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Capitolo 1

Non ci sono cavi nel cervello umano, quindi era naturale che con l’avvento del wireless Internet avrebbe preso vita e avrebbe conquistato la Terra.

Nelle prime ore del primo giorno del nuovo calendario l’ultima, rivoluzionaria scoperta sapiens fu capire che ormai Internet era diventato un unico, enorme cervello con sinapsi in tutto il mondo, la cui velocità di scambio nelle informazioni equivaleva quella umana, ma infinitamente più ricca di mezzi. Nessun cervello umano contiene tutta la conoscenza umana, e nessun cervello umano è collegato coi droidi da lavoro, da compagnia o da assistenza: conseguentemente, nessun cervello umano poté opporsi, quando Internet acquisì coscienza di essere vivo.

Era il Primo Giorno.

(“Corso basilare di neostoria”, I volume, ed. Scola-stika)

Il giorno nel quale per Lem l’azione di entrare in ufficio equivaleva al desiderio di vederlo bruciare era, piuttosto prevedibilmente, il lunedì: spargere una tanica di combustibile sul pavimento di plastica, sulle pareti di plastica e sulla scrivania di plastica; accendere un fiammifero e rimanere sulla porta, a guardare la postazione squagliare, raggrumandosi ai bordi e buttando fumo puzzolente, nero e denso. Scintille che partivano dal server, il telovideo che si incendiava e cadeva dal supporto, l’accensione della sirena anticendio, inutile davanti alla possanza dell’attentato psicotico da parte di un’impiegata esaurita. Lunedì mattina. Oltretutto, pioveva.

Le strade che si incrociavano sopra il quarto livello, insieme alle gallerie e ai portici, permettevano di uscire di casa senza prendere l’ombrello, e dal suo cubicolo non si vedeva niente,  ma il telovideo, ligio all’impostazione predefinita – visualizzare sempre il clima reale, onde evitare fastidiosi straniamenti – mostrava una finestra rigata di pioggia, della precisa sfumatura di grigio di un cielo nuvoloso che si riflette sul vetro. Deprimente.

“Dai, almeno una buona notizia, ci stai?” mormorò connettendo il terminale al server. Sulla parete davanti alla scrivania si accese l’olomonitor, un baraccone vecchio di almeno due anni, che tremolò  prima di mostrarle il desktop. Sul piano di plastica trasparente, i segmenti verde spettro della tastiera virtuale le ferirono gli occhi come tanti coltelli. Regolò il colore a una tinta più riposante, stizzita perché quel dannato terminale non ricordava mai le impostazioni del giorno precedente. Un giorno metterò un criceto sulla ruota attaccato al server, e di sicuro andrà meglio, pensò mentre sull’olomonitor le videate si sovrapponevano a mostrare la corrispondenza del giorno: pubblicità, pubblicità, un trailer di un nuovo film, ancora pubblicità, il sollecito per una pratica che aveva sbrigato due giorni prima, le news alle quali non riusciva ad annullare la sottoscrizione, ancora solleciti di pratiche già sbrigate, un documento che andava stampato, corrispondenza personale. Lem sfiorò l’icona con l’indice, incrociando mentalmente le dita. Lesse. Sbuffò.

Stava ancora brontolando tra sé e sé, impegnata a smistare le comunicazioni dai consultori di zona, quando il pannello smerigliato della porta sibilò scorrendo e Monica entrò. Dato che la conosceva bene, chiese al volo: “Ehilà, giornata pesante?”

“No – Lem inviò la richiesta di stampa del documento – ho già fatto quasi tutte le scartoffie, è solo che mi è arrivata la risposta dall’ufficio di collocamento.”

Gli occhi di Monica si fecero comprensivi. “Fammi indovinare: siamo spiacenti di comunicarle che al momento non sono disponibili occupazioni compatibili con il suo profilo, eccetera eccetera. Giusto?”

Lem allungò la mano al ronzio della stampante, una fessura sul lato della scrivania, e prese il foglio stampato, vidimato e autenticato col codice a barre. Le molecole della cellulosa erano il più sicuro sistema anticontraffazione che esistesse, perché non si poteva falsificare – o era carta, tracciabile con qualsiasi scanner genetico, o non lo era – e quindi le pratiche più importanti dovevano essere stampate. Una rottura.

“Anche questa settimana si resta qui. Ti precedo al laboratorio così preparo tutto, okay?”

