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Capitolo 9

Vennero registrati numerosi incidenti, nelle ore tra la settima e la diciottesima: Internet si trovava, per la prima volta nella vita, a dover gestire le proprie contraddizioni interiori, condizione tipica di un essere vivente.

[…] Le perdite umane erano un bug interno, e quasi metà delle risorse della Rete furono impiegate, da lì in avanti, a evitare che si verificassero, per quanto possibile.

L’homo sapiens, va detto, cooperava ben poco.

 

(“Sociologia della programmazione primaria”, cap. II, ed. Cartesio)

Il bar dello stadio era grigio e deprimente come qualsiasi altra cosa, sotto i neon del primo livello, ma ciò nonostante il cameriere fece delle rimostranze a che lei tenesse il pinguino sulle ginocchia.

“Qui gli animali non sono ammessi, signorina. Deve uscire.”

Lem si guardò attorno: cartine appallottolate per terra anziché nel riciclatore, aloni di vecchi bicchieri sul banco, i filtri dell’aria che facevano un rumore tanto forte da coprire quasi gli sproloqui del telovideo. La gente seduta parlava sputacchiando e gesticolando, litigando nella conversazione con gli amici.

“Per l’igiene, immagino.” rispose con sarcasmo, ma si alzò e andò a sedersi sulla ‘terrazza’, un pezzo di marciapiede recintato con siepi artificiali, talmente verdi che accecavano.

Non aveva voglia di discutere con il cameriere, un sapiens che faceva il lavoro di un distributore automatico, a cui senz’altro avevano detto che si preferiva il fattore umano all’impersonalità di un elettrodomestico.

Aveva sonno. La notte era trascorsa a inviare e ricevere messaggi, e quando alla fine era andata a letto, non era riuscita ad addormentarsi, tormentata com’era dall’immagine di sua madre che salutava le videocamere, prima di recarsi in ospedale per piangere sulla salma. Tra le news della mattinata, aveva trovato la programmazione del nuovo reality, con Cherry Blossom tra i protagonisti. In un’intervista nell’atrio dell’ospedale, si tamponava delicatamente gli angoli degli occhi con un fazzoletto sul quale spiccava il logo dello sponsor. Non aveva certo perso tempo, e chissà se il funerale di Lem Nakamura sarebbe passato in diretta telovideo. Chissà di cosa saranno fatte, le mie ceneri. Un vecchio tavolo, magari?

Le portarono un aperitivo e una ciotola di salatini che riuscivano a essere unti e rinsecchiti nello stesso momento. Il pulcino aprì il becco, Lem l’allontanò. “Ci dovremo abituare, immagino, ma per adesso niente porcherie.”

Ora che Lem Nakamura era ufficialmente morta, il Dace non aveva più bisogno di proteggerla. Lì, al primo livello, nessuno l’avrebbe mai cercata, e senza alcun dubbio poteva trovare un altro impiego, magari in un centro estetico. Era il sogno irrealizzato di tutte le sue colleghe del call center, ma del resto lei aveva qualifiche tali da assicurarle un posto in qualsiasi studio che si occupasse di iniettare Staminox negli occhi di vecchie rincoglionite che volevano una sfumatura violetta, o di mettere sotto le lampade donne che non sopportavano i geni che persistevano a far crescere loro i peli sulle gambe.

Era finita, avevano vinto tutti, comparse incluse.

Le dieci arrivarono e passarono, Lem vuotò il suo bicchiere più volte, inseguendo la goccia sul fondo che non voleva scendere, ascoltando i discorsi della gente attorno a lei. Un tizio si vantava di essersene fatte tredici in una dark room, la sera prima, almeno un paio che lo avevano provocato e avevano avuto la lezione che meritavano. Un altro sperava che al suo collega venisse un’embolia cerebrale, perché gli aveva soffiato una pratica per farsi bello col capo. Una ragazzina diceva di essere stufa della scuola, perché il suo idolo non aveva avuto bisogno di studiare per diventare ricco. Il suo idolo era un cantante del secondo livello che si era fatto innestare la doppia pupilla in ciascun occhio.

Alla fine, Lem si alzò, pagò e se ne andò. Passò vicino alle bande di tifosi che, forse vedendola del tutto indifferente o forse perché, col pinguino in braccio, appariva chiaro che non era di nessuna fazione, la ignorarono. Per quel che le importava, avrebbero potuto trascinarla in un vicolo, violentarla e ammazzarla.

 

Preparò la pappa al pulcino, gliela versò in gola, gli pulì il becco. “Devo proprio trovarti un nome, visto che a quanto pare rimarrai con me. Non ho idea di cosa ci succederà, ma immagino che al centro del primo livello vivresti peggio che qui, perciò dovrai accontentarti.”

