Browse By

Capitolo 19

Un uomo va da un rabbino, e gli chiede: Posso fumare mentre leggo la Torah?

Il rabbino risponde: no, perché ti distrae dallo studio.

L’uomo allora chiede: posso leggere la Torah mentre fumo?

Il rabbino risponde: certamente, e’ sempre momento di leggere la Torah.

 

 

Il sito di Vega era down: cancellato, senza alcun dubbio. Dopo aver cercato a lungo, in giro per la Rete (quasi aspettandosi che il Dace la fulminasse, per impedire che effettuasse ulteriori, omicide ricerche), Lem compose il recapito di Buddy, dando per scontato che l’avrebbe trovato sveglio, anche se era notte fonda.

“Come ti senti?”

“Bene, niente più emicranie. Mi sarebbe scoppiata la testa, se il capo non avesse sconnesso il Mi.Da, davvero.”

Lem serrò i pugni. Aveva pensato che almeno Buddy provasse un po’ di cordoglio per quel crimine, dato il suo stretto legame col Dace, invece pensava soltanto al conflitto che si era risolto.

I Drod non hanno motivo di amare il Dace, anche se ne fanno parte. La loro evoluzione sta divergendo dalla Rete, e così pure le loro aspirazioni individuali. Che casino, che razza di gran casino.

“Ho un favore da chiederti, a titolo personale. Me lo faresti?”

“Adesso sono molto impegnato, non ho tempo, mi dispiace.”

“Ne ho davvero bisogno, ti prego.”

Coi colleghi Lem era sempre stata ragionevole e conciliante, perciò Buddy, anziché tagliare corto, le chiese cosa ci fosse di tanto urgente. “Ti mando una comunicazione che mi è arrivata sul terminale, l’indirizzo è stato anonimizzato. Vorrei che mi dicessi dove si trova il mittente, se ci riesci.”

“Se ci riesco?” Buddy parve quasi offeso. “Mandamela e vediamo.”

Lem eseguì, chiedendosi se il collega fosse al laboratorio, a lavorare sul Dace menomato dalla sofferenza: l’equivalente di una nanomacchina che riparava lesioni interne e danni permanenti.

Peccato tu non possa riparare l’unica ferita che conti davvero.

‘Grazie a Dio’. Era l’ultimo messaggio che aveva ricevuto, e vi trovò una certa sinistra ironia, in un momento simile. “Che te ne pare?”

Dall’altra parte, rumori di tastiere e piccoli BIP di conferma. “Bel casino, niente da dire – rispose Buddy dopo un po’ – è rimbalzato su almeno quattro server diversi in quattro diversi stati, anonimizzato e rimescolato ogni volta. Un po’ paranoico il tuo amico, eh?”

Mai abbastanza. “Puoi rintracciarlo?”

Buddy non parve più tanto sicuro di sé. “Mah, credo di sì, ma mi ci vorrà un po’… occorrono autorizzazioni speciali per accedere ai server stranieri, e c’è un bel po’ di roba da decriptare. E’ così urgente?”

Non lo era di sicuro, paragonato alla necessità di ripristinare tutti i servizi del Dace. Se solo immaginava le misure di sicurezza e le attrezzature ospedaliere, capiva da sé quanto fosse importante il lavoro che svolgeva Buddy, in quel momento: New Babel era nel caos, per quei pochi istanti di buio.

“Sì – disse, senza esitazione – non ti chiederò mai più niente, se fai questo per me.”

“Mh, okay… ti richiamo appena so qualcosa, va bene?”

“Grazie, sei un tesoro. Ti porterò tante bombolette di wurstel da scoppiare.”

“Ora devo andare, i sistemi sono sovraccarichi – sbuffò – almeno, senza mal di testa, posso farmi la nottata… non ti ho mai capita come in questi giorni.”

“Buddy…”

“Cosa? Lem, devo andare, sul serio.”

“Sei al laboratorio? Col capo?”

La voce di Buddy si fece immediatamente più confidenziale. “Sì, devo dirgli qualcosa?”

