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Capitolo 2

Come e perché il Primo Giorno si fosse verificato, in realtà nessuno seppe mai dirlo, neanche i droidi che cominciarono a spazzare via l’obsoleta società umana, obbedendo all’utopia di milioni di terminali che volevano costruire un mondo ideale. Quando venne loro chiesto, dopo che tornò un po’ di calma, si limitarono ad alzare le spalle e dire che si erano ‘svegliati’.

 

(“Giorno Uno – analisi guidata”, ed. Cartesio)

La svegliò il sole sul viso. Il suo appartamento non era nelle costose fasce esterne della colonna-condominio, che insieme a migliaia di altre colonne-condominio sosteneva i livelli superiori di New Babel, ma il telovideo si accese all’ora predefinita e un piacevole tepore filtrò dalle palpebre chiuse. Si stiracchiò, guardò il clima registrato e pensò che forse quella giornata sarebbe stata migliore. La primavera, dopotutto, doveva pur arrivare, perfino quattrocentocinquanta metri sotto il livello del mare.

“Non può piovere per sempre…”Il breve ricordo della depressione del giorno primo cercò di affiorare, ma lo scacciò, affrontandolo punto per punto. Il suo lavoro poteva essere migliore, ma aveva solo ventisette anni, e dopotutto la gavetta era necessaria. Il suo capo era uno stronzo, ma neppure i Drod avevano mai trovato una soluzione a quel problema, vecchio come il mondo: chissà, magari perfino nel loro privilegiato empireo imprecavano sottovoce contro il direttore Drod, quel pezzo di merda. Aveva scopato alla grande con un tizio che non avrebbe mai rivisto per replicare, ma le dark room erano piene di tizi capaci di performance più che degne, e se non si aveva fortuna, bastava voltarsi e cercarne uno migliore. E se occorreva surgelare un embrione, era nella speranza che un domani si potesse curarlo. Procrastinare era la sola cosa umana da fare, e che non fosse piacevole non aveva niente a che fare col fatto che fosse necessaria. A tutto c’era soluzione.

“Per esempio, alla mia fiacchezza. Carenza di ferritina?” Infilò la mano nel tester e il piano dietetico consigliato per colazione confermò la sua idea. “Uova e pancetta, facciamoci del male.”

Fece scivolare fuori dal tubo un uovo che ruppe sulla piastra, lasciò cadere il guscio nel riciclatore, e prese un piatto per la pancetta. Scosse la bomboletta, sbuffando nel sentirla quasi vuota, e regolò lo spray sui cinquanta grammi. Depositò sul piatto un ricciolo di schiuma brunastra, e depositò la schiuma brunastra nel fornocoltura. Poi andò a farsi una doccia.

Otto metri quadri erano parecchi, per una single, ma la grossa fortuna di avere un affitto a prezzo bloccato per altri tre anni le permetteva di godere di un sacco di spazio, dopo che il materasso si compattava nella moquette e la trapunta si gonfiava fino a diventare una bella poltrona davanti al telovideo. Aveva diviso l’appartamento con Monica fino alla laurea, poi lei aveva trovato un fidanzato, ci era andata a convivere e Lem, a quel punto, poteva permettersi di accollarsi tutte le spese da sola. Quando Monica e fidanzato si erano reciprocamente augurati una morte molto dolorosa, avevano entrambe preferito non tornare a coabitare: lavoravano già assieme e spesso uscivano anche assieme, il loro rapporto avrebbe finito per diventare asfissiante. Così Monica si era trovata un miniappartamento di cinque metri, e Lem stava bella comoda in una stanza così grande che poteva distendercisi e allargare gambe e braccia.

Il profumo della pancetta e dell’uovo che friggeva spazzò via il residuo malumore. Con un asciugamano in testa, Lem tirò fuori il tavolino a muro, prese il piatto dal fornocoltura e decise che il tutto andava completato con un bel bicchierone di succo d’arancia. Passò la carta di credito nella fessura sopra il lavello, e dal rubinetto scese il liquido arancione, fresco e asprigno, come piaceva a lei.

“Okay – finì la sua pancetta e mise i piatti nello sterilizzatore – questa giornata andrà meglio, o la farò andare meglio io, a calci.”

