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Capitolo 4

Ventidue ore dopo aver preso vita, il Dace aveva cancellato la costruzione barocca, levantina, contraddittoria, piena di orpelli inutili, che era la società moderna, e l’aveva sostituita con un programma di conservazione della specie perfetto in ogni particolare. […]

Ventotto ore dopo, iniziarono i lavori di costruzione delle strutture necessarie. Esecutori materiali furono, in quelle prime fasi, quasi esclusivamente i droidi, perché l’umanità sopravvissuta all’epurazione (più che sufficiente ad assicurare la sopravvivenza della specie) aveva tempi di reazioni assai più lenti rispetto alle creature di cui erano stati padroni fino al giorno prima; ma, in capo a un mese, sotto l’attento controllo dei nuovi Drod, quasi tutti i sapiens erano perfettamente integrati nel nuovo programma.

 

(“Le Prime Ore del Primo Giorno” ed. Cartesio)

 

Da qualche parte, sapeva dove finiva la sua epidermide e dove cominciava l’esterno, ma era la sua epidermide a non trasmettere chiara l’informazione. Le azioni involontarie – sbattere le palpebre, sentire, respirare, crampi muscolari, controllo degli sfinteri, il sonno e la veglia – erano appena al di là della sua capacità di servirsene, sospese in mezzo alla colla. Faceva caldo, e qualcosa di unto e denso era spalmato su di lei, qualcosa che impediva al corpo di macerare in quell’immersione.

Poco a poco, acquisì la consapevolezza di stare rannicchiata, mentre sentiva correre su e giù lungo la colona vertebrale. Sembrava un millepiedi, ma pungeva da matti. Cercò di opporsi, ma la colla era troppo forte.

Voglio uscire, fu il primo pensiero cosciente, una scarica dolorosa di una serie di neuroni attraversati dall’improvvisa sollecitazione, dopo un tempo di buio, silenzio e inattività. Il dolore crebbe, aumentò fino a un livello insopportabile, perché a quel primo pensiero molti altri seguirono, pensieri che correvano per riprendere ciascuno il proprio posto, sterzando in aree chiuse e voltandosi in cerca di una nuova collocazione, un tormento mostruoso, peggiore del millepiedi che adesso era dentro la colona vertebrale, e sembrava pompare bollicine

(midollo osseo ecco cos’è lo sapevo e adesso lo so di nuovo dio che male lo so ma fa male)

al centro esatto del suo corpo, bollicine roventi che si dipanavano dappertutto, che crepitavano e sfrigolavano sulle pareti interne dello scheletro, e uscivano anche, arrivavano ai muscoli e ai tendini e in tutti gli organi, sentì il male straziante del cuore che veniva compresso e dilatato, compresso e dilatato, compresso e dilatato. Perse conoscenza.

 

Gli occhi si muovevano dietro le palpebre, ma erano talmente gonfie e pesanti che aprirle era fuori questione. Avvertiva la punta delle dita, adesso, piccole parti sensibili là in fondo, da qualche parte. Le sinapsi erano ridotte a una sorda sofferenza al centro della testa. Il millepiedi pungeva gli strati più superficiali del suo essere, e fu quello il primo indizio di dove fosse il confine del suo corpo. Capì che abbracciava le ginocchia, sentì la pressione smussata delle rotule contro la fronte. Provò a muoversi, ma ottenne soltanto di ruotare adagio, immersa nella colla. Dopo del tempo, il millepiedi sembrò dissolversi. Dormì.

 

A poco a poco, cominciò a percepire il buio della notte e la tenebra attutita del giorno. A volte era accecante, quando un fascio di luce arrivava dritto ai nervi ottici, e allora tendeva tutti i muscoli e cercava di contrastare la pressione contraria della colla, per allontanarsi dalla fonte di fastidio. Fu durante una di queste manovre che sentì col piede una superficie elastica e cedevole, che la respingeva mollemente. Una parte di quella superficie era spugnosa, e da lì arrivava a intervalli regolari qualcosa di caldo, che correva fino al ventre, colmandolo di qualcosa che rassicurava e calmava. Continuava a cercare di respirare, ma si dimenticava sempre più spesso di farlo, perché non era necessario: quel calore bastava.

 

A volte, il dolore tornava, ed era insopportabile. Qualcosa perforava il suo rifugio sicuro, attraversava la colla, penetrava in lei scaricandole dentro liquidi roventi e torturanti, altri millepiedi o acidi che bruciavano per lungo tempo, dopo che il buio tornava a dirle che era finita. A volte il dolore toglieva, anziché dare, e sentiva liquidi dentro di lei che venivano risucchiati, oppure (ed era la cosa peggiore) qualche che si tagliava, fibre che sparivano nel buio della colla e non tornavano indietro. In quelle occasioni, dopo il dolore della sottrazione, c’era sempre il dolore di qualcosa che veniva iniettato, e poi non ricordava più niente. Si chiamava

(sedazione)

e veniva fatta dopo perché… perché… lo sapeva il perché, c’entrava con le nanomacchine, con la sedazione che avrebbe sedato anche loro rendendole inutili, e quindi calmavano il male dopo aver lavorato e non prima, ma non voleva né l’una né le altre, voleva soltanto fluttuare nella colla e divertirsi a colpire la superficie elastica. Diventava sempre più forte, ogni volta la gamba si allungava un po’ di più e deformava la parete un po’ di più. Poteva muovere individualmente ogni singolo dito, adesso. Le punte si chiamavano polpastrelli ed erano morbide.

