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I ribelli

Il Colosso di Ftial era stato a suo tempo un monumento imponente, sebbene la memoria del condottiero che voleva celebrare si fosse ormai perduta: contemplava la vasta piana desertica che la leggenda voleva teatro della battaglia che aveva reso la libertà dagli invasori della lontana isola di Ariadne, e lo scudo proiettava la sua ombra direttamente alla porta della città, per simboleggiare che l’avrebbe protetta in eterno. O almeno così si diceva, perché il passare dei secoli, unito alle intemperie impietose del deserto, avevano eroso la statua fino a farla crollare, e ormai dalla sabbia spuntavano solo poche macerie di granito levigato dal vento. Visto da lontano, così gettato tra le dune, sembrava un gigante semisepolto e dormiente.

Il caldo torrido picchiava come una mazza ferrata, e quando il cavallo rallentò per fermarsi del tutto, Talia era febbricitante, stordita. Si lasciò scivolare dalla sella, all’ombra di uno dei colossali frammenti della statua, e crollò boccheggiando, sperando di recuperare le forze che il sole le aveva letteralmente fatto evaporare di dosso.

Avrei dovuto girare il cavallo e tornare indietro, pensò, non ha senso che mi trovi qui, non senza Tarken… cosa potrei raccontare ai suoi compagni, e per quale motivo non dovrebbero tagliarmi la gola seduta stante?

Lanciò un’occhiata al cavallo, ma lo vide esausto, coperto di sudore e con la schiuma alla bocca. Dubitava che avrebbe potuto riportarla indietro, almeno per un po’, e di certo a piedi sarebbe stato un suicidio incamminarsi per quella piana arroventata. Come se avessi scelta: domani venderanno Aria, la mia unica occasione per entrare nel castello è questa. Li convincerò in qualche modo…

Cercando di rimanere all’ombra, si aggirò per le rovine del Colosso, sforzandosi di stare all’erta malgrado lo stordimento dovuto al caldo, e cercando di cogliere un qualche segno di vita umana. Sembrava non esserci nessuno, ma in compenso, oltre un macigno particolarmente grosso, trovò un pozzo. Era oliato e funzionante, primo segnale del fatto che si trovava nel posto giusto. Talia bevve avidamente, a lungo, si lavò e portò un secchio al cavallo. Dopo si sentì decisamente meglio e riprese a cercare con maggiore lucidità, osservando con cura fra la polvere per trovare qualche impronta.

Era arrivata alla testa del Colosso, con il suo elmo da condottiero tutto punte acuminate, quando le parve che ci fosse qualcosa di strano. Tornò a guardare, scosse la testa, si avvicinò. Nell’interstizio tra l’elmo e la fronte del condottiero, messa in modo da risultare invisibile a chiunque passasse a più di pochi passi di distanza, c’era una porta. Talia abbassò gli occhi: la sabbia smossa sulle pietre disegnava orme inequivocabilmente umane.

Ho trovato il loro covo. Adesso la domanda era: cosa le conveniva fare? Per esempio, quanto le sarebbe stato grato il signore di Anther Fell, se fosse andata da lui, gli avesse detto dove trovare i suoi nemici e gli avesse chiesto in cambio la libertà per Aria?

Poteva convenirle… certo era meno rischioso che imbarcarsi in un’impresa pazzesca, insieme a dei perfetti sconosciuti, con possibilità di successo prossime allo zero. Inoltre non pensava affatto che gli amici di Tarken l’avrebbero accolta a pacche sulle spalle: le sembrava più probabile che la prendessero, la legassero, l’interrogassero aggiungendoci magari un po’ di percosse, e infine l’ammazzassero per abbandonare il suo cadavere nel deserto. A ruoli invertiti, era senz’altro quel che avrebbe fatto lei. E il mago non può non saperlo… eppure mi ha offerto di essere della partita. Perché?

Muovendosi silenziosa come una donnola, tornò dove aveva lasciato il cavallo, che riposava all’ombra con il capo ciondoloni. Sperò si fosse ripreso a sufficienza da poter fare il percorso inverso. Montò in sella, tirò le briglie e spronò l’animale, ma questi la ignorò.

– Avanti, muoviti! – esclamò Talia, piantandogli i talloni nei fianchi, ma ottenne solo di fargli scrollare la testa, così che le briglie le sfuggirono di mano. – Forza, stupido, torniamo in città, starai molto meglio anche tu.

Si volse sulla sella e gli diede una pacca sul posteriore, come aveva visto fare a Tarken, ma fu un madornale errore: il cavallo s’impennò nitrendo, scalciò e, infine, con una formidabile sgroppata la sbalzò via di sella. Talia volò nella sabbia arroventata, che attutì la caduta impedendo che si spezzasse il collo, e si rialzò dolorante, gli occhi e le narici otturati.

Da questo momento, sei in debito con me: tienilo a mente, qualora ti venisse idea di crearmi problemi.

