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Capitolo 6

Nella stragrande maggioranza dei casi, gli homo sapiens desideravano soltanto veder soddisfatti i propri impulsi, e una volta che ciò avveniva, perdevano qualsiasi spinta a evolvere. D’altro canto, se tali bisogni non venivano soddisfatti, gli esemplari scivolavano in uno stato di depressione aggressiva, capace di renderli ingestibili. Quello stesso istinto di conservazione, che aveva dato un senso alla vita dei Drod, si rivoltava contro coloro che lo possedevano in prima persona, giacchè, con la sopravvivenza assicurata, tale istinto non spariva, ma aumentava le pretese, al di sotto delle quali diventava istinto distruttivo. Il Dace dovette realizzare che buona parte della pesante, estinta società moderna, esisteva proprio per rispondere a questa necessità, e dovette modificare il proprio modello.

 

(“Conseguenze sociali del modello matematico Dace”, ed. Primogiorno)

“Preferisco il termine homo dualis, se non le spiace, dottoressa.” L’uomo bevve un sorso del suo champagne, senza staccarle di dosso quegli occhi verdi, quasi predatori. Aveva una voce profonda, pacata, la voce di chi non alza mai i toni perché a farlo spaventerebbe l’interlocutore.

E Lem un po’ spaventata lo era. Se si scomodava addirittura uno di loro, le cose erano maledettamente serie.

Ma non aveva alcuna intenzione di mostrarsi debole. “Come crede. Adesso può dirmi chi è lei e che cosa sta succedendo?”

“C’è qualcosa che preferisce sapere, prima di tutto?”

“Chi è che mi vuole morta?”

“Giusto, la domanda fondamentale per qualcuno che si trova prelevato di notte e portato via in tutta segretezza. Posso rassicurarla sul fatto che chi le vuole male non è in quest’auto, dottoressa. Ho notato che guardava storto la mia pistola.”

“Credo che avrò sempre una certa fobia per le armi, d’ora in poi.”

“Comprensibile – l’uomo schiacciò la sigaretta nel riciclatore e le tese la mano, attraverso il sedile – il mio nome è FRE95AF84MF83LLF7Y. So che lo può ricordare agevolmente.”

La sua stretta era solida come quella di un Drod. Gli ibridi non perdevano nessuna delle caratteristiche fondanti dei due genitori biologici, ma la somma delle parti che li componevano dava un risultato che la superava di gran lunga. Anche lì, nell’ambiente circoscritto e ovattato dell’auto, Lem avvertiva la vaga tensione che si associava ai dualis: la consapevolezza, non razionale bensì primordiale, di avere davanti il gradino successivo dell’evoluzione. La nuova versione. L’aggiornamento.

Alcune sette religiose, al primo e secondo livello, li consideravano i Messia destinati a rendere il genere umano un’egida di divinità. Ricordando l’aborto fluttuante nel suo liquido di coltura, Lem sorrise con un certo sarcasmo. Questo l’aiutò.

“Trovo più simpatico il nickname, se non le spiace. A meno che l’homo dualis non abbia abbandonato la pratica.”

“Tutt’altro, l’unico che mi chiamava con il codice era mio padre. Sentirlo sgridare un bambino urlando una sequela di numeri e lettere è qualcosa che non contribuisce a educare, mi creda: troppo divertente. Il nickname è Allend.”

“Come la clinica?”

“In realtà, è la clinica ad avere il mio nickname. Mia madre me l’ha intitolata quando sono nato. Ho conservato il nick da allora.”

Questo chiariva almeno uno degli aspetti oscuri. “Quindi è con lei che sono in debito, per la vasca staminale, gli innesti, il medico nevrotico e tutto il resto.”

La limousine vibrava appena, diretta verso una destinazione ignota. Dato che non poteva in nessun modo influenzare la cosa, Lem decise di ignorarla, e si concentrò sull’ibrido, che nonostante l’assoluta urbanità di modi le dava l’impressione di qualcosa di violento e pericoloso, come un leone di montagna in abiti umani. C’era qualcosa, un istinto, forse lo stesso che diceva agli uccelli quando era tempo di migrare, che dentro di lei aveva rizzato le antenne, alla presenza della versione migliorata della specie.

Posò il calice sul tavolino e si tese in avanti. “Allora, adesso può dirmi cosa vuole in cambio?”

Allend parve divertito, come se sapesse esattamente quello che lei provava e lo sforzo che faceva per apparire impassibile. “Vedo che ci va giù secca, dottoressa… bene, lasciamo da parte le chiacchiere e cominciamo. Prima di parlare d’affari, che ne dice di risolvere il problema della sicurezza?”

Lem gli mostrò le mani a mo’ di arrendevole consenso. Sei tu che dai le carte, bello.

“Personalmente non sono un medico, la mia specializzazione è in storia neoantica. Se mi permette di prenderla alla larga, le spiegherò esattamente da chi deve guardarsi, come e perché, in modo da fugare tutti i suoi dubbi.”

“Dovrà prenderla molto alla larga, allora. Non sono ferrata, in storia.”

“Sì, lo so – Allend sorrise – nelle scuole si insegnano soltanto gli ultimi cinquant’anni, per snellire i programmi. Deplorevole mancanza, per quanto mi concerne, anche se ha le sue ragioni d’essere, alla luce dei fatti che le spiegherò. Ho notato che ha interessi piuttosto vari, per essere uno scienziato specializzato.”

Il Messia dagli occhi verdi aveva visionato il suo curriculum, ma era inutile alterarsi per quella violazione della privacy.

“La specializzazione eccessiva rende poco versatili, e soprattutto toglie competenze nelle interazioni. Se non tengo d’occhio il panorama generale, rischio di finire davvero a fare aborti tutta la vita.”

