Browse By

Capitolo 5

Senza adattamento non esiste evoluzione, e neppure sopravvivenza, sul lungo termine. A molti livelli sociali, ciò si stava già verificando, in dilaganti sacche ermetiche che portavano a vicoli ciechi. Il protezionismo del Dace era la via sbagliata.

 

(“Storiografia del modello matematico Dace”, ed. Primogiorno,  FRE95AF84MF83LLF7Y)

 

Poco a poco, si rese conto che la nuova memoria non era totale. La discriminante, tra ciò che poteva rievocare con tanta nitida chiarezza da vedere e sentire, e quello che sfumava nel mezzo dimenticato, era la sua attenzione: ciò significava che, molto semplicemente, se non si concentrava, le cose le sfuggivano come a chiunque altro.

Fece la prova con il lettore che sua madre contrabbandò in camera, dopo che l’infermiera sequestrò telovideo e terminali: effettivamente, più la sua attenzione era alta, più rapidamente la memoria eidetica rispondeva. Era capace di ripetere parola per parola quel che leggeva, non perché aveva memorizzato le parole, ma perché ‘vedeva’ le pagine che la sua mente aveva fotografato. Fortuna che i saggi scientifici le piacevano abbastanza, anche se per il momento non osava affrontarli, onde evitare le ire funeste del suo medico. Una rapida scansione alle sinapsi avrebbe evidenziato le sollecitazioni, e preferiva non pensare alla reazione di Max, nell’evenienza.

Speriamo che duri, pensò infilando il lettore sotto il cuscino, ne avrò bisogno, per aggiornare il curriculum, dopo essere rimasta indietro quasi cinque mesi. La preoccupazione per il futuro iniziava ad assillarla, e sua madre non l’aiutava certo in questo: passata la paura per lei, gongolava, letteralmente, per tutti gli inviti a trasmissioni e tutte le interviste cui si offriva, ogni volta aggiungendo nuovi particolari sempre più strappalacrime. Era il grande momento di Cherry, se non il suo.

A quanto pareva, erano arrivati al punto che Lem aveva protetto col proprio corpo gli uteri artificiali, e che non era scappata, ma era stata trascinata fuori e scaraventata di sotto. Nessuno sembrava chiedersi perché dei terroristi armati avessero avuto bisogno di defenestrare una persona che potevano fucilare sul posto. Lasciò che portassero via il telovideo senza proteste.

La madre le aveva anche detto, come fosse una cosa da niente, che il suo appartamento era già stato sgomberato. “Puoi tornare a stare con me, Irene, così non dovrai pagare l’affitto. Eh?”

Lem cercava di non pensarci, perché la sua faccia non tradisse l’orrore che provava al solo pensiero. Doveva trovare un nuovo lavoro, con un vecchio curriculum, trovare una nuova abitazione, possibilmente dal quarto livello in su, e doveva farlo alla svelta, perché vivere con sua madre sarebbe stato un incubo: le voleva bene, ma erano troppo diverse per coesistere nel ristretto ecosistema di pochi metri quadri.

Sua madre l’aveva concepita, l’aveva amata e l’aveva allevata: Lem andava a trovarla ogni settimana, diligentemente, ignorando i suoi commenti salaci sulla Motorale decrepita che la figlia si ostinava a guidare, malgrado lo stipendio di un ricercatore. Era la sua unica parente e aveva sempre fatto per lei tutto quello che una madre dovrebbe fare, ma Lem non voleva tornare con lei.

Era riuscita a scappare da quel livello di imprenditori e consulenti d’immagine, dominato dalla lobby delle Risorse Umane, dopo aver passato la prima adolescenza in un angolo a piangere, perché non riusciva mai a stare al passo con le compagne di scuola. Erano tutte più belle di lei, più curate di lei, con Motorale più nuove delle sue. ‘Sei asociale – le ripeteva sua madre, a mo’ di aiuto – esci e vai in qualche dark room con le amiche, non stare sempre col naso su un lettore’. Ma Lem non aveva amiche, non era mai stata molto brava a farsi delle amiche ridendo, come quelle facevano sempre, per ogni cosa. Ridevano, facevano amicizia, ridevano, si pugnalavano alle spalle, ridevano, facevano pace, ridevano, si spalmavano o iniettavano lo Staminox, ridevano.

