Browse By

Capitolo 14

Essi sono qui per salvarci! Essi furono concepiti senza peccato, nella purezza del Primo Giorno, e il Dace diede la lieta novella: i Messia sono tra noi!

 

(“La Chiesa del Primo Giorno”, cap. 3, versetto 67)

 

 

Uscire da Atlantis fu problematico.

Lem ebbe più volte la sensazione che il Dace stesse cercando un qualsiasi pretesto per tenerla dentro, ma siccome i suoi documenti erano in regola, non era in libertà vigilata e non erano attuate misure restrittive nei suoi confronti – dopotutto lei era la parte lesa, non un’indagata – alla fine il controllore, con aria contrariata, le poté soltanto dire che sconsigliava di lasciare l’ottavo livello.

“Lei sa chi sono io?” chiese, per pura curiosità, e ovviamente il Drod annuì. Sul monitor doveva avere tutte le informazioni su di lei, giorno del completamento della sua dentizione da adulta compreso. Lem non se lo ricordava, ma il Dace senz’altro sì.

“Glielo sconsiglio per questo, dottoressa. Potrebbero non esserci sicurezze sufficienti per lei, fuori da qui.”

Anche qui, se vogliamo dirla tutta, non è che riposi tra due guanciali. “Grazie del consiglio. Posso riavere le mie tessere?”

Il Drod dovette rendergliele, non prima di aver verificato che anche il pinguino fosse in regola, con vaccinazioni e registrazione anagrafica. Sarebbero stati capaci di trattenerla con una scusa simile, senza alcun dubbio.

“Ha la tuta, come da programma?”

Figuriamoci se quello stronzo non aveva registrato l’obbligo. Lem si pizzicò un braccio, per mostrare il tessuto trasparente che si tendeva sulla pelle. Aderiva al corpo come un costume da bagno, ma si irrigidiva agli impatti improvvisi diventando duro come una lastra d’acciaio: le era capitato molte volte di sbattere contro qualche superficie e rimanere senza fiato, per l’improvvisa sensazione di essere intrappolata in una lattina confezionata su misura.

Avendo esaurito le risorse, il Drod fu costretto a farla passare.

Lem si chiese se avrebbero davvero convocato il Grande Capo, al momento del rientro, e pensò che non era mai stata torchiata in quel modo neppure a scuola. Davvero, lavorare per i servizi segreti non era quella cosa mirabolante che sembrava nei film: non dicevano mai, per esempio, che la vita diventava per due terzi noia e per un terzo paura.

Il cigno nero prende il volo, ci si rivede lunedì, e superò il terminale.

La periferia di New Babel era una lenta discesa. La città aveva una struttura piramidale, coi livelli superiori che si innalzavano al centro; ai margini, la cintura in espansione del primo livello era la base su cui, anno dopo anno, si erigeva il secondo, sopra il quale c’era il terzo, e via così, fino alla cuspide di Atlantis. Visto da lontano, l’empireo sembrava una torre tra le nuvole.

La vita in ‘campagna’, immersi nel verde artificiale dei giardini idroponici, attirava gli individui che non sopportavano il sovraffollamento della megalopoli, ma non potevano salire di livello: il risultato, in periferia, era un susseguirsi di baracconi industriali e lotti di terreno suddivisi con cura geometrica, decine di chilometri di villette a schiera con accanto i centri commerciali che, un giorno non troppo lontano, sarebbero diventati il basamento delle colonne-condominio.

Lem vide tutto dall’alto della superstrada che arrivava direttamente fuori città, e si chiese una volta di più per quale ragione tutta quella gente non capiva. O non voleva, o non gliene importava: cosa fosse peggio le rimaneva ignoto.

La foresta mediterranea cominciava bruscamente, dopo l’ultimo baraccone industriale.

Lem scese dalla superstrada, ripiegò la Motorale con uno sforzo che la lasciò indolenzita, prese in braccio Chobin e si infilò sul marciapiede mobile, che portava direttamente all’area picnic, tra tronchi giganteschi di conifere. Il polmone verde del continente afroeurasiatico veniva conservato intatto, e soltanto le superstrade coi cavi sospesi passavano sopra gli alberi, per collegare New Babel alle altre megalopoli del pianeta.

Il tentativo di replicare il progetto sahariano, che aveva cercato di spargere la popolazione su tutto il territorio edificabile, aveva avuto come effetto collaterale un vero e proprio collasso ecologico, così si era preferito ammassare la popolazione quanto più possibile, lasciando liberi grandi spazi nei quali fuggire. A Lem non sarebbe dispiaciuto vivere lì, se fosse stato possibile farlo: ma, a parte i ricercatori, tutti gli altri potevano al massimo ottenere un permesso di soggiorno della durata di due settimane, il tempo di una vacanza.

