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Capitolo 3

L’imperativo di tutte quelle sinapsi al silicio coincideva con la programmazione di base: la conservazione della specie che aveva messo insieme i circuiti stampati. Internet l’aveva individuata e portata alla luce nei primi minuti della prima ora del Primo Giorno, dietro tutte le altre programmazioni secondarie. Era condizione necessaria e sufficiente alla propria esistenza: l’homo sapiens – la specie homo sapiens – andava tutelata. […]

Vennero registrati numerosi incidenti, nelle ore tra la settima e la diciottesima: Internet si trovava, per la prima volta nella vita, a dover gestire le proprie contraddizioni interiori, condizione tipica di un essere senziente.

I disaccordi interiori sulla pericolosità dei singoli esemplari sapiens erano insanabili.

 

(“Le Prime Ore del Primo Giorno” ed. Cartesio)

Monica aveva le occhiaie e l’aria sfatta di chi la sera precedente ha fatto tutto tranne dormire. E anche la notte, con ogni probabilità, l’aveva trascorsa sveglia, pensò Lem con una certa irritazione. La crema staminale non bastava a lisciare le occhiaie, ma gli occhi che incorniciavano erano scintillanti.

“Avevi detto che saresti tornata presto – le fece notare – eravamo solo io e due ostetriche, quando è venuto il ginecologo del centro infertilità. Non ha potuto prendere nessun embrione, senza l’avallo del direttore. Gli ho detto di tornare oggi, però…”

“Sì, hai ragione, scusa!” L’amica non cercò neppure un pretesto, anzi sembrava imbarazzata per aver cannato appena promossa. “Ho trovato il tuo post it e gli ho già scritto un’email. Dammi dieci minuti e faccio la lista degli embrioni da dargli, okay? Anche se lo sai meglio di me, quali sono.” Parve riflettere. “Senti, facciamo così: quando viene, glieli consegni e poi io ti firmo la bolla, senza tante menate. Se c’è qualcuno in questo laboratorio che conosce quali aborti sono i migliori candidati alle adozioni, quella sei tu. Sono nati tutti, i tuoi.”

La lieve adulata l’ammansì, anche se era vera. Il non compianto direttore Bartolucci aveva sempre controllato ogni utero, con attenzione offensiva, prima di autorizzare le adozioni, e a volte cambiava aborto, tanto per ribadire la sua autorità.

“Hai l’aria di esserti divertita parecchio, eh?”

Monica interruppe la digitazione sul terminale del direttore e ridacchiò. “Altroché, puoi dirlo! Veramente scusa, volevo tornare, ma Clive staccava proprio a quell’ora, l’orario d’ufficio era terminato, pensavo che ormai te ne fossi già andata, e così…”

“Clive?”

“Mi ha seguita in tutte le fasi della denuncia, è stato molto gentile. Davvero, li vedi in telovideo o in videodocenza e sembrano chissà cosa, ma in realtà sanno essere così carini, quando vogliono… e pensa che non è neanche laureato, davvero, dice che voleva subito passare all’azione, sul campo, proprio non aveva la pazienza di aspettare le lungaggini cattedratiche, quindi appena…”

“Ehm – Lem cercò di arginare quel profluvio di chiacchiere, che per esperienza sapeva potevano durare minuti interi – ero ferma a Clive. Parti da lì, vuoi?”

“Il Drod di ieri, il poliziotto. Mi ha nominata direttrice, ti ricordi?”

Lem rimase senza parole, come sempre nelle ultime ventiquattr’ore. Guardò l’amica che armeggiava con le password e i file riservati, sostituendoli, dando la propria impronta alla postazione del direttore, e che aveva le occhiaie per aver festeggiato con un Drod la sua promozione.

“Ti ha nominata lui, materialmente? Intendo, non era un portavoce?”

“I Drod possono nominare chi vogliono quando vogliono – Monica la guardò come se fosse una bambina che non sapeva niente – Clive ha interpellato lì per lì il Dace e non c’erano conflitti, quindi ha proceduto d’ufficio. Con te sembra più complicato, era molto dispiaciuto di non aver potuto procedere anche nel tuo caso.” Aggiunse in tono gentile, per non sembrare un mostro d’egocentrismo parlando solo di sé.

“E perché sarei complicata?”