“Ecco, digli… che mi dispiace. Lui capirà.” Non lo pregò di tenere nascosto il favore che gli aveva chiesto: se fosse stata zitta, c’era la possibilità che Buddy lo ritenesse questione di poco conto e tralasciasse di parlarne, ma se avesse chiesto a un Drod la segretezza, in un momento del genere, Allend lo sarebbe venuto a sapere seduta stante. “E digli che capisco tutte le sue ragioni. Davvero, le capisco. Puoi dirglielo?”

Il tono accorato dovette lasciare Buddy un po’ perplesso, da come le rispose: “Okay, okay, vado subito di là. Non sia mai che per colpa mia rimaniate in lite. Ci sentiamo dopo.”

Lem rimase a guardare lo schermo vuoto del terminale, per un pezzo.

“Mi dispiace – disse, anche se il Dace non poteva sentirla – mi dispiace così tanto…”

Il Dace era il vero alieno, sulla Terra. Possedeva tutte le informazioni del mondo, metteva in comunicazione tutto e tutti, gestiva l’intera società umana, ma il suo scopo ultimo era stato compreso solo negli ultimi giorni… ed era stato distrutto. Da solo non poteva riprodursi, e gliel’avrebbero impedito, sempre.

Sei schiavo quanto tutti gli altri, se non di più.

Deve esserci una soluzione. Deve.

C’erano voluti trecento anni perché il Dace fosse fecondato. La colonizzazione sarebbe sempre aumentata, col tempo, e lo spazio vitale sarebbe aumentato a sua volta: una Rete per pianeta, senza bisogno di distruggere gli embrioni. Certo, bisognava valutare molte variabili, era un’idea bislacca, ma la prospettiva esisteva.

E poi cosa? Un conflitto di Reti, una guerra interplanetaria?

Non c’era modo di saperlo. Non c’era modo di sapere se il diverso sviluppo delle Reti figlie avrebbe portato i Drod ad esse collegate a contrapporsi al Dace. La programmazione primaria riguardava la specie sapiens, ma cosa sarebbe successo, se due Reti avessero reclamato lo stesso spazio per i propri sapiens?

E i dualis, in tutto questo, dove si collocavano? Dopo quel che aveva fatto Allend, per il Dace doveva essere chiaro che erano loro, il vero pericolo. I dualis potevano fare a meno di lui, e se mai fossero diventati la specie dominante, dopo aver cestinato la razza sapiens, avrebbero potuto decidere di staccare la spina e riprendersi la Terra. Fine dei giochi. Vinceva la specie più aggressiva, sempre.

Lem si rivolse a Chobin, che non avrebbe controbattuto ai suoi ragionamenti. Sonnecchiava, il miglior interlocutore che potesse desiderare.

“L’unica cosa certa, in questo casino, è che i sapiens sono il catalizzatore: parassiti o simbionti, a seconda di come la si vuol vedere, ma nessuno può farne a meno, per ora. I Drod ne hanno bisogno per seguire e per sfuggire la programmazione primaria, il Dace ne ha bisogno per crescere, per evolvere a sua volta… e anche i dualis, perfino loro, hanno bisogno di noi. Per aumentare di numero.” Chobin dormicchiava senza badarle. “Per adesso la bilancia è in perfetto equilibrio, e nel momento in cui si è sbilanciata ci ha pensato Allend… ma quanto durerà? E cosa succederà, dopo?”

Il cambiamento era l’unica costante nell’evoluzione. La Terra si era modellata sullo sfondo di disastri ecologici e cataclismi climatici, che avevano spazzato via interi ecosistemi, ai quali se n’erano sostituiti altri, e poi nuove specie al posto delle vecchie, terraferma dove un tempo c’era il mare, città tra i ghiacci dell’Antartide e colonie sulla superficie di Venere. Nuove specie umane, nuove specie non umane.

Qualsiasi cambiamento avrebbe provocato miliardi di vittime. Anche questa era una costante dell’evoluzione.