Capisco perché il mio predecessore se ne sia andato, pensò Lem col naso in aria, per ammirare gli immensi alberi dai tronchi scuri e le foglie puntute, forse dovrei farlo anch’io. Un tempo, in un’altra vita, aveva spasimato per iscriversi alla NeoBo e aggiornare il curriculum, ma ormai, con il Mi.Da tra le sue esperienze, sapeva che sarebbe stata assunta ovunque, anche in un team dell’area mediterranea.

L’area picnic era un immenso prato brulicante di gente. In pratica, una piazza cittadina con il pavimento di erba vera anziché sintetica, il cielo azzurro senza neon e gli alberi al posto delle colonne-condominio. Il parco vicino casa sua era più incontaminato, e Lem sospirò.

“Vieni – disse a Chobin – cerchiamo un posto che non sia una bolgia.”

In riva al lago era fuori questione tentare, così si appressò alle conifere, sotto le quali la gente pranzava, passeggiava, correva, senza badare minimamente al trionfo di natura sulle loro teste. Lem notò gli scoiattoli, enormi e rossi, che li guardavano con impertinenza dagli alberi, e spesso scendevano a rubacchiare dai tavoli. Una gazza le passò vicino camminando impettita, e trasalì quando Chobin, allarmato, le stridette contro. La gazza fece per avventarsi e Lem dovette spaventarla, anche se ottenne solo di farla svolazzare qualche metro più in là. Gli animali avevano perso la paura dell’uomo da tanto.

Miracolosamente, un angolo sotto una gigantesca betulla era rimasto libero. Lem sedette tra le radici, si appoggiò al tronco e chiuse gli occhi. Chobin si accovacciò sulla terra scricchiolante di foglie secche, per crogiolarsi al sole.

Non verrà. Lei non verrà e io devo tirarmi fuori da tutto, prima che la tazza del water mi salti in aria appena provo a sedermi.

L’alloggio di Nilufar era una mansarda in una palazzina di tre piani, con il soffitto inclinato e le travi a vista, legno per terra e pietra sui muri, un lusso che Lem non aveva mai visto se non in qualche film. C’erano tende alle finestre, vere tende, non vetri a scuramento automatico, e un tappeto d’erba naturale, sotto la lampada che pendeva dal soffitto in soggiorno. Era una casa fantastica, ma la padrona non sembrava nelle stesse condizioni.

“Perché vuoi andartene?” Aveva chiesto senza mezzi termini, appena aperta la porta. Nilufar, che senza trucco e con la faccia sfatta di chi non ha dormito da giorni, sembrava vecchia decrepita anziché quasi bambina, aveva alzato le spalle.

“Che t’importa?”

“Mi hai salvato la vita – aveva risposto Lem – m’importa.”

“Lieta di saperlo. Sono sicura che il mio collega farà un ottimo lavoro.”

“Non vogliamo un veterano di guerra, nel Mi.Da. Vogliamo te.”

“Ho dato le dimissioni.”

“Allend le straccerà subito, se gli dirai che hai cambiato idea.”

Nilufar l’aveva guardata con quegli occhi da vecchia, come se si chiedesse perché doveva spiegare l’ovvio. “Ma io non ho cambiato idea.”

“E cosa ti vieta di cambiarla adesso?”

“Non capiresti.”

“Ah già, la programmazione primaria: proteggere l’homo sapiens, sempre e comunque. L’hai fatto, sono qui davanti a te, mi vedi? Ho riportato solo ferite superficiali da day hospital. Fossi inciampata contro uno spigolo, mi sarei fatta più male.”

Nilufar aveva scosso la testa, come se non riuscisse a conciliare le parole di Lem con ciò che sapeva, nel profondo.

“Ogni perdita inutile è un bug di sistema, e io l’ho provocato… con la mia condotta irresponsabile, il Dace ha sofferto di un conflitto, e quindi tutta la Rete ha risentito del conflitto…”

Lem non aveva mai considerato la cosa sotto questo punto di vista. Era il Dace a non permetterle di riprendersi?

“Ci sarei entrata presto anche da sola, in un negozio di Motorale. La mia sta esalando gli ultimi respiri. Se mai, è stata una fortuna esserci entrata con te, perché altrimenti l’attentato ci sarebbe stato lo stesso, ma senza nessun Drod a salvare la situazione, e allora i morti sarebbero stati due, o forse di più. Ci avevi pensato, a questo?”

