

 

“Corso basilare di neostoria”, I volume, ed. Scola-stika

 

L’unica emozione che provò, rialzandosi correndo per non offrire un bersaglio statico al cecchino, fu di selvaggia felicità.

Rischiava la vita, lo sapeva bene, ma quello era qualcosa che poteva affrontare, un nemico vero e concreto, che non aveva la facciata di qualcuno che, in fondo, si preoccupava della sua incolumità. Quello era qualcosa contro cui poteva lottare, finalmente.

“Cosa ha confessato il tizio che mi ha assalita?” aveva chiesto ad Allend, ma la risposta era stata poco soddisfacente: quello era un pesce piccolo, gli avevano detto che lei era una ricercatrice di eugenetica, che mirava a sterilizzare la specie sapiens. Basta così poco per convincervi a uccidere qualcuno?

La sua memoria aveva ‘fotografato’ la direzione da cui era arrivato lo sparo, l’inclinazione del raggio rosso del mirino. Aveva letto saggi di balistica, poteva calcolare seduta stante il punto di origine: per qualche strano motivo, un tentativo di omicidio catturava tutta la sua attenzione, e la memoria eidetica funzionava benissimo.

Corse da quella parte.

In mezzo agli alberi, il cecchino non poteva colpirla facilmente, ma in seguito Lem dovette prendere atto che non ci aveva pensato per niente, in quel momento: la possibilità di essere uccisa non la sfiorò neppure, mentre aggirava tronchi, oltrepassava cespugli, saltava sui sassi, la ‘fotografia’ della traiettoria così nitida nel cervello che avrebbe potuto afferrarla e tirarla come una corda. Sentì un sibilo alla sua sinistra, uno spostamento d’aria, e l’albero accanto a lei si squarciò come se qualcuno ci avesse ficcato dentro un petardo. Servì soltanto a farla infuriare ancora di più.

“Non mi scappi, figlio di puttana!”

Nilufar doveva essersi svegliata al trambusto, e forse la stava già seguendo, con la pistola in pugno. Doveva essere terrorizzata all’idea di disattendere di nuovo la programmazione primaria, di essere epurata definitivamente dal Dace, e quel pensiero indusse Lem ad accelerare ancora. Scavalcò un tronco caduto e finì nella pozzanghera sottostante, si asciugò il viso dagli schizzi e piombò sul luogo dell’agguato. Non c’era più nessuno, ma l’erba calpestata era una traccia nitidissima, anche alla tenue luce lunare.

“Vieni fuori!” gridò, in un tale delirio di rabbia che la gola le fece male. “Se hai il coraggio vieni fuori, bastardo, avanti, fatti vedere!”

La risposta fu un urto al petto da gettarla a terra, la tuta antiproiettile di colpo talmente rigida che fu come essere sbattuta dentro una bara della sua sagoma precisa. Lem rimase senza fiato all’impatto, annaspò per respirare, e si risollevò su un gomito. La maglietta aveva un foro rotondo in mezzo allo sterno, e al di sotto la tuta era annerita come se l’avesse tenuta sopra un affumicatoio. Il proiettile ad ago esplosivo, che non si era aperto perché non aveva raggiunto il bersaglio, fece cortocircuito sull’erba, incendiando alcuni steli. Lem lo calpestò finché non l’ebbe frantumato.

“Sono protetta, stronzo! E tra poco arriveranno i Drod, quindi cosa fai, vieni fuori o devo trovarti io?”

Un’altra considerazione che fece solo a posteriori fu che sarebbe bastato che il cecchino le sparasse in testa per chiudere la questione. Ma in quel momento la sua morte non era tra le opzioni possibili, c’era solo il bisogno di avere un nemico a cui farla pagare, una buona volta, e quel nemico dovette pensare che non poteva ucciderla a distanza, perché d’un tratto un rumore di fronde calpestate la fece voltare verso l’uomo che usciva dal sottobosco.