Fu come se il mago fosse lì presente per dirle quelle parole a voce alta, ma Talia non perse tempo a rifletterci sopra, perché il cavallo di Tarken sembrava molto arrabbiato, e si scagliò in avanti per colpirla con gli zoccoli. Talia gridò e balzò su una roccia, poi su un’altra e infine su una terza abbastanza alta da fornirle riparo dall’ira dell’animale, che continuava a impennarsi nitrendo e guardandola con occhi infuocati.

– Smettila, basta! – gridò, senza speranze. – Non lo farò più, te lo giuro, ma fammi scendere.

Il cavallo lanciò un alto nitrito di sfida e si scagliò ancora contro la roccia, percuotendola con gli zoccoli. Talia ne avvertì la vibrazione. Maledetto mago, giuro che me la pagherai…

D’un tratto il fracasso del cavallo fu soverchiato da voci umane e rumori di passi che si avvicinavano. Talia alzò gli occhi appena in tempo per veder comparire da dietro l’elmo del Colosso un gruppo di uomini in assetto da battaglia, cotta di ferro e spade sguainate. Quando si resero conto della scena, si fermarono fissandola, sorpresi. Che bel quadretto doveva formare, così abbarbicata alla roccia mentre sotto di lei un cavallo cercava di ucciderla a colpi di zoccoli!

– Che diavolo succede? – chiese uno dei soldati.

– Quello è il cavallo di Tarken – osservò un altro.

– Sì, ma quella chi è? – fece un terzo, indicando Talia con la spada. Lei fece una smorfia.

– Ho spiegazioni per tutti voi, se mi permettete di scendere… sono qui per conto di Tarken.

Un paio di uomini si fecero avanti per prendere le briglie del cavallo e allontanarlo a forza. Gli altri si avvicinarono alla roccia, scrutandola con espressioni che Talia giudicò niente affatto amichevoli. Quanto odio avere ragione…

– Adesso scendi – le ordinò un guerriero, porgendole la mano. – Hai molto da spiegarci, ragazza. Dov’è Tarken?

Talia ignorò la mano tesa e saltò agilmente giù dalla roccia. – Mi ha dato lui il cavallo. E mi ha detto di cercarvi.

Nessuno accennò a riporre le armi. – A che scopo?

– Abbiamo un interesse in comune – disse lei in fretta, tenendo d’occhio le lame lucenti. – Anch’io devo liberare qualcuno dalla prigionia di Randur.

– Tu? Una straniera?

– Mia sorella è stata catturata sul confine – spiegò Talia. – Sono giorni che sto cercando di ritrovarla.

Uno degli uomini, un giovane snello con bei lineamenti, fece una smorfia di comprensione. – Già, non fanno che catturare brave persone per trasformarle in schiavi, e non solo sul confine, ormai saccheggiano anche i villaggi… l’avidità dell’usurpatore non ha limiti. Mi spiace molto per tua sorella.

– Sì, ma dov’è Tarken? – insistette il suo compagno, un uomo colossale che la fissava con sospetto.

Talia rispose guardandolo negli occhi, ben sapendo che mostrarsi impaurita sarebbe stato disastroso. – Stavamo parlando, quando sono arrivate le guardie. Lui ha… mi ha fatta salire sul suo cavallo ed è rimasto lì.

E se non mi ammazzano ora, pensò, non mi ammazzano più.

L’uomo colossale grugnì. Nessuno degli altri ebbe reazioni significative. – In quanti erano?

– Sette o otto – rispose Talia, guardinga. – C’era un certo Oras… Tarken sembrava conoscerlo.

– Oras? Brav’uomo, ingannato come tutti gli altri – commentò il guerriero. – Per Tarken sarà difficile fare loro del male.

E, sotto gli occhi increduli di Talia, tutti rinfoderarono le spade. Il giovane snello si avvicinò con fare amichevole, anche se venato della naturale diffidenza che si riserva a un estraneo inatteso. Talia notò che i lineamenti regolari erano sfigurati da una brutta cicatrice sulla mascella, come una coltellata schivata per un soffio.

– Che cosa ti ha detto Tarken? – le chiese. – Cosa sai sul nostro conto?

So che potete essermi utili molto più di quanto io lo sarò a voi, checché ne creda il mago, pensò Talia, ma decise di dire a quella gente quel che volevano sentire. – Mi ha detto che volete porre fine alla tirannia che opprime Anther Fell, il che mi sembra un’ottima idea: mio padre mi raccontava che le razzie di schiavi sul confine non esistevano, quando governava il precedente sovrano.

– Non esistevano neppure molte altre atrocità – commentò cupo il giovane, sfiorandosi la cicatrice come se rievocasse qualcosa di sgradevole. – D’accordo, vieni pure. Attenderemo Tarken al riparo dal sole.

– Intendi farla entrare così? – chiese l’uomo più grosso, ma un suo compagno intervenne in tono canzonatorio.

– Temi che questa fragile creatura possa ucciderci tutti a pugnalate, Krintos? O che ti sconfigga in singolar tenzone?

– Potrebbe essere una spia – ribatté caparbio Krintos, ma anche Talia si accorse che aveva accusato il colpo: l’insinuazione che avesse paura di una donna doveva essere parecchio seccante, per un guerriero.

– Se lo fosse, non