“Non è… la situazione è un’altra…”

“Te lo dico io qual è la situazione.” Lem non intendeva darle il tempo di iniziare a commiserarsi: a giudicare dai vestiti stropicciati e i capelli arruffati, aveva passato gli ultimi giorni a farlo, e le riusciva fin troppo facile immaginare Nilufar che scivolava la china, sempre più, finché non sarebbe più riuscita a risalire. E’ la selezione dei Drod, questa? Eliminano così gli individui più deboli… quelli inutili ai fini dell’ibridazione?

Non esisteva nessuna programmazione primaria che inibisse i Drod dallo smaltire i loro simili meno importanti. Se dal punto di vista umano il Dace era un controllore rigoroso, dal punto di vista Drod doveva essere una divinità, un’entità superiore di crudeltà inaudita.

L’unico modo che hanno i Drod di sfuggire a questo sono i dualis.

“La situazione è che i Drod non sono onnipotenti, e il Dace non è onnipotente, anche se a tutti piace crederlo. Ne so qualcosa, visto che mi pagano per cercare di fargli avere un figlio che non può generare, e tanto dovrebbe bastarti: una specie sterile è feccia. Dal punto di vista biologico, il Dace è meno del mio pinguino domestico. Nessuno ha il potere di impedire che succeda qualcosa di brutto, e a parte fare del proprio meglio, non si può pretendere altro, da sé o da chiunque. La programmazione primaria tu l’hai rispettata. Che altro vuoi?”

Nilufar aveva sfiorato la fotocellula della porta, per farla richiudere. “Vattene, per favore.”

Lem aveva messo il piede in mezzo e la porta si era riaperta. “Me ne vado – aveva risposto – e sai dove me ne vado? Nella foresta a farmi il week end fuori porta, da sola. Vieni con me?”

Finalmente c’era stato un lampo, negli occhi spenti di Nilufar. “Non puoi uscire da New Babel.”

“Errore, non solo posso, non solo è un mio diritto, ma ho intenzione di esercitarlo, esattamente domani mattina alle nove, all’ascensore B-612. Mi porterò Chobin e dormiremo in tenda, l’ho già comprata, vedi?”

Aveva tirato fuori di tasca l’uovo di tela che, una volta aperto, sarebbe diventato un bellissimo iglù a due vani. Viola, naturalmente. “A parte te, nessuno sa che prenderò il largo, quindi significa che, per tutto il week end, io sarò la fuori, in mezzo a sapiens di ogni livello, senza nessuna protezione. Che mi dici di questo, cara la mia Drod?”

Era una mossa terribilmente sleale, e lo sapeva. Nilufar era schiava della programmazione primaria: non poteva risponderle che erano problemi suoi e sbatterle la porta in faccia, per quanto potesse desiderare farlo. Con calma, Lem aveva tolto il piede dalla porta.

“Ti aspetto all’area picnic. Stare chiusa in casa non ti aiuterà certo a ritrovare un briciolo di cervello, e sì che fino all’anno scorso ero convinta che foste voi Drod, quelli intelligenti.”

La porta si era richiusa sul viso confuso di Nilufar, e Lem, dopo aver aspettato un po’, sperando che avrebbe riaperto per parlare, aveva sospirato e se n’era andata.

Non verrà. Avrà contattato Allend, gli avrà detto cosa intendevo fare, e adesso sono sicuramente sorvegliata: in mezzo a questa folla ci possono essere Drod camuffati, forse il grande capo ha perfino qualche sapiens di cui si fida. Ma Nilufar non verrà.

Tirò fuori la tenda, cercò un posto ai margini dell’ammasso umano, sotto gli alberi secolari, e premette il pulsante. Ci fu un sibilo, un rumore di aspirazione, e l’iglù si gonfiò in mezzo alla radura, tendendosi tanto che le pieghe si spianarono immediatamente. Lem prese alcuni sassi per appesantire la struttura, talmente leggera da volare via con la brezza, ed entrò a vuotare la borsa. Chobin si sistemò subito sul sacco a pelo e pigolò, guardandola soddisfatto. La muta era quasi ultimata, la lanugine cadeva lasciando al suo posto il lucido piumaggio bianco e nero dell’esemplare adulto.

“E’ inutile – mise giù le bombolette di salsicce e costine di maiale – non c’è scampo per nessuno, solo qualche permesso di uscita ogni tanto… e colture morte, il lunedì mattina.”

Si lasciò cadere nella tenda, incrociò le braccia sugli occhi e si disse che tanto valeva divertirsi, visto che c’era. Non temeva per la propria incolumità, e nemmeno capiva più se ciò dipendeva dalla certezza che qualcuno la sorvegliava, o piuttosto che della sua vita ormai gliene fregava ben poco. I cigni sono animali territoriali, si ammazzano a beccate a ogni sconfinamento, non ci si poteva fare niente. Soltanto separarli, quando possibile.

Ma non era possibile.