L’altro annuì con approvazione. “Giusto, giusto. Verticalizzare le competenze è inevitabile, ma uno sguardo orizzontale allarga sempre le prospettive… è per questo che non manca di seguire convegni e seminari, anche quando esulino dal suo campo specifico?”

Lem stava cercando di non dirgli di farsi gli affari suoi e darle delle risposte, una buona volta. E’ una persona, con facoltà diverse e magari superiori, ma solo una persona. Bevve un sorso di champagne, e pensò che buona parte della paura dei dualis doveva essere paura dell’ignoto. Non era facile arrivare a uno di loro per interagire e conoscerli. Non socializzavano volentieri con i sapiens.

“Per questo e perché le principali scoperte non passano al telovideo, oppure lo fanno in forma distorta. Quando non sanno come riempire i palinsesti, inventano. Nei convegni, volente o nolente, le cose sono quelle, senza ricami.”

“Potrebbe visionare le registrazioni.”

“I convegni a porte chiuse non vengono registrati per il telovideo, dovrebbe saperlo quanto me – non riuscì più a trattenersi, la tensione era troppo alta – posso sapere dove vuole arrivare, una buona volta?”

Allend non parve contrariato. Cambiò posizione, si mise comodo, e disse: “Volevo arrivare proprio qui, dottoressa. E’ per questo che temiamo per la sua incolumità. Non capisce?”

“Per usare una parola inequivocabile, no.”

“Bene – il dualis assunse un tono cattedratico – vede, ha centrato proprio il punto, parlando di invenzioni del telovideo. In questi mesi, l’avrà notato, lei è diventata una celebrità. Ma non è un tipo di celebrità che potrà durare: gli eroi del telovideo devono essere persone nelle quali la media degli spettatori possa identificarsi. Meglio ancora, che non possa in alcun modo invidiare. Lei, come fenomeno mediatico, verrebbe bruciata subito.”

Ebbe l’impressione di aver appena ricevuto un complimento dal Messia. L’istinto gongolò e si mise un po’ più tranquillo.

“E’ quello che mi auguro. Non vedo l’ora che perdano interesse per me.”

“Non mi sono spiegato, dottoressa. Verrebbe ‘bruciata’ nel senso più letterale del termine: dalle informazioni in nostro possesso, la Coyo Network, la Silver3D e la PsycoTV hanno concluso un accordo. La sua tragica fine per opera dei terroristi che hanno distrutto il laboratorio sarebbe ripresa in diretta nazionale. Tutta New Babel assisterebbe alla sua Motorale che fa cortocircuito, va a sbattere ed esplode come un petardo. Drammatico, toccante, vero. Tutto questo dopo aver spremuto un po’ i talk show e le trasmissioni verità, ma prima che lei possa firmare per farsi pagare i diritti di sceneggiati e telefilm. E’ tutto pronto, compreso il dossier postumo che uscirà sui principali settimanali. Ci sono delle foto fantastiche. Manca solo la protagonista. Irene ‘Lem’ Nakamura.”

Nel silenzio che seguì, il ronzio impercettibile della limousine parve crescere fino a diventare assordante.

“Vede, il punto è che una persona come lei, con capacità e valori etici superiori alla media, può destare interesse solo sul breve periodo, ovvero solo fino a quando è una vittima. Nella vasca staminale, le assicuro, aveva molti più fan di adesso. Sua madre ha pianto in diretta telovideo per mesi, le foto di quand’era bambina sono di pubblico dominio… purtroppo, adesso sta bene. Adesso è tornata la biologa che era, anzi più della biologa che era, perché può ricordare qualsiasi cosa: se venisse intervistata in un talk show del pomeriggio, farebbe a pezzi qualsiasi giornalista, ma non è questo il problema. Il problema è che anche il pubblico a casa si sentirebbe fatto a pezzi da lei, e tempo una settimana, smetterebbero di vederla, non la vorrebbero più, perché dovrebbero sentirsi inferiori.” Tacque un momento, come per enfatizzare il concetto. “Inferiori a una persona come loro, che è migliore di loro. Lei diventerebbe l’indice puntato contro tutte quegli individui che preferiscono la consulenza d’immagine e il reality della sera, a un’autoeducazione rigorosa, continuata. Farebbe crollare l’audience dopo le prime due comparse in diretta, mi creda.”

“Accidenti – Lem parlò attraverso labbra così torpide che quasi non le sentiva più – ha distrutto la mia carriera nel mondo dello spettacolo in due minuti.”

“E’ possibile, anzi probabile, che alla conferenza di domattina venga sparato qualche colpo. Il dottor 454QFG904G8904KGIS444 è preparato, tutti sono preparati: c’è stata una fuga di notizie calcolata, lei domani dovrà apparire ancora come vittima, non è ancora previsto che muoia. Ciò nondimeno, preferiamo evitare che si trovi sotto tiro. Qualche giornalista potrebbe pensare che un colpo in mezzo agli occhi gli varrebbe lo scoop dell’anno.”

Chiuse gli occhi un momento, per riordinare i pensieri. Di colpo, l’inquietante dualis era diventato molto più accettabile, per il suo istinto di conservazione, dell’intera specie sapiens.

“E’ assurdo. Se il Dace sa che le emittenti fanno queste cose, perché non interviene?”

“Nella maggior parte delle volte, non ce n’è bisogno. Casi come il suo non sono frequenti, sa. Per lo più, gli eroi per caso vengono spremuti un mese, e poi tornano alla loro vita… o quel che ne resta. Affari loro, il Dace non è la baby sitter dei divi falliti.”