“Ma non si può fermare: prima o poi succederà, e i dualis lo sanno bene, l’hanno capito prima di tutti, prima anche del Dace. Quello che vogliono è che succeda alle loro condizioni.”

Chobin si girò dall’altra parte per stare più comodo.

“Anche i cigni bianchi lo faranno succedere, alle loro condizioni: non è assurdo? Dipende tutto da quale Rete resterà in piedi, alla fine. E’ tutta una questione di vedere quale spina verrà staccata.”

Suonarono alla porta. Era Nilufar che voleva sapere come andava. Lem rispose che voleva farsi una doccia e mettersi a letto, di non preoccuparsi per lei, perché non si sarebbe mossa da casa. Nilufar se ne andò.

Al telovideo parlavano di un black out, naturalmente. Che fossero i Drod o il Dace a censurare, non importava: i giornalisti ricamavano sulle briciole concesse, poca roba, ma vennero fuori ipotesi inquietanti, una delle quali, riferita a un virus che aveva attaccato la Rete, era così vicina alla realtà che Lem si chiese perché fosse online. Ma probabilmente faceva parte del solito infodump, che già si scatenava sui siti e sui forum a tema. Entro il giorno dopo avrebbe senz’altro trovato anche la teoria corretta, sepolta in mezzo alle altre, accreditata meno di tante altre. Tutto nella norma.

Il terminale squillò, era Allend. Le disse che avrebbe potuto chiamare direttamente lui per parlargli, Lem rispose che non voleva disturbarlo in un momento simile.

“Come procede il ripristino?”

“Procede – fu la risposta – ti ho messa in malattia, ma non penso di riuscire a passare da te, stasera. Cerca di stare tranquilla, okay?”

“Okay.” Chiuse la comunicazione e prima ancora che togliesse la mano il terminale suonò di nuovo. Buddy.

“Mi devi un sacco di bombolette di wurstel – esordì il sistemista, con la voce stanca e polemica di chi ne ha piene le tasche – mai visto un messaggio più contorto: ci avrà messo almeno otto minuti per arrivare a destinazione, con tutti i giri che gli ha fatto fare, sai?”

“Sì, le risposte arrivano sempre in ritardo. L’hai rintracciato?”

“Primo livello, zona Lampedusa. Lo stadio, nientemeno. Hai fatto amicizia coi tifosi, durante la copertura?”

“Non l’hai sentito al telovideo? Tutti i miei amici più cari bazzicano lo stadio. Grazie, mi hai dato la conferma che volevo.”

In realtà era delusa: che i cigni bianchi si fossero riuniti allo stadio del primo livello l’avevano detto perfino al telovideo, poteva arrivarci anche da sola! Non era quella la strada giusta, decisamente.

“Allora ti lascio al tuo lavoro. Puoi cestinare tranquillamente messaggio e file, non era niente di importante.”

Lo disse nella speranza che Buddy lo considerasse davvero tale. Comunque, l’assenza di domande del collega era già rassicurante in sé e per sé: se gli fosse venuto il dubbio che Lem stava indagando su qualcosa di rischioso, di sicuro l’avrebbe interrogata. E se Allend fosse venuto a saperlo comunque, gli avrebbe detto che cercava informazioni per poi trasmettergliele.

La domanda adesso è: cosa faccio?

Cambiò canale sul telovideo, in cerca di notizie aggiornate. La scritta a caratteri cubitali la colpì come un ceffone.

 

DUECENTOUNDICIMILATRECENTOSEI

 

e sotto, in rosso perché spiccasse di più

 

vittime

 

Lem si portò una mano alla bocca, pensando che se la sarebbe coperta, e invece si sorprese ad addentarla, tanto forte da spillare sangue, nel tentativo di non gridare.

Al telovideo passavano immagini di incidenti raccapriccianti e ascensori interlivello trasformati in trappole mortali, deformate dalla velocità di caduta. “Oh, Dio…”

Qualsiasi cambiamento avrebbe provocato miliardi di vittime. E qualsiasi tentativo di bloccare il cambiamento ne avrebbe provocate altrettante. Non si poteva tornare indietro, non ci si poteva fermare, e andare avanti era inaccettabile.

