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La prigione di Randur

– Puoi sempre travestirti da venditrice d’amuleti, di erbe medicamentose o qualcosa del genere! – disse l’oste sghignazzando e saggiando con i denti la moneta che lei gli aveva dato. Soddisfatto della conferma che non fosse latta, la lasciò al suo pasto: pane, formaggio con le noci, una ciotola di zuppa e una d’olio, insieme a una brocca di vino scandalosamente annacquato. Talia fece un sorrisetto vago, per mostrare che sapeva stare allo scherzo, ma era irritata perché quell’uomo parlava a una tonalità così alta che tutti erano sempre voltati verso di lui, con conseguente spostamento dell’attenzione ovunque si trovasse. E adesso che si era avvicinato a lei, tutti guardavano nella sua direzione.
Talia odiava trovarsi al centro dell’attenzione, e da quando era arrivata a Randur succedeva di continuo. Come se essere stranieri fosse una colpa, o come se la responsabilità di quel che succede tra il Malar e Anther Fell fosse colpa mia, pensò mettendo mano al coltello per tagliare il cibo. Sembra quasi che questi barbari non abbiano mai visto un forestiero libero in vita loro. La considerazione che probabilmente era davvero così, da quando i rapporti tra i due regni si erano fatti tanto tesi – e cioè da prima ancora che Talia nascesse, per quel che ne sapeva  – non contribuì a migliorare il suo umore. Barbari, incivili e ignoranti, continuò a dirsi, con ripicca infantile. Non sono neppure capaci di tenersi una casata regnante per più di una generazione senza far scoppiare una rivolta. Stupidi, rozzi, zotici, inutili…
Notò alcuni armigeri, dall’altra parte della stanza, che la guardavano dandosi di gomito e si affrettò a finire la cena. Se non altro, le camere di quella locanda avevano porte di legno massiccio e robusti chiavistelli: Talia decise che era arrivato il momento di portare il suo visino di forestiera lontano da occhi curiosi in generale, e da quelli dei soldati della guardia in particolare. Dovrei mettermi una maschera, per passare inosservata, si disse sgusciando al piano di sopra, e si fermò con un piede sul gradino. Il pensiero, formulato distrattamente, ne portò con sé un altro, il commento faceto dell’oste, che di colpo non le sembrò più tanto insignificante: puoi sempre travestirti da venditrice d’amuleti, di erbe medicamentose o qualcosa del genere!
Puoi sempre travestirti…

Le venditrici del mercato, per distinguersi dalle donne di malaffare, portavano sempre il cappuccio del mantello ben calcato sugli occhi, e tuniche che le coprivano completamente, dal collo alle caviglie. Certo, sarebbe morta di caldo, e se qualcuno le avesse rivolto la parola il suo accento l’avrebbe tradita, ma…
– Ma almeno potrò girare per la città senza ritrovarmi addosso gli occhi di tutti, cani compresi – concluse a voce alta. – Sono proprio una stupida, avrei dovuto pensarci subito.
Si chiuse in camera, sprangò la porta e si sedette sul giaciglio lurido per il quale aveva pagato una cifra indecente, riflettendo sul da farsi. Stava ancora pensando quando si addormentò, sfinita: era stata una giornata molto lunga, e aveva percorso un lungo cammino.

