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Capitolo 7

La moda, che Internet aveva in un primo tempo catalogato come superflua, venne riportata in auge, perché gli involuti della specie avessero costantemente un obiettivo che li spronasse a non cedere all’apatia: così facendo, si ottenne di soddisfare la stragrande maggioranza della popolazione, ma la specie non traeva alcun beneficio da un simile schema di comportamento.

Si ottenne un proliferare di consumatori, di individui che scivolavano verso il basso anziché verso l’alto.

La macchina da intrattenimento funzionava, e bene, ma era come un enorme tubo digerente, che tutto fagocitava e tutto espelleva, senza alcun vantaggio concreto, a parte far sentire avvantaggiati i sapiens che vi si uniformavano.

(“Conseguenze sociali del modello matematico Dace”, ed. Primogiorno)

Durante il fine settimana, la cosa migliore era chiudersi in casa.

Il portone d’ingresso alla colonna-condominio veniva blindato, e da fuori calava una serranda d’acciaio al molibdeno, capace di resistere anche all’urto di un Drod. Perfino i filtri dell’aria venivano sigillati, visto che era preferibile qualche ora di mancato ricambio alla possibilità che un tifoso particolarmente fanatico infilasse una bomboletta nella grata. Bastava un graffito dei colori sbagliati sul muro, e la furia distruttiva si scatenava, tanto violenta che a volte le vibrazioni arrivavano fino alla parte più interna della colonna. Il lunedì, lo spettacolo di gruppi di netturbini che aspiravano resti carbonizzati lungo la strada divelta era del tutto normale.

Cinque metri quadri. Seduta a gambe incrociate in mezzo all’appartamento, Lem sorseggiava un succo d’arancia e leggeva, rifiutandosi ostinatamente di pensare a quello che avveniva fuori. Non voleva alimentare la propria frustrazione, che cresceva ogni volta che pensava a cos’era diventata la sua vita, da dieci giorni a quella parte.

La parola che la riassumeva nel modo migliore era schifezza, il miglior proposito ad essa collegato che trovasse era vaffanculo Allend.

La ditta organizzava gite fuori porta durante il week end, per i dipendenti che non avevano voglia di blindarsi negli appartamenti, ma parteciparvi significava portare all’esasperazione una situazione che Lem viveva già fin troppo durante la settimana: isolamento completo, in un capannone dove lavoravano altri cinquecento individui. Dopo aver tolto gli auricolari, se ne andava subito, in palestra o a cena, quindi non aveva fatto amicizia con nessuno. L’ultima cosa che volesse era socializzare in quell’incubo.

Meglio stare in casa, anche se dopo due giorni la claustrofobia era quasi intollerabile.

Cliccò per cambiare pagina al lettore, memorizzò, tornò a cliccare, memorizzò. Il ticchettio era costante, e sempre più rapido ogni volta, perché stava imparando bene a sfruttare la sua memoria eidetica, la quale non dava alcun segno di voler sparire: se mai, si affinava, vuoi perché era diventata una facoltà intrinseca della sua mente, vuoi perché Lem era ben decisa a trarne il massimo profitto possibile. Ogni sera, dopo la palestra, si chiudeva in quel cubicolo col telovideo impostato su un bel paesaggio di montagna, scaricava i principali saggi scritti negli ultimi mesi, e li ‘fotografava’. Non sempre capiva tutto, ma le bastava ‘rileggere’, e se c’era qualche collegamento da fare, avere già tutta la documentazione in testa era un vantaggio enorme.

Da fuori, qualcosa fece ondeggiare il pavimento. Una deflagrazione, o forse qualche bomba gettata contro la parete della colonna-condominio. Il telovideo tremolò, il paesaggio di montagna perse l’illusione di verosimiglianza, e Lem fece una smorfia. Prese il telecomando, cambiò canale, e comparve una spiaggia sabbiosa con le onde del litorale che sembravano inchiostro, alla luce delle stelle.

“A cosa serve una casa più grande, scusa? Per andare a spasso c’è il parco.” Aveva commentato il giorno prima la sua vicina di corsia, tre terminali più giù. “La senti, come se la tira?”

L’imputata era una collega appena nominata coordinatrice del suo team. La prima cosa che aveva detto, prima ancora di spiegare come si sarebbe organizzato il lavoro, era che stava per trasferirsi, dodici metri quadri, quasi un bilocale. Inalberava il sorriso maligno e soddisfatto di chi sa di suscitare invidia, e se n’era andata dalla caporeparto per ‘discutere’ di qualcosa, lasciando le ex colleghe a macerarsi.

Lem non aveva risposto, e la vicina di corsia era parsa offesa, defraudata del suo diritto di detestare una tizia qualsiasi che aveva ottenuto più di quel che aveva ottenuto lei. “Potrei fare anch’io il suo lavoro.” Aveva aggiunto, prima di rimettersi gli auricolari e tornare a smistare chiamate.

Certo che potresti, aveva pensato Lem, e forse finirai a farlo. Te lo meriti. Quel pensiero la nauseava, le colleghe la nauseavano, ma non poteva farci niente.

“Oh Max oh Max, se solo capissi la metà di quel che scrivi…” Continuava a cliccare e a memorizzare, ma gli articoli del suo medico curante erano quasi incomprensibili, per come si immergevano a fondo nella fisiologia cerebrale, sminuzzandola fino al centro di ogni singolo nucleo. Talvolta gli articoli portavano la firma congiunta di tale F893FG90USW0324VF, che risultava essere sua moglie, nickname non pervenuto. Nelle pubblicazioni scientifiche si usavano i dati anagrafici reali, non le semplificazioni che i Drod concedevano ai poveri mortali incapaci di ricordare tutti i codici.

