Browse By

Capitolo 10

Andate a fare in culo, domani trasloco ad Atlantis.

 

(graffito abusivo sul muro di un’agenzia interinale, primo livello)

 

 

Il punto migliore del parco era il giardino roccioso, che scendeva a picco dal belvedere, fin quasi al viale inferiore, dove ricominciavano i boschetti di conifere. Lem dubitava fosse molto naturale, accostare le betulle con l’estinta flora mediterranea, ma l’effetto d’insieme non era malaccio: molto meglio le piante della plastica, in ogni caso.

Tra i macigni, le ginestre, i corbezzoli e i rosmarini emanavano un odore forte, e gli insetti ronzavano tutt’intorno, attratti. Sui terminali si poteva leggere che, durante il gelido inverno di New Babel, la zona mediterranea veniva coperta da una struttura di plexiglas, per conservare il clima di cui quelle piante avevano bisogno. Con la bella stagione non occorreva, perché tolleravano senza difficoltà le raffiche di vento delle grandi altezze.

Nata e cresciuta nei livelli più bassi, Lem era poco abituata alle correnti d’aria, e aveva sempre l’impressione che da qualche parte ci fosse un condizionatore rotto. Pensare che anticamente tutti vivevano in mezzo a quello scontro continuo di venti, sotto l’immensità del cielo, era strano.

“Chobin, no!” Accorse, mentre il pinguino si allontanava con aria soddisfatta, lasciandosi dietro un mucchietto di palline fumanti.

Il cartello accanto al cespuglio sotto il quale si era consumato il misfatto l’informò che si trattava di un ginepro, pianta dalla quale si potevano ricavare diverse sostanze aromatiche, medicinali o a uso inebriante. Il profumo era penetrante, e le fece arricciare il naso. Aveva studiato le classificazioni tassonomiche all’università, naturalmente, ma non era specializzata in botanica premoderna, e la sua immaginazione non arrivava a figurarsi un intero continente pieno di quelle strane piante, piccole e colorate e profumate in maniera esotica.

Quando era partito il progetto Mediterraneo, tutta la flora che nel tempo si era adattata al clima marittimo era scomparsa, e sopravviveva soltanto negli orti botanici o nei vivai, come curiosità. Le foreste di conifere erano calate dal nord fin oltre i rilievi montuosi della Corsica e della Sardegna, portandosi dietro una fauna imponente e variegata, e nel giro di mezzo secolo, tutto il bacino prosciugato era diventato verde. L’humus mediterraneo, ricco di milioni di anni di sedimenti di plancton, era il più ricercato, per l’allestimento di aiuole e giardini.

Lasciando che il Mediterraneo, pozzanghera calda e poco profonda, evaporasse con la chiusura delle colonne d’Ercole e del canale di Suez, i Drod avevano ottenuto lo spazio vitale per quasi nove miliardi di persone, senza intaccare le indispensabili foreste, ma era triste, guardarsi attorno e pensare all’ecosistema estinto. Un mondo in grado di prosperare su un pugno di terra incuneato tra le rocce e il sale marino. Lì, in mezzo alle pietre artisticamente disposte a imitare qualcosa che non sarebbe mai più esistito, Lem sentiva una certa malinconia.

“Le sette e mezza… Chobin, torniamo a casa, io devo prepararmi.”

Si avviò sul sentierino di ghiaia, che si snodava con studiata irregolarità tra le piante spinose della macchia mediterranea, per tornare verso i prati, area di picnic e di jogging. Passare in mezzo a quelle aree aperte, senza muri e costruzioni in mezzo, le dava un senso di agorafobia, così si tenne sotto gli alberi, mentre Chobin le trottava laboriosamente dietro, le alucce spalancate per bilanciarsi meglio.

Il centro residenziale dove l’aveva scaricata il suo principe della limousine nera si affacciava sul parco, e dalla finestra poteva godere di un ampio scorcio di foresta. Il telovideo era arrotolato e Lem non l’aveva ancora aperto, probabilmente non l’avrebbe fatto per giorni: a che serviva un’immagine digitale, quando si aveva a disposizione non solo una finestra, ma addirittura una porta a vetri che dava sul proprio giardino?

C’era perfino un passaggio per gli animali domestici, anche se Chobin per il momento non voleva saperne di adoperarlo, e pretendeva che gli aprisse la porta, se voleva uscire sul praticello. Con l’estate, contava di comprare una piscina gonfiabile per pinguini, in modo da non doverlo chiudere in casa quando si fosse assentata. Di sicuro, lassù non c’erano da temere furti. Dubitava se ne fossero mai verificati, da quando Atlantis era stata edificata.

Era l’unica sapiens del residence. Non conosceva ancora nessuno, a parte un paio di vicini che aveva incrociato la sera prima, ma Allend l’aveva informata, aggiungendo che la scelta non era casuale.

“Sarà più al sicuro così, dottoressa.”

“Sarò accerchiata, insomma.”

“La sua privacy verrà rispettata in tutto e per tutto.”

Lem si era astenuta dal controbattere.

Aveva esplorato a fondo l’abitazione, mettendoci più tempo del previsto, perché quarantacinque metri quadri erano un’area incredibilmente ricca di interstizi. Non solo la camera da letto era una stanza a parte, ma c’erano un tavolo e un divano fissi, e il bagno. Lem si chiedeva come sarebbe riuscita a tenere tutto in ordine, anche se aveva scoperto nel ripostiglio due robot per le pulizie del modello più avanzato, a comando vocale. Rispondevano, perfino, ma avevano manifestato un tale disgusto per gli animali domestici, pretendendo un nuovo serbatoio di antibatterico in dotazione, che Lem li aveva subito spenti e rimessi a posto.