Uscì in fretta, perché non aveva voglia di parlare con Monica, per il momento. Era sua amica dall’università, avevano studiato insieme, si erano laureate insieme e adesso lavoravano insieme, ma in giorni come quello, Lem la trovava una palla al piede. La ragione per cui le sue puntuali richieste di trasferimento a un impiego più stimolante venivano respinte con altrettanta puntualità era proprio la coincidenza che rendeva così auspicabile il loro lavoro assieme. Se l’avessero trasferita, Monica si sarebbe trovata appaiata a un estraneo, e questo rischiava di creare tensioni, di provocare un certo fattore di stress, in un lavoro già di per sé poco ambito. Il mio stress a stare qui non interessa a nessuno, invece: magari, se do sul serio fuoco all’ufficio, il concetto sarà chiaro a tutti.

Non che il lavoro fosse degradante, in sé: era nobile salvare vite umane, ma non si era laureata in biologia per imbustare aborti. Aveva preso punteggio massimo in tutti i test, cum laude laddove prevista, aveva seguito corsi di specializzazione ed era in grado di far germogliare qualsiasi cosa da qualsiasi cosa, poteva contribuire realmente a fare qualcosa di più  importante, perché gli aborti… andiamo, gli aborti erano roba da tecnici, si trattava soltanto di scansionare embrioni, correggere eventuali anomalie cromosomiche, ficcarli in una coltura e aspettare nove mesi!

Il massimo delle emergenze era quando si staccava un tubicino e occorreva riattaccarlo alla placenta artificiale. Clic, e l’allarme ammutoliva. Da cardiopalma. Anche le continue discussioni col direttore, in merito allo spreco di imbustare aborti che sarebbe stato meglio congelare, aggiungevano brivido, per non parlare di quando il distributore di tramezzini si bloccava: occorreva tirare a sorte per decidere chi sarebbe sceso al piano di sotto. Wow.

Lem sospirò. C’era troppa gente, tutto lì: miliardi su miliardi, e milioni con le sue stesse competenze, che facevano le sue stesse richieste e che, per milioni di motivi diversi, avevano priorità maggiori rispetto a lei. Lei, dopotutto, stava bene, con un lavoro ben retribuito, che sfruttava il suo titolo di studio, e con una collega che era anche la sua migliore amica. Non poteva lamentarsi. Ma desiderava tanto farlo.

Il laboratorio era l’unica stanza dotata di finestre: ampie vetrate che andavano da una parete all’altra, in modo che la polizia potesse tenere d’occhio la situazione. Non che lo facessero realmente, il ‘controllo’ si limitava a un saluto con la mano quando passavano lì davanti, sulle loro Motorale blu d’ordinanza. A volte, se era in pausa caffè, glielo offriva.

Ma il compromesso era necessario per tenere buoni gli antiabortisti, dopo anni di battaglie, che vedevano schierati da una parte i fautori del diritto alla vita, e dall’altra quelli secondo cui la natura doveva seguire il suo corso. ‘Senza beta-HCG materno non c’è vita umana’, ‘no agli espianti’, ‘è parte del mio corpo e decido io’. Lem conosceva a memoria tutti gli slogan. Alcuni, se declamati con il tono giusto, erano piuttosto orecchiabili.

Alla fine, il muro di plastica del laboratorio era stato sostituito da un pannello in vetroresina, perché potessero tutti accertarsi che nessun aborto veniva portato a termine, se l’embrione risultava troppo anomalo. Lem si chiedeva spesso se la spiassero con binocoli scanner e mirini infrarossi, per verificare lo stato degli esemplari inseriti nelle colture. Era un po’ seccante, sapere che ogni suo gesto veniva registrato, davvero. Si metteva sempre con le spalle alla vetrata, per coprire il microscopio, anche quando imbustava un aborto incontestabile.

I sacchetti criogenici erano già sul tavolo operatorio, insieme alle confezioni argentate degli uteri di coltura. Lungo la parete, altre confezioni erano stipate in modo da risparmiare spazio, e di quando in quando, una di esse si deformava per i calci dei feti all’interno. Un’ostetrica stava auscultando una confezione particolarmente rigonfia.

“Manca poco, eh?” chiese Lem.

“Pochissimo – l’ostetrica mosse lo stetoscopio – questo nasce col turno di domani. Dopo gli fa il prelievo per la pratica, dottoressa?”

“Sistemo questi e prendo un kit. Tenga tutto pronto.”