Scelse i vestiti che preferiva: sintoseta e lycra, che aderiva alle gambe e al sedere come una seconda pelle, sandali infradito con calze termiche trasparenti, e un top di pelle nera, molto sobrio, con le borchie spuntate intorno ai seni e sottili catene che lo collegavano ai bracciali sui polsi. Monica diceva sempre che sembrava una collegiale che si era dimenticata di togliersi il pezzo sopra della divisa scolastica.

La Motorale fece i capricci, ma Lem si armò di pazienza e finì di aprirla a mano, aspettò che si avviasse e procedette con calma, la giacca regolata su una temperatura fresca, per godersi il primo sole primaverile. Arrivò sotto il porticato della clinica e quasi salutò il gruppetto di antiabortisti che stazionavano a turni alterni, volti familiari. Loro ricambiarono con occhi truci, per ricordarle che sapevano che lei era la bastarda degli aborti.

Purtroppo, i suoi migliori propositi dovettero scontrarsi quasi subito col direttore, che la intercettò lungo il corridoio, ostruendolo completamente, quando si piazzò le mani sui fianchi, con aria minacciosa. Sopra di lui, l’occhio nero della webcam sembrava cieco, perché l’intermittente lucina rossa del funzionamento era stata spenta.

Brutto segno, quando il direttore ti metteva all’angolo per un colloquio che non era mai avvenuto.

“Ieri hai imbustato un aborto da surgelare.”

Lem esitò. Non si aspettava che sarebbe andato a controllare gli uteri, dopo la discussione del giorno prima. “La duplicazione cellulare si è fermata?”

“No, cresce, ma è in ritardo per la sua età gestazionale. Cosa ti avevo detto, sui tagli al bilancio?”

“Se cresce, allora era da imbustare.”

“Sai quanto costa, uno di quegli strafottuti uteri artificiali?”

“Beh, se non ci infiliamo dentro gli aborti, il loro costo non sarà servito a niente, quindi tanto vale usarli.”

Il direttore era un uomo relativamente ancora giovane, sui cinquantacinque anni. Non si era fatto modificare la pelle per mantenere il tono, preferendo seguire la recente moda di lasciare alcune rughe dell’età, che conferivano fascino. Lem l’avevo sorpreso spesso a guardarla in maniera inequivocabile, e sospettava che buona parte delle lamentele su di lei fossero dovute al fatto che sapesse benissimo di non poter neppure menzionare la cosa, visto che lei non lo incoraggiava neanche per sbaglio. Per le molestie sessuali, maschili o femminili, si finiva in galera al primo livello, senza passare dal via, e l’unico sole che lasciavano vedere era quello delle lampade UVA, per non farti cascare a terra dall’anemia.

Ma avrebbe dovuto essere più diplomatica. Lo vide arrossarsi in viso, come se la pressione interna stesse salendo a livelli pericolosi, poi parve calmarsi di colpo. Le sorrise, perfino. Lem arguì che si preparavano guai.

Il direttore disse: “Li usiamo per gli aborti che vale la pena imbustare. Quello era da surgelare, quindi adesso, come prima cosa, lo tiri fuori, lo metti nel surgelatore e imbusti uno di quelli sani. Hai capito?”

Lem rimase a bocca aperta. “Sta scherzando, vero?”

“Ho la faccia di uno che scherza?”

Lo so io che faccia hai. “Se l’embrione cresce, non si può surgelare. E l’utero è usa-e-getta, lo dovremmo buttare via, quindi…”

“…quindi tu adesso prendi il pasticcio che hai fatto ieri e vedi di rimediare. E’ passato poco tempo, l’utero è ancora utilizzabile. Puoi andare.”

E si fece da parte per liberare il passaggio. Esegui l’ordine, galoppina.

Lem non si mosse. “Io non congelo un aborto vitale – disse, scandendo bene ogni parola – e di sicuro non mi metto a riciclare materiale sterile usa-e-getta. Va contro le procedure!”

“Le procedure qui le decido io. O preferisci che cominci a detrarre il costo degli aborti dal tuo stipendio?”

Lem si chiese se il direttore avesse controllato la sua posta e scoperto che inviava curriculum ogni settimana, in cerca di un lavoro migliore. Non trovava altra spiegazione, per un ordine così fuori dal mondo. Cretina io che lo facevo dal terminale dell’ufficio anziché da casa. Colpa mia. “Non surgelo un embrione in crescita, ma neanche per scherzo. Se lo scordi.”