Il pensiero che fosse solo per emulazione che anche i sapiens adoperassero un nickname al posto del nome reale era un altro pensiero che le inacidiva lo stomaco.

Spense il lettore su una pagina che parlava di mitosi indotta delle cellule cerebrali, un processo che, a quanto pareva, vedeva nel dottor 454QFG904G8904KGIS444 la massima autorità vivente. Era stata curata da un’autentica celebrità, di quelle che lasciano la loro firma nella storia della medicina, ma non provava nessuna gratitudine all’idea. Era troppo piena di rabbia.

Al primo livello, la vita procedeva inscatolata entro binari ben precisi, dati non dalla legge, ma dalle consuetudini: si potevano ignorare per fare a modo proprio, ma la conseguenza diretta consisteva nell’immediata emarginazione sociale. Quando ti andava bene. Se ti andava male, il rischio era per la propria incolumità, come quel grandissimo stronzo di Allend le aveva spiegato diffusamente, accompagnandola al suo nuovo alloggio.

“Il divario sociale tra il primo e il secondo livello è enorme, dottoressa. Non si faccia ingannare dal telovideo, dove è cresciuta lei è un letto di rose, al confronto. Abbiamo cercato di contenere il degrado il più in basso possibile, ma eliminarlo del tutto rimane sconsigliato, quindi lei dovrà stare molto attenta: tutto ciò che le ho detto, al primo livello trova la sua massima espressione, direi quasi un’esasperazione caricaturale. Tenga un basso profilo, d’accordo?”

“E come faccio? Sanno tutti chi sono, grazie al telovideo.”

“Non al primo livello, non c’è molto interesse per queste cose. Comunque, la sua faccia non conta. Come le ho detto, ha molti fans, e non pochi si sono fatti modificare per sembrare più cinesi…”

“Giapponese, se non le spiace.”

Allend aveva fatto un gesto vago. “Da queste parti non saprebbero distinguere un giapponese da un piatto di riso al curry, entri nell’ottica. Lei è appena diventata coreana, dottoressa, il suo nickname è Lipstick. Tutto chiaro?”

“Lipstick – era disgustata – si è sforzato, o simili schifezze le vengono fuori di natura?”

“Rientra nella media del posto. Nessuno le chiederà il suo nome anagrafico, quindi l’abbiamo lasciato invariato, comunque, se ci fossero dei problemi, improvvisi e mi mandi un messaggio a questo indirizzo.” Le aveva allungato un biglietto da visita con un’email governativa, e nessun recapito ad essa associabile. “La sua retina è modificata, quindi, di fatto, lei non è Irene Nakamura, per nessuno. Quando sarà il momento, le restituiremo le sue impronte, se vorrà.”

“E quando sarà il momento?”

La limousine si era fermata in un parcheggio di una zona industriale: enormi capannoni sotto un cielo di plastica e acciaio, erba sintetica spelacchiata in aiuole ricoperte di graffiti, e sullo sfondo le grigie, deprimenti colonne-condominio, coi mille occhi quadrati delle finestre esterne. La gente che passava era vestita in maniera impeccabile, perfetta fino all’ultimo particolare, come le personalità dello spettacolo prima di una diretta telovideo. Nessuno badava a loro.

Guardandosi attorno, Lem si era sentita serrare il petto dall’ansia, anche se si era quasi aspettata qualcosa di simile… dove avrebbero potuto nasconderla, altrimenti? Il telovideo aveva diffuso in lungo e in largo il suo profilo, e di certo i giornalisti l’avrebbero cercata ai livelli più alti. Oltretutto, dalla gente che passava, le sembrava che fossero molto lontani dalla zona dov’era nata e cresciuta. Si sforzò di ascoltare le voci, e l’accento era totalmente diverso.

“Siamo dall’altra parte di New Babel.” Aveva mormorato, e lanciato involontariamente un’occhiata all’interno della limousine. Aveva avuto un assaggio dell’empireo, ed eccola all’ultimo gradino, letteralmente. E io che pensavo che il peggio fosse fare aborti tutta la vita.

“Non pensa che la sua auto desterà sospetti, qua sotto?”

“La gente del posto dedica gran parte delle proprie risorse a mantenere un’apparenza sociale dei livelli più alti. Vedrà diverse auto come la mia, e non ha idea di cosa farebbero qui per sembrare gente di Atlantis… ma l’avrà presto, glielo assicuro. Mi segua, prego.”

Con riluttanza, Lem aveva attraversato la strada dietro il suo accompagnatore, verso la colonna-condominio più vicina. A differenza di quella dov’era vissuta prima che la sua vita venisse sconvolta, questa era di cemento nudo, senza rifiniture, e coperta di scritte per svariate decine di metri, che le davano un’aria butterata e malata, sotto le luci al neon.

“Per quanto tempo dovrò rimanere qui? – non era riuscita a trattenersi, e lo aveva preso per un braccio come una bambina impaurita – quanto tempo mi farete rimanere qui sotto?”

Allend si era liberato di lei, ma con gentilezza. “Che ci creda o no, questo è il posto più sicuro che esista per lei, dottoressa. Le colonne-condominio del primo livello sono delle autentiche fortezze, se ne accorgerà, e i Drod di vigilanza sono sempre in stato di allerta. Incidenti deplorevoli come quello accorso al quarto livello, qui non possono verificarsi. Lei dovrà solo uscire la mattina per recarsi al lavoro, tornare a casa la sera, e nient’altro. Tra le sue nuove tessere c’è l’abbonamento a una palestra, per la fisioterapia. Stia lontana dalle dark room locali, se accetta un consiglio.”