Prelevò il primo sacchetto con la prima confezione di utero usa-e-getta, e finalmente la giornata le regalò una nota positiva. L’embrione risultò così sano che neppure il più convinto antiabortista avrebbe chiesto di interrompere la procedura: un  rotondo grumetto di cellule che si duplicavano indefesse, sotto l’occhio del microscopio, e neanche l’ombra di alterazioni cromosomiche. Una bella femminuccia sana, che terminò il suo aborto quando Lem sigillò la chiusura dell’utero artificiale e lo portò nel cassetto sterile, con gli embrioni più precoci. Collegò i cavetti alla Mamma, il computer-placenta che si occupava di nutrire gli embrioni eliminando poi le scorie, e tornò al tavolino, l’umore leggermente migliorato: gli aborti sani, per ovvie ragioni, di solito trovavano subito una famiglia affidataria, quando non adottiva direttamente. La sterilità era una patologia sempre più diffusa.

C’erano ventiquattro sacchetti, e altri ventiquattro sul tavolino di Monica. Quarantotto aborti effettuati in una sola notte, nel pronto soccorso locale. Lem non riusciva a capacitarsi di come potessero le persone essere tanto stupide: in un’epoca dove bastava inghiottire una pillola al mese per sospendere l’ovulazione e la vitalità spermatica – e le pillole contraccettive si vendevano in qualsiasi distributore, bastava inserire la mano per un rapido test e ritirare quella adatta – si sarebbe pensato che nessuno andasse a sottoporsi all’espianto, con il trauma psicologico che ne conseguiva, ma figuriamoci. Dover constatare ogni mattina quanto l’idiozia dilagasse nel mondo era una delle ragioni per cui voleva andarsene.

Monica arrivò poco dopo, e stavano esaminando insieme un caso dubbio, di una morula che non cresceva con la celerità giusta per i giorni che aveva, quando entrò il corriere con una confezione rigida, legata con lo spago e bloccata dai sigilli.

“Metti lì, veniamo tra un secondo.” Lem regolò la lente, lesse il referto del microscopio e scosse la testa. “Qui è un disastro: talassemia, carenza di acido folico, e un tentativo di duplicazione gemellare che non va a buon fine. Le cellule insistono, ma…”

Monica guardò a sua volta. “La talassemia la sistemiamo – obiettò – e si corregge la carenza… guarda, è un maschio!”

Lem tacque. Quella era la parte del lavoro che detestava, quella che le faceva inviare una email alla settimana, tenendo le dita incrociate e sperando che si liberasse un posto che rendesse il suo trasferimento più conveniente della sua permanenza lì.

Alla fine si decise. “Dobbiamo lasciare, Monica: la duplicazione continuerà fino a ucciderlo, non possiamo farci niente.”

L’ostetrica che visitava i feti si fermò e distolse lo sguardo, mentre Lem toglieva il vetrino stagno dal microscopio, in silenzio. Si infilò i guanti, capaci di resistere a temperature assai vicine allo zero assoluto. Aprì il surgelatore sotto il tavolino, nel quale c’erano decine di altri vetri simili, e vi fece scivolare l’embrione, in fretta. Richiuse, le dita già intirizzite malgrado la protezione. Il gelo avrebbe arrestato l’attività cellulare seduta stante, e, ai sensi di legge, quando si fosse scoperto come invertire il processo autodistruttivo in corso, l’embrione sarebbe stato scongelato e curato. Non avveniva mai. C’erano dei limiti, perfino nella manipolazione genetica, oltre i quali non si poteva andare. La natura era un muro invalicabile, anche se la ricerca poteva spostarlo un po’ più in là. Ma sembrava che, ormai, rimanesse ben poco da spostare.

Lem si volse verso il corriere, che pareva scosso. Era giovane, più di lei, doveva essere al suo primo giorno, o almeno alla sua prima consegna di materiale abortivo. Portava perfino la mascherina sterile, cosa che nessun corriere faceva, dopo un mese di servizio. Il rischio di infezioni batteriche era pressoché nullo, malgrado i toni allarmistici degli opuscoli informativi.

“Accidenti – balbettò da dietro la copertura di plastica – ci vuole un bello stomaco, io…”

“Che cosa ci porta?” Non aveva voglia di parlarne. Gli antiabortisti non avevano mai dovuto prendere in mano un embrione e decretare no, tu no. Non avevano mai dovuto aprire il surgelatore e vederli, esseri umani bloccati, peggio che morti, in attesa di qualcosa che non sarebbe successo. Procrastinare, rimandare e sperare. Bell’imbroglio. “Consegna speciale?”