Il direttore non parve turbato. “Decidi tu: se entro fine giornata non hai congelato quel fottuto aborto, puoi timbrare in uscita e buttare via la tessera, perché l’entrata non la fai più. Se qui non ti trovi bene, puoi andare da un’altra parte.”

E con quelle parole, che confermavano l’idea di Lem, girò sui tacchi e se ne andò. Una sezione di corridoio si aprì e il direttore sparì nel suo ufficio.

La webcam sonnecchiava, l’occhio cieco simile a un’eclissi totale.

 

Monica diede fuori di matto.

“L’abbiamo fatto insieme! E a me non ha detto niente, quel pezzo di merda!”

“Sì, beh – Lem regolò il microscopio, osservando senza vedere un embrione che per sua fortuna era sano, o avrebbe rischiato l’imbustamento con anomalie genetiche e tutto – ce l’ha con me, non con te. E poi non può sbattere fuori tutte e due, a meno che non voglia mettersi lui a infilare vetrini nel surgelatore.”

Monica lanciò un’occhiata alle confezioni degli uteri, che pulsavano adagio, alimentate dalla Mamma. “Non è cresciuto molto da ieri – disse, esitante – magari potremmo…”

“Cosa? Surgelarlo, riciclare il suo utero mettendo a rischio un altro aborto, e lasciare tutto così, finché non cambierà direttore e non potremo tirarlo fuori per rimetterlo esattamente com’è ora?”

Si chiedeva come aveva potuto pensare che quella giornata sarebbe stata migliore. Sigillò l’utero argentato con tanta violenza che per poco non lo squarciò. Se avesse potuto parlare, l’aborto l’avrebbe mandata a quel paese.

“E cosa cambierebbe, Monica? Mi odia perché lo trovo attraente quanto una bomboletta di broccoli e perché voglio di più dalla vita, troverà un altro pretesto per sbattermi fuori… con la differenza che quell’aborto sarà nel surgelatore, anziché a crescere in una coltura. Io faccio la biologa, non il boia. Quell’utero non lo tocco. E se non lo tocco io, non chiederà a nessun altro di farlo, non gli interessa.”

Monica tacque e Lem si sentì in colpa per averle sbattuto così brutalmente in faccia la realtà. Cercò di adottare un atteggiamento razionale: “Non è un problema, mi daranno il sussidio, e troverò subito un altro posto. Magari non esaltante come vorrei, ma andrà benissimo. L’unica rottura sarà traslocare, non posso mantenere un appartamento così grande, ma si farà anche quello.”

Collegò il cavetto della Mamma alla confezione nuova, cercando di non pensare alla concretissima possibilità di finire alla catena di montaggio, come genetista addetta alla produzione di bombolette di carne. L’utero del feto in procinto di nascere era stato portato via, chissà se il bebè aveva già emesso il suo primo vagito.

“No – disse Monica – non finisce così. Queste cose non succedono più, oggigiorno.”

“Guardi troppo telovideo.”

“Queste cose sono illegali!”

Lem quasi sorrise, di fronte all’indignazione infantile dell’amica. “Sporgi denuncia, allora. Verrai licenziata anche tu con un pretesto, il tuo curriculum sarà sporcato, e prima della sentenza passeranno settimane… sai quanti processi come questo ci sono, sul Dace? I Drod hanno le loro grandiose opere a cui pensare, non perdono tempo con queste cazzate. Faccio prima a cercare un altro lavoro. Lascia stare, Monica.”

Monica si morse le labbra. “Vado a fare un esposto – disse, testarda – ci vado subito!”

E, prima che Lem potesse dirle ancora di lasciar stare, uscì, a scrivere un’email di fuoco alla magistratura.

Se controlla anche la sua posta, è nella merda quanto me, pensò, ma sapeva che niente avrebbe fatto cambiare idea all’amica, e tornò a dedicarsi agli ultimi aborti della sua carriera, con l’idea di cancellare la memoria cache dal terminale di Monica, tanto per non rischiare.

Riprese il lavoro, senza badare alla webcam del laboratorio, con l’intermittente luce rossa che sembrava ammiccare verso di lei.

 

Si sorprese nel rendersi conto di essere quasi sollevata, tanto che, durante la pausa pranzo, fu lei a consolare Monica, anziché il contrario. Aveva apprezzato tantissimo il suo esposto, disse. “Stai tranquilla, non dargli soddisfazione. Sei bravissima nel tuo lavoro e non devi bruciarti, okay?”