Il pulcino pigolò e fece un saltello, per atterrarle sulle ginocchia. Si abbassò sul petto, le appoggiò la testa sulla pancia e chiuse gli occhi. Malgrado tutto, Lem sorrise. Lo strinse tra le braccia.

L’olomonitor lampeggiò, era arrivato un messaggio. Vega si scusava profusamente per averle tirato un bidone. ‘Volevo essere sicuro che non fossi della polizia’, spiegava, ‘sono venuto ma ti ho guardata da lontano. Somigli davvero un sacco alla Nakamura!’

Lem digitò con calma ‘vai a fare in culo’ e inviò. Quando arrivò la risposta di Vega un paio di minuti dopo, la cestinò senza leggere. Poi si trascinò all’angolo-letto, premette il pulsante per ammorbidire la moquette consunta in materasso, e si buttò a dormire, il pinguino accovacciato accanto.

L’olomonitor prese a lampeggiare per l’arrivo di un messaggio non letto. Gli voltò le spalle.

 

Quando si risvegliò, era pomeriggio inoltrato e il pinguino le urtava delicatamente la testa con la testa, per sollecitare l’arrivo di cibo. Lem si tirò su stropicciandosi gli occhi, un’emicrania lancinante venutale chissà quando durante il sonno, e preparò il pasto per il pulcino, tralasciando quello per sé. Sull’olomonitor risultavano almeno una decina di messaggi.

‘Ti prego, scusami, davvero’, insisteva Vega, ‘ma tu non hai idea di come sappiano essere stronzi, giù al primo livello. Vediamoci ancora, ti prometto che stavolta ci sarò.’

C’era anche un messaggio dal suo ex posto di lavoro, che come aveva immaginato, non era affatto ex. Le ingiungevano di presentarsi immediatamente per il servizio, o sarebbero state prese sanzioni severe nei suoi confronti. I toni erano così intimidatori da farla ridere fino alle lacrime. Cancellò il messaggio, si buttò lunga distesa e continuò a sbellicarsi finché non le fecero male i muscoli della pancia, col pinguino che la guardava perplesso.

“Oh, Dio, e cosa farete se non verrò? Mi mandate i Drod a trascinarmi in ufficio?”

Tornò seria per un attimo. Poteva anche succedere, visto che quel lavoro era un’imposizione dall’alto, ma neppure i Drod potevano costringerla, se lei non cooperava. Potevano obbligarla a stare lì, potevano rovinarle la vita, potevano distruggerla se volevano, ma non potevano farla diventare quello che non era. Potevano prenderla di peso e portarla al lavoro, e dopo?, le avrebbero puntato una pistola alla tempia imponendole di rispondere alle chiamate? L’avrebbero resettata perché socializzasse con le colleghe?

Premete pure il grilletto, stronzi, avete finito di giocare con me.

Rispose a Vega dicendo che accettava un secondo incontro, uno soltanto, e che se anche stavolta avesse fatto il furbo, la cosa sarebbe finita lì.

 

Al parco era poco prudente avventurarsi sui prati: notoriamente, si usavano quei posti come discariche clandestine di scorie genetiche, e mettere il piede su un contenitore esausto di Staminox era davvero un pessimo modo di concludere la giornata. La fontana funzionava, ma l’acqua era talmente torbida che Lem impedì al pinguino di avvicinarsi, nonostante quello si dibattesse e strillasse.

E per questa gente, questo è vivere al di sopra delle loro aspettative?

Auto tirate a lucido parcheggiate su marciapiedi scheggiati. Vestiti di ultimo grido sullo sfondo delle colonne-condominio, coi loro mille occhi puntati dappertutto. Un lavoro fisso, immutabile, per quelli abbastanza perseveranti e leccapiedi. Un centro estetico, un negozio d’abbigliamento, un telovideo arrotolato a metà perché guasto. Un appartamento di pochi metri quadri, pagato con un mutuo cinquantennale. Nel database locale non aveva trovato quasi nessuno dei testi che cercava e si era dovuta collegare alle biblioteche dei livelli superiori, dando quello stupido nickname come recapito. ‘File not found’ sembrava essere il sottotitolo di LEVEL 1.

Sedette su una panchina davanti alla colonna-condominio che delimitava il confine del parco; sulla facciata c’era un enorme telovideo con le news del giorno. Le ‘fotografò’ con l’intenzione di visionarle in seguito, e continuò a tenere d’occhio l’ora.

Aveva garantito a Vega che alle otto e un minuto si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata, ma alle sette e cinquantanove un’ombra si allungò accanto a lei mentre qualcuno sedeva.

Lem archiviò le news (‘ragazza violentata in una dark room’, ‘Psicophine alla mensa del liceo, i genitori protestano’, ‘fa discutere la sospensione di Autostrade in seguito al vilipendio religioso verso i culti orgiastici’), e si degnò di guardare il nuovo venuto. Il pinguino piegò la testa per esaminarlo da una prospettiva migliore.