Si sentiva alla deriva, dispersa in quegli spazi enormi, e la prima notte l’aveva passata a rigirarsi nel letto, avvertendo la massa d’aria nella stanza vuota, che si spostava lentamente sui muri e su di lei, senza trovare i familiari ostacoli della cucina, del box doccia, di un tavolo dimenticato aperto o del fornocoltura che vibrava sommesso, in stand by. Anche il letto era enorme, per due persone, una piattaforma di legno con sopra il materasso, una struttura fissa, non a scomparsa. Li aveva visti su qualche rivista, in quei servizi dove si parlava di come vivevano i ricconi, e aveva sempre pensato che fosse da dementi, sprecare tutto quello spazio solo per dormire. La sua opinione non era cambiata.

Rientrando nel complesso, riconobbe la Drod che abitava al piano superiore, una signora di mezza età con una pelliccia che la faceva sembrare un orso. Salutò sbrigativa, chiedendosi se anche quando invecchiavano rimanessero abbastanza forti da sfondare un muro con un pugno, e vedendo che la donna iniziava a virare nella sua direzione, si affrettò a passare la tessera sulla porta e rientrare.

Le otto meno un quarto. Lem si infilò sotto la doccia, e rimase a guardare lo scarico che risucchiava schiuma e liquido. Giù, ai livelli più bassi, dopo essere passata dai depuratori, per finire aromatizzata nelle docce del primo. ‘L’acqua dei vip’, la chiamavano i popular stylish, e anche dopo aver visto che gente credeva a simili baggianate, si chiedeva come potessero cascarci.

“Ok, io devo andare – disse a Chobin dopo aver asciugato i capelli – tu fai il bravo pinguino e non far venire una crisi di nervi ai robot, va bene?”

Nel complesso c’erano un centro commerciale, un cinema in 3D, il viale delle boutique e una trentina di locali alla moda, oltre alla guardia medica ventiquattr’ore. Lem aveva passato la serata precedente a girare senza meta, aveva bevuto un drink (costato uno sproposito) in un posto tutto cristalli trasparenti e legno di sequoia, e aveva occhieggiato la dark room, chiedendosi cosa sarebbe stato di un sapiens in mezzo a tutti quei Drod. Magari un giorno l’idea le sarebbe sembrata attraente, anziché terrorizzante, e avrebbe provato.

“Dove sono le lenzuola di ricambio?” chiese il primo robot, appena le lucine ebbero smesso di lampeggiare. Lem gli disse che non lo sapeva, forse nell’armadio.

“Metto fuori questa bestia.” annunciò il secondo robot, e tirò su Chobin che starnazzò indignato. Lem gli ingiunse di lasciarlo stare. Era difficile immaginare un parallelepipedo di metallo che lancia un’occhiata di disgusto, ma il robot ci riuscì benissimo, obbedendole. Chobin gli tirò una beccata di vendetta che risuonò melodiosa, sul metallo cromato.

Richiuse la porta sugli occhi disperati del pinguino e sui robot che sfrecciavano qua e là, lasciando lucido il pavimento su cui transitavano.

“Ha bisogno di aiuto, signora?” Un Drod sui quindici anni, con un viso angelico da bambino sopra un fisico già adulto, le si fermò accanto per guardare la sua guerra contro la Motorale, che sempre più categoricamente rifiutava di aprirsi. “Vuole che chiami un tecnico?”

Comincio a capire perché permettano a pochi sapiens di salire fin quassù, le venne in mente, a mettere gente come la mia ex direttrice in mezzo a tutti questi Drod, diventerebbe un mostro di pretese in tre giorni.

“No, grazie… basta fare così!” Diede un calcio alla Motorale, che finì contro il muro, rimbalzò a terra e si spalancò nell’urto. “Noi sapiens risolviamo così la maggior parte dei problemi, lo sapevi?”

“Adesso lo so.” Imperturbabile, l’adolescente si allontanò sui suoi scarponcini a rotelle.

Ansimando, Lem salì in sella e infilò il casco.

 

‘Sto per entrare nel mio nuovo ufficio’.

Dopo aver calpestato i sensori primari del suo mezzo per obbligarli a richiudersi, Lem inviò a Vega il messaggio promesso la sera prima, quando si erano salutati dopo una lunga conversazione.

Sulla rete del Dace, il suo amico contestatore non le aveva ancora dato la chiave d’accesso al tunnel clandestino. Chiaramente non si fidava fino a quel punto, ma a Lem andava bene così, perché neanche lei poteva dargli fiducia.

In realtà, sarebbe stato più prudente troncare ogni contatto con Vega, ma per qualche motivo non voleva farlo, proprio a causa del suo nuovo lavoro. Atlantis era un paradiso opulento nel quale ci si poteva perdere, se non si teneva sempre d’occhio l’ombra che tanta luce proiettava, e Vega era l’ombra che le serviva per non dimenticarlo.

Sono ancora in tempo per cambiare idea, pensò passando la tessera sulla porta blindata dell’ingresso. Sopra di lei, la webcam le chiese di guardare la lucina, per la scansione della retina.