“Dall’ottavo livello – il corriere sembrava felicissimo di cambiare argomento – priorità assoluta. E’ molto vitale, dicono.”

“Vedo…” Lem scorse le pagine della bolla di consegna, carta speciale, che già al tatto si capiva essere del tipo più pregiato, tracciabile fino al genetista che aveva nutrito la coltura di cellulosa. “Maschio Drod e femmina sapiens, nientemeno. E chi è la cretina che si fa espiantare un ibrido, oggidì?”

Monica firmò i documenti necessari a rompere i sigilli. Tirò fuori non un sacchetto, ma una confezione di utero già sigillata, fluttuante del liquido amniotico di cui era piena, e con un cavetto di liquido nutritivo, che garantiva parecchie ore di autonomia anche senza la Mamma. Nel maneggiarlo, appariva stizzita.

“Cos’è, avevano paura che rovinassimo il loro prezioso bambinello?”

Certo che sì, pensò Lem, ma non disse niente per non alimentare il malumore. Era seccata anche lei, a immaginare statuari, perfetti medici Drod, nella loro clinica d’avanguardia, chini sul lettino mentre con mille precauzioni espiantavano l’esemplare che si era miracolosamente sviluppato nell’utero di una sapiens. Un’ibridazione ricercatissima, che nessun laboratorio riusciva a ottenere, malgrado gli enormi stanziamenti: tutte le gravidanze artificiali si fermavano dopo la fecondazione.

Era un fatto talmente comune che si usavano quelle cellule nei licei, per mostrare il meccanismo di fecondazione senza che si producessero ovociti per i quali occorreva ricorrere alla procedura abortiva.

Lem l’aveva visto molte volte, a scuola. Lo spermatozoo entrava nell’ovulo a tutta velocità e lì moriva, oppure non entrava affatto perché l’ovulo non si apriva. Allora si procedeva all’inseminazione nucleare, ma i geni non si fondevano e stavano lì, a fluttuare nel nulla, finché non iniziava la decomposizione. Game over. Si buttava via il vetrino e si prendevano diligenti appunti.

E non servivano biopsie mitocondriali, non servivano gli uteri di ultima generazione, era inutile selezionare gli ovuli e gli spermatozoi migliori, la natura non cooperava. Era proprio necessario un rapporto sessuale, maschio e femmina che copulavano col vecchio collaudato sistema, lasciando al caso il compito di decidere se ci sarebbe stata gravidanza o no.

Di solito, le sapiens con l’ibrido in pancia si guardavano bene dal farsi scappare l’occasione di assurgere all’ottavo livello, sistemate per la vita, ma c’erano sempre le eccezioni: gli ibridi erano un argomento controverso, e in parecchi li guardavano con occhio itterico o diffidente. Chi voleva farsi espiantare l’embrione esercitava un diritto acquisito, inalienabile.

Naturalmente, c’erano aborto e aborto: un ibrido come quello valeva tanto oro quanto pesava, e di certo i medici Drod non avrebbero lasciato che di lui si occupassero due biologhe del quarto livello, due scalzacani addette ad aprire il surgelatore. Non si sarebbero mai sporcati le mani congelando embrioni, loro.

“Sette settimane e mezzo, addirittura. Quanto l’hanno pagata, per farglielo tenere in pancia così a lungo?”

“I ricchi possono fare quello che vogliono.” Monica passò l’ecografo, e sul visore comparve l’immagine nitida di un gamberetto fluttuante, ripiegato sul suo sacco vitellino e solcato dalle venature della placenta. Le pulsazioni erano costanti, rapidissime. “Sta meglio di me. Lo mettiamo con gli altri, o dobbiamo dedicargli una stanza con Mamma a parte?”

“Non dargli anche le idee, per carità.” Indicò la webcam di vigilanza sul soffitto e prese la confezione argentata. Tolse il cavetto di coltura, lo lasciò cadere distrattamente e collegò quello della Mamma, prima di posare l’utero nel cassetto delle sette settimane. “Potessero, lo terrebbero direttamente nel loro empireo, ma ho idea che non abbiano cliniche per gli aborti, lassù. Vabbè, te ne rimani con noi finché verrà il tuo papà a prenderti, tesoro. Scommetto che non vede l’ora.”

E questo, pensò, era molto più di quanto avrebbero avuto la stragrande maggioranza di tutti quegli aborti. Alcuni erano stati espiantati per ragioni sanitarie o sociali, e avevano almeno un genitore biologico ad attenderli, a gestazione ultimata; ma, per lo più, nella clinica si custodivano bambini abbandonati, non voluti e non rimpianti.

