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Capitolo 11

 

Ciò che veniva richiesto agli uomini era semplice: vivere, prosperare, riprodursi. Esattamente come prima, solo che il Dace e i Drod fecero in modo che tutto ciò avvenisse meglio di prima.

In cambio, si richiedeva di non intralciare la programmazione primaria, cosa tutto sommato semplicissima da fare: per la verità, era assai più difficile uscire dal programma che non rimanervi dentro, e anche chi ci provò, alla fine, trovò più pratico vivere la propria vita, anziché cercare di distruggerla – peraltro, era quasi impossibile riuscirci, a meno di ricorrere ad atti di follia premeditata, e a patto di farlo alla svelta, prima che il più vicino Drod impedisse al bug di verificarsi.

 

(“Sociologia della programmazione primaria”, cap. IV, ed. Cartesio)

Dopo l’agorafobia, la claustrofobia. Lem non riusciva a capacitarsi di come potesse essere vissuta tutti quegli anni sotto un cielo di plastica, percorso dai tubi dei neon a basso consumo, con pochi riquadri di cielo autentico lasciati liberi dalle costruzioni.

Al quinto livello c’erano intere sezioni di strade aperte, ma la gente si teneva comunque accanto alle pareti, come cercando la sicurezza degli ambienti noti, mentre Lem avvertiva una chiusura in gola e desiderava i prati verdeggianti davanti a casa sua. Ci si abitua presto a fare la vita dei ricchi, pensò con meno sarcasmo di quanto avrebbe voluto. Se l’avessero cacciata dal progetto Mi.Da e da Atlantis, non immaginava proprio come sarebbe riuscita ad adattarsi di nuovo a vivere tra quei cunicoli e quelle stanze artificiali.

A un incrocio, una Drod con un tailleur e terminale di ultima generazione teneva per mano un bambino piangente che chiamava la mamma. La Drod gli parlava in termini rassicuranti, a giudicare dall’espressione, e il bambino le si aggrappava come un naufrago a un pezzo di legno.

“Non riesco a immaginare che ci farebbero del male – disse – esistono per proteggere la razza umana, non per sostituirla.”

Vega alzò le spalle. “Le cose cambiano, sai. E nei dualis c’è anche la nostra razza, quindi è solo un piccolo passo oltre, pensare che siano più importanti di noi.”

“Perché non dovrebbero preoccuparsi di tutti? Dualis e sapiens, insieme.” Ma, già mentre lo diceva, un secondo pensiero le si affacciò alla mente: perché qualcuno, chiunque, dovrebbe preoccuparsi del sapiens? Siamo davvero ridotti a dover chiamare aiuto appena perdiamo la mano della mamma tra la folla?

Era il sogno umano che si realizzava: una mano tesa a ogni difficoltà, una cura capillare per ogni esemplare esistente, perfino per quelli ancora in divenire. Lem non poté non chiedersi se questo fosse il nocciolo del problema, anziché la sua soluzione. Che spinta può avere, una specie che non ha bisogno di spinte?

Vedendo l’espressione scettica di Vega, aggiunse, con ostinazione: “I Drod non hanno mai fatto del male a nessuno. Li abbiamo costruiti noi!”

“Sì – rispose il ragazzo – ma non è che se fai un figlio, poi quello sarà il tuo servo per la vita. Se costruisci una Motorale e sbagli una connessione, rischi di andare a sbattere. Perché per i Drod sarebbe diverso?”

“Non vedo niente che debba farmi pensare che complottano qualcosa – insistette Lem – loro danno alla gente quello che la gente vuole.”

“E chi decide cosa vuole la gente?”

Lem si fermò. Con l’avanzare dell’estate, Vega aveva abbandonato l’impermeabile e indossava un giubbotto nero, che dava alla sua pelle una sfumatura malata, tanto era bianca. A quanto pareva, non si avvaleva del servizio di raggi UV, acquistabile in qualsiasi farmacia convenzionata.

“Il Dace non influenza nessuno. Ci lasciano fare quasi tutto… scusa, ma se fosse come dici tu, perché non dovrebbero levare di mezzo le persone più valide, quelle che potrebbero surclassarli, come – esitò, prima di prendere un rischio calcolato – come il dottor Padovani, per esempio? Sai chi è?”

Vega annuì. “Ma l’hanno tolto di mezzo, se ci pensi: lavora per loro. Si fa coccolare su ad Atlantis, se lo tengono caro come un animaletto… come tutti quelli che possono essergli utili. Si prendono la crema, e ci lasciano l’amaro, non l’hai notato?”

“Non è che la crema faccia resistenza – osservò Lem – sempre sapiens sono. Perfino tu, se ti offrissero di vivere ad Atlantis, ti butteresti senza pensarci su un attimo.”

“No, io no. Io sono andato via da quel posto.”

Lem rimase a bocca aperta. Vega le spedì un sorrisino di pura ironia.

“Credevi che parlassi per invidia? Io sono nato lassù, i miei genitori sono funzionari addetti alla sicurezza dati, alla sede centrale del Dace. Così…” Si strinse nelle spalle, come se non trovasse le parole. “Così boriosi, sembrava si vergognassero di essere umani. Che peccato non si diventi Drod con qualche modifica genetica, altrimenti di sicuro l’avrebbero fatto, e con loro tutti i loro amici. Ci stanno annullando, Lem, ecco cosa penso. Non possono sterminarci, e allora hanno trovato un’altra strada.”

Oltre che un’idea paranoica, era decisamente stupida, secondo Lem. “Beh, se lo scopo ultimo è l’estinzione di quella palla al piede di sapiens, direi che stanno toppando alla grande: è di questi giorni l’inaugurazione della nuova cupola venusiana, giusto? Sessantacinque milioni di persone nei prossimi cinque anni, le navette sono già in partenza.”

“Eh già. Un po’ alla volta, sbattono i livelli inferiori nei pianeti esterni.”

La cosa veramente assurda, rifletté Lem, era che con ogni probabilità Allend avrebbe confermato ogni parola. L’emigrazione è un ottimo modo per liberarsi degli scarti, le pareva quasi di sentirlo.

“Non lo so… mi sembra così…”

“Paranoico?”

Lem non disse niente. Vega si fermò a un distributore e le chiese se volesse qualcosa da bere.

“Senti, mi rendo conto che sia un po’ strano pensare che i Drod ci detestino, dopo quello che insegnano a scuola… ‘se ti perdi, cerca un Drod e chiedigli aiuto’, te lo diceva tua madre, giusto?”

Lem non aveva voglia di ripensare a sua madre. Cherry Blossom aveva girato un reality, un telefilm, tre spot pubblicitari ed era stata ospitata in tutti i talk show di tutte le emittenti principali, ma ultimamente la sua faccia era sparita dalle home page, relegata in piccoli riquadri sul fondo.

E dopo cosa ci sarà per te, mamma? Il primo livello, lo Psicophine e il lettomoquette di un policlinico, mentre ti chiederai perché hanno smesso di venerarti?