I corridoi erano così larghi che quattro persone potevano transitarvi affiancate, senza problemi. Titubante, Lem lesse le indicazioni sull’olomonitor nell’atrio, dovette passare la tessera sull’ascensore ‘solo per addetti’, e poi di nuovo sulla porta a doppi vetri che separava i laboratori dal resto del piano. Non incontrò nessuno lungo il cammino, e si chiese per quale motivo fosse necessario un simile spreco di spazio, per una densità così bassa di popolazione.

E’ per la sicurezza. Più spazio c’è, più è facile muoversi, ecco la ragione. Era come se Allend le fosse stato accanto, tanto nitidamente udì la sua voce. Si era scusato con lei perché non l’avrebbe introdotta di persona, presentandola ai colleghi, causa impegni improrogabili, ma aveva aggiunto che era certo si sarebbe ambientata subito. Fottiti, stronzo.

Si passò una mano sulla fronte e si fermò davanti alla porta del progetto Mi.Da. Niente tessera, ma retina, impronta digitale e identificazione vocale. La porta si aprì con un rumore sommesso di ammortizzatori e Lem entrò.

Il laboratorio era organizzato a cubicoli, ognuno aveva il proprio, e c’erano porte su ciascuno, che permettevano di trasformare la propria postazione in un ufficio personale. L’area comune era un enorme tavolo carico di strumentazioni, più oltre si vedevano i vetri umidi di condensa delle camere pressurizzate, e ancora più in là gli ambienti sterili per le sperimentazioni più delicate.

Gli altri membri dello staff erano già arrivati, anche se nessuno lavorava: non erano ancora le nove, ed evidentemente aspettavano la nuova collega, mentre si prendevano un caffè. Lem colse tutto con un solo sguardo mentre gli altri si avvicinavano, e quando mise a fuoco chi aveva davanti, trasalì violentemente.

“Voglio dare le dimissioni.” Furono le sue prime parole.

Max sollevò la tazza di caffè a mo’ di saluto. Si era fatto la barba, era meticolosamente pettinato e aveva addirittura la cravatta, sotto il camice. Inalberava un sorriso di prima scelta, da Drod felice di vivere quel preciso momento.

“Anch’io sono felice di rivederti, Nakamura. Avevo chiesto al principale di poterti fare la bella sorpresa.”

Tutto sommato, Allend era stato furbo a non essere lì, in quel momento, perché un pugno in faccia non gliel’avrebbe levato nessuno.

“Beh, ci sei riuscito, ma credevo fossi già abbastanza impegnato, tra studio e clinica.”

“Questo è più interessante. Meglio pagato, anche.” Max tornò a sedersi, reputando inutile dover andare a stringere la mano alla sua paziente. “Ringraziamo che sei arrivata: eravamo un po’ bloccati, senza biologo staminale, e per questo progetto non è che il principale potesse prendere un sostituto, sai.”

Uno degli altri le afferrò la mano e gliela strinse. “Ma tu non dovresti essere morta?”

Uscendo a fatica dal trauma di scoprire che avrebbe dovuto lavorare col suo medico curante, Lem mise a fuoco un individuo sulla quarantina, dall’aria mostruosamente trascurata sotto la perfezione simmetrica dei tratti Drod. I capelli erano arruffati e spiovevano a ciuffi, la barba era lunga non per scelta ma perché doveva aver tralasciato di farla almeno da due settimane, e la fronte era piena di brufoli, alcuni piccoli e rosati, altri rossi come infiammazioni, spremuti nel più barbaro dei modi.

Lem notò che su un lato del collo si era fatto innestare un’uscita USB, chiusa da un tappino di gomma stagna. Un Drod che si fa mettere una periferica di connessione, quando è già connesso wireless al Dace. Bisognava essere peggio che maniaci, per fare una cosa del genere.

“Non ti avevano sparato a quello show… cos’era, Vita è Vita o Heroes versus Villains?”

“Tre colpi al petto – confermò Lem – morta sul colpo, pace all’anima sua. Era un bravo ologramma. Con chi ho il piacere…?”

“5GFS000VGFDJ421110GL, ma puoi chiamarmi Buddy. Sono quello che cerca di mettere insieme tutte le strampalate idee che vengono a voialtri scienziati: sistemista e architetto di sistemi. Allora, sei pronta a entrare nel girone di Mi.Da?”

L’altro collega intervenne in tono quieto: “Lasciala in pace un momento, Buddy. Dalle il tempo di bere un caffè e capire dove si trova, almeno.”

Era un nordafricano sui settantacinque anni, che aveva conservato i capelli ma li aveva lasciati ingrigire, e pur con tutte le modifiche necessarie a ritardare il disfacimento fisico, aveva l’aria fragile di quando ossa calcificano e la pelle perde elasticità. Le parve vagamente familiare.

“Alberto Padovani. Niente nickname, queste cose le lascio a voi giovani, e ai Drod che non vogliono capire che un codice a barre è deprimente, per registrare un bambino.”

Lem rimase a bocca aperta. Padovani, quel Padovani! Due volte premio Nobel, per le sue ricerche sulle xenostaminali dei batteri scoperti su Marte: grazie a esse, si erano potuti modificare i vegetali terrestri, rendendo possibile il progetto terraforming. Era presente in tutti i libri di scuola e in molti testi universitari, Lem aveva dato un esame su un saggio da lui scritto, ed era stato forse l’esame più difficile del corso. L’aveva visto in videodocenza un paio di volte, e si era sempre chiesta come fosse possibile che il corso di genetica potesse produrre da una parte individui così straordinari, e dall’altra le estetiste del primo livello. Gli strinse la mano che quasi tremava.

“E’ davvero un onore – balbettò, confusa – non mi aspettavo… il principale non mi aveva anticipato niente. Sarò onorata di lavorare con lei.”