Alla fine, comunque, era uscita, per frequentare il liceo al quarto livello grazie a una borsa di studio parziale, ma non aveva tolto il naso dal lettore, anche perché a quel punto non poteva, se non voleva farsi bocciare: sempre meglio, comunque, che guardare lo sceneggiato in voga in quegli anni, Autostrade, che ormai doveva essere arrivato alla novecentomillesima puntata, più o meno.

Non era per lei il secondo livello, e per quanto volesse bene a sua madre, non voleva tornare laggiù.

Che cosa faccio, adesso?

Il quinto giorno le fu concesso di andare un po’ in giro per il reparto, oscurato e sgomberato dai giornalisti. Se solo fosse stato così facile sbarazzarsene anche nella vita fuori di lì.

Più che una clinica, la Allend sembrava un albergo di lusso, con il parquet per terra, vasi di palme illuminati da lampade solari, una piscina riscaldata e una saletta per le proiezioni (off limits, come chiarì Max coi suoi consueti modi amabili). Nei distributori si trovavano tranci di salmone e lattine di champagne, e i robot pulitori erano i più silenziosi che avesse mai visto in vita sua, esteticamente accattivanti, tutti smalti e cromature.

L’infermiera disse che la clinica era blindata. “I giornalisti piantonano il reparto notte e giorno, non si preoccupi, i vetri sono infrangibili e insonorizzati.”

Lem stava per chiedere per quale motivo dovesse preoccuparsi, ma l’altra proseguì: “Per di qua c’è la saletta di ricreazione e il giardino.”

La saletta di ricreazione era un vero e proprio centro fitness, nel quale si aggiravano pazienti che fino a quel momento aveva visto sempre sul telovideo. Una famosa cantante Drod la fermò per chiederle se lei era proprio quella Lem Nakamura, pretese di prendere un caffè insieme e le disse che trovava adorabile la sua pettinatura.

“Non credevo di essere tanto famosa – disse all’infermiera, quando la riaccompagnò in camera – qui è pieno di gente che sul telovideo ci compare tutti i giorni.”

L’infermiera – umana, bionda e meno bella della cantante Drod, cosa che in quel momento le parve fantastica, spiegò: “Nessuno di loro è un eroe, dottoressa. A New Babel certe cose non succedono spesso, e lei, beh… è tutto vero, capisce? Non è un film, anche se lo diventerà presto. Ma quello che ha fatto lei è vero, non è stato uno show.”

Lem annuì, capendo esattamente il concetto. A New Babel l’industria dello spettacolo era una macchina gigantesca che fagocitava tutto, ma ormai era difficile che ci fosse qualcosa di veramente nuovo. Tutto veniva sfruttato alla nascita, tutto era imballato, inscatolato e venduto. Tutto era finto, e dava emozioni finte agli spettatori, che di conseguenza chiedevano roba sempre più forte. Al primo livello il traffico di Psicophine era un problema che perfino i Drod trovavano difficile risolvere, e su ogni livello di New Babel si potevano trovare sale proiezioni che ti davano il brivido della morte che preferivi. O dell’omicidio. O del martirio. O della vita ultraterrena, molte chiese offrivano quel servizio, in cambio dell’adesione al culto. C’erano dark room virtuali, per le pratiche sessuali più estreme, e non erano pochi i film tratti dall’equivoco di aver strangolato una persona vera anziché una bambola di gomma – cosa impossibile, date le misure di sicurezza, ma nessuno ci faceva caso, a parte qualche critico cinematografico.

Ma lei, con il suo eroico gesto, aveva commosso sul serio la gente: tutti aspettavano trepidanti il giorno della dimissione, e Lem era sicurissima che la clinica filtrasse centinaia di inviti a talk show su tutti i livelli. L’idea di uscire e trovarsi presa tra gli ingranaggi di quella macchina enorme la terrorizzava.