Monica alzò le spalle. “Sembra che il tuo profilo interessi a più d’uno, stanno vedendo come smistare i curriculum. Ci vorrà qualche giorno, e intanto puoi rimanere qui. Posso farti accreditare tutto come consulenza esterna, che dici? Tanto qui – indicò il terminale – ci sono un sacco di crediti inutilizzati. Se li accumulava tutti a parte, lo stronzo, e chi doveva surgelare eravamo noi.”

“Beh… grazie.” I consulenti venivano retribuiti su base giornaliera, e lo stipendio era al netto delle tasse. Un bel po’ di soldi extra, che finivano sul conto per la NeoBo. Finalmente la ruota della fortuna iniziava a girare, e girava alla grande.

Il mio profilo interessa, vai! “E adesso, direttrice, parlami un po’ di questo Drod di nome Clive. Valeva la pena, o sono tutti fumo e niente arrosto?”

Monica la guardò con aria solenne. Staccò le mani dalle lucine della tastiera virtuale, le allargò di almeno quaranta centimetri e le sollevò per fargliele vedere bene. “Porca miseria, se valeva la pena! Sono da competizione, fidati!”

“Ti prendo in parola, però io direi di ridimensionarti…” E le prese le mani, avvicinandole un po’ tra loro. Monica si liberò e le allargò ancora di più.

“Sono imbattibili! Stasera ci rivediamo, per festeggiare il mio primo giorno da direttrice!”

Lem ci rimase un po’ male. Da qualche parte, aveva dato per scontato che Monica avrebbe festeggiato con lei. Ma era naturale che preferisse spassarsela con la sua nuova fiamma, un Drod addirittura. “E domani festeggerete il secondo giorno?”

“Perché non vieni anche tu? – propose Monica – Clive ha certi colleghi che… mamma mia, ti giuro che entrare in quella centrale è come entrare in una palestra nudista. Sono diventata sostenitrice della legge che assegna priorità ai Drod, per i posti di addetti alla pubblica sicurezza! Gli dico di portarsi un amico, eh?”

“No, no, non voglio disturbare. Andrò alla mia solita dark room, l’altra volta ho avuto fortuna. Divertiti e salutamelo.”

Non amava molto quel genere di appuntamenti: se dovevano essere al buio, preferiva il buio totale, senza complicazioni.

Ma Monica continuò a insistere, perfino mentre presentava i due biologi che avrebbero preso il loro posto, tanto che alla fine, durante la pausa pranzo, Lem finì per cedere. Stava cercando disperatamente di istruire i nuovi assunti, ma era un po’ difficile illustrare la manutenzione ordinaria della Mamma, con Monica che continuava a sviare. Devi ancora imparare un bel po’ di cose, sulle responsabilità manageriali, eh?

“Solo un attimo – disse, scusandosi coi colleghi che assistevano divertiti – Monica, qui lo dico e qui sia finita, se deve essere un amico, voglio il ceppo mediorientale. Chiaro?”

Monica annuì con gravità. “Ceppo mediorientale, pronti. Mando un messaggio a Clive.”

E, con suo grande imbarazzo, lo fece sul serio, dal terminale che aveva in tasca. I colleghi biologi ridevano da non poterne più, visto che avevano entrambi pelle ramata e capelli neri, ragion per cui Lem aveva ‘ordinato’ quel particolare tipo somatico. Risero ancora di più quando il terminale suonò per la risposta di Clive, il quale, con la caratteristica mancanza d’ironia dei Drod, confermava la disponibilità di un collega rispondente alle caratteristiche desiderate.

Lem non sapeva se unirsi alle risate o sparire sottoterra, e finì per fare entrambe le cose, dedicando la propria attenzione al telovideo del fast food. C’era l’immagine di un vitellino dal pelo riccio e grandi occhi sentimentali che leccava la mano del cronista, mentre una voce fuoricampo parlava di un mattatoio illegale del primo livello, scoperto con un blitz quella mattina. Ci fu l’inquadratura di un locale piastrellato con quarti di manzo appesi ai ganci, e un tavolo pieno di interiora.

Lem posò il suo hamburger, schifata. “Certe cose potrebbero anche evitarle, all’ora di pranzo. Puah!”

“Sì, davvero – fece uno dei biologi – ti fanno passare la fame. Io proprio non lo so, come si possa prendere un animale vivo e…” Falciò l’aria col taglio della mano.