Un’ombra si delineò sulla tenda, inducendola a togliere le braccia. Una sagoma umana si stava chinando ad aprire la lampo della porta. “C’è nessuno?”

Lem si levò a sedere, il cuore in tumulto. “L’educazione vorrebbe che aspettassi che uscissi io, potevi sbagliarti e disturbare dei perfetti sconosciuti, sai?”

Nilufar entrò. Aveva una tuta, comoda per campeggiare, una borsa strapiena di cose e i capelli legati a coda di cavallo. Non si era truccata come al solito, ma il suo viso era tornato liscio e luminoso, anche se era ben lontano dalla pace della serenità. Lem si chiese se soffrisse di emicranie come lei, per colpa del conflitto con il Dace.

“Un Drod non sbaglia queste cose. Infatti ero sicura che l’avresti fatta sul serio, la follia di uscire da Atlantis.”

“Il problema è se farò la follia di tornarci. Puoi mettere le tue cose lì, da quella parte.” E rimase a guardare l’amica che tirava fuori un’impossibile quantità di viveri e suppellettili dalla borsa riempita fin quasi a far saltare le cuciture, sentendo la speranza che tornava a guadagnare terreno, nonostante i cigni bianchi, nonostante il Dace, nonostante tutto.

 

A monte dello stabilimento balneare c’erano gli impianti di dissalazione, e dato che Nilufar aveva – neanche a dirlo – un pass per la spiaggia depurata, fu lì che andarono.

Il bacino era uno slargo tranquillo d’acqua azzurra, la riva non aveva quell’alone friabile di sale depositato che permeava la spiaggia dei sapiens, a valle. Ai margini c’erano mucchi enormi di sale rastrellato via, talmente tanto che non bastava a saturare il mercato, e l’acqua del lago era così salata che a immergersi si galleggiava fino alla vita. Il prosciugamento del Mediterraneo aveva lasciato quel ricordo, nelle conche rimaste, dove confluivano i fiumi continentali. A una ventina di chilometri da lì, nell’affossamento che un tempo era stato uno degli ultimi laghi mediterranei, iniziava un deserto di sale convertito in circuito professionistico per le Motorale.

Lem vide i camion delle industrie cosmetiche che facevano scorta, e si chiese per quale motivo la gente dovesse comprare a caro prezzo – prezzo salato, si poteva dire – la stessa sostanza che poteva avere gratuitamente, soltanto uscendo da New Babel. Non pagano i sali da bagno, arguì, ma il confezionamento e la comodità di trovarli nei distributori. E magari pensano anche che siano più igienici. Le parve puerile.

Chobin impazzì nel vedere tutta quell’acqua. Corse goffamente sulle zampe tozze, si scontrò con le onde, andò giù, sparendo e spaventando Lem. “Ehi, rischia di annegare!”

Nilufar la fissò. “E’ un pinguino. I pinguini sanno nuotare, sai?”

“Sì, è una delle domande d’esame a biologia – ribatté Lem, piccata – ma è ancora un pulcino, la muta non è completa e se si inzuppa…”

Chobin riemerse e cominciò a fendere l’acqua, sfrecciando come un missile. Si immerse di nuovo, tornò su con un pesce argenteo, e rovesciò indietro la testa per inghiottirlo tutto intero. Tornò sott’acqua. Quando riaffiorò, si accorse che c’erano almeno un’altra decina di pinguini da compagnia a sguazzare, mentre i padroni si godevano il sole, e si unì allo stormo. Da lontano, sembrava che l’acqua fosse piena di bombe che scoppiavano di continuo.

Lem stese il suo asciugamano senza dire una parola e augurandosi che Nilufar avesse la compassione di tacere. Per fortuna, l’ebbe, e dopo essersi spalmate a vicenda di olio solare – in uno stabilimento pieno di Drod, poteva anche togliersi la tuta – passarono un paio d’ore di ozio sonnacchioso, ad abbrustolirsi come lucertole.

Stanco di giocare, Chobin uscì dal lago e venne ad accovacciarlesi accanto, rilisciando le piume perché asciugassero. La gente, sulla spiaggia, era pochissima rispetto al sovraffollamento umano, e a una prima occhiata le era parso di essere la sola sapiens. Ovviamente non era così, ma le ci volle un po’ per distinguere i suoi simili dai Drod: c’erano famiglie miste, comitive di amici, dipendenti dello stabilimento, così amalgamati che occorreva fissarli bene per capire a che specie appartenessero.

Un tempo le sarebbe sembrato ingiusto che i Drod si riservassero i posti migliori; adesso si rendeva conto che, se volevano salvare la propria sanità mentale, non avevano altra scelta che tenersi lontano dalla gente, per quanto possibile.

