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Capitolo 8

Dopo trecento anni di attento programma di conservazione e studio, appariva chiarissimo che l’homo sapiens era arrivato alla fine della strada, al termine dell’evoluzione, che sarebbe presto iniziato il declino; la specie in sé forse avrebbe avuto ancora uno o due milioni d’anni di vita, come dimostrava l’arco evolutivo di altre specie analoghe, ma, confrontandolo con il proprio arco evolutivo, c’era da temere seriamente che l’homo sapiens collassasse in fretta, come in fretta era salito ai vertici.

In quella razza, a una rapida ascesa era sempre seguito un rapido declino.

 

(“Introduzione ai frattali interspecie”, Alberto Padovani, ed. Atlantis)

Qualcuno aveva manomesso le sue chiamate, per far risultare quasi la metà come ancora aperte. Lem scorse l’elenco, sospirò chiedendosi se fosse stata la caporeparto o qualche collega leccapiedi, quindi sistemò le cose, impiegandoci dieci minuti, poi e attivò la tracciatura delle operazioni al terminale. Dopo quattro mesi di vasca staminale, poteva sopportare lo stress di assumersi la responsabilità di sorvegliare la propria postazione.

Due settimane. Metà del tempo promesso. Da qualche parte, Lem sapeva di aver vissuto una vita migliore, al quarto livello, una vita dove non si sentiva torcere le budella quando apriva gli occhi la mattina, ma il ricordo di tale esistenza affievoliva senza che potesse farci niente, sommersa da quell’inutile fabbrica di ruote per criceti, dove ragazze che avevano mollato a metà la scuola per genetiste si spiavano a vicenda per diventare coordinatrici, continuando a fare il lavoro che facevano prima, con lo stesso stipendio, ma con una spilla luccicante sulla blusa e il potere di rivolgersi sgarbatamente alle compagne.

“Ehi, tu.” Ormai la caporeparto non usava neppure più quel nickname di merda, e Lem pensò che, se avesse saputo quanto preferiva l’essere appellata così piuttosto che Lipstick, avrebbe smesso seduta stante. “Devi andare a ritirare le tessere della mensa.”

Lem non disse niente, ad esempio che quello non era il suo lavoro, e si alzò. Prese la borsa, il pass, e uscì, ignorando le colleghe che si sgomitavano al suo passaggio, con molta ostentazione per farsi vedere dalla caporeparto. Non gliene importava, ma era ugualmente penoso, e tirò un profondo sospiro quando fu fuori.

A metà mattinata, passare davanti allo stadio non era troppo pericoloso. Comunque era sempre meglio premere l’acceleratore e non guardare né a destra né a sinistra, per evitare che qualche tifoso malinterpretasse un’occhiata casuale e l’assalisse, per vendicare l’onta di quello sguardo sprezzante verso la bandiera della squadra del cuore.

Ai livelli superiori si vedevano spesso le risse e le sedie divelte che i tifosi lanciavano in campo (senza mai raggiungerlo: c’era sempre qualche laser che le disintegrava a mezz’aria, e sotto i giocatori continuavano imperterriti), ma la cosa era considerata folclore, niente di più. Sì, Lem sapeva che chi viveva nei dintorni degli stadi faceva bene a chiudersi in casa la domenica pomeriggio, e sapeva che c’erano spesso degli incidenti, ma non si era mai preoccupata di approfondire.

Non è il Dace a censurare, ma noi. Più ci pensava, più si domandava in che modo fosse possibile cambiare quella situazione: a livello di meriti, la sua caporeparto cos’avrebbe potuto fare, al di là delle vessazioni sulle operatrici che lavoravano sotto di lei? E gli altri?

Aveva chiamato il rifugio per gli animali abbandonati, e aveva parlato con una persona ostile e diffidente, convinta che il pinguino fosse suo e che lei volesse sbarazzarsene. Alla fine, le aveva detto che non avevano posto.

“E io che cosa ne faccio di questo animale?”