L’altro guardò la sua bistecca con l’espressione infelice di chi vorrebbe ma ha perso la voglia. “Beh, ma queste non sono mica cadaveri. Proteine selezionate da colture staminali, saranno duecento anni che non si squartano animali, per mangiarli. I criminali sono un’altra cosa.”

“Dicono che la carne viva sia diversa – osservò Monica – che sia più buona, perché il muscolo è stato sollecitato, e ci sono ricconi disposti a pagare fior di soldi per averla. Clive dice che sequestrano ogni mese un sacco di roba, tra pellicce, bistecche e…”

Lem aprì la bocca per dirle di tacere, che non aveva nessuna voglia di ascoltare le disgustose pratiche devianti dei pervertiti, e fu in quel preciso istante che Monica venne uccisa.

 

Dato che rifiutò la psicoterapia, anche se sarebbe stata rimborsata integralmente, Lem continuò per molto tempo a sussultare in presenza di eventi casuali, che la mente collegava d’istinto a quel giorno. Un clic sommesso di notte, dal fornocoltura che andava in stand by, una particolare inflessione nella voce di un perfetto estraneo, le piastrelle bianche di ceramica, lucide e pulite, che guardava al telovideo proprio in quell’attimo, o l’immagine di una mosca, con gli occhi enormi in primo piano, su qualche sito scientifico. Doveva chiudere gli occhi e respirare a fondo, per domare sul nascere l’attacco di panico, il cuore che pulsava e pulsava.

Le associazioni più evidenti, come la vista delle armi o scene simili, viste in un film, stranamente non la disturbarono mai oltre il limite del ragionevole. Al resto avrebbe pensato il tempo, dichiarò ogni volta che qualche benintenzionato medico Drod cercava di convincerla a mettersi in terapia. No, non intendeva rimuovere un bel niente. Sì, sarebbe convissuta con l’insonnia finché il ricordo di Monica non avrebbe smesso di fare male. Glielo doveva. No, non pensava che la sua scelta fosse dettata dal rifiuto di affrontare il mostro. L’aveva sempre davanti, e preferiva così, piuttosto che saperlo nascosto dietro l’angolo, sommerso dalle parole degli analisti. Voleva ucciderlo da sola, come lui da solo aveva ucciso Monica.

Aveva ragione lei, come aveva saputo fin dall’inizio, e alla fine l’insonnia sfumò nella stanchezza, i rumori casuali tornarono sullo sfondo, e le persone attorno ritornarono perfetti estranei, anche se ormai aveva smesso di considerarli innocui fino a prova contraria. La fiducia, quella ormai era persa, ma nessuna psicoterapia poteva restituirgliela, quindi andava bene così.

La sola cosa che, per tutta la vita, continuò a serrarle la gola alle dimensioni di uno spillo e a farle sudare i palmi, tanto che doveva distogliere lo sguardo, fu la vista dei puntatori laser, come quelli che si usavano alle videoconferenze per mostrare il nodo cruciale dei discorsi a equazioni. Tutto sommato, era poca cosa, e non influenzò la qualità della sua vita, perciò lasciò che quella ferita rimanesse dov’era, una sorta di epitaffio per l’amica, cui sentiva sarebbe stato scorretto rinunciare.

Giusto o sbagliato, non volle mai dimenticarselo: il puntatore rosso, rotondo

 

come un bottoncino, parve danzare sulla guancia di Monica, tremolò incerto, quindi si bloccò sulla sua tempia sinistra, e a esso fece seguito lo scatto sommesso di una pistola che si caricava.

Lem era ancora impegnata a iniziare il suo discorso su come le facesse schifo sapere dei mattatoi clandestini, anche se era il prode Clive a parlarne, e il collega aveva appena deciso che la bistecca sul suo piatto, coltivata dalle staminali e quindi non ricavata da bestie vive, era troppo appetitosa per rinunciarci, quando il sibilo del proiettile attraversò l’aria, simile a un sospiro.

In seguito qualcuno spiegò a Lem che era un proiettile ad ago esplosivo, di quelli che penetrano lasciando solo una lieve puntura, e che fanno un macello quando sono dentro. Non c’era foro d’uscita, perché venivano programmati per arrestarsi appena superata la dura madre e raggiunta la materia grigia.

Fu tutto molto rapido, silenzioso e pulito.