Il concetto di “clima continentale” era perlopiù ignoto nella verdeggiante regione del Malar, temperata in estate dalla brezza marina e scaldata d’inverno dai dolci venti del sud. In effetti, il disagio maggiore era l’umidità, come qualsiasi anziano sarebbe stato pienamente disposto a spiegare, con dovizia di dettagli sui dolori reumatici che si risvegliavano a ogni cambio di stagione. Talia aveva soltanto una vaga idea di quel che avrebbe trovato addentrandosi nell’entroterra, e pur non essendo una sprovveduta si era trovata impreparata al tremendo calore che pareva sprigionarsi dal suolo stesso, a mano a mano che proseguiva lungo la strada maestra: essendo estate, si era aspettata di patire il caldo, ma nata e cresciuta sulla costa aveva sempre conosciuto una calura che il venticello marino rendeva sopportabile, perfino piacevole; e, se proprio era una giornata di calma piatta, rimaneva pur sempre l’oceano dell’Arcipelago degli Amanti a dare refrigerio. Era abituata, insomma, a un caldo che sapeva stare al suo posto.
In Anther Fell l’estate sembrava una creatura vivente, un enorme drago affamato con artigli capaci di sbriciolare la terra, bruciare le piante, arroventare le pietre, soffocare le case con un’invadenza che lo faceva essere dappertutto, senza nessuna possibilità di refrigerio o di scampo. Lungo la via maestra non era affatto insolito imbattersi nei teschi calcinati di animali sfuggiti ai pastori e smarritisi nella vasta pianura, senza nessun riparo, senza un goccio d’acqua. Una volta aveva scoperto sul margine della strada perfino un cadavere, un mendicante a giudicare dagli stracci, tutto rattrappito e disseccato come una pianta di cardi. Nonostante il caldo mostruoso, Talia era rabbrividita, immaginandosi nella stessa situazione. E nessuno l’avrebbe aiutata, oh, no di certo, non avrebbero aiutato proprio lei, se anche l’avessero trovata.
Le cose non erano migliorate arrivando in città.
Talia era una tipica indigena del Malar, con i tratti somatici che tutti associavano al luogo cui proveniva, e accanto alle donne di Anther Fell spiccava come un gabbiano tra i corvi: aveva i capelli castano chiaro, gli occhi verdi, la pelle bianca al punto di essere piena di lentiggini. Era di corporatura minuta, nervosa, agile, con fianchi stretti da ragazzo e seni piccoli e sodi, collo sottile, spalle rotonde, polpacci delicati e piedi minuscoli, proprio come le mani, bianche e mai provate dal duro lavoro dei campi. Talia teneva molto alle sue mani e stava sempre attenta a non ferirsele o rovinarle in alcun modo: considerato come si guadagnava da vivere, non poteva permettersi il minimo callo che ne riducesse la sensibilità tattile.
Non era una bellezza da far girare la testa, pur essendo a modo suo abbastanza graziosa, ma nelle strade affollate si era trovata al centro di un’attenzione tanto più sgradita perché dovuta proprio al suo aspetto, che sarebbe quindi stato ricordato da chiunque, e la ragione era fin troppo ovvia. Le donne di Anther Fell la sovrastavano di almeno un palmo, giunoniche di forme, scure di carnagione, brune di chiome, con occhi nerissimi e bocche grandi, che si scoprivano ridendo su denti candidi in quei volti dorati. Al confronto, Talia si era sentita come una di quelle larve biancastre che si trovavano a rovesciare pezzi di corteccia marcita, dopo che i taglialegna avevano portato via i tronchi: e, spostandosi per le strade e i vicoli  si era agitata nello stesso identico modo, mentre cercava di imprimersi nella mente un’approssimativa mappa della città, prima di arrendersi e rifugiarsi nella locanda più nascosta che le era riuscito di trovare.
Così non andava bene, proprio per niente. Un rapido inventario dei suoi averi l’aveva rassicurata almeno sul fatto di non mancare dei mezzi necessari, ma neppure l’involto di monete che nascondeva nella tunica l’avrebbe aiutata, se non fosse riuscita ad avvicinarsi al palazzo reale. E, date le premesse, avvicinarsi a quell’edificio avrebbe significato attirarsi addosso tutti i soldati a portata di vista.
No, così non andava affatto bene.