Per quanto si sforzasse di sentirsene afflitta, l’unica cosa che le veniva in mente era una mano fuoricampo che le incipriava il naso, mentre asseriva che avrebbe rilasciato un’intervista appena arrivata in ospedale. Ha avuto quello che voleva, soltanto quello che voleva.

“Hai mai incontrato un ibrido? Ad Atlantis, intendo. Come sono?”

Vega le porse la lattina fredda. “Ti fanno sentire una merda con uno sguardo, ecco come sono.”

A Lem parve una descrizione perfettamente calzante. “Simpatici.”

“Sanno benissimo di essere meglio di noi, e sono convinti di essere il prossimo scalino evolutivo. Tante grazie per averci creato, sapiens, adesso potete togliervi di torno, avete esaurito la vostra funzione.” Vega fece una smorfia. “Per i Drod sarebbe fantastico, essere responsabili di persone collegate al Dace, non pensi? Controllerebbero tutto molto meglio, cosa che non possono fare con noi.”

Bevve un sorso della sua bibita e proseguì guardandola con aria truce, un’espressione che lo faceva sembrare molto più anziano dei suoi anni. Lem pensò che, per aver fatto una scelta estrema come quella di lasciare Atlantis e schierarsi contro il Dace, di respingere la crema, Vega dovesse essere virtualmente senza età. Ed è umano. Lui sì. Mai avrebbe creduto di essere tanto felice per l’umanità insita nel suo accompagnatore.

“Pensa come sarebbe bello, avere una Rete che loro non possano controllare. Una Rete di sapiens, dedicata soltanto a noi, com’era prima del Primo Giorno.”

E Lem, annuendo, capì che Vega intendeva offrirle finalmente l’accesso al tunnel clandestino.

 

Tornare ad Atlantis dai livelli inferiori era molto più laborioso di quanto avesse pensato: dovette rimanere in piedi parecchi minuti, sotto gli scanner genetici, mentre il controllore verificava tutte le sue tessere, il permesso di lavoro, quello di soggiorno e probabilmente anche il colore delle mutande. Dietro di lei, un tizio con la tessera smagnetizzata venne rimandato indietro con il consiglio di rivolgersi ai controllori del settimo livello, per una verifica. Il tizio si avviò senza protestare, l’aria mogia di chi sa che discutere è inutile.

Alla fine, l’addetto le restituì i documenti augurandole buona giornata. Fottiti, pensò Lem mentre sorrideva e passava oltre.

Vega le aveva scaricato sul pendrive i dati d’accesso al tunnel, ma Lem aveva ‘fotografato’ le schermate per poi cancellare i files, e dopo aver visto che anche il suo terminale era stato passato allo scanner, ne fu lieta. La mia privacy viene rispettata, certo, come no.

Avrebbe avuto una cosina o due da dire al principale, ma sfortunatamente ai meeting settimanali riusciva a stento a salutarlo, e durante il resto del tempo, lo vedeva solo di sfuggita, in corridoio, oppure quando passava al laboratorio per chiedere qualcosa. Non si trovava mai sola con lui per enunciare quel che avrebbe voluto, quindi poteva soltanto augurarglielo, un altro cancro ai polmoni. Con Max come medico curante, ovvio.

I meeting settimanali erano una noia. Come le aveva anticipato Padovani, non succedeva mai nulla, anche se si applicavano indefessamente alle colture di staminali che poi Buddy doveva collegare in microreti di server dedicati, e ogni volta le domande di Allend avevano come risposta una sequela di dati e cifre con variazioni irrilevanti da una settimana all’altra. Lem era l’unica che glieli citasse guardandolo negli occhi, senza bisogno di leggerli. I Drod avevano capacità mnemoniche notevoli, ma non potevano competere con le ‘fotografie’ di un’eidetica.

Dopo ogni meeting, a sera, si sentiva il collo talmente contratto e le mani così irrigidite dalla rabbia che doveva andare in palestra per almeno tre ore, prima che la stanchezza la rilassasse, volente o nolente. Il suo corpo aveva sviluppato muscoli d’acciaio, non vistosi, ma che davano alla carne la durezza compatta del legno, quando li contraeva. Malgrado le iniezioni di acido lattico e Staminox per mantenere il tono muscolare, il vecchio metodo di tenersi in esercizio rimaneva ancora il migliore: la differenza tra chi praticava sport e chi non lo faceva balzava subito all’occhio, non per gli accumuli di adipe, ma per una sorta di scioltezza, di naturalezza nei movimenti che chi praticava poco movimento non possedeva. Lem era diventata agile e svelta come un puma, e interiormente si sentiva amabile nello stesso identico modo.

L’immagine del formicaio la torturava. Le parole di Vega la torturavano. La domanda che la sua formazione in biologia aveva formulato come conclusione la torturava.

Cosa succede, quando una specie entra in competizione con un’altra più forte?

Respingeva la risposta con tutta la decisione di cui era capace.

Le strade di Atlantis erano ampie, con le aiuole spartitraffico piene di fiori, nelle loro bolle climatiche trasparenti. Lem avrebbe potuto usare la Motorale, ma preferiva andare a piedi, per godersi lo spazio aperto, dopo la claustrofobia patita al quinto, e contemplare le vetrine, con le esposizioni di vestiti che non si vedevano mai, ai livelli inferiori. Non c’era lo spazio per mostrare merci reali, così gli utenti cliccavano sulla schermata del negozio e passavano in rassegna le vetrine del giorno. Ma vedere coi propri occhi era tutt’altra cosa.

Su un punto hanno ragione i Drod, comunque: siamo troppi, non potrebbero farci vivere diversamente neppure volendo. Per dare a chi merita, togliere a chi non merita è inevitabile.

Se solo ci fosse una soluzione per non prenderci a gomitate a vicenda per uno spazio così limitato.

Sospirò. Sembrava che la prerogativa delle razze umanoidi, artificiali o meno, fosse soprattutto quella di detestare la reciproca coesistenza. E nel numero mi ci metto anch’io, vorrei strozzarlo, quel bastardo, quel…

Si fermò davanti a una vetrina che sprecava il suo spazio in maniera scandalosa: otto metri nei quali erano disposte tre borse, tre paia di scarpe, e due vestiti, sotto una palla dorata, che doveva consumare quanto un lampione stradale. Il nome sulla vetrina era di quelli che Lem aveva sempre visto al telovideo, i prezzi non erano neanche esposti. Uno dei due vestiti era un abitino da cocktail viola, senza spalline, rifiniture color bronzo, e un incrocio di lacci sulla schiena, bellissimo. Il cartellino l’informò che si trattava di un modello esclusivo, cucito a mano.

Una melanzana, eh?

La porta a vetri si scostò con un sussurro per farla entrare.

