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Capitolo 12

Le previsioni a posteriori sono sempre facilissime, e trecento anni dopo il giorno in cui la Rete decise di connettersi con se stessa anziché coi terminali degli utenti di tutto il mondo, le previsioni si sprecavano. Erano una più esatta dell’altra, migliore della miglior previsione che il miglior scienziato Drod avrebbe potuto compilare, se anche qualche Drod avesse avuto bisogno di farlo.

C’era solo un problema: trecento anni dopo il primo giorno del nuovo calendario, tutte quelle previsioni non servivano a un cazzo di niente. Non che quelle un po’ più tempestive fossero state di grande utilità.

 

(“Critica alla fenomenologia sociale del modello Dace”, ed. Trans human)

 

Il dolore arrivò quella notte. Nessuno aveva mai promesso che la ricostruzione epatica fosse un procedimento piacevole, dopotutto.

Lem rimase a torcersi nel suo letto di ultimissima generazione, i denti serrati, la fronte imperlata di goccioloni enormi e trasparenti, rifiutandosi di suonare il campanello, ma naturalmente non servì a nulla: i sensori rilevarono il picco di adrenalina, e l’infermiera bruna arrivò con la siringa.

Lem disse che non voleva niente per dormire. “Farei brutti sogni.”

“Una sedazione locale, allora? – l’infermiera infilò la fiala monouso nella siringa, sinistramente simile alle pistole di ceramica – domani mattina andrà molto meglio, vedrà.”

“Mi toglie una curiosità?”

“Se posso, volentieri.”

“Vi facciamo così schifo, noi sapiens?”

L’infermiera parve colta alla sprovvista. “Non è…” si dedicò a farle l’iniezione, e passò un tempo molto lungo a sterilizzare la siringa a pistola, per una Drod laureata in scienze infermieristiche.

“Ci avete costruiti – rispose alla fine, lentamente – ma non siete i nostri padroni. La maggior parte dei suoi simili non è in grado nemmeno di eseguire degli ordini, dottoressa. Figuriamoci darne.”

“Nessuno si considera il padrone di nessuno.”

L’infermiera ribatté: “Questo lo dice lei, e per poco non è stata uccisa, dai suoi simili.” Ripose la siringa nello sterilizzatore se ne andò.

Lem chiuse gli occhi, sentendo la stanchezza recuperare terreno, adesso che il dolore era stato coperto.

Da una parte il disprezzo, dall’altra l’odio. E un mondo troppo piccolo per contenere tutti…

Si addormentò.

 

Quando, la mattina seguente, dichiarò che voleva lasciare subito l’ospedale, l’infermiera cercò di dissuaderla in tutti i modi; poi, visto che Lem rimaneva irremovibile, fece arrivare il primario, mentre si stava vestendo.

“Dia alla colla il tempo di incollare, dottoressa: nel pomeriggio la ricostruzione del fegato sarà ultimata e sarò felice di firmarle il foglio di dimissione.”

“Che differenza fa se le nanomacchine lavorano qui o a casa mia? Mi dia il consenso informato, la sollevo da ogni responsabilità.”

“Devo insistere, dottoressa.”

Lem finì di abbottonarsi la camicetta. “E dopo che avrà insistito, mi farà sedare e legare al letto con le cinghie?”

“Non sia melodrammatica. E’ stata accoltellata soltanto ieri, e non ha ancora sostenuto neppure un colloquio con lo psichiatra…”

“Non voglio psicoterapia, sono sicura che l’ha letto sulla mia cartella. Ormai potreste passarla sul telovideo quella cartella, il mio DNA è di pubblico dominio. Mi ha informata dei rischi, sono pronta ad assumermeli, quindi vuole cortesemente farmi firmare e uscire?”

Il primario non era disposto a mollare la presa tanto facilmente: “Qui possiamo tenerla sotto controllo. La possibilità di un malfunzionamento è remota, ma anche la possibilità di un attentato in piena Atlantis lo era. Non sfidi troppo la sorte, dottoressa.”

“Non ho mai voluto sfidare la sorte. E’ la sorte che continua a cercare di farmi diventare una frittella.”

E, di questo, ne aveva decisamente le tasche piene. Firmò e uscì alle dieci di mattina, molto prima di quando Allend si aspettava uscisse, sperando che questo bastasse a sfuggire al suo controllo, almeno per un po’.

Si tenne bene in mezzo ai marciapiedi ed evitò qualsiasi sapiens le capitasse di incontrare. Andò a casa, sperando che Chobin stesse bene, e trovandolo a crogiolarsi in giardino, accanto alla piscina gonfiabile, sospirò di sollievo. Evidentemente i robot delle pulizie avevano afferrato che il pinguino andava lasciato stare.