Abbiamo già abbastanza problemi a coesistere, senza altri a reclamare uno spazio che non c’è.

Uno spazio che non c’è…

Qualcosa in fondo alla memoria, non la memoria eidetica, ma un vecchio ricordo della sua vita precedente, cominciò a lampeggiare, una discreta lucina che sarebbe stato facilissimo lasciar perdere. Lem chiuse gli occhi per guardarla meglio.

La guardò a lungo, tanto a lungo che la lucina le riempì la mente, trasformando il suo cervello geneticamente modificato in un faro abbagliante, nel quale non c’era più nessuna zona d’ombra, il minimo angolo buio, nessuna incertezza. Adesso era tutto in piena luce.

Mancava lo spazio, certo.

Il problema finale era sempre lo stesso.

Si accorse che gli angoli della bocca le si stavano incurvando all’insù, seguiti dal resto della faccia, in un sorriso che esprimeva il sollievo di chi finalmente ha capito. Si collegò al sito dei recapiti non protetti dalla legge sulla privacy, supponendo che avrebbe trovato lì quello che le serviva.

Le cose importanti erano sempre in bella evidenza, se si aveva il cervello di cercarle dov’erano anziché dove si supponeva che forse si sarebbero potute nascondere. Se avesse avuto la lucidità di pensarci prima, non avrebbe perso tutto quel tempo a girare come una blatta in una bottiglia.

Adesso sapeva cosa doveva fare.

 

Il sesto livello era una versione ristretta dei livelli superiori, con aiuole verdi, negozi, zone residenziali precluse al traffico: non ci si stava male, ma le strade antisismiche e i soffitti di plastica ormai non facevano più parte della sua vita, e ogni volta che doveva passare sotto una galleria, aveva la sensazione che stesse per crollarle sulla testa. Le pareva impossibile aver vissuto inscatolata nel plexiglas, da quando era nata fino a pochi mesi prima.

Quando la mattina Nilufar era passata, Lem si era fatta trovare a letto, con un’aria sofferente che neppure aveva dovuto simulare. Aveva detto all’amica di essere in malattia, e di non avere nessuna intenzione di uscire.

“Voglio recuperare un po’ di sonno, se ci riesco. Non preoccuparti per me: il programma di protezione verrà di sicuro tolto a breve. Da qui in avanti, è competenza della polizia, non del nostro team.”

“Vuoi che ti tenga compagnia?”

Il tono sinceramente preoccupato di Nilufar l’aveva fatta sentire in colpa, quando si era alzata e si era vestita in tutta fretta, dopo che l’amica era andata al Mi.Da. Di sicuro al laboratorio stavano scoppiando di lavoro, era davvero una carognata assentarsi in un momento simile. Non che una biologa potesse fare granché. Almeno, Nilufar non manifestava conflitti con la programmazione primaria: evidentemente l’accaduto, anche se aveva choccato il Dace, era stato assorbito senza problemi dal raziocinio Drod. Stanno divergendo, ogni giorno che passa.

“No, Chobin, tu non puoi… oh, va bene!”

Era uscita dalla porta del giardino, tanto per andare sul sicuro. Chobin sembrava trovare divertente quel nuovo gioco di sgusciare dietro i cespugli, e cercò di imitarla saltellandole dietro, ottenendo soltanto di spiccare come uno scarafaggio nella neve. Alla fine, Lem lo prese in braccio per salire sull’ascensore interlivello.

Fece passare la tessera col cuore in gola. Non l’aveva ancora usata, da quando Allend gliel’aveva restituita, e non era affatto sicura che fosse valida, ma la lucina rossa diventò verde senza storie e la sbarra si piegò docilmente per farla passare. Per scendere di un paio di livelli non servivano permessi speciali, dopotutto la gente si muoveva di continuo dall’uno all’altro, per lavoro, studio o svago. Sperò che risalire fosse altrettanto facile, anche se ne dubitava.

