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Il dungeon

Appena oltre l’angolo c’era il posto di guardia, sempre che si potesse chiamare così un rozzo tavolo di legno con alcune sedie e innumerevoli catene appese alla parete, pronte per i prigionieri nuovi che fossero arrivati. In un angolo c’era una gabbia di ferro, e Talia rabbrividì riconoscendone uno strumento di supplizio: rinchiusi lì dentro ed esposti al clima impietoso di Anther Fell, i condannati probabilmente morivano dall’alba al tramonto.

Aria dev’essere poco lontano, pensò con un tuffo al cuore, subito dopo le prime celle. Gli schiavi venivano considerati meno dei cani, e perfino nelle prigioni si anteponevano i criminali indigeni agli stranieri, purché non fossero efferati assassini o comunque individui da sorvegliare con particolare cura. Ney, fa’ che sia viva, fa’ che stia bene, fa’ che ne usciamo vive tutte e due…

Sussultò quando una delle sentinelle si alzò con fracasso dalla sua postazione e si ritrasse, così in fretta che sbatté contro Tarken. Sentì una porta aprirsi e si allungò di nuovo per vedere. La sentinella era scomparsa, lasciando il compagno da solo. L’occasione buona, pensò Talia, voltandosi per parlare rapidamente agli altri.

– Ne è rimasto uno, ma non so per quanto. Non so dov’è andato l’altro.

– Con il puzzo di birra che sento fin qui, lo so io dov’è – brontolò Krintos, e le fece cenno di scostarsi. – Vado ad affrontarlo.

– Sì, bravo, e se nello scontro non riuscirai a richiamare tutti i carcerieri, mi raccomando di lanciare un paio di grida di battaglia – replicò velenosamente Talia. Estrasse la lama. – Vuoi vedere come riesco a non farlo neppure fiatare mentre muore?

Krintos sputò di disgusto. – Che altro aspettarsi da una tagliaborse? Ma se ci comportiamo come l’usurpatore, non siamo meglio di lui.

Finalmente c’è arrivato, pensò Talia, volgendosi verso la sentinella. Non aveva la minima intenzione di permettere a quello stupido bue di farle sfumare l’occasione di

(aiutami)

raggiungere Aria, non adesso che era così vicina.

Una mano che pareva d’acciaio le calò sul polso, senza serrarla dolorosamente, ma nondimeno in maniera tale da impedirle di muoversi. Gli occhi di Angus erano stretti, l’espressione decisa.

– Non ucciderai nessuno di questi uomini, a meno che sia inevitabile – disse, secco. – Non è colpa loro se sono stati ingannati. Quel che l’usurpatore ha dimenticato è che un nobile è tale per proteggere la plebe, non per opprimerla. Altrimenti, non avremmo motivo di contrastarlo.

– Lasciami subito o…

– Signori – intervenne Tarken, con affettazione – vorrei farvi notare che abbiamo poco tempo a disposizione, pertanto vi pregherei di conservare la vostra disquisizione per il prossimo convegno di eruditi. Un compromesso soddisferà tutti. Talia, sei disposta ad attirare quell’uomo qui, così da tramortirlo prima che torni il suo compagno?

– E come accidenti posso attirarlo, io… oh! – Malgrado la situazione, le venne da sorridere quando comprese quel che il mago aveva in mente. – Sei geniale, Tarken. Tienimi il mantello.

Non perse tempo a riflettere. Ne avevano già sprecato fin troppo, e dopo tutto tramortire la sentinella era rischioso quanto ucciderla, dunque per lei non faceva alcuna differenza. Prima che Angus e Krintos capissero quel che accadeva, uscì deliberatamente dalla relativa sicurezza dell’angolo, mettendosi in piena vista.

– Ehi, somaro – chiamò, in tono provocatorio – indovina un po’? Sono appena tornata una donna libera!

La guardia alzò gli occhi, poi li spalancò e balzò in piedi, rovesciando la sedia. – Come hai fatto a fuggire? Vieni qui! – esclamò, affrettandosi a seguirla quando Talia scomparve dietro l’angolo. Si infilò rapida dietro Krintos, il quale, vedendo arrivare la sentinella, rigirò la spada e la tenne alta, in modo da dare al soldato solo il tempo di alzare gli occhi prima che l’elsa di metallo lo colpisse in mezzo alla fronte con un solido tonfo.

Tarken ridacchiò mentre prendevano per le caviglie l’uomo e lo trascinavano fuori vista. – Che idiota, non ha sospettato niente.

– Non sospettano mai – replicò Talia, riprendendosi il mantello. – Almeno, non subito. Ed è quanto basta.

– Silenzio – ringhiò Krintos, già dietro la porta della latrina per l’altro soldato, che imprecava per la confusione che malgrado tutto non avevano potuto evitare. La porta cigolò mentre si apriva. – Il tempo di… ora!

Un altro tonfo, il rumore di un corpo che stramazzava. Fecero per proseguire, ma guardando i due corpi inerti, Talia ebbe un’ispirazione.

– Non possiamo superare le prigioni senza che i reclusi facciano un baccano d’inferno – disse. – A meno che non vogliate liberarli per accrescere il pandemonio, ma immagino preferiate discrezione, almeno per ora.

– Immagini bene. – Angus guardò lungo il corridoio da cui erano venuti, pensieroso. – Che la dea Ney aiuti i nostri compagni, non occorre che complichiamo loro le cose ancora di più.