Anche i Drod erano soltanto robot, prima, pensò mentre li spegneva e li metteva via. Cercò di immaginarsi un mondo solo di sapiens, ma non ci riuscì. Adesso ci sono anche loro, e non se ne andranno a meno di essere cacciati con la forza.

Il pensiero di un gruppo di sapiens che costringeva con la forza l’intera specie Drod era quasi comico. Per i dualis, poi, diventava addirittura grottesco.

O i cigni bianchi erano una manica di fanatici idioti senza cervello, oppure c’era dell’altro.

Lem aveva idea che le sarebbe piaciuto sapere cosa.

Accese il terminale. C’erano diversi messaggi non letti, ma nessuno da Vega, e questo era emblematico. Tastò dietro il computer in cerca del pulsante di connessione, lo premette, aspettò.

Il terminale era sconnesso dal Dace, ora.

Socchiudendo gli occhi per non tralasciare nessuno dei dati, Lem cominciò a inserire i parametri, ricontrollando molte volte, anche se sapeva che era superfluo. Esitò, prima di premere di nuovo il pulsante per ‘lanciare’ i dati nel tunnel, sapendo che commetteva un reato e che, se il suo terminale veniva tenuto sotto controllo come riteneva, si sarebbe cacciata nei pasticci. D’altronde, non aveva accesso ad altri terminali, nell’immediato, e quelli di pubblico utilizzo non si potevano sconnettere dal Dace, salvo che per manutenzione.

Allend non gliel’avrebbe fatta passare liscia…

No, aspetta, cerchiamo di mantenere la giusta prospettiva: hanno cercato due volte di uccidermi, arrivando addirittura ad hackerare i sistemi di Atlantis, e sto qui a preoccuparmi di una multa e una sospensione?

Premette il pulsante. I dati lampeggiarono, poi il sistema operativo vi si sovrappose e il Dace riprese a funzionare sopra il tunnel. A vivere sopra il tunnel.

Compose la sequenza alfanumerica per accedere al flusso di dati in entrata. Un lato dello schermo si oscurò, cominciò la cascata di codice binario.

Poi

 

ACCESSO NEGATO

 

Lem ristette. Ripeté l’operazione, ma

 

ACCESSO NEGATO

 

fu tutto ciò che ottenne. Tentò per la terza volta, ed effettivamente ci fu un cambiamento, perché la scritta che comparve sulla schermata, bianca su sfondo nero, fu un semplice:

 

REQUESTED URL NOT FOUND – error 58697 (contact administrator system)

 

Lem si appoggiò allo schienale del divano, sentendosi debolissima. Dov’è la mia scelta? Mi avevi detto che c’è sempre una scelta, ma per me hanno scelto gli altri. Si sentiva respinta, quasi tradita.

Andò sul sito di Vega, che era ancora funzionante, almeno quello. E la sua registrazione per l’accesso all’area riservata rimaneva valida, quasi non ci aveva sperato. Nella chat room scrisse, senza mezzi termini:

 

tu sai chi sono io, vero?

 

E aspettò. Ma nessuno rispose, non c’erano utenti online. Dopo aver fissato per un po’ le parole, aggiunse

 

i tuoi genitori hanno ragione, c’è da vergognarsi di essere umani

 

e si alzò, uscì di casa, andò al distributore in fondo alla strada, a prendersi un kebab. Con l’insalata.

Ormai non ha più importanza, mi hanno manipolata benissimo, e la cosa peggiore è che non so neanche chi mi ha manipolata, alla fine.

Il Dace? Assurdo.

Allend? Lui aveva soltanto colto un’occasione, e con lui tutti i Drod. Erano stati i suoi simili a gettarla lassù, circondata da droidi senzienti che la sorvegliavano come tanti bravi padroncini, nella sua gabbietta con la ruota e la mangiatoia.

Quando rientrò, con il sacchetto trasparente del kebab appannato per la condensa calda, lo schermo del terminale lampeggiava.

 

Ti lasciano uscire senza scorta?

 

Lem buttò il sacchetto sul tavolino, lo aprì e cominciò a mangiare. Il kebab era buono, era come piaceva a lei.

 

Così potete riprovarci senza fallire, stavolta?