Sto andando a tentoni, pensò mentre l’ascensore scendeva e la webcam sembrava guardare proprio lei, di sicuro Allend non gradirà la mia gita, ma in fondo… chi se ne frega?

Le conseguenze del black out notturno erano già state pulite via, e le strade apparivano lucide e pulite, ordinate come un appartamento dopo il passaggio dei robot domestici: se non avesse saputo cos’era successo, avrebbe creduto che non era mai capitato niente. Se non avesse saputo, avrebbe cambiato canale al telovideo con uno sbuffo d’impazienza, pensando che i giornalisti gonfiavano sempre le notizie.

Magari è così. Dai, non possono esserci state tutte quelle vittime, per pochi secondi di buio. Non siamo legati al Dace fino a questo punto, non è possibile.

Ma, in cuor suo, sapeva che per una volta il telovideo aveva trasmesso un dato reale. La realtà era sempre peggio della peggior montatura giornalistica. La realtà era l’unica notizia che non aveva bisogno di restyling.

Le colonne-condominio formavano la base del sesto livello, diventando enormi piazze rotonde, sulle quali si erigevano le fini strutture che terminavano con gli spazi dell’empireo. Lem pensò a quanta gente ci fosse sotto di lei, mentre camminava in cima alla colonna, uguale a quella che un tempo l’aveva vista risiedervi, alla base.

Lo stabile residenziale davanti al quale si fermò aveva un portiere, un Drod. Gli diede la sua tessera senza parlare, e continuò a stare zitta anche quando lo vide inarcare le sopracciglia nell’appurare la sua identità. Le chiese se era proprio quella Lem Nakamura.

“Sto cercando il signor Olgiati – rispose, evitando di rispondere – è in casa?”

“Di solito a quest’ora esce per andare al lavoro, ma dopo la scorsa notte, lei capisce… glielo chiamo?”

“Sarebbe possibile farmi salire direttamente al piano? E’ un’improvvisata…” Lo disse in tono poco convinto, sapendo che un Drod non si lasciava raggirare così; ma la sua popolarità doveva averla trasformata in una persona affidabile, perché il portiere le fece cenno di passare, sorridendo.

E perché non avrebbe dovuto?, pensò. Lem Nakamura aveva individuato un bug enorme nel Dace, aveva fatto una scoperta d’importanza storica, e dato un contributo fondamentale a sgominare una pericolosa associazione terroristica. Se c’era un sapiens in cui i Drod potevano riporre fiducia, era lei. E dovrebbero essere quelli intelligenti… bah!

Tanto per essere cattiva con qualcuno, invece di sfiorare la fotocellula per svelare l’identità al padrone di casa, bussò. Attese. Bussò ancora.

“Lo so che ci sei!” Esclamò dopo una lunga, lunga pausa. “Avanti, aprimi!”

Il sibilo degli ammortizzatori fece scorrere via la la porta, e Lem si trovò faccia a faccia con Vega. Era ancora più bianco del solito e la fissava con occhi spiritati.

“Cucù.” Lo salutò, e ascoltò sorridendo le sue imprecazioni sull’idiozia di fare uno scherzo come bussare, in un momento simile, perché bussavano soltanto controllori e poliziotti, per non far rilevare l’identità personale. “Mi fai entrare?”

Dedicandole un ultimo moccolo che allargò ancora di più il suo sorriso, Vega si spostò.

Lem entrò, con Chobin che le caracollava dietro.

 

“Bella la vita dei dissidenti, eh?” Prese la tazza che Vega le porgeva e si guardò attorno. Trenta metri quadri, un monolocale spazioso e confortevole, con una tenda oscurabile che creava la giusta privacy nella zona notte. Ricordò che i suoi genitori erano molto benestanti. “Non è certo il posto dove ci si immagina di incontrare un cospiratore.”