Il volto di sua madre le passò davanti agli occhi, e Lem serrò le labbra. “Ma se sapete cosa succederà, perché non arrestate i responsabili?”

Allend rimase zitto un momento. I suoi occhi erano verdi come giada, altrettanto privi di umanità, ma riuscivano ugualmente a trasmettere ciò che volevano trasmettere. In quel momento, le trasmisero un senso quasi di pietà.

“Dottoressa, il Dace alimenta questa situazione. Quando passa un certo periodo senza notizie choc, fa in modo che agli uffici stampa arrivi per riempire i palinsesti. Si ricorda quel malfunzionamento agli impianti di Marte? La notizia reale era soltanto che qualche filtro aveva cominciato a buttare troppa anidride carbonica facendo tossire un po’ di gente. Sulla Terra, si è parlato di intossicazione letale per milioni di coloni, anche se il malfunzionamento era stato corretto qualche ora dopo che si era verificato. Gli operai addetti avevano soltanto una mascherina, neanche un filtro nasale, per capirci su che sciocchezza fosse. Ma il telovideo ne ha parlato per settimane: abbiamo bisogno di questi casi, perché non scoppi il caos.” Fece una pausa. “L’effetto collaterale è stata un’ondata di panico che ha un po’ arrestato l’emigrazione, ma dopo un mese si è diffusa la notizia dei giacimenti di fosforo e via, sono tutti partiti in cerca di fortuna. I giacimenti ci sono: peccato siano già tutti lottizzati, cosa che i coloni saprebbero, se spegnessero il telovideo e visionassero la situazione catastale del luogo, prima di vendere tutto sperando di arricchirsi.”

“Mi sta dicendo che i Drod, il Dace, e anche gli ibridi – usò volutamente il termine, con spregio – sono complici in un affare di crimine organizzato, che arriva al punto di far saltare laboratori e ammazzare la gente… solo per fare audience?”

“Non si confonda, dottoressa. Non sono state le emittenti ad attaccare il laboratorio e fare quello scempio, i giornalisti non sono capaci di simili iniziative: sono sciacalli, si buttano sui resti spolpati da qualcun altro, niente di più. Sanno costruire le notizie, non le situazioni.”

Lem tirò un profondo respiro. “Mi sta dicendo quindi che ci sono due organizzazioni che mi vogliono morta. Chi sono gli altri?”

“I cigni bianchi.”

Un termine che non le diceva niente. Rimase a guardare l’interlocutore, aspettando ulteriori spiegazioni.

“Come le ho detto, ho bisogno di prenderla alla larga, dottoressa. Molto alla larga, visto che me l’ha chiesto espressamente… torniamo al ventennio dopo il Primo Giorno, vuole?”

Lem assentì. Non le spiaceva una digressione, che le dava il tempo di assorbire tutto.

“Il modello matematico del Dace, allora, non prevedeva quasi nulla della stratificazione sociale che si può trovare a New Babel, o in qualsiasi altra città del mondo. La programmazione primaria individuava troppe contraddizioni e troppi bug, senza contare che gli individui erano palesemente insoddisfatti… non c’era meritocrazia, sostenevano.”

“Questo a scuola si studia, perfino ai livelli inferiori, sa. Era la causa del collasso sociale generale, cosa che non succede adesso. Il nostro sistema è meritocratico.”

Allend congiunse le punte delle dita, gli occhi socchiusi, come se quello che si accingeva a dire gli desse enorme soddisfazione: “Oh sì che lo è, dottoressa, lo è al cento per cento, potremmo dire. Il problema che il Dace doveva gestire allora, però, non era riuscire a realizzare il modello, ma farlo funzionare sul lungo termine, cosa che si rivelò inattuabile. C’era una certa ingenuità di fondo, nei primi Drod e nel database centrale: questo è comprensibile, visto che la connessione neurale era neonata, priva di esperienza. Piena di informazioni, velocissima a imparare e a riparare i bug, ma fondamentalmente ingenua. Dovendo definire il Dace dell’epoca con un termine qualunquista, direi che era come un bambino in età prescolare.”

“E un bambino sbaglia.” Completò Lem. Allend scosse la testa.

“No, dottoressa, il Dace non sbagliava, solo aveva mal considerato un fattore: l’homo sapiens è meno di un bambino. La sua specie, non me ne voglia, parla dei più alti ideali e concepisce le più elevate forme di pensiero, salvo poi, quando deve scegliere, optare per l’immediata soddisfazione dei propri impulsi. Il Dace non ne aveva tenuto debito conto, e per questo… beh, immagino che anche alla scuola dell’obbligo parlino dell’ondata di suicidi del primo ventennio.”

Il tono condiscendente dell’ibrido le piaceva poco. “Non siamo tutti così. Lei sta generalizzando, temo.”

“Sì, inevitabile, dato che sto facendo un discorso molto generico. Non volevo offenderla, dottoressa: ha già dimostrato di non rientrare affatto nella casistica di cui parlo – liquidò la questione con un’alzata di spalle – il problema, vede, è che tutti i sapiens volevano veder riconosciuti i propri meriti, e in questo nulla da eccepire, salvo che molti sapiens meriti non ne avevano affatto. Nessuna competenza, nessuna capacità, nessuna utilità. In una società meritocratica, mi dice che posto potevano trovare, persone così?”

“Suicidarsi?”

L’aveva detto con sarcasmo, ma Allend rimase serio. “No, dottoressa: gli individui di cui parlo non diventano pericolosi per se stessi, ma per gli altri. L’ondata di suicidi andava ad applicarsi agli elementi che salivano i gradini di una società meritocratica… cosa che non garbava a tutti gli altri. Il problema è che un essere umano non vive in un vuoto pneumatico, e una volta soddisfatte le proprie aspirazioni, deve interagire con i suoi simili. E se questi lo odiano perché ha ottenuto quello che loro non riescono a raggiungere, cosa pensa che succederà?”