 

Io sono io. Qui finisco io, là comincia il mondo.

Raddrizzò la testa, vincendo per la prima volta la pressione della colla, rendendosi conto che non era colla, ma soltanto liquido, che poteva muoversi come voleva, perché era più forte di qualsiasi costrizione. Quando sentì perforare i confini della sua epidermide, s’infuriò e afferrò l’ago, lo sentì spezzarsi tra le dita, era così sottile e fragile che non poteva resistere. Ma non poteva contrastare tutti gli aghi, e molti altri entrarono e tolsero e iniettarono, nella tenebra abbacinante delle luci puntate, e per la prima volta le sue orecchie furono stimolate da delle voci, niente più che un vago disturbo lontano, e capì che poteva sentire di nuovo.

Fatemi uscire! Fatemi uscire!

Il cuore dentro di lei pulsava e pulsava, ma non faceva più male. Era suo alleato, adesso, non un nemico che pretendeva di sbatacchiare dentro a tormentarla, come tutto il suo corpo, non più camera delle torture, ma rinchiuso con lei in quella membrana elastica e cedevole, intollerabile. Lottò con tutte le sue forze.

Aghi, molti. Il buio divenne completo, i muscoli si rilassarono. La colla tornò a bloccarla.

 

La membrana scivolava, non offriva presa alle dita. Sentiva le unghie strisciarci sopra, fluttuare via senza risultato, e la sua rabbia non faceva che crescere. Voleva uscire.

Il liquido ormai era poco, bastava appena a riempire gli spazi vuoti tra lei e la membrana, si stava stretti, non poteva più tendersi come prima, non senza rompere tutto… ma era quello che voleva.

Tese le braccia avanti, allungò i piedi più che poté, sentì la membrana dilatarsi e allungarsi e tendersi, non finiva mai, sentì un ago penetrare, non finiva mai, e il buio ricominciò a calarle addosso, ma d’un tratto tutto scrosciava, era diventato tutto chiassoso e abbacinante e pesantissimo, il suo corpo pesava, i polmoni bruciavano, era tutto umido e viscido e bianco, con delle figure nere tutt’intorno.

Le orecchie furono perforate da rumori dolorosi, qualcosa le forzò bocca e narici aspirando il liquido, i conati la scossero e la nausea per quella pesantezza improvvisa di un corpo scalciante la sommerse. Le luci sfumarono, si abbassarono. Qualcosa di morbido le strofinò la faccia, tolse la vernice caseosa dagli occhi, dalle ciglia incollate. Poi due dita stupratrici dilatarono le palpebre e un fascio bianco le colpì il nervo ottico, facendola urlare da dietro le cannule. Le sentì vibrare fin dentro i polmoni.

“Pupille nella norma, ottimi riflessi – capiva le parole e il loro significato, ma il suo cervello era troppo traumatizzato per catalogarle secondo il senso che avevano – esame del sangue, elettroencefalogramma, mappatura del DNA, tutto il pacchetto. Sedazione, prego, prima che le venga una crisi.”

Sentì uno strappo indolore giù, in mezzo alla pancia, quando recisero e legarono il cordone ombelicale. Lo sentì pulsare, sempre più piano, e poi sparì dalla sua esistenza, un mozzicone di carne morta destinato a seccarsi e cadere. Lottò per aspirare l’aria, ma una di quelle voci che dicevano cose che capiva senza capirle la invitò invece a espirare, per poter togliere la cannula. Eseguì e le venne da vomitare, ma dopo l’operazione di pompare nei polmoni risultò molto più facile.

La luce. Le luci. Aveva il cervello invaso dalle luci e dai rumori, li vedeva con gli occhi, con le mani, con i piedi, con le gambe… cercò di sottrarsi alla luce, ma erano dappertutto e sentì i nervi guizzare da ogni parte, nel tentativo di sfuggire. Sentì gli occhi rovesciarsi, il tremito che si propagava, mentre continuava a vedere le luci perfino con le unghie e i capelli.

“Sedazione, porca vacca! Infermiera!”

L’ago era piccolo e innocuo, stavolta. Entrò indolore nel braccio, buio liquido, che si diffuse nell’organismo cacciando via la luce e il rumore. Le palpebre calarono come saracinesche, e niente di ciò che stava succedendo lì attorno la riguardò più, con suo indicibile sollievo.

 

Quando si svegliò, sapeva di stare svegliandosi, proprio come quando ci si alza dopo una bella dormita. Sbatté le palpebre alcune volte prima di mettere a fuoco un soffitto imbiancato, cemento, non plastica. Seguendo con gli occhi la parete, vide che c’era un bel controsoffitto azzurro chiaro. Respirò diverse volte perché la frescura entrasse in ogni cellula, e nel farlo si rese conto di avere la bocca secca.