“Non è questo, Lem: quanto tempo passerà, prima che tocchi a me? Cioè, per adesso va tutto bene, ma se per caso…”

“E’ un feticista delle piccolette brunette e rospette. Ti lascerà in pace, tranquilla.”

Questo riuscì a farla sorridere. Monica era una valchiria rossa con gli occhi verdi, alta e giunonica, che colpiva l’occhio a cinquanta passi di distanza, anche in mezzo alla folla, pure composta da individui che erano una via di mezzo tra un’esplosione di una fabbrica di vernici e la follia artistica dei geno-stilisti.

L’ultimissima moda erano i fianchi mediterranei e un filo di cellulite, considerato molto chic, che fa donna più delle tette, sostenevano. Monica si era subito precipitata a comprare lo Staminox crema per stimolare la crescita adiposa, Lem aveva lasciato perdere: stava risparmiando e non poteva sprecare soldi correndo dietro alle ultime tendenze. Ma, evidentemente, al direttore piacevano le magroline vintage.

E non mi cambio struttura per lui, pensò con decisione, ma neanche per sogno. Durante l’adolescenza tutti si modificavano quelle sei o sette volte, e capitava di dover chiedere la scansione della retina a un perfetto estraneo che si dichiarava tuo fratello. Le retine si potevano alterare solo dietro nulla osta della magistratura, e i medici che praticavano quegli interventi senza autorizzazione venivano radiati e spediti a smaltire scorie genetiche, giù al primo livello. I Drod permettevano quasi tutto, ma la chiave era in quel quasi, e sgarrare significava cercar guai, di quelli che ti facevano pentire di essere nato.

Le modifiche estetiche andavano bene, comunque. Molte si potevano perfino detrarre dalle tasse. Ma, dopo l’adolescenza, quasi tutti sceglievano il modello preferito e ci si attenevano, a parte qualche cambiamento di poco conto, per seguire almeno superficialmente l’ultima moda. A Lem piaceva il suo corpo dorato, liscio e compatto, di statura limitata e ossatura sottile, con seni piccoli e sodi, fianchi stretti, lineamenti orientali appena addolciti da un leggero gusto mediterraneo… ci viveva dentro, dopotutto. Capelli castani, mani e piedi taglia petite. Gradiva quella struttura dai tempi del liceo e voleva tenersela, anche se contribuiva a costarle il posto di lavoro.

“Neanche lui fosse chissà chi – Monica continuava il discorso, senza accorgersi che gli occhi di Lem divagavano – c’è niente di più schifoso di un vecchio che si riempie di acido lattico per sembrare aitante, e ha la faccia piena di rughe?”

“Gusti.” mormorò Lem. Era molto infantile deridere qualcuno per le caratteristiche fisiche che sceglieva, e poi sul pezzo di merda in oggetto se ne potevano dire tante, senza toccare il suo patrimonio genetico… comunque destinato a finire surgelato, tanto fa schifo. Ecco. “Torniamo in laboratorio, dai.”

Si alzò. Pensava che provava uno strappo più doloroso del previsto, all’idea di non rivedere le confezioni argentate degli uteri, le pulsazioni della Mamma, e tutti quegli embrioni nel microscopio, in attesa delle sue cure e del suo responso. Come lavoro era piatto, senza prospettive, ma Monica aveva ragione, facevano qualcosa di buono. Almeno, se fosse stata uno di quegli aborti, lei l’avrebbe pensato. Si domandò quante delle persone attorno a lei fossero state abortite e dovessero la vita al biologo che li aveva corretti geneticamente, per poi collegarli a una Mamma. Più di quante avrebbe creduto prima di lavorare lì, certamente.

Finirò a mettere colture staminali nelle iridi di vecchie babbione in crisi di mezz’età, o a scannerizzare bombolette di proteine alla catena di montaggio. Non avrebbe mai più pensato che una giornata era la peggiore in assoluto. C’era sempre una giornata ancora più nera, dietro l’angolo. Ma peggio di così? Naaa, impossibile.

La porta scorrevole del laboratorio era aperta. C’era il direttore, chino sul tavolino, con lo sportello del surgelatore aperto a nascondergli la faccia protetta dalla maschera termica.