– Prendetegli i vestiti – propose Talia. – Come prigionieri, Tarken e io siamo credibili, e voi lo siete come sentinelle, non vi pare?

Tarken la guardò con approvazione, e Angus scosse il capo, mormorando qualcosa sull’intelligenza sprecata e sulle vie sbagliate che rovinavano per sempre. La difficoltà maggiore fu quando Krintos dovette infilarsi quegli indumenti troppo ridotti per il suo fisico possente: un paio di strappi mentre lottava con le maniche dissero a Talia che l’opera non era andata proprio a buon fine, ma dato che l’uniforme dei soldati di rango più basso non era mai molto curata, il risultato fu accettabile, sebbene il cancello ricamato sul farsetto fosse alquanto tirato. Tarken staccò un paio di catene dalla parete e se le passò intorno ai polsi, lasciandole aperte. Talia fece lo stesso, pensando con una certa ironia che era la prima volta che finiva in ceppi… per finta.

Attraversarono senza incidenti il corridoio scendendo le scale, mentre il cuore iniziava a martellarle, mentre nella luce guizzante delle torce scorgeva sempre più chiaramente la palizzata che era il recinto degli schiavi, sagome immerse nel sonno disturbato di chi è troppo esausto per cercare ancora una fuga dalla situazione insostenibile in cui si trova… Accelerò il passo, ma prima di poter spiccare la corsa udì un clic metallico e abbassò gli occhi. Le catene che portava le si erano serrate sui polsi, implacabili come la stretta di un serpente.

– E questo che significa? – chiese, cercando di mantenere una voce moderata, mentre Tarken, superate le celle dei prigionieri, lasciava cadere a terra le proprie, con noncuranza.

– Solo che il tuo lavoro continua ben oltre il recinto degli schiavi, mia cara: se liberassimo ora tua sorella scateneremmo troppa confusione per poter agire indisturbati.

Talia si sentì gonfiare dentro una rabbia incontenibile. – Razza di sporco, vigliacco, bastardo…

– Oh, andiamo, non fare tante storie – l’interruppe Tarken in tono spiccio. – Il nostro patto rimane valido, e una volta liberata sua maestà, il primo pensiero sarà per tua sorella, non dubitare. Ma se credi che ti farò ottenere subito quel che vuoi, così che tu possa abbandonarci al nostro destino…

Hai paura che una ladruncola vi abbandoni al vostro destino? Siete così inetti, forse? La sua risposta fu di un tale tenore che Angus inarcò le sopracciglia, scandalizzato. Krintos strattonò la catena che adesso non era più finzione e Talia si sbilanciò in avanti, inciampando.

– Smettila – disse Tarken – non occorre la brutalità. Proseguiamo senza perdere tempo, tanto nella zona degli schiavi una straniera che strepita non sorprenderà nessuno.

Talia passò davanti al recinto, impuntandosi come un vitello alla cavezza, imprecando e chiamando Aria con le lacrime agli occhi, furiosa adesso che era così vicina, così intollerabilmente vicina. Gli schiavi erano stati svegliati dal baccano e la guardavano, muti e stupiti, con l’espressione stolida degli animali da macello.

– Mi avevi chiesto di non tradirvi, ma il traditore sei tu, mago! – gridò, impotente. – Non contare su di me, non muoverò un dito per aiutarvi, se non liberate mia sorella. Te lo giuro, tanto vale che tu mi uccida, perché io non…

– Talia.

Fu una parola sommessa, ma bastò. Si aggrappò alle sbarre della palizzata, opponendosi con tutte le sue forze a Krintos che la trascinava lungo la prigione, avvicinandosi più che poteva a quella che sembrava la sua immagine speculare, dall’altra parte del recinto: un’immagine scarmigliata, sporca e dall’aspetto smunto di chi rifiuta il cibo da diversi pasti, senza che questo attenuasse di un filo la somiglianza sbalorditiva tra le due ragazze, e neppure l’espressione disperata che era di entrambe.

– Aria! Aria, sono qui, ti giuro che ti farò uscire, te lo prometto, ti…

– Ti hanno catturata? – chiese Aria, guardando sconvolta le catene ai polsi. – Hanno preso anche te? Oh, Talia…

– No, no, sono venuta qui per liberarti, vedrai… lasciami andare, mago! – La sua voce ormai era rotta dal pianto, non riusciva neppure più a capire dove si trovava, l’unico pensiero coerente che le era rimasto era che Aria era così vicina, talmente vicina che poteva toccarla, quando aveva creduto di non rivederla mai più, quando aveva creduto che sarebbe rimasta da sola. Solo un ridicolo pezzo di ferro le impediva di scacciare quel senso di abbandono, soltanto una stupida catena che aveva avuto l’idiozia di indossare da sola, e che adesso era la sua rovina… la rovina di Aria… la fine di tutto…

Slap!

I singhiozzi isterici che la scuotevano s’interruppero di colpo, come tranciati da uno scalpello, e Talia iniziò a piagnucolare, mentre il lato della faccia le formicolava per effetto del ceffone più solenne che avesse preso da quando suo padre era morto. Il viso di Tarken pareva di pietra.

– Controllati – le disse, gelido. – Controllati o ci farai ammazzare tutti. Quanto a te – e guardò Aria – torneremo presto a riprenderti, non dubitare. Ma dobbiamo prima trovare un’altra persona, e tua sorella ci è indispensabile. Dille di calmarsi.