 

Non che pensasse davvero che Vega fosse coinvolto. Anzi, lo escludeva, dubitava che un ragazzino con un sito di pubblico accesso fosse la punta di diamante dei cigni bianchi, e magari non era neppure nell’organizzazione, chissà… oppure lo era e doveva reclutare eventuali nuovi acquisti, depennare gli scarti, prendere le misure a chi chiedeva di essere della partita. In genere, siti come quello servivano proprio a tale scopo: a vagliare gli utenti papabili.

Se Vega faceva parte dell’organizzazione, e se l’organizzazione usava anche quel sistema per reclutare, spiare, o qualsiasi altra cosa volesse. Lem non sapeva più niente, non era più sicura di niente.

Passò un po’ di tempo prima che arrivasse una risposta.

 

Non è come pensi Lem, non è così semplice. Non ti ho mai voluto fare del male. Te lo giuro.

 

Staccò un pezzo di kebab con un morso.

 

Sai dove puoi ficcarteli, i tuoi giuramenti? Perché mi hai esclusa dal tunnel? Non sono stata io a voler finire in mezzo a questa storia, mi ci avete buttata voi!

 

Sapevi chi ero fin dall’inizio, pensò ricordando tutte le precauzioni che aveva preso con lei, prima di incontrarla. Che stupida sono stata, giocavo col fuoco e non me ne accorgevo, pensavo soltanto ad avere degli altri punti di vista… e li ho avuti, vero?

Prima che Vega rispondesse, digitò in fretta:

 

Immagino che per te sia stato un bel colpo, agganciare la dottoressa Nakamura. I tuoi superiori sono stati felici, almeno? Ti hanno dato una promozione, o quello che fanno i terroristi quando uno dei loro scalzacani fa tombola?

 

Noi non siamo terroristi, Lem

 

Le venne quasi da ridere, non lo fece solo perché non voleva strozzarsi col boccone.

 

Certo che no, assalire cliniche e far esplodere negozi non sono atti di terrorismo. Siete dei veri filantropi!

 

Non siamo terroristi. Non tutti pensano che il fine giustifichi i mezzi, di sicuro non lo penso io. Ti prego, lasciami spiegare, incontriamoci

 

Di’ un po’, do anche a te l’impressione di essere cerebrolesa?

 

Verrò da solo, dove tu vorrai. Mi metto nelle tue mani, Lem

 

Avete già dimostrato di non avere problemi a raggiungermi ovunque. Scommetto che hai già tracciato l’indirizzo IP del terminale da cui chiamo, vero?

 

Vega non rispose, a lungo. Lem mangiò quasi tutto il kebab, nell’attesa. Poi:

 

Anche loro ti tengono sotto controllo. E’ solo per questo che non hanno bisogno di farti del male. Cosa credi succederà, se ti schiererai dalla parte sbagliata?

 

Non lo so, dimmelo tu. Mi uccideranno? Loro ci disprezzano e voi li odiate, e in mezzo quante persone dovranno finirci? Quanti morti ci sono già stati? Ci hai pensato, ragazzino?

 

Ci penso sempre. Sempre.

 

Balle

 

Lem distolse lo sguardo, sentendosi di colpo, assurdamente, sull’orlo delle lacrime. Perché io? Le venne codardo e piagnucoloso, ma non poté impedirselo. Perché quest’incubo si accanisce su di me? Cosa ho fatto per meritarmelo?

La risposta, naturalmente, era niente, e la risposta completa era che alla gente capitano cose orribili senza motivo, che si paga per le scelte altrui anche quando non le si condividono. Aveva una gran voglia di scaraventare via il terminale, di distruggere almeno una cellula del Dace, fargli male in misura infinitesimale, quell’essere intangibile che permeava il pianeta quanto l’atmosfera o il magma al di sotto dello strato alluvionale.

 

Fammi entrare nel tunnel, se sei sincero

 

E’ stato cancellato, Lem. Non esiste più

 

E figurarsi

 

L’ho cancellato io, perché pensavo che mi avresti denunciato, che avresti passato i dati d’accesso al nemico. Era la cosa più logica

 

Sì lo sarebbe stata

 

perché non hai detto niente?

 

Lem chiuse il terminale con un colpo secco, annullando la connessione. Già, perché non aveva detto al suo capo che riteneva di essere in contatto con uno di loro, che il ragazzino col tunnel artigianale era un bel po’ più in gamba di quanto credesse? Allend l’avrebbe fatto arrestare seduta stante. Problema risolto.

Se solo avesse saputo quale problema andava risolto, nella sua situazione.

Che cosa succede, quando una specie entra in competizione con un’altra più forte?

