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Capitolo 13

Contro la sua stessa volontà, l’homo sapiens si affacciava su baratri senza fondo, tentava di sfuggire al proprio istinto di conservazione, addirittura andava a cercare situazioni nelle quali l’opzione desiderata era distruttiva, anziché conservativa. I bug erano dentro la specie, e non si potevano correggere intervenendo geneticamente, perché sembravano appartenere alla natura della razza come la postura eretta e il cranio abnorme.

 

(“Critica comparata interspecie”, volume II, ed. Primogiorno)

 

Con l’inizio dei test sugli uteri artificiali, cominciarono le emicranie che avrebbero tormentato Lem per tutto il resto della vita.

Fin da quando era uscita dalla vasca staminale aveva avvertito un senso di disagio, ogni volta che la sua vecchia memoria entrava in contatto con la memoria eidetica, ma allora era stato facile respingere i ricordi e pensare ad altro. Cancellare sua madre non era stato soltanto un gesto di rifiuto, ma anche un modo per non dover più provare il malessere di pensieri eidetici che si sovrapponevano forzatamente ai ricordi sbiaditi e sfocati di quando era una persona qualsiasi.

Purtroppo per lei, l’esperienza maturata alla clinica degli aborti era fondamentale per i test che si proponeva di fare, e non poteva smettere di pensare alle competenze maturate prima che Max le ricostruisse il cervello. La prima volta che capitò fu colta talmente di sorpresa che cadde in ginocchio, le mani contratte tra i capelli e la sensazione di un trapano laser che lentamente le entrava dalla fronte, trafiggeva la tenera materia grigia, e usciva dalla nuca, allungando propaggini uncinate su tutta la calotta cranica.

“E’ assurdo – disse Lem dopo che Padovani le ebbe iniettato un analgesico nei gangli nervosi – se non pensassi mai alla vita di prima, non potrei neppure lavarmi i denti o leggere, invece non mi dà nessun fastidio. Con gli uteri, invece…”

L’anziano premio Nobel annuì per indicare che capiva cosa intendeva, ma disse: “Credo sia una questione emotiva, più che mnemonica: con quello che ti è successo, è probabile che le sinapsi vadano in sovraccarico. Inoltre la memoria a lungo termine è parte integrante della tua individualità, e le nozioni che hai appreso a suo tempo non possono dare conflitto, solo perché con le incameri una seconda volta, in maniera eidetica. Il cervello umano è strano.”

“E il mio più di tutti.” concluse Lem. “Speriamo sia un episodio isolato.”

Ma non lo fu, e quando si ripeté per la seconda, e poi per la terza volta, Max l’acchiappò direttamente lì nel laboratorio, le infilò le sue lucine scanner negli occhi e le disse che non poteva farci niente.

“Sei a rischio aneurisma, ma basteranno dei controlli trimestrali. Per tutto il resto, a meno che tu non voglia tornare nella vasca staminale, dovrai adattarti.”

La prospettiva la fece rabbrividire. “Non ci sono sistemi meno invasivi?”

“Ci sono sistemi di ogni tipo, il problema è che il cervello reagisce in maniera imprevedibile. La prima volta, ne sei uscita con una memoria eidetica a rimpiazzare parziali amnesie di neuroni distrutti, la seconda volta come ne usciresti? Con un ritardo mentale per annullare il sovraccarico sinaptico di due memorie che danno conflitto?”

Nessuno poteva imputare al suo medico di non parlare chiaro. “E come faccio coi test?”

Max le ficcò in mano una siringa, già caricata e pronta all’uso. “Soluzione di Psicophine al due per cento, non preoccuparti, non da dipendenza. Usala appena senti che arrivano le fitte – le puntò il dito sul lato del collo, alla giugulare – portatela sempre dietro, anche se non credo ti capiterà spesso, fuori di qui: se hai resistito alla presenza di tua madre, puoi resistere a tutto.”

Lem prese la siringa, leggermente in imbarazzo. Ricordava bene le occhiate di Cherry, e senza bisogno di ricorrere alla memoria eidetica. “Spero che non ti abbia creato problemi. Mia madre, intendo.”