Il sesso era l’ultimo dei suoi pensieri in quel momento. “Non m’interessa quanto sono al sicuro! Mi dica quando potrò andarmene!”

“La sua memoria eidetica non dovrebbe averle fatto dimenticare che ho parlato di un mese, forse meno. Segua gli sviluppi del suo caso al telovideo, e capirà da sé quando sarà il momento.” Aveva ricominciato a salire le scale, un numero infinito di scale, che alla fine l’avevano lasciata senza fiato, mentre lo stramaledetto ibrido era ancora fresco come una rosa. Niente ascensore, in quel settore della colonna-condominio.

“Comincerà il lavoro domani mattina, ore nove. Nessuno penserebbe che Lem Nakamura, appena dimessa, sia già impiegata, quindi queste ore per noi sono decisive nel costruirle la copertura.”

“E cosa ne dirà Max?”

“Dirà che è preferibile un po’ di stress a un proiettile nel cervelletto. Comunque, non dovrà sforzarsi per svolgere questo lavoro, gliel’assicuro.” Aveva passato la tessera su una porta, grigia e deprimente come tutto il resto, ed era entrato nel minuscolo vano che odorava di chiuso e di decine di vite umane passate lì dentro prima di lei. La moquette perdeva pelucchi agli angoli. “Potrebbe perfino piacerle.”

“Ne dubito.” L’appartamento era arredato, fornocoltura, moquette-materasso, sanitari a scomparsa, una cabina doccia grande come una bara. Qualche mensola, un armadio a muro. E il telovideo sulla parete adiacente, ovvio.

“In effetti anch’io.” Allend era parso divertito mentre le porgeva la tessera dell’appartamento. “Lavorerà al call center della Silver3D, ufficio reclami. L’indirizzo lo trova sul Dace, comunque è il capannone A54/6BZ.”

Lem l’aveva fissato. “Mi mandate a lavorare per la gente che mi vuole morta? Cos’è, uno sfoggio di umorismo Drod?”

“Tutt’altro, dottoressa: è l’ultimo posto dove la cercherebbero. Primo livello, poi…” Il sorriso dell’ibrido si era fatto sprezzante. “Eviteremo di inserire questo mese nel suo curriculum, sarebbe una macchia non da poco. Ma come esperienza, credo che sarà illuminante, per lei.”

Lem aveva chiuso gli occhi per un attimo. “Diciamo che ho fiducia nelle misure di sicurezza prese.” E una gran voglia di spaccarti la faccia. “Sono ancora all’oscuro dei progetti che ha su di me.”

“Mi occupo di gestire un team che necessita di un biologo, dottoressa. Per ora, non le serve sapere altro.”

Chiaramente, non c’era niente che potesse estorcergli, a quel punto. Lem aveva distolto lo sguardo e chiesto di sua madre. “Si spaventerà, se non mi troverà in ospedale…”

Allend era parso esitante. Aveva tirato fuori un’altra sigaretta, ma l’aerazione di quell’appartamento non si poteva paragonare alla sua limousine, e l’aveva rimessa via. Perlomeno, si rendeva conto che come fumatore poteva infastidire parecchio chi non apprezzava la nicotina.

“Sua madre sarà al sicuro – aveva detto, in tono vago – non le accadrà niente, ha la mia parola.”

“Voglio vederla.”

“Si rende senz’altro conto che non è possibile, dottoressa.”

“Le direte che sto bene, almeno? O deve passare ancora del tempo convinta che sua figlia stia morendo?”

Stavolta, negli occhi verdi di Allend era passato qualcosa di simile alla pietà. “La vedrà sul telovideo, nei prossimi giorni. Dopo, quando questa storia sarà finita… se vorrà, potrà incontrarla. Ma, dato il suo dossier, dubito che ne avrà voglia.”

“Perché, nel mio dossier c’è scritto che volterò le spalle a mia madre?”

“No – Allend l’aveva contemplata, con autentica simpatia, umana e per questo, in un certo senso, ancora più spaventosa – ma ci sarà scritto… e non sarà una nota di demerito, temo. Si ricordi dell’appuntamento tra dieci giorni, non è il caso di far arrabbiare il suo medico.”

 

Tra dieci giorni, pensò Lem, cioè oggi. Almeno mi risparmio parte del lunedì. Il lunedì era sempre la giornata peggiore, per quanto riguardava il lavoro, ma nel capannone  A54/6BZ della Silver 3D, ufficio reclami, diventava un assaggio d’inferno. Non potevano ficcarmi in un appartamento e dirmi di stare nascosta come un topo per il tempo necessario? A che pro farmi questo?

Come esperienza, credo che sarà illuminante, per lei. Oh, che voglia aveva di cavargli quei begli occhi verdi, che dovevano renderlo attraente perfino per le dualis di Atlantis.

Aveva cercato di rendersi presentabile, e al quarto livello, con il camice della clinica, sarebbe stata raffinata. Monica, ne era certa, se l’avesse vista così ben truccata e vestita le avrebbe chiesto chi era il nuovo ragazzo, e il direttore non le avrebbe staccato gli occhi dalla scollatura della maglia a rete per tutto il giorno. Ma lì, alla corsia B612, ventisettesima postazione, Lem sembrava una cacchina di mosca accanto a una moneta d’argento, quelle che si vedevano nei siti dei negozi d’antiquariato.

“Ciao,” disse alla sua vicina di destra, che aveva capelli verdi striati di meches rosa acceso, e “Ciao,” disse alla sua vicina di sinistra, con unghie lunghe almeno otto centimetri, tempestate di strass e cesellate a seghetto da una parte, secondo l’ultima tendenza. Entrambe risposero con un mugugno, senza alzare la testa, e Lem si infilò gli auricolari, chiedendosi una volta di più cosa aveva fatto di male per meritarsi tutto questo.