Talia non era in grado di ragionare, ma Aria, nonostante l’emozione, possedeva tutta la lucidità necessaria e le strinse le mani, dicendole: – Vai, Talia, ha ragione lui. Adesso che sei qui è tutto diverso, ti aspetterò… ma devi andare, vai!

– No, io non…

All’improvviso, un uomo con la pelle chiara del Malar si fece accanto ad Aria. – Vai, maledizione! Se liberi tua sorella libererai tutti noi. Faremo quel che potremo per trattenere i soldati, ma fa’ quel che ti dicono o sarà la fine per tutti!

Con una gentilezza che nessun altro usava per lei ormai da molti anni, Aria le staccò le dita dalle sbarre. Le strinse una mano e Talia l’afferrò con forza, desiderando poterle dare la possibilità di uscire subito dalla cella. Aria le prese il polso, quello inguainato nella custodia della lama. – Non rovinare tutto, sorellina – sussurrò – ormai ce l’hai fatta. Io non corro pericoli, qui dentro, pensa a te stessa, d’accordo?

Talia non riusciva a muovere un passo. Non sopportava il pensiero di allontanarsi da lì e le strinse la mano sul polso, facendole sentire sotto le catene la pressione della lama, delle scaglie. Fu un attimo. La mano di Aria la sfiorò appena, poi uscì da sotto la manica, le dita ripiegate a trattenere qualcosa. – Per favore – implorò, rivolta a nessuno in particolare. – Verrò con voi fino alla fine, ma fatela uscire, per favore…

– Prendila in spalla, Krintos – ordinò Tarken. – Tornerà lucida quando saremo lontani, adesso non si può pretendere che capisca… ma tu mi comprendi, vero? – aggiunse rivolto ad Aria.

Questa annuì. – Fate attenzione, più in basso. I carnefici sono passati di qui un’ora fa, si sono senz’altro messi al lavoro. – E senza aggiungere altro indietreggiò mescolandosi agli schiavi, coi quali iniziò un serrato confabulio da cospiratori. L’uomo del Malar guardò il mago.

– Giustificheremo noi la confusione quando verranno a controllare – disse, – ma se al vostro ritorno non ci tirerete fuori di qui…

– Hai la mia parola – rispose Tarken, toccandosi il tatuaggio sulla fronte. Si volse verso Krintos, il quale iniziava a dare segni di disagio nel trattenere Talia che piangeva disperata.

– Potremmo aprire il recinto e lasciarla qui – propose il guerriero, esitando. – Non abbiamo poi tanto bisogno di lei, e gli schiavi in fuga potrebbero creare un diversivo.

– Deve venire con noi fino alla fine – replicò Tarken con decisione – a costo di trascinarla come una giovenca all’altare del sacrificio. Muoviamoci.

– Questo non mi piace, mago – disse Angus a mezza voce. – Sono certo che sai quel che fai, ma…

– Noi l’abbiamo aiutata. Adesso sarà lei ad aiutare noi.

Le parole del mago fecero fremere Talia, che sentiva per la prima volta esprimere a voce alta l’imperativo che le martellava nel cervello. Strattonata in due direzioni diverse, dal bisogno di soccorrere Aria e quello di

(aiutami sei vicina puoi aiutarmi e io aiuterò te)

raggiungere l’altro capo del filo, si lasciò trascinare lontano dal recinto degli schiavi, incapace di reagire. Quando Aria scomparve nel buio dietro di loro, riuscì a recuperare il controllo.

– Puoi mettermi giù – disse a Krintos, in tono spento – ho capito.

– Sicura?

– Sì. Non intendo scappare. Rispetterò il patto.

Il massiccio guerriero la lasciò. Talia si asciugò gli occhi con la manica, mordendosi le labbra tanto forte da lasciarvi i segni bianchi dei denti. Quando le parve di poter parlare di nuovo con fermezza, alzò gli occhi sul mago.

– Sono stata io a mettermi le catene. Pensa che stupida.

– A volte le coincidenze congiurano contro di noi, a volte lo fanno a nostro favore – fu la risposta. – Te la senti di proseguire, adesso?

Talia annuì, inghiottendo risolutamente il nodo di angoscia che aveva in gola.

Il filo la tirava.

 

La discesa si fece più ripida, con scale scivolose che scendevano a chiocciola lungo un budello profondo e stretto, umido e gocciolante in un modo che Talia non avrebbe mai pensato di vedere, nell’arida regione di Anther Fell. Da lì in avanti camminava in una zona ignota, perché la sua carriera di ladruncola non era mai stata tanto importante da valerle un giro nella parte più sotterranea delle prigioni. Si sporse per guardare lo spazio vuoto sottostante, ma le scale scomparivano nel buio. Così lontano da Aria…

– E’ bello profondo – disse, per non dover pensare.

– Sembra scendere fin nel cuore della terra, vero? – Davanti a lei, con una mano sulla parete per non scivolare sulle scale umide, Tarken rallentò per affiancarla. – Leggenda vuole che una stella sia precipitata qui nei tempi antichi, e che il castello sia stato costruito sopra il cratere. In realtà tutta la regione è percorsa da grotte sotterranee grandi come templi, e altrettanto impressionanti. Addirittura in alcune sono sufficienti un paio di torce per illuminare spazi enormi, perché i cristalli delle pareti riflettono la luce come specchi.

Talia non rispose, ma fu vagamente grata al mago per quelle chiacchiere che la distraevano.