Era vestito di nero, e aveva la faccia sporcata col nerofumo. In una mano aveva la pistola ad ago, l’altra era chiusa a pugno. Venne avanti così rapido che Lem fu quasi colta di sorpresa, sferrando un colpo che le avrebbe scardinato la mascella, se l’avesse centrata. Si lasciò cadere e gli fece lo sgambetto, che l’altro evitò saltellando più in là.

Da sotto, Lem scattò in su, per colpirlo al ventre, ma l’altro sollevò di scatto un ginocchio e glielo piantò nel diaframma, paralizzandola momentaneamente. La tuta impedì che le rompesse lo sterno, ma quell’attimo bastò perché il nemico l’afferrasse alle spalle con un braccio, serrandole la testa con l’altro. Vuole torcermi il collo, pensò, e senza riflettere abbassò una mano ad artiglio, afferrando l’inguine e serrando più forte che poteva. Con un urlo di dolore, il cecchino la scaraventò via. La tuta si irrigidì solo un attimo, per il leggero impatto, non certo paragonabile a un proiettile.

Lem non aspettò che l’avversario si riprendesse dal colpo basso. Si rialzò, si avventò e sferrò un calcio al ginocchio, che si dislocò docilmente lasciandosi spazzare via come un ramo secco che cede. Con un secondo grido, l’avversario cadde sulla gamba sana, cercò di agguantarla, ma Lem balzò indietro, gli girò attorno, congiunse le mani e gliele calò sulla nuca con tutta la forza che aveva. Non riuscì a stordirlo, ma gli fece comunque abbastanza male da mandarlo giù. Gli mise un piede sopra la mano dalla parte sana e schiacciò, sentendo gli ossicini delicati schiantarsi uno dopo l’altro. L’uomo gridò di dolore, un grido terribile, che avrebbe indotto la Lem di un anno prima a tapparsi le orecchie e/o correre in soccorso, ma che per quella Lem fu l’equivalente del gong che decreta la vittoria.

Si lasciò cadere in ginocchio, raccolse la pistola di ceramica, per un attimo pensò… poi scosse la testa e la gettò nei cespugli. Serrò la gola dell’avversario, le unghie piantate nella pelle per fargli capire che non scherzava.

“Ne ho abbastanza di voi – ansimò, mentre l’adrenalina raggiungeva il suo apice e cominciava a calare – dammi un motivo per non ammazzarti.”

L’uomo cercò di liberarsi, allora Lem gli piantò un ginocchio sul diaframma, ricambiandogli il favore di poco prima. Lo vide strabuzzare gli occhi e non provò nessuna compassione.

“Chi ti manda? Parla!”

“Vai… a fare… in culo…”

Lem dominò il desiderio di piantare il ginocchio così a fondo da rompergli la cassa toracica. “Volete salvare i sapiens con questi massacri? Non cogli una lievissima incongruenza?”

“Li hai uccisi tutti tu… puttana… sei tu che tradisci la tua specie…”

“No – disse Lem – ti sbagli.” Ma non poté aggiungere altro, perché un fascio di luce illuminò la radura, abbagliandola. Figure nere si muovevano sullo sfondo. Voci lontane si avvicinavano. Qualcuno la prese per le spalle e la sollevò di peso, inutile opporsi.

Il resto fu la prassi Drod: rapida, efficiente, indolore.

Lem non rivide mai più il suo aggressore.

 

Rimase seduta nell’ambulanza – non la stessa che aveva portato via l’uomo ferito – aspettando che i paramedici terminassero le loro procedure, mentre Nilufar faceva chiamate su chiamate e continuava a chiederle come stava. Alla lunga, Lem le disse non proprio garbatamente che poteva anche lasciarla sola, e Nilufar si eclissò.

L’avete capito, adesso? Drod, Dace e cigni bianchi, adesso cominciate ad arrivarci?