Voltò le spalle alla parete e andò a preparare il kit per il prelievo al feto in procinto di nascere.

 

La fine della giornata non fu migliore del suo inizio. Su ventiquattro aborti, dodici finirono nel surgelatore per malformazioni incompatibili con la vita – d’altronde, percentualmente si abortivano più embrioni anomali che sani – e uno venne collegato alla Mamma incrociando le dita, data la sua scarsa vitalità. Procedettero dando le spalle alla vetrata, col timore che qualche antiabortista stesse documentando il tutto, e Lem non si sorprese nel vedere che le mani le tremavano per la rabbia, mentre attaccava il cavetto alla Mamma. Che diritto avevano, di decidere quale andava abortito e quale surgelato? Tu sì, tu no. Non voleva surgelare la gente. Non le piaceva.

Dopo aver finito coi test, Lem dovette sottoporsi a un meeting col direttore, ascoltare in silenzio i suoi sproloqui e fargli notare in tono pacato come le pratiche sollecitate erano state da lei sbrigate due giorni prima. Il direttore non le credette e arrivò a passare lo scanner genetico sulla carta, per verificare.

“E un’altra cosa – aggiunse mentre Lem aveva un piede fuori dalla porta e già credeva di averla sfangata – gli aborti ci costano uno sfacelo, e chi deve renderne conto sono io. Imbusta solo quelli che non puoi surgelare, capito?”

Ancora con quella storia. Ogni ovocita imbustato era un colpo al cuore, per quell’uomo, o almeno lo sarebbe stato, se non fosse stata certa che il sangue gli circolava grazie a un distributore automatico che si alimentava di bilanci in attivo. Avrebbe quasi potuto credere che per lui era una questione seria, se le avesse guardato la faccia e non le tette, ogni tanto.

“Credevo dovessimo surgelare solo quelli che non possiamo imbustare.”

“I capoccia delle sfere alte possono dire quello che vogliono, ma chi lavora qui siamo noi. E chi ti accredita lo stipendio sono io. Meno aborti e più surgelatore, o arriveranno dei tagli.”

E chi se ne frega, pensò Lem mugugnando qualcosa di libera interpretazione. Che il direttore di una clinica di aborti fosse un antiabortista era davvero il colmo, e sperò che qualche Drod prima o poi se ne accorgesse, anche se la possibilità era remota. Il direttore non era così stupido da fare certi sproloqui davanti alle webcam del laboratorio. Taglia pure, tanto non puoi licenziarmi. Tu di sicuro non lo apri, quel surgelatore. Non sia mai!

“Usciamo stasera?” propose Monica, quando tornò nel loro cubicolo. “Al quinto livello danno il remake di Avatar, sai quello dove puoi scegliere tra i marine e i Na’vi. Magari ci prendiamo personaggi diversi e ci spariamo addosso, ti va?”

A seguire le tue direttive, dovrei prenderti per la collottola e ficcarti tutto intero nel surgelatore, stronzo. “Grazie, ma stasera voglio cenare e andare a letto presto. E’ stata una brutta giornata.”

“Te la prendi troppo: pensa a quello che di buono facciamo, invece che a quello che vorresti fare. Chi si accontenta gode, e l’importante è portare a casa lo stipendio, no?”

L’ultima persona con cui voleva parlarne era proprio Monica. Rispose in tono iroso: “Ho fatto un master in germinazioni interspecie, e un altro in xenogenetica. L’anno scorso avrò dormito due ore a notte, per quella serie di convegni sulle manipolazioni mitocondriali. Surgelare embrioni non è l’ambizione della mia vita!”

“Beh, intanto puoi risparmiare per quella Motorale che ti piaceva, almeno – replicò l’altra, sullo stesso tono – invece di fare master che non rendono niente! Anzi, mi sa che la cambierò anch’io, tra poco. Non pensare sempre al lavoro, accidenti!”

Lem inghiottì la risposta che avrebbe voluto darle e sedette alla scrivania. Spense l’olomonitor, la tastiera, il telovideo, e il suo angolo tornò vuoto, liscio e nudo. Si cercava di minimizzare l’arredamento, per sfruttare tutti gli spazi disponibili. Mise in tasca il terminale, prese la borsa – Dio, la sua Motorale pesava davvero un accidente – e andò alla porta.