“Da come parla, si direbbe che la metà della gente sia una manica di incapaci, biliosi, gretti, superficiali e primitivi – replicò Lem – non ho avuto esperienze simili, anche se il mio ex capo effettivamente era piuttosto…”

“…stronzo?”

Suo malgrado, dovette sorridere.

“Ecco, dottoressa, si immagini una società composta da dieci individui così, e uno o due come lei, in loro balia. Avrà un quadro della situazione che il Dace si trovava a gestire, in quel primo ventennio. Il problema, vede, è che non c’era alcun vantaggio a scalare la piramide, non in una società che garantisce i bisogni primari e appaga buona percentuale di quelli secondari. Rimanendo alla base, con il tenore di vita minimo garantito dal Dace, almeno si otteneva di non essere soli. Ciò che uccide i suoi simili è sempre, da sempre, la solitudine.”

Lem pensò che a New Babel, metropoli di ottanta milioni di persone, dove non potevi uscire senza trovarti inghiottito da una folla immensa, ognuno era talmente solo che poteva anche l’unico, sulla faccia del pianeta. La depressione era una patologia talmente diffusa da essere ormai endemica.

“Il Dace perse parecchi esemplari, per via di questo bug, prima di rendersi conto che la meritocrazia pura poteva funzionare solo a patto di mascherarla in maniera efficace. Non occorreva che tutti vedessero riconosciute le rispettive capacità, era sufficiente che i meno evoluti credessero che era così. Soprattutto, dovevano credere di avere capacità straordinarie, che venivano soddisfatte oltre le loro aspettative.

“Tra gli orpelli della società precedente, il Dace aveva smantellato una casta corporativista particolarmente seccante, quella dei fautori del diritto all’informazione. Secondo tali individui, l’informazione non era qualcosa che andava messo a disposizione di chi fosse interessato a ottenerla (da Internet in avanti, tale condizione si era pienamente realizzata), ma un obbligo sociale a cui nessuno aveva il diritto di sottrarsi. Sfruttando l’insita paura dell’homo sapiens, di non riconoscere un pericolo prima che fosse troppo tardi, tale casta ebbe gioco molto facile nel violare, di fatto, i diritti fondamentali di chiunque. Bastava un’auto della polizia davanti alla casa di una qualsiasi persona, perché i giornalisti si sentissero in diritto, quasi in dovere, di violare segreti istruttori, diffondere informazioni personali, insinuare dubbi ‘ragionevoli’ sul perché una persona avesse un’auto della polizia davanti a casa. Di fatto, costruivano una notizia laddove non c’era. La gente voleva questo, e chi non lo voleva, o era nel mirino, o veniva bollato come persona non interessata alla vita del proprio paese. Di nuovo, veniva isolata.”

Sembrava uno scenario apocalittico, uno dei tanti rituali barbarici della società pre-moderna, quando ancora si ammazzavano gli animali per mangiarseli.

Lem cercò di minimizzare: “Meno male che il Dace ha smantellato tutto, allora.”

“Non direi. Vent’anni dopo, ha rimesso in piedi le emittenti del telovideo, la casta giornalistica, e il giro d’affari che vi ruota intorno. E sono certo che, a questo punto, si è fatta un’idea del perché.”

Lem prese il suo champagne e bevve un sorso, per darsi il tempo di pensare. Si chiese brevemente cosa avrebbe detto Max, di un simile sovraccarico di informazioni sulle sue tenere cellule neurali. Ma, almeno, iniziava a capire perché il medico fosse tanto nevrotico, con tutti quei giornalisti in giro per la clinica.

“Al liceo girava una storiella – cominciò a dire – sui genetisti alla catena di montaggio, primo livello. Si diceva che stanno soppiantando i robot nelle fabbriche, e che il Dace non sa più dove stipare quelli smantellati.”

“Per la verità, vengono fusi e riutilizzati – rispose Allend – in altre fabbriche del primo livello, gestite da ingegneri informatici.”

“Già, ma il punto è che ci sono un sacco di genetisti che fanno il lavoro che potrebbe fare facilmente un singolo robot. Un bello spreco, eh?”

“E cosa dovremmo farne, di quella gente, secondo lei?”

Volle interpretarla come domanda retorica e non rispose. “Sarò sincera, questo modo di pensare mi disturba molto: sapere che il Dace considera metà del genere umano un bug necessario, da foraggiare giusto perché la programmazione primaria gli impedisce di smaltirlo, è… fastidioso, mi creda.”

Per usare un eufemismo. In venti minuti di conversazione, aveva sentito più mostruosità di quante ne avesse mai supposte in tutta la vita. Si accorse che la mano le tremava e mise giù il bicchiere.

“Temo ci sia un equivoco, dottoressa: il Dace non considera la metà del genere umano nel modo che lei ha enunciato. Facendo una stima a braccio, credo che le cifre si aggirino sul novantacinque per cento.” Una pausa. “Virgola sei-uno-quattro.”

A quel punto, non le rimase che fissarlo a occhi spalancati, senza nemmeno provare a nascondere quello che pensava.

“Mi dispiace calpestare l’educazione che le hanno inculcato fin dall’infanzia dottoressa: vi ripetono che ciascuno è speciale, importante, che ognuno ha dei meriti che vedrà inevitabilmente riconosciuti, cosa che puntualmente avviene… peccato che non sia così. Nella stragrande maggioranza dei casi, il lavoro del Dace consiste nell’alimentare l’egotismo malato di individui che chiedono soltanto una soddisfazione immediata. Niente di più.” Allend finì il suo champagne e posò il bicchiere vuoto sul tavolino. “Il problema di una società meritocratica è proprio cosa fare degli elementi privi di qualsivoglia merito, e anche della più piccola utilità. Il Dace ha impiegato quasi vent’anni a capire che il cosiddetto diritto all’informazione esisteva principalmente per tale scopo.”