“Riflessi nella norma, emorragie subcutanee di primo grado – la voce del paramedico la fece tornare alla realtà – non c’è bisogno neanche di aspirarle, a meno che non lo preferisca per una questione estetica.”

“Voglio solo scendere da qui.”

Il paramedico la prese per un braccio per aiutarla e la furia di Lem esplose. “Non mi tocchi! Smettetela di toccarmi! Sono stufa marcia di Drod che mi toccano, che mi prendono, che mi rivoltano e mi tirano su e mi rigirano e… non mi tocchi! Faccio da sola!

Per fortuna, il paramedico ebbe il buon senso di non proporle un calmante, o Lem l’avrebbe scaraventato giù dall’ambulanza: era sbilanciato con un piede sul predellino e l’altro a terra, ci sarebbe riuscita. Saltò giù e si allontanò verso una panca, ignorando controllori, poliziotti e gli immancabili giornalisti.

“Almeno questa ti va?” Nilufar fece entrare nel suo campo visivo un’aranciata. Lem la prese, l’aprì, la sorseggiò senza neanche sentirne il sapore. Era soltanto curiosa di sapere cosa avrebbe detto l’amica.

Il terminale della Drod suonò ancora mentre le sedeva accanto, e lei lo spense. “Sta arrivando il capo – comunicò, in tono cauto – fino ad allora, non siamo autorizzate a parlare con nessuno.”

Parlo con chi mi pare. Lem finì l’aranciata e lasciò cadere il bicchiere nel vicino riciclatore.

“Io… avrei dovuto…”

“Se stai per dire che avresti dovuto proteggermi, giuro che mi metto a urlare.” Lo disse in tono calmo, perché aveva idea che un’altra crisi isterica le avrebbe fatto guadagnare un’iniezione sedativa, volente o nolente. Era certissima fossero tutti convinti che lei era in stato di choc.

“Non ho bisogno di una baby sitter. Se vuoi essere mia amica, cambia registro, altrimenti vattene e non farti più vedere.”

Nilufar guardò la chiamata che lampeggiava sul suo terminale e armeggiò per rispondere con un messaggio. “Lem…”

“No. Basta.”

Nilufar si zittì. Un giornalista cercò di avvicinarsi, un poliziotto Drod gli sbarrò la strada e lo portò via a forza. L’attività era frenetica tutt’intorno, ma dentro Lem stava cominciando a scendere la calma di chi sa di aver superato il ciclone. A un certo punto, qualcuno le fece riavere Chobin, che arruffò tutte le piume, profondamente offeso da quella confusione intorno al suo nido.

Lentamente, senza cercare di nasconderlo, Lem tirò fuori il suo terminale, selezionò l’indirizzo di Vega – nemmeno sapeva se fosse ancora valido – e scrisse un semplice ‘grazie, qui tutto ok’. Premette INVIO e rimise a posto il terminale. Nessuno le fece domande o chiese chi stesse informando.

Forse la domanda non è come fare per essere tutti d’accordo, ma come fare per impedire che le divergenze e le differenze diventino la sola cosa che conti.

Il brusio e la confusione si concentrarono in un punto preciso, e un momento dopo la cintura protettiva dei Drod si spostò per far passare un individuo alto, che Lem riconobbe subito, anche con gli occhi socchiusi dalle luci dei fari.

“Ehilà, capo.”

L’amica si alzò, lei no. Aveva Chobin in braccio e non voleva che si agitasse ancora di più.

Allend lanciò una rapida occhiata a Nilufar, ordinandole implicitamente di spiegare. Lei si strinse nelle spalle e disse: “Ero qui per proteggerla, perché temevo succedesse quello che è successo. Ma è stata lei a catturare il cecchino, lo ha…” Un guizzo divertito attraversò il viso infantile della Drod. “Lo ha massacrato, veramente. E’ andata a cercarlo, lo ha trovato, non gli ha dato il tempo di scappare, men che meno il tempo a me di proteggerla, e beh, adesso dovrà farsi qualche giorno d’ospedale, per calcificare le fratture. La prognosi…”

“Non mi interessa quell’idiota: i cigni bianchi avranno già cambiato sede e di quel che sa non ce ne faremo niente. Prenderanno un paio di complici, sempre che i controllori sappiano fare il loro lavoro.” La voce di Allend era così aspra che perfino Lem alzò la testa, sorpresa. “Cosa ci fa la Nakamura fuori da Atlantis?”