Si prese la testa tra le mani. Non ce la faceva più, non ne poteva veramente più. Forse la cosa migliore era abbandonare il Mi.Da, fare domanda per la clinica di Atlantis, e non rivedere nessuno degli individui che la tormentavano, per il resto dei suoi giorni. Se avesse rinunciato, né Allend né i cigni bianchi avrebbero più avuto motivo di cercarla.

E’ un test, soltanto un test.

Si raggomitolò sul divano, con Chobin accovacciato contro, sperando che il tempo passasse e decidesse per lei, perché lei non riusciva a prendere una decisione, non aveva mai considerato di dover decidere mettendo in gioco la sua vita… e molto, molto altro.

Fin dove deve spingersi una specie, per proteggere se stessa?

Forse a un certo punto si assopì, perché le immagini nella sua testa si fecero confuse, scimmie neanderthaliane che venivano uccise a sassate da agili cro-magnon, l’asse terrestre che si inclinava dopo l’impatto con un meteorite, i dinosauri che cadevano uno dopo l’altro sotto un cielo plumbeo come la morte, e i grandi massacri subito prima del Primo Giorno, quando dittatori psicopatici cercavano di sterminare le razze considerate inferiori, e la loro follia era non solo nello sterminio, era soprattutto nel non capire che c’era una sola razza, a quel tempo la razza era una, adesso era tutto cambiato, tutto diverso…

Il videocitofono trillò come una sveglia, e Lem saltò su con un grido, tanto che Chobin ruzzolò dal divano e si rialzò tutto arruffato, guardandola malissimo.

Lasciò che il citofono trillasse ancora, nell’irrazionale speranza che l’indesiderato visitatore se ne andasse. Affondò la faccia sui cuscini e lo lasciò squillare, ma non la piantava, figurarsi, e alla fine dovette tirarsi su, trascinarsi fino alla porta e sfiorare il sensore perché la sua impronta digitale l’aprisse.

Sono un bel cigno nero, adesso, non potete perdermi così facilmente, eh? Si domandò se Allend tormentasse così tutti i suoi dipendenti, ma aveva idea che gli altri non fossero fortunati come lei.

“Stavo bene e volevo tornare a casa, per tutto il resto non ho…”

La voce le morì in gola, si spense come una fiammella sotto una campana di vetro. In compenso gli occhi si spalancarono tanto che temette le sarebbero caduti fuori dalle orbite e sarebbero rotolati lungo il marciapiede, come due palline, fino ai piedi di Vega.

“Ciao – disse il ragazzo, in tono del tutto naturale – posso entrare un secondo?”

 

“Quindi avevi tracciato il mio indirizzo – disse Lem quando ebbe ritrovato la voce – sto cominciando a sentirmi braccata.”

Vega allargò le braccia. “Tra noi due, quello che rischia sono io, quindi ero io che dovevo tutelarmi di più.”

“Strano, avrei detto che vinco io, quanto a rischi personali.”

“Sono venuto anche per parlare di questo.”

“Te lo sconsiglio: l’alloggio me l’ha trovato il capo, scommetto che controllano anche quante aranciate bevo al giorno.”

Vega si infilò una mano in tasca e ne tirò fuori un oggetto che Lem non aveva mai visto, una specie di parallelepipedo di metallo con un sensore simile a un occhio. La lucina al suo interno era verde e flebile, come un usciere sonnecchiante in una giornata stanca.

“In questa zona di Atlantis non ci sono spie o redirect dai terminali dei residenti. Casa tua è pulita.”

“Ma…” Si interruppe. Alla fine dei conti, se lo arrestavano erano affari suoi, perciò si fece da parte per farlo passare. Tutta quella storia aveva assunto i connotati di un sogno, era troppo surreale. “Lo dicevo, che farmi tenere il mio nome e la mia faccia era una pessima idea.”

Vega entrò in casa. “Ma no, ci sono voluti mesi per individuare la tua nuova mappatura cromosomica e la nuova impronta della retina. Di Lem Nakamura ce ne saranno almeno diecimila, dopo quello che è successo, la metà al primo livello. Se non mi avessi contattata tu, forse non ti avremmo trovata mai. Oltretutto, non ti cercavamo nemmeno.”

Da qualche parte, le sembrò che Allend la guardasse con riprovazione. “E la mia faccia?”

Vega abbassò gli occhi su Chobin, che gli si era avvicinato caracollando. “Non somigli all’ologramma del telovideo, nessuno somiglia mai a se stesso, in quei programmi.” Accarezzò il pinguino e la seguì al soggiorno-cucina. “Sei più carina dal vivo, sai?”

Lem si sentì stupidamente lusingata. L’attimo dopo si irritò. “Lo dici a tutte quelle che cerchi di uccidere?”