Si svegliò prima dell’alba, come una donnola che percepisce d’istinto il giusto momento di uscire dalla tana, e scese in strada in modo da evitare la folla del mercato che si sarebbe riversata nelle strade di lì a un paio d’ore. Riuscì a trovare un bazar che vendeva abiti già cuciti, vecchi mantelli, cinture rese lucide dall’usura e analoghi ammennicoli; lungo il ritorno si fermò da un vecchio che aveva notato il giorno prima, sempre seduto sui gradini di casa a intrecciare giunchi, per acquistare un cestino. Nel complesso poteva andare, si disse dopo essersi infilata quegli indumenti impregnati di strani odori esotici (almeno uno dei quali le sembrava sudore stantio, ma riteneva non fosse il caso di fare troppo la schizzinosa). Scese in strada con un po’ di trepidazione, e fu soddisfatta di vedere che gli sguardi delle persone intorno le scivolavano addosso senza vederla, come una parte del paesaggio. Meglio tardi che mai, pensò, e si incamminò verso il palazzo, con qualche difficoltà: i barbari di Anther Fell erano molto più alti e robusti di lei, e in mezzo alla calca la sbatacchiavano sgomitandola senza alcun riguardo, probabilmente senza neanche notare lo sparuto scricciolo che soffocava sotto il manto di stoffa pesante. Quando un piede che sembrava corazzato da una suola di ferro le passò sulle dita, schiacciandole ben bene, Talia iniziò a pensare che essere ignorata non fosse poi un grande vantaggio. Zoppicando e imprecando sottovoce, riprese il cammino, finché un energumeno con mani come prosciutti la urtò con tanta violenza da non poterla ignorare. Talia si sentì prendere per un braccio, come se l’altro temesse di averla quasi gettata a terra. – Perdonatemi, comare, non vi avevo vista! Vi ho fatto male?
No, mi hai soltanto appiattita come una sogliola, pensò Talia. E quel comare, poi, come se lei fosse una vecchia oltre l’età fertile, anziché una fanciulla in età da marito! Sbirciò di sottecchi l’uomo, prendendo nota della camicia di tessuto fine, dei fermagli d’argento, della fibbia dorata che gli teneva chiuso il mantello sulla gola. Poteva valerne la pena, decise.
Si liberò con garbo della mano dell’uomo e si raddrizzò. Impostò la voce a imitare l’accento pesante di Anther Fell e le parve di non cavarsela poi così male, quando disse: – Tutto bene, buon signore, è stata colpa mia. Vogliate scusarmi… – Si passò il cestino da una mano all’altra, e data la calca dovette farlo strusciare contro la camicia dell’uomo, che non si risentì, pensando chiaramente che lo faceva perché indolenzita dall’urto. Un raggio di sole fece scintillare qualcosa di metallico, un attimo prima che il mantello coprisse tutto. – Non è nulla, davvero. – Riprese il cammino con un cortese cenno del capo, sparendo all’istante dietro la foresta di schiene voltate. Contò tre respiri, quindi girò con decisione e si sedette sui gradini di una casa, posando il cesto accanto a sé, con l’aria di una qualsiasi venditrice che si prenda un attimo di respiro. Stava riponendo con gran cura la piccola, sottile lama atta a tagliare il cuoio come fosse burro morbido, quando da qualche parte in mezzo al tumulto si levarono grida di al ladro, al ladro, e alcuni giovanotti in vena di fare i galletti davanti alle ragazze si misero a correre per cercare i gendarmi, superandola. Talia aspettò che la soldataglia raggiungesse l’isterico derubato, quindi si alzò con tutta calma e si infilò in un vicolo che sapeva sfociare nei labirintici bassifondi della città.
– Stupidi idioti – commentò con un sorriso, mentre si faceva cadere nelle tasche un bel mucchietto di monete d’argento. Lasciò cadere a terra il cestino, rivoltò il mantello in modo che la fodera chiara ne cambiasse completamente l’aspetto, allentò la cintura perché la sopratunica nascondesse meglio le forme, e uscì dal vicolo trotterellando come un ragazzo, ignorata da tutti.