Vega era giovane, più di lei, e a prima vista sembrava tutto in bianco e nero: bianca la pelle, neri i capelli, neri gli occhi, con addosso un impermeabile lungo a disegni astratti, bianchi e neri. Maglietta nera, profili bianchi, pantaloni neri. Le mani avevano dita lunghe, delicate, molto belle per un maschio, i lineamenti erano privi di quell’artificiosa perfezione della gente che si modificava. Si era tenuto tutti i difetti della faccia, come se non gliene importasse. D’accordo che senz’altro i suoi genitori si erano aggiustati geneticamente prima della sua nascita, nessuno nasceva brutto, e diventava questione di gusti personali. L’insieme di tratti in Vega, tuttavia, produceva un effetto strano, come di qualcuno che ha viaggiato nel tempo, da un remoto passato, e si è infilato vestiti moderni nel primo vicolo, per mescolarsi alla gente del posto. Spiccava perché non era niente di speciale, e questo lo rendeva attraente.

“Ciao.” le disse.

“Ciao.” Lem aspettò che fosse lui a parlare. Era abbastanza normale incontrarsi di persona dopo essersi conosciuti sulla Rete: il galateo voleva che ci si comportasse come amici che si rivedono dopo una lunga separazione, per evitare silenzi imbarazzanti, ma in quel caso particolare non aveva voglia di essere cortese. Tutto quello che voleva era un bersaglio per la sua rabbia.

“Mi dispiace per il bidone di stamattina – disse alla fine Vega – ma tu non sai quanti sbirri girino per i siti.”

“Perché, fate qualcosa di illegale?”

“Se non ti piacciono i Drod e il Dace, tu non piaci a loro, non credi?”

“Non credo che gliene importi molto.”

“Sai qual è il problema? Che loro controllano tutto, e quindi occorre stare attenti, se vuoi parlare in pace. Qui, almeno, nessuno ci ascolta. A me dà un fastidio pazzesco, pensare a tutte quelle webcam sempre addosso, ogni momento, a te no?”

Lem accarezzò il suo pinguino. Le tornarono in mente le parole di Allend, durante il viaggio in limousine che l’aveva scaricata in quel posto infernale, in quella vita infernale. E’ molto, molto importante che lei cooperi, o quando ci separeremo farà un passo falso… sarebbe davvero un peccato, arrivati a questo punto.

“Sì – ammise – moltissimo.”

“E allora la pensiamo allo stesso modo. Tutto quello che passa sul Dace viene tracciato e registrato, a meno di non usare… espedienti particolari.”

Lem non rispose subito. Non si era aspettata che Vega sarebbe arrivato al dunque tanto in fretta, parlando di un reato con una persona appena incontrata. L’ardore della gioventù, pensò con meno ironia di quella che avrebbe voluto. Si sentiva decrepita, al confronto.

Disse: “Scavare dei tunnel sotto la Rete è pericoloso, se beccano il flusso di dati in entrata o in uscita, ti spediscono dritto a smaltire scorie in discarica.”

“Certo, se ti beccano. E io non ho detto che lo faccio.”

“Giusto, non l’hai detto.” Lem sorrise.

Ovviamente, c’erano hacker capaci di eludere i sistemi di vigilanza e di creare micro-reti, e altrettanto ovviamente lei non era finita su una di queste, quando era arrivata al sito di Vega. Con ogni probabilità, si trattava di un sito civetta, che serviva soltanto a conoscere nuovi possibili adepti. Per connettersi alla rete privata, che passava per tunnel informatici sotto la Rete principale, occorrevano chiavi d’accesso che non venivano certo date a chiunque.

“Come sei finita sul mio sito?”

“Giravo per la Rete – disse Lem – negli ultimi tempi il Dace mi ha incasinato la vita, e volevo sapere se è successo anche ad altri.”

“Il Dace è specializzato nell’incasinarti la vita, se non righi dritto. Tu non sembri una del primo livello, scusa se te lo dico.”

“Neanche tu, scusa se te lo dico.”

Vega annuì, ma non diede altre informazioni. Lem si chiese in che razza di guaio si stesse cacciando.

Decise di lanciarsi.

“La cosa che sopporto di meno – disse, adagio – è vedere come il Dace lasci tanta gente a se stessa, nel degrado più totale, anziché aiutare la specie a migliorarsi. Mi fa pensare che la programmazione primaria si stia… indebolendo, diciamo.”

Vega distolse lo sguardo, per fissarlo sul telovideo starnazzante dall’altra parte della strada.

Quando rispose, lo fece anche più lentamente di lei.

“La mia idea è che i Drod stiano cercando un modo per cancellarla, la programmazione primaria. E forse l’hanno trovato.”