“Mi sono dissociato con forza da questo, Lem. Non sapevo cosa avevano in programma, se l’avessi immaginato non…”

“Ma certo – se fosse stata una visita di cortesia, avrebbe dovuto offrirgli un caffè – ti hanno detto di tenermi sotto controllo, ti guadagnarti la mia fiducia, e tu pensavi lo facessero per attirarmi dalla loro! Sei ancora più idiota di quanto sembri, ragazzino.”

Vega incassò. Se non altro, doveva dargli atto di capire che si trovava nella posizione di non poter ribattere a nessun insulto.

Rischiare la pelle ti permette di dire quello che vuoi, un affarone… ma penso che lascerò perdere, ai prossimi saldi. “Credevo avessi tagliato il tuo pass per Atlantis, non eri tu a dire che quassù la nostra specie viene annullata?”

“Rinunciare a potersi muovere liberamente è da stupidi.”

Lem gli voltò le spalle. “Vattene, per favore. Credevo… pensavo potesse esserci un punto d’incontro. Ma tu e i tuoi siete solo una banda di criminali.”

“E quale punto di incontro vuoi trovare, con i dualis?”

“Non lo so, ma almeno loro non ci uccidono a sangue freddo.”

Vega rise con durezza. “Oh, certo! Dovresti chiedere ai tuoi capi cosa è successo all’uomo che ti ha assalita… cosa pensi gli stia succedendo, in questo preciso istante?”

Ha violato la programmazione primaria, tutti sanno cosa succede se lo fai. Ma non era la risposta che poteva dare a Vega. “Mi perdonerai se la sua sorte non è in cima alla mia lista di priorità.”

“Non dico che debba esserlo, ma con il Mi.Da potresti trovarti anche tu a violare la programmazione primaria, anche se immagino che tu saresti avvisata e messa in condizione di non nuocere, senza altre sanzioni.”

Lem lo guardò, a disagio. “Devo solo… effettuare un test.”

“Ti conviene rinunciare.”

“Altrimenti farete saltare in aria casa mia?”

“Sovraccaricare il sistema di un negozio non è difficile, Lem. Ma neanch’io riuscirei a entrare nella rete del Mi.Da, o in quella di questo complesso. Il tuo capo ha scelto bene, credimi. Qui sei al sicuro. Ad Atlantis, intendo. Ormai si sono blindati.”

Lem capì che Vega cercava a suo modo di rassicurarla, ma non era nello stato d’animo di apprezzarlo.

“Lo so, sono circondata da Drod a tutte le ore e non posso sgarrare, non mi ci farebbero arrivare nemmeno vicino. Estendi il ringraziamento ai tuoi superiori, per avermi fatta bandire dalla mia specie.”

Vega sospirò, un sospiro di rammarico autentico. Lem non ricordava che Allend avesse mai avuto simili espressioni, mentre le distruggeva e rimodellava la vita come più gli aggradava.

“Io non avrei fatto quel che è stato fatto… la mia speranza è riuscire a cambiare le cose, una volta all’interno. Quello che fanno è giusto, ma il metodo è completamente fallimentare. In nessuna epoca storica lo scontro terroristico si è rivelato una strategia vincente, e coi Drod lo sarà meno ancora, non serve che ti spieghi il perché.”

La sintetica analisi del gruppo dei cigni bianchi sorprese Lem: di solito, quando qualcuno vuole entrare in un gruppo, aderisce in maniera fanatica e totale alle loro ideologie, mentre Vega sembrava avere tutt’altro in mente.

Vega non voleva far parte dei cigni bianchi, voleva servirsene per raggiungere il suo scopo.

Con un simile progetto, o sarai tanto abile quanto fortunato, o ci lascerai la pelle.

“Vuoi trovare un punto d’incontro?”

“Voglio riprenderci il nostro pianeta. I Drod e la loro degna discendenza possono andarsene nelle bolle di Marte, se proprio ci tengono.”

“Non credo che farebbero le valigie e si lascerebbero mettere sulla prima astronave di linea, sai.”

Vega le concesse un sorrisetto. Non era poi il ragazzino che Lem si ostinava a considerarlo, doveva essere sui vent’anni, forse di più. O forse era soltanto perché aveva aderito a una causa che trasformava in uomini senza età, a qualsiasi età.

“Pensaci bene, Lem: i cigni bianchi sbagliano nei metodi, ma non nel fine. Guarda cosa sta diventando l’umanità, sotto di loro… tanti criceti che corrono sulla ruota, e pensano che il fatto di poter correre significhi poter andare dove vogliono. Ma non si muovono dalla loro gabbia, e le cose che abbiamo costruito per vivere meglio non intendono aprircela.”