Lem si umettò le labbra, ma aveva la lingua così secca che fu del tutto inutile. Si rassegnò a parlare con un tono rauco che rifletteva appieno il suo mondo interiore che andava a pezzi: “In altre parole, date ai cosiddetti ‘elementi inutili’ un bel posto fisso come genetisti o impiegati, un telovideo ad alta definizione, e un cumulo di stronzate che li facciano sentire intelligenti e importanti. In cambio, qualcuno ogni tanto viene assassinato da un giornalista in cerca dello scoop, ma fa parte del gioco, vero?”

“Molto corretto, tranne per il fatto che il Dace cerca di prevenire spiacevoli incidenti con la corporazione giornalistica. La sua persona è al sicuro.”

“Si sbaglia – Lem spinse via il suo calice, tanto forte che la schiuma traboccò – io non sarò più al sicuro, dopo aver sentito queste cose. Mai più, e lo sa benissimo. Se andassi a raccontare in giro il giochetto del Dace, coadiuvato dai colossi del telovideo…”

“Faccia pure, credo esistano un paio di centinaia di forum su questo argomento, solo sul continente afroeurasiatico. La sua voce si perderà tra mille altre.”

“Il problema è che io l’ho saputo da una fonte attendibile.”

“E chi pensa le crederà? Le ‘fonti attendibili’ si trovano a ogni angolo, dottoressa. Prima del Dace, anzi prima di Internet, sarebbe stato pericoloso per lei venire a sapere cose del genere, ma adesso… andiamo, esistono più informazioni che persone capaci di ricordarle!”

Lem non riuscì a nascondere l’amarezza: “Ma che bel teatrino avete messo su. Invece di censurare, diffondete, e lo fate al punto che nessuno crede più a niente, perché tutti sanno tutto.” Abbassò gli occhi sulle mani, si accorse che le aveva serrate in grembo e si obbligò ad allentarle. “In ogni caso, non penso proprio che potrei utilizzare il Dace contro la sua volontà, quindi diciamo che incasso e porto a casa. Lo trovo disgustoso, ma non ho altra scelta, giusto?”

“C’è sempre una scelta, dottoressa.”

“E la mia quale sarebbe?”

“Per adesso non è ancora in grado di prenderla – Allend si accese un’altra sigaretta, girò il pacchetto verso di lei – gradisce?”

“Non fumo.”

“Fa bene, provoca il cancro. L’ho avuto il mese scorso, una settimana a letto nel momento peggiore.”

“Il dottor 454QFG904G8904KGIS444 non si è seccato con lei?”

“Tendo a evitare Max quando mi trovo in difetto sui malanni che mi affliggono. Non dovrebbe prenderla tanto male, dottoressa: il Dace si limita a soddisfare i bisogni della specie, esiste per questo. Non è colpa sua, né dei Drod, se tali bisogni sono meno elevati di quanto le hanno insegnato a credere.”

“Ci sono persone competenti che possono capire…”

“Filtrare le informazioni dalle idiozie, intende? Certo – Allend fece un gesto, disegnando delicati arabeschi di fumo, subito assorbiti dai condizionatori – vengono ascoltati quanto chiunque altro, in un mondo dove tutti parlano, e perdono molto presto la voglia di sgolarsi. Non vengono invitati in diretta telovideo, e le garantisco che il Dace non c’entra niente con questo: le emittenti preferiscono dedicarsi ad altro, tutto qui.”

“Dedicarsi ad assassinare la gente per creare un caso?”

“Dottoressa, di quanti omicidi ha avuto notizia quest’anno, a New Babel?”

“Non so, me lo dica lei. A questo punto, ho idea che facciate passare solo le informazioni che volete.”

Allend sorrise, come se apprezzasse quel suo rifiuto di lasciarsi intimidire, dopo tutto ciò che aveva sentito.

“Sotto un certo aspetto. Ma, anche qui, non è colpa del Dace. Ci sono ottanta milioni di persone, in questa città, quasi quaranta solo nel primo livello: mi dica, quand’è stata l’ultima volta che ha scaricato il notiziario di quei posti, per sapere cosa succedeva?”

Lem si spostò, a disagio. “Ascolto le news principali al telovideo, ma non credo lo farò mai più, sa.”

“Sì, immagino. Comunque, il concetto è: se volesse sapere tutto quello che succede a New Babel, dovrebbe passare la vita attaccata al terminale, e ancora non le basterebbe. Il Dace non censura niente, è il pubblico a farlo.” Allend la guardava fisso, con un interesse, per ogni minimo mutamento d’espressione del suo viso, che la innervosiva sempre più. Cosa voleva da lei? “Se anche al primo livello ci fosse una strage, è probabile che lei neppure lo saprebbe, a meno di scaricare i notiziari locali. A nessuno interessa quello che succede laggiù, mentre senz’altro sa quanto è affranta 893MFVSIDJ8RERENJ4 per il suo divorzio. Sbaglio?”

L’allusione alla più famosa attrice del momento la fece arrossire. Allend aveva detto la verità, dalla prima parola all’ultima, ma non era disposta a cedere così facilmente. “Ci sono le statistiche. Basta controllare quelle, anziché le news giorno per giorno.”