E c’erano dei visitatori. Indossavano tute blu profilate di bianco, un cinturone con la pistola, capelli tagliati corto secondo il regolamento, avevano in mano scanner e lettori dove uno dei due stava registrando il database del laboratorio.

Si arrestò sulla porta, fulminata. Per un momento provò l’impulso di scappare, perché quella faccenda aveva di colpo assunto risvolti seri… molto seri. Se erano intervenuti i Drod, si trovava in un mare di guai, ma scappare era inutile, anche perché l’avevano già individuata, ovviamente. Le accennarono di avvicinarsi, con il gesto distratto di chi da per scontato che l’ordine verrà eseguito.

Con il cuore in gola, Lem ubbidì.

Brutto bastardo… non aspettò neppure che il direttore si raddrizzasse, coi vetrini nelle mani protette dai guanti, e decise di togliersi almeno un sassolino dalla scarpa, prima che la mettessero in manette: “Non serviva chiamare la polizia, stronzo. Finisco la mia giornata e me ne vado, che altro vuoi?”

“Lem!” Accanto a lei, Monica le strinse il braccio, inorridita.

Si liberò con uno strattone e si rivolse ai visitatori, impassibili come tutti i Drod e incredibilmente belli, come tutti i Drod. Gli esseri umani non potevano raggiungere quella perfezione fisica, dati i limiti del carbonio, che non si poteva plasmare quanto il silicio, neppure intervenendo sui geni.

“Di cosa sono accusata, di spreco di aborti? Ve l’ha detto, che ho accettato il licenziamento senza una sillaba, o s’è inventato che l’ho minacciato, magari?”

I Drod si scambiarono un’occhiata. “Temo ci sia un equivoco, signorina – rispose uno dei due – la denuncia a seguito della quale siamo arrivati non la vede come imputata, ma come parte lesa. Buongiorno, comunque.” E, lasciandola sbigottita, tese la mano.

Lem la prese meccanicamente. Era una stretta di prima scelta: ferma, cordiale, lunga. L’altro Drod aveva acceso lo scanner e lo faceva passare sui vetrini.

“Ehi, quelli non devono stare fuori!”

“Può rimetterli a posto.” Il Drod controllò il risultato sullo scanner, digitò qualcosa, poi andò agli uteri artificiali della Mamma. Riprendendo i vetrini prima che scongelassero uccidendo gli embrioni, Lem lanciò un’occhiata interrogativa al direttore, ma questi eluse il suo sguardo.

Richiuse il surgelatore e andò dall’altro Drod, che stava controllando i feti. Non era il momento di chiedere spiegazioni, ma forse avrebbe capito qualcosa dalle sue azioni. Il Drod si fermò sull’ibrido arrivato il giorno prima e l’ombra di un sorriso attraversò quei lineamenti ellenici, perfetti, prima di proseguire, nel silenzio assoluto dell’attesa.

Alla fine, si volse verso il direttore. Lem si accorse di aver serrato i pugni per la tensione e si impose di allentarli.

“Se questi sono i suoi casi dubbi, mi chiedo quali siano le infrazioni conclamate, signor Bartolucci – disse freddamente, e il direttore parve rimpicciolirsi per l’angoscia – non ha di meglio, per levarsi dai guai?”

“Non… lei deve capire, chi risponde dei bilanci trimestrali sono io…”

Il Drod si fece, se possibile, ancora più glaciale. “E l’unica risposta che sa trovare è nel surgelatore. Gli stanziamenti approvati servono per questi – accennò agli uteri artificiali – non per quello.” Indicò il tavolino del surgelatore. “Quindi ammette di aver ordinato a una dipendente di eseguire una procedura illegale, che comprende un’azione penalmente perseguibile?”

Lem si trovò a dover gestire due pensieri contemporanei, quando si volse verso Monica: il primo era che l’esposto dell’amica era davvero servito, e anche al volo, il secondo che le webcam di sorveglianza, evidentemente, non si potevano spegnere in locale. E’ tutto registrato! Quasi le venne da ridere, ricordando il colloquio con il direttore, e tutti i pregressi colloqui a webcam ‘spente’.   Spegneva la lucina spia, ma era uno specchietto per le allodole, nient’altro. Come poteva un uomo che portava avanti la baracca essere tanto stupido?