“C’è qualcuno?”

Un movimento ai margini si concretizzò in un’infermiera, camice bianco e bustina con la croce rossa in testa. Sono in ospedale. Era una banalità, ma pur sempre la prima conclusione che quel suo povero cervello massacrato riusciva a trarre per conto proprio senza soffrire le pene dell’inferno. La serviva fedelmente da tanti anni e lei l’aveva sempre trattato come una pezza da piedi, poveraccio.

“Ben svegliata, dottoressa. Respiri a fondo, prima di togliere la maschera, vuole?”

Ora che lo diceva, Lem avvertì intorno alla bocca e al naso i contorni di gomma di una maschera a ossigeno. Gonfiò i polmoni una, due volte, poi sentì le dita fresche dell’infermiera che toglievano gli elastici. L’aria calda della stanza la fece ansimare un attimo.

“Ho sete…”

Una cannuccia a fisarmonica arrivò sotto il suo naso. Il liquido era tiepido e schifoso, ma sentì lo stomaco torcersi come se volesse raggiungerlo, prima ancora che arrivasse in fondo all’esofago. Quando l’infermiera le sottrasse il bicchiere, mugolò.

“Abbia pazienza, deve passare il primario per la visita. Se darà l’okay, potrà mangiare qualcosa e mettersi seduta, se vuole, e immagino che voglia. Ma adesso, che ne dice di dormire un po’?”

“Non ho dormito abbastanza? Da quanto sono qui?”

“In camera, da diciassette ore. Ma è rimasta a lungo nella vasca staminale, dottoressa.”

“Quanto?”

“Quattro mesi e mezzo.”

Ci fu un silenzio, durante il quale Lem assorbì il lieve choc di tutto quel tempo rubato alla sua vita. “Come sto?”

“Non ci sono danni permanenti. Visto che sembra così lucida, c’è sua madre che aspetta qui fuori, se se la sente di vederla prima di dormire.”

Lem chiuse gli occhi. Troppe sollecitazioni, il suo cervello chiedeva pietà. Scusa, mamma, e sprofondò di nuovo nel sonno, puro e semplice sonno di stanchezza.

 

Il primario era un Drod, alto, bellissimo, con il camice che sembrava esplodere sotto la pressione dei possenti pettorali, folti capelli scuri, la barba di due giorni e gli occhi di chi ha ormai lasciato la salute mentale dietro l’ultimo angolo. Irruppe nella camera come un uragano seguito dal suo staff, sbraitando che voleva la cartella clinica, gli esami del DNA e sapere come stava, subito, immediatamente. L’agguantò e le separò le palpebre come se volesse conficcarle gli indici direttamente nel nervo ottico.

“Allora, come si sente?”

Svegliata in maniera tanto brutale, Lem non osò chiedere ragguagli. Aveva la netta sensazione che il suo medico stesse assai peggio di lei, per motivi ignoti. Seguì con diligenza la lucina che il primario le agitò davanti alle pupille.

“Beh… ho fame.”

“Fame? Fame?” Il Drod parve sul punto di esplodere, poi, per fortuna, si contenne. “E’ rimasta centotrentaquattro giorni nella vasca, l’ha sfasciata per uscire, e mi dice che ha fame?”

“Dottore – intervenne l’infermiera – la prego. Le sinapsi si stanno ancora riavviando.”

Il primario si costrinse a usare toni urbani e guardarla mentre parlava. “Lo sa che l’abbiamo dovuta ricostruire da zero? Non c’era più niente di niente. E’ rimasta in coma farmacologico per quasi un mese, non potevamo rischiare di svegliarla prima, i danni cerebrali erano talmente estesi che ho dovuto coltivare nuove cellule neurali: il suo cervello è svecchiato di almeno dieci anni, hurrà, ma non credo vorrebbe ripetere l’esperienza. Temo che buona parte dei ricordi della primissima infanzia siano belli che perduti, e altro emergerà dai test, sicuramente. Le nanomacchine hanno dovuto apportare qualche cambiamento, non potevano lavorare in quelle condizioni… tutte le sinapsi tranciate, dagli occhi in giù era da sbatter via. Ogni connessione l’abbiamo fatta pregando che la fortuna non l’abbandonasse, e adesso eccola qua. Con la fame!” Sembrava che l’idea lo esasperasse.

“Mi dispiace per la vasca. Ma era diventata strettina.”

Il Drod assunse un tono acido: “Ci si aspetterebbe che uno scienziato sappia che deve aspettare di essere estratto da un’equipe qualificata, ma no, l’istinto di nascere proprio non lo controllate. Bene, se ha fame, mangi pure, niente grassi saturi o zuccheri semplici, solo carboidrati, proteine e qualche compressa vitaminica. Tutto diluito, reidratatemi un po’ questa schifezza prima della prossima visita, e sodio soltanto con la fisiologica. Ce la fa a mettersi seduta?”