“Niente che non si risolvesse mostrando la fede e parlando del mio felice matrimonio.”

“Mi dispiace.”

Max tagliò corto. “Non ce n’è motivo, comunque sabato vieni al mio studio, faremo un check up più completo. Per quel che servirà.”

Come collega era esasperante, ma come medico Lem nutriva una fiducia cieca nei suoi verdetti, e non protestò quando, il sabato seguente, Max confrontò i risultati del check up e confermò la diagnosi di emicrania cronica.

“La bella notizia è che non ci sono aneurismi. Il tuo cervello è pulito come una coltura non fecondata. Altrettanto vuoto, potrei aggiungere se fossi maligno.”

“Devo prendere precauzioni particolari?”

“Se riesci a non sforzare la mente a coniugare le due memorie, è meglio. Ma siccome a volte sarà inevitabile, e altre succederà che tu sia d’accordo o meno, tieni sempre l’analgesico in borsa. E’ probabile che il fenomeno si ridurrà spontaneamente con il tempo, man mano che aumenteranno le tue esperienze eidetiche e avrai sempre meno bisogno di ricordare quello che c’era in precedenza.”

Con l’onorario che prendi, potresti trovare qualcosa di più specialistico di un banale ‘prendi le pillole per il mal di testa’, pensò Lem, ma stette zitta. Notò l’ologramma in 3D sulla scrivania mentre si alzava, e si sorprese vedendo che, in braccio a una Drod dalla pelle bruna e i ricci neri, c’era un bambino paffuto, riccio come lei. Altre due bambine si stringevano alla madre e salutavano l’obiettivo. La somiglianza con Max, soprattutto della maggiore, era innegabile.

“Non sapevo avessi anche dei figli.”

“Cose che capitano, se non prendi la pillola mensile.” Ma, cosa rarissima in lui, Max lo disse sorridendo. “Quella è vecchia, tra poco dovrò cambiarla.”

“E’ una bella foto, perché?”

“Perché se continui a non prendere la pillola mensile, succede che alla festa aziendale tua moglie spenderà una cifra a cui non voglio pensare per un vestito che metta in bella mostra il pancione, ecco perché.”

“Ah…” Lem non seppe cosa dire. Ai livelli più bassi era già strano avere un fratello, data la sovrappopolazione che faceva passare ogni velleità di condividere pochi metri quadri con altre persone; una famiglia tanto numerosa la lasciava un po’ spiazzata. “Dev’essere un bell’impegno, tra lavoro e tutto.”

“Sì – Max si alzò – ma ne vale la pena. Il che mi ricorda che oggi è sabato, è una bella giornata, e tu devi goderti la vita da single come io quella familiare. Ci vediamo lunedì.”

Lem uscì dallo studio, che si trovava in una bellissima zona residenziale in fondo a un viale alberato interdetto al traffico. Respirò a pieni polmoni l’aria pulita delle grandi altezze, felice di averla avuta vinta riguardo la sorveglianza speciale sotto cui il Dace avrebbe voluto porla: dopo un paio di discussioni alquanto antipatiche col suo capo aveva ottenuto di potersi muovere liberamente come prima, anche se aveva dovuto accettare di indossare una tuta antiproiettile integrale, di quelle ultrasottili e trasparenti, magnifica sul piano estetico – praticamente non si vedeva – ma che prudeva da matti.

“Se Atlantis è blindata e non passano più sapiens non residenti, a cosa mi serve?”

“A continuare a ricevere lo stipendio.” aveva ribattuto Allend, che sapeva come chiuderti in faccia un discorso, se voleva.

Scosse le spalle, per trovare un po’ di sollievo dal fastidio del polimero rinforzato.

La vita da single. Le parole di Max le tornarono in mente per tutto il fine settimana, mentre passeggiava nel parco con Chobin o se ne stava seduta in qualche locale, sorseggiando bevande che adesso non le parevano più costose, ma commisurate alla paga che prendeva.