Avrei diritto all’indennità, pensò piena di rancore, e con quella potrei andarmene, lasciare New Babel… comprarmi un lotto nel bacino mediterraneo, vivere in santa pace. Ma la sua carta di credito non aveva un centesimo più di quel che c’era prima dell’incidente. Allend aveva provveduto che lei non avesse i mezzi per disattendere la sua volontà. Fottuto manipolatore.

“Silver 3D ufficio reclami, sono Lipstick, posso aiutarla prego?”

La voce dall’altra parte era polemica e furente. “Non mi sbatta il telefono in faccia!”

E tu non farmi venire voglia. “Certo che no, cosa posso fare per lei?”

“Beh, spero bene che possa, le sue colleghe sono delle…” seguirono dettagliate spiegazioni su cosa fossero le sue colleghe. Ligia alle disposizioni di condiscendenza, Lem non ribatté, anche se avrebbe voluto dargli ragione. “…quindi, se non sa aiutarmi, mi passi un superiore!”

“Sono sicura di poterla aiutare. Qual è il problema?”

“Glielo dico io qual è il problema! Questa maledetta scheda di rete non si connette, ho perso l’episodio di oggi di Autostrade, e sa che costa, scaricarlo dal Dace? Eh? Me lo dovete ripagare!”

Lem digitò sul terminale. “Le repliche previste sono alle diciotto e alle venti, non si preoccupi che per allora avremo sistemato tutto. Mi dice se la luce dello stand by è accesa o lampeggiante, prego?”

Dieci minuti dopo, chiuse la chiamata e passò alla successiva. C’era un tizio ancora più infuriato, perché la garanzia del suo telovideo era scaduta e i tecnici pretendevano di essere pagati per la riparazione. Lem gli spiegò che la garanzia decorreva dalla data di acquisto, non dal momento del guasto, ma dovette allontanarsi gli auricolari per non rimanere assordata dagli sproloqui del cliente. Alla fine le sbatté il telefono in faccia, con suo grande sollievo.

Altra chiamata, altro sconosciuto che lamentava un conflitto di periferiche. Lem si domandava di continuo come fosse possibile che tanta gente fosse così incapace, se lei, dopo mezz’ora scarsa di istruzioni dalla caporeparto, sapeva già perfettamente come regolarsi in ogni circostanza. La memoria eidetica l’aiutava, ma la verità era che quei problemi li aveva incontrati lei stessa, usando i terminali, e li aveva risolti dopo un attimo di riflessione, magari spegnendo un attimo il telovideo sovraccarico. Novantacinque per cento abbondante, eh?

Detestava ancora di più Allend, perché i fatti sembravano dargli ragione.

Durante la pausa, chiese alla caporeparto il permesso di assentarsi un paio d’ore, nel pomeriggio. Se le avesse chiesto un rene senza anestesia, la sua faccia sarebbe stata meno sconvolta. Era una donna di circa settant’anni, di quelle che rifiutano di assecondare l’inevitabile rilassarsi dei tessuti, e il risultato era che sembrava di parlare con un essere umano racchiuso in un involucro di plastica luccicante. La pelle innestata era giovane su un volto vecchio, le labbra carnose su denti artificiali, i seni strabordanti con le clavicole sporgenti. Si era fatta mettere un neo sotto l’occhio sinistro, una vera volgarità agli occhi di Lem, che come tutti gli scienziati del suo livello vedeva quei piccoli ammassi tumorali con profonda diffidenza. Ma i popular stylish li reclamizzavano come ‘punti di riferimento per i punti di forza’.

“Stai scherzando? Lavori qui da una settimana e vuoi già un permesso?”

Dieci giorni. Niente sconti, per carità. “Devo sottopormi a una visita medica, posso portarle il certificato domani.”

“Una visita per cosa? Devi abortire?”

Lem evitò di risponderle quel che avrebbe voluto. “No.”

“Ah… allora ti sei presa qualcosa in una dark room, eh?”

Sembrava avere una sola cosa in testa, quella. “E chi è così fesso da prendersi una malattia in una dark room?”

Aveva detto la cosa sbagliata, e lo capì troppo tardi. La donna serrò le labbra enormi. “Beh, non puoi andare. Oggi è una giornata piena.”

“Ma il mio medico…”

“Ho detto che non puoi.” Le fece un gesto con la mano che voleva dire sciò. “Adesso torna… anzi no, visto che ci siamo, ho un paio di cosette da dirti.”

Lem lanciò una fuggevole occhiata alla webcam, che era accesa e intermittente. Se mi stai guardando, brutto stronzo, sappi che te metto in conto tutte, dalla prima all’ultima.

“Mi sono arrivate lamentele su di te, Lipstick.”

Seguì una breve pausa, durante la quale Lem si chiese se avrebbe dovuto comportarsi come se la cosa la preoccupasse. “Dai clienti?”

“No, non dai clienti. Dalle colleghe.”

“Ho creato problemi al lavoro?”

La caporeparto si accigliò, chiaramente non riusciva a capire perché Lipstick non centrava il problema. “No, hai chiuso tutte le tue chiamate.”

“E quindi?”

“Non ti inserisci nel team. Non sei parte della squadra. Capisci cosa significa?”

Lem vinse l’impulso di passarsi una mano sugli occhi. “Non facciamo un lavoro di squadra, dobbiamo solo rispondere al telefono. Se ho chiuso tutte le mie chiamate, che problema c’è?”