– Sua altezza viene tenuta in una di queste grotte, nascosta a tutti. I più ignorano che vi sia ancora un esponente della vecchia dinastia a poter reclamare lo scett… il trono – si corresse Tarken in tutta fretta, incuriosendola. – E i pochi che lo sanno ritengono che ormai dovrebbe sposare Hagard e finirla così.

– Non lo farà mai – disse Angus con una durezza per lui inusuale. – Morirà, prima di accettarlo.

– Certo, naturalmente – rispose Tarken, conciliante. Stava per dire altro, ma Krintos accennò imperiosamente di tacere.

– Le segrete!

Stavolta fu Angus a stringerla rudemente per un braccio, come una prigioniera, perché i carcerati non vedessero nulla di strano. Non occorrevano più catene: mai sarebbe riuscita a risalire senza che la riprendessero, e si rese conto che non intendeva neppure farlo. Siamo quasi arrivati, pensò con impazienza.

– Sbrighiamoci, prima che ci piombi addosso il mago di Hagard – inizò a incitarli Tarken, ma un grido tremendo, tanto forte che pareva dovesse uccidere chi lo lanciava, lacerò l’aria, impennandosi a una tonalità altissima prima di spegnersi come una fiammella. Talia rabbrividì.

– La stanza delle torture – disse. – Suggerisco di andarcene alla svelta. Non ho nessuna voglia di ascoltare questo genere di concerto.

Come un sol uomo, si mossero tutti in una corsa quanto più silenziosa possibile, sforzandosi di non ascoltare le urla che provenivano da dietro la porta di ferro. Il corridoio terminava bruscamente con un robusto portone di quercia. Le pietre tutt’intorno, fino al soffitto, erano più chiare, senza muffa, come se avessero tolto la vecchia muratura per sostituirla… o per ampliare temporaneamente il passaggio. I cardini erano nuovi e luccicavano, chiaramente sostituiti da poco.

– Sotto, Talia – ordinò Tarken, lanciando occhiate irrequiete alle loro spalle. Che fosse per i gemiti dei torturati o perché temeva un attacco, Talia non avrebbe saputo dirlo, ma scassinò la serratura senza alcuna delicatezza, lasciando la maniglia a penzolare come un cadavere dalla forca. Spinse e si infilò nel condotto.

Sembrava un pozzo di miniera ed era buio come una notte senza sogni. Dietro di lei qualcuno staccò una torcia dalla parete e illuminò l’ampio cunicolo naturale, risultato delle infiltrazioni nel sottosuolo, tra stalattiti appuntite oltre le quali si intravvedeva una tenebra echeggiante di correnti d’aria.

– Muoviamoci – disse Tarken, precedendoli nella caverna con il bastone alzato, come se temesse un attacco. Faceva freddo, penetrava nelle ossa, e Talia rabbrividì mentre Krintos alzava la torcia a illuminare l’enorme stanzone, tanto che il soffitto era invisibile, lassù nel buio. I sassi sotto i loro piedi scricchiolavano come ossicini. Si serrò le braccia intorno al corpo, cercando di tenere fuori quel gelo che la intorpidiva. Il mago le toccò una spalla.

– Da quella parte – disse, indicando una porta minuscola tra le enormi rocce. Fece per avviarsi, ma vedendo che Talia non lo seguiva, si accigliò. – Cosa ti succede?

– Ho… ho freddo. – Era una cosa ridicola da dire in un momento simile, ma quel torpore simile a latte era tale che non riusciva neanche a tremare. Sarebbe svenuta, se il mago non l’avesse presa per le spalle, sostenendola.

– Freddo? Sei un pezzo di ghiaccio, maledizione! – Tarken imprecò sottovoce, passandole una mano sulla fronte. – Non è il momento, non ancora… resisti…

In qualche modo, lo stordimento si attenuò. Rabbrividiva ancora, ma non le parve più di essere sull’orlo del collasso. La sensazione era che il mago, in qualche modo, avesse staccato qualcosa da lei, qualcosa che languiva sotto il gelo al suo posto e che per poco non l’aveva sopraffatta, balzandole addosso appena entrata nella grotta.

– Va meglio? – La voce di Tarken pareva provenire da un’enorme distanza, ma si sforzò ugualmente di annuire. – Allora sbrighiamoci. Prima farai quel che devi, prima sarai libera.

– Non capisco…

– Non importa, seguimi. – Tarken la prese per mano, come un fidanzato, e la guidò verso la porta incassata nella roccia. La vista della serratura la fece tornare in sé quanto bastava per annientare quell’ultimo ostacolo, malgrado le dita intirizzite.

Ho freddo, abbiamo freddo… scaldami, ti prego…

– E’ fatta – disse trionfante, aprendo la porta, ma non poté aggiungere altro perché una creatura fatta di legno duro e artigli affilati l’assalì, gettandola a terra e colpendola a sangue. Talia gridò e sguainò la lama, pronta ad affondarla nella gola del mostro, ma prima che potesse muoversi venne afferrata e tirata via di peso. Dall’altra parte, Krintos tratteneva il mostro, che lottava come un gatto inferocito.

– Mettila subito giù! – La voce di Angus era tagliente. – Se solo osi ferirla…

Talia sbattè le palpebre. Il mostro si era calmato e Krintos l’aveva lasciato immediatamente andare, per gettarsi in ginocchio e farfugliare un misto di scuse e altre parole che non comprese affatto.