Ci furono un paio di tentativi di approccio, da dei Drod nientemeno, ma Lem svicolò sempre, chiedendosi quando sarebbe riuscita a riavere abbastanza fiducia da poter, magari, entrare in una stanza buia dove non conosceva nessuno. La prospettiva la faceva rabbrividire.

I Drod non mi farebbero mai del male. Non a me personalmente, almeno.

Cominciava a essere stufa di preoccuparsi per l’intero genere umano. Nemmeno sapeva quando avesse cominciato, ma iniziava già a trovarlo un peso insostenibile.

E se a me è bastato qualche mese, i Drod che non fanno altro da quando esistono, come saranno messi?

Bevve molto, durante quel fine settimana.

 

Il lunedì, quando passò lo scanner sugli uteri, chiese a Buddy se avesse voglia di un bel brodino caldo, per pranzo.

“Nessuna compatibilità, nessuna Rete. Le cellule sono defunte e decomposte. Game over.”

Sapeva che un solo test non bastava, e che anzi sarebbe stato strano non aver bisogno di ricalcolare sulla base dell’errore commesso, ma in qualche modo si sentiva a credito con la vita, e almeno un piccolo successo le era dovuto, cavoli.

“Non c’è stato neppure un tentativo di crossing over. Hanno preferito morire piuttosto che lavorare, avevo un direttore così, una volta.”

“Beh, cosa ti aspettavi? Di trovare tante Reti embrionali, appena arrivata?”

“No, ma non mi avrebbe fatto schifo. Adesso devo tornare a prendere altri uteri.”

In quella clinica dove tutti la consideravano un bel cigno nero, un criceto da tenere sulla ruota, perché correva così bene, ma così bene…

Le tornò in mente Vega, ma cacciò il pensiero. “Nilufar non c’è neanche oggi? Mi deve accompagnare.”

Nemmeno cercava più di discutere le direttive che, durante l’orario di lavoro, imponevano che uscisse sempre in compagnia di un Drod. Allend aveva chiarito, con una certa incisività, che se non poteva dirle cosa fare quando timbrava in uscita, mentre lavorava al Mi.Da doveva attenersi alle disposizioni del capo.

Buddy tornò a guardare il monitor. “Ancora in malattia.”

Più di una settimana, per delle escoriazioni superficiali. Le parve strano. “Ma mi hanno detto che ne era uscita praticamente illesa, a parte qualche buco di plexiglas…”

“Non sta male fisicamente, è un po’ provata sul piano mentale.”

Lem sbatté le palpebre. “Non capisco.”

Con un sospiro, Buddy si volse a guardarla. “No, forse non capisci, ma per un Drod è pesante, non riuscire a rispettare la programmazione primaria. E’ per questo che i dualis sono avvantaggiati: fosse successo al capo, non si sarebbe fatto turbare.”

Figurarsi se si farebbe turbare da una quisquilia come la mia morte. Anziché stizzirla, quel pensiero la rattristava. Strano.

“Nilufar mi ha salvata, dove avrebbe fallito, scusa?”

“Non ha salvato l’altro sapiens sotto la sua responsabilità. In una situazione di pericolo, spetta al Drod più vicino gestire la situazione, e lei non c’è riuscita.” Buddy scosse la testa, a simpatia per la condizione della collega. “Non so nemmeno se tornerà, a questo punto. Tra l’altro, è stata lei a farti entrare in quel negozio.”

Era l’idiozia più grande che Lem avesse mai sentito. “E come poteva prevederlo, scusa?”

“Non sto dicendo che sia razionale. Solo che, quando c’è di mezzo la programmazione primaria, le cose diventano problematiche.”

“Questa non è programmazione primaria – rispose sdegnosamente Lem – questo è autocommiserarsi e pensare che il mondo intero dipenda da te. E’ assurdo!”

Il Drod serrò le labbra. “Tu non puoi capire.”

“Quindi pensi che sia giusto così?”

“Niente è giusto, Lem – gli occhi di Buddy grigi e molto acuti, non se n’era mai accorta prima – non è giusto che siamo schiavi della programmazione primaria, e non è giusto che in cambio di questa schiavitù i tuoi simili cerchino di distruggerci. Ma è così.”