Non è così, avrebbe voluto dire, non è come credete, in quel momento non potevo fare altro… già faceva fatica a non rispondere male alla madre, quando le ripeteva come fosse orgogliosa di lei, con un tono così tronfio da farle venir voglia di urlare. Sono morte tre persone, i due terzi degli aborti del laboratorio, ho perso il lavoro e cinque mesi della mia vita, e mi dici che sei orgogliosa?

Scrollò le spalle per liberarsi di quei pensieri. “Come sta l’aborto ibrido? Ho letto che si è salvato, ma poi il dottore mi ha censurato le trasmissioni.”

“Cresce bene, dottoressa. La gestazione non è ancora finita, c’è un reality che la segue ventiquattr’ore al giorno. Ieri ha avuto il singhiozzo, era così carino! Non me ne perdo una puntata, sa?” L’infermiera sembrava emozionata.

Lem pensò che il peggio, quando succedono certe cose, non è mentre succedono, ma dopo, perché il dopo dura fino alla fine.

Forse è per questo che gli eroi muoiono, le venne da pensare, perché altrimenti dopo non sono più eroi, ma soltanto gente che non ne può più.

 

Il sesto giorno, Lem fece appena in tempo a nascondere il lettore sotto il cuscino prima che il primario facesse irruzione, con il suo solito modo brutale. Notò che si era fatto la barba, ma con tale furia che l’angolo della mascella gli luccicava di fibrina spray, dove si era tagliuzzato. Per un medico capace di manipolare cellule neuronali, innestarle su un sistema compromesso, e farle funzionare rimettendoti a nuovo senza toglierti nulla o quasi della tua identità personale, era davvero comico.

Appena entrò, sua madre balzò in piedi e gli sorrise. “Dottore, che piacere! Oggi Irene è riuscita a fare quasi tre chilometri sul tappeto mobile, sa?”

“Hurrà.” Max guardava la cartella clinica, rigirando il modello 3D che, a parere di Lem, le faceva un sedere grosso come un canotto. “Domani mattina ci salutiamo, dottoressa. Deve tornare tra dieci giorni per il controllo, e poi tra sei mesi per il test sul lungo periodo. Vedo che ha rifiutato la psicoterapia.”

“Sì – Lem ignorò la stretta di paura al pensiero di lasciare quell’ambiente protetto, per andare incontro a un destino sconosciuto – non ho voglia di parlare di quel che è successo.”

“Dovrebbe, invece. Sarà già sottoposta a sufficienti fattori di stress, per aggiungere anche questo.”

Sua madre rimirava il Drod come se non vedesse l’ora di pagargli un extra, per il lavoro svolto.

Adottò un tono freddo: “La mia migliore amica è stata ammazzata, e con lei due miei colleghi. Gli aborti di cui mi occupavo sono stati massacrati. Se seguo la psicoterapia, torneranno in vita?”

“Lem! Che modi sono?”

“Lasci stare, signora – Max non alzò gli occhi dalla cartella, neanche quando la madre lo invitò, con tono complice, a chiamarla Cherry, come facevano tutti – la terapia fa parte delle cure, specie in un caso come il suo. Se frequenta la palestra per rimettere in forma il fisico, dovrebbe preoccuparsi anche della sua mente.”

“L’unica cosa che mi serve sono delle risposte, e un terapeuta sta solo lì a farti domande, della levatura intellettuale di: come ti senti rispetto alla morte di Monica?. Su questo posso risponderle anche subito, se vuole saperlo.” Adottò volutamente un tono ostile, sapendo che sarebbe stato registrato nella sua cartella come causa del rifiuto a farsi curare.

Sua madre guaì per tanta maleducazione e lanciò un’occhiata ansiosa a Max, che però non parve turbato. Evidentemente quel giorno i cronisti erano stati sbattuti fuori prima del suo arrivo, e l’iracondia del Drod doveva essersi sopita, almeno temporaneamente. “E quali risposte vorrebbe?”