Il mostro sbattè le palpebre, si scostò i capelli arruffati dal viso e alzò il volto alla piena luce della torcia. Nonostante l’abito che indossava fosse ridotto a un cencio grigiastro di sporcizia, la figura alta e giunonica non perdeva un filo di grazia, fatta di pelle ambrata, occhi dalle lunghe ciglia, statura eretta come una lancia, gambe lunghe chiaramente visibili sotto i brandelli della gonna. Si attorse le chiome in un nodo dietro la testa, spostando gli occhi dall’uno all’altro, stupefatta.

– Tarken – disse, con una voce bella e melodiosa, malgrado il tremito che la pervadeva. – Angus…

E mentre Talia cercava ancora di aggiornare le proprie percezioni per conciliarle con gli ultimi avvenimenti, si gettò piangendo tra le braccia di quest’ultimo.

Sangue viscido le colò lungo il viso e Talia fece una smorfia. Si rialzò, aiutata da Tarken.

– Per poco non mi ammazzava – protestò. – E questa sarebbe la vostra principessa?

Il mago tirò fuori un fazzoletto che usò per tamponarle la ferita. – Sì, be’, per resistere tanto a lungo all’usurpatore avresti dovuto immaginare che era una donna di carattere. Suppongo che la cara Gillian si fosse stancata delle molestie di Hagard. – Abbassò gli occhi sul pezzo di legno usato per aggredire Talia. – A volte riesce a farmi sentire totalmente inutile, devo ammetterlo.

Talia sussultò mentre il mago premeva sul livido. – Bene, grandioso, adesso possiamo andare? – La principessa era ancora tra le braccia di Angus, il quale non accennava a lasciarla. Krintos si era ritirato in un angolo e pareva impegnatissimo a controllare lo stato del filo della sua spada. – Ah, quindi lui e la principessa…

– Certo – Tarken rise educatamente della sua espressione. – E’ cresciuta al tempio della dea Ney sotto mentite spoglie. Lei e Angus sono promessi praticamente da sempre. Per quale altro motivo Hagard avrebbe dovuto accanirsi contro la famiglia di un sacerdote?

– Come potevo saperlo? – replicò lei imbronciata, anche se di colpo i conti tornavano. Quindi non è Tarken il suo spasimante… il sollievo che quel pensiero le portò era sproporzionato rispetto alla notizia e si affrettò a scacciarlo. – Adesso possiamo andarcene? Muoio di freddo e voglio tornare da Aria.

Colse un movimento vicino all’entrata e malgrado il freddo che tornava a rosicchiarle la pelle, quasi sorrise: la palizzata degli schiavi era fin troppo facile da forzare, se si aveva qualcosa di affilato per farlo. Non esporti inutilmente, non rischiare…

Tarken fece per rispondere, ma Angus lo precedette:  – Sì, andiamo a far valere i diritti di Gillian, mago. Non rimane che questo perché tutto sia compiuto, e gli schiavi saranno i primi a beneficiare della clemenza di sua maestà. La sorella della tua compatriota sarà presto libera, non dubitare.

Non ne dubito, infatti. Tra le ombre dell’entrata non si muoveva più niente, ma Talia non aveva bisogno di vedere, per sapere.

Tarken si sfilò la bisaccia e la porse alla principessa Gillian, che lo guardò con aria perplessa. – Perché adesso, lord mago? Non è ancora tempo…

– Vi rendo ciò che vi appartiene, mia regina. Andate, io ho ancora qualcosa da fare qui.

Angus si accigliò e chiese qualcosa, ma Talia neppure lo sentì. Aveva freddo. Le parve impossibile poter fare ancora un passo… avrebbe voluto chiedere aiuto a Tarken, perché dissipasse di nuovo quel gelo che l’invadeva come uno stupratore, ma anche il respiro le si era come congelato. Si appoggiò alla parete rocciosa, ma era ancora più fredda dell’aria che respirava e si staccò subito, allontanandosi dal gruppo.

Ti prego, aiutami, ho tanto freddo, non ce la faccio più, è troppo tempo che ho sempre freddo e che nessuno mi aiuta… Non capiva a chi appartenesse quel pensiero, se fosse suo o di qualcun altro, ma faceva lo stesso, perché l’intirizzimento era tale che riuscì appena a barcollare per appoggiarsi a un cumulo di rocce, nella penombra in fondo alla grotta. Erano scomode, tutte taglienti e sbozzate, eppure stranamente tiepide, vagamente confortanti.

Il filo smise di tirare.

Talia trasalì quando si ferì i palmi contro gli orli acuminati, quasi avesse posato le mani su una distesa di coltelli. Per un momento il dolore la distrasse dal freddo, e osservò le rocce sulle quali il sangue colava, notando come fossero strane: lucidissime, di un colore che alla luce delle torce era quasi dorato… no, verdastro.

Il calore, ecco il calore che arriva… dammene ancora, dammelo tutto, caldo calore che brucia il freddo…

Talia sollevò la mano sopra le rocce e diede una sgrullatina. Gocce vermiglie caddero su quelle pietre taglienti, facendo levare piccoli sbuffi di fumo. Era un fenomeno curioso, che la fece sorridere.

Si accorse che i compagni erano ammutoliti di colpo, riuniti a una certa distanza da lei. – Talia? – La voce di Angus suonò tesa. – Spostati da lì… lentamente.

Talia sollevò gli occhi, ma prima di poter reagire in altro modo sentì che la roccia sotto di lei si muoveva, ondeggiava, sbalzandola via. Tarken corse avanti, la prese per un braccio impedendole di cadere e indietreggiò precipitosamente, trascinandola con sé.