Aiutata dall’infermiera, Lem spostò il baricentro, trovandosi con la testa più in alto rispetto al resto del corpo. Le vennero le vertigini e serrò gli occhi per dominarle. Ci volle del coraggio, per far penzolare le gambe, ma ci riuscì, notando mentre lo faceva che era uno dei nuovi lettini, ultrasottili e regolabili in wireless.

“Posso vedere mia madre?”

“Tra un attimo.” Assorbito dal lavoro, il Drod sembrò tornare in sé, più o meno. L’auscultò, provò i riflessi, le chiese di toccarsi le punte delle dita con le punte delle dita, di guardarsi il naso con entrambi gli occhi, di sollevare una gamba e poi l’altra, di flettere le dita dei piedi. Lem aveva già capito di stare bene, prima che il Drod si tirasse su e le dicesse che in capo a una settimana avrebbe sgombrato la stanza. “Un mesetto di fisioterapia, qualche ritocco con lo Staminox, e potrà lasciarsi tutto alle spalle… se glielo permetteranno, ovvio.”

Una scarica spiacevole attraversò le sue cellule neurali nuove nuove, mentre procedevano a collegare il passato col presente. “Cosa intende dire?”

Invece di risponderle, il primario si volse di scatto verso la porta, che si era aperta con un mormorio discreto. Lem vide sua madre, che evidentemente aveva deciso di aver aspettato più che abbastanza, e che puntò i piedi quando uno dei medici cercò di indurla a uscire. Ma, più ancora che vedere finalmente un viso conosciuto in quel luogo estraneo, fu la vista fuori dalla porta a colpirla, per così tanti motivi che le sinapsi quasi andarono in tilt, prima di riorganizzarsi in modo da rispondere adeguatamente agli stimoli.

C’erano una finestra, una vera finestra che dava su un giardino verde, tra due ali di edifici che imitavano nelle cornici lo stile vittoriano di certi monumenti storici del primo livello, enormi vetrate e balconi di plexiglas, e dall’altra parte del corridoio, simile a un acquario sospeso, una saletta d’attesa. La folla che la riempiva era un caos di videocamere, grida, schiamazzi e altre cose che non afferrò, prima che uno dei medici dello staff premesse il pulsante per chiudere. L’insonorizzazione perfetta escluse immediatamente la confusione.

“LEVATEVI DI TORNO, PORCA PUTTANA!” Il primario sembrava fuori di sé, alla semplice vista di tutta quella gente. “QUESTO E’ UN OSPEDALE! I PAZIENTI HANNO BISOGNO DI CALMA!”

E anche i medici, pensò Lem, poi sua madre fu da lei e il familiare profumo di ginseng, che conosceva da sempre, fu il primo choc piacevole che il suo cervello provasse, da quando era uscita dalla vasca staminale. Non tutti i ricordi dell’infanzia erano perduti, allora. Fu questo a commuoverla, più di tutto.

“Mamma… oddio, mamma…”

“Sssst – le accarezzava i capelli, come a una bambina piccola – è tutto finito, tesoro, adesso è tutto finito, stai tranquilla…”

Continuò a rassicurarla e Lem glielo lasciò fare, mentre un paio di dottori, dietro le minacce del primario, uscivano per sgombrare il reparto dai giornalisti. La sua mente, che ricominciava a funzionare a pieno regime, stava collegando i vari fatti, e prese a tremare, davanti all’enormità dell’accaduto. Ricordava il dolore, la paura, un insetto sopra di lei, e poi le schegge di plexiglas… due braccia che la serravano, l’impatto, e il buio.

Si sciolse dall’abbraccio, per rivolgersi direttamente al primario. “Cosa è successo? Dove mi trovo, dottore?”

Il Drod girò gli occhi spiritati verso di lei. “Clinica Allend.”

Lem rimase a bocca aperta. “Questo spiega molte cose”, mormorò, e gli occhi del medico ebbero un rapido guizzo di umorismo. Di solito i Drod erano spiritosi quanto la maniglia di una porta, ma ai livelli più alti si trovavano quelli maggiormente evoluti, che gestivano le fallacie logiche, trovandole stimolanti. Le era toccato un medico Drod stressato, nevrotico e ironico. Deglutì.

“Una vasca staminale non si nega a nessuno, dottoressa, ma un policlinico del secondo livello non l’avrebbe rimessa a nuovo, garantito. Per la verità, sul piano fisico è anche più in forma di prima, ha risposto ottimamente alle sollecitazioni. L’abbiamo usata come cavia per certi esperimenti di innesto neurale, tanto peggio di così… immagino vorrà visionare le cartelle cliniche.”

“Immagina bene.” mormorò Lem, ancora stupefatta. Come aveva detto lui, le vasche staminali non si negavano a nessuno, ma tra essere curati in un policlinico del secondo livello o in una clinica privata del settimo c’era la stessa differenza che correva tra la tetraplegia e una medaglia d’oro alle Olimpiadi. “Ma come vi aspettate che possa pagare il conto?”

Sua madre aveva abbandonato i tratti orientali, lasciando solo la piega epicantica per allungare il contorno dell’occhio. Aveva una pettinatura diversa da quella che ricordava, molto più appariscente, da telovideo. “E’ tutto coperto, non preoccuparti. Tutto spesato, pensa solo a riprenderti, alle interviste penserai poi, con calma.”