“Per esempio, chi erano quei terroristi venusiani che ci hanno assaliti.”

“Una cellula di antiabortisti, non l’ha visto al telovideo?”

“Gli antiabortisti li conosco bene, spiacente. Sono idioti, ma innocui. Quelli erano professionisti.”

Finalmente Max si degnò di alzare gli occhi dalla cartella. “Adesso è un’esperta in operazioni militari, dottoressa? Credevo che il suo campo fosse la biologia staminale, specializzazione interspecie.”

“Il problema, dottore, è che io c’ero.”

“Sì – Max spense la cartella e tirò fuori lo scanner – lei c’era. Per questo dovrebbe farsi curare, prima di cominciare a vedere complotti ovunque, caso classico. Lo stress post traumatico può essere molto insidioso, dottoressa.”

Lem lo lasciò scrutarle dentro le pupille, oltre il nervo ottico, verso le cellule che ormai funzionavano senza più fare male. “Avevano maschere venusiane per rendersi irrivelabili dalle webcam a infrarossi. Quelle cose sono fatte per resistere all’atmosfera di Venere, e non c’è sensore che possa penetrarle: devono proteggere un organismo umano dagli acidi e i gas che macerano a settecento gradi centigradi, in una giornata buona. Avevano una mira eccellente, da tiratori scelti, e se lo dico io, può credermi. Vuole dirmi che non erano dei professionisti?”

“Dottoressa, si faccia analizzare: quanto mi dice dimostra che lei sta scivolando lungo una china pericolosa, di manie persecutorie. Se anche erano organizzati come lei dice, rimangono una cellula impazzita di una frangia di estremisti. D’accordo che a sentire il telovideo chiunque con un briciolo di cervello penserebbe che racconta cazzate, ma che interesse avrebbe il Dace a mentire?”

“Giusto – mormorò Lem, mettendo a fuoco il medico dietro lo scanner – che interesse avrebbe?”

Max spense il suo strumento. “Rifiuta l’analisi contro il mio parere, dovrò annotarlo. Ci rivediamo domani per la dimissione e la stramaledetta conferenza stampa: è fuori questione che possa esporsi a quegli sciacalli senza il suo medico, e le sconsiglio caldamente di sollecitare la nuova memoria in maniera sconsiderata, anche in futuro. Abbiamo già fin troppi idol del telovideo, tra sei mesi sarà bella che dimenticata, in tutti i casi.”

L’espressione di sua madre si fece afflitta, a quelle parole. Per Cherry era la grande occasione, perderla sarebbe stato da stupidi.

“Lo so.” Lem tacque un attimo: era pronta ad accettare i consigli medici per quanto riguardava la convalescenza fisica, ma sull’altra cosa era sempre meno disposta a lasciarsi blandire. Correva un rischio, forse, ma…

“Dottore, se si trattava di una cellula di antiabortisti fanatici, per quale motivo hanno cercato di prendersi l’aborto ibrido?”

Non lo chiese per polemizzare: Max era un Drod, e i Drod erano collegati al Dace, tutti. Senza ombra di dubbio, avrebbe scaricato quella conversazione a disposizione dei servizi di sicurezza, e nel giro di qualche minuto, tutti i Drod autorizzati a sapere qualcosa di quella storia, avrebbero saputo che lei, Irene Nakamura nickname Lem, ben lungi dal voler dimenticare, aveva appena iniziato a porsi domande.

In qualche modo, dovranno arrivare delle risposte. Non vorranno rischiare che cominci a chiedere queste cose in diretta telovideo.

Incontrò gli occhi scuri, imperscrutabili, del primario di fisiologia cerebrale della clinica Allend, che parve sul punto di dire qualcosa. Invece si alzò.

“A domani, dottoressa.”

Ha capito. Ha capito che non volevo iniziare una discussione, ma mandare un messaggio.