“Il problema, carina, è che qui siamo tutti una grande famiglia, deve esserci armonia. Questo significa lavorare in gruppo, e io voglio che il mio gruppo sia unito. Dopo il lavoro, te ne vai sempre via da sola, non hai fatto neanche un minuto di straordinario da quando sei qui.”

Se fosse pagato, magari… “Devo fare la fisioterapia in palestra. Il che mi riporta alla questione della visita, è davvero importante.” Far incazzare Max, questo sì che la preoccupava, non l’indignazione della sua personale responsabile delle Risorse Umane.

“Ho detto di no! E con il tuo atteggiamento peggiori solo le cose!”

Lo sai, vero, che da contratto ho diritto alle visite mediche salvavita, purché produca  certificazione? Ma non aveva voglia di discutere. Le rimanevano poche energie, ed erano tutte necessarie a resistere, perciò si limitò a promettere che avrebbe fatto di meglio e tornò alla postazione. Non salutò le colleghe, che la ignorarono a loro volta – aveva una struttura corporea troppo fuori moda per inserirsi – e scrisse un’email a Max, spiegandogli che non poteva venire per mancanza di permesso.

‘E mi saluti il suo principale, dottore. Sono sicura che avrò molto da dirgli, quando lo rivedrò.’

Inviò la mail e tornò a rispondere a domande irrilevanti, sotto centinaia di tonnellate d’acciaio e plastica, che sostenevano il cemento dei sette livelli soprastanti, nel caos del call center di un’azienda che la voleva morta.

Oh, che meraviglia godere della protezione del Dace.

 

Durante la pausa pranzo, mentre stazionava davanti al distributore chiedendosi perché, in un mondo dove bastava un po’ di Staminox crema per rimuovere l’adipe, occorreva riempire tutti gli scomparti di porcherie dietetiche, venne urtata da una collega, quella con le unghie a seghetto.

“Mi è sparita la videopenna dalla scrivania, tu ne sai niente?”

“Direi di no.” Litigare era uno spreco di energie, anche più stupido che cercare di far valere i propri diritti con una caporeparto nevrotica, quindi passò la tessera sul distributore e prese un tramezzino funghi, prosciutto e lattuga. “Ti sarà caduta.”

“La tengo sempre in borsa.”

Evidentemente, non intendeva mollare la presa. Lem dovette voltarsi a fronteggiarla. “Perché non parli chiaro e mi chiedi se l’ho rubata?”

L’altra parve incerta, come se non si fosse aspettata una reazione diretta. “Non intendevo… volevo solo sapere se l’avevi vista.”

“Ti ho detto di no. Ti faccio un disegnino in Powerpoint, così capisci meglio?”

“Non serve usare quel tono. Non…”

“Tu mi accusi di essere una ladra e non dovrei usare il tono di chi si sente accusare di essere un ladro? Vai a rivoltare la mia borsa, se può farti stare meglio, è là, sulla scrivania – le voltò le spalle – altrimenti non rompermi i coglioni. Troppo difficile?”

Da quelle parti non erano abituati a reazioni così antisociali, e la collega non trovò niente da replicare. Mentre sentiva i passi allontanarsi, Lem si chiese se un simile episodio fosse la causa o la conseguenza della sua scarsa propensione a ‘lavorare in squadra’.

Io ce l’avevo una squadra, pensò, e inorridì rendendosi conto di essere vicina alle lacrime. Eravamo io e Monica, io e Monica e le ostetriche, e…

Lasciò cadere il tramezzino nel riciclatore e corse alla toilette, andò al lavandino e si gettò acqua fredda sul viso, ma non servì, la vista le si annebbiò e i contorni divennero liquidi.

La pausa pranzo finì con un rumore sgraziato di sirena, ma Lem rimase dov’era, troppo affranta per muoversi, pensando solo che voleva andarsene, che rivoleva indietro la sua vita, quando non sapeva niente a parte il necessario, quando Monica era viva e il mondo le sembrava giusto.

“Ehi, tutto a posto?”

Trasalì. Non si era accorta di non essere sola nella toilette. Si asciugò in fretta le lacrime e prese una salvietta. “Sì, scusa. Non è niente.”

“Sei quella nuova, vero?”

“Una delle nuove, sì.” Al call center assumevano e licenziavano a ritmo continuo, era difficile avere le stesse colleghe più di una settimana di fila. “E’ passato, dobbiamo rientrare.”

La ragazza la guardò con simpatia, dietro il trucco di ultimo grido – andava molto lo spruzzato, e la sua faccia sembrava l’esplosione di un aerografo, con minuscole particelle colorate perfino sulle ciglia, così marcato che i lineamenti si confondevano nel luccichio di glitter. Aveva capelli biondi, viso ovale e un corpo prorompente, seno grande, vita sottile, fianchi slanciati, il tutto su una statura che toccava a stento il metro e cinquanta.

“E’ solo il periodo di ambientamento, passa subito.”

“Sì. Grazie. Devo andare.” Non voleva essere scortese, ma fu felice di sedersi di nuovo e isolarsi negli auricolari e nell’olomonitor, ancora più vecchio di quello che aveva alla clinica degli aborti. Man mano che uscivano i nuovi modelli, quelli vecchi scendevano di livello.

La casella di email lampeggiava. Lem l’aprì, lesse, e pensò che con la caporeparto i guai erano appena iniziati. Si affrettò a passare alla chiamata, sapendo benissimo che sarebbe arrivata da un momento all’altro, e infatti, mentre cliccava per chiudere la pratica appena fatta, l’ombra della donna le incombette dietro come un malaugurio.

“A chi hai scritto?”