“E cosa vuole da me? E’ colpa mia, se poi lo mollerà per strada? Qui siamo pieni, dopo la moda dei pulcini OGM, se la smetteste di farli riprodurre indiscriminatamente, forse potremmo occuparcene meglio, le adozioni sono poche, e…”

“Se è lei a vagliarle, immagino il motivo.” Aveva replicato Lem, e chiuso la comunicazione. Non capiva il motivo di tutto quel rancore, anche se sapeva che la sovrappopolazione portava a episodi di rimarchevole insofferenza, e la sovrappopolazione del primo livello era addirittura patologica. Lei stessa risentiva della violenta claustrofobia indotta dal vivere sotto un cielo di plastica, sgomitando milioni di individui ugualmente soffocati.

Ma sembrava che tutto andasse avanti a rancore: le notizie erano impostate in modo da far apparire i criminali come eroi, gli avversari come mostri, il vicino di casa come un potenziale assassino. A New Babel lei non aveva mai neanche incontrato un assassino… beh, a parte i suoi amici con la faccia da insetto, chiaro. Ma la statistica rendeva piuttosto improbabile che il vicino di casa nascondesse una maschera venusiana sotto il letto. Sospirò mentre parcheggiava.

Sul ritorno, vide che accanto alla biglietteria (chiusa e blindata, e nonostante ciò con la saracinesca deformata dai colpi di mortaio) si era riunito un gruppo di individui con vistose magliette rosse e blu, i tifosi di uno dei due schieramenti. Passò sull’altro lato della strada, chiedendosi se anche quello fosse uno sfiatatoio lasciato di proposito dai Drod, per evitare che i bug di sistema si disperdessero, causando danni al di fuori dello stadio. Gli danno un posto per essere dei criminali, e loro ne approfittano.

Il morto non scappava praticamente mai, le protezioni erano troppo efficaci, e le ferite venivano curate facilmente, dalle ustioni alle amputazioni. I tifosi sapevano fin dove potevano spingersi, per evitare che la polizia intervenisse a manganellate, e la gente che non voleva guai doveva tenersi lontana. Gli altri poteva buttarsi nella mischia e accettare il rischio. Molto semplice.

Lasciò le tessere sulla scrivania della caporeparto e tornò a sedersi. C’era un messaggio per lei, da Vega, che come negli altri messaggi le chiedeva un incontro. Come negli altri messaggi, Lem declinò asserendo che era troppo presto, anche se la incuriosiva sapere di cosa volesse parlare, senza passare per i terminali del Dace. Ma aveva paura di mettersi nei guai, nella sua posizione.

A fine giornata, la caporeparto le disse che era poco produttiva, senza neanche prenderla da parte per non farsi sentire dalle altre. “Hai fatto metà chiamate rispetto alle colleghe, credi di stare qui a scaldare la sedia?”

“Mi ha mandata all’altro capo della zona industriale per le tessere della mensa.” rilevò Lem, osservando le colleghe che allungavano il collo per non perdere una parola. “Di solito ne faccio il doppio.”

“Ma neanche per sogno, e comunque la tua produttività è in calo, ti avverto, non ho intenzione di…”

“Vaffanculo.” Le uscì talmente naturale, talmente perfetto in quel contesto, che fu la prima a sorprendersi, anche se il tremolio della pelle innestata della caporeparto fu degno di nota. “Ah, e giusto per la cronaca, il mio terminale è sotto controllo. Vogliamo andare a vedere chi ha cancellato metà delle chiamate che ho fatto oggi mentre ero via, così giusto per scrupolo?”

Senza aspettare risposta, si voltò e digitò i codici. Comparvero una lista di nomi e cifre.

“Toh, guarda un po’, c’è una certa Sweetberry che ha dirottato le pratiche alle mie vicine, che carina. Quasi quasi chiedo di mappare le utenze, scommetto che salterà fuori il vero nome di questo ‘nickname sconosciuto’, eh?”

La caporeparto era diventata di porpora. “Tu hai… chi ti ha detto di tracciare le operazioni del terminale?”

“Procedura standard, non c’è bisogno che me lo dicano, dopo che per tre giorni di fila mi trovo con le chiamate manomesse. Vediamo un po’ chi è questa Sweetberry…” Ma, mentre allungava la mano per digitare, la caporeparto spense il terminale. Attorno si era fatto il silenzio.