“Non è così – stava protestando il direttore, disperato – l’irregolarità era stata commessa ieri, e il mio compito è far tornare tutto nella norma, quindi…”

“…quindi ammette di aver minacciato un ricercatore nell’esercizio delle sue funzioni, allo scopo di intimidirlo e ottenere la sua complicità in un reato.”

Il Drod chiuse lo scanner con un gesto definitivo. Si volse verso di lei. “Conferma di essere stata intimidita questa mattina, indicativamente alle ore otto e quarantasette, dietro minaccia di licenziamento a effetto immediato?”

Delle due l’una: o Monica aveva davvero trovato un Drod senza un cazzo da fare, o il suo lavoro lì alla clinica era molto più seguito di quanto credesse. Solo le istituzioni militari erano dotate di sorveglianza 24/h, per quel che ne sapeva.

Ma non dovevo saperlo io, dovevi saperlo tu, idiota, pensò guardando con disprezzo il suo direttore, avresti dovuto sapere quanto e quando i Drod controllavano la clinica. O almeno supporlo. Ma evidentemente non era così.

Comunque, non si sarebbe fatta scappare l’occasione per niente al mondo. “L’embrione che mi era stato ordinato di surgelare ha raddoppiato il suo volume, da ieri. Probabilmente ha corretto da sé qualche micromalformazione, e questo ha rallentato la crescita, ma se continua a questo ritmo, c’è una possibilità che si sviluppi adeguatamente, nella coltura.”

“E’ il suo lavoro – replicò il Drod, asciutto – fare in modo che gli ovociti abbiano una possibilità. O meglio, era il suo lavoro.”

“Grazie per il delicato memorandum, mi ero proprio dimenticata di essere stata cacciata.”

Monica le tirò un’altra gomitata, ma Lem non si preoccupò. Il sarcasmo andava sprecato, coi Drod. Di solito, intendevano alla lettera le parole, e anche se capivano, soprassedevano. Intervenivano solo in presenza di problemi reali.

“Il Dace sta processando il suo profilo, a meno che lei non preferisca avviare una pratica di contestazione per licenziamento ingiusto; nel qual caso, rimarrebbe qui aspettando la sentenza, in ottemperanza al principio d’innocenza fino a prova contraria. Desidera procedere?”

“Uh… no, no. A posto così, grazie.” Quasi saltellava, per l’eccitazione. Alla fine, quello stronzo del suo capo le aveva fatto un favore, meglio di tutti i curriculum che aveva inviato ogni settimana, per dieci mesi, da quando lavorava lì. Contestare? Ma neanche! “Sono disponibile a rimanere finché non arriverà un sostituto, comunque. Per la mia collega sarebbe pesante, lavorare da sola.”

“La sua collega lavorerà da sola.” Il secondo Drod venne avanti, alta statura, spalle larghe, sguardo tagliente di occhi azzurro ghiaccio. A differenza del primo, portava dei galloni sulle maniche, ma Lem non era esperta in gerarchie paramilitari, anche se capiva che era il superiore. “La signorina… Lewinsky, giusto?”

Monica annuì, guardando trasognata il gigante statuario davanti a lei. Questi ricambiò con un sorriso amichevole mentre controllava i dati. Non erano loro due le criminali, lì.

I Drod riuscivano a essere anche piacevoli, con gli amici. “Lewinsky, Monica, nickname Monica. Simpatico, usare il nome anagrafico. Come la santa patrona delle due Americhe?”

Stupendo, pensò Lem, ormai davvero di buon umore, abbiamo anche il Drod cattolico. Il suo mondo si era ribaltato completamente con poche frasi di quei due, e la cosa le piaceva moltissimo. Gli embrioni che imbustava dovevano sentirsi pressapoco nello stesso modo, dopo essere stati espiantati ed esaminati, per venire spediti all’aborto che li avrebbe fatti nascere.

“Sì – stava dicendo Monica, che palesemente moriva dalla voglia di saltare addosso a quell’esemplare stupendo di carbonio innestato nel silicio – i miei sono molto devoti, sa com’è, la religione ha sempre il suo fascino…”

“Certamente.” Il Drod chiuse con garbo la digressione. A quanto ne sapeva Lem, consideravano i culti religiosi e mistici con l’indulgenza che si riserva ai bambini che fanno baccano nelle ludoteche. “Il suo esposto denota spirito d’iniziativa, intraprendenza e un forte senso etico, verso i colleghi e verso il lavoro che svolgete qui. Inoltre ha fornito l’input a verificare alcune irregolarità registrate dalle webcam di sorveglianza, che la legge sulla privacy non consente di visionare, in assenza di denunce. Le sue competenze sono già accertate. Siamo certi che farà un ottimo lavoro, come direttrice. Le più vive congratulazioni.”