Lem rimase senza parole. Non aveva mai considerato la questione sotto una simile ottica.

“Scusa.” disse, goffamente.

“Non preoccuparti. Tu non rendi schiavo nessuno. Per gli uteri ti accompagno io, appena ho finito.”

E tornò a collegarsi col suo cavetto al terminale, penetrando nel Dace così a fondo da non rispondere a Lem, quando gli disse che andava bene. Se succedesse qualcos’altro di simile, anche tu ne usciresti distrutto?

Ma non successe niente. Atlantis si era chiusa su se stessa come un’ostrica che custodisce una perla, e la cosa curiosa fu che tale chiusura non aveva avuto come conseguenza un aumento degli automatismi, ma una loro diminuzione. Per il ritiro degli uteri Lem non dovette passare la tessera, ma firmare un documento cartaceo, e il controllo delle retine agli edifici governativi non veniva effettuato da una fotocellula, ma da un addetto fornito di scanner che poi uploadava manualmente.

Con ogni probabilità, i suoi spostamenti non venivano neppure registrati, e senz’altro tale disposizione era estesa anche a Padovani, il quale sembrava prendere ogni misura precauzionale con sovrana indifferenza. Doveva esserci abituato.

Le persone sono meno manipolabili del Dace, considerò, e si chiese perché questo fatto dovesse sembrarle tanto importante. I sapiens non sono collegati alla Rete.

 

I test diedero risultati meravigliosi, se i test fossero consistiti nel far fare corto circuito a staminali neuronali che cercavano di fare presa tra loro, sul sistema che Buddy continuava a correggere dietro indicazioni di una Lem sempre meno convinta.

C’era qualcosa che mancava, che non faceva vivere le colture, e naturalmente quel qualcosa non si poteva riprodurre in laboratorio, perché nessuno sapeva cosa fosse. Forse, prima o poi, sarebbe successo per puro caso, e del resto tutti, al Mi.Da, avevano l’atteggiamento fatalistico di chi va avanti e spera per il meglio. A volte aveva la sensazione che il Dace stesso le avrebbe dato qualche amichevole pacca sulla spalla, se avesse potuto.

Era venerdì e Lem osservava scoraggiata le confezioni argentate degli uteri, chiedendosi per quale strano motivo pensasse che stavolta sarebbe andata diversamente, quando l’ibrido in persona, con la sua giacca sportiva e la cravatta allentata al secondo bottone, entrò nel laboratorio e chiese un attimo di attenzione.

Si alzarono tutti, tranne Max che comunque si degnò di girare la sedia per guardarlo. “Quella spegnila.” disse, e Allend buttò la sigaretta nel riciclatore. Aveva abbastanza buon senso da non fargli notare di essere lui, quello che comandava.

“Come saprete, la situazione questa settimana è stata un po’ irregolare – le lanciò un’occhiata, che Lem sostenne trucemente – ma da lunedì tornerà tutto nella norma. Ho trovato un nuovo addetto alla sicurezza.”

Ebbe l’impressione che i Drod si rilassassero impercettibilmente, e ripensò alle parole di Buddy sulla schiavitù della programmazione primaria.

“Ma Nilufar, scusa?”

“Ha rassegnato le dimissioni. Non c’è stato modo di convincerla.”

Dovette assumere un’aria talmente infelice che Allend si sentì in dovere di aggiungere: “Si riprenderà, non preoccuparti. Il conflitto non è irrimediabile, ma sarà meglio per lei non tornare a un lavoro che la sottopone a una pressione eccessiva.”

“E quale sarebbe la pressione eccessiva? Aver fatto il suo lavoro?”

“Non puoi capire.” Allend scrollò le spalle, liquidando le proteste di un’insulsa sapiens senza programmazione primaria. “Buon week end a tutti.”

E uscì. Lem guardò gli uteri argentati, sacchetti vuoti e flosci, pensò che tanto non cambiava niente e, invece di prendere siringa e scanner, andò dietro al grande capo.

Lo fermò in mezzo al corridoio, sotto la webcam di vigilanza.