“L’espressione ‘fatti miei’ è abbastanza esauriente per il rapporto?” domandò Lem dolce dolce, per sviare l’ira suprema da Nilufar a lei. Riuscì nell’intento, perché Allend voltò le spalle alla ragazza e le incombette addosso, come una nube temporalesca.

“Hai ascoltato una parola, una singola parola, di quello che ti avevo detto, oppure i timpani sono ancora lesionati dal penultimo attentato contro la tua vita? Hai deciso di morire e buttare all’aria tutto?”

Con un sospiro, Lem si alzò, spostando gentilmente Chobin. Il pinguino rimase in piedi sulla panca, pigolando ansioso. Era arrivato il momento di mettere i puntini sulle i anche col suo capo, e malgrado sapesse che era solo poco meno rischioso che addentrarsi nella foresta di notte in cerca del proprio cecchino, Lem non fu preoccupata per niente. Forse era davvero in stato di choc, dopotutto.

“I test che ho effettuato sono sul database, quelli ancora in fieri li ho comunque annotati. Nessuno è indispensabile, nel Mi.Da: se mi succede qualcosa, un altro biologo potrà proseguire. Questo è quanto. Tutto il resto non deve interessare né te, né il Dace, né la polizia, né i marziani o i venusiani. Chiaro?”

Senza lasciargli il tempo di rispondere, continuò: “C’è un altro sapiens nel team, oltre me. Anche lui viene preso di mira?”

“Questo non deve interessare te.” ribatté Allend.

“No, certo. Padovani è un veterano, scommetto che dopo ogni esplosione si rialza, si scuote la polvere e torna al lavoro. Come vedi, ci sto arrivando anch’io. Ma – lo guardò dritto negli occhi, che da verdi, alla luce dei neon, sembravano diventati neri – non accetterò più ingerenze nella mia vita, di nessun tipo. Andate a rispettare la programmazione primaria con qualcun altro, la mia vita è mia. Chiaro il concetto?”

Allend ricambiò il suo sguardo, con un’intensità del tutto fuori luogo, anche per quella situazione. Sembrava aver subito un affronto personale, anziché un contrattempo lavorativo.

“A voler essere rigorosi, la tua vita è mia – rispose seccamente – hai ancora in circolo le nanomacchine della mia clinica, e le procedure di rigenerazione sono brevettate. Non puoi portare in giro le mie proprietà senza autorizzazione. Come la mettiamo, adesso?”

Lem non avrebbe mai creduto che potesse tirare fuori una simile bassezza, ma ormai si era spinta troppo oltre per tornare indietro. “Riprenditele, allora. La mia autonomia vale più della mia vita, se non l’avessi capito.”

“Riprendermele, eh?” Allend rise duro. “Non tentarmi. Nilufar, va’ a levare di torno tutti i giornalisti. Tra un’ora, qui non dovrà essere successo niente, chiaro? Il Dace ha già cancellato i file di sorveglianza, Buddy si sta rimbecillendo per convincerlo a conservare almeno quelli di sistema.”

Con aria di enorme sollievo, Nilufar si eclissò per eseguire.

“Ti fa male?” Chiese Allend, accennando col capo alla maglietta, nel cui buco si intravvedeva la tuta annerita e scorticata. Lem se la serrò addosso.

“Solo qualche livido. Il mio aggressore è peggio di me: avevo un po’ di rabbia repressa da sfogare.”