“Gli ibridi.” concluse Lem. Mise giù il pinguino, che voleva provare a muoversi sull’asfalto.

“Sì.” Vega continuava a non guardarla, forse per non dare l’impressione di stare dicendo qualcosa di importante. “Negli ibridi è sempre più debole, e finirà per sparire. Ci sono superiori in tutto, sono perfino ESPER, e sono figli dei Drod, oltre che nostri. In pratica, godono dei vantaggi della programmazione primaria, e hanno legami fisici con i Drod, ma non sono sottoposti ai loro stessi vincoli. Quando arriverà il momento di scegliere, da che parte pensi si metterà, il Dace?”

I dualis possono sconnettersi dal Dace quando vogliono. L’ESP era una semplice conseguenza di quella facoltà, ma Lem non lo disse. Erano ovvietà che tutti sapevano.

Il pulcino non apprezzava il freddo dell’asfalto. Era una specie creata in laboratorio a partire dai pinguini sudamericani, piccoli e abituati al caldo, perciò tornò da Lem e iniziò a pigolare per farsi prendere in braccio. Lem l’accontentò.

 

Non pensava che sarebbe riuscita a sopportare un’altra notte in bianco, così dopo essere tornata a casa per lasciare il pinguino, indossò la tuta e andò in palestra. Sul terminale c’era un’email non letta, ma se lo infilò in tasca e decise di non pensarci, per il momento. Per il momento voleva soltanto stancarsi, farsi una doccia, mangiare una tavoletta di concentrato e dormire.

L’istruttore le disse che era in anticipo. “Puoi iniziare con lo stretching, sarò da te tra dieci minuti.”

Indossava una canottiera sportiva, aderente, rossa attraversata da un fulmine giallo, e la scritta CHOBIN DRINK in mezzo al petto. Per qualche motivo, quella parola le rimase impressa, e al quinto giro di pista, seppe di aver trovato un nome per il suo pulcino. Sembra che oggi trovi un mucchio di cose. Si fermò e cominciò con le flessioni, per sciogliere i muscoli.

“Dovrebbe leggerli i messaggi, dottoressa. Potrebbe essere qualcosa di importante, non crede?”

Lem alzò gli occhi, incontrando senza alcuno stupore quelli verdi di Allend.

Aveva pensato che sarebbe stata sollevata, perché voleva dire che, dopotutto, il suo destino non era marcire al primo livello, o infuriata, perché era lui ad averla gettata lì, invece la sua emozione si ridusse a un semplice ah, eccolo qui. E basta.

Come se se lo fosse aspettato, di incontrarlo.

Perfino nell’ambiente della palestra, pieno di bellezze artefatte e studiatamente rudi, o impossibilmente delicate, c’erano diverse ragazze che lo guardavano con interesse. Indossava i pantaloni di una tuta, la canottiera, un paio di polsini di spugna. Aveva un asciugamano intorno alle spalle, ma non era sudato, non era lì per la palestra. E non era armato. Al primo livello non gli serviva, figurarsi.

“Proprio perché potevano essere importanti non volevo leggere – rispose, e abbassò una gamba per cominciare le flessioni sull’altra – stanotte vorrei dormire, finalmente.”

“Suppongo che i sedativi non le destino simpatia.”

“Devo risparmiare, visto che sono disoccupata.”

“Il messaggio riguardava anche questo.”

“Si è scomodato a scendere da Atlantis solo per venirmi a dire che devo tornare al call center?”

“Per la verità, mi sono scomodato a venire dopo il nostro scambio di email della scorsa notte. Ero preoccupato per lei.”

Lo prendi sul serio il tuo lavoro, niente da dire. “Non deve – Lem abbassò la gamba e si sollevò per fronteggiarlo, cosa non facilissima visto che era almeno venticinque centimetri più alto di lei – la mia vita fa schifo esattamente come aveva programmato che facesse, e non potrebbe andare peggio di così neanche se mi sparassero. Ehi, ora che ci penso, mi hanno sparato.”

“La sua morte era necessaria, dottoressa. Non l’avrebbero mai lasciata in pace, mi creda.”

“Sì, me l’ha detto nella terza email, o forse la quarta, non ricordo.”

“Mi permetta di dubitarne.”

Lem non sorrise. Non si era aspettata che Allend rispondesse al suo patetico messaggino, la notte precedente, invece così era stato, e aveva continuato a rispondere finché lei non aveva spento il terminale e si era coricata, in cerca di un riposo che non sarebbe venuto.

“Beh, in ogni caso adesso è qui, perciò può dirmi di persona quel che deve dire. Prima che sprechi il fiato, però, vorrei dirle che non ho più intenzione di cooperare, riguardo al call center. E lei non può costringermi. E’ chiaro?”