“Nilufar avrà dei problemi per non aver rispettato la stramaledetta programmazione primaria?”

“Non è dipeso da lei. Non avrà nessuna macchia sul curriculum, se ti riferisci a questo.”

Lem si gettò indietro i capelli, esasperata. “Questa storia è assurda.”

“Già…” gli occhi di Allend si fecero assenti, come se rievocasse qualcosa. “Disturba anche me, pensare di fallire, ma per un Drod dev’essere schiacciante.”

“Anche tu sei programmato?”

“Non occorre essere programmati, per aver paura che per colpa tua muoia qualcuno che non vuoi che muoia.”

Se avesse pensato a quest’argomentazione, avrebbe potuto controbattere a Buddy, pensò; ma, probabilmente, per Buddy, chiunque non fosse programmato era una persona libera.

C’era quasi da ridere, nel constatare come la libertà diventava una cosa totalmente diversa, a seconda della schiavitù di chi l’anelava.

“Non occorre essere Drod, per avere sensi di colpa – concordò – non vedo la differenza.”

“Perché sei una sapiens.” Allend alzò le spalle, come se quello fosse l’argomento definitivo. “Il nuovo addetto è un ex combattente della guerra in Svizzera, potrà reggere molto di più alle pressioni del Mi.Da.”

“La situazione ormai si è normalizzata…”

“Non proprio. Il Dace ha tagliato le connessioni e non c’è verso di convincerlo a ripristinarle. Le uniche informazioni che passano sono quelle del gossip, per non far sembrare ai livelli inferiori che l’ottavo sia ormai, di fatto, completamente irraggiungibile. Se proverai a scendere, ti accorgerai di com’è difficile, Lem. Quanto a risalire, potrei doverti venire a prendere di persona, quindi ti prego di evitare.”

Neanche riusciva più a infuriarsi per quelle continue ingerenze nella sua vita privata. La sua prigione aveva muri esterni, i Drod si portavano dietro la loro ovunque andassero.

“Questo non è colpa di Nilufar.”

Allend ebbe un moto di stizza, ma non contro di lei. “Senti, ho cercato di convincerla, le ho spiegato che dovrebbe essere contenta di essere riuscita a rispettare la programmazione primaria, nei limiti del possibile, ma discutere di queste cose con un Drod è come parlare col muro. Sono vincolati, tutti e sempre.”

Lo disse in tono talmente amaro che Lem inghiottì la risposta che aveva già pronta. Comprese che Allend era dispiaciuto quanto lei, per l’abbandono di Nilufar.

“Invece del Mi.Da, sarebbe utile un progetto che rimuova la programmazione primaria dei Drod.” Rendendosi conto delle possibili implicazioni di un fatto del genere, si affrettò a rettificare: “Almeno quel tanto da non condizionare così la loro vita.”

Allend cercò il pacchetto. Lem si era accorta che fumava molto di più, come se fosse sempre sotto pressione.

“Nessun Drod aderirebbe mai a un simile progetto, e il Dace non permetterebbe a nessun sapiens di effettuare studi a riguardo: la programmazione primaria non si tocca, e questo è tutto.”

Non è affatto tutto, pensò lei, i Drod la stanno aggirando, con i dualis: la violano per poterla rispettare, mamma mia che macello.

“Potresti darmi l’indirizzo di Nilufar?”

“Temo sia una violazione della privacy. Se non ti ha lasciato nessun recapito, non sono autorizzato a farlo io.”

Lem si massaggiò le tempie. Colpa mia, che non le ho dato amicizia quando potevo.

“Di cosa hai paura, che possa assassinarla nel sonno? E dai, Allend…”

“Non posso, Lem.” Raddrizzò le spalle con aria definitiva. “Cerca di passare un bel week end, e non preoccuparti per Nilufar. Starà meglio, tra qualche tempo.”

Lem gli sbarrò la strada prima che se ne andasse. Sapeva benissimo che discutere era inutile, così ricorse al vecchio sistema di sbattere le ciglia e fare gli occhi dolci. Li sentì inumidirsi, perfino.