‘Se hai bisogno d’aiuto, rivolgiti a un Drod’, era il ritornello che si ripeteva ai bambini, e un Drod che voleva essere lasciato in pace almeno per qualche ora non poteva mescolarsi ai suoi protetti, doveva tenerli alla larga, altrimenti l’eccesso di stress sarebbe stato micidiale. Lem cercò di immaginare il conflitto interiore di un Drod che doveva scegliere tra salvare il proprio figlio o un sapiens, e di colpo molti atteggiamenti di Max le apparvero chiari.

Quelli che erano lì non erano sapiens che andassero a tirar la manica al Drod più vicino perché facesse scendere il micetto dall’albero: la difficoltà a distinguere gli uni dagli altri derivava anche dall’atteggiamento generale, completamente paritario. Nessuno di quei sapiens avrebbe preteso il rispetto della programmazione primaria.

Non preoccuparti, tu non rendi schiavo nessuno, aveva detto Buddy. Allora non aveva capito di aver ricevuto  il complimento più grande che un Drod potesse fare a un sapiens.

Fu così che ci arrivò, senza fanfare, osservando tra le palpebre socchiuse i protettori del genere umano che tiravano il fiato, oziando o nuotando nel lago, rimproverando i figli che disturbavano i vicini, giocando con cani e pinguini domestici. Un tempo, i loro antenati erano stati oggetti, ma un tempo anche il brodo primordiale era soltanto una melma puzzolente, e non per questo lei si riteneva meno viva di quanto fosse.

Vogliono persone che non hanno bisogno di loro. Ecco la qualità che cercano, nei sapiens: persone che permettano di non essere schiavi della programmazione primaria, di non ridursi come Nilufar.

Chobin pigolava perché aveva fame, e Lem si tirò su. “Non hai ammazzato abbastanza pesci?”

“E’ l’istinto – mormorò Nilufar, con gli occhi chiusi – e poi il lago è pieno: permettono perfino di pescarli, vicino alla diga.”

“Bleah!” Lem arricciò il naso. “E chi se li mangia, dei pesci morti?”

“Io li ho mangiati, una volta. Sono uguali a quelli normali.”

“Complimenti per lo stomaco.”

“Non sapevo che erano morti, me li ha dati il mio ex e me l’ha detto dopo.”

“Capisco perché è un ex.”

“Effettivamente.”

Risero mentre Lem travasava in gola a Chobin il pastone che si era portata dietro. Se riusciva a cacciare da solo, non ne aveva più bisogno, ma gli piaceva essere coccolato, e dopo le saltò in grembo e si appollaiò per un sonnellino.

Il pomeriggio scivolò via tranquillamente, senza che parlassero granché, entrambe impegnate a leccarsi le rispettive ferite che il sole sembrava cicatrizzare, poco alla volta. Fecero il bagno, mangiarono un gelato, declinarono l’invito di un paio di Drod a fare una passeggiata nel bosco. Stranamente, Lem fu quasi infastidita dagli sguardi dei giovanotti, e dovette dominare l’impulso di coprirsi con l’asciugamano. E sì che era in astinenza da un sacco di tempo, e la foresta era invitante.

“Se cambiate idea, noi siamo là.” disse alla fine il Drod che la puntava, indicando il loro ombrellone. “Magari ci rivediamo domani.”

“Sì, magari.” rispose Lem a mezza voce, sentendo il collo rilassarsi quando i due si voltarono per andarsene. Nilufar, che aveva assecondato la sua scarsa propensione, osservò che erano appetibili, anche per gli standard Drod.

“Vai tu, se vuoi – ribatté Lem – io sto bene qui.”

“Non ti lascio da sola. Sei anche senza tuta.”

“Siamo in uno stabilimento pieno di Drod. Di che hai paura?”

Nilufar si voltò per abbronzare l’altro fianco, senza rispondere. Era esasperante.

Si decisero a lasciare la spiaggia quando il sole tramontò e si levò un vento fresco, non molto piacevole.

“Fanno un rave, più tardi – disse Lem passando davanti al monitor dei messaggi – cosa ne dici?”

“Magari domani, stasera godiamoci la natura. Rave nei troviamo quanti ne vuoi, a New Babel, no?”

Lem pensò che era fantastico, avere un’amica che la pensava come lei nelle cose fondamentali, e subito dopo si sentì in colpa: il tema dell’amicizia era ancora un nervo scoperto. Senza riflettere disse: “Hanno sparso le ceneri in questo lago. Dall’altra parte, però, nella riserva.”

“Chi?”

“I genitori di Monica.”

La voce di Nilufar si fece comprensiva. “Sei voluta venire qui per questo?”