Allend la guardò, pensieroso. “No – disse alla fine – non ho i mezzi per costringerla, se anche volessi farlo. Non sono qui per questo.”

“Immagino per che cosa è qui. Quel che non immagino è perché.” Perché prendersi tanto disturbo per assumere qualcuno? La curiosità a quel riguardo era l’unica cosa che esulasse dallo schifo della sua vita presente. Quella e il bisogno di farla pagare a qualcuno.

Lanciò un’occhiata al ring, dal quale stavano scendendo le persone del turno precedente.

“Dicono che gli ibridi siano forti come i Drod, o anche questa è un’invenzione del telovideo?”

“Come scontro sarebbe molto impari – rispose Allend – ma posso farle da sparring partner, se desidera.”

Perfino l’istruttore rimase a guardare, mentre salivano. Lem pensò che, andasse come andasse, la sua vita in quel settore del primo livello era finita, dopo che tutti l’avevano vista in rapporti così stretti con un Drod… perché cos’altro poteva essere, l’individuo che aspettava il suo attacco, se non un Drod? L’homo dualis non scendeva mai sotto il settimo livello, o se lo faceva, non era certo per entrare in una lurida palestra coi bilancieri di ferro, anziché i nuovi modelli anti-G.

L’homo dualis era come l’araba fenice, una cosa che si conosce, ma che non si pensa possa esistere sul serio. O forse non si voleva pensare che esistesse, e che fosse lì, pronto a rimpiazzare l’antica specie moribonda.

Allend parò il primo pugno, fece scivolare la mano a serrarle il polso, e l’attirò contro di sé, bloccandola con l’altro braccio. Provò una curiosa sensazione di deja vù, ma nella sua memoria non c’erano ‘fotografie’ di riferimento e le sfuggì.

“Un po’ sbilanciata sull’attacco, dottoressa. Dovrebbe stare più centrata.”

Lem si liberò e indietreggiò. Da quando era uscita dalla vasca staminale, la sua forma fisica era invidiabile, e con la rabbia che la rodeva da dentro, non ci aveva messo molto a imparare i rudimenti della lotta. “Più centrata, eh?”

L’unica cosa che voleva era cancellargli quell’espressione così tranquilla dalla faccia, l’espressione di chi non si lascia turbare da niente, perché ha già previsto tutto. Senz’altro in lui esisteva ancora parte della programmazione primaria, ma Vega aveva ragione, stava sparendo, dietro i sotterfugi e i doppi giochi che tutti loro conducevano, per mantenere in ordine la gabbia da criceti che era New Babel.

Impresse tutta la sua forza nel calcio, con il tallone che mirava alla mascella, ma Allend si limitò ad afferrare al volo la caviglia, fare un passo indietro e tirare con forza. Lem volò un paio di metri più in là, sbatté la faccia sul pavimento imbottito, e si stava risollevando, quando Allend le montò sopra, le prese le braccia girandogliele dietro la schiena e le spinse in su, non da farle male, ma abbastanza per bloccarla.

“Questo genere di attacchi lo lasci per i film, dottoressa: fanno scena, ma sono i più prevedibili. La prossima volta, miri alle ginocchia.”

Soffiò via i capelli dalla faccia per guardarlo. “Se lo facessi, potrei colpirla?”

“No, ma colpirebbe un sapiens, ed è quello l’unico nemico di cui deve preoccuparsi.”

Lem cercò senza il minimo successo di svincolarsi dalla morsa che la teneva giù. “Io sono una sapiens, ne era al corrente?”

“Credo di avere l’informazione nel dossier, sì. Ha incontrato il suo amico del tunnel di Rete?”

Lem si passò la lingua sulle labbra. La notte precedente gli aveva detto tanto, troppo. Ma Allend era l’unico orecchio disposto ad ascoltarla, non c’era più nessuno, e lei era troppo a terra per essere ancora forte. Aveva sperato che reagisse in qualche modo, quando gli aveva detto di stare facendo ricerche sui cigni bianchi, ma Allend aveva risposto soltanto che tutto le sarebbe stato chiarito quanto prima. Ha previsto anche questo. Era a quel punto che aveva spento tutto e se n’era andata a letto.

“Mi sta usando – l’accusò – e per un ragazzino che gioca a fare l’hacker, assurdo. Stavolta non ci sto, mi spiace.”

“Non m’interessa il ragazzino col suo tunnel artigianale per scambiarsi paranoie sui complotti governativi, dottoressa. Se il Dace dovesse mettere in prigione tutti i pirati informatici, domani vedrebbe girare per le strade sì e no tre persone, e credo che neppure lei sarebbe tra quelle tre. O vuole farmi credere di non aver mai manomesso un terminale per cancellare registrazioni ai sensi di legge?”