Il sorriso di Padovani era indulgente, doveva essere abituato a ragazzini che se lo rimiravano come un’apparizione. “Il principale non dice niente che non sia indispensabile. Scommetto che sai a malapena cosa stiamo facendo qui, vero? Oh, a proposito, il ‘lei’ non è necessario. Un caffè?”

Se le avesse offerto una tazza di acido muriatico corretta con stricnina, Lem avrebbe annuito con la stessa sollecitudine. Padovani andò di persona al distributore a prenderle una tazza.

Lem si chiedeva in quale momento della sua vita avesse sognato che un premio Nobel le portasse il caffè, concludendo che non era mai successo perché la sua fantasia aveva dei limiti, quando l’ultima persona sgomitò via 5GFS000VGFDJ421110GL alias Buddy, per acchiapparle la mano sorridendo.

“Non sono dello staff medico, ma comunque mi vedrai sempre da queste parti: qualsiasi problema fa capo a me, dai distributori rotti ai terroristi che cercano di sfondare le vetrate. Vabbè, questo non succede mai, comunque se succedesse sono affari miei. Idem per qualsiasi questione inerente la sicurezza personale, anche fuori dal posto di lavoro. Okay?”

Lem distolse l’attenzione dal premio Nobel per fissarlo sulla ragazza, una Drod… non aveva il camice ma l’uniforme degli addetti alla vigilanza, era bionda e più bassa di lei, carina come una miniatura… prosperosa, vita sottile, fianchi slanciati… l’immagine si sovrappose a una ‘fotografia’ che la sua memoria aveva scattato tempo addietro, per poi archiviarla.

“Io ti ho già vista.” affermò. La ragazza assunse un’aria di educata perplessità.

“Non credo, io…”

“Ti ho già vista – ripeté Lem, con maggior sicurezza – avevi un trucco improponibile, pantaloni bianchi e una maglietta gialla e rosa. Eri tu.”

La ragazza tolse la mano, con un sorriso vagamente imbarazzato. “E sì che pensavo di essere irriconoscibile, conciata in quel modo. Beh, sono HDOTR977FM8765FK93, Nilufar. Addetta alla vigilanza e alle forniture.”

Lem annuì, a sua volta in imbarazzo perché aveva capito che quella piccoletta era stata mandata al primo livello per sorvegliarla. Si ripromise di rivolgerle qualche domandina, alla prima occasione.

“Vi siete già incontrate? E dove?” Chiese Buddy.

Lem rispose rapidamente: “Un paio di giorni fa, in un centro commerciale qui nei dintorni. Ci siamo incrociate su uno spogliatoio, e basta.”

Nilufar le lanciò un’occhiata sorpresa, ma non smentì.

“Ah, già, l’hanno detto al telovideo. Hai una memoria eidetica, giusto?”

Dietro Buddy, Max finì il suo caffè e si alzò. “Una reazione agli innesti neuronali: le cellule hanno bypassato la perdita di alcune porzioni di memoria, in modo da non dimenticare più niente. Ti sarà utile, per metterti in pari qui, Nakamura.”

E lo fu.

 

Più tardi, quello stesso giorno, Lem si stava sciacquando il viso nella toilette quando la porta si aprì e Nilufar le passò accanto, diretta ai bagni. Rimase al lavandino, continuando a sfregarsi le mani senza necessità, in attesa che la Drod uscisse.

Per essere il primo giorno, il suo bilancio era più che positivo: i colleghi erano in gamba, Padovani non solo si meritava appieno tutti i riconoscimenti ottenuti, ma aveva una cortesia d’altri tempi che l’aveva subito messa a suo agio, e Buddy chiedeva unicamente di non essere scocciato mentre amoreggiava col suo terminale, cavetto USB che gli partiva dalla giugulare e finiva nell’hard disk.

Quanto al progetto in sé, aveva deciso di non fare domande, per il momento. Era facile, perché doveva prima consultare i database per mettersi in pari con i colleghi, come aveva detto Max: la sua memoria eidetica era più che benedetta, neanche immaginava come sarebbe riuscita a incamerare tutte quelle informazioni, senza.

Il progetto Mi.Da era immenso.

“Allora, come va?” Nilufar aprì il rubinetto accanto al suo. “E’ dura?”

Lem si asciugò le mani. “Più che altro, mi sembra incredibile quello che si sta cercando di fare qui.” E non ne capisco il senso, aggiunse mentalmente senza dirlo.

“Perché? Se è successo una volta, non c’è ragione di non farlo succedere di nuovo.”

“Nessuno sa perché il Primo Giorno la Rete è diventata senziente. Forse non c’è neanche un motivo, e replicare il fenomeno in laboratorio è…” si interruppe. Iniziare con un atteggiamento così negativo era sbagliato, perciò cambiò subito discorso. “Mi dispiace di averti messa in imbarazzo, stamattina. Ho parlato senza riflettere.”

“Fa niente. Colpa mia, non dovevo farmi vedere.”

“Comunque volevo ringraziarti, per quella volta. E’ stato un momentaccio.” In un cesso di un baraccone del primo livello, a fare il lavoro di una segreteria, con la mia vita che andava in pezzi. ‘Momentaccio’ era un eufemismo che rifletteva vagamente l’idea, ma poteva andare.

“Lo immagino, nemmeno io ne potevo più di stare in quel posto.”