“I Drod e il Dace non sono delle cose – rispose Lem – il problema, semmai, è che hanno smesso di esserlo, e da tanto.”

Vega non abboccò e non si lasciò trascinare nella discussione. “Dei nemici, allora.”

“Forse.”

“Non siamo solo noi due, Lem: ce ne sono altri, tanti, che vogliono fare di meglio dei… terroristi, usiamo la parola che puoi accettare… che adesso comandano, tra i cigni bianchi. Noi possiamo fare di meglio, possiamo farcela. Non sei tu ad aver detto che il sapiens cerca sempre e comunque la libertà?”

Lem esitò. Il degrado umano non era cosa che si potesse negare, non dopo aver vissuto al primo livello, eppure… eppure c’erano ancora sapiens degni di questo nome, dovevano esserci, e chi sa se ne aveva uno davanti, proprio in quel momento. Padovani? Lui aveva scelto, tanto tempo prima. Lei no.

Il cinque per cento, ma il cinque per cento di duecento miliardi è una cifra maledettamente alta, in senso assoluto.

“Chi mi dice che i tuoi amici non mi spareranno a bruciapelo, appena tenterò di unirmi a loro?”

“Non devi unirti a loro – rispose subito Vega – non devi neanche cambiare abitudini. Sei nel Mi.Da, nessuno si era mai avvicinato tanto, prima d’ora, capisci?”

Questo glielo fece calare di parecchi punti, nella sua stima personale. “Insomma, vuoi usarmi per sabotare il progetto.”

“Assolutamente no. Se facessi una cosa del genere violeresti la programmazione primaria.”

“Addirittura? Lavoro sul Dace, non sui sapiens.”

“Non fa molta differenza, i sapiens dipendono dal Dace.”

“Anche i Drod.”

Vega fece per replicare, ma il citofono suonò di nuovo e Lem si allontanò, felice per quella pausa che le dava modo di riflettere. Accese il video, pensando fosse qualche vicino che passava per vedere come stava.

Era Allend.

Mentre lo guardava in preda al panico, lo vide lasciar cadere la sigaretta fumata a metà e pestarla fino a ridurla in poltiglia, senza degnarsi di gettarla nel riciclatore. Aveva gli occhiali scuri, quindi la sua espressione era indecifrabile, ma dubitava fosse lì per augurarle una pronta guarigione.

“Oh, cazzo…” lo stomaco le si torse mentre si voltava di nuovo verso Vega. “E’ il mio capo! Il capo del Mi.Da, capisci? E se ti trova qui…”

Vega sbiancò e fece un passo indietro, ma, a suo credito, Lem dovette riconoscergli che si ricompose subito. Andò a sedersi sul divano con una freddezza encomiabile, accavallò perfino le gambe.

“Sono incensurato e il mio pass è valido, sul sito non ci sono contenuti illegali – disse – non ho niente da temere. E non posso certo nascondermi da un dualis, in una casa così piccola. Mi sentirebbe respirare da dietro i muri.”

Era possibile perfino che li sentisse da dietro la porta. Non era probabile, perché con un blindato e le pareti esterne insonorizzate diventava difficile, ma Lem non dava nulla per scontato, con Allend.

“Fallo entrare – Vega si appoggiò allo schienale, come un qualsiasi ospite – oppure gli diamo una botta in testa appena apri?”

“Non è la voglia che mi manca.” Con la netta sensazione di trovarsi, se possibile, in un pasticcio ancora peggiore di quando aveva un pugnale nel fegato, Lem aprì.

“Salve – disse, con uno spettrale tentativo di sorriso – bella giornata, eh?”

Gli occhi di Allend erano verdi come giade, e almeno una ventina di gradi più freddi, quando si strappò via gli occhiali.

“Sei al corrente di essere classificata come persona in pericolo, sì?” Chiese, senza rispondere al saluto.

Lem sapeva di non potergli impedire di entrare in casa. Si fece da parte. “Cosa vuol dire, che non posso più decidere quando uscire, adesso?”

“Ci sono delle misure di sicurezza…” Allend s’interruppe vedendo Vega seduto, che lo guardava con un’aria di tale educata innocenza che Lem si chiese se non lo stesse prendendo in giro. “Buongiorno.” disse bruscamente, e si voltò verso di lei. Quindi non l’aveva sentito, dopotutto.

“Oh, ehm, non credo vi conosciate… un amico, lui è il mio capo… qualcuno gradisce un caffè?”