“Com’è bello!” Sua madre l’osservò rapita, mentre usciva. Di sicuro Max, coi suoi sensi superiori, l’aveva sentita, ma fece finta di niente. “I Drod dei livelli bassi non sono così… così…” Fece un gesto estatico.

No, non lo sono. Sembrava che la qualità dei Drod salisse, al salire dei livelli, proprio come saliva il livello qualitativo medio delle persone. Era una cosa che il telovideo non mostrava, nella sua piatta bidimensionalità: non era niente che si potesse vedere, se non di persona. O così, o è soltanto che mi trovo meglio con la crema della società. Che strano, eh?

“Non possono permettersi gli innesti che hanno qui, mamma. Ma non è che i controllori del secondo facciano pena.”

“Eh, lo so – sospirò teatralmente – ma il tuo medico è un’altra cosa… ha talmente tanto fascino!”

“E’ sposato, mamma.” Aveva notato quasi subito la fede, visto che quelle mani la rivoltavano di continuo da tutte le parti. Non riusciva proprio a immaginare che partner potesse avere, un individuo del genere, e aveva concluso che Max aveva l’anello per scoraggiare eventuali approcci. “Non credo proprio che un Drod sia così stupido da rischiare il divorzio per inadempienza contrattuale.”

“L’inadempienza c’è soltanto se si viene scoperti – la madre si alzò, spazzolandosi i pantaloni di sintoseta – non preoccuparti per me, tesoro… non hai bisogno di niente adesso, vero?”

“Mamma, ti prego. E’ il mio medico, sarebbe imbarazzante.”

Parole al vento. Con la scusa di andare a prendere una bomboletta di carne bianca al distributore, sua madre uscì e svoltò nel corridoio dalla parte dove si era diretto Max.

Lem sospirò, riprese il lettore da sotto il cuscino e si accomodò sul letto, guardando la webcam che tutto controllava. La lucina rossa intermittente era troppo simile a un puntatore laser, per piacerle

“Dovete proprio pensare che io sia stupida, o che non cercherò di capirci qualcosa. Monica è morta per questa puttanata, se volete tenermi buona, datemi delle risposte, ecco la terapia che mi serve. Risposte convincenti, non le cazzate del telovideo!”

Ma la webcam rimase lì ferma, il suo occhio nero con la spia che lampeggiava, e nessuno fece irruzione in camera per un colpo di scena, come sarebbe avvenuto se quello fosse stato un film.

Mancava un giorno alla fine del mondo.

 

Quella sera, verso le undici, stava passando la tessera al distributore, con irritazione crescente, quando un’ombra la coprì e la fece voltare.

“Dottore – tentò di nuovo con la tessera, senza successo – è inutile, questa baracca si è rotta.”

Max tirò fuori la propria e la passò. La lucina verde si accese, il Drod digitò il codice, e prese la bibita dal vano. “Cosa stava cercando di acquistare?”

“Qualcosa di grasso e fritto, con molto sale.” Fissò il medico con avversione improvvisa. “Mi ha censurato la tessera?”

“Le cose grasse e fritte, con molto sale, esulano dalla sua dieta, dottoressa. Potrà resistere ancora un’ora o due, prima di essere fuori, spero.”

Brontolando, Lem rimise in tasca la tessera e fece per avviarsi verso la camera. Aveva fatto pochi passi che si accorse che il Drod la seguiva, ciucciando senza ritegno la sua bibita pieni di zuccheri. Gli avrebbe tirato un calcio negli stinchi, se questo non avesse significato ammaccarsi il piede e basta. “Vuole assicurarsi che non usi quella di mia madre?”

“No, dottoressa. Vorrei che mi ascoltasse, per una volta.”

“Appena uscirò di qui, mi farò una pizza peperoni, olive e acciughe, una porzione di patatine fritte straunte di maionese, e per dessert mousse al cioccolato con panna. E Coca Cola, litri di Coca Cola.”

“Allora farà bene a sbrigarsi. Non potremo tenerli lontano in eterno.”