“Ho anche scaricato illegalmente un sacco di musica, e scritto messaggi offensivi sui forum. Ah, e una volta sono entrata in una dark room senza essermi prima lavata le ascelle. Mi beccherò l’ergastolo, temo.” Cercò ancora di liberarsi, ma non riuscì quasi a muoversi, serrata nella tenaglia delle cosce di Allend.

“Allora, è pronta a passare alla fase successiva, dottoressa?”

“Sarei più pronta senza un mammuth sulla schiena.”

Quella specie di prigione che le incombeva sopra si spostò per lasciarla libera. Lem si mise seduta, massaggiandosi i polsi, le braccia indolenzite dalla stretta, e guardò con molta attenzione Allend, che si stava rialzando con l’elastica scioltezza di chi non si è sforzato neanche un po’.

Vega ha ragione, ci sono superiori in tutto. Ma ha bisogno di me, una biologa sapiens, per i suoi scopi. Quindi anche loro hanno dei limiti… quali?

Inutile, le sfuggiva. Era appena oltre la sua capacità di deduzione.

“Mi ero convinta che il Dace avesse deciso di mollarmi qui, lo sa?”

“L’ho rassicurata in merito più volte.”

“Temo di aver perso un po’ di fiducia nella gente.”

“Spero la ritroverà presto. Finora ha incontrato le persone sbagliate.”

“Ho visto mia madre sciacallare con gli altri sulla mia morte. Aveva previsto anche questo?”

Allend le tese una mano per aiutarla ad alzarsi, Lem l’ignorò e saltò in piedi da sola. La gente attorno al ring ostentò indifferenza quando scesero, diretti allo spogliatoio.

“Il profilo di Cherry Blossom… diciamo che è molto più basso del suo, dottoressa. Diversamente, anche per sua madre sarebbero stati presi drastici provvedimenti di protezione.”

“Così, invece, è al sicuro – concluse Lem – verrà sbranata dal telovideo, risputata e distrutta. E’ corretto?”

“Il Dace non costringe nessuno, dottoressa.”

Lem andò al suo armadietto. Lo spogliatoio era caldo, umido del vapore delle docce, odoroso di disinfettanti. Sulla panchina accanto, una ragazza che indossava un paio di vistosi orecchini e nient’altro, parlava con l’amica dei risultati ottenuti al centro estetico della palestra. Tirò su i seni per offrirli all’esame dell’altra, e quella commentò che erano molto carini, anche se il colore era un po’ scuro. La prima parve dubbiosa, e rimasero tutte e due lì a studiare i capezzoli con aria critica.

“Se mia figlia venisse uccisa davanti a me…” cominciò a dire, ma s’interruppe. Il discorso minacciava di diventare patetico e non poteva sopportarlo. “E’ la seconda volta di fila che vengo licenziata. Non c’è due senza tre, dicono.”

Allend sorrise finemente. “Perché io la licenzi, dovrà come minimo piazzare delle bombe sotto i sostegni di Atlantis, mi creda.”

“Non poniamo limiti – Lem si sfilò la maglietta – adesso può spiegarmi in cosa consiste il lavoro per il quale ha tirato su questo baraccone?”

“Farò di più. Come un principe delle favole, la porterò via da qui e la restituirò al mondo civile, dottoressa. Non ha più bisogno di vivere sotto copertura.”

Lem gli voltò le spalle per togliersi i pantaloni. La nudità non imbarazzava nessuno, negli appropriati contesti, ma era un po’ sfacciato spogliarsi guardando negli occhi l’interlocutore.

“Se sono morta, immagino di non poter riprendere la mia vecchia identità, giusto?”

“Lei sottovaluta le risorse del telovideo. Anticamente, una persona veniva condannata su tutti i media, ben prima della sentenza, cosicché il pubblico era convinto della sua colpevolezza quando ancora le indagini erano in corso. Se poi, a seguito del processo, veniva provata l’innocenza dell’interessato, appariva un trafiletto minuscolo, a volte neppure quello, e la persona, di fatto, rimaneva colpevole agli occhi del mondo.” Quando si voltò per prendere l’asciugamano, Allend si stava spogliando a sua volta, seduto sulla panchina. Le due ragazze avevano smesso di parlottare tra loro e lo guardavano sbattendo le ciglia. “Ma tutto questo appartiene a un passato privo di mezzi: oggigiorno, una persona morta agli occhi del grande pubblico resta morta, anche se saltasse fuori che è ancora viva. Lei capisce certamente che, dovendo fare i conti con la sua esistenza, la lobby giornalistica dovrebbe spiegare il perché di quella messinscena.”

“Potrebbe volerlo fare – osservò Lem – potrebbe essere un bello scoop.”

“Troppo faticoso. Ci sono ottanta milioni di possibili scoop a New Babel, lei ormai è roba vecchia. Tra un mese, che sia viva o morta non interesserà più a nessuno, mi creda.”