Il castello di Randur era vicino: dovette solo percorrere la via principale fino a trovarsi davanti all’enorme ponte levatoio, tanto massiccio da poter sostenere senza scricchiolare la folla varia e multiforme che percorreva, come un fiume ordinato, entrambi i sensi. Le guardie disposte sotto la cancellata sorvegliavano l’attività del cortile con una svogliatezza che Talia giudicò molto incoraggiante, mentre si aggirava per il vasto spiazzo nel quale ferveva l’attività. Dai servitori che correvano dappertutto, ai garzoni che conducevano i cavalli, agli artigiani che aggiustavano o costruivano qualcosa, nessuno fece caso a Talia, che così poté guardarsi intorno con tutto comodo, alzando un tantino il cappuccio per non avere ostacoli alla visuale. Una ciocca di capelli chiari le cadde sulla fronte e lei la spinse indietro. Sbirciò le persone vicine, ma nessuno pareva aver notato il dettaglio. Eppure, per qualche motivo, non si sentiva tranquilla. Sarà perché mi trovo in mezzo a soldati nemici? pensò con sarcasmo, ma si ritrovò a guardarsi alle spalle con una certa ansia, come se tra le ombre del colonnato qualcuno la stesse osservando. Non c’era nessuno, ovviamente, eppure…
Il cortile nel quale era entrata con tanta facilità non era quello principale: vide subito che in esso si aprivano svariate porte, alcune grandi e lussuose, altre piccole e dimesse, a seconda del rango di coloro che le utilizzavano, verso le zone più interne del castello. A ogni porta c’era almeno una guardia, il che ridusse il suo ottimismo: forse le sentinelle erano annoiate, me erano tante, al punto da far apparire il castello quasi assediato.
Il signore locale non deve dormire sonni tranquilli, pensò distrattamente.
Al centro dello spiazzo c’era un palco di legno sopra il quale era stata allestita una struttura fin troppo facile da riconoscere, che in genere veniva smontata subito dopo l’uso, ma che lì, nel castello di Randur, evidentemente veniva utilizzata con tanta frequenza da rendere preferibile tenerla in pianta stabile. Talia deglutì. Il cappio della forca penzolava immobile, come un animale morto.
– Dove credi di andare, tu? – Una guardia che pareva sbucata dal nulla le sbarrò la strada con la picca, quando Talia, dopo aver distolto lo sguardo dal patibolo, provò ad avviarsi verso le scuderie.
Si sforzò di imitare l’accento di Anther Fell, pregando mentalmente la dea Ney di farla uscire da quella situazione, nella quale si era cacciata, accidenti a lei, perché aveva mal valutato la solerzia delle guardie di palazzo. – Cercavo il mercato degli schiavi – articolò, ispessendo a fatica la voce nella parlata pesante della regione. – Mi hanno detto che si tiene qui.
– Non oggi – replicò in tono rude la sentinella – devi aspettare fino a domani: sono nelle segrete, per essere sicuri che quei cani rognosi del Malar non ci portino la peste o il vaiolo.
Talia serrò i pugni. – Grazie, allora aspetterò. – Fece per andarsene, ma la sentinella continuò a scrutarla. Mosse la picca perché si fermasse.
– Hai uno strano modo di parlare, ragazzo. Di chi sei servo?
– Ah… – Talia iniziò a sudare freddo. – Io… venivo per conto di mio padre… cercava… – Ebbe un’illuminazione. – Cercava una donna.
– Una donna, eh? – La sentinella fece una risata volgare. – Be’, di’ a tuo padre che stavolta di donne ce ne sono poche, ma quelle meritano. Cos’è, sei nell’età in cui si cambia voce?
– Può… può darsi… – Fammi andare via, misericordiosa Ney, ti giuro che tornerò a frequentare il tuo tempio, ma fammi andare via illesa, solo per stavolta, ci staresti a farmi questo piccolo favore?
L’uomo la guardò con maggiore attenzione. Talia sapeva fin troppo bene cosa vedeva: le spalle strette, il torace inesistente, tutto l’insieme che parlava di una corporatura incongrua in un maschio, per quanto ancora nell’età della crescita. Il suo travestimento poteva forse ingannare un occhio distratto, ma se qualcuno l’avesse osservata dritto in faccia, negli occhi…
– Alza un po’ la testa, ragazzino. Voglio vederti bene.
Oh no, no, no…