Ci mancavano solo quelle, pensò Lem. “E chi ha pagato per me?”

Il primario spense la cartella clinica. “Lei ha un angelo custode, dottoressa. Dicono che gli eroi, i neonati e i pazzi ne abbiano sempre uno, altrimenti non supererebbero la prima settimana.”

“Ah. E io sarei un neonato, o un’eroina?”

“Per quanto mi riguarda, una pazza.” Lanciò un’occhiata al corridoio e scosse la testa, come se neppure l’isteria bastasse più a tenerlo in piedi. “Deve autorizzarmi a rilasciare una dichiarazione a quegli avvoltoi, o passerò alla storia come il primo Drod che ha violato la programmazione primaria. Non se ne andranno, prima di sapere del suo miracoloso risveglio.”

“Non sarebbe una violazione: il mondo sarà un posto migliore, senza giornalisti.”

L’espressione del Drod si fece sognante, come se stesse avendo una visione, e Lem ritenne preferibile aggiungere subito che certo, autorizzava il medico curante a rilasciare dichiarazioni riguardo il suo stato di salute. Vide che la madre arricciava il naso, come se disapprovasse che sotto le telecamere ci finisse qualcun altro.

“Me li saluti, dottore – aggiunse, tornando a sdraiarsi – ma mi dia retta, si faccia la barba e si sbottoni un po’ il camice: diventerà l’idolo delle folle dei livelli più bassi.”

Si tirò la coperta fin sotto il mento e chiuse gli occhi, coccolata dalla madre, mentre si godeva le imprecazioni dell’uomo che le aveva tecnicamente salvato la vita. Dopo un po’, le imprecazioni vennero smorzate dalla porta che si chiudeva.

La sua mente non ce la faceva a sopportare più di tante sollecitazioni tutte insieme, e si addormentò di nuovo.

 

Per i primi due o tre giorni si limitò a dormire e suggere insipidi concentrati proteici. Ogni nuova informazione richiedeva del tempo per essere catalogata, e ancora più tempo per essere accettata, sul piano emotivo oltre che quello intellettuale. Pian piano, in maniera professionale ed esperta, le persone attorno a lei le fecero sapere tutto quel che c’era da sapere, e molto più di quel che avrebbe voluto.

Perfino sua madre si conformava alle istruzioni ricevute; chissà cosa le avevano detto sui rischi di un sovraccarico alle sinapsi, per far usare tanta cautela a lei, la donna che una mattina si era alzata, aveva deciso di voler intraprendere una maternità, ed era andata in farmacia a comprarsi una fialetta di spermatozoi, ceppo asiatico, cromosoma XX. Le femmine erano così carine, diceva sempre. Finché non se n’era andata di casa, Lem aveva dovuto lottare col pessimo, appariscente gusto materno, in fatto di abbigliamento e correzioni estetiche.

“Non mi lasciavano entrare in terapia intensiva – si lagnava con lei – per più di quattro mesi, non ho potuto vederti, e non c’era verso, non volevano neppure farmi dare un’occhiata…”

“Alle vasche staminali possono accedere solo gli addetti, mamma.” Lem evitava di dire quel che sapeva, che cioè, dopo un volo di cinquanta metri, era assai probabile che di lei fosse rimasto ben poco da vedere. Un sacchetto di pelle che conteneva una poltiglia macinata di muscoli e ossa. Un volto simile a una concrezione d’argilla, di quelle che pasticciano i bambini all’asilo. Era grata ai medici per non aver permesso alla madre di entrare a contemplare quello scempio.

La lacrimosa felicità di sua madre la sfiancava quasi più di tutto il resto. Cherry Blossom aveva realizzato il suo modello di comportamenti materni sul telovideo, che prevedeva melodramma a profusione, specie in casi come quello, e Lem non aveva bisogno di ulteriore melodramma, nella sua vita.

Con la scusa di dover dormire, si rannicchiava sotto le coperte e rimaneva immobile, in una posizione non molto diversa da quella assunta per tanto tempo nella vasca, obbligando pian piano il suo fragile cervello in via di ricostruzione ad affrontare uno a uno i ricordi che le avevano lasciato – e che sarebbe stata ben felice di farsi togliere. I medici e gli infermieri erano stati bravi, a suggerirglieli uno a uno, senza farglieli cadere addosso come il carico di mattoni che erano.

Monica. I biologi. La maschera venusiana. La pistola di ceramica, fredda e acuminata. Gli uteri che si squarciavano, i feti che si dimenavano, gli alveoli polmonari erano troppo immaturi, l’ossigeno li ustionava, chissà quanti erano morti, prima dell’arrivo dei soccorsi… sentiva salire le lacrime al ricordo, passava oltre, correva via dal laboratorio, la scatola in duralluminio premuta contro il petto, e poi il dolore al fianco, una supernova che esplodeva nella carne. C’era talmente tanto dolore, da lì in poi, che la rete wifi accendeva la spia della webcam, e arrivava un’infermiera col sedativo, perché non era ancora il momento di affrontare certe cose. Altro sonno. Ottimo.