“Sì, ho letto i referti – rispose Allend, e per un momento sembrò sul punto di sorridere – un ginocchio fuori gioco, sterno schiacciato, quattro costole incrinate, metatarsi frantumati, trauma alla carotide, trauma cranico. Oltre a questo, hai impedito ai cigni bianchi di mettere le mani su staminali dualis, e stai portando avanti una ricerca che li terrorizza. In neanche un anno, hai inflitto al nemico più batoste tu dei servizi segreti al gran completo. ”

“Messa così, posso anche capire perché mi vogliano morta.”

Allend la prese per un braccio, e Lem non osò fare la scenata che l’aveva liberata dal paramedico, poco prima.

“Ti riporto a casa. Onde evitare futuri incidenti, il tuo pass di Atlantis è annullato: una volta dentro, non potrai più uscire.”

Da lui c’era da aspettarselo, ma ugualmente sentì tornare la rabbia. “Con quale motivazione? Ho rifiutato il programma di protezione, non puoi…”

“Io posso – replicò asciutto – te l’ho detto, sei un brevetto della Allend. Non vai da nessuna parte, senza la mia autorizzazione.”

“Brutto stronzo di un…” Le mancò il fiato, per l’indignazione. “Rimettimi nella vasca e fammi tornare come prima, allora!”

“Una frittella sul marciapiede del terzo livello?”

“Lo preferirei.” Ringhiò Lem, ma Allend non si lasciò turbare.

“Se ci tieni, puoi farlo. L’amministrazione vorrà copia del finanziamento e una caparra corrispondente al venti per cento dell’intero importo, da versare all’atto della firma. Il saldo potrà essere rateale, abbiamo molte agevolazioni…”

Lem si liberò dalla sua presa, troppo furente per rispondere. Non avrebbe mai potuto permettersi di pagare la vasca staminale della Allend, e lui lo sapeva benissimo. Le terapie salvavita erano esentasse e gratuite, ma perché lo fossero, lei avrebbe dovuto essere ricoverata in un policlinico pubblico, non certo nella clinica più esclusiva di New Babel. Chi entrava lì, pagava, in un modo o nell’altro, e di certo sua madre non aveva badato troppo alle sottigliezze, quando le avevano offerto di risanare la figlia su al settimo livello. Probabilmente era bastato che Allend le garantisse che non avrebbe dovuto tirare fuori un soldo. C’erano molte associazioni a tutela dei diritti umani che contestavano la faccenda, ma la lobby delle assicurazioni sbadigliava e mandava avanti gli avvocati.

E tutto questo non teneva conto del fatto, puro e incontrovertibile, che se i servizi segreti avevano deciso di reclutarla, si erano limitati a metterla nella condizione di non potersi rifiutare. Se Allend avesse deciso di presentarle il conto delle cure, Lem non avrebbe mai potuto licenziarsi, perché nessun altro posto di lavoro poteva garantirle una busta paga sufficiente a garantire il saldo.

Conclusione: l’aveva incastrata.

“E’ così che vi tenete i sapiens che servono?” domandò, con amarezza. “Li fate diventare schiavi modificandoli geneticamente?”

Lo sguardo di Allend si fece durissimo. Anche le pieghe ai lati della bocca si fecero dure, e anche la sua voce lo fu: “Citami una sola, una singola occasione in cui abbia agito per motivi diversi dalla tua sicurezza. Citamene una, e potrai andare coi cigni bianchi, visto che ti piacciono così tanto. Allora, Lem?”

Non so che farmene della tua clemenza, brutto stronzo manipolatore!

Dato che la discussione era animata, più d’uno si era voltato e li guardava, e Lem sentì di non poterlo sopportare. Senza preoccuparsi di Chobin, si allontanò lungo il sentiero, con il viso in fiamme e la nuca contratta, la tuta floscia e inutilizzabile, dopo essere stata strapazzata in quel modo, e un bisogno enorme di piangere.