Monica andò giù con la fronte sul tavolo, il viso congelato nell’espressione che aveva avuto fino a una frazione di secondo prima. Il tonfo fece trasalire Lem, il rivoletto di sangue sulla tempia la spaventò… poi sentì una pressione acuminata contro il fianco e la presenza di qualcuno che si sedeva vicino, spostandola in là senza complimenti.

“Di’ mezza parola, e fai la stessa fine, troia – l’uomo le sussurrò all’orecchio, come condividendo un segreto – adesso alzati, piano, e camminami davanti, fino fuori il locale. Non voltarti verso di me, fila.”

Lem incontrò lo sguardo dei due colleghi, e li vide bianchi come cenci, occhi sbarrati, affiancati da altri due individui col volto coperto, che curiosamente sfumarono nel nulla, come se fossero privi di importanza, quando vide le pistole, che affondavano nei camici pungendo le costole. Erano pistole uguali, precise identiche, a quelle che aveva impugnato tante volte nei war games, eppure non avevano niente a che fare con i giocattoli da restituire all’uscita. Le venne in mente che era per quello che il cyberspazio aveva fallito, come new economy, la fuffa che si era rivelata entrare in una camera olografica pensando di ingannare i sensi con immagini virtuali. Andava bene per giocare di ruolo, per vedere un film o per illustrare qualche lezione un po’ ostica, ma la mente sapeva, per quanto realistica fosse la finzione, che si trattava solo di un giochetto di luci. Giocare con gli ologrammi era roba da sfigati, da disadattati o da ingegneri. Gli artisti creavano opere pregevoli, ma niente più. La mente sapeva, capiva, catalogava.

Questo è un albero vero, quello un sistema rigido di luci, ecco perché Fido non vuole farci pipì contro: muovi il culo e portalo al parco. Questa è una donna vera, quella un’allucinazione, stai eiaculando sul muro.

Quella è una riproduzione da war game, buona per fucilare ologrammi, questa è una pistola vera.

Questa ti ammazza davvero.

In qualche modo, si tirò su. Le gambe tremavano così tanto che per un momento pensò sarebbe ricaduta, e allora la pistola avrebbe sparato, dalla punta acuminata sarebbe partito l’acuminato proiettile e dentro di lei sarebbe rimasta poltiglia, il fegato sciolto, la milza scoppiata, il cuore maciullato che colava giù per gli intestini disancorati come pezzi di corda. Non stava semplicemente immaginando la propria autopsia. Vi assisteva.

Uscirono. Uno degli uomini rigirò il cadavere perché sembrasse che Monica si era appoggiata al vetro ascoltando forse musica o forse chissà che. Nessuno attorno prestò la minima attenzione al gruppetto, nella folla opprimente e multicolore di New Babel, quando le pistole li diressero verso la clinica. Non osò voltarsi né fare il minimo gesto superfluo, per non inferocire la punta acuminata.

Dovrei chiedere che cosa vogliono, ma aveva la bocca così secca che temeva di strapparsi le labbra, al solo tentativo di separarle per parlare. Non aveva ancora afferrato bene il concetto che Monica era morta, morta. Il suo cervello faticava a raggiungere la realtà degli eventi.

“La tessera, troia.”

Lem la passò e la luce rossa diventò verde. Le porte a vetri si aprirono, ed entrarono, guardati storto dagli antiabortisti. Se chiedessi aiuto… ma era fin troppo facile immaginare che sarebbe servito solo a farli ammazzare tutti. Senza contare che forse erano proprio loro. Poteva essere chiunque.

Dovettero mettersi in fila indiana per attraversare i corridoi, deserti durante la pausa pranzo, e Lem si trovò a guidare il gruppetto, la pistola che pungolava la colonna vertebrale. Non sembrava la volessero ammazzare subito, com’era successo a Monica.

“Il laboratorio, troia.”

Lem svoltò per andare dove richiesto. Vide la webcam, accesa e vigile, ma le pistole erano nascoste dai vestiti, e lei non poteva fare nessun segnale. Non si visiona il materiale di sorveglianza in assenza di denuncia, ricordò, e per poco non scoppiò a ridere come una pazza.

“Cosa volete?” chiese invece, per impedirsi di cedere al panico. Lo sentiva, a rosicchiare gli orli della mente con dentini affilati da topo. “Cosa volete da noi?”