“Per favore, ti prego. E’ mia amica, voglio aiutarla, se posso. Almeno ascoltarla.”

Lui esitò, ma poi, invece di osservare che un’amicizia dove non ci si scambiava neppure gli indirizzi era ben poca cosa, distolse lo sguardo per alzarlo sulla webcam. Lem ebbe l’impressione che l’aria si distorcesse, deformando la visuale. Un attimo dopo la lucina rossa smise di lampeggiare e l’occhio nero si velò, come per una cataratta.

“Non si possono spegnere in locale.” osservò.

“Non è spenta in locale.” Allend le diede un indirizzo di una zona di Atlantis dove non era mai stata. “Sto per risponderti di nuovo di no e dirti di tornare al lavoro. Comunque, quegli occhioni tienili per il tuo ragazzo, o qualcuno potrebbe fraintendere.”

“Vega non è il mio ragazzo.” rispose, e l’attimo dopo si chiese perché avesse subito pensato a lui. Perché avesse pensato che lo pensasse Allend, anzi.

La lucina della webcam si riaccese.

“Ho detto no, Lem. E manca ancora un’ora alla fine del tuo orario, quindi, dato che non sei pagata per chiacchierare, torna in laboratorio.” Usò un tono talmente secco che, se non avesse ‘fotografato’ il recapito appena sentito, mai avrebbe creduto che si fosse fatto commuovere. Era un’infrazione puramente veniale, ma ormai lo conosceva abbastanza da sapere che l’averla commessa era un evento pressoché storico, per Allend.

Si è davvero fatto commuovere? La domanda continuò a ronzarle per la mente, mentre infilava inutili cellule in inutili uteri che sarebbero stati inutile spazzatura il lunedì mattina. Anche i dualis riescono a comportarsi da esseri umani, a volte?

Sorrise interiormente all’idea. Certo, perché no? Erano esseri umani. Cinque dita, pollice opponibile, cranio abnorme, manie e fissazioni e irritazioni e nevrosi, hobby e lavoro, sentimenti e raziocinio, vanità e pigrizia.

Eppure era maledettamente complicato venirne a capo. Se fosse stata una mera questione tassonomica, Drod, dualis e sapiens sarebbero state tre caselline affiancate, nell’albero delle scimmie antropoidi. Specie così affine da potersi incrociare e dare vita a progenie fertile. Cugini stretti. Solo che la questione era ben più complessa.

L’ESP spaventa la gente, ed è anche comprensibile… è davvero solo questo? Siamo tutti e tre la stessa specie, sottospecie diverse, ma così affini che possiamo coesistere e incrociarci… quindi dov’è il problema? La competitività interspecie?

Le venne in mente il cuculo, che deponeva le uova nei nidi altrui.

Mia madre, con tutto il suo arrivismo, non ha scelto geni di tipo superiore, ma sapiens normalissimi…

La propaganda non incoraggiava per nulla a generare bambini eletti, e immaginando un dualis cresciuto da una femmina del primo livello, Lem immaginava fin troppo bene il motivo.  Scosse la testa, prima che il ricordo di Cherry le scatenasse un’altra emicrania. Probabilmente non aveva potuto permettersi un’inseminazione dualis, tutto lì.

Non voleva pensare che, al più profondo livella di coscienza dell’essere umano, qualsiasi specie di essere umano, covasse la paura del nemico.

Non c’è nessuna morale nella lotta per la sopravvivenza. Le parole di Allend, banali in qualsiasi contesto scientifico, assumevano risvolti sinistri, adesso che si parlava di specie umane e non di conigli o locuste.

Sospirò. Se solo essere una biologa staminale avesse significato fare ricerca sugli organismi modificati geneticamente. Se solo fosse stata una questione di gameti, pura e semplice. Ma c’erano tante altre cose.

Terminò il simbolico rito di infilare cellule condannate negli uteri, timbrò in uscita e nel parcheggio prese a calci la sua Motorale – che ormai emetteva dei rumorini rantolanti quando l’apriva – chiedendosi se fosse possibile superarle, quelle cose.

Chiedendosi se fosse possibile uscire dall’alveare, anche se di poco.

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