Buttò il bicchiere di carta nel riciclatore, l’afferrò per un braccio e la spinse in camera, poi mise il blocco alla porta scorrevole. Lem cercò istintivamente di liberarsi, ma la presa di un Drod non era qualcosa da cui un essere umano potesse liberarsi.

“Mi lasci! E’ impazzito?”

“No, ma finirà per succedere, se non si sbriga. Si vesta, si prepari. E prenda questo.” Le porse un documento di carta, vidimato e firmato. Sbigottita, Lem vide che era il suo foglio di dimissione.

“Ma non dovevo andarmene domani?”

“Con un esercito di giornalisti ad attenderla, certo. Dopo il dispendio di risorse per rimetterla in salute, crede che abbiamo voglia di vederla morta?”

Lem rimase fulminata da quelle parole. Senza curarsene, Max andò all’armadio, prese manciate dei suoi effetti e li gettò sul letto. “Si faccia una doccia, si tolga quel camice da ospedale, si tolga quell’aria da paziente d’ospedale, dottoressa. Usciremo da una porta secondaria, ci sono dei cronisti accampati nell’atrio fin da oggi pomeriggio, e non possiamo cacciarli, per non destare sospetti. In questo posto ci sono sempre giornalisti, visto il livello medio dei pazienti. Ah, un puro scrupolo personale…” Accese lo scanner, le scrutò negli occhi, annuì soddisfatto e la spinse verso il box doccia. “Si sbrighi!”

“Se mi volesse spiegare…”

“Le sarà chiarito tutto appena fuori di qui. Adesso dobbiamo pensare soltanto a uscire dalla clinica, dopodiché sarà abbastanza al sicuro. Dottoressa – parve spazientito nel vederla paralizzata, di fronte a quell’improvvisa emergenza – come suo medico, e come suo collega, penso di meritare un briciolo di fiducia, ma se ha deciso di puntare i piedi proprio adesso, non avrò nessuna difficoltà a portarla via di peso. Viene con le buone, o devo sedarla e caricarmela in spalla?”

Non aveva scelta. Era impensabile sfuggire a un Drod, l’avrebbe ripresa prima ancora che potesse abbattere la porta scorrevole. Esitò, con le mani sui bottoni del camice.

“Si volti, e già che c’è mi spieghi chi è che dovrebbe volermi morta.”

Max si voltò. “La macchina della celebrità, dottoressa. Lei è diventata un bell’affare miliardario, per chiunque riuscirà a metterle le mani addosso. Il problema è che ha mostrato scarsa propensione a farsi acchiappare, quindi preferiranno smembrarla e prendersi una briciola ciascuno. Meglio che niente, dal loro punto di vista.”

L’acqua scrosciante della doccia le diede l’isolamento necessario per pensare, o almeno provarci. Cosa stava succedendo? Era a New Babel, non in un film scadente di quart’ordine, dove c’era sempre un complotto dietro l’angolo, o un Drod impazzito che si era bruciato la programmazione primaria, o…

“Ha deciso di mutare in anfibio, dottoressa? Si muova!”

La sua borsa, che aveva fin dai tempi della scuola, era già stata riempita di tutti gli effetti personali, senza nessuna cura: sporgevano bitorzoli da tutte le parti, e quando Max se la gettò in spalla, Lem vide una manica penzolare fuori, come una lingua. Non fece commenti, e si infilò l’unica tuta rimasta. Un paio di slip, una maglietta con cappuccio, un paio di calze, un paio di scarpe da ginnastica che non ricordava di avere, prima del grande salto. Niente reggiseno, e si chiese quanti altri dettagli della sua vita privata conoscesse quel fottuto Drod, e di conseguenza mezzo Dace, per sapere che lei lo portava di rado.

“Vuole almeno dirmi dove andiamo?”

Max sbloccò la porta e le fece cenno di uscire. “Cammini dritta verso la porta del reparto, non si guardi intorno e non si fermi.”

Lem notò che i vetri erano stati tutti oscurati, e anche le webcam sembravano spente. Trottò obbediente, sapendo di non poter far altro, e l’aria più fredda dell’esterno le colpì il viso, quando Max fece scorrere la tessera sulla porta. La guidò agli ascensori.