Il volto della donna era di pietra.  “Raccogli le tue cose e vattene, signorina. Sei licenziata. Non ti voglio più vedere.”

Lem prese la sua borsa, sentendosi addosso mille occhi di colleghe trepidanti, come uno sciame di calabroni dietro le spalle. “Lo spero, che lei possa licenziarmi, lo spero proprio. Ma ne dubito.”

“Mi minacci? Se solo provi a…”

“La minaccia è per me. Ah, e per carità, se ne salga almeno al secondo livello, che chi le ha sistemato quella faccia era veramente uno scalzacani. Saluti, eh?”

Le parve che la strada fosse molto lunga, fino in fondo al reparto.

 

“Per oggi basta così – disse l’istruttore – prenditi un po’ di sali minerali e fatti una doccia. Sicura di non aver mai praticato, prima?”

“Solo a scuola, ma sono fortemente motivata, da qualche tempo a questa parte.”

Lem recuperò l’asciugamano e si deterse il viso, senza sentirsi sollevata, ma almeno troppo stanca per pensare al giorno dopo.

Tenga un basso profilo, le aveva raccomandato Allend, e si chiedeva se farsi licenziare corrispondesse alle aspettative del bastardo, ma ne dubitava. Come dubitava che avrebbe voluto farla lavorare per lui, ormai, anche se lei avesse voluto.

L’avevano scaricata al primo livello e lì sarebbe rimasta, ecco la verità. Per il Dace, Lem Nakamura era una rogna di cui liberarsi al più presto.

La sua vita era andata a pezzi, tanto in fretta che non riusciva a capacitarsene. Non sentiva nemmeno il bisogno di piangere, il disorientamento era troppo forte.

“Ehi, guarda, c’è la tizia che ti assomiglia!” L’istruttore alzò il volume e Lem visse la straniante esperienza di vedersi al telovideo, a fare cose che lei non aveva mai fatto, con un trucco e un’acconciatura che la elevavano di parecchi gradini, rispetto alla schifezza che si sentiva in quel momento. Non colse neppure questa grande somiglianza, a parte quella data dal tipo somatico: vedendosi così, capiva perché Allend non aveva reputato necessario modificarle il volto, al telovideo sembravano tutti diversi. Cosmesi e inquadrature strategiche facevano miracoli. Le parve anche che le avessero imbottito le tette.

La dottoressa Nakamura stava rilasciando un’intervista, seduta sulla panchina di un parco, insieme a un cronista molto in voga, sogno erotico di tutte le sue ex colleghe del call center. Accanto c’era sua madre, che le teneva una mano, e questo la fece accigliare: come poteva, sua madre, non accorgersi che era un ologramma? C’era sempre quella sensazione di toccare qualcosa di troppo liscio, troppo perfetto, senza i pori e le minuscole asperità di una pelle umana.  Eppure sua madre ci era cascata, era lì, accanto alla proiezione della figlia.

Era tutto finto, ma tutti si comportavano come se fosse vero. Chissà se lei era quella vera, o se quella vera era quella che vedeva in diretta telovideo…

Rendendosi conto di essere ormai sull’orlo dell’esaurimento nervoso, Lem scosse la testa e si sforzò di ascoltarsi.

“…abortire è un diritto, e sono intenzionata a battermi fino all’ultimo perché questo sia ben chiaro – diceva la dottoressa Nakamura – ci sono persone che, ancora oggi, ancora adesso, sostengono che la natura debba fare il suo corso, dopo l’espianto, ma io mi chiedo… se lasciassimo fare alla natura il suo corso, sempre, quanti di noi sarebbero qui, adesso?”

Il cinque per cento, pensò Lem, e si premette una mano sulla bocca per frenare la risata isterica che voleva uscire.