La religione era fuori moda, ma c’erano momenti in cui Lem scopriva di crederci, a un’entità superiore al Dace. Un’entità che magari le facesse il favore di aprire una faglia che inghiottisse tutta New Babel, in quel preciso istante. Nei libri di mitologia c’erano tizi che camminavano sull’acqua e riproducevano carboidrati e proteine senza staminali, perciò magari, un terremoto piccolo piccolo, anche se le colonne-condominio erano le strutture antisismiche più resistenti al mondo…

Gradivano il caffè, entrambi. Lem si dedicò alla preparazione con una concentrazione tale che, se invece della caffettiera avesse maneggiato gli uteri dei test, di sicuro avrebbe dato vita a un microdatabase seduta stante, cellule al carbonio in sinapsi al silicio, con due cucchiaini di zucchero.

Portò il caffè sul tavolino e sedette.

Vega, perché non te ne vai, adesso? Gli comunicò con gli occhi, ma Vega prese la sua tazzina e la sorbì, calmo calmo.

“Allora, domani torni al lavoro, Lem?” Le chiese, conversevole. Guardò Allend. “Immagino non si possa perdere tempo, giusto?”

Allend bevve un sorso. “Posso chiederle un documento d’identità? Mi perdoni, ma date le circostanze non posso sorvolare sulla sicurezza.”

Lem deglutì. “Ehi, non credo sia necessario…”

“Non preoccuparti – Vega tirò fuori il pass e lo porse – la sicurezza innanzitutto. Speriamo che simili incidenti non capitino mai più, qui ad Atlantis.”

Allend esaminò la tessera con un’attenzione che Lem giudicò estremamente offensiva.

“E’ a posto?”

“Sì – ma appariva poco convinto – il bug di sistema che ha causato l’esplosione è stato corretto, non si preoccupi. Niente del genere potrà mai più verificarsi, in nessun locale di Atlantis.”

“Ne sono certo.” rispose Vega tutto amabile, intascando la sua tessera. “Lem mi diceva che avete preso il suo assalitore. Ne sono felice.”

“La situazione è sotto controllo.” Allend posò la tazzina con aria definitiva. “Visto che sembri stare benissimo, te la senti di tornare già da domani, Lem? Se ti occorre ulteriore riposo, non ci sono problemi. Gli azionisti capiranno.”

Lem lanciò un’occhiata a Vega, ma lo vide intento a finire il suo caffè, con Chobin che gli si sfregava contro perché era il periodo della muta e la lanugine gli dava fastidio. Lo stava riempiendo di batuffoli, ma lui non se ne preoccupava.

Sono stanca di avere paura. Mi rifiuto di avere ancora paura.

“Posso tornare – disse, adagio – ho dei test da effettuare.”

Allend annuì e Vega accarezzò Chobin. Per un poco, nessuno parlò.

Alla fine, fu Vega ad alzarsi, dichiarando che doveva andare. “Sono felice di averti trovato bene. Pensa a quello che ti ho detto, okay?”

“Ci penserò.” rispose Lem a mezza voce, accompagnandolo sulla porta. Sentiva gli occhi glaciali di Allend trapassarle la nuca. “Ma forse uno di noi due sbaglia.”

“In questo caso, se ti capitasse qualcosa, ci sono il cinquanta per cento di probabilità che le nostre speranze vadano a monte. E’ un rischio che sono gli stupidi correrebbero.”

Non sembrava preoccuparsi di essere ascoltato dalle percezioni sovrumane di un dualis. “Guarda che ti sente.”

Vega sorrise con disprezzo. “Non so se questa gente è più boriosa o presuntuosa. Non si abbasserebbero mai a origliare: loro intercettano, non appoggiano le orecchie sulle fessure.”

“E che differenza c’è?”

“Che farà le sue ricerche su di me senza coinvolgerti. Entro stasera saprà anche a che età ho iniziato a farla nel vasino, ma non quello che ci stiamo dicendo adesso. Buffo, se ci pensi.”

“Da morir dal ridere. Comunque, se tu sei il cinquanta per cento e io l’altro cinquanta, insieme siamo il cento per cento del successo, no?”

Vega ripeté: “E’ da stupidi stroncare ogni alternativa, prima di aver capito di che alternativa si tratta.”

E tu non sei stupido, pensò Lem. Tu non vuoi schierarti, tu vuoi vincere.

Avrebbe potuto mettere fine alla cosa subito, immediatamente. Aveva visto la pistola sotto la giacca del suo capo, doveva solo dire una parola e il futuro che vedeva, letteralmente vedeva come in una delle fotografie mentali della sua nuova memoria, sarebbe scomparso per sempre.