 

La mattina seguente, quando entrò nel laboratorio, Buddy dormiva riverso sulla scrivania, il cavetto ancora collegato e il terminale in stand by. Mentre Lem si avvicinava, sullo schermo comparve l’immagine di una ragazza dai grossi seni ballonzolanti, abbracciata a un Buddy decisamente idealizzato, muscoli rigonfi che sembravano sul punto di far saltare le cuciture, niente brufoli e la capigliatura così fluente che pareva scorrere, più che agitarsi nel vento.

Lo scosse prima che il sogno diventasse una cosa troppo personale. “Ma sei rimasto qui tutta la notte?”

Buddy si tirò su, stropicciandosi gli occhi. Si staccò il cavetto e lo schermo tornò nero. “C’ero vicino, non volevo perdere gli impulsi… ti giuro che ci ero vicino, stavolta!”

“Sì okay, ma non puoi vivere attaccato al terminale. Hai mangiato qualcosa, almeno?”

“No…” Buddy si alzò e si stiracchiò. “Vado a farmi la doccia, mamma. Senti, appena arriva Max, digli che deve esaminare quei referti, come prima cosa.”

“Sì, sì…” Lem andò alla sua postazione pensando che dire a Max cosa fare andava molto oltre i limiti del suo coraggio. Rimase codardamente zitta mentre il fisiologo cerebrale entrava, passava la tessera a inizio turno e si piazzava alla propria scrivania.

Le cellule neurali della coltivazione B6/e3 erano diventate spazzatura. Lem lasciò cadere il vetrino nel riciclatore e disse, a nessuno in particolare: “Mi sto facendo sempre più l’idea che partire dallo stadio adulto sia un salto troppo grande. Dopotutto il primo Internet era nato con pochissime sinapsi di terminali connesse tra loro. Vorrei provare un test un po’ diverso.”

Immerso nella lettura del microscopio genetico, Max mugugnò qualcosa che Lem interpretò come approvazione. Fino a quel momento le attrezzature del laboratorio erano bastate e avanzate, avevano le strumentazioni più progredite e la sua massima esigenza era stata chiedere a Padovani in quale cassetto erano le graffette, ma adesso decise di approfittare dei privilegi del Mi.Da. Si alzò e andò in cerca di Nilufar, per chiederle come fare richiesta di qualche utero artificiale.

Risultò che per fare richiesta doveva soltanto dire quello che voleva e/o andarselo a prendere: con la tessera del progetto aveva accesso a qualsiasi laboratorio, magazzino o ufficio di Atlantis. Poteva perfino acquisire i files riservati della polizia, anche se per quello serviva il visto del capo. Secondo Lem, un simile vincolo equivaleva a un divieto, ma non lo disse.

“Grandioso, ho praticamente licenza di rubare.”

“Praticamente sì. Dimmi cosa ti serve e quando, ed entro un’ora l’avrai sulla scrivania.”

“Preferirei andare io – disse Lem – non so quali nuovi modelli siano usciti negli ultimi tempi, e devo darci un’occhiata. Mi assenterò durante la pausa pranzo.”

“Va bene, ti accompagno.”

Non voleva essere sgarbata con la collega, ma non voleva nemmeno che diventasse sua amica, malgrado le evidenti profferte. Secondo il calendario, poteva essere passato quasi un anno dalla morte di Monica, ma buona parte di quel tempo lo aveva passato nella vasca staminale e poi alle prese con un recupero lento e faticoso, con il tempo contratto su se stesso come un muscolo sotto continuo sforzo.

Sostituire la sua amica era qualcosa che non si sentiva pronta a fare, non così presto, forse mai. Non sapeva neanche se fosse giusto. Non voleva che fosse giusto.

“Non c’è bisogno, dimmi solo dove…”

“Ti accompagno.” Nilufar sorrideva in modo amichevole, ma i suoi occhi erano seri, e anche la sua voce era seria. “Durante l’orario di lavoro sono responsabile per la tua sicurezza. Sai com’è.”

Lem alzò le spalle e tornò al laboratorio. Inutile discutere, certi argomenti erano una perdita di tempo, coi Drod.

Buddy si era cambiato la maglietta, per quieto vivere coi colleghi, ed era di nuovo collegato al terminale con il suo cavetto. Lem gli chiese se avesse fatto colazione, e ovviamente la risposta fu che si era dimenticato.

“Ma ho una bomboletta di wurstel nel freezer, me la passi?”

Lem avrebbe voluto dirgli che una colazione simile non era valutata la miglior cura contro l’acne, ma non voleva risultare troppo invadente e gliela porse. Senza staccarsi dal terminale, Buddy tolse il coperchietto, si spremette direttamente in bocca la schiuma brunastra, inghiottì e mise giù la bomboletta. “Grazie.” E ricominciò a digitare.

Lem ricacciò giù la nausea. “Fai veramente schifo, lo sai?”

“Sono sempre proteine, nello stomaco non fa differenza se sono trattate o no. Adesso fammi finire qui, grazie.”

Non fu un grosso sacrificio per Lem saltare il pranzo, quando dovette uscire con Nilufar.

Era una bella giornata: Atlantis sembrava inondata di sole, tanto che l’illuminazione artificiale era spenta, salvo qualche insegna. Le bolle climatiche delle aiuole erano aperte, e la brezza agitava dolcemente gli steli, portando un profumo di foresta quasi inebriante. Lassù l’inquinamento era pressoché inesistente, e Lem aspirò a pieni polmoni.

“Il prossimo week end voglio andare al lago – disse – sono secoli che non esco da New Babel.”

Nilufar non le propose di unirsi a lei, cosa che le dispiacque, malgrado tutto. Ma non poteva pretendere di ricevere amicizia, se non la offriva.

“Usciremo presto, comunque. Il mese prossimo ci sarà la festa natalizia aziendale.”

Cavoli, è stato profetico comprare quel vestito. La cifra spesa equivaleva a oltre un mese del suo vecchio stipendio, e quando volta ci pensava si chiedeva perché avesse fatto la follia, anche se la nuova paga era tale da innervosirla, quando ogni venerdì trovava l’accredito sul conto.

“E perché dovremmo uscire? Dove le tengono, di solito?”

Nilufar le lanciò una rapida occhiata. “Nuova Dubai.”

“Stai scherzando?”

“No, perché? Gli amministratori delegati e gli azionisti vogliono divertirsi, e a noi toccano le briciole, ma anche così, è una gran bella cosa.” Saltellò, come una bambina, cancellando in un sol colpo la freddezza con cui Lem cercava di tenerla a distanza. “Devi venire assolutamente!”

“Certo – disse Lem – non me lo perderei per niente al mondo.” Ed era sincera. Nuova Dubai! Il paradiso costruito sulla Luna, una cupola climatica che rispondeva a un unico criterio: il lusso.