“Perché proprio tu? Se sei responsabile della sicurezza qui…”

“Il principale voleva qualcuno che potesse mimetizzarsi in quella fogna, e comunque le regole sono di almeno due Drod per ogni essere umano, in progetti come questo: con Max e Buddy insieme ad Alberto, potevo assentarmi per qualche tempo, capisci.”

Lem ci pensò su un attimo. “Ma adesso ci sono tre Drod e due esseri umani, i conti non tornano lo stesso.”

“C’è il principale – Nilufar la guardò, come chiedendosi perché l’avesse dimenticato – qui era tutto tranquillo, l’unico membro dello staff in una situazione precaria eri tu, quindi gli ordini erano di tenerti sotto sorveglianza.”

“Capisco.” Lem non aveva mai pensato che al primo livello l’avessero controllata, ma a posteriori le sembrò ovvio. E la fece infuriare. Perché chiedermi di cooperare, quando era irrilevante che lo facessi o meno? O stavi ancora mettendomi alla prova?

“C’eri solo tu? Non penso potessi rimanere in servizio ventiquattr’ore su ventiquattro.”

Nilufar sorrise. “Capisci che non posso parlare di queste cose.”

Lem lo capiva. Da quelle parti non l’infodumping del telovideo non contava niente, e si sapeva solo quello che la propria condizione consentiva di sapere. “Comunque, il tuo travestimento era davvero ottimo, non si capiva per niente che sei una Drod.”

Nilufar si sistemò i capelli davanti allo specchio. “Ti dirò, da quello che ho visto là sotto, non avrebbero capito chi ero neanche se me ne fossi andata in giro a sollevare scrivanie. Gli ordini erano di non contattarti se non per rispettare la programmazione primaria, ma in quel momento, beh, con quello che passavi…”

“E’ andata – tagliò corto Lem – e poi, a parte quella volta, non ti ho nemmeno più rivista.”

Nilufar sembrava davvero molto giovane, neanche vent’anni, anche se, per lavorare in un edificio governativo, doveva essere laureata; e, senza quel trucco spruzzato per tutto il viso, la simmetria Drod dei lineamenti formava un insieme delicato e piacevole. Sembrava una bambina che gioca a fare l’adulta, ma se c’era qualcosa che Lem aveva imparato, era che le apparenze erano un nemico dal quale tenersi alla larga.

“Ti va un caffè?” La voce di Nilufar la sottrasse ai pensieri. “Hai tempo, prima di tornare a dare vita alle sinapsi nel laboratorio?”

Prima che potesse escluderlo, a Lem tornò in mente Monica, neanche stesse per tradirla. Si sentì serrare il cuore, e capì che presto o tardi avrebbe dovuto fare i conti col mostro.

“Grazie, non posso. C’è molto da fare.”

 

Dopo quella prima giornata, Max si defilò brontolando che aveva promesso alla moglie di non fare tardi. Buddy rimase alla sua postazione, chino sul terminale, un cavetto che partiva dall’hard disk e gli finiva nella fessura sul collo, occhi vitrei e aria fanatica del tecnico di sistemi intenzionato a non muoversi da lì prima di essere venuto a capo del problema. Parlava sommessamente all’olomonitor, come se non fosse sufficiente esserci collegato così strettamente da essere, di fatto, una mente sola con il suo computer.

“Ma fa sempre così?” chiese Lem, notando le macchie di sudore che gli si allargavano sotto le ascelle,  per lo stress fanatico che lo pervadeva.

Padovani terminò la sua digitazione. “Anche peggio, facci l’abitudine.”

Lem gli lasciò una bottiglia d’acqua sulla scrivania, tanto per essere sicura di non trovarlo disidratato ancora connesso al terminale, il giorno dopo.

Il dottor Padovani – non riusciva proprio a chiamarlo per nome e dargli del tu, faceva incredibili acrobazie verbali per evitare di doverglisi rivolgere direttamente – le propose di cenare nella tavola calda lì davanti, un locale convenzionato che metteva i pasti del personale in nota spese. Pur desiderando solo tornare a casa e dormire, Lem accettò, sentendosi un po’ in colpa verso Nilufar, e trasversalmente verso Monica.

Adesso che il problema della sopravvivenza era più o meno risolto, pensò che doveva risolvere quello delle sue disastrate relazioni interpersonali. Un po’ alla volta… da Monica in avanti, un po’ alla volta.

“Allora, come ti è sembrato?”

Il locale aveva una vetrata panoramica sull’area mediterranea, oltre le luci di New Babel: da un certo punto in avanti, c’era soltanto notte, profonda e completa, il nero della foresta sul nero stellato. Si vedevano soltanto le luci minuscole delle strade sopraelevate, che univano la metropoli al resto del mondo.

Lem non riusciva ad abituarsi alla sensazione di essere un puntino insignificante nel mondo, che di colpo le appariva talmente vasto da spaventarla, come una bambina che ha perso la mano della mamma al supermercato. C’era troppo spazio, ad Atlantis.

“Un progetto ambizioso.” si limitò a rispondere.

“Di’ pure megalomane. Sono decenni che si fanno tentativi in questo senso, senza il minimo successo.”

“Addirittura decenni? Credevo…”

“…che fosse un affare appena messo in piedi, magari dal nostro principale? Certo che no – Padovani rise educatamente – il Mi.Da è qualcosa che tutti i Drod conoscono, ma di cui nessuno ti parlerà mai, se non ci sei dentro. E’ una delle poche cose su cui sono intransigenti.”

E’ possibile escludere i sapiens in blocco da una simile informazione? Un tempo la risposta le sarebbe sembrata scontata.