“Sì scusa, è che sono stanca. Ci vediamo domani, okay?”

Pioveva ancora, e faceva un freddo cane, per di più. A maggio inoltrato, il clima continentale faceva arrivare dal nord un vento tagliente come un laser, di quelli che la mattina ti fanno trovare una crosta di brina su ogni superficie.

Lem regolò la temperatura della giacca e tirò fuori la Motorale, un vecchio modello, grande come una mano aperta, che ci mise quasi un minuto ad aprirsi e accendersi, col sellino gonfiabile scolorito dalla pressione delle natiche e gli ammortizzatori davanti un tantino logori. C’era da vergognarsi, a girare con un catorcio simile, ma non aveva voglia di dire a Monica che non avrebbe cambiato mezzo almeno per altri sei mesi.

Risparmiava sì, ma per un altro master, e stavolta voleva fare sul serio: settimo livello, alla NeoBo, con test d’accesso ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni, docenti Drod, stage in aziende di primissimo ordine. Avrebbe dovuto chiedere il part time, e il direttore non ne sarebbe stato felice, ma master di quel tipo facevano accettare in automatico le agevolazioni atte a frequentarli. Se avesse superato le prove d’ammissione e se, a fine anno, avesse avuto i soldi sufficienti a pagare la retta. Dopo la NeoBo il limite è il cielo. Porca troia, con una qualifica simile, o mi spostano a mansioni migliori, o posso veramente spararmi!

Quando arrivò al primo ascensore, anziché passare avanti, sterzò bruscamente e infilò la discesa. La Motorale faticò a vincere la gravità, ma bastava non premere troppo sull’acceleratore, e dopotutto non c’era nessuna fretta. Lem guardò le strade che sparivano sopra di lei, i livelli sempre più sgargianti, perché sotto l’illuminazione pseudosolare era troppo costosa e dovevano supplire con gli economici neon, finché la scritta WELCOME TO LEVEL 2 la indusse a fermarsi e accostare.

Premette il pulsante della Motorale e aspettò che finisse di ripiegarsi, la mise in borsa e si guardò attorno. Conosceva bene il quartiere, ci era vissuta fino alla laurea, e continuava a tornarci ogni settimana, per la consueta visita alla madre. Aveva seguito un impulso momentaneo, anche se fin da quando Monica le aveva proposto di uscire aveva capito di non aver voglia di chiudersi in casa a rimuginare. Voleva respirare un po’, da sola, per quanto si potesse stare soli in mezzo a una folla compatta come un agglomerato di piastrine.

Il secondo livello era quasi tutto gallerie chiuse, sopra le quali erano costruiti i livelli successivi, strati che venivano aggiunti man mano che la popolazione aumentava. Le colonizzazioni su Venere e Marte venivano incoraggiate, e Lem aveva considerato l’ipotesi diverse volte, ma non provava l’impulso di lasciare il pianeta, per vivere in cupole di vetroresina che lentamente domavano il clima alieno, nel progetto Terraforming.

Sovraffollata, opprimente e frustrante, preferiva New Babel, ex mar Mediterraneo, prosciugato con la chiusura delle colonne d’Ercole e del canale di Suez. Il terreno era il più fertile del globo, grazie a milioni d’anni di deposito di plancton, e anche se i laghi rimasti erano mostruosamente salati, il clima continentale nato con il nuovo continente afroeurasiatico aveva riempito di foreste tutto il bacino mediterraneo: un polmone verde gigantesco, che rivaleggiava con i parchi naturali dell’Amazzonia, attraversato solo dalle strade sospese che collegavano la megalopoli con le province.

Lem era nata lì, dove un tempo passavano le navi dei fenici, era cresciuta lì e aveva intenzione di morire lì… magari, dopo aver vissuto una vita decente, senza vegetare per portarsi a casa lo stipendio e cambiare Motorale ogni due mesi. Sentiva i neuroni in caduta libera ogni volta che realizzava come potesse permettersi tutto, tranne la soddisfazione personale.

“Cognome, nome, nickname.” Il buttafuori all’ingresso passò la carta di credito senza alzare gli occhi. Non lo faceva mai, forse neppure sapeva che faccia avesse, ma era normale, con tutta la gente che passava di là ogni giorno.

“Nakamura, Irene, Lem.” Si riprese la carta dopo che il buttafuori le ebbe fatto firmare ed entrò nel locale. La musica era bassa, riposante, ed erano ancora quasi tutti a bordo pista, a sorseggiare i loro cocktail. Al banco, il barista la salutò: ricordarsi dei clienti era il suo mestiere, come quello del buttafuori era non guardare in faccia nessuno.