Aveva visto dei servizi sulle abitazioni e i luoghi di svago di Nuova Dubai, immense piscine riscaldate sullo sfondo dell’universo, campi da golf dove la pallina volava in uno scorcio che mostrava la Terra, il centro commerciale sul Mare della Tranquillità, le piste da sci dove si aveva l’impressione di tuffarsi nelle stelle, e i locali con le dark room che si illuminavano a intermittenza, privandoti dell’anonimato che si cercava in quei posti. Capitava di scoprire che si era allacciati a un divo del cinema o un multimiliardario locale, così, oppure al collega detestato che ti aveva appena regalato l’orgasmo della tua vita.

Nilufar si lanciò in un racconto appassionato della navetta che li avrebbe portati lassù, di come ogni ospite avesse cinque camerieri in stanza, di come nelle stanze ci fossero tappeti erbosi e alberi levigati ai quali appendere gli indumenti, e vasche idromassaggio, e…

“Ehi, perché non scendiamo?” A Lem dispiacque interrompere lo sproloquio, ma Nilufar le ricordava Monica sotto un altro aspetto: quando attaccava, non la finiva più. Sentì una fitta, ma la ricacciò indietro con forza. Non volevo il coinvolgimento emotivo di un’amicizia, ma non era colpa di Nilufar, punto.

Riportò il discorso sui più sicuri binari del lavoro: “Gli uteri artificiali vengono consegnati alle cliniche abortive, e ad Atlantis non mi risulta ce ne siano.”

“Sì, ma per la verità adesso una c’è.” Nilufar la guardò fuggevolmente, come fosse imbarazzata. “Sai, dopo l’attentato, si è preferito evitare che gli aborti dualis finissero ai livelli inferiori.”

“Giusto – esclamò Lem – non vorranno rischiare uno dei loro preziosi embrioni in mezzo alla feccia!”

La voce di Nilufar suonò quieta: “Per la verità, l’idea era di non rischiare i sapiens, visto che i terroristi hanno fatto un massacro, per prendere il dualis.”

Lem ebbe il buon gusto di arrossire un po’.

La clinica era come quella dove aveva lavorato, salvo che era più grande, più spaziosa, più luminosa e infinitamente migliore, senza antiabortisti a fare cordate sulle porte. Negli ultimi tempi, non godevano di grande popolarità.

Il direttore l’accolse con aria premurosa, le strinse la mano, si disse onorato da quella visita. “Se si stancherà di lavorare al Mi.Da, qui per lei ci sarà sempre posto, dottoressa. Vuole venire a vedere qualcosa? Credo che le farà piacere.”

Seguendo il Drod, Lem non poté fare a meno di pensare alle parole di Padovani, quando le aveva detto che sarebbe durata poco e che avrebbe presto cercato qualcosa di meglio. Tornare a praticare aborti? Certo, farlo ad Atlantis era tutt’altro discorso, però…

“Ecco qui – il direttore entrò nel laboratorio, talmente grande da sembrare vuoto – guardi questo, dottoressa.”

Le mise in mano uno scanner genetico, mentre i biologi presenti – tutti Drod, perfetti e statuari come li aveva immaginati, quel giorno lontano – interrompevano il lavoro per guardarla. Era un po’ imbarazzante, ma si sforzò di sorridere con aria affabile mentre passava lo scanner sull’utero indicatole dal direttore. Conteneva un feto maschio di nove mesi, perfettamente formato, intento ad aprire e chiudere le minuscole mani, con gli occhi che si muovevano dietro le palpebre chiuse. Lem ostentò educata perplessità.

“Non può riconoscerlo, certo, ma questo è il dualis che ha salvato, dottoressa. Nascerà a giorni, è venuta giusto in tempo.” Il direttore sorrise fino alle orecchie. “Il padre è in fibrillazione, e anche noi… sarà il primo a tagliare il cordone ombelicale, da quando la clinica è aperta!”

Questo era improbabile: dovevano esserci decine di aborti più avanzati, quando li avevano trasferiti lì, a Lem parve una menzogna pura e semplice, di quelle che si dicono per compiacere l’interlocutore, ma non commentò.

Quindi, il feto che mostrano in telovideo è una controfigura. Figurarsi se avrebbero usato davvero il loro Bambino Eletto, a rischio che i giornalisti decidessero che una straziante morte prenatale fosse preferibile alla nascita con vagiti e tutto. E i giornalisti devono saperlo, ma non interessa a nessuno. La verità non interessa a nessuno.

Beh, a me sì.

Restituì lo scanner. “La ringrazio molto. Sono felice di vedere che almeno uno si è salvato e riceve un’assistenza di prima qualità.”

Il direttore non colse la frecciata. Le chiese di cosa avesse bisogno e le assicurò che avevano uteri di ultima generazione, i nuovissimi modelli, con cavetti di alimentazione autonoma, e…

“Mi bastano quelli più obsoleti. Non vorrei privare gli aborti delle cure migliori, solo per svolgere un banale test.”

Il direttore si fece pensieroso. “Dovremmo averne ancora qualcuno, dei vecchi Utex 5.6: erano quelli di quando lei lavorava qui, giusto?”

Non lavoravo qui, per niente! Quel tizio correva davvero troppo. “Sì, grazie.”

Dieci minuti dopo, quando uscirono, Nilufar portava una borsa termica contenente una decina di Utex 5.6 e almeno altrettanti nuovi Ut-Plax 3.0, che malgrado le sue rimostranze, il direttore aveva preteso di infilare nella sacca.

“Così potrà vedere i progressi fatti nel frattempo, dottoressa. Meglio tenersi aggiornati, non crede?”

Era proprio quello che Lem non voleva, ma sapeva che sarebbe stato inutile discutere, e non discusse. Lasciò che Nilufar firmasse il visto e fece passare la propria tessera sul terminale, grazie alla quale il Dace avrebbe registrato la consegna degli uteri artificiali al progetto Mi.Da, perché il progetto Mi.Da era cosa buona e giusta e se serviva un utero artificiale per incubare la piccola Rete, così aveva da essere, amen.

Il direttore si accigliò guardando la schermata e le chiese di passare di nuovo la tessera, perché sembrava che il sistema avesse subito un rallentamento. Lem eseguì, rimasero a guardare, e tirarono un sospiro di sollievo quando il Dace accettò la consegna. Cos’è, dovevi pensarci su? Non sei l’unico ad avere dubbi, sai?

La clinica le sembrava stranamente vuota, anche se era naturale, visto che era molto spaziosa e che i dualis abortiti erano una percentuale irrisoria, rispetto agli esseri umani dei livelli inferiori. Lem si chiese se i medici cui erano affidati giudicassero le sapiens che se ne erano sbarazzate delle stupide, come le aveva considerate lei, prima.

“Guarda, guarda!” Nilufar la tirò per una manica, indicando una vetrina. “Perché non te la compri?”

Era una Motorale ultimissimo modello, scintillante e cromata, che chiusa aveva le dimensioni di un accendino. L’esemplare in vetrina si apriva di continuo per la dimostrazione, impiegandoci meno di un battito di ciglia, un fulmine verde e viola, dalla linea aerodinamica.