“Ah, le statistiche, giusto. L’un per diecimila del tasso di criminalità, in una città di decine di milioni di abitanti. Peccato sia una cifra mostruosa, se consideriamo che i due livelli più alti ne sono pressoché esenti, e che dal terzo in su, la gente trovi più conveniente rigare dritto, visto il tenore di vita assicurato. Le informazioni vanno interpretate correttamente, mia cara.”

Era davvero troppo. Lem esplose: “‘Mia cara’ lasciamolo per quando ci saremo sposati, eventualità statisticamente improbabile, per rimanere in tema. Se crede che la gente possa accettare di essere trattata come bestiame, anziché decidere per sé le proprie leggi e regole, ho idea che si sbagli, insieme al Dace e a tutti gli eletti di Atlantis! Una cosa del genere non può durare, è…”

Cercò un insulto adeguato, ma tutto quello che trovò: “E’ malato. Questo sistema è malato!”

Allend sostenne il suo sguardo, imperturbabile. “Sta insinuando che il genere umano viva sotto una dittatura informatica, dottoressa? Che teniamo l’homo sapiens sotto un pugno di ferro, pronti a reprimere nel sangue qualsiasi accenno di rivolta?”

“E’ lei l’esperto di storia – ribatté Lem – ma anche a noi bug del sistema insegnano qualcosa sui regimi politici dei secoli passati, e sì, questa mi sembra dittatura.”

“Se intende dire che non esistono regolari elezioni e dibattiti politici, concordo con lei, possiamo parlare di dittatura. Immagino sappia che il regime di moda prima del Dace era la democrazia popolare.”

Lem annuì, ma con una certa cautela. Quello era un terreno scivoloso, perché lei non era abbastanza competente, mentre Allend sì.

“Una vera schifezza, me lo lasci dire, una dittatura della maggioranza: se su cento persone cinquantuno sostenevano qualcosa, le altre quarantanove dovevano accettarlo, volenti o nolenti. La democrazia popolare aveva più bug dei software creati dai bambini delle elementari: fu grazie a essa che salirono al potere un paio tra i più efferati serial killer della storia umana, lo sapeva?”

“E’ lei l’esperto.”

“L’homo sapiens non è fatto per la democrazia, dottoressa: se gli si chiede di rinunciare a qualcosa in nome del benessere comune, non vede alcun motivo di farlo, mentre vede un sacco di ottime ragioni per coalizzarsi con una maggioranza allo scopo di opprimere le minoranze. Soddisfare il maggior numero possibile di persone significa, nella natura umana, dare a più persone possibili il diritto di violare i diritti altrui.

Purtroppo, all’epoca era il miglior regime che fosse possibile realizzare, anche se esistevano correnti filosofiche che ipotizzavano un sistema nel quale l’unità di misura non fosse la maggioranza, ma l’individuo. Tale sistema era considerato ideale, per quanto teorico.”

La guardò aspettando che commentasse, ma Lem non disse niente.

“Il problema era che alla società pre-moderna mancavano i mezzi per attuarlo, mezzi che oggi il Dace possiede. Ogni individuo vive in uno stato di benessere che gli garantisce tutela di ogni suo diritto, senza ledere quelli altrui. Ecco tutto.”

“Perché mi dice queste cose? Lei non ha bisogno di convincermi. Voglio salvare la pelle, quindi mi terrò lontana dai giornalisti.”

Allend aspirò dalla sua sigaretta. “Sto cercando di darle un quadro preciso della situazione, dottoressa. La programmazione primaria non è in discussione, e nessuno, assolutamente nessuno, viene trascurato, dal Dace. I disagi che dovrà sopportare per qualche tempo derivano da questa necessità, perché vedrà cose che non le piaceranno affatto, e potrebbe chiedersi per quale motivo non arrivi un Drod a salvare la situazione, com’è successo con lei.”

Lem lanciò un’occhiata al finestrino, ma l’oscuramento era totale. Inutile cercare di capire dove fossero. “A questo punto, mi chiedo perché sono intervenuti per me. Ero sorvegliata, vero?”

“Per varie ragioni, sì.”

Rifiutò di abboccare all’esca chiedendo quali fossero, queste ragioni. Se Allend voleva farglielo sapere, gliel’avrebbe detto, altrimenti l’avrebbe sommersa di informazioni che avrebbe impiegato ore a sbrogliare, per poi concludere che non le aveva detto niente. Una volta inquadrato il tipo, non era difficile tenergli testa, dualis o non dualis.

“Chi è stato a salvarmi, quel giorno? Anzi, per quale motivo non siete intervenuti subito, prima che…” Le mancò la voce al ricordo, si sentì infuriare pensando alle possibili ragioni: “Avete lasciato che Monica e tutte quelle persone morissero per dare una notizia succosa ai telegiornali?”

Allend non rispose subito. Premette la sigaretta nel riciclatore, con una cura esagerata, senza guardarla direttamente, come se fosse a disagio.

Infine disse: “Quanto è successo ci ha colti del tutto impreparati, dottoressa. Nessuno voleva quel che è accaduto, mi creda. Io meno di tutti.”

“Mi dia una ragione per farlo. A sciacallare su tutti quei morti, per nutrire il vostro bestiame di bug, non avete avuto scrupoli.”

“Erano morti, lei invece è viva. Per il Dace, aveva la priorità.”

“Cosa ne è stato dei terroristi?”

“Lei cosa dice?”

Lem rimase in silenzio, lottando contro la primordiale paura che aveva già conosciuto: quella di chi è inerme davanti a qualcuno che su di te ha potere di vita e di morte. Il Dace, i Drod e i dualis… siamo nelle loro mani, senza protezione, per sempre.