“Creare una rete viva e senziente, pari al Dace – disse Lem – non ne capisco il senso. A cosa serve?”

“Mmmh.” Padovani fece girare il suo bicchiere, con aria pensierosa. “Posso dirti quello che so e quello che penso, se vuoi. Ma bada bene che potrei sbagliarmi: noi siamo dei semplici gregari, soltanto un segmento del programma complessivo, e non ci verrà mai dato il quadro completo.”

“Lei… tu sei da molto in questo progetto?”

“Tre anni. Ed è un record, bada bene, il personale cambia in continuazione. Non offenderti, ma neanche tu rimarrai qui a lungo.”

Lem si irrigidì. “Perché, sbattono fuori tutti tranne i luminari?”

“Il contrario, direi. Dopo un po’, se ne vanno lasciando il principale a imprecare sul posto vacante. Il tuo predecessore adesso si abbronza in riva al Rio delle Amazzoni, sulla rotta dei beluga. Neanche sapevo che esistessero ancora, i beluga.”

Padovani alzò il bicchiere e lo vuotò in due sorsate. “Ricevono altre offerte, e mollano il progetto MicroDatabase. Max? E’ venuto solo per curiosità. E Buddy è qui da quasi un anno, e ne ha piene le tasche di impazzire al terminale e non riuscire a far quadrare i conti. Penso sia questo che fa andare via tutti, dopo un po’: la frustrazione di non ottenere dei risultati, mai. Neanche il più piccolo passo avanti.”

“Forse conta la ricerca in sé, come nei progetti di terraforming.”

Alcune delle principali scoperte in campo scientifico erano state fatte mentre si cercava tutt’altro, dopotutto. Era nota la storia del fornocoltura, che originariamente doveva essere un’incubatrice per gli insetti da osservare nello spazio. Lem cercava sempre di immaginare la faccia dei ricercatori, quando avevano aperto il forno e avevano trovato le cavallette trasformate in cotechini, o roba simile.

Padovani parve compiaciuto dell’osservazione. “Molto giusto. Ricreare la situazione del Primo Giorno è quasi impossibile, e se succederà, ho idea che sarà per caso, ma ogni variazione dello schema va comunicata tempestivamente, e vedrai come corrono subito. Una cellula che degenera in tumore li fa andare in fibrillazione, un impulso che brucia mesi di lavoro sinaptico significa che passeremo giorni a stendere rapporti. Se ti serve qualcosa, nanomacchine, attrezzature, un fermacapelli pensatoio, chiedilo e l’avrai. Gli stanziamenti sono enormi, il nostro gruppetto dilapida ogni mese milioni di credito. Se non avessero un ritorno, avrebbero già chiuso i rubinetti, poco ma sicuro.”

Lem annuì. “Quindi i risultati si stanno ottenendo, solo che noi non sappiamo quali siano quelli che interessano ai Drod. Ha… hai un’idea a riguardo?”

Il robocameriere arrivò scivolando morbido sul pavimento di legno, reggendo i piatti in equilibrio.  La specialità della casa era il pesce, e Lem pensò a come sarebbe impazzito Chobin, davanti a quel misto grigliato, corredato da un’insalata di farro e pomodorini, disposti in maniera artistica attorno al piatto.

Padovani prese una forchettata, la tenne in equilibrio davanti agli occhi, e disse: “Un tempo, tutto questo sarebbe arrivato dal mare, o da enormi latifondi che avrebbero sottratto spazio alla popolazione. Tu non saresti capace di mangiare un pesce che è stato vivo, vero? Nemmeno io. Ma i nostri antenati lo facevano, e penserebbero che siamo strani noi, a riprodurre in laboratorio quello che si riproduce in natura. Per loro, la cosa immorale era costruire tessuti commestibili in laboratorio, preferivano uccidere. E’ strano come cambia la morale, se ci pensi.”

Oh beh, pensò Lem, non si poteva pretendere che una persona anziana, anche se premio Nobel, resistesse all’infinito alla tentazione di fare discorsi da vecchio, dopotutto.

Padovani mangiò il suo pesce. “Ti ho guardata oggi, mentre prendevi confidenza. Sei brava, molto brava.”

Colta alla sprovvista dal complimento, Lem arrossì e balbettò qualcosa di incoerente.

“Tornando a noi, il progetto Mi.Da credo dipenda dal problema della sovrappopolazione.” Padovani parlò mentre mangiava, e Lem notò che la sua dentatura aveva l’irregolarità degli anziani alle prese con la terza dentizione: c’erano incisivi sviluppati accanto a canini ancora in crescita, e i premolari mancavano, con le gengive infiammate in procinto di cedere alle iniezioni staminali per la crescita dei nuovi denti. Doveva fargli un male cane, quella nuova dentizione. Educatamente, abbassò gli occhi sul piatto e prese un po’ di farro.

“La sovrappopolazione.” ripeté, perplessa.

“Sì, prova a pensarci: duecento miliardi di individui solo sulla Terra, quaranta su Marte, e tredici su Venere, in continua crescita. Siamo troppi, per il Dace. Anzi, siamo troppi per i Drod. Il sistema è quasi al collasso: stanno cercando un modo per incrementare la colonizzazione dei pianeti esterni, con nuovi Dace, nuovi droidi… se si replicasse il Primo Giorno, sarebbe tutto più semplice.”

Era un’ipotesi buona come un’altra, ma a Lem pareva poco convincente. “Il principale mi aveva accennato alla cosa, ma a suo parere l’incremento demografico è destinato a decrescere spontaneamente. Non sembrava interessargli molto.”