Talia si mosse rapida, ma non abbastanza: aveva valutato male le forze dispiegate per sorvegliare quel castello, e ne pagò lo scotto quando il soldato, rapido come un serpente, l’afferrò per un braccio, con la consumata abilità di chi è avvezzo a trattenere prigionieri riottosi. Prima che Talia potesse fare alcunché, le strappò via il cappuccio e imprecò vedendo i capelli lisci, la pelle bianca, gli occhi verdi tipici del Malar. Mai la sua patria le sembrò lontana come in quel momento, mentre la sentinella la scuoteva rudemente.
– Tu hai molto da spiegare, ragazza. Vieni con me, avanti!
Talia s’impuntò, come se il suo insignificante peso potesse contrastare la forza del soldato, e di nuovo ebbe l’impressione che qualcuno stesse seguendo le sue azioni con grande interesse, ombra tra le ombre che forse era lì e forse non c’era, ma non aveva importanza perché non l’avrebbe aiutata. Nessuno l’avrebbe aiutata, mai.
Invece sì. Lui mi aiuterà, se io aiuterò lui.

Da dove venisse quel pensiero, non lo sapeva, ma fu come la scintilla che cade sull’esca, prima che il fuoco serpeggi divorando il legno: Talia spinse con tutte le sue forze, sbilanciando il soldato che indietreggiò trascinandola con sé… non pensava sarebbe servito davvero, perciò si sorprese quando l’uomo la lasciò andare con un grido di dolore. Sbattè le palpebre, perplessa nel vedere la mano che l’aveva trattenuta fino a un istante prima fumare come brace ardente. Denso fumo nero salì disperdendosi nell’aria, insensato finché non si guardava la carne dell’uomo: prima che il soldato cadesse in ginocchio gemendo, Talia notò il viola rabbioso dell’ustione su tutto il palmo, fino alle punte delle dita. Le unghie erano nere e la pelle iniziava già a staccarsi in minuscole vesciche, come se avesse afferrato una sbarra di metallo incandescente.
Ma cosa accidenti…