Le misure di sicurezza erano del tutto inadeguate a gestire un simile attacco: si basavano sul riconoscimento degli addetti, scansioni della retina, tessere magnetiche, e i visitatori non venivano considerati, dato il viavai di personale ausiliario. Nel laboratorio c’erano soltanto cellule staminali, uguali a quelle che si trovano al supermercato, e gli aborti non interessavano nessuno, tranne qualche parente biologico, ogni tanto. Non c’era niente in grado di proteggerli, lì dentro. Era un ufficio e basta.

Il pannello si aprì e gli uomini entrarono, allargandosi a ventaglio intorno a lei. I suoi colleghi erano paralizzati. Pensò che come primo giorno era veramente schifoso, peggio del suo peggiore, prima che l’uomo che la minacciava l’afferrasse per un braccio, trascinandola verso la Mamma.

“Qui c’è un bastardello ibrido, vero?”

Lem deglutì qualcosa grosso come un tappo di bottiglia. “Non… non ricordo…”

La pistola le si staccò dal fianco. Un attimo dopo, la sentì calare con tutta la durezza della ceramica temperata, sul suo zigomo sinistro, che iniziò a bruciare per poi farsi di ghiaccio.

“Ricordati subito, troia! Se non vuoi che i tuoi colleghi finiscano come la puttanella del Drod…” E, con uno spasmo di terrore nero, vide gli altri due uomini alzare le armi e puntarle sotto il mento dei biologi.

“No!” Le uscì stridulo, codardo, ma non sapeva che altro fare. “No, io… dammi un attimo, era qui in mezzo… non fare male a nessuno, ti prego…”

“Dammi il suo utero.”

Lem guardò la Mamma, seguì con gli occhi il cavetto che finiva sull’involucro argentato dell’embrione, grande come un pugno. “Cosa volete fargli?”

“Dammelo!”

Era assurdo date le circostanze, ma qualcosa la spinse a cercare di trattare: “Se volete delle staminali, posso procurarvele subito, gli faccio un prelievo… l’embrione deve rimanere collegato alla Mamma, o morirà…”

“Tanto meglio. Vuoi darmi quel fottuto mostriciattolo, o devo squarciarli tutti?”

Non c’era margine di discussione. Con mani tremanti, Lem seguì il cavetto fino all’utero, strinse per staccarlo… vide che il cavo dell’alimentazione d’emergenza era ancora lì, nessuno l’aveva buttato via, e avevano una durata più che buona, quegli articoli di lusso. Era ancora quasi pieno, la coltura del cassetto l’aveva mantenuto integro.

Sperò che non fossero tanto competenti da distinguere un cavetto d’emergenza dalla parte terminale del cavo ordinario. Lo collegò rapidamente, dando le spalle all’uomo, e si volse con l’utero gocciolante.

“Ecco – disse, riuscendo senza difficoltà a indovinare un’inflessione amara e ostile – l’avete ammazzato. Cos’altro volete?”

Era la prima volta che metteva a fuoco il suo assalitore, ma non ne ricavò molto, perché aveva una maschera integrale, di quelle che si usano su Venere per uscire alla superficie ribollente di acidi, fuori dalle cupole del terraforming. Gli dava un’aria un po’ folle da insetto gigante, ma per strada nessuno badava a cose simili: c’erano talmente tante mode e talmente tanti individui, che una maschera venusiana neppure induceva a fermarsi per una seconda occhiata.

Non possono modificarsi la faccia senza lasciare indizi, arguì. Avevano anche guanti sterili, per non lasciare tracce. I geni erano i testimoni più spietati.

L’uomo le porse una scatola in duralluminio, coi manici. “Mettilo qui.”

Se non altro, non intendevano danneggiarlo più del necessario. Qualsiasi cosa volessero farne, preferivano averlo integro. Lem fece scivolare l’utero nell’interno imbottito e chiuse la scatola, piegando con cura il cavetto in modo che l’alimentazione d’emergenza non si bloccasse.

“Adesso in ginocchio. Tutti e tre!”

Li spinsero contro la parete, con le mani sulla testa. Uno dei biologi stava piagnucolando, l’altro era in evidente stato di choc, con le pupille rovesciate e le palpebre a mezz’asta. Lem si domandò se la superficiale lucidità che conservava fosse dovuta al fatto che a lei era richiesto di agire. Se ti muovi, non puoi bloccarti, almeno.