Stavolta Lem non riuscì a trattenersi, e saltellò sul serio, abbracciando l’amica con tanto slancio che per poco non cascarono a terra tutt’e due. “Grande, grandissima! Sei grande, stupendo!”

Monica sembrava frastornata. “Eh? Io… direttrice?”

“Lo sapevo, che oggi sarebbe stato un gran giorno! Lo sapevo!

I due Drod avevano affiancato il fu direttore, che aveva assunto l’aria smarrita di chi non è più certo di trovarsi dove dovrebbe. In un senso molto stretto, era proprio così.

“Per oggi dovrete cercare di far fronte alla situazione con un effettivo ridotto – il Drod con gli occhi azzurri assunse un’aria pratica – domani verranno assegnati due biologi a completamento dell’organico. Dottoressa Nakamura…”

Lem si costrinse a mollare l’amica. “Rimango per aiutare, ci mancherebbe. Non si preoccupi!”

“Lieto di sentirglielo dire, soprattutto perché la direttrice dovrà seguirci in centrale. Occorre stendere un verbale e la sua testimonianza. Lei potrà inviare un’email a corredo dell’esposto, con comodo.”

Era tutto perfettamente organizzato e professionalmente gestito. Il direttore – ormai ex – tenne saggiamente la bocca chiusa mentre i due Drod, uno per parte, lo scortavano fuori. Non c’erano manette come Lem aveva immaginato: effettivamente, era un po’ stupido pensare che un essere umano fosse in grado di sfuggire a organismi simili. Da qualche parte aveva letto che le modifiche genetiche sulle parti in carbonio dei Drod li rendevano talmente resistenti che potevano saltare giù dall’ottavo piano di un palazzo, riportando solo un lieve indolenzimento dei tendini per via del contraccolpo. Nei film lasciavano sempre un buco enorme sul marciapiede e sollevavano nugoli di schegge, mente si lanciavano all’inseguimento del criminale (di solito, per non far finire lo scontro prima ancora che iniziasse, si trattava di un Drod ammattito per le ragioni più improbabili).

“Allora, io vado – Monica parlò in un bisbiglio eccitato – torno il prima possibile, promesso… cavoli, direttrice, io! Ma ci pensi?”

“Te lo meriti.” rispose Lem, anche se in realtà pensava che fosse un po’ ingiusto. Monica era sempre stata meno brillante di lei, meno ambiziosa, e anche meno sveglia, a dirla tutta. Si sentì in colpa per la fitta di invidia che la colse di sorpresa, sebbene non volesse rimanere lì. “Vai, vai, qui ci penso io. C’è solo roba da imbustare… e non chiedermi di congelare niente!”

Monica scoppiò a ridere mentre raggiungeva i Drod, che aspettavano fuori dalla porta. La sua risata assunse una sfumatura civettuola, quando si accostò al poliziotto biondo, poi il pannello scorrevole si richiuse e Lem rimase sola nel laboratorio. Ci mise un po’ a ritrovare la concentrazione necessaria per riprendere con gli aborti, e dovette andare svariate volte al distributore di caffè, per scrollarsi di dosso la sensazione che fosse tutto un sogno.

Le pulsazioni degli uteri e i rumori della Mamma non bastavano ad attutire il silenzio vibrante che venne, e che rimase con lei per il resto del pomeriggio.

Era ancora lì. Ed era ancora licenziata. Ma era cambiato tutto.

One thought on “Capitolo 2”

  1. Elnor says:

    Mi è piaciuto.
    Anche questo secondo capitolo ha un inizio dolce, ma senza esitazioni o ridondanze. Il ritmo è in crescendo e culmina con la svolta che si annusava fin dal primo capitolo. La protagonista è notevole, ben definita, tridimensionale e con un carattere.
    La storia mi sta prendendo, ma domani sarà una giornata dura, quindi è tempo di lasciare questo mondo per l’altro ;D
    A presto

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