Lem si chiese quante volte in passato fosse successo qualcosa di simile, perché Allend ne parlasse con tanta disinvoltura. Il Dace non censura, sono i sapiens a farlo. Era un pensiero inquietante.

“Supponiamo che sia io a rendermi di nuovo visibile – osservò – ad esempio, con qualche pubblicazione su riviste scientifiche.”

“Dottoressa, ha vissuto qui per più di due settimane. Lei crede davvero che la gente del posto legga articoli di biologia staminale avanzata, o che butti soldi per pubblicazioni diverse da Gossip roventi o Aggraziata? Quanti programmi televisivi parlano a livello specialistico della sua branca?”

E quelli dei livelli superiori avrebbero concluso che la sua morte era una montatura giornalistica, per sfruttare all’osso il filone. Tutto lì.

Lem rimase zitta, sconvolta di fronte alla semplicità con cui si reggeva il castello di menzogne dell’informazione.

La doccia troncò ogni ulteriore discorso, con lo scrosciare caldo e profumato di un’acqua che Lem preferiva non ricordare essere il riciclo dei livelli superiori. Se anche non avesse avuto la curiosità di sapere dove Allend voleva andare a parare, andarsene da lì era ormai una necessità fisica, per lei.

Fuori dalla palestra, l’aria era così fredda da far quasi fumare la pelle calda, una sensazione piacevole, che la faceva sentire pulita. Ma forse era solo perché se ne stava andando.

“Mi tolga un’ultima curiosità in merito: com’è possibile che mia madre non si sia mai accorta, in tutto questo tempo, che sua figlia era un ologramma?”

Allend premette un tasto, e da dietro l’angolo la limousine nera scivolò morbidamente sulla strada. “Era un ologramma molto realistico, e comunque non era mai stata lasciata sola con lei.”

“Ma la mente umana non si fa ingannare così facilmente. Avrebbe dovuto accorgersene.”

“Sì – ammise Allend – avrebbe dovuto. Ma non è successo, e non mi aspettavo succedesse.”

Con un’amarezza che, lo sapeva, non l’avrebbe mai abbandonata quando avesse pensato a sua madre, Lem disse: “Sembra che abbia ragione lei, per il disprezzo con cui tratta noi sapiens. Ma a volte anche noi possiamo riservare qualche sorpresa, sa?”

La limousine si fermò davanti a loro. Allend passò la tessera e si spostò cortesemente, per farla salire. “Lo so, dottoressa, o adesso non sarei qui. Anche se, devo essere sincero, in tutta la vita è successo solo due volte che un sapiens abbia disatteso le mie aspettative, in meglio.”

“Membri del suo staff?”

Allend si accese una sigaretta, senza rispondere.

 

C’era un tossico sui gradini del portone, talmente strafatto che sembrava morto. Lem si fermò, titubante, ma Allend la toccò sulla spalla per farla muovere. “Lo Psicophine non ammazza, dottoressa, e non la ringrazierà, se lo sveglierà: probabilmente i viaggi da fatto sono la cosa migliore della sua vita.”

Il tono di disprezzo era talmente evidente che Lem provò il desiderio di rispondergli male, ma si morse la lingua. Qualsiasi cosa avesse in mente, era lì per portarla via, e anche se la destinazione poteva essere soltanto il secondo livello, sarebbe sempre stata meglio di ciò che si lasciava alle spalle.

“Supponiamo – disse comunque, per non lasciargli l’ultima parola – che qualcuno del primo livello voglia migliorarsi, che ne abbia le capacità. Che prospettive ci sono per lui, qua sotto?”

“Ci sono, in misura sufficiente. Lei non le ha viste perché calata in una realtà già definita, ma stia tranquilla che ci sono. Per chi ne è in grado, filtrare l’utile dall’inutile è un eccellente training.”

Allend continuava ad avere un’aria di sufficienza, che le faceva venire voglia di spaccargli la faccia… ennesimo desiderio irrealizzabile. “La veda dal lato di chi è parte attiva della società, dottoressa: tenere fuori gli individui senza caratteristiche utili renderà più facile il suo lavoro.”

“Magnifico – fece Lem – e di quale lavoro stiamo parlando?”

L’appartamento era talmente piccolo che due persone potevano starci comode solo a patto di essere in piedi insieme, o di dormire insieme. Con il pinguino in mezzo, poi, lo spazio di manovra diventava claustrofobico. “Ciao, Chobin.”

Lo prese in braccio, chiedendosi se il suo nuovo principale avrebbe fatto rimostranze sul caricarlo nella sua macchina di lusso, ma Allend si limitò a stuzzicare il becco del pinguino, che pigolò con fare amichevole.