Pian piano, comunque, le connessioni che dovevano completarsi si completarono, e il quarto giorno, quando il primario passò per la solita visita, lo aspettava seduta, con il telovideo acceso. Aveva quattro mesi e mezzo di vita da recuperare, e cominciava a chiedersi cosa ne sarebbe stato di lei, una volta fuori di lì.

Come al solito, il Drod aveva l’aria furente. Le infermiere avevano garantito fosse un luminare nel suo campo, e una persona ammodo, prima di passare sotto il fuoco incrociato dei giornalisti all’ingresso. Purtroppo, lei lo vedeva solo dopo il processo di incarognimento, e questo rovinava un po’ i loro rapporti, sul piano umano.

“Sarà felice di vedermi andare via – disse, mentre si sottoponeva al solito check up – dopo, in clinica tornerà la pace. Stavo guardando un servizio…”

Il telovideo blaterava degli antiabortisti e di come si fossero spinti troppo oltre. TERRORISMO IN CORSIA, era il titolo più gettonato, dopo DOTTORESSA FERITA RIPRENDE CONOSCENZA, sotto una sua vecchia fotografia, dove, a parere di Lem, aveva l’aria di una tossica appena uscita da una sala ologrammi coi colori sfalsati. “Pensavo di essere diventata roba vecchia, dopo tutto questo tempo.”

“Se fosse morta, sì – il Drod le ficcò qualcosa in un orecchio e guardò – ma disgraziatamente si è ripresa, quindi è tornata alla ribalta. Ieri un produttore mi ha chiesto se sono interessato a offrire consulenza per la produzione di un film sulla sua storia.”

“E perché non ha accettato?”

Il Drod non si prese neppure il disturbo di rispondere. Le strinse un piede e disse di spingere più forte che poteva. Lem eseguì, avvertendo nella tensione dei muscoli una vigoria nuova.

“Phew! Potrei quasi rompere una porta!”

Malgrado la forza impressa, il Drod trattenne il piede con una sola mano, accosciato, senza  che il polso neanche tremasse. “Una volta che le nanomacchine saranno esaurite, le espellerà tramite sudorazione, e le energie caleranno un po’. Ma con sette centimetri in più di statura, i suoi muscoli si sono rafforzati esponenzialmente.”

Lem annuì. Sette centimetri, dovuti alla ricostruzione della colonna vertebrale, e un riproporzionamento conseguente di tutta la struttura ossea. Prima di intervenire con le staminali, si era dovuto procedere senza andare troppo per il sottile, per far sì che ci fosse una base sulla quale innestare le cellule che dovevano ricostruirla daccapo. Mentre il Drod passava all’altro piede (dandole la sensazione di cercare di calciar via un muretto rivestito di gomma dura), Lem lanciò un’occhiata a sua madre. Le parlava sempre delle interviste cui si prestava, e immaginava che la maggior parte delle informazioni su di lei arrivassero da Cherry. La seccava, ma riteneva che sua madre potesse godersi i suoi quindici minuti di celebrità, dopo quattro mesi di paura.

Comunque, c’erano cose di cui non voleva parlare in sua presenza. “Mamma, mi andresti a prendere un succo d’arancia?”

Quando la porta scorrevole si fu richiusa, dandole uno scorcio della sala d’attesa gremita, Lem cambiò tono. “Dottore, cosa ne direbbe di smetterla di giocare?”

“Vuole che la scaraventi via? – il Drod spinse leggermente col palmo, come a rimarcare che avrebbe potuto senza sforzo azzerare la sua risibile energia umana – non mi tenti, dottoressa.”

“Non ho bisogno di essere una dottoressa, per capire che in questa storia ci sono un po’ di cose che non tornano. Posso fare qualche domanda al medico?”

Il Drod le lanciò una lunga occhiata, che non seppe decifrare. “A sua disposizione.”

Lem non aspettò neppure un attimo. Sua madre non sarebbe rimasta via a lungo, e un colloquio col primario era possibile solo durante le visite, dato che ancora non le permettevano di alzarsi dal letto. “Chi paga i conti della clinica?”

“Per questo, chieda in contabilità. Io mi occupo di fisiologia cerebrale, non di fatturati.”

“D’accordo, allora riformulo – Lem gli sottrasse il piede, rifiutandosi di rimanere semplice paziente davanti al medico – quando lei ha detto che ho un angelo custode, non intendeva in senso figurato, vero?”

“La mitologia religiosa non è tra gli esami di medicina, se è questo che intende.”

Lem strinse gli occhi. “Chi è il mio angelo custode?”

Il Drod si raddrizzò, tornando a sovrastarla, medico contro paziente. Oltre a essere dotato del raro dono dell’umorismo, afferrava al volo i sottintesi dei messaggi non verbali. Evolvono in fretta, pensò senza alcun motivo apparente, e rabbrividì.

“Suppongo abbia visto i servizi al telovideo e scaricato dal Dace tutte le informazioni su questa storia, dottoressa. Non so aggiungere altro a riguardo, perciò se non intende farmi qualche domanda di natura medica, penso di aver terminato la mia visita.”