Non voleva piangere, non dopo aver affrontato e sconfitto il mostro, non adesso che meritava di godersi la vittoria, e soprattutto non voleva farlo davanti a lui. Sentì Chobin che starnazzava spaventato al vederla andare via, incapace di saltare giù da solo senza farsi male, ma non tornò indietro, perché iniziava a essere accecata dalle lacrime e piuttosto che farsi vedere così da Allend, preferiva veramente morire.

Il sentiero era scosceso, pieno di sassi e radici sporgenti. Lem incespicò, e si sarebbe messa a piangere sul serio, non aveva dubbi che la caduta sarebbe stata la scintilla, ma non ci fu nessuna caduta, perché due braccia, da dietro, l’afferrarono circondandole il corpo e sollevandola. Per un attimo le mancò il respiro. Le parve che il buio si facesse molto più opprimente, non il buio dei grandi spazi di notte, ma un buio circoscritto e affollato, assoluto e compatto e caldo…

“Sei sotto choc – disse Allend, e la rimise in piedi – hai bisogno di riposare. Ti serve tempo, non è il momento di discutere, comunque…”

Il resto del discorsetto andò totalmente perduto, per Lem. Qualcosa nella sua testa era scattato, memoria vecchia e memoria nuova, ricordi sfocati e ‘fotografie’ eidetiche, entrambi così carichi di potere emotivo che il dolore l’attraversò da capo a piedi, di colpo, talmente intenso che i proiettili ad ago sarebbero stati meno devastanti.

Si afferrò la testa con le mani, mentre tempo, tempo, quella parola rimbalzava da tutte le parti, tutto il tempo, ti serve tempo, il conflitto era un corto circuito enorme e accecante, qualcosa che esplodeva dietro gli occhi e che non le permise neanche di gridare, per lunghi, eterni istanti. Era come un’esplosione nucleare tra le pareti ossee del cranio.

“La… siringa…” riuscì ad articolare, avvertendo vagamente che Allend la scuoteva chiedendole cosa succedesse. Senz’altro lo immaginava, ma gli occorreva conferma. “La testa… le memorie…”

Si sentì strattonare mentre Allend apriva la borsa che portava a tracolla (quando l’aveva presa? Non lo ricordava), sentì una puntura alla base del collo, anche questo scatenò un conflitto di ricordi, ma prima che il dolore arrivasse al punto di far scoppiare una vena, sentì la marea tiepida e scura dello Psicophine che copriva ogni cosa. L’effetto era rapidissimo, e quando tolse le mani, alla testa avvertiva solo un sordo pulsare, dovuto – quello sì – allo choc, e non alle sinapsi torturate.

“Grazie – disse, e si rialzò – ho idea… di aver veramente sovraccaricato il tuo brevetto, stasera.”

Pian piano, il conflitto si risolse, come succedeva sempre. Il problema era solo il dolore, il roveto incantato attorno al castello della principessa.

Allend strappò la fiala vuota dalla siringa e gliela rese. “Non sei un mio brevetto: ho deciso io di farti ricoverare. Non ho bisogno di questi mezzucci, e non avrei dovuto rinfacciarti una cosa del genere. Ho parlato senza riflettere.”

Con lo Psicophine a nascondere traumi e dolori, Lem si sentiva meglio disposta verso di lui. “Però mi hai annullato il pass.”

“Per tua sicurezza.”

“Non sono una bambina da sorvegliare. Riattivalo, o da lunedì sul lavoro farò parole crociate e basta.”

“Intendi dire che sei disposta a continuare?”

Il dolore alla testa si stava allontanando, e sopraggiungeva la stanchezza. Niente di strano, neanche in questo: sovraccarico emotivo, bisogno di dormire, e Psicophine. Non è il caso che guidi io, pensò vagamente. “Credevi che avrei iniziato lo sciopero dei test?”

“Era ragionevole supporlo.” Sembrava capire che poteva obbligarla a restare nel Mi.Da, ma non a ottenere risultati, almeno.