“Eppure, dottoressa, molti sostengono che il modo migliore per evitare tutto questo sia tagliare i fondi alle cliniche abortive, che così dovrebbero portare a termine solo le gestazioni realmente bisognose…”

“Tutte sono bisognose! Come possiamo, noi, scegliere chi deve vivere e chi deve morire?” La dottoressa Nakamura alzò le mani, guardò sua madre, e annuì con forza, come se si fosse appena decisa a dire qualcosa di davvero sentito. “Io non sarei qui, adesso, se la natura avesse fatto il suo corso. Sono certa che per molte persone questo sarebbe un vantaggio, ma quanti altri, là fuori, sono nella mia stessa situazione?”

Lem decise che aveva sentito abbastanza. Quelle convinzioni erano le sue, niente da dire, ma sentirle declamate così, come fossero in vendita, la riempiva di disgusto. Un’altra informazione buttata nell’oceano del Dace, grazie mille Allend. Si voltò per andare agli spogliatoi.

Aveva percorso pochi passi, quando dal telovideo cominciarono le urla.

La dottoressa Nakamura si era accasciata, una mano sul petto, un fiore rosso che si allargava sul tessuto immacolato del camice (aperto fino al terzo bottone, per mostrare bene il solco tra i seni). La sua espressione era di attonito stupore. Lem la vide aggrapparsi con l’altra mano alla spalla di sua madre, che si premeva i palmi contro la bocca, e ribaltarsi, per cadere sul prato dietro la panchina, le scarpe classiche col tacco che per un momento furono in primo piano. Il cronista era balzato in piedi.

“Dottoressa? Dottoressa! Qualcuno chiami un’ambulanza!”

La gente in palestra aveva smesso di esercitarsi e tutti si accalcavano davanti al telovideo. Rimasta indietro, Lem colse soltanto brevi sprazzi, finché l’ondeggiare della gente non la portò avanti e si ritrovò a guardare la dottoressa Nakamura che veniva issata su un lettino. Il paramedico fece scorrere la lampo del sacco di plastica, chiudendolo sul suo viso bianco, con gli occhi chiusi. L’inquadratura cambiò.

“Attenzione, prego: il decesso della dottoressa Nakamura, paladina del diritto all’aborto dopo l’attentato di sei mesi fa al quarto livello, è stato certificato proprio ora, ripeto – il cronista sexy era ancora più sexy, eccitato com’era – la dottoressa Nakamura è stata assassinata proprio adesso, in diretta telovideo, davanti ai miei occhi… uno spettacolo agghiacciante, cari telespettatori, davvero agghiacciante… potete vedere lo strazio della madre…”

Stacco, cambio di scena. Sua madre singhiozzava disperata tra le braccia di qualcuno, dei cronisti le mettevano i microfoni sotto il naso. “Come si sente, signora?” “Che cos’ha da dire in merito alla causa che sua figlia portava avanti?” “Sente di dover mandare un messaggio agli assassini?”

Lem vide sua madre fare un profondo respiro, tirarsi su, mostrarsi alle videocamere con il trucco sciolto e righe nere sulle guance. Lasciatela in pace, avrebbe voluto dire, ma aveva la bocca disseccata, rendetevi conto che mi ha vista morire per la seconda volta, lasciatela in pace!

Si frugò in tasca per trovare il suo terminale. Doveva contattarla, anche se Allend gliel’aveva vietato, era assurdo non chiamarla in un momento simile, e se il Dace avesse impedito la connessione, sarebbe andata di persona, seduta stante.

La connessione era attiva, c’era un’altra email di Vega, ma la cestinò senza neanche leggerla. Stava componendo l’indirizzo di sua madre, quando la voce la raggiunse dal telovideo.

“Un attimo, per favore… io… devo rendermi presentabile.”

Lem alzò gli occhi. Qualcuno aveva teso una salvietta a sua madre, che si stava pulendo il viso, e una mano fuoricampo tamponava il fard sulle guance lucide, sul collo, sulla parte superiore dei seni. Ci fu un altro stacco, dell’ambulanza che correva verso l’ospedale a sirene spiegate, e poi l’immagine di un tizio urlante e scalciante che veniva trascinato via da un paio di impassibili Drod. Confusamente, riconobbe Clive in uno dei due.