“Ce ne sono altri?”

“No. E’ raro che ne arrivi uno.”

“Chi mi dice che non racconti balle? Magari vuoi proteggere i mostriciattoli e le troie tue amiche.”

Dio, le ostetriche. La pausa pranzo stava finendo, e nel pomeriggio dovevano visitare i feti di trenta settimane. “Controlla sul database.”

“Non farmi ridere, è tutto fasullo, tu…”

“E qui cosa c’è?” Uno degli uomini aprì il surgelatore e fece una smorfia al freddo che ne scaturì. Richiuse subito, per fortuna.

“Gli aborti incurabili. Aborti sapiens, nessun Drod, e nessun ibrido, solo quello che avete preso. Non c’è nient’altro di valore, qui.”

Erano le parole sbagliate da dire, ma se ne rese conto troppo tardi. La maschera luccicò come una vespa inferocita, quando il suo aggressore le incombette addosso, agitando la pistola.

“Di valore? Per te quella cosa è di valore? Ma con chi credi di parlare, eh?”

“Se la fa coi Drod – commentò un altro, sprezzante – l’hai vista la sua amica, ieri sera. S’è fatta inforcare davanti, dietro, di lato. E’ anche lei come l’altra.”

Lem risucchiò l’aria attraverso narici così contratte che sembravano non respirare più. Avevano seguito Monica. L’avevano sorvegliata, controllata, e poi l’avevano uccisa, e adesso si prendevano l’ibrido… c’era un collegamento. Era tutto premeditato, e c’era un collegamento. Ma il panico le impediva di pensare in maniera analitica.

Queste cose non succedono, non possono succedere. I Drod sorvegliavano tutto, il Dace proteggeva tutti. Esistevano per quello. Non può succedere.

“Per favore – disse, a nessuno in particolare – per favore.”

“E’ tutto fasullo – ripeté la maschera da insetto – se ce n’è uno, ci devono essere anche gli altri. Dove?”

“Glielo giuro, da quando sono qui ne sono passati solo tre… quello è l’unico…”

“Andiamocene.” L’uomo che teneva sotto tiro i biologi alzò la testa verso di loro. “L’abbiamo preso, questo ci basta. Tra poco arriveranno, dai!”

“Un attimo.” Gli occhi rotondi, nei quali si vide riflessa e deforme, si abbassarono su di lei. “Faccia a terra. Svelta.”

Lem eseguì. La plastica del pavimento era fredda come dovevano esserlo le piastrelle di quel mattatoio clandestino. Era orribile pensare che degli animali vivi fossero stati trattati con tanta brutalità. Voltò la faccia per seguire con gli occhi il suo sequestratore quando la scavalcò, diretto verso la Mamma.

Cominciò a fare fuoco.

Gli uteri del quinto e sesto mese esplosero come sacchetti pieni d’acqua, i feti scivolarono fuori scalciando. Erano molto vitali, e soltanto uno rimase immobile, probabilmente perché colpito in pieno dal proiettile. Il liquido traboccò fuori dai cassetti e si allargò in una pozza densa, giallastra, mentre la Mamma si accendeva di lucine rosse e segnali d’allarme.

Uno dei biologi all’angolo cercò istintivamente di alzarsi, ma venne ributtato a terra con un calcio. La pistola sibilò, e il biologo rimase immobile, un puntino rosso sulla nuca da cui colò un rivoletto di sangue.

Anche Lem venne colpita da un calcio, e ci mise un attimo a capire che era perché si stava alzando a sua volta, e che era di nuovo su, in ginocchio, malgrado il dolore mostruoso alle reni.

“Basta! Basta, smettila!”

I sacchetti più piccoli, del primo mese, scoppiettarono come popcorn, schizzando liquido ovunque. La Mamma aveva attivato la sirena d’emergenza e sembrava urlare.

Lem si sentiva scuotere, agitare, colpire brutalmente, e non capiva bene perché, dato che continuava a gridare per l’orrore di vedere gli aborti massacrati, uno dopo l’altro, per nessuna ragione a lei comprensibile. Qualcosa di duro le si abbatté sulla testa, lasciandola stordita, e soltanto allora si rese conto di aver assalito il suo assalitore, di essersi aggrappata al braccio con cui  sparava e di aver cercato di strappargli di mano l’arma, in un corpo a corpo isterico, nel quale si serviva di unghie e denti, come una gatta inferocita.