Padovani parve colpito. “Ah, sì? Ti ha detto così?”

Lem sollevò le spalle.

“Interessante, il principale non tira fuori una sillaba più del necessario neanche a supplicarlo in ginocchio. Se ti ha dato fiducia, non deluderlo, perdona il paternalismo.”

“Il principale mi ha anche parlato di un certo diffuso disprezzo per i livelli più bassi.” La cosa le bruciava come un’ingiustizia, nonostante la sua esperienza. Allend poteva dire quanto voleva che lei non faceva parte della casistica, ma il fatto che insultava la sua specie rimaneva.

Padovani sorrise con una certa indulgenza. “Non per i livelli più bassi, o né tu né io saremmo qui. Sono nato al primo livello, lo sapevi?”

Lem ebbe un moto di sorpresa.

“Proprio così, primo livello, scuola per genetisti, una delle più infime, fatta di materiale ignifugo perché gli studenti si divertivano ad appiccare il fuoco nei corridoi. I docenti erano tutti in videoconferenza, nessuno si azzardava a venire di persona. Mi sono diplomato non so neanche come, a quel tempo ci davo dentro con lo Psicophine e poi mi infilavo in qualche dark room dove non badavano troppo se eri in te o no. I miei genitori si erano involati non so dove, credo avessero aderito al progetto terraforming. Ero troppo fatto per capire.”

Non sapendo bene cosa rispondere, Lem si dedicò al cibo nel piatto.

“Poi un bel giorno ho esagerato: Psicophine al novantotto per cento, Motorale, un incrocio che non si è voluto spostare quando sono passato. Mi sono svegliato in un lettomoquette, a guardare un soffitto di plastica e a pensare che avrei potuto anche crepare, in tutta New Babel nessuno avrebbe nemmeno sbattuto le palpebre. Allora ho deciso che, il giorno in cui fossi morto davvero, il mondo avrebbe dovuto portare il lutto. E lo porterà.”

Finì la cena, si pulì la bocca col tovagliolo e la guardò, come sfidandola a smentirlo. Lem non lo fece. Il giorno che Alberto Padovani avesse ceduto alla natura, per la quale le staminali erano soltanto un palliativo, sarebbe stato un giorno in cui tutti i pianeti abitati avrebbero tirato giù le saracinesche e staccato la connessione un minuto, in segno di rispetto. Anche le luci di Atlantis si sarebbero spente per lui, senza alcun dubbio.

Cercò di buttarla sullo scherzo: “Quindi il problema è che per i Drod il sapiens medio è troppo poco ambizioso? Dovremmo pensare di più alla carriera?”

Padovani rimase serio. “No, Lem. Al Dace non importa se qualcuno vuole un lavoro meglio pagato, o se fa scoperte importanti, o se tira fuori un coraggio da leone davanti a dei terroristi armati: queste sono conseguenze, per lo scopo finale. Il Dace vuole homo sapiens che gli permettano di rispettare la programmazione primaria, anziché ostacolarlo. Tutto qui.”

Lem non ricordava di aver avuto particolare coraggio, il giorno dell’attentato alla clinica. Da quel che ricordava, lei non aveva fatto altro che scappare, ma non voleva pensarci.

“E qual è la caratteristica sapiens che permette al Dace di rispettare la programmazione primaria senza intoppi?”

“Ah – esclamò Padovani – ecco la grande domanda. Intelligenza, etica, ambizione, qualità morali, un insieme di tutto questo, chi può dirlo. Quel che è certo è che il progetto Mi.Da ha a che vedere con la programmazione primaria. Non è possibile nessun’altra opzione, capisci?”

Lem non voleva contraddire il luminare che cenava con lei, e non voleva iniziare il suo lavoro facendo la saccente, ma lei era una biologa e Padovani no. C’erano una cosetta o due che sapeva meglio di lui, Nobel e tutto.

“Penso che comunque il Dace sarebbe contento, se si riuscisse a riprodurlo, no?”

“Penso di sì. Ma ormai mi sto convincendo che è impossibile: il Primo Giorno è stato un caso unico, e l’umanità dovrà arrangiarsi con quel che ha a disposizione. I Drod stanno cercando di abbandonare la nave che affonda, salvando tutti gli individui che vale la pena salvare, come da programmazione primaria.”

“Però – obiettò Lem – i Drod non sono più macchine. Hanno scelto la via della vita organica, anche se hanno dovuto rimetterci in longevità: il carbonio muore prima del silicio, come dice il proverbio. I primi Drod sono belli che defunti, in giro ci sono soltanto i discendenti.”

“Sì, certo. E quindi?”

E quindi, la risposta è semplice. “Ogni forma di vita ha un solo scopo, un unico imperativo, che supera qualsiasi altro: la riproduzione. Tutto quello che accade al di fuori del ciclo riproduttivo, per la vita organica, è niente, non conta niente, non serve a niente. I salmoni muoiono dopo aver deposto le uova, i leoni anziani vengono scacciati dai giovani, e non esiste forma di vita che non ucciderebbe, per proteggere la parte di ciclo riproduttivo che le compete. Se un ente acquisisce coscienza di essere vivo, come successo il Primo Giorno, acquisisce anche il primo imperativo di una specie vivente.”

E se un droide si considera vivo, la strada è soltanto una.