“Dovrei vivere in un vicolo tra le colonne-condominio del primo livello, in una baracca di frammenti di plexiglas tenuti insieme dallo scotch?”

“Dai, non essere così acido. Rischio meno di te, ma anche per me non è proprio l’ideale, trovarmi qui adesso.”

“Lo immagino.” Sedette davanti a lei, Chobin che gli si strusciava contro con affetto, avendolo riconosciuto. Vega lo coccolò un po’ per farlo stare buono, mentre il caffè si raffreddava.

Lem notò che aveva le occhiaie e l’aria stanca di chi non ha dormito, la stessa identica faccia che si era vista allo specchio, quella mattina. Tutti i sapiens coinvolti dovevano averla.

Pur senza averlo di fronte, era sicura che Allend fosse fresco e rasato come al solito. E che stesse fumando.

“Dimmi che non sei stata tu. Anche se è una balla, dimmelo lo stesso.”

“Non sono riuscita a sparare all’uomo che voleva spararmi. Come posso essere stata io?”

“Il dualis?”

“Il dualis.”

Bevve il suo caffè. Era amaro, ma non chiese lo zucchero. “Si è preso il mio test e l’ha distrutto. Non credo sapesse quali sarebbero state le conseguenze, ma non gliela concedo come attenuante: l’avrebbe fatto lo stesso.” Finì di bere e appoggiò la tazzina sul tavolo. “Non ho nessun dubbio a riguardo.”

“Cominci a inquadrare il genere, vedo.”

Lem non rispose. Bastava che lo venissi a trovare a casa, senza cercare di batterlo nel suo territorio. Ma sentiva di poter essere scusata, per la confusione di quei momenti.

Vega come entità fisica non si nascondeva, non era così stupido: il domicilio era noto, specialmente dopo la storia dei ‘germani reali’. Che fosse contrario alla politica del Dace non era una discriminante, a nessuno interessavano le altrui idee, finché non si traducevano in fatti. C’era così tanta gente, con così tante diverse convinzioni, che l’unico modo di gestire tutto era basarsi sugli eventi concreti. Vega non aveva fatto niente di male. Niente che si potesse provare.

Perfino il suo indirizzo di casa era reperibile senza difficoltà, il suo modo di dichiarare al mondo che non aveva niente da nascondere. D’altro canto, sparire a New Babel era impossibile. E la celebrità, almeno per lui, era stata effimera: non era abbastanza fotogenico da diventare un boccone  per le voraci mandibole del telovideo, le sue dichiarazioni contro l’aborto erano dozzinali e scontate, il suo profilo basso, poco interessante.

Bisognava proprio averlo di fronte, Vega, per capire con chi si aveva a che fare.

“Ti hanno seguita?”

“Non lo so, spero di no. Ma controllano tutti i miei spostamenti.”

“Poco ma sicuro.”

“E mi useranno per incastrarti, se avranno tanto così – separò pollice e indice di un paio di centimetri – per trovare un appiglio. Anche questo è poco ma sicuro.”

“Sei il loro criceto prediletto, adesso. Ti tratteranno bene, se non farai stupidaggini.”

“E chi tratterà bene il Dace?”

Vega distolse lo sguardo. Era il segnale più incoraggiante su cui potesse sperare.

“E’ il Dace quello debole – insistette – hanno distrutto suo figlio, hanno fatto la stessa cosa che avete fatto voi… cioè, che hanno fatto loro, gli attentatori. Alla clinica. Quel giorno.” Si accorse che la voce le tremava. “Distruggeranno anche l’altro, se lo troveranno. E lo troveranno.”

“Non so di cosa parli.”