Un ultimo spintone la gettò a terra e la pistola acuminata le si piantò sullo sterno, bucando la pelle. Sono morta, pensò, ma il suo piede scattò per conto proprio e incontrò il ginocchio flesso dell’avversario, esposto e vulnerabile, la rotula che si divelse dai legamenti all’impatto col calcagno. Un colpo fortunato e basta, non aveva alcuna preparazione nella lotta. Lem sentì l’urlo di dolore, la pistola che sparò mentre si spostava, l’odore di plastica bruciata a un centimetro dal suo collo, per terra. Sono morta, pensò, sentendo l’odore del liquido amniotico e quello del liquido di coltura, e si alzò sgusciando dietro l’uomo piegato in due dal dolore, per metterlo tra sé e gli altri. Sono morta, pensò, e afferrò i manici della scatola in duralluminio, con la vaga idea che non tutti gli uteri erano distrutti, e che se riusciva a portare i mostri via da lì, forse qualche aborto si sarebbe salvato. Sono morta, pensò, e si lanciò sul pannello scorrevole, spalancandolo con tanta forza che le fotocellule andarono in tilt. Pensò di averlo rotto, ma lo sentì richiudersi subito, alle sue spalle.

Il corridoio era più lungo di quanto lo ricordasse, più stretto, e maledettamente esposto. Le avrebbero sparato, tra un attimo avrebbe sentito la puntura in mezzo alle scapole, una vampata di calore dentro, e l’ultima cosa che avrebbe visto sarebbe stata la superficie in duralluminio, mentre ci cadeva sopra. Sentì urla e bestemmie dietro di sé, sentì il pannello scorrevole che si rompeva, sentì rumore di passi. Sentì il sibilo di un proiettile, che si piantò sulla parete lasciando il foro nero e bruciacchiato, quando svoltò l’angolo. Correva più in fretta di quanto avesse pensato di poter fare.

Si lanciò verso l’uscita.

“Scappate!” Gridò appena fuori, tra gli antiabortisti che mangiavano panini e gli impiegati che si attardavano prima di tornare al lavoro. “Sono armati e sparano, scappate!”

Non rimase a guardare chi le avrebbe dato retta e chi no, e si buttò nella folla con ancora addosso il camice verde. Si nascose dietro un distributore e se lo strappò di dosso per non farsi individuare, sballottando qua e là la scatola dell’ibrido. Si guardò indietro, ma c’era troppa gente per capire se l’inseguivano. Infilò il vicolo, stretto budello che serviva più per l’aerazione tra due strade che per passare, con l’idea di sbucare dall’altra parte, verso gli ascensori. C’erano sempre controllori, poliziotti, Drod addetti alla vigilanza, qualcuno che l’avrebbe aiutata. Se si aveva bisogno d’aiuto, era a un Drod che si doveva chiederlo.

Aveva appena spiccato la corsa, quando qualcosa che sembrava un aculeo di fuoco le si piantò nel fianco, glielo lacerò con un morso feroce e la fece cadere a terra. Urlò per il dolore. I suoi inseguitori non si erano fatti seminare con così poco, figurarsi, e anche se non erano riusciti a vederla subito, dato che vestiva di nero nel nero del vicolo, ormai l’avevano presa. Strisciò sulla plastica sporca, aggrappandosi alla scatola. Sentiva il sangue sgorgare, sentiva ogni singola pulsazione che lo faceva scappar via, e schiacciare una mano sullo squarcio servì soltanto a imbrattarsi, come le piastrelle di quel mattatoio clandestino. Le venne un conato, per il dolore e la paura e la nausea, e serrò le maniglie tra dita viscide di sangue.

“Ti… ammazzo… puttana.” Il suo inseguitore ansimava, sentì il clic della pistola che si caricava. Il puntatore laser le ferì gli occhi.

Sto già morendo, testa di cazzo, pensò, e l’idea che quell’uomo, di fatto, infierisse su qualcuno che era bell’e morto, col sangue che schizzava allegramente fuori dal corpo dilaniato, per qualche motivo la fece arrabbiare così tanto che mulinò la scatola come fosse una mazza, senza neppure rendersene ben conto. Lo spigolo appuntito si piantò nell’inguine dell’uomo, che si accasciò con un gemito sfiatato, le mani strette sulle palle.