Intuendo quel che pensava, Allend precisò: “Non si è trattato di esecuzioni sommarie. Semplicemente, l’unico modo di salvare almeno parte degli aborti era ricorrere alla forza. Quanto all’uomo caduto con lei – fece un gesto vago – si trattava di scegliere, e penso che neppure un sapiens avrebbe impiegato più di un nanosecondo, a decidere chi proteggere. Avremmo preferito prenderli vivi, mi creda, ma sarebbe stato impossibile comunque: le maschere che indossavano erano sigillate con capsule di acido cianidrico, che avrebbero rilasciato il gas a ogni tentativo di rimuoverle. Il Dace ha emanato una legge contro le maschere venusiane, sulla Terra.”

“Che meraviglia, sono solo dovute morire decine di persone, perché succedesse.” Le tornò in mente quel giorno, la sua fuga, la porta scorrevole che si apriva… e che si richiudeva di scatto, dietro di lei, dandole un vantaggio che probabilmente era stato decisivo. Non siamo senza protezione, sono loro la nostra protezione. Le parve sbagliato. Dovremmo essere noi a proteggere noi stessi… io a proteggere me stessa.

E, per cominciare, qualche informazione non poteva che fare bene.

“Immagino che quei terroristi fossero parte dell’organizzazione che chiama ‘cigni bianchi’.”

“Immagina bene. L’attacco al laboratorio denota che sono passati alla fase successiva.”

“Che sarebbe?”

“Ci arriveremo. Per ora è molto, molto importante che lei cooperi, o quando ci separeremo farà un passo falso, e sarebbe davvero un peccato, arrivati a questo punto. Il dottor 454QFG904G8904KGIS444 non me lo perdonerebbe.”

“Max è sul suo libro paga.” Le uscì in tono sprezzante. Allend sorrise di nuovo, divertito dalla reazione.

“Mia madre era una femmina sapiens, ma comunque rimaneva un eccellente medico. La clinica è la sua eredità: una discreta fonte di introiti, sicura come un video poker, anche se il mio vero lavoro è un altro.”

“Un lavoro per il quale si gira armati?”

“La smetta di preoccuparsi della pistola, dottoressa. Può credermi, non ho intenzione di torcerle un capello, anzi – aprì le mani in un ironico gesto di pace – è molto tempo che mi preoccupo della sua incolumità. Ho chiesto espressamente l’incarico che la riguardava, per un motivo molto preciso.”

Motivi, segreti che portavano ad altri motivi, ancora segreti. Cominciava a girarle la testa. Aveva la sensazione di essere beccata da centinaia di piccioni invisibili, da tutte le parti. Ormai non trovava più un filo logico in quei discorsi, anche se sentiva che portavano da qualche parte.

Così, non fu per via di qualche brillante deduzione che parlò, o per l’intuizione che le menti sveglie hanno talvolta, in un marasma di informazioni confuse che richiedono immediate risposte. Fu soltanto per istinto, puro, semplice e primitivo, lo stesso che l’aveva indotta a reagire quel giorno, al laboratorio.

E, come quel giorno, l’istinto la indusse ad azzeccarci.

“Vuole che lavori per lei. Questo non è un incontro, ma un colloquio.”

 

Allend annuì lentamente. Per un attimo, nei suoi occhi passò un guizzo di calore, e parve quasi umano, nel senso più lusinghiero del termine.

“Non so dirle quanto mi renda felice constatare sempre più che fa parte di quel cinque per cento scarso, Irene.” disse, sommessamente.

Infilò una mano all’interno della giacca. Lem si irrigidì involontariamente, ma l’altro estrasse un semplice portatessere, che aprì con un lieve scatto.

“Temo di dover ritirare tutti i documenti, le carte di credito, e qualsiasi abbonamento in suo possesso. In ogni caso sono congelati, ormai non le servono più.”

Lem prese le nuove tessere. Erano identiche alle precedenti, tranne che per i codici, e anche senza chiedere, sapeva che il loro contenuto equivaleva a quello dei documenti che Allend lasciò cadere nel riciclatore.

“Potrei avere un indizio su quale lavoro sia l’argomento della trattativa?”

“Non c’è nessuna trattativa: il suo curriculum è sulla mia scrivania da svariati mesi, prenderà servizio appena ci saremo sbarazzati della macchina mediatica. Non ci vorrà molto, forse un mese. Forse meno, se quelli della sicurezza faranno il loro mestiere, per una volta.”

Lem ripensò a tutti gli invii, settimana dopo settimana, alla frustrazione di vedersi ignorata, al rancore che aveva serbato a Monica, reputandola responsabile della sua permanenza in un posto che non le piaceva. Si vergognò di averlo pensato. Scusami, per quel che vale.

“E per quale motivo, se aveva già deciso di assumermi, sono rimasta a fare aborti tutto quel tempo?”

“Gavetta. Mi serviva là, finché non avessi avuto tutto pronto. E poi così ha potuto aggiornarsi in maniera estremamente interessante, non ha idea di quanti candidati abbia vagliato, prima che rimanesse solo lei.”

“Quindi dovrei lavorare per una persona che ha priorità assoluta nella scelta dei dipendenti, accesso illimitato alle informazioni personali, e la possibilità di ricostruirmi ogni volta che verrò buttata giù da un livello. Non sono del tutto sicura che mi convenga. Volare ancora giù da un livello, intendo.”

“Comprendo il suo punto di vista, ma…” Allend tirò fuori un lettore portatile, digitò rapidamente qualcosa, e lesse: “Ha seguito un master sulle germinazioni interspecie, e ha scritto una tesina proprio sulla questione degli aborti, vedo.”

“Era soltanto una tesina di fine corso, senza neppure voto. Anche se avrà fatto punteggio, immagino.”