Fu come se l’intera parete della grotta si scuotesse: un tumulto, uno sconquasso, un ruggito con movenze d’animale.

L’enorme testa scagliosa, a forma di cuneo, si sollevò svariate altezze d’uomo sopra di loro e il drago ruggì.

Lo spostamento d’aria delle ali, mani scheletriche rivestite da membrane solide come cuoio, fu talmente violento che Talia venne gettata a terra. Per un attimo poté vedere il corpo gigantesco, tutto corazza, aculei e creste dorsali che convergevano sulla schiena, salivano lungo il collo fino alla testa, tanto frastagliata che, quando il mostro spalancò le fauci, fu come se il muso gli si spaccasse in due nel senso della lunghezza. Quando il drago ripiegò le ali e venne avanti, le pareti della grotta tremarono e grosse stalattiti si staccarono trafiggendo il suolo come pugnali.

Libero, finalmente libero, dopo tante migrazioni negate, tante stagioni di cova impedite, finalmente libero…

– Andate! – la voce di Tarken superò il fragore del drago ridestato. – Adesso che l’incantesimo è sciolto posso assoggettarlo io, voi andate!

Il drago sollevò le labbra sui denti acuminati, come un cane. Tarken tenne ben alto il suo bastone, e dal nodo di fibre sulla sommità cominciò a irradiare una fredda luce argentata. Il drago aprì le ali, ma neppure lo spostamento d’aria riuscì a smuovere il mago, minuscolo ma in grado di ridurlo di nuovo in schiavitù, il freddo appena dissolto che tornava ad afferrarlo simile a un’enorme mano artigliata.

Senza neanche capire cosa stesse facendo, Talia avanzò di un passo. Lei non aveva più freddo, era scomparso, dissipato completamente, non gliene rimaneva neanche il ricordo… adesso bruciava, le bruciavano le mani ferite, le bruciava il petto, le bruciava la gola, e le bruciavano gli occhi. Bruciava talmente tanto che non rimaneva posto per la paura, solo per un divorante senso di tradimento, la meta irraggiungibile proprio adesso che sembrava raggiunta.

Il drago fece scattare in avanti il collo, come un serpente, ma si fermò a pochi palmi da Tarken, come se un muro invisibile gli impedisse di portare a fondo il suo attacco.

Menzogna, il calore era menzogna, tutto è menzogna…

– No! – Talia afferrò un braccio del mago – Ti prego, smettila… lascialo andare…

Tarken la respinse dietro di sé. – Perdonami – rispose a denti stretti – ma se te l’avessi detto subito, dubito che ci avresti seguiti.

– Sarei venuta, invece! Sarei venuta in capo al mondo, per raggiungerlo! Lascialo stare!

Il drago ruggì ancora, il ringhio della belva che viene rinchiusa in gabbia, e cercò di indietreggiare per sottrarsi al gelido argento capace di imprigionarlo ancora, di renderlo schiavo di un altro padrone.

No, no, no, no…

– Tarken. – Lottò per calmare la voce, gli strinse il braccio cercando di trasmettergli la sua urgenza. – Per favore, non farlo… tu non capisci…

– Allontanati, Talia. Ce l’ho quasi fatta, presto sarai libera.

– Tarken… fidati di me, ti prego…

Erano parole abbastanza assurde da indurre il mago a voltare la testa per guardarla, e negli occhi verde scuro del mago Talia si vide riflessa, come se lui la vedesse allora per la prima volta.

– Gli dei ci sono stati propizi, mettendoti sul nostro cammino: il tuo sangue ha sciolto l’incantesimo di Taharqa, non hai più niente da temere. Lasciami fare.

Lacrime brucianti le ruscellarono lungo le guance, caddero sulle mani del mago. Era impotente, come sempre, era solo una ladruncola da due soldi che non poteva cambiare il corso degli eventi, e il drago si era sbagliato, Aria si era sbagliata, sbagliava perfino Tarken, e lei non poteva farci niente.

– Fidati di me, Tarken. Ti supplico.

Per un istante, tutto fu come sospeso: il drago che ruggiva la sua furia impotente, Angus e Krintos che proteggevano la principessa Gillian allontanandosi lentamente dal pericolo, il mago con la sua magia color argento che crepitava nell’aria, lei stessa, che gelava e bruciava e tornava a gelare, sentendo la mente che vacillava sull’orlo della follia, senza più capire dove finiva lei e dove cominciava il drago.

E poi Tarken abbassò il bastone.

Il drago si rialzò, come se la mano invisibile che lo premeva al suolo lo avesse all’improvviso lasciato andare, e guardò nella sua direzione, guardò lei, dritto negli occhi. Talia vide una sorta di membrana attraversare la gialla superficie della cornea, una palpebra da rettile, poi il drago alzò la testa. Aprì le mascelle, tanto grandi da poter inghiottire un puledro intero, e l’oscurità in fondo alla gola venne rischiarata dal fuoco che vi stava sorgendo.

– No… tu mi hai chiamato, tu hai promesso

Il fuoco scaturì dalle fauci del drago, rosso scarlatto e orlato di arancione, una colonna di fiamma che sfrecciò sopra di loro, tanto arroventata da tendere la pelle del viso e seccare la bocca, che annerì le rocce fino al soffitto, prima di dilagare contro il muro di pietra dell’entrata. Un attimo prima che il rogo si spargesse sulle rocce, qualcosa si mosse, spostandosi lontano dal rogo, con enorme sollievo di Talia.