“Nel mio dossier c’è scritto da qualche parte che sono una persona ragionevole?”

Un paramedico arrivò, chiedendo se serviva aiuto. Lem lasciò che fosse Allend a spiegare che la dottoressa soffriva di emicranie, ma che era tutto sotto controllo. A lui, il paramedico credette abbastanza da andarsene subito, senza contestare.

Si incamminarono sul sentiero in silenzio, fino alla limousine. Non c’era molto altro da dire, e Lem non aveva la forza per affrontare un’altra discussione. Sedette. “Ho dimenticato Chobin.”

“Eccolo.” Allend indicò col pollice il pinguino che correva tutto affannato, dopo aver finalmente trovato il coraggio di saltare giù da solo dalla panca. Lem lo prese tra le braccia, affondò il viso nel piumino morbido, e chiuse gli occhi senza più riaprirli, neanche quando la limousine vibrò mettendosi in moto.

Ho sconfitto il mostro, Monica. Alla fine, ci sono riuscita. Scusami se l’ho fatto troppo tardi, per te.

Lo Psicophine metteva sonnolenza. Allend le aveva iniettato una dose massiccia, l’aveva sedata, accidenti a lui. Ma, in fondo, aveva fatto bene: non si sentiva in grado di pensare a quello che sarebbe venuto da lì in avanti, per il momento. Un po’ di riposo era proprio quello che ci voleva, in quel cervello che non era più completamente suo. Si appoggiò alla portiera, e non si accorse di assopirsi, cullata dal dolce vibrare dell’auto che risaliva verso Atlantis.

 

Quando si risvegliò, era giorno fatto. Fu molto sorpresa di trovarsi sotto le coperte, con addosso la maglietta che usava per dormire, la tuta antiproiettile scomparsa dalla sua vita… non per sempre, temeva. Era sicura che gliene avrebbero imposta un’altra. Si alzò per andare a farsi una doccia, in un bagno che era una stanza a parte, non uno scomparto separato da una tenda igienizzata. Ormai stentava a ricordare come fosse possibile vivere in pochi metri quadri.

“Va bene – mormorò, sotto gli scrosci dell’acqua dei vip – va bene, metterò la tuta, sarò ragionevole e ubbidiente, farò i miei test: voglio proprio vedere cosa succederà.”

Si domandò se non fosse un po’ infantile, accettare di rischiare la pelle solo per curiosità. Il problema era che non trovava un motivo più valido. Come aveva detto a Nilufar, la scelta era tra essere attrice o spettatrice.

La colazione – caffelatte, cereali e una brioche alla crema, dal distributore in fondo alla strada – le sembrò la più deliziosa che avesse mai consumato in vita sua. Esplorò attentamente i suoi pensieri, trattenendosi al margine dei ricordi che causavano conflitto, ma non trovò più nessun mostro nero acquattato negli angoli: ciò che l’aspettava da lì in avanti erano difficoltà e rischi, non paure e pericoli.

Sul terminale c’erano dei messaggi. Lem li fece scorrere finché non arrivò a MITTENTE SCONOSCIUTO: una comunicazione di tre parole che la fece sorridere mentre masticava la brioche. ‘Grazie a Dio’.

Mentre vagava con gli occhi sulla sua casa, che non le era mai sembrata così casa e così sua, notò una piccolissima nota stonata, nell’ordine che ‘fotografava’ invariabilmente, per non perdere le sue cose in tutti quei metri quadri.

La superficie del tavolo era lucida come sempre, e, come sempre, al centro c’era un vaso di vetro pieno di cristalli di sale colorati (comprare sali decorativi aveva sicuramente senso, rispetto all’acquistarli grezzi, uguali ai mucchi del lago), ma oltre alla colazione, c’era qualcosa che non aveva messo lei.

Il pass per Atlantis sembrava nuovo, tanto era trasparente, con la parola stampigliata in oro, e luccicava ai raggi del sole mattutino.

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