Lem non gli permise di prendere commiato: “Il punto è che anche se sono stati gli antiabortisti a fare quel che hanno fatto, io non dovrei comunque essere qui. Perfino un genetista alla catena di montaggio sa che cadere da un livello all’altro è una cosa… come dire… poco salutare.”

“Lei non era in buona salute, quando è arrivata. Ha visionato le cartelle, no?”

“Ecco, sì. Come mi ha detto anche lei, dagli occhi in giù ero da sbattere via. Su questo, ha fatto un lavoro eccezionale, niente da dire.”

“Troppo buona.” Sarcasmo, in un Drod. Ecco abbattuta l’ultima frontiera che li rendeva un tantino inferiori agli esseri umani, almeno sul piano dialettico. E non ce n’erano molti altri, dove i sapiens li superassero. “Ma penso di essere bravino nel mio lavoro, sì. Qual è la domanda, allora?”

Più si sale di livello, più si sale lungo la catena evolutiva. Non aveva mai pensato alla stratificazione sociale di New Babel in quei termini. E non le piaceva molto.

“Eccola, la domanda: come accidenti è possibile che dagli occhi in su fossi praticamente intatta, a parte il trauma della caduta? Quando sono arrivata qui, la mia corteccia cerebrale era attiva. Sotto choc, ma viva e senziente.”

“Ovvio, o adesso non sarebbe qui.”

Cominciava a stancarsi di quell’anoressico botta e risposta. “Dottore, mi sa spiegare com’è possibile che dopo un volo di cinquanta metri la mia corteccia cerebrale fosse funzionante, anziché sparpagliata per tutto il marciapiede?”

Il primario parve a sua volta seccato. “Vuole farmi dire che la sua sopravvivenza è un miracolo? Per quanto mi concerne, è merito delle sperimentazioni che abbiamo fatto su di lei, nient’altro. E adesso si riposi, nel sonno le sinapsi si rigenerano più facilmente.”

“Non un miracolo. E’ stato un salvataggio.”

Trasalì perché il cervello aveva collegato di colpo gli ultimissimi eventi prima del buio.

“Qualcuno ha impedito che mi uccidessi sul colpo, nella caduta, qualcuno che ha… dottore, quando sono arrivata qui, avevo già ricevuto le prime cure, vero?”

Stavolta non poteva sbagliarsi: il Drod aveva voglia di andarsene, perché si alzò e si avviò alla porta. “E’ tutto sulla cartella clinica, dottoressa.”

Cazzate. “Qualcuno mi ha salvata, e ha iniettato le prime nanomacchine staminali, direttamente nella corteccia. Diversamente, adesso sarei un mucchietto di cenere in un’urna funeraria.”

Il Drod tornò a guardarla, stavolta con un’espressione talmente inquisitoria che quasi si pentì di aver parlato. Fece un gesto ai medici dello staff.

“Fuori di qui, tenete alla larga giornalisti e parenti, per qualche minuto.”

Rimasero in silenzio finché la porta non si fu chiusa.

“Non so nemmeno il suo nome – rilevò Lem, per non farsi sopraffare – sembra che non vogliano darmi nessuna informazione capace di provocarmi sovraccarico.”

“454QFG904G8904KGIS444 – disse il medico, in tono truce – “ma, considerando le limitate capacità mnemoniche del cervello umano, può usare il nickname Max.”

“Max. 454QFG904G8904KGIS444.” Ripeté Lem, e trasalì, sbattendo le palpebre. Negli occhi del Drod passò un’espressione di sorpresa, forse il riflesso della sua.

“Ma guarda un po’ – tirò fuori di tasca lo scanner genetico e glielo puntò contro le pupille – abbiamo un’eidetica, adesso. Bene, basta telovideo e basta Dace fino alle dimissioni: data la situazione, rischia davvero di sovraccaricare le sinapsi, e non ho nessuna voglia di ricominciare il lavoro da capo. Forse dovremmo applicare un sovrapprezzo, per questo aggiornamento.”

“Faccia pure – ribatté Lem, ancora scossa – tanto non paga mia madre.” Sua madre non avrebbe potuto permettersi neppure un’iniezione di Staminox, lì dentro.

“Non cerchi di farmi dire quel che non so, dottoressa. Il file che la riguarda è classificato, non sono autorizzato a trasmettere informazioni, neanche a lei. Immagino le chiariranno tutto quando sarà uscita da qui.”

Forse mentiva, dopotutto un Drod poteva raccontare le balle più credibili senza tradirsi, ma Lem pensò che fosse invece sincero. Il mio file è classificato. Beh, non occorreva particolare acume, per capire che c’era sotto qualcosa.

“Mi dica soltanto se ho ragione io, riguardo il salvataggio.”

“La sua cartella clinica…”

“…se è classificata, quest’informazione è epurata da qualunque documento, giusto? Tranne che dalla mente del mio medico curante, e forse da qualcuno dello staff. Lei deve saperlo, se c’erano nanomacchine in circolo, in quel momento.”