La roccia fumava ancora, quando le parole beffarde della voce estranea li raggiunsero simili a una condanna senza appello.

– Tarken. Gentile da parte tua offrirmi tanti doni, per farti perdonare la tua ribellione: il pretendente, la corona, un calore… e la tua vita.

Talia alzò gli occhi. Incorniciato dalle pietre che fumigavano, indifferente al disagio, c’era un uomo, avvolto nel mantello argenteo dei maghi. Teneva il bastone davanti a sé e osservava il dramma che si svolgeva nella grotta con un ghigno di derisione. Dietro di lui un gruppo di balestrieri teneva sotto tiro i presenti, mentre i soldati sembravano sgorgare dallo stretto passaggio, una fiumana vivente che pareva non dovesse finire più.

Tarken fece una smorfia, come se avesse addentato un limone. – Ben ritrovato, maestro.

Il mago nemico scese nella grotta, senza affrettarsi. Lanciò un’occhiata ai protettori di Gillian, ora accerchiati, e fece un ironico cenno di saluto ad Angus. – Se sei intelligente, ti toglierai la vita adesso. Il mio signore ha dei progetti su di te, sacerdote.

– Il tuo signore ha molto per cui rispondere, mago rinnegato – replicò Angus, senza abbassare la spada. Dietro di lui, Gillian serrava la bisaccia di Tarken, pallida ma decisa.

– Il mio signore farà quel che gli dirò. Non è nulla, senza di me. E, a quanto pare, il mio allievo è nulla senza questo calore. – Tornò a voltarsi verso lei e Tarken. – Curioso che proprio adesso venga a galla la tua segreta debolezza, ragazzo mio.

Gli occhi di Tarken erano pieni d’odio. – La tua debolezza, invece, non è mai stata un segreto, maestro. Tu disonori l’argento dei maghi.

L’altro non parve turbato. – Ne abbiamo già discusso, se non erro. Che arroganza, da parte tua, rubare così il mio drago.

Il tuo drago? L’ira le montò in petto, mentre il maestro di Tarken sollevava il bastone e la luce argentea ne scaturiva, tanto intensa che dovette socchiudere gli occhi.

– Non così in fretta. – Tarken la spinse dietro di sé e contrattaccò, con tanta violenta intensità che i due incantesimi scavarono un solco nel punto in cui si scontrarono. Talia gridò premendosi le mani sulle orecchie, i timpani che dolevano in maniera insopportabile, tollerando a malapena la violenza di quegli attacchi che stavano scorticando il suolo di pietra come un aratro che affonda nella terra. Schegge grosse come pugni si sollevarono e si disintegrarono, stalattiti millenarie caddero dissolvendosi come farina, mentre i due contendenti rimanevano saldi al loro posto, a denti stretti, ciascuno risoluto nella propria decisione di non cedere neppure di un palmo. Era lo stallo, e i due maghi, incatenati l’uno all’altro, erano annullati dal reciproco attacco.

I soldati nemici lo compresero subito, perché distolsero l’attenzione dallo scontro serrando l’assedio su Angus, Krintos e Gillian, le balestre puntate. Erano tanti, troppi. Li avrebbero massacrati, non occorreva essere un condottiero per capirlo.

– Aiutami – mormorò, quasi in trance – Ti ho aiutato, adesso aiutami tu, me l’hai promesso…

Il drago si mosse quasi prima che finisse di parlare. Apparentemente era rimasto sbigottito quanto lei dagli ultimi sviluppi, intontito dalla lunga prigionia, e solo quando si sentì chiamato parve riscuotersi. Voltò il lungo collo verso il gruppo, la testa che giganteggiava sugli uomini, i quali fremettero all’ombra del mostro.

Dardi con l’asta spessa un dito, capaci di perforare di slancio le armature dei cavalieri, si avventarono verso la gola esposta del drago, la colpirono, ricaddero. Infastidito, l’animale si grattò con i rostri anteriori, poi, con un sibilo di serpente, la coda muscolosa e irta di scaglie spazzò via i soldati, come una falce che recide le spighe. Talia serrò i denti quando li vide ricadere e distolse lo sguardo, perché tutti quegli uomini, tutte quelle prede, avevano risvegliato nel drago un nuovo impulso, che avvertì in tutto il corpo quando l’enorme rettile ne afferrò uno con gli artigli. Abbassò l’enorme testa e le grida furono troncate come da un coltello. Talia si coprì le orecchie, lottando per dominare la nausea.

– Spostati!

Tarken la spinse, buttandola senza riguardi a terra, perché il nemico aveva deciso di cambiare bersaglio. Rialzandosi, Talia colse l’espressione trionfante di Taharqa, mentre il mago del Malar subiva in pieno l’impatto di quella luce argentea, letale come un aculeo di ghiaccio. Tarken emise un gemito sfiatato e cadde in ginocchio, tremando. Nel soccorrerlo, Talia lo sentì gelido, congestionato. – Va’ via… scappa…

Invece di tirarsi su e fare la cosa più logica del mondo, Talia gli strinse una mano e alzò gli occhi sul nemico che si avvicinava. Taharqa lanciò un’occhiata al drago e sorrise, vedendolo impegnato a massacrare i suoi uomini.

– Del Malar, eh? – commentò, guardandola bene in viso. – Credevi di potermi rubare addirittura un drago, ragazzina?

– Non è uno schiavo – protestò Talia. – Non sono la sua padrona.