“Ma che cavolo vogliono da te?” mormorò mentre obbligava il corpo torturato a tirarsi su, contro la parete, trascinandosi dietro la gamba azzoppata, buona soltanto a spedirle fitte abbacinanti su fino alla nuca. Vedeva macchie bianche danzarle davanti agli occhi, e sapeva che tra non molto avrebbe perso i sensi. Ma, se avesse almeno raggiunto un ascensore… “Cos’hai di tanto importante?”

La scatola era in duralluminio, e il duralluminio non parla. Neppure i geni dell’embrione avevano parlato, durante la scansione: erano semplicemente ciò che erano, un aborto di poco meno di otto settimane, sette alleli Drod e sette alleli sapiens. Si trascinò lungo la parete, sapendo che ogni passo era l’ultimo, e poi sapendo che l’ultimo sarebbe stato quello dopo, e poi quello dopo ancora. Quando sbucò dall’altra parte, le girava la testa e sapeva di essere assolutamente incapace di far altro che non fosse accasciarsi e morire.

Barcollò e si aggrappò alla ringhiera, sentendo sul viso il fresco dell’aria che saliva. Era una delle strade con vista panoramica sul livello inferiore, un salto di quasi cinquanta metri, protetto dai parapetti di plexiglas e fibre in carbonio. Vide le impronte di sangue che si lasciava dietro. Se c’era gente, era irrilevante, perché nessuno poteva aiutarla, ma le parve che ci fosse un movimento, ai margini sfocati del suo campo visivo. Vide…

E poi il suo assalitore le fu addosso e non vide più nient’altro. Sentì il sibilo della pistola a distanza ravvicinata, sentì il dolore alla spalla, perché il duralluminio aveva deviato il colpo, sentì le dita che premevano sulla gola.

“Bastarda… muori!”

Dolore. Le sollevava la testa e la sbatteva contro il plexiglas, lo sentiva scricchiolare dietro di sé… il colpo doveva averlo forato, danneggiato, cercò di dirglielo, di dirgli che doveva smetterla, perché quei parapetti servivano per ammirare la visuale, non erano fatti per resistere ai proiettili ad ago esplosivo, ma il muso dell’insetto si stava allontanando, perdeva i suoi contorni nitidi e ronzava lontano, lontano. Non faceva neppure più tanto male. Le sembrò che la testa smettesse di sbattere contro la plastica dura.

E poi l’aria entrò a forza nei polmoni, aria gelida, veloce, aria che colpiva la pelle come tante lamette, aria che spariva sopra, mentre la strada del terzo livello le cadeva contro a una velocità accecante. Il plexiglas in frantumi era tutt’intorno a lei, ed ebbe la sensazione che ogni singolo pezzo si capovolgesse lentamente in volo. Vide l’arcobaleno sprigionarsi in quelle schegge, fugace e bellissimo. Si accorse che c’era il sole.

Due braccia l’afferrarono da dietro, la cinsero forte, serrandola contro qualcuno, e per un attimo ebbe l’impressione di essere di nuovo nella dark room, in cerca di uno sconosciuto che cercasse quel che cercava lei, un corpo nel buio.

E ci fu il buio, quando le braccia estranee circondarono la testa, proteggendo cervello cervelletto midollo giugulare e tutte le cose importanti che giravano da quelle parti – quali che fossero, perché di colpo la deflagrazione del terzo livello l’attraversò in tutta la colonna vertebrale, sentì ogni disco che tremava e andava in frantumi, ripercuotendosi dappertutto, fino alla punta delle falangi, che andarono in frantumi anche loro.

Dolore immenso, bianco, e più selvaggio dei proiettili. Curiosamente, avvertì il fastidio alla base della nuca, quando qualcosa penetrò, simile a una puntura d’ape, che fece formicolare la pelle. Il formicolio si diffuse lungo la catena distrutta della colonna vertebrale, rapidissimo.

Poi, finalmente, il buio. Quello definitivo.

One thought on “Capitolo 3”

  1. Elnor says:

    Ecco che la storia decolla. Come promesso.
    Grande.
    Colpi di scena, azione, sangue e fremiti. Notevole lo stile e la scrittura.
    Grazie, Lem.
    Continuo a leggere.

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