Aveva poco da portare via, a parte il terminale, la Motorale e i vestiti di ricambio, e in pochi minuti fu pronta, con il terminale ben nascosto in tasca. C’era un messaggio non letto, ma arrivava da Vega, e non voleva che Allend se ne accorgesse. Diciamo che mi piace avere più punti di vista, su qualcosa di tanto complesso.

“Le spiegherò in auto, dottoressa. Prenderà servizio lunedì alle nove, quindi avrà tutto il tempo di sistemarsi nel nuovo alloggio. Possiamo andare?”

“Un principe dovrebbe avere il cavallo bianco, non la limousine nera.”

Allend le prese la borsa del bagaglio. “Deplorevole mancanza, spero riuscirà ad adattarsi.”

“Mi sforzerò.” Con Chobin in braccio, lo seguì fuori dall’appartamento. Passò la tessera sulla serratura, che da verde diventò rossa, poi per curiosità la passò di nuovo. La serratura rimase rossa. Tessera scaduta. Allora è proprio vero, ce ne andiamo, pensò con un fremito.

Il tossico sui gradini si era risvegliato e si stropicciava gli occhi, con aria scontenta. Lem notò che i calzoni erano deformati da una robusta erezione. Un bel viaggio, senza dubbio. Si affrettò a scendere, ma il tossico li vide, vide che Allend doveva essere pieno di oggetti di valore, e si alzò barcollando.

“Salga, dottoressa.” Allend teneva d’occhio il tossico che si avvicinava, anche se un individuo messo così male non era un pericolo per nessuno, e serrò le labbra quando lo vide tirare fuori un coltello a lama laser, con la batteria talmente scarica che funzionava a intermittenza.

“Ehi tu, dammi il portatessere… dai!”

Lem posò Chobin sui tappetini d’erba sintetica e scivolò dentro. “Venga, non perda tempo con uno così.”

Allend continuò a guardare il tossico, ormai a un paio di passi di distanza. D’un tratto il coltello schizzò via dalle dita dell’uomo, e questi venne sbalzato indietro, come se qualcuno gli avesse dato una potente spinta. Lem lo vide atterrare col sedere sui primi gradini e l’ultima cosa che colse di lui, mentre Allend saliva e la portiera si chiudeva, fu l’espressione di totale sbalordimento, forse la prima indotta da un evento reale anziché dallo Psicophine, da chissà quanto tempo.

“Era proprio necessario?” chiese mentre la limousine partiva. “Non sono pericolosi, appena si svegliano. A malapena si reggono in piedi.”

Allend spense il coltello e lo fece cadere nel riciclatore. “Esistono delle leggi perfino al primo livello, dottoressa, e una di queste è che gli incapaci di intendere non possono avere armi. Sarebbe stato deontologicamente scorretto da parte mia lasciar correre.”

“Ah, ecco il primo indizio.” Lem gli sorrise, uno dei suoi sorrisi migliori, lo sentiva sincero e radioso, in mezzo alla faccia. “Il mio nuovo principale è un tutore dell’ordine.”

“Un po’ più di un tutore dell’ordine, direi.” Anche il sorriso di Allend era di prima categoria, se avesse sorriso così alle ragazze in palestra, era improbabile che sarebbe riuscito a infilarsi nella cabina doccia da solo. “Pensavo l’avesse capito, date le misure prese nei suoi confronti, ma probabilmente ha impegnato ogni risorsa mentale su questioni più immanenti, tipo resistere in questa fogna. Non posso darle torto.”

Aprì la giacca (Lem vide benissimo la ceramica della pistola), e infilò una mano all’interno. Estrasse un portatessere, che le allungò.

Nella custodia di sintopelle ce n’era una sola. Le altre in suo possesso rimanevano valide, evidentemente.

“Da lunedì mattina, ore nove, lei lavorerà per i servizi segreti di New Babel, dottoressa Nakamura. Significa, dato il ruolo che ricopro, che lavorerà direttamente per me, e risponderà del suo operato esclusivamente a me. Chiunque altro le rivolgerà domande o cercherà di estorcerle informazioni, a esclusione dei colleghi di team, commetterà un reato penale; altrettanto varrà per lei, se divulgasse informazioni riservate.” Accese una sigaretta e aspirò una boccata, prima di specificare: “A partire da questo istante, il suo lavoro è classificato top secret.”

La tessera era trasparente, il microchip di riconoscimento congelato nella plastica, come un insetto sotto formalina. C’erano il numero seriale, la sua impronta – quella nuova post vasca staminale, e un’unica parola a rilievo, in un robusto maiuscolo dorato: una parola che aveva visto molte volte nei film, ma che non aveva mai tenuto in mano, in un pass che recava il suo identificativo.

La parola era ATLANTIS.

La limousine si inclinò per cominciare la sua ascesa, mentre Allend le spiegava, in tono pacato e preciso, che cosa voleva da lei.

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