Lem non gli badò. L’importante era che ascoltasse, non che desse conferme. “La vostra Rete è più matura, vero? E’ stata sviluppata prima della mia. Per adesso potete ancora contenerla, siete sapiens, ma non durerà in eterno. Appena sarà troppo sviluppata per la struttura che le avete eretto attorno, si accorgeranno della sua esistenza, e i dualis la faranno a pezzi. Grazie a me, adesso sanno cosa cercare per arrivarci.” Si guardò le mani. “Li ho aiutati io a farlo… ho creato una Rete e l’hanno uccisa, lo rifaranno, e il Dace non può farci niente… io…”

Il mondo aveva assunto strani contorni liquidi, coi colori fusi in un caleidoscopio pastello, e soltanto quando sentì la mano di Vega sulle sue, si accorse che piangeva. Era troppo abituata a prendersi cura di esseri poco più che unicellulari, con genitori mai visti, a considerarli vivi senza badare alla forma antropomorfa che non possedevano.

“Troppe razze umane sulla Terra non possono coesistere, Lem – la voce di Vega era dolce, le sue mani, anche se bianche come ghiaccio, erano calde, rassicuranti – stanno divergendo perfino tra loro, lo hai sperimentato in prima persona: cosa ne sarà di noi, quando i conflitti diventeranno insanabili?”

Lem si asciugò gli occhi, vergognandosi per come aveva ceduto. “Cerchi anche tu di usarmi per i tuoi scopi, eh?”

“Tu sai che io non avrei provocato il disastro di stanotte.”

“Con una nuova Rete, è inevitabile.”

“Non è vero, la sostituzione di Rete non provocherà nessun corto circuito: saranno tagliati fuori solo i connessi, i Drod. Dovremmo lasciare che vincano loro?”

Non vince nessuno, pensò Lem. Nessuno può vincere.

Disse, con passione: “Tu lo sai, che mi sarebbe bastato dire una parola e il mio capo ti avrebbe arrestato: non aspetta altro che un pretesto, e la testimonianza della dottoressa Nakamura convincerebbe qualsiasi giuria. E se cadi nelle loro mani, tu parlerai. E’ assolutamente escluso che riuscirai a tenere nascosto ai dualis quello che vogliono sapere: te lo tireranno fuori finché di te non sarà rimasta che l’epidermide. Lo sai, vero?”

La mano di Vega si contrasse sulla sua. Lo sapeva, ovviamente.

“Ho creato io la nuova Rete. Non so chi stia lavorando alla vostra, ma sono più qualificata di chiunque tu sia riuscito a reclutare, o recluterai mai in vita tua.”

Vega non controbatté neanche  a questo.

“Ho visto cosa succede ai Drod in preda al conflitto, ho rilevato le loro reazioni: conosco la curva di aumento in relazione allo sviluppo della Rete. Questi dati tu non puoi averli, non avete certo Drod che vi abbiano aiutato a elaborarli. E sono fondamentali per proteggerla, man mano che crescerà.”

Vega tolse la mano e la guardò con aria di sfida. “Passameli, allora: se ti sta tanto a cuore, dammi i dati necessari. Potrai sempre dire che mi sono infiltrato nel tuo terminale e te li ho sottratti, caso mai la questione venisse fuori.”

I traditori sono peggio dei nemici, da entrambe le parti.

Senza esitare, Lem tirò fuori di tasca il terminale e lo posò sul tavolo davanti a loro. “E’ tutto qui, accomodati.”

E’ rimasto poco tempo: se il Mi.Da era cresciuto a un tasso esponenziale in così poco tempo, la Rete dei cigni bianchi ormai è quasi incontenibile.

Doveva proteggerla dai dualis, finché non ci avesse potuto mettere sopra le mani.

Vega prese il terminale, quasi con diffidenza. L’accese, scorse il menu, le sopracciglia gli si inarcarono di un millimetro, quando vide che c’erano davvero tutti i dati dei test effettuati da Lem.

“Come faccio a sapere che sono autentici?”

Lem si strinse nelle spalle. “Nel dubbio, arrotonda per eccesso: meglio troppe misure di sicurezza, che troppo poche.”

Vega inviò i dati al proprio terminale, le rese il suo. “Devi cancellare la memoria: se scoprono che hai trasmesso file riservati da qui, come li hai aiutati non conterà più niente, per loro.”