Lem sistemò con cura gli auricolari nel loro supporto e si voltò a guardarla, tutta dolcezza. “Al medico, per informarlo che non potevo andare all’appuntamento. Mi sa che è stato lui a scrivere a qualcuno, per protestare.”

A dire il vero, non pensava che Max si fosse sprecato a fare una cosa così coinvolgente come una protesta: era più probabile che avesse letto la sua email, l’avesse rigirata a chi di dovere chiedendo di prendere provvedimenti e si fosse dimenticato della cosa, dando per scontato che lei, di lì a due ore, sarebbe stata fuori dalla porta del suo studio. Oltre al lavoro con la Allend, Max aveva uno studio privato, ed era lì che l’avevano dirottata, probabilmente per evitare gli occhi indiscreti dei suoi amici giornalisti. Il quartiere residenziale dove si trovava era di quelli dove potevi entrare solo con il pass e una scansione della retina.

“Tu ti credi tanto furba, vero? – la pelle saldata artificialmente tremolava sotto il mento, decisamente un lavoro da genetista del primo livello – ti ho inquadrata subito, appena sei arrivata, ti credi tanto superiore, eh? Bene, la vedremo.”

Lem non rispose, perché era impegnata a valutare seriamente la domanda. Mi credo superiore? Era difficile riuscire a evitarlo. Era difficile non pensarla come Allend, in quel posto dove la media delle sue colleghe aspirava al diploma di genetista per entrare a lavorare in un centro estetico, o un salone di parrucchiera, o un negozio di abbigliamento, l’immutabile triangolo dei loro immutabili interessi. Lem non riusciva neanche a entrare nei loro discorsi, aveva smesso di guardare il telovideo e la sera si chiudeva prima in palestra e poi in casa, con il suo lettore, fagocitando informazioni come un Dace in miniatura, una caccola di vita organica rannicchiata così in basso che non era possibile cadere più giù. Tutto il suo essere si ribellava a ciò che la circondava, contro la sua stessa volontà. Io non sono così.

Staccò dal lavoro due ore prima, secondo il permesso accordatele dalle sfere alte, molto alte. Non salutò nessuno e la caporeparto le voltò le spalle finché non fu fuori, sotto il cielo di plastica del primo livello.

 

Quella sera, mentre ripiegava la sua Motorale che ormai dubitava potesse valere qualcosa anche come rottame, colse un movimento nel vicolo della colonna-condominio e trasalì.

Al primo livello l’illuminazione era sempre la stessa, notte e giorno, ma i bioritmi umani non cambiavano in presenza della luce artificiale, e di notte i tossici di Psicophine riempivano i condotti per l’aerazione come un’infestazione di ratti giganti. Li lasciano qui a friggersi il cervello, come valvola di sfogo, pensava spesso, sono solo bug del sistema. Si sentiva accecare dalla rabbia, per quanto era impotente.

Indietreggiò, la Motorale sotto il braccio ancora mezzo aperta, pronta a correre via, ma il movimento in penombra non sembrava minaccioso. Sentì uno strano verso pigolante, incongruo per un tossico, e la curiosità la indusse a posare il rottame e dare un’occhiata.

“Si è ripresa oltre le aspettative, dottoressa – aveva commentato Max al termine della visita – e la sua memoria sembra affinarsi, anziché sparire. Dovrebbe essere contenta.”

“Sono infognata al primo livello con un nickname di merda, rischio la pelle, e dovrei essere contenta?” aveva ribattuto, troppo amareggiata per trattenersi, mentre si riabbottonava la camicetta. “Mi dica, anche tra i Drod ci sono bug del sistema, oppure tutti voi dell’empireo siete gli eletti destinati alla salvezza?”

Max aveva alzato gli occhi dalla cartella, ma solo un attimo. “Credo che lei non abbia capito molto della situazione, dottoressa, perché non vuole capire. Comunque, il mio lavoro era rimettere assieme il cervello bacato che si ritrova, il resto spetterà ad altri. Dirò al principale che lo saluta.”

Se n’era andata sbatacchiando la porta prima che si chiudesse da sola, senza rispondere.

Le sembrava inconcepibile che il Dace non avesse capito la più semplice delle cose: gli esseri umani cercano la libertà. I terroristi della clinica ne erano la prova, e si era fatta un’idea, su cosa volessero dai geni dell’ibrido. Per abbattere un nemico, devi conoscerlo, e un dualis adulto di certo non sarebbe stato molto collaborativo, come oggetto di studio.

I cigni bianchi, eh?

Il rumore pigolante nel vicolo assunse una sfumatura lamentosa quando Lem si affacciò. Era buio, ma puntò il faro della Motorale nel condotto, simile a quello dove si era rifugiata, quel giorno fatale.

Paralizzato dalla luce, il pinguino ammutolì.

Era giovane, tutto ricoperto di lanugine grigia, che gli dava un’aria da peluche. Lì accanto c’era una scatola rovesciata, con pezzi d’uovo sparpagliati che finivano tra le zampe, nere e grasse, del pulcino appena nato. Quando Lem abbassò la Motorale per non accecarlo, aprì il becco, rosa e orlato di nero, pigolando insistentemente per chiedere del cibo.

Penso ai cigni bianchi e mi ritrovo un pinguino. Umorismo Drod, di sicuro. Dopo aver dato una rapida occhiata per accertarsi che non ci fosse nessuno nei dintorni – non aveva voglia di farsi imprigionare in un vicolo da qualche tossico – si infilò nello stretto spazio, tagliando la strada alla bestiola, anche se si rivelò superfluo: il pinguino era così goffo che, quando cercò di scappare, inciampò nelle sue zampe e cadde, con un gemito pietoso.