“Direi di sì, visto che le è valsa la lode. C’erano delle osservazioni interessanti, riguardo l’attenzione che viene posta nel portare a termine tutte le gestazioni, in modo da ammortizzare la crescente ondata di infertilità. Ha anche redatto una curva a livelli, rilevando un aumento del problema allo scendere verso il primo. Involuzione che procede di pari passo con l’incapacità a riprodursi. Il suo docente era emozionato come uno scolaretto, quando l’ha uploadata sul Dace.”

“Sono cose banali.” minimizzò Lem.

“Al contrario, vanno dritte al cuore del problema.”

“L’infertilità?”

“Eh?” Allend parve disorientato, come se l’idea non gli fosse neppure mai passata per la testa. Poi rise. “Oh no, no, certo che no… mi perdoni. Non poteva fare di meglio, coi dati in suo possesso, e sono certo che, quando avrà tutto il necessario, farà faville. Ci sono anche delle domande interessanti sul suo master in xenogenetica, l’hanno fatta passare avanti ad almeno una ventina di candidati. Proprio così.”

Annuì, approvando le sue stesse parole.

“C’è qualcosa che non sa, sul mio conto?” le uscì in tono acido, ma cominciava a non poterne davvero più di quell’individuo così tranquillo, potente, sicuro di sé, un eletto nell’empireo di Atlantis, che teneva sul palmo della mano informazioni che avrebbero dovuto essere riservate al personale autorizzato. La considerazione che, con ogni probabilità, fosse più autorizzato di qualsiasi personale, non contribuiva a renderglielo simpatico.

Allend le lanciò un’occhiata indecifrabile. “Il suo colore preferito è il viola, ma lo indossa raramente perché pensa che la faccia sembrare una melanzana. Ha una predilizione per il kebab con l’insalata e la sua bevanda preferita è il succo d’arancia, asprigno ma non amaro, senza zucchero. E’ molto fiera del suo ceppo somatico, che ha preferito valorizzare anziché cancellare, e vorrebbe prendersi un animale domestico, ma vive in un ambiente troppo ristretto e ha degli scrupoli a farlo, visto che non è mai in casa. Eterosessuale, attualmente nessuna relazione. La sua spinta a migliorarsi è forte, ma l’ambizione è temperata da un’etica umanitaria molto sentita.” Sorrise cinicamente. “Esistono persone che riescono a trarre del buono perfino dal telovideo, sembra che lei sia una di quelle: le ha proprio prese sul serio, le sciocchezze filosofiche di alti ideali e realizzazioni utopiche che vengono propinate in qualsiasi film, eh?”

Lem si sforzò di recuperare un contegno, ma era difficile, perché oltre ad avere la bocca spalancata, era anche arrossita violentemente.

“Non… queste sono cose personali!”

“Ho un dossier di svariati macrobyte sul suo conto, dottoressa. Non scelgo i membri del mio staff a cuor leggero, spero sia ben chiaro.”

Lem deglutì, senza poter impedire al calore di affluire tutto assieme sulle guance, tanto che temeva che da un momento all’altro si sarebbero messe a fumare. Si sentiva messa a nudo, più vulnerabile di quando era salita, e talmente oltraggiata che a stento riusciva a respirare. Il diritto alla privacy era inalienabile, e l’uomo davanti a lei gliel’aveva sfilato di dosso in un attimo, con la stessa facilità con cui avrebbe sbucciato una banana.

Allend non aggiunse altro, probabilmente perché non intendeva rinunciare al vantaggio acquisito, e il silenzio si dilatò fino a diventare opprimente, contro i timpani e contro la pelle. Dopo un po’, si accorse che la vibrazione della limousine era più leggera, quasi impercettibile.

Stavano rallentando.

4 thoughts on “Capitolo 6”

  1. Elnor says:

    Questo capitolo ha stimolato la mia parte intellettuale e tra l’altro ho trovato più di un argomento o riflessione su cui “lavoro” da tempo.
    La scrittura è notevole, i dialoghi sono tuttosommato ben costruiti e sono in alcuni si vede la presenza della “sala macchine” dietro la storia.
    Invece per quanto riguarda l’insieme del romanzo, questo capitolo è ridondante, superfluo per buona parte, raccontato, invece che mostrato e altro ancora.
    Il sottoscritto ama pensare, immaginare modelli sociali e interventi di ingegneria sociale o altro, ma io sono strambo; un lettore normale avrebbe iniziato a saltare i paragrafi.
    Come al solito è l’opinione di un lettore ;D

    1. Lem
      Lem says:

      No, hai ragionissima, mi sono un po’ lasciata andare a considerazioni assortite (oltretutto quando l’ho scritto il caso Sara Scazzi non era ancora scoppiato, per me era davvero fantascienza quel tipo di sciacallaggio mediatico), e purtroppo il tipo di personaggio non aiuta, visto che è un individuo molto portato a confondere le acque a chiacchiere.
      Non ho ancora immaginato come poter inserire nella storia tutta quella roba senza farla raccontare da un logorroico, visto che si tratta di background.

  2. Elnor says:

    Riuscire a trasmettere il background miscelandolo sapientemente nella narrazione è una delle cose più difficili e una delle cose che fa la differenza tra uno come me e uno scrittore.
    Rileggendo il capitolo alla fine non c’è così tanta informazione come sembra. Leggo il seguito e se mi viene in mente qualche suggerimento, magari ti annoio (non ci contare molto, come ho già detto non sono io lo scrittore ;D ).

    1. Lem
      Lem says:

      La cosa assurda è che col fantasy mi riesce benissimo questo giochetto, mi ci diverto proprio o.o
      Vabbè dai, è un’opera prima, demolirla è come sparare sulla croce rossa 😛

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