“Tenga su il cappuccio. Se incontreremo qualche infermiera, non succederà ma se dovessimo incontrarla, lei rimanga dietro di me, ha capito? E’ vitale che la sua retina non venga scansionata.”

Lem si tirò su il cappuccio. Mi hanno modificato la retina. “E non desterò sospetti?”

“Ai sospetti si sopravvive, ai proiettili no.”

Cercava di stare calma, di ricordare che il suo medico era un Drod, e che i Drod tutelavano i sapiens, ma ugualmente la paura cercava di risalire le pareti del suo corpo, da dentro. “Mi sta spaventando, dottore.”

“Mi dispiace. E mi dispiace dirle che sto per spaventarla ancora di più…”

L’ascensore si fermò a un piano intermedio, Max lo aprì esercitando pressione con le mani, senza usare la tessera, la spinse fuori. Invece di dirigersi lungo il corridoio, andò a una finestra e la fece scorrere. Da fuori entrarono buio e freddo.

Lem indietreggiò, terrorizzata. “No, assolutamente no, io…”

“Siamo solo al terzo piano, dottoressa. Un saltino, paragonato al volo che ha fatto qualche mese fa.”

Ma questo era troppo, per Lem. Si voltò e cercò di scappare, perché non voleva farlo, anche se c’era un Drod a impedire il peggio, non voleva nel modo più assoluto sentire di nuovo l’aria che correva sopra di lei e il suolo che le precipitava addosso, per nulla al mondo. Era tutto troppo strano, troppo ignoto, e l’unico istinto a cui poté dare retta fu cercare di sottrarsi al pericolo.

Non ci andò nemmeno vicina, ovviamente. D’un tratto i suoi piedi avevano perso contatto col suolo, e due braccia simili ad argani le ancoravano spalle e ginocchia, premuta addosso a un camice bianco che odorava di colonia. Si dibatté nel tentativo di liberarsi, avvertì il salto quando Max balzò sul balcone, e poi l’orrore dell’aria tutt’intorno e della sensazione dello stomaco che risaliva fin dietro i denti serrati. Avrebbe gridato, se il diaframma non fosse stato preda di una completa paralisi.

L’impatto fu violento, lo sentì in tutto lo scheletro, ma le braccia del Drod sobbalzarono come due perfetti ammortizzatori, e un attimo dopo si sentì mettere giù. Max la sostenne per le spalle finché non ebbe recuperato il controllo delle gambe.

“Brutto figlio di puttana – disse quando le si sbloccò il petto – avevi parlato di una porta, brutto figlio di una puttana schifosa…”

“Curioso come gli insulti sopravvivano alla loro epoca storica, non trova? Per di qua, dottoressa.”

Il buio, in quel punto, era attutito soltanto dalle luci delle finestre, e Lem intravvide le crepe nel cemento, che il loro impatto aveva lasciato sul marciapiede. I film non esagerano, pensò, prima che Max la guidasse verso un sottopassaggio. In giro non c’era nessuno. Notò che le webcam spegnevano la lucina rossa, quando vi transitavano davanti, per riaccendersi l’attimo dopo. E, di certo, non era un giochino fittizio, come quando si cercava di spegnerle in locale.

Una breve disfunzione, in un ambiente dove nulla si muoveva, uno stacco che nessuno avrebbe percepito: sezione di parcheggio prima, sezione di parcheggio dopo.

Era un piano sotterraneo, un parcheggio e un luogo di scarico. Perfino lì, il lusso della clinica Allend si manifestava in aiuole fiorite, illuminate artificialmente, e nelle scanalature delle colonne, con la base formata da panchine di marmo. C’erano svariate automobili dall’aspetto costoso, e Lem si chiese quale appartenesse al luminare che la trascinava lungo la parete, sotto il gioco di prestigio delle webcam che chiudevano i loro occhi per farli passare.