“Sono davvero degli incivili, qui… ooops, fermo!” Gli chiuse il becco con una mano prima che potesse colpirla, e si mise sottobraccio il corpo grassoccio della bestiola. Era grosso come un gatto, ma molto più pesante, e anche molto più morbido. “Non ce l’hanno, un centro di raccolta per animali domestici? Roba da matti.”

Il pinguino cominciò a strillare dal becco chiuso, cercando di liberarsi. Lem si stava chiedendo come fare con la Motorale ancora mezzo aperta e quella specie di torpedine che si torceva sotto il suo braccio, ma dopo un po’ la bestiola parve rassegnarsi e si rilassò. Cautamente, Lem allentò la presa. Il pinguino spalancò il becco verso di lei, pigolando affamato.

“Non ti hanno neanche dato la prima imbeccata, eh? Che razza di animali, senza offesa, si capisce.”

Superato lo choc di non aver visto un suo simile alla nascita, il pulcino ormai doveva aver ricevuto l’imprinting, così osò metterlo giù per occuparsi del suo rottame (che non l’aiutava affatto a farsi degli amici, quando la mattina doveva fermarsi per richiuderlo a calci, fuori dal capannone). Mentre obbligava la Motorale a ripiegarsi su se stessa, il pulcino le rimase accanto, appoggiato alle sue gambe, pigolando ansioso. Quando si allontanò di qualche passo, la seguì, a costo di ruzzolare.

“Ottimo – disse soddisfatta – domani ti porto al centro, intanto sarà meglio entrare in casa. Qui, non penso tu sappia salire le scale.” Lo prese in braccio e il pulcino si rannicchiò nell’incavo, zampe all’aria e alucce spalancate come braccia.

Era così carino che le venne da sorridere, il primo sorriso vero che si sentisse salire alle labbra dal giorno infernale della morte di Monica.

Neanche si accorse di aver salito tutte le scale, ma forse dipendeva dall’esercizio fisico: sapeva di essere in ottima forma, meglio di prima, ma la cosa non le dava alcuna soddisfazione, perché frequentava la palestra soltanto per sfogare la sua rabbia, che cresceva e cresceva e cresceva, e doveva trovare un modo di uscire, in quella vita peggiore del suo peggior incubo.

Nell’appartamento, impostò il telovideo su una costa rocciosa, battuta dalle onde, e il pulcino agitò la coda tozza, interessato. “Ti piace, eh?”

Aveva ancora una bomboletta di sardine, che non le piacevano granché e che quindi sacrificò senza rimpianti, sminuzzandole finemente dopo che il fornocoltura ebbe fatto germinare la schiuma. Aggiunse un po’ d’acqua, qualche goccia di vitamine, e ne ricavò un denso pappone, il pasto d’emergenza per pulcini abbandonati. I pinguini non erano più di moda, ed era raro vederne in giro, ma si riproducevano facilmente, tenendo le uova nascoste nelle pieghe tra le zampe fin quasi alla schiusa: chissà, forse la madre era stata scaricata da qualche altra parte, costava meno che sterilizzarla.

Si inginocchiò accanto al pulcino, gli tenne la testa e gli rovesciò la pappa in gola, finché il gozzo non fu ben pieno. Gli pulì il becco, perché il cibo incrostato non producesse batteri, e portò la bestiola in un angolo della stanza, insieme a un paio di vecchie magliette.

“Questo è il tuo nido – gli disse – rimani qui tranquillo fino a domani, poi vedremo, okay?”

Il pinguino la guardò coi suoi occhietti luccicanti, pigolò sommessamente, poi si accoccolò sulle magliette e si addormentò in un battibaleno. Per essere alla sua prima ora di vita, ne aveva già viste parecchie.

Lem non aveva sonno. L’essersi impegnata per il pulcino le aveva ricordato che lei era una biologa, le aveva restituito parte della sua identità, e sentiva la rabbia premere per uscire. Non potendo sfogarsi in cinque metri quadri, con un pinguino addormentato nell’angolo, accese il terminale e digitò ‘cigni bianchi’ come parametro di ricerca. Ovviamente, le comparvero davanti decine di foto di uccelli e di riferimenti agli animali. Sospirò.

“Tanto, non credo che mi dirai quello che voglio sapere, eh?” Parlò al terminale come se potesse capirla, e se prima ne avrebbe riso, adesso non era più tanto sicura che fosse una fesseria. “Mi avete assegnato una ruota ben precisa e io devo correrci dentro, da bravo criceto. Fottetevi, tutti quanti.”

Non voleva piangere ancora. Era stufa di piangere. Si asciugò rabbiosamente gli occhi e digitò ‘complotto del Dace’, alla cieca.

Quasi si aspettava che un Drod bussasse alla sua porta per ammonirla a non cercare cose che non le erano permesse, dopo che loro erano stati così magnanimi con lei, di non tirare troppo la corda, di non fare la stupida.

Vennero fuori oltre settecentomila risultati. Cliccò sul primo. E le parole di Allend le tornarono alla memoria, la sua nuova, meravigliosa memoria eidetica, grazie alla quale ricordava ogni dettaglio di quel viaggio in limousine, come un film girato dentro il suo cervello. Gli occhi verdi, le mani forti, il retrogusto di fragola dello champagne, il fumo inodore della sigaretta e l’erba sintetica, identica a quella vera, le inflessioni educate, appena venate di sprezzo, dell’uomo che di lei sapeva tutto e che voleva farla lavorare per lui.

Credo esistano un paio di centinaia di forum su questo argomento, solo sul continente afroeurasiatico. La sua voce si perderà tra mille altre.