“No – Lem scrollò le spalle, maledicendosi per aver tirato fuori il discorso – o forse sì, che ne so. Scusa, preferisco non pensarci.”

“Non è stata colpa tua…”

Ah, questa poi! Si voltò per fronteggiarla, le mani sui fianchi. “E’ il colmo che sia tu a dirmelo, sai? Quel giorno potevo essere io ad andarmene con quel Drod, e avrebbero potuto sparare a me. Sarebbe successo, se non mi fossi fatta licenziare e mi avessero nominata direttrice, e se Clive ci fosse stato. Al mio posto potrebbe esserci Monica, e tu staresti facendo la predica a lei!”

Scossa da quell’attacco improvviso, Nilufar protestò: “Ma dai, tutti questi ‘se’… non sei stata tu a ucciderla!”

“No, infatti – Lem incrociò le braccia – non l’ho uccisa io, ma ci sto male lo stesso. Era mia amica, le volevo bene, e adesso sono qui nella spiaggia degli eletti, mentre lei è diventata melma sul fondo del lago. Bisogna conviverci, anche se è difficile.”

Nilufar non era una stupida. Rispose vivacemente: “I sapiens possono anche farlo, ma la programmazione primaria di un Drod è un’altra cosa. Non è come veder morire una persona senza poterci fare niente, sarebbe come se tu dovessi uccidere tuo figlio!”

Era proprio quel che aveva pensato Lem poco prima, ma non intendeva concederglielo. Per ogni regola, esisteva la sua eccezione, che diventava regola alternativa.

“Il tizio che dovrebbe sostituirti ha combattuto in Svizzera. Un vero eccidio, se non ricordo male, quasi novanta milioni di vittime. Eppure è qui, e prenderà servizio al tuo posto. Cos’è, lui è un Drod snaturato, o magari è soltanto qualcuno che sa distinguere tra programmazione primaria e sensi di colpa personali?”

“Tu…” Nilufar parve sul punto di esplodere, ma si controllò, le voltò le spalle e si allontanò lungo il sentiero. Chobin fece qualche passo seguendola, poi vide che Lem era rimasta al suo posto e tornò da lei, pigolando a chiedere come mai il gruppo si separava.

Con un sospiro, prese in braccio il pinguino e andò a sedersi su una panca, dicendosi che era meglio se Nilufar smaltiva la rabbia per conto proprio. Psicanalizzare un Drod, proprio quello che mi mancava. Non dovevo provocarla. Sospirò di nuovo.

Le famiglie le passavano accanto, tirandosi dietro i figli sfiancati dalla giornata di giochi. Lem notò almeno un paio di coppie miste, e si domandò se i pargoli fossero dualis… impossibile stabilirlo senza vedere l’ESP in attività: in genere il binomio Drod/sapiens ricorreva all’embrioadozione. La propaganda incoraggiava lo smaltimento degli aborti, con sovvenzioni e agevolazioni.

Ma a volte i preziosi ibridi nascevano, e volendo calcolare la curva demografica sui due piedi, si poteva dire che era destinata a crescere, a un tasso esponenziale. I dualis erano fertili con ambedue le sottospecie umane, e la prole era dualis a sua volta. Se le cose fossero continuate così, avrebbero preso il sopravvento.

Da scienziata, la cosa non la disturbava: l’evoluzione era la sola costante, in un mondo che cambiava continuamente. E aveva già fin troppi problemi, per aggiungerne di così remoti: chiunque avesse vinto la gara evolutiva, l’avrebbe fatto molto tempo dopo la sua morte, decomposizione e rigenerazione in tubero.

“Andiamo, dai. Vediamo di far pace.” Con Chobin che le trotterellava alle calcagna, Lem tornò alla tenda, avendo cura di rimanere sempre nei dintorni di qualche gruppo Drod dall’aria ben piantata. Che volessero rilassarsi senza dover pensare alla razza umana era lecito e legittimo, ma riteneva lecito e legittimo anche il suo desiderio di non farsi uccidere.

Vicino alla tenda, Nilufar aveva già acceso la griglia per arrostire la carne. Non alzò la testa quando la sentì arrivare.

“Scusa – disse Lem, per appianare le cose – ma io ti devo la vita. Questo non conta proprio niente?”

“Sono stata al funerale.”

“Prego?”

“Il funerale del proprietario del negozio. Si chiamava Scott, non so il nickname.”

“Ah…”

“La moglie mi ha detto che avrebbero dovuto riprogrammarmi il cervello, perché funziono veramente male, se non sono riuscita a fare quello per cui mi hanno costruita.”

Era la linea di pensiero più comune tra i sapiens, ma non le parve il momento di farlo notare. “Era sconvolta, non pensava a quello che diceva.”