“L’assassino risulta essere Barker, Maurizio, nickname Fantasy234. Antiabortista schedato da molti anni, colpevole di reiterati crimini ai danni di…”

“Bastardo!” La ragazza accanto a lei gridò, indignata. “Brutto figlio di puttana, l’hai ammazzata perché ti faceva paura!”

“Beh, anche lei, però…” Il suo ragazzo scosse la testa, come se la cosa lo avesse colpito molto. “Rilasciare un’intervista in mezzo al parco, all’aperto, sapendo che era nel mirino da mesi…”

, le salì alla mente svuotata, solo un idiota che vuole un omicidio farebbe una cosa simile. Solo un…

Il cronista sexy ricomparve a mezzobusto. “Ascoltiamo adesso le dichiarazioni di Cherry Blossom, la madre della vittima, in procinto di salire sull’auto della polizia per seguire la salma della figlia…”

Ricomparve sua madre, perfettamente truccata, con gli occhi lucidi, che dichiarava in tono sommesso di non sentirsi molto bene, per il momento. Certo, avrebbe rilasciato un’intervista più approfondita l’indomani. No, per adesso non poteva perdonare gli assassini della figlia. Era terribile quanto accaduto, davvero terribile. I capelli avevano una piega perfetta mentre saliva sull’auto. Salutò con la mano le telecamere, prima che i vetri si oscurassero.

Come in sogno, Lem sentì la voce di Allend, non con la nitidezza della memoria eidetica, ma avvolte da un curioso riverbero, simile a quello dei sogni, che dava alle parole un tono di profezia: la vedrà sul telovideo, nei prossimi giorni. Dopo, quando questa storia sarà finita… se vorrà, potrà incontrarla. Ma, dato il suo dossier, dubito che ne avrà voglia.

Dubito che ne avrà voglia.

La gente attorno a lei cominciò a disperdersi, commentando eccitata l’evento televisivo del giorno. “Se l’è cercata,” disse qualcuno nel mucchio, ma Lem continuava a guardare sua madre, inquadrata sotto il profilo migliore, con gli occhi luccicanti che non versavano una sola lacrima, per non rovinare il trucco della diretta telovideo.

 

Inviò due email, con il pinguino sulle ginocchia che pigolava, sazio e soddisfatto. Era molto pulito e sporcava soltanto in un punto, cosicché per Lem era stato facile insegnargli a usare la lettiera. Ormai si reggeva bene sulle zampette, presto avrebbe potuto cominciare a portarlo fuori per qualche passeggiata. Di sicuro, il tempo libero non le sarebbe mancato, da lì in avanti. Piuttosto che tornare al call center, come previsto dal Dace, si sarebbe tagliata la gola.

La prima email era per Allend. Non aveva bisogno di guardare il biglietto da visita, ‘fotografato’ fin nella grana della carta, ma lo guardò lo stesso, a lungo, pensando alla venatura di pietà che aveva scorto nei suoi occhi, quando le aveva spiegato di sua madre. Non sarà una nota di demerito, aveva detto, ma ormai per Lem niente aveva più importanza. Sarà per lei un’esperienza illuminante, ma neppure quello contava qualcosa. Si sentiva completamente svuotata. Se le avessero detto che non aveva polso e che il suo encefalogramma era piatto, ci avrebbe creduto.

Perfino gli occhi erano totalmente asciutti, li sentiva dentro il cranio come sfere di vetro, fredde e levigate, non dissimili, quanto ad artificiosità, dalla messinscena cui aveva assistito in diretta.

‘Mi hanno licenziata, anzi mi sono fatta licenziare, perché non riesco a essere parte del novantacinque per cento. Io non sono un bug. Ho visto mia madre. Avrei voluto essere io, quell’ologramma.’

Valutò il livello di stupidità di un messaggio simile, decise che lo era a sufficienza, e inviò.

La seconda email fu anche più lapidaria, dopo aver letto Vega che la rassicurava sul fatto di essere disponibile a incontrarla dove voleva lei, nei tempi che voleva lei. ‘Ci sono cose di cui non si può parlare sul Dace’, scriveva, e poteva credergli sulla parola.

‘Domani mattina, ore dieci. Davanti alla biglietteria dello stadio.’

Premette INVIO.

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