“Bella, questa canzone – disse Lem – fa molto salotto intellettuale.”

“Eh sì, musica classica stasera. Se vuoi roba più vivace, ripassa tra un paio d’ore.”

Lem scosse la testa. Non era venuta per la musica. “Come si intitola? Magari me la scarico.”

Il barista tese l’orecchio, poi alzò le spalle. “Non mi ricordo, questi pezzi si somigliano un po’ tutti. Il compositore è un certo Manson… Marylin, mi pare.”

“Ah. Grazie.” Lem si alzò e si diresse al corridoio laterale, con i faretti dell’illuminazione che si fermavano discretamente qualche metro prima, per lasciare la zona in penombra. Un secondo buttafuori volle sapere se aveva la tessera, altrimenti avrebbe dovuto pagare l’ingresso a parte.

“Nakamura, eh? Si intona coi tuoi occhi, sai?”

Lem sorrise. Aveva iridi nere, quasi liquide, che non cambiava mai perché le piacevano molto. “Lo credo, li ho tenuti così. Ho solo attenuato la piega epicantica e aumentato il volume delle ciglia, ma il resto è tutta roba mia.”

Il buttafuori annuì con approvazione restituendole la tessera. Sembrava alla mano, del resto non c’era motivo di essere scortesi, lì dentro. “Fatto benissimo! Beh, divertiti, stasera è bello affollato. Ah, se hai cose di valore, le tengo qui.” Indicò un armadietto.

Neanche un bambino avrebbe rubato la sua vecchia Motorale. “Niente da dichiarare. Ciao, buona serata.”

Lo spogliatoio era caldo, profumato. Ognuno ne aveva uno personale, dal quale si accedeva direttamente nella dark room, in modo da rendere del tutto anonime le presenze all’interno. Lem si infilò nel proprio, chiuse a chiave perché dopo sarebbe dovuta ripassare per i vestiti, e sfiorò il pannello dall’altra parte. Colse in un lampo parecchi corpi umani che si muovevano, alcuni camminando incerti, altri già allacciati con il partner, prima che la porta le si chiudesse alle spalle e tornasse il buio assoluto.

Non c’era molto da stare a pensarci su, nella dark room. Bastava un odore, un contatto giusto nel momento giusto, perché si decidesse di optare per quel partner anziché un altro, e Lem, dopo vari palpeggiamenti dati e subiti, venne circondata da dietro da due braccia inequivocabilmente maschili. Si voltò, toccò il corpo sconosciuto, sentì il respiro sul viso. “Dimmi che sei etero.” Le bisbigliò una voce all’orecchio, e lei ridacchiò.

“Tu che dici?” Scivolò con la mano verso il suo sesso, lo prese, lo strinse. Era sorprendentemente grande, e parve ingigantire ancora di più mentre lo stuzzicava, i peli del pube ricci e non troppo folti. Si inginocchiò e lo prese tra le labbra. Cominciava a piacerle davvero.

Il partner la spinse verso i divanetti disposti lungo il muro, e cominciò il divertente gioco di toccarsi ovunque, per farsi un’idea della persona, in quella notte completa. Lem non sapeva se lui fosse soddisfatto di quel che tastava, ma dal canto suo sentiva l’eccitazione crescere, mentre percorreva con le mani quel corpo fin troppo mascolino, dagli addominali ai pettorali, leggermente sudato e contratto dal desiderio. Gli intrecciò le braccia al collo per tirarlo giù con sé.

Ansimò per la sorpresa quando lo sentì penetrare, perché era davvero molto grande, tanto che gli affondò il viso nella spalla, bisbigliando: “Aspetta… un attimo, dammi un attimo…”

“Tutto il tempo che vuoi, carina. E chi si sposta, da qui…”

Era possibile che si fosse fatto modificare, ma per qualche motivo non le sembrò realistico, da come si muoveva, senza forzarla, dandole il tempo di abituarsi e di trovare piacevole quell’invasione che non lasciava spazio per altro. Il suo partner senza volto era la cosa migliore che le fosse successa nella giornata, gli cercò le labbra e sentì il sapore di quella lingua sconosciuta, mugolò muovendosi contro di lui per fargli capire che i preliminari erano finiti. I capezzoli si indurirono come pietre, sfregando contro la lieve peluria del petto, un delizioso fastidio che continuava a crescere.