Max ma non tergiversò più. Sarebbe stato puerile. “Quando l’hanno portata qui, le analisi hanno evidenziato un’attività cerebrale superiore, mantenuta in vita da nanomacchine staminali di tipo RF17-89 versione 3.0. Il suo file era già classificato, pertanto sono stato l’unico a documentare, anzi a non documentare, il fatto.”

Riprese la cartella clinica, sulla quale digitò qualcosa, senz’altro la scoperta della nuova memoria. Poteva essere un fenomeno temporaneo, ma a volte gli innesti neurali davano risultati inattesi. “Io non ho detto niente, e farà bene a ricordarselo.”

“Sì, penso che lo ricorderò.”

Il Drod sorrise debolmente. Poi le voltò le spalle e uscì, senza aggiungere altro. Alzò il braccio nel farlo, perché da sotto, senza nessuna educazione, sgusciò la madre, che le si precipitò accanto, preoccupatissima. Per Lem, fu un’interferenza sulla trasmissione principale, quella che voleva continuare a seguire.

“Ma cosa è successo? C’erano tutti i medici qui fuori che non mi dicevano niente, non mi facevano entrare, e…”

“Calmati, mamma. Ho solo scambiato due parole col primario, nient’altro.”

L’espressione di lei si fece quasi avida, come se non vedesse l’ora di rilasciare nuove interviste. Decisamente, aveva fatto bene a mandarla via. “Perché? E’ successo qualcosa?”

Lem tornò a sdraiarsi, chiedendosi quando la macchina da intrattenimento avrebbe deciso che lei era roba vecchia. “Domande di routine. Scusa, mi sono stancata, ora vorrei dormire.”

Chiuse gli occhi, ma non dormì. Cercò nella memoria tutto il telovideo che aveva guardato, ogni parola, ogni immagine, ogni inflessione della voce, tutto. I servizi scandalistici e quelli sentimentali, un ridicolo special sugli antiabortisti e le loro attività sovversive, l’impennata di richieste di adozioni degli aborti, allo scopo di salvarli da altri attentati simili… un’intervista ai genitori di Monica, disgustosa nel compiacimento della cronista che ficcava il microfono davanti alla madre in lacrime chiedendole come si sentisse… Era tutto presente, c’era tutto, fin dal momento in cui era uscita dalla vasca staminale.

Strinse le labbra, cercando di andare ancora più indietro, saltando il buio, fino al momento dell’impatto… ma quelli erano ricordi di prima, era tutto prima, e la testa iniziò a farle male. Ricordare in maniera eidetica qualcosa che non era eidetico era come collegare un gatto morto alla rete wifi, insensato, assurdo, corto circuito, puzza di bruciato. Le sinapsi andarono in sovraccarico.

Venne un’infermiera col sedativo e Lem l’accettò docilmente, pensando alle nanomacchine staminali di tipo RF17-89, rivoluzionarie, versione 3.0, non ancora immessa sul mercato all’epoca dell’incidente, forse neanche adesso. Veri e propri virus, che entravano nelle cellule distrutte e ne acquisivano il codice per riscriverlo laddove danneggiato, duplicandosi ininterrottamente a formare tessuti provvisori, un cancro salvavita, finché il paziente non poteva essere curato in maniera sistematica. Se le avessi avute, quando hanno sparato a Monica…

Si voltò dall’altra parte, rifiutando ferocemente di pensarci, perché quello era un dolore che non se ne andava coi sedativi. Mentre si assopiva, l’occhio le cadde sulla webcam. Le ultime parole di

(454QFG904G8904KGIS444)

Max le fluttuarono nella mente, in cerca di una collocazione che c’era, ma che non riusciva a dare loro, nel suo stato di intontimento: io non ho detto niente, e farà bene a ricordarselo.

Io non ho detto niente…

E’ il primario, e non è stupido come il mio ex direttore: sa benissimo quando le informazioni vengono registrate. Sa benissimo che il Dace sa cosa mi ha detto. E quindi, lo sa chi ha… iniziato tutto…

La lucina rossa della webcam la seguì fin nel sonno, intermittente come un occhio che si apre e si chiude.

2 thoughts on “Capitolo 4”

  1. Elnor says:

    Forse il risveglio è un po’ lungo, ma ben disegnato, pardon raccontato.
    Interessante la figura del primario, un drod non così drod, mentre la madre è solo una comparsa senza consistenza.
    Forse dovresti alleggerire l’uso dei termini tecnici, di sigle o simili. Io che amo la fantascienza li apprezzo, ma un lettore normale li digerisce peggio.
    A presto

    1. Lem
      Lem says:

      In realtà il primario è drod fin nel midollo, e di esser così nevrastenico ha ha ottimi motivi. Ma, così come la protagonista lo capirà più avanti, lo capirà dopo anche il lettore.
      (e cmq rimane un fetente, per quello non serve essere umani :P)
      Per i termini tecnici, non so, scrivendo di un genere di nicchia penso che sia giusto dare agli appassionati quello che vogliono. Un lettore ‘normale’ alla SF nemmeno ci si avvicina, penso.

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