Padovani l’aveva ascoltata in silenzio, con aria molto seria, che sul suo volto bruno sembrava ancora più grave. Quell’espressione scoraggiò Lem tanto che lasciò il discorso a metà, dar voce ai pensieri, ma l’anziano luminare d’improvviso sorrise, un raggio accecante nella faccia scura.

“Sei davvero svelta – commentò – l’ultimo biologo ci ha messo quasi tre mesi a capirlo. Penso che il problema sia che nessuno considera realmente i Drod e il Dace delle specie viventi. Sono tutti troppo legati al concetto della programmazione primaria, e all’idea che, più o meno, siano macchine al nostro servizio.”

Ce lo vedo proprio Max a servire e riverire la mia ex direttrice del primo livello. Proprio.

Ma il discorso sollevato da Padovani era fonte di eterne discussioni e dibattiti, da sempre. Si affrontava il tema dal punto di vista scientifico, filosofico, religioso, o bassamente popolare, per finire regolarmente in quelle discussioni dove tutti cercavano di parlare senza lasciar parlare la controparte. Le realtà complesse non potevano avere soluzioni semplici.

Dal canto suo, Lem poteva vedere la questione da un unico punto di vista. “I Drod hanno superato il Dace, evolutivamente parlando: le ibridazioni con l’uomo danno origine a progenie fertile, anche se avvengono raramente. Quanto alle unioni Drod, sono equivalenti a quelle umane.” Si accigliò. “Crescono di numero quanto l’homo sapiens, non vedo il problema di controllo che hai ipotizzato poco fa. Semmai, è un problema del Dace: lui sì non può riprodursi…”

E, di colpo, qualcosa che le aveva accennato Allend sul suo curriculum le tornò alla memoria, dandole l’ultimo tassello. “Il progetto Mi.Da serve a questo, giusto? Il Dace soffre di una patologia chiamata infertilità, e noi siamo qui per trovare la cura. E’ corretto?”

Padovani si appoggiò allo schienale, contemplandola con aria soddisfatta. “Se c’è un progetto su questa Terra che mai sarà accantonato è questo, dottoressa Nakamura. La programmazione primaria protegge noi sapiens, ma in cambio dobbiamo fare qualcosa per i nostri protettori. La mia idea è che la Rete neonata verrà trasferita su Marte o su Venere, e che progressivamente ogni pianeta colonizzabile dall’uomo avrà il suo Dace. L’espansione umana coinciderà con quella della specie nata il Primo Giorno.”

Lem non contraddisse il luminare, e poco dopo la conversazione si spostò su argomenti più pratici, inerenti al lavoro. Ma, anche mentre parlava, continuava a pensare.

La sua formazione di biologia le consentiva dei paragoni, nessuno dei quali particolarmente gradevole: quello più calzante le parve la struttura di un formicaio, o di un alveare.

Smettila, non pensarci, non è così.

Milioni di insetti al lavoro per la comunità, attorno alla regina, alla quale era demandato il compito di perpetuare la specie, il nucleo della colonia… e, dall’altra parte, gli elementi inutili, i fuchi che, esaurita la funzione riproduttiva, venivano cacciati via, perché inabili a qualsiasi funzione che consentisse l’espansione dell’alveare.

Una volta che la regina aveva ottenuto i geni necessari alla riproduzione, i fuchi diventavano dei pesi morti, e basta.

Non è così. Non siamo fuchi. Non è così.

 

Chobin aveva un’aria offesa, e le volse ostentatamente le spalle quando rientrò. Andò al suo cuscino, ci si lasciò cadere sopra di petto, e finse di dormire.

“Permaloso – disse Lem, accendendo il terminale – le pulizie in casa vanno fatte. Perdi lanugine a manciate.” I robot si erano spenti nel ripostiglio da soli, per fortuna, perché non aveva la forza di affrontare la loro pretesa di essere puliti e disinfettati, al momento.

Sulla finestra della chat room di Vega, il padrone di casa risultava online, come quasi ogni sera. Lem sedette al tavolo e scrisse

 

come faceva l’homo sapiens a vivere, prima del Primo Giorno?

 

Lasciò le parole a lampeggiare e andò a prendersi un bicchiere di succo d’arancia. Quando tornò, Vega aveva scritto, sotto la sua domanda

 

viveva libero

 

Lem scosse la testa. Ne aveva abbastanza di retorica ideologica. E dubitava che gli esseri umani fossero mai stati liberi, in ogni epoca storica e in ogni luogo del pianeta, prima o dopo il Primo Giorno.  Forse, semplicemente, la libertà non esisteva.

 

Ci stanno selezionando, o sbaglio?

 

Forse lui tiene sotto controllo il terminale, le bisbigliò una vocina, forse sta leggendo in questo momento, e tu ti stai ficcando nei guai. Chiediti se ne vale la pena.

Dopotutto, lei era dalla parte giusta della selezione, come testimoniava il suo pass per Atlantis. Se non avesse fatto cazzate, non aveva niente da temere.

Il problema era che non sapeva quale fosse la cazzata, a quel punto.

 

No, non sbagli. Stanno cercando di migliorare la specie. La loro.

 

Lem guardò le parole, e pensò alla programmazione primaria. Pensò a Max, e ad Allend. Pensò al Dace, una Rete sconfinata perché composta da sinapsi viventi, che non aveva limiti e poteva fare tutto, tranne ciò che anche il più elementare organismo vivente poteva fare.

 

Ti riferisci all’homo dualis?

 

Mentre beveva un sorso d’aranciata, Vega le rispose, e la risposta era quella che si era aspettata, naturalmente, era

 

 

Naturalmente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*