Lo shopping era un’attività che si svolgeva con le amiche. Lem passò oltre. “La mia funziona ancora, dai, torniamo al laboratorio.”

“La tua è un catorcio – disse Nilufar senza mezzi termini – non so neanche se valga qualcosa, a darla indietro come rottame.”

“Correrò il rischio.”

Parlò in tono sbrigativo, quasi sgarbato, per scoraggiare la collega, ma Nilufar non era un elemento facile da scoraggiare.

“Almeno un’occhiata, dai, entriamo, tanto c’è tempo!”

E, afferrandola con la micidiale tenaglia Drod, le agganciò un braccio e la trascinò dentro il negozio, senza curarsi del momentaneo accecamento di Lem per la scansione della retina sulla porta. Nei negozi che vendevano articoli di un certo valore si veniva identificati in entrata, lì ad Atlantis. Iniziava a non poterne più di essere monitorata come un delfino col transistor sulla pinna. Rispetto della privacy, come no. Chissà se un dualis con un occhio nero avrebbe conservato quel fascino inquietante che sembrava contraddistinguerli?

Il negozio era un budello lungo e stretto, almeno la parte riservata al pubblico. Il resto era ingombro di Motorale di ogni foggia e dimensione, disposte ai due lati del corridoio, sfruttato al punto che poteva passare una sola persona per volta. Anche se lo spazio ad Atlantis era garantito, un concessionario di Motorale se lo mangiava tutto.

Il venditore – sapiens, almeno lui – afferrò al volo i due concetti fondamentali, cioè che Lem era quella che pagava e che Lem era quella riluttante, perciò fu su di Lem che si accanì, magnificando pregi e virtù della Motorale con toni talmente drammatici che sembrava stesse intonando l’omelia della figlia prediletta, eroica e defunta tragicamente mentre salvava un bambino da un assalto di coccodrilli inferociti.

Lem cercò diverse volte di dire: “No, guardi…”, senza il minimo successo, e alla fine rinunciò in attesa che l’altro finisse il fiato.

Proprio mentre sperava che stessero avvicinandosi alla conclusione di un commosso discorso sulle imbottiture ultrasottili della Motorale, capaci di resistere a temperature di oltre novantacinque sottozero (non si soffermò sulle ragioni che avrebbero dovuto spingere chicchessia a uscire di casa con novantacinque sottozero), l’illuminazione del negozio tremolò e si spense, per riaccendersi l’attimo dopo.

Con suo enorme sollievo, Lem vide che l’intoppo aveva ammutolito il venditore, sia pure per un secondo, e ne approfittò: “Grazie, allora ci penserò e poi magari tornerò nel pomeriggio, promesso.”

“Aspetti, aspetti – l’altro recuperò terreno all’istante – se le interessa, il metodo di pagamento prevede una rateizzazione estremamente conveniente, le posso mostrare il dépliant…”

“Grazie, non…”

“Usciamo.”

La tenaglia di Nilufar le si serrò addosso in maniera quasi dolorosa, e Lem, senza poter fare niente per impedirlo, venne trascinata fuori con celerità ancora maggiore rispetto a quando era entrata. Poi la Drod si voltò verso il venditore, rimasto con la mano alzata a metà di una dissertazione.

“Venga anche lei, svelto!”

Il venditore le guardò con l’aria perplessa di chi di colpo non è sicuro di aver impiegato bene gli ultimi dieci minuti della propria vita.

Lem strattonò il braccio, ottenendo solo di indolenzirlo. “Smettila, mi fai male, sei matta o…”

Il venditore non aveva impiegato bene gli ultimi dieci minuti della propria vita. Effettivamente, visto che Lem non aveva nessuna intenzione di comprare una Motorale nuova, li aveva davvero sprecati, e questa fu la reale tragedia che si consumò, quando i tubi che correvano sotto il pavimento e nelle intercapedini dei muri, portando il combustibile all’impianto di illuminazione e riscaldamento, esplosero.

Lem vide un bocciolo rosso, con gli orli arancioni, spuntare dal linoleum già liquefatto, una gemma bellissima, che salì fino a metà altezza e lì si aprì.

Una palla dai petali di fiamma, che si schiuse col rombo di un tuono a distanza ravvicinata.

Barcollò per la potenza dell’onda d’urto, sentendo un dolore improvviso all’orecchio destro, e sarebbe certamente caduta, se la presa di Nilufar non fosse stata un cavo d’acciaio che la risbattè giù come i suoi piedi persero contatto col suolo. Avvertì il tlinn musicale quando la vetrina di plexiglas andò in pezzi. Sentì dei solchi dolorosi sulla pelle, schegge che volavano dappertutto, ma Nilufar l’aveva trascinata di lato rispetto al negozio, e non venne investita in pieno.

“Corri!” Nilufar le diede una spinta, con una sola mano, perché con l’altra stava estraendo la pistola, più piccola e leggera di quella di Allend e dei terroristi della clinica. Lem non aveva dubbi che fosse altrettanto funzionale. “Torna al laboratorio, subito!”

Lem vide il fiore rosso nel negozio, che adesso era una cabina di luce accecante, con petali lingueggianti che si allungavano sulla strada. Le sirene suonavano a pieno volume, le auto si erano fermate in mezzo alla strada. Vide i Drod che scendevano lentamente, senza tradire il minimo timore, vide gli esseri umani che venivano spinti indietro, con l’ordine di levarsi di torno. Nella confusione, quello era l’unico modo per distinguere gli uni dagli altri.

Sentì colare il sangue sulla faccia e si asciugò, con un sussulto di dolore: una scheggia di plexiglas le si era conficcata sotto l’occhio, solo per pura fortuna non gliel’aveva trafitto come uno stecchino con un’oliva. Ci mancherebbe soltanto di rimanere accecata quindici giorni, con tutto il lavoro che c’è, pensò vagamente, mentre si toglieva la scheggia. L’orecchio continuava a ronzarle, come se fosse pieno di calabroni.

Qualcuno la prese per un braccio e la tirò indietro.

“Grazie, faccio da sola, vada pure con…”

Il dolore fu improvviso e sbiancante, simile a una colica, all’altezza del fegato. Avvertì nettamente la carne che si divideva davanti alla lama, sentì ogni sussulto della mano che la guidava dentro il suo corpo, poi la sentì girare dentro, per fare più danno possibile.

La sentì sgusciare fuori com’era entrata, e prima che le gambe le cedessero per lo choc improvviso, capì che si preparava un secondo colpo.

In quel momento la sua mente razionale decise che era il momento giusto per una vacanza, e rimase attivo soltanto il cervello rettile. Reagì d’istinto. Sapeva dove doveva trovarsi il polso che l’aveva trafitta, dal percorso fatto in lei, l’aveva ‘fotografato’, decisamente aveva ottenuto la sua completa attenzione.

La mano le scattò avanti, trovò la lama, l’afferrò… non era un laser, fu tagliata, non bruciata… e l’altra mano raggiunse il gomito, lo spinse con forza mentre tratteneva le dita attorno a quella lama, sentendo i solchi che scavava nella carne.