– Ma io sì. – Taharqa sollevò il bastone, e quel freddo argento simile a una mano gigantesca si avventò sul drago, che pur cogliendo i pensieri allarmati di Talia non riuscì a opporsi in tempo, e neanche a muoversi, prima che la gabbia magica gli fosse di nuovo attorno, e poi addosso, e poi dentro… Talia gemette, sentendo il freddo che tornava, rosicchiando con dentini affilati gli orli della sua mente, ormai al limite della sopportazione. E’ veloce, si vede che è lui il maestro…

Ma io sono calore… Cominciò a indietreggiare, flettendo il polso per farsi cadere nel palmo la scaglia di drago, l’ultima. Trasalì al sentire il filo affondare nella carne fino all’osso. Il sangue cominciò a sgorgare, denso e copioso.  Pensò che sarebbe bastato.

Sperò che sarebbe bastato.

–        Dove credi di andare? – il mago le puntò contro il bastone, obbligandola a fermarsi. – Pensi che lascerò libero un calore, così vicino al mio drago?

Fece un gesto e Talia cadde in ginocchio, sentendo i polmoni in fiamme come se il drago vi avesse soffiato dentro migliaia di scintille scarlatte, la mente che si annebbiava in fretta, il dolore improvviso che già scemava lasciando spazio al torpore fatale… con uno sforzo sovrumano riuscì a rialzarsi e barcollare dietro una roccia, pensando disperatamente: Aria, aiuto Aria, adesso devi aiutarmi, ti prego sorella mia, non abbandonarmi proprio adesso… sai sempre quando è il momento, e il momento è adesso…

I polmoni erano diventati di piombo, il cervello era nebbia. Non c’erano più speranze, stava per finire tutto, e in fondo, per una ladruncola di strada, quella era una morte davvero gloriosa…

– Come hai fatto, tu? Strega malefica…

La mano invisibile che le impediva di respirare scomparve. Talia appoggiò la testa contro la pietra, aspirando avidamente l’ossigeno che le rischiarava la mente, prima di tirarsi su e vedere quel che sapeva avrebbe visto: il mago sconvolto, Tarken che nonostante le sue condizioni sogghignava, perchè lei era dall’altra parte della grotta, in piena vista, e in ottima salute. In una mano le scintillava la scaglia di drago che era riuscita a lasciarle, al recinto degli schiavi.

Calore, dammi calore luce libertà salvezza tu devi darmelo devi darmelo devi

– Lo so! – Entrò nell’ombra del drago: il nero rischiarato dalla fiamma della sua gola la coprì del tutto, e fu dentro le sue fauci, tanto immense che dovette camminare per arrivare alle zanne.  – Lo so, sei libero, sei libero!

Con questo, tutto era compiuto.

La mano descrisse un arco mentre scagliava gocce vermiglie in quella fornace divorante, e le vide dissolversi fumigando al contatto delle zanne incandescenti. Il calore era insopportabile e Talia cadde.

Le parve di precipitare per un tempo infinito, ma senz’altro non era così perché l’impatto col suolo fu doloroso, ma non dannoso, e se era svenuta non era una perdita di sensi che lasciava incoscienti, perché riuscì perfino a tirarsi su seduta per guardare Taharqa che indietreggiava di fronte al drago furente… era libero, definitivamente libero, il calore in lui lo affrancava da ogni magia. Non era più un inerme prigioniero di forze al di fuori della sua portata: era un demonio violento e vendicativo, che sapeva molto bene in che direzione dirigere la sua furia.

Talia non aveva più paura e poteva vedere tutto con cristallina chiarezza: Krintos che mulinava la spada contro un numero di avversarsi che solo un idiota avrebbe affrontato, Tarken che lottava per rialzarsi, Aria che si avvicinava lentamente, tenendosi in bella vista per il mago che non la scorgeva più, dando per scontato che Talia si trovasse in tutt’altro luogo. Il drago ringhiava furente, perchè anche se il mago non poteva più incantarlo, la sua magia bastava a proteggerlo mentre indietreggiava verso l’uscita, e gli attacchi di zanne e fiamma si scontravano con l’argento, impotenti.

Attingendo a una riserva di energia che sospettava essere l’ultima in assoluto, sfilò dalla guaina la lama da tagliaborse. Si alzò, lottando per non barcollare, e sgusciò come una donnola alle spalle del mago, mentre l’attenzione di questi era concentrata su Aria, sull’interrogativo di come il suo incantesimo non avesse funzionato. La lama era affilata. Penetrò nel fianco come nel burro morbido, senza incontrare ostacoli, perchè Talia sapeva bene come evitare l’intralcio delle costole, e affondò fino alla fine, quasi due palmi di metallo scintillante che estrasse subito, perchè lo squarcio si aprisse e il sangue sgorgasse.

Il mago urlò e la colpì con violenza, gettandola a terra mentre il sangue gli sgorgava sporcando le pietre umide del suolo. Spostò gli occhi da una sorella al’altra, comprendendo finalmente la verità, ma la lama di Talia gli aveva inflitto una ferita tale da indebolirlo troppo perchè riuscisse a tenere in mano il bastone. Un’enorme ombra si mosse sopra di lei, fluendo come acqua.

Adesso mi darai anche tu calore, mago… il calore della tua carne.

Avvertì le brame del drago inferocito agitarlesi nel ventre, attorcigliarsi dentro di lei fino ad azzannarle la nuca, troppo intense per il suo debole corpo umano. Talia sprofondò nel nero.

Lo fece con gratitudine.

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