In fondo al sotterraneo, verso le rampe d’uscita, era ferma a mezz’aria una limousine nera, coi finestrini oscurati. Max infilò la tessera nella portiera, che si aprì con un rumore sommesso di ammortizzatori.

“Qui ci salutiamo, dottoressa Nakamura. Speriamo che il volo non abbia danneggiato niente nella sua testa, ne avrà bisogno.”

L’interno della limousine era adombrato da una luce soffusa, si vedevano soltanto sedili in pelle e tappetini di erba sintetica. Entrò senza esitazione, in parte perché era la sola scelta concessale, in parte perché sapeva che era l’unico modo di capirci qualcosa. “Non vuole scannerizzarmi un’ultima volta?”

“Ho già tutto il materiale che mi serve, per l’intervista di domani.” Max  indietreggiò per far richiudere la portiera, dopo averle buttato la borsa sulle ginocchia. Lem la strinse. Di colpo, si sentiva sola e vulnerabile, adesso che il suo protettore sembrava uscito di scena. L’erba sintetica scricchiolava spiacevolmente sotto le suole.

“E’ un piacere conoscerla, dottoressa Nakamura.”

Alzò di scatto la testa. Dall’altra parte del sedile, comodamente appoggiato allo schienale imbottito, un individuo fumava e la guardava. Il fumo veniva aspirato dai condizionatori con tanta discreta celerità che non si sentiva nessun odore, in quell’ambiente circoscritto. In equilibrio su un ginocchio, la sua cartella clinica proiettava un ingrandimento del viso.

Ostentando una calma che non possedeva, Lem mise da parte la borsa e si raddrizzò, mentre la limousine si avviava, facendoli inclinare durante la rampa di salita.

L’individuo sembrava un Drod, a giudicare dalla perfetta simmetria dei tratti, ma c’erano profondità inquietanti negli occhi, verdi come giada, quasi fosforescenti nella penombra ovattata. Vide riflettersi in essi il modello 3D, prima anche che lui si raddrizzasse e spegnesse la cartella, come chiudendo una divagazione con la quale aveva ingannato l’attesa.

I tratti erano occidentali, i capelli castano chiaro spuntati sul collo. Di età, non doveva essere molto più anziano di lei, anche se coi Drod indovinare era sempre un rebus. Nulla, nel suo abbigliamento, dava il minimo indizio su chi potesse essere, tranne che apparteneva chiaramente agli strati sociali più alti. La giacca sportiva era semiaperta. Lem vide il luccichio di ceramica di una pistola, cosa che la fece trasalire. L’altro non commentò, ma si abbottonò la giacca, nascondendo l’arma.

“Gradisce qualcosa da bere?”

“Gradirei avere delle risposte. Chi è lei?”

Invece di parlare, lo sconosciuto distolse lo sguardo da lei per fissarlo sul piano bar dall’altra parte del sedile. Senza che lo toccasse, lo sportello si aprì, e una bottiglia con due bicchieri alti scivolarono fuori, posandosi dolcemente sul tavolino. Il tappo della bottiglia saltò via, per effetto di una forza che non era manuale, rimbalzò contro il soffitto, e sparì sull’erba sintetica dei tappetini.

Fu solo a quel punto che lo sconosciuto si scomodò a prendere la bottiglia umida di condensa, per versare nei bicchieri lo champagne frizzante, dalla ricca schiuma. Li sollevò mettendoli controluce per esaminarli, quindi gliene porse uno. Era un gesto di estrema cortesia, considerando che non aveva bisogno di usare le mani, per farlo.

“Capisco – disse Lem, accettando – un ibrido.”

2 thoughts on “Capitolo 5”

  1. Elnor says:

    Buon ritmo, serrato, colpi di scena ben gestiti, quasi “puliti”.
    Mantieni l’atmosfera e giostri con abilità con la curiosità del lettore. Brava.
    Fin qui, a parte l’inizio lento e un po troppi termini fantascientifici direi che è un buon lavoro.
    Hai già trovato un editore?

    1. Lem
      Lem says:

      A dire il vero manco sto cercando 😛

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*