Ma se riuscirai, non ci saranno più attentati. Non ci saranno più morti. Niente più Monica.

Tenne la bocca chiusa.

“Cosa ti avevo detto sul diffondere informazioni riservate, Lem?” Allend abbandonò la sua corazza di fredda cortesia nell’istante stesso in cui la porta si richiuse dietro Vega. “Finora ti ho dato fiducia. Ho sbagliato?”

, avrebbe voluto rispondergli, ma invece ribatté: “Puoi far passare al telovideo la storiella dell’incidente, ma i miei amici sanno che sono stata aggredita. Comunque non ho detto niente, e visto come mi tieni sotto controllo, lo saprai senz’altro.”

La voce di Allend suonò irosa: “Ti ho già detto che la tua privacy viene rispettata. Se non posso fidarmi dei membri del mio staff, tanto vale cestinare il Mi.Da. Lo capisci, questo?”

Lem desiderò mandarlo a quel paese. Lo stesso Vega le aveva confermato che in quella casa lei era padrona di se stessa, e questo, anziché placarla, aumentò ancora la sua insofferenza.

Allend diceva la verità, ma riusciva sempre a far sì che fosse a proprio uso e consumo.

Così si sorprese, quando invece di invitarlo ad accomodarsi fuori, si udì rispondere: “Hanno cercato di uccidermi per due volte, hanno assassinato la mia migliore amica e persone che non c’entravano niente. Sono in debito con te per le cure della clinica, non credere che l’abbia dimenticato. Ho ben chiaro chi sono i nemici: ma se pensi di non poterti fidare, lo capisco perfettamente.”

Andò al terminale, l’accese, lo girò verso di lui. La sua voce era talmente pacata che non pareva neanche la sua: “Controlla pure, troverai conferma dell’identità del mio amico. Ti risparmio la fatica di fare ricerche: gestisce un sito contrario alla politica del Dace, per quanto riguarda il trattamento riservato ai sapiens. Ho visitato parecchi siti così, e database, ho cercato di capire perché ci sia tanto odio da parte dei cigni bianchi. Se per te è un motivo per ritirarmi fiducia e pass, non posso farci niente.”

Si rifiutò di avere paura di ciò che Allend rappresentava. Era arrivato il momento di ricordargli ciò che rappresentava lei.

“Io voglio capire.”

Allend parve stupito da quel tono di calma sicurezza. Non fece neppure il gesto di guardare il monitor. “Cosa c’è da capire?”

“Se hanno ragioni valide per volervi distruggere, oppure no.” rispose Lem, senza mezzi termini.

“E l’hai capito?” Gli occhi di Allend erano molto attenti, si vedeva riflessa in essi, piccola e convessa.

Lem ripensò a Vega, alla battaglia che intendeva portare avanti, tra i cigni bianchi, e in nome loro, dopo. Ripensò ai fuchi, e all’unica utilità che avevano, in un alveare.

“Sono una biologa – rispose – siamo tutti grandi scimmioni antropoidi. I problemi sociali sono… un’altra questione.”

Vega avrebbe avuto molto da ridire su quella visione delle cose.

Tirò un profondo respiro e decise di chiudere il discorso. “Comincerò coi test domani.”

Allend parve disorientato, ma solo per un attimo. Poi si alzò.

“Il tuo errore è solo uno, Lem, e a questo punto non credo lo correggerai mai, se dopo tutte le volte che ci hai sbattuto contro, ancora rifiuti la realtà.”

“Cioè che il corpo sapiens diventa croccante ai bordi, durante un attentato?”

Erano sulla porta. Invece di passarle accanto, Allend si fermò e abbassò gli occhi per guardarla dritto in faccia, con una tale intensità da farle salire un certo calore al viso. Con lei, il dualis si era sempre comportato in maniera più che corretta, ma al di sotto rimaneva un essere diverso, il successivo passo evolutivo dell’essere umano, una creatura che partiva laddove i sapiens si erano fermati. Quasi suo malgrado, Lem lo temeva.

Davanti a me c’è il cro magnon, che sta arrivando nelle zone infestate dai neandhertal… com’è possibile che sia lui il mio alleato, adesso?

“Non c’è nessuna morale nella lotta per la sopravvivenza. Se stai cercando i buoni, non li troverai, in nessuna delle parti in causa.”

E, senza lasciarle il tempo di trovare una risposta adatta, si allontanò sul marciapiede, accendendosi una sigaretta.

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