Non aveva abbastanza forza per disarticolare, anche perché il dolore era un buco nauseante che inghiottiva il suo corpo dilagandole dentro, ma ebbe ugualmente la soddisfazione di sentir cedere i legamenti e di far urlare il suo assalitore, prima che le falciasse le caviglie con una gamba per buttarla giù.

Lem cadde, ancora aggrappata al gomito, l’urto col marciapiede le accese un fulmine gigantesco nello squarcio sul ventre, ma l’effetto del dolore non fu di spaventarla, bensì di farle salire fino agli occhi la rabbia immensa, repressa, che covava dal giorno della morte di Monica. Se ne sentì inondare come alcol puro, combustibile sulle braci ardenti della sua furia, e l’incendio divampò ancora più violento di quello dell’esplosione.

Sei uno di loro?, e tese una gamba di traverso quello dell’aggressore. Sei uno di loro?, si chiese, mentre tirava in giù il gomito per sbilanciarlo sull’intralcio della sua coscia, sei uno degli strafottutissimi cigni bianchi?, e sentì che perdeva la presa mentre quello precipitava, ottanta chili che fecero vibrare il marciapiede e fecero vibrare la ferita.

Sentendo che la vista iniziava a velarsi, Lem si avventò sul coltello, torse il polso, lo vide cadere: era di resina, naturalmente, nessun controllore di Atlantis avrebbe lasciato passare un serramanico laser. Ma anche ad Atlantis si vendevano coltelli da cucina, anche ad Atlantis si poteva uccidere, se lo si voleva davvero.

Lem sentì un gran male all’angolo della mascella, dove si innestava sul collo, dove l’uomo l’aveva colpita con un pugno da gettarla via. Si infuriò ancora di più, perché sapeva di stare perdendo conoscenza. Mentre ricadeva, tirò un calcio, esattamente il calcio che Allend aveva parato con tanta noncuranza, fanculo anche a lui, e avvertì il calcagno entrare in collisione con qualcosa di sporgente e fragile, una cartilagine che cedette mentre premeva con tutta la violenza di cui era capace, con tutto l’odio di cui era capace, e fu ricompensata da un’ultima fitta di dolore e dalla perdita di conoscenza, quando cadde sulla ferita e anche la mente rettile decise che era ora di una bella vacanza nell’emisfero australe.

 

“…Nakamura, Lem! Mi sente, vero? Avanti, risponda, è ora di svegliarsi!”

Le luci sopra di lei erano accecanti, e anche le figure sopra di lei erano accecanti. Lem strizzò gli occhi e bofonchiò qualcosa, non era sicura di cosa avesse detto, ma tutte quelle cose accecanti sembrarono soddisfatte. Sentì che le toglievano la mascherina d’ossigeno e la trasferivano sul lettino.

“Rimanga distesa – consigliò una delle voci accecanti, e a Lem parve un consiglio fortemente demente, visto che non sarebbe riuscita ad alzarsi neanche con un argano – per stanotte, non deve muoversi, va bene?”

“Farò… lo sforzo.”

Tenne gli occhi chiusi finché non sentì che la trasferivano di nuovo, un letto ampio e comodo, stavolta, con un cuscino ortopedico che registrava lo stato della colonna vertebrale e si adattava seduta stante a qualsiasi cambiamento di posizione. Dallo sterno in giù non sentiva niente, cosa della quale fu molto grata.

“Dove sono?”

La voce che le rispose aveva molto di familiare, e la indusse ad aprire gli occhi e mettere a fuoco le figure accecanti. Dopo un attimo di disorientamento, le pupille si adattarono. La luce era normale, dopotutto.

“Ti do un indizio, Lem: non sei in piedi su un tavolo a fare strip poker. Ce la fai a mettere a fuoco o devo aprirti il cranio con un’ascia, per guardare i danni? Perché ti giuro, ne ho una voglia che…”

“Anch’io… sono felice di rivederti, Max…” Cercò di sopportare l’intrusione dello scanner che controllava le sinapsi, dietro il nervo ottico. Povere, povere le sue retine, sempre tormentate da tutte quelle luci invadenti.

“Cosa è successo?”

Il collega non la degnò di una risposta. Si rivolse a un’invisibile infermiera dicendole di levarsi dalle palle, quindi Lem sentì una sedia che veniva sbatacchiata contro il letto. L’insensibile parte inferiore del suo corpo parve protestare, e sapeva che, quando l’anestesia avesse smesso di fare effetto, le nanomacchine staminali che ricostruivano la parte lesa avrebbero fatto un male boia. Ma forse, visto che si trovava in un ospedale di Atlantis, poteva contare su qualche nuovissima – e costosissima – terapia del dolore.

Max continuava a imprecare mentre visionava la sua cartella clinica, i medici del reparto che se ne stavano da parte senza azzardarsi a fargli notare che lui, lì, era un ospite.

“Per curiosità, ci sono dei giornalisti là fuori?”

Max scaraventò via la cartella. “Non mi dire, come l’hai capito?”

“Mah… intuito femminile.” Lem richiuse gli occhi. “Cos’ho?”

“Lesione da parte a parte del fegato, un timpano sfondato, una lieve commozione cerebrale e una manciata di tagli ed escoriazioni. Ti dimetteranno domani pomeriggio, dalle vasche abbiamo tanti campioni dei tuoi tessuti che i danni all’udito sono già sistemati, e le nanomacchine epatiche stanno finendo il lavoro al piano di sotto. CHIUDETE QUELLA FINESTRA, CAZZO!”

Anche se era preparata all’esplosione, Lem sussultò ugualmente mentre l’infermiera andava a oscurare il vetro della stanza. Decine di facce premevano, insieme agli occhi neri delle videocamere.

“Pensavo che almeno ad Atlantis non ce ne fossero…”

“Sono come gli scarafaggi, non puoi tenerli lontani – Max sedette e controllò i valori sul monitor – beh, almeno finché arriverà il capo. Dopo, questa cosa non sarà mai successa, sta’ tranquilla.”

“Mai successa, eh?” Si sforzò di ricordare, ma la testa le faceva troppo male. “Come sta Nilufar?”

“Lei bene, il tuo assalitore un po’ meno. Dopo la tua ripassata, c’è stata la sua, e non scendiamo nei dettagli. Ce la fai a metterti seduta?”

“Ma mi hanno detto…”

Max le spiegò, in termini abbastanza inequivocabili, cosa ne pensava di quel che avevano detto gli altri medici (che si erano defilati con la scusa di allontanare i giornalisti), e Lem, aiutata dall’infermiera, si sollevò puntellandosi sul bacino. Era come appoggiarsi sul nulla. Lo sforzo le diede la nausea. “Posso vomitare?”