-Aiuto! – gridò la sentinella, con voce arrochita dal dolore. – Prendete la strega, prendetela!
Un rumore di passi concitati le ricordò dove si trovava. Rialzò in fretta il cappuccio e sgusciò via con la furtiva agilità che la contraddistingueva, mentre i compagni della sentinella accorrevano. Era forte del vantaggio di sapere cosa fare – fuggire a tutta velocità – mentre i suoi inseguitori, almeno per il momento, rimanevano impegnati a soccorrere il compagno ferito. Via di qui, via di corsa, prima che capiscano chi cercare…
Talia non si fermò finché non fu oltre il ponte levatoio, al sicuro in un vicolo buio, fetido e ragionevolmente pieno di nascondigli. Niente ombre spione, almeno lì.
Cos’è successo?
Si guardò il braccio che la sentinella aveva afferrato, quasi aspettandosi di trovarvi una risposta, ma era il suo solito braccio di sempre, bianco, sottile e tiepido come quello di chiunque. E’ stato il drago, fu il pensiero che le venne, senza sapere perché, e scosse la testa. Forse la dea Ney ha ascoltato la mia supplica: dopotutto è la misericordiosa sposa del fiammeggiante Miorg, il cui fuoco può bruciare perfino il mare. Si ripromise di andare a compiere atto di devozione al tempio della dea… un giorno o l’altro.
Scosse la testa per eliminare quei pensieri. Aveva avuto fortuna ed era fantastico, ma le cose importanti adesso erano altre. Devi aspettare fino a domani, aveva detto la sentinella, quindi c’era poco tempo, molto meno di quanto avesse sperato. L’indomani Aria sarebbe stata messa in vendita, e chissà dove sarebbe finita. L’avrebbe seguita fino in capo al mondo, se necessario, ma l’idea di non riuscire a salvarla dalla schiavitù, dalle umiliazioni, adesso che finalmente sapeva con esattezza dove si trovava… soprattutto dopo la bella sciarada che la mia idiozia mi ha fatto imbastire: adesso saranno più attenti che mai, non faranno passare neppure un asino, se nato fuori dai confini del regno! E sono ricercata come strega, tanto per cambiare…
Sentì un nodo che le si ingrossava in gola, e si infilò nella prima locanda che trovò, chiedendo da bere, sapendo benissimo che ubriacarsi era la peggior cosa da fare in quel momento, ma del tutto incapace di ragionare lucidamente, adesso che sapeva di avere così poco tempo. Così poco tempo e così tanti ostacoli!
Saranno in allarme, penseranno che una strega vuole maledirli
, pensò fissando la sua coppa di sidro, è già tanto che sia riuscita a fuggire. Tornare indietro equivarrebbe a suicidarmi. Quel patibolo è lì in attesa, e il signore di Randur ha la condanna facile.
Bevve metà del sidro in un unico sorso, tanto che gli occhi le si arrossarono di colpo. Le tornò in mente quanto aveva raccomandato ad Aria di non avvicinarsi al confine, perché tutti sapevano che i mercanti di schiavi rastrellavano lì le loro prede. Ricordava Aria che le diceva di non preoccuparsi, che avrebbe usato la massima prudenza, e che usciva ridendo delle sue preoccupazioni. Ricordava l’attesa lunga, troppo lunga, fino a che non aveva dovuto arrendersi all’evidenza ed era andata a cercarla, sapendo benissimo quel che avrebbe trovato: la terra smossa e i rami spezzati della trappola scattata, gli inequivocabili segni di una colluttazione e un brandello di stoffa, poche decine di passi oltre, legato a un cespuglio basso; il segnale di Aria per dirle che era ancora viva, che era successo quel che Talia sapeva già.
Vuotò la coppa di sidro, avvertendo il bruciore nello stomaco che le saliva fino agli occhi già gonfi. Talia non piangeva mai, era uno spreco di tempo ed energie, perciò non potevano essere lacrime, quelle che macchiarono il legno grezzo del tavolo come monetine scure. Serrò le palpebre con forza, lottando per continuare a pensare, mentre il tempo passava e sua sorella continuava a rimanere in schiavitù. Si sentiva sola. Sola in un paese straniero e ostile, sola di fronte a un’impresa impossibile, sola a lottare contro il soffocante senso di impotenza che le saliva da dentro, come un gas velenoso. Era sola, e il drago non poteva aiutarla… qualsiasi cosa significasse quel pensiero che le si era piantato nel cervello come un chiodo. Nessuno poteva aiutarla.
Strinse le dita intorno alla coppa, pregando silenziosamente perché avvenisse un miracolo, qualcosa che le permettesse di ritrovare la speranza, smarrita da qualche parte tra le mura inespugnabili del castello di Randur.

2 thoughts on “La prigione di Randur”

  1. Elnor says:

    L’idea di un fantasy classico viene confermata in questo primo capitolo, d’altra parte la mano appare meno sicura e anche lo stile è diverso, più ridondante.
    Il capitolo inizia con una scena introduttiva della protagonista che punta a stimolare la curiosità e invece sbilancia il lettore. In effetti tutta la prima scena può essere eliminata senza danni alla storie e consiglio di farlo.
    Torno un attimo sull’eccesso di parole: il testo non è asciutto e scattante, ma appensantito, si dice troppo, si descrive e pensa troppo. E’ la mia sensazione.
    Infine la protagonista è resa discretamente, ma manca di un passato definito, ci sono poche radici, Talia pensa poco a quello e a chi ha lasciato.
    Ho l’impressione per adesso che questo romanzo, messo a confronto con le altre tue opere, sembra scritto precedentemente, sembra più acerbo come stile e scrittura.
    Spero di non essere troppo schietto e diretto.

    1. Lem
      Lem says:

      Sì ci hai preso, la storia è molto datata, anche se l’ho un po’ rivista in tempi più recenti. Il prologo è stato scritto ex novo. Non credevo che il mio stile fosse cambiato così tanto nel tempo da rendere evidente il distacco O_O
      Adesso ho quasi paura di postare le storie più vecchiette, ma d’altronde si spera sempre di migliorare, quindi punto sulle storie nuove. Le precedenti sono preziosissimo training.

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