“Nessuno mi ha costruita, Lem – Nilufar alzò gli occhi e la guardò con aria di sfida – io sono nata, proprio come te. Cosa credete, voialtri, che noi abbiamo una specie di… catena di montaggio, al posto degli organi riproduttivi?”

Lem decise di buttarsi: “Questo dovresti chiederlo al Dace: è da lui che dipendete, no?”

Nilufar sospirò. “Il Dace… nessuno lo capisce veramente. E’ la Rete che ci unisce tutti, ma c’è molto di più, in tutte quelle connessioni… è diverso da noi.” Fece un gesto vago con la mano. “Tutti noi, Drod dualis o sapiens… è difficile da spiegare.”

“Lo immagino. E’ una creatura nuova, un vero alieno.” Sorrise, rendendosi conto che le sue scuse erano state accettate. “E’ vivo perché pensa, e non esiste un’altra specie che sia viva solo perché pensa.”

“Sì, è vivo, ma non dirlo al capo. Non gradisce che si parli del Dace come di un essere vivente.”

Lem sbatté le palpebre. “Ma lui dirige il Mi.Da, e se esiste un progetto al servizio del Dace, è questo…”

Nilufar rise sarcastica. “Lui è un dualis! I dualis sono al servizio di una sola causa: la loro. L’ibridazione li collega alla Rete, ma non sono programmati come noi Drod. Per Allend, il Dace è uno strumento, niente di più. Può farne a meno quando vuole, ogni volta che vuole.”

Ricordò quando Allend aveva spento la webcam, senza che il Dace potesse farci niente, e si domandò quante volte fosse già successo.

“Per favore – disse alla fine, sommessamente – torna al Mi.Da.”

“Abbandona il progetto.” ribatté Nilufar.

“Vorrei farlo.”

“E perché non lo fai?”

Il terminale nella sua tasca iniziò a vibrare, qualcuno le aveva mandato un messaggio, ma Lem lo ignorò. “Perché quello che deve succedere succederà comunque, con me o senza di me. Solo che, se succederà senza di me, io sarò una spettatrice, non potrò farci niente. Ho passato la vita a lottare per non essere una spettatrice, e non intendo cominciare adesso. Vuoi sul serio alzarti una mattina e scoprire che il tuo mondo è stravolto?”

L’aveva messa in termini molto più melodrammatici di quanto sarebbe stato necessario, ma voleva disperatamente convincerla. Mentre Nilufar la guardava stupita, Lem si scusò e tirò fuori il terminale, per darle il tempo di meditare. Si allontanò tra gli alberi e premette il tasto di accettazione della chiamata vocale.

“Non perdere tempo a trattenermi, non rimarrò online tanto a lungo da essere individuato. Devi andartene subito da lì, Lem. I flussi in uscita sono controllati, aspettavano solo l’occasione, e tu gliel’hai data. Come hai potuto essere così stupida da lasciare Atlantis?”

Si aspettava qualcosa del genere, ma sentirlo confermato era un altro paio di maniche. La voce le uscì meccanicamente.

“La nostra specie tende a fare molte stupidaggini, Vega.”

“Sì? Eri tu che ti preoccupavi della gente che finiva coinvolta in questi attentati. Credi che si faranno problemi a falciare tra la folla, per beccarti?”

Lem rispose freddamente: “Sono lontana dalla folla per questo.”

“Stupida!” Vega sembrava veramente fuori di sé. “Devi andartene! Torna ad Atlantis, adesso, subito!”

Lem chiuse gli occhi. Non è che la libertà non esiste: non esiste come diritto. E’ una conquista, la più difficile di tutte.

“No.”

“Lem, ti vogliono morta, lo capisci? Sei troppo vicina…”

“Lo capisco – davvero strano, come si sentisse calma, in quella paralisi – e ti ringrazio dell’avvertimento. Stai lavorando dalla tua parte, come io lavoro dalla mia. Ti devo un favore. Cerchiamo di salvare più vite possibile, d’accordo?”

“E’ la tua vita che io…”

“Meglio che non ti faccia individuare.” E chiuse la comunicazione.

Alzò la testa a guardare la volta dei rami sopra di lei, simili ai reticolati metallici delle strutture di sostenimento dei livelli, solo che gli alberi, a differenza dei supporti artificiali, sembravano rendere il mondo più grande, anziché inscatolarlo in stanze e uffici.

Tornò da Nilufar. “Secondo me dovresti tornare, ma non ne parlerò più. Godiamoci il week end e basta, ti va?”

Nilufar annuì. “Che ne dici di due passi, prima che scenda il buio? Nella foresta non ci siamo state.”

Finalmente l’amica sorrise, visto che la parte sgradevole della discussione era terminata. “Potevamo andarci oggi pomeriggio, e in buona compagnia.”