“Dall’altra parte, ho la giacca pulita – controllò il timpano con lo scanner – bene, direi che sei a posto. Aspiri il sangue da quell’emorragia subcutanea, infermiera: mia moglie è una sua fan, non mi perdonerà se la lasciamo con la faccia piena di lividi. E neanche il capo, ho idea.”

“Max…”

“Rimettiti giù, prima di vomitare sul serio. Il vomito mi fa senso.”

“Max – Lem cercò di mantenere ben ferma la voce – cosa è successo?”

“Sta arrivando il principale, saprà spiegarti tutto molto meglio lui. In linea di massima, comunque, hanno cercato di farti fuori. Se Nilufar non ti avesse tirata fuori dal negozio, a quest’ora potremmo solo spargere le tue ceneri.”

Lem chiuse gli occhi, sforzandosi di ricordare le ‘fotografie’ della giornata. “C’è stato un calo di tensione, prima del botto. Ma come sapevano…?”

“Aspetta il capo, Lem. E intanto riposati.” La voce di Max per un attimo si fece quasi umana, mentre si alzava. “Devi esserti fatta l’idea che la sicurezza di Atlantis faccia pena, e non posso darti torto. Cosa accidenti hai fatto, per spaventarli tanto?”

“Spaventare chi?”

Era una domanda pressoché retorica. “I cigni bianchi, genio. Sei nel loro mirino, hanno hackerato il sistema per raggiungerti. Il Dace ha staccato le connessioni coi livelli inferiori, e chissà quando le rimetterà. Cosa cavolo hai fatto?”

“Il mio ex è il loro capo. Ci siamo lasciati maluccio.”

“Buddy sta lavorando come un pazzo per chiudere il tunnel che avevano scavato sotto la Rete, e per raggiungere il server d’origine. Anche se a quest’ora avranno abbandonato le postazioni e la polizia troverà soltanto una stanza vuota.”

E, senza alcun dubbio, l’uomo che l’aveva assalita non avrebbe saputo alcunchè di importante. Ha violato la programmazione primaria. Rabbrividì al pensiero. Tutti sapevano come reagivano i Drod, con le violazioni alla programmazione primaria.

“Nilufar dice che c’era stato un problema anche alla clinica, è vero?”

Lem ricordò l’intoppo con le tessere. “Mi stai dicendo che i cigni bianchi sono talmente abili da infiltrarsi nella rete di comunicazioni, estrapolare le informazioni che vogliono, e acquisire i sistemi di sicurezza per rivoltarli contro chi vogliono, in un attentato terroristico?”

L’infermiera aveva finito il suo lavoro. Era una Drod, una bruna incantevole, che la guardò con partecipazione, prima di andarsene. Se vogliono annullarci, se ci detestano tanto, com’è che loro mi curano mentre sono i sapiens a cercare di uccidermi?

Si rimise giù, per nascondersi nel rifugio delle lenzuola.

“Sono stanca di tutti questi segreti. Sono stanca di essere considerata una specie di mascotte, nel Mi.Da e in Atlantis, e sono stufa marcia di guardare uno di voi e pensare ehi, questo sa qualcosa che non so, e non me lo dirà perché secondo lui sono troppo stupida per capirlo! Volete spiegarmi, una buona volta?”

“Lem…” cominciò Max, ma in quel momento la porta si aprì (le videocamere allungarono subito i loro occhi neri) e Allend entrò. Lo fece con tanta concitazione che i pannelli scorrevoli si bloccarono un istante, mentre li afferrava e li richiudeva dietro di sé senza aspettare la fotocellula, per escludere i curiosi.

Con aria di sollievo, Max si alzò e disse che avrebbe sgomberato il reparto dagli scassapalle.

“Alla svelta, Max – Allend non le staccava gli occhi di dosso – prendi i nomi di chi non capisce il concetto, questa storia deve rimanere circoscritta. Chiaro?”

“Posso prendere le loro teste, se vuoi.”

“Quelle arriveranno in un secondo momento. Per ora, c’è stata una fuga di combustibile e una tragica fatalità. Non farti scappare mezza parola sull’aggressione. Che anche ad Atlantis la gente crepi piacerà a quelli dei livelli inferiori, li farà godere, immagino. Come ti senti, Lem?”

D’un tratto, lei fu consapevole del camice da ospedale, dei capelli arruffati, della faccia sfatta e del catetere discretamente nascosto dalle lenzuola. Distolse lo sguardo senza rispondere.

La porta si aprì e si richiuse su Max che aveva già afferrato una delle videocamere e l’abbassava con la forza, tra le proteste dei giornalisti. Lem sentì che Allend si era seduto, ma continuò a non guardarlo.

“L’hai pestato per bene, il tuo assalitore. Lo staremmo ancora inseguendo, se non gli avessi fratturato il naso e fatto saltare i tendini al ginocchio.”

Lem rimase in silenzio.

“Buddy ha quasi richiuso il tunnel. Non si capacita di come possa aver trascurato di criptare le tessere degli addetti al Mi.Da, ma un’eventualità del genere era imprevedibile: finora non era mai successo che, non potendo controllare la Rete del progetto, abbiano messo sotto controllo i documenti degli scienziati che ci lavorano. Arrivare poi a infiltrarsi nei sistemi di Atlantis… certo, un negozio qualsiasi, niente di impossibile, non era certo la base operativa del Mi.Da, ma… la tua intuizione deve averli spaventati parecchio.”

Lem si chiese per quanto tempo ancora sarebbe andato avanti con quel fiume di cazzate. La credevano davvero irrimediabilmente stupida?

L’idea che fosse proprio così, e che Allend l’avrebbe stordita con storielle costruite ad arte, finché non fosse stato sicuro che lei ci credesse, la indusse infine a voltarsi, appoggiandosi sul gomito, per affrontarlo direttamente.

“Sei uno stronzo.”

Proseguì sillabando bene, perché fosse tutto chiaro. “Uno stronzo di dualis che si crede chissà cosa, e intanto gioca a scacchi con le vite umane. Stanno tenendo sotto controllo il progetto, bravi, e immagino che tutti lo sapessero tranne me! Cosa sono io, l’elemento sacrificabile, quello che potete dare in pasto al nemico, come specchietto per le allodole? E’ questo?”

Allend scosse la testa con tanta energia che i capelli gli sbatterono contro le tempie. “No, Lem, no nella maniera più assoluta. Nessuno del Mi.Da è sacrificabile, di certo non tu… se volessi permettermi di spiegarti…”

La testa le faceva male, e anche le nanomacchine dentro di lei le facevano male. Quello non era un buon momento per affrontare l’ennesima, interminabile discussione col suo capo, ma se si fosse fatta scappare l’occasione, rischiava che non si presentasse mai più.

“Permetterlo? Io lo esigo!”

“Sì – Allend si frugò nella giacca, tirò fuori le sigarette, ma era in un ospedale e dovette rimetterle via – naturalmente. Su una cosa hai ragione, non pensavo ti temessero così tanto da attaccare. Oltre che contro di te, questo attentato è stato un avvertimento contro Atlantis, per dimostrare che possono infiltrarsi, se vogliono…”

“Grandioso, dimmi qualcosa a cui non posso arrivare da sola.”