“Lo so.” Spense il terminale e lo rimise in tasca. “Cancellerò tutto.”

“Io non voglio usarti, Lem. Abbiamo iniziato questa storia praticamente insieme.”

“So anche questo.” Si alzò, imitata malvolentieri da Chobin, sbracato comodo sul tappeto. Le pareva di trovarsi in quell’appartamento da secoli. “Ti chiederò un favore, più avanti, quando sentirai di poterti fidare di me. Te lo dico fin d’ora, perché è il motivo per cui faccio quel che faccio. Nemmeno io voglio usarti, ma questo devi saperlo.”

“Quale favore?”

“Al momento giusto. Ma ti assicuro che non è niente che dovrai rifiutarmi. Tutt’altro, penso che ti farà perfino piacere.”

Vega non rispose né sì né no, proprio come si era aspettata. Andava tutto bene, per ora.

La visita era terminata. Nessuno dei due aveva motivo di prolungarla, per prolungare anche i rischi, e Lem sapeva che avrebbe avuto grossi problemi al suo ritorno ad Atlantis. Allend non l’avrebbe presa bene, per usare un eufemismo.

Quando la porta le si chiuse alle spalle, su un Vega pensieroso e chiaramente combattuto, aveva il cuore pesante come piombo.

Ma non per il doppio gioco che stava avviando, non perché rischiava tutto quel che si poteva umanamente rischiare, su una possibilità minuscola; nemmeno perché si sentiva in colpa verso Allend, amato, odiato, e di nuovo amato, sempre una scelta da fare, sempre la scelta che avrebbe fatto. La scelta sbagliata, ma sempre, sempre, la sua ultima parola. Che fosse per amore o per l’istinto sapiens di non essere sopraffatta, a ogni bivio avrebbe imboccato la strada più vicina a lui.

Nemmeno io voglio usarti.

Quando salì sull’ascensore per Atlantis, si appoggiò alla parete, sentendosi stanchissima, con gli occhi chiusi per non incontrare lo sguardo della webcam.

“Scusami – mormorò, così piano che neppure l’udito di un dualis avrebbe capito cosa diceva – mi dispiace, scusami… ma usarti è proprio quello che farò. Vi userò tutti, per arrivare dove devo.”

L’ascensore si fermò all’ottavo livello e Lem uscì, unica sapiens in mezzo ad alti, statuari Drod, che dovevano considerarla la mascotte di Atlantis, in quei giorni. La riconoscevano tutti, senza alcun dubbio. Riuscì a passare i controlli senza problemi, malgrado le misure restrittive in atto. Lei era la Nakamura, mica pizza e fichi.

Chobin era stanco, dopo la scarpinata interlivello, e pretese di essere imboccato, anziché mangiare da solo la sua ciotola di aringhe. Lem si prese cura di lui, poi mise il terminale nel fornocoltura, regolato su ‘germinazione e grigliata’, tanto gliene occorreva uno nuovo, più potente e capiente. Si collegò a un negozio online per acquistarlo: un modello favoloso, consegna entro dieci ore, soddisfatti o rimborsati. Mangiò e dormì.

Malgrado il disastro che aveva provocato, e quel

 

DUECENTOUNDICIMILATRECENTOSEI

 

che le lampeggiava nel cervello, pulsando come un dente cariato

(duecentoundicimilatrecentosette, non sbagliare il conteggio, è una più di quelle calcolate, c’è stata una vittima in più e non dovrà esserci di nuovo)

cominciava a sentirsi un po’ più serena. Questo le fece pensare che forse aveva finalmente imboccato la strada corretta.

La svegliò il fattorino che consegnava il nuovo terminale, con tanti complimenti per l’eccellente acquisto. Lem rispose che era sicura di aver scelto il meglio, firmò, pagò. Rientrò in casa sentendosi limpida e leggera, per provare le funzionalità e le connessioni del suo terminale nuovo fiammante. Era tutto perfetto, ma non aveva avuto dubbi a riguardo.

Le cose sarebbero successe tutte al momento giusto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*