Andiamo, esistono più informazioni che persone capaci di ricordarle.

Stava leggendo un sito, di un tizio che si faceva chiamare Qwerty9090, nel quale erano riportate le stesse teorie che Allend le aveva esposto, dal Primo Giorno in avanti. Era tutto come le aveva detto, ed era lì, accessibile a chiunque. Sconvolta, Lem passò al sito successivo.

Si parlava della macchina da intrattenimento, condannandola strenuamente. Le argomentazioni erano le stesse di Allend, con la differenza che, mentre Allend aveva enunciato come fatto il coinvolgimento giornalistico in atti di crimine premeditato, nel sito c’erano soltanto supposizioni fatte in toni sinistri.

Il sito seguente era un forum, dal nome DROD, SALVATORI O CARNEFICI?, nel quale ci si chiedeva per quale motivo l’umanità, ormai arrivata a conoscenze tecnologiche e biogenetiche tali da poter fare qualsiasi cosa, avesse ancora bisogno di una classe dominante. I Drod avrebbero dovuto estinguersi per rispettare la programmazione primaria, era la conclusione del relatore.

C’erano siti che parlavano diffusamente degli ibridi, homo dualis. In uno trovò un elenco parziale degli individui in questione, e la faccia di Allend la guardò dall’olomonitor, gli occhi verdi meno penetranti di com’erano dal vero. La didascalia accanto diceva solo ‘trentatrè anni, Atlantis’, nient’altro, neanche la data di nascita. In un altro sito la data c’era, il dodici ottobre, e la vaga informazione che svolgeva ‘incarichi amministrativi’.

Trovò persone che avevano i suoi stessi dubbi e persone che ribattevano con le argomentazioni che aveva usato Allend. C’erano fanatici che scrivevano interi paragrafi a lettere maiuscole e scienziati che esponevano le loro idee con toni pacati, ragionevoli. C’erano profani che chiedevano, esperti che rispondevano, immagini e collegamenti e spiegazioni a qualcosa che Lem non aveva mai neanche sospettato.

Era tutto lì, visibile e accessibile.

Non censurano, lasciano che si diffonda. In mezzo alla marea di informazioni che vengono immesse sul Dace ogni giorno, chi ha tempo di visionare tutto? E anche se lo facesse, che pericolo potrebbe rappresentare? Direbbe le stesse cose che dicono milioni di altre persone.

Si sentiva male. Se a lei non fosse successo quello che era successo, non sarebbe stata lì, a cercare cose talmente esposte da essere, di fatto, nascoste a tutti. Infodump, lo definiva uno di quei siti, e la parola parve rimbalzare nella sua testa, da una parte all’altra: infodump, l’eccesso di informazioni che la mente nemmeno trattiene perché le cataloga subito come inutili, infodump, e la gente passa oltre in cerca di news succose, di gossip, o semplicemente di informazioni diverse. Infodump, il Dace era un’enorme serbatoio di rigurgito informativo, a disposizione di tutti.

Era tutto lì, visibile a tutti, e nessuno faceva niente.

Sentì qualcosa di soffice accanto a sé e sussultò. Si era dimenticata del pinguino, che si era svegliato ed era venuto a cercarla. Lo accarezzò mentre si accoccolava accanto a lei, la testa sulle sue gambe, per dormire meglio, al sicuro vicino alla persona che l’aveva nutrito e che gli aveva dato l’impronta.

Cosa faccio? Cosa faccio, cosa posso fare?

Ormai non temeva che la connessione si interrompesse mentre navigava su siti sempre più nascosti, sempre più labirintici e oscuri, sempre più protetti da infinite chiavi d’accesso e richieste di registrazione, solo per poter visionare il contenuto. Il Dace non censurava, i Drod non censuravano, loro si limitavano a dare all’uomo quello che l’uomo voleva.

In una chat room di un sito cui era giunta dopo infiniti giri su altri siti, c’era un utente online. Il titolo della chat era ‘cosa vogliamo realmente noi sapiens’, accanto a un paragrafo che paragonava la vita su quel pianeta sovrappopolato a un’enorme allevamento di polli, ciascuno nella sua gabbietta, al sicuro da tutto, vaccinato, nutrito e pulito.

Scrisse d’impulso

libertà

La parola rimase lì appesa, nel riquadro bianco, mentre fuori i tifosi sportivi si tiravano granate a vicenda, da dietro gli impenetrabili scudi magnetici di cui si erano dotati, in vista della prossima partita. Bug del sistema, per usare la parola di FRE95AF84MF83LLF7Y, il mostro dagli occhi verdi.

C’era molto di allettante, in quel che aveva da offrirle Allend, non poteva negarlo: sentirsi migliore, gratificare il proprio io, dare voce alla segreta convinzione che chiunque coltiva, nel centro esatto del proprio animo. La convinzione di essere speciale, diverso, migliore di tutti.

Lem era terrorizzata dalle possibili conseguenze di una cosa del genere. Tutti, nessuno escluso, avrebbero voluto far parte di quel cinque per cento scarso. Di cos’era capace il sapiens, per entrare nel novero, nell’empireo di Atlantis?

E’ questo il male che ci state facendo, solo questo. Posso accettare che la specie abbia un’insita ferocia, è la spinta che ci ha sempre fatti progredire, ma questo… cento persone che vogliono entrare in uno spazio riservato solo a cinque, conducono a novantacinque cadaveri. Anzi, a cento, più probabile.

La finestra della chat room lampeggiò. Sotto

libertà

adesso c’era una nuova parola, accanto al nickname dell’altro utente. Il nickname era Vega, e la parola era

anch’io.

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