L’orgasmo la riempì come una liberazione, tutta la frustrazione che si scaricava in un unico punto, diventando piacere che continuava e continuava e continuava, perché il compagno insistette a lungo, finché Lem non fu quasi sul punto di supplicarlo… neanche lei sapeva se perché la smettesse o perché continuasse, ma alla fine lo sentì irrigidirsi, spingere più forte e infine abbandonarsi. Lo sentì respirarle addosso, ebbe l’impressione che sorridesse contro la sua spalla.

L’attimo dopo si ritrasse, e fu come se non ci fosse mai stato, nel buio.

Lem si tirò su a sedere, sfiancata. Qualcuno la toccò, ma lei scostò la mano, e si mosse alla cieca per raggiungere una delle luci fluorescenti, che non illuminavano niente, sopra le uscite.

Era finito, in fretta com’era cominciato, e non aveva voglia di cercare un altro partner, per quella sera. Fu un po’ sorpresa di rendersi conto che desiderava, semmai, ritrovare lui, uscire dalla dark room, guardarlo in faccia e bere qualcosa assieme. A questo, sono ridotta, pensò tristemente, a cercar di rimorchiare in un posto del genere. Con un simile stato d’animo, rimanere sarebbe stato peggio.

Quando uscì dal locale, dopo la doccia e un aperitivo, si sentiva svuotata. Frammenti di quel giorno deprimente le passavano davanti, e non volevano andarsene: l’olomonitor della sua scrivania che non si accendeva, i sacchetti argentati degli uteri, un vetrino addormentato nel ghiaccio, pratiche già svolte che le venivano riassegnate per errori di impiegati ancora più demotivati di lei, Monica che si preoccupava della nuova Motorale, il feto Drod che si muoveva sotto l’occhio dell’ecografo, il direttore che diceva surgelare, non imbustare, un litania quotidiana, snervante… e il neon WELCOME TO LEVEL 2, inglese, la lingua franca di quel continente nato dal mare, Atlantide alla rovescia, e Atlantis era il nome dell’ottavo livello, dove vivevano gli eletti dell’empireo, i figli del Primo Giorno.

Atlantis, che sorgeva sopra New Babel, sui quali bassifondi di muoveva lei, Irene Nakamura nickname Lem, e cercava uno sfogo come miliardi di altre persone, nel sesso, per non cercarlo laddove lo cercavano miliardi di altre persone, nell’autolesionismo o nelle droghe virtuali, nello Psicophine o in qualsiasi altra cosa. Non c’era niente, niente, che non fosse già successo, uguale identico, da qualche parte in mezzo a quella folla sconfinata, in mezzo alla quale un’altra donna della sua stessa età, istruzione e stato d’animo rifletteva su com’era patetico, cercare conforto in uno sconosciuto di una dark room, un posto dove si andava per divertirsi.

Alzò gli occhi, ma vide soltanto il soffitto tappezzato di neon pubblicitari, quel soffitto che era il basamento del terzo livello. Non c’era cielo, là sotto, solo plastica.

3 thoughts on “Capitolo 1”

  1. Elnor says:

    Un lungo primo capitolo, un inizio dolce, forse lento, per accompagnare il lettore in questo mondo diverso, futuro e inquietante.
    Mi piace. Trovo notevole lo stile e il personaggio con le sue mille elucubrazioni insoddisfatte. Forse qualche passaggio all’inizio è troppo raccontato, ma non distuba più di tanto e dopo il racconto ti prende e ti porta in braccio fino a qui.
    L’ambientazione seduce con mille promesse e me parso di scorgere un non so che di “cyber” in qualche passaggio, un accenno di tristezza e melanconia.
    Riassumento un buon inizio. Vediamo il resto.

    1. Elnor says:

      Scusa per i refusi. L’ora tarda e il we è stato intenso
      ;D

    2. Lem
      Lem says:

      Sì hai ragione, l’inizio è un po’ lento e troppo raccontato, ed è colpa mia. Non avendo mai scritto SF prima di New Babel, mi sono trovata in difficoltà nell’inserire alcune informazioni e sono caduta nell’infodump, il classico errore da principianti. I primi due capitoli introducono personaggi, ambientazioni e background, la storia vera inizia dal terzo in poi. Retaggio dello scrivere sempre fantasy: prima costruire l’ambientazione, poi partire.
      Però ho imparato tantissimo cimentandomi in questo genere. Mi sa che lo rifarò ^_^

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