“Ho visionato i files del tuo progetto: non è una cosa mai tentata prima, nel Mi.Da è stato tentato di tutto, ma le combinazioni possibili sono infinite – Allend respirò, prima di cominciare a farfugliare – non possono sapere come intendi procedere, ma che tu abbia voluto gli uteri li ha messi in allarme. La tua formazione in biologia, evidentemente, è compatibile con qualcosa che stanno tentando di fare, e che sta dando dei risultati. Per mandare addirittura un uomo, qualora il primo assalto fosse fallito, vuol dire che vogliono fermarti, con ogni mezzo.”

Lem si sforzò di calmarsi. Insultare ancora Allend non sarebbe servito a niente: l’unica certezza, al momento, era che a non volerla morta fosse proprio il nemico della sua specie.

“Ti riferisci ai cigni bianchi.”

“Certo.”

“Sono impegnati in un progetto analogo al Mi.Da?”

“Una Rete che entri in conflitto col Dace sarebbe un’arma temibile, devi convenirne.”

“Divertente – rispose Lem – prima mi fate credere che il Dace vuole riprodursi, e adesso scopro che il Mi.Da è un progetto per creare delle armi. Arriverà mai il giorno in cui ti degnerai di dirmi la verità, Allend?”

Era forse la prima volta che lo chiamava per nome, e per un momento i loro occhi si incrociarono.  Quelli di lui erano molto verdi e molto turbati, sembrava che l’accaduto l’avesse colpito sul piano personale, oltre che professionale. Sembrava qualcuno che ha appena preso il più grande spavento della sua vita e non ha ancora ben realizzato di averla scampata.

Spaventato per cosa, per chi… per me?

Allontanò il pensiero, turbata.

“Ritenevo fosse più sicuro che ignorassi la verità. Ho commesso un errore di valutazione, e sì, nella mia posizione devo giocare con le vite umane come fossero scacchi: se non pensi di poterlo sopportare, puoi abbandonare tutto, Lem. Sei ancora in tempo a farlo. Quello di oggi è stato un tentativo di intimidazione, oltre che un attentato: l’aggressione è un messaggio per noi, vogliono dirci che sono pronti a scendere in campo, se necessario.” Tacque un attimo. “L’elemento umano serviva a questo. A dirci che sono pronti a morire, oltre che a uccidere.”

Insomma, siamo in guerra.

L’anestesia se ne stava andando, era di quelle a effetto rapido, e poteva già sentire il formicolio alle dita dei piedi. Il fegato non faceva male, per il momento.

“Perché si fanno chiamare cigni bianchi?”

“Siamo noi a chiamarli così, non so neanche se sappiano che questo è il codice assegnato loro. Conosci le prime teorie scientifiche, basate sul metodo empirico dei primi scienziati intesi nel senso moderno del termine?”

“Senz’altro tu le conosci meglio di me.”

Allend sorrise, ma solo fuggevolmente. “Una di queste criticava con una certa ferocia il metodo basato sulla pura osservazione, per via dei suoi limiti intrinseci: anche passando l’intera vita a osservare i cigni, non si può concludere con certezza matematica che siano tutti bianchi. Significa soltanto che l’osservatore non ne ha mai visto nessuno nero. E un solo cigno nero basta a smentire la teoria secondo cui i cigni sono bianchi.”

“Induttivismo: trarre una regola generale dall’osservazione dei casi particolari – disse Lem, per non lasciargli il monopolio della discussione – non è sbagliato, in certe situazioni, ma in questa possiamo dire che lo è. Quali sarebbero i cigni neri che mandano a monte i piani dei cigni bianchi?”

Allend la guardò fissamente, tanto da metterla a disagio.

“Ci sono individui che non tollerano che il loro progetto venga ostacolato, Lem. Quando Galileo scoprì che la luna non era una sfera perfetta, vi furono luminari che inventarono teorie secondo cui era rivestita da uno strato di vetro, che la faceva apparire piena di crateri e montagne, mentre in realtà era davvero sferica. Galileo venne incarcerato, per queste e altre scoperte, finché non decise di abiurare. Se avesse studiato i cigni, i suoi avversari avrebbero semplicemente sgozzato gli esemplari neri.”

Non era un paragone che le piacesse. Lo trovava fin troppo pertinente. “Un bel nome, d’accordo, ben scelto e ben pensato. Adesso puoi dirmi chi sono i cigni bianchi?”

“Se lo sapessimo, li avremmo già presi, Lem.”

Chiuse gli occhi per non perdere la pazienza. “Che cosa vogliono? Distruggere il Dace, Atlantis, i Drod e magari anche gli ibridi, tanto per non sbagliare?”

Come al solito, Allend le rispose prendendola alla larga: “Per questo volevano l’embrione, temo. Fare degli studi su dualis già nati, senza consenso, è piuttosto problematico. Prima della pubertà l’ESP si manifesta solo in situazioni di grande tensione, come un attentato alla propria incolumità. E’ una reazione inconscia, incontrollabile, e permane negli adulti, se sedati contro la loro volontà.” Scrollò le spalle. “Non è possibile assalire un dualis, di qualsiasi età, e rimanere tutti interi per poterlo raccontare.”

Lem ricordò il giorno dell’assalto alla clinica. Ricordò come avevano massacrato gli aborti, e i suoi colleghi, per il semplice sospetto che potesse esserci un altro ibrido, nascosto là in mezzo. Ricordò come avevano assassinato Monica a sangue freddo, per il rischio remotissimo, quasi inesistente, che potesse un domani generare un dualis, con un Drod appena conosciuto. L’avevano uccisa per odio, non per convenienza. Era spaventoso.

“Cosa gli avete fatto, perché vi odino tanto?”

Allend si passò una mano tra i capelli, che erano già scompigliati di loro, come se avesse compiuto quel gesto molte volte, mentre arrivava.

“Questo non è da te, Lem. Non è da te vedere qualcuno assalito e chiedersi cosa abbia fatto al suo assalitore, per indurlo all’aggressione.”

“Non penso si siano alzati una mattina e abbiano deciso di distruggere la Rete.”

“No, infatti non è andata così. Ci sono sempre stati, fin dal Primo Giorno. Non tutti i sapiens sono fan del Dace, sai.”

Ecco un’altra cosa che sicuramente si poteva estrapolare, dal mare di informazioni, ma che nessuno capiva mai. E se qualcuno capisce, lo prendono e lo mettono a lavorare per loro, altrimenti, se è un elemento inutile, lo lasciano lì a parlare al nulla. Infodump.

Era tutto talmente perfetto che comprese con grande esattezza la ragione dell’odio dei cigni bianchi.

“Rivogliono il mondo per loro.” Alzò gli occhi e sostenne con fermezza quelli verdi di Allend. “Per noi. I sapiens.”

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