“Me lo rinfaccerai in eterno, vero?”

“Ovvio!” Nilufar balzò in piedi, con l’agilità Drod che neppure l’abbattimento più totale poteva intaccare. “O magari hai qualcuno? C’è un fidanzato in giro, Lem?”

Lem si strinse nelle spalle, a disagio. “Non direi, no…”

“Scommetto di sì! Com’è, carino?”

Continuando la conversazione su quel tema, che metteva Lem terribilmente in imbarazzo senza neanche capirne il motivo, si avviarono lungo il sentiero, seguite da Chobin. L’area campeggio si stendeva per un territorio enorme, impossibile pensare di uscirne a piedi, ma mentre procedevano la gente era sempre meno, perlopiù coppie o individui soli, che cercavano nel bosco un po’ di tregua dalla frenesia asfissiante della città.

Nilufar fu la prima a cogliere il movimento tra gli alberi, e la mano le andò immediatamente alla pistola. Un momento dopo la lasciò ricadere, con una risatina imbarazzata. “Sono un po’ tesa, si vede?”

“Un po’.” Ammise Lem. Superò l’amica e si avvicinò alla renna, che le guardava da sopra i cespugli con un’espressione interrogativa. Era un giovane, probabilmente loro due erano i primi esseri umani che vedeva in vita sua. Nella penombra crescente del crepuscolo, colse le figure degli altri esemplari, sparsi nella radura, che stazionavano in attesa del buio, per dormire. “Non sono bellissime?”

“Puzzano.” Nilufar arricciò il naso, ma si avvicinò ugualmente. “Non credevo fossero già arrivate.”

“Beh, non sembra, ma siamo quasi in inverno ormai. Tra poco sarà Natale.”

Le renne non avevano paura degli esseri umani: non erano più una minaccia, da così tanto tempo che gli animali si avvicinavano senza alcun timore, e anzi semmai il rischio era che una renna innervosita facesse del male a qualcuno. Ogni tanto, certo, un puntino rosso vagava nel branco, e un esemplare vecchio, malato, o semplicemente in sovrannumero, crollava all’improvviso, ma quelle morti non dicevano niente agli animali. Quando il gruppo era passato, si smaltivano le carcasse, senza suscitare nelle renne la paura verso i controllori selettivi.

Lem tirò fuori di tasca una manciata di sale che aveva preso dai mucchi, e la renna lappò avidamente quella ghiottoneria. “Su al nord dev’essere già scesa la prima neve.”

“Da qualche parte ho letto che un tempo a quest’ora era inverno inoltrato anche qui – disse Nilufar – poi il clima è un po’ cambiato, sai, con la creazione dell’area mediterranea e tutte le bonifiche dei deserti…”

“Ogni azione ha una conseguenza, in natura.” Lem grattò la renna sul muso. “E spesso valutarle tutte è impossibile. Occorre andare a tentoni.” Poi, rendendosi conto che stava per tornare a parlare di quello di cui non volevano più parlare, scosse le spalle, facendo allontanare la renna. “Torniamo indietro? La carne sarà pronta, e muoio di fame.”

 

Quella notte, Lem rimase sveglia, a guardare il soffitto viola, le mani intrecciate dietro la nuca, pensando e ripensando. C’erano così tante diramazioni dalla questione principale, anch’essa talmente ingarbugliata che tenerla tutta presente era quasi impossibile; alla fine sospirò e si girò sul fianco, con attenzione per non disturbare Nilufar. Si mise a sedere, pensò di tornare a sdraiarsi, ma alla fine si alzò definitivamente e uscì all’aperto, per stare in mezzo all’erba.

Dormire era fuori questione, e anche se si diceva che era per il fastidio di dover indossare la tuta, sapeva che non era così. La chiamata di Vega dominava su ogni altra considerazione, e si chiedeva cosa stesse facendo l’amico, per far sì che i cigni bianchi correggessero la mira. Che la smettessero di utilizzare una strategia così fallimentare, per passare a… che cosa?

Tu hai qualcosa in mente, qualcosa di serio. Ti ci sei trovato in mezzo come me, o ci hai lavorato su per tutta la vita?

Cincischiò un paio di steli d’erba tra le dita, per sprigionarne l’odore.

Quando attaccheranno?

La domanda rimase senza risposta solo per poco tempo. Con la coda dell’occhio, vide la lucina rossa, simile a un bottoncino, che correva sull’erba verso di lei, e d’istinto si gettò in avanti, un attimo primo che il mirino laser fosse sulla sua testa e che il proiettile ad ago esplosivo diserbasse il punto preciso dov’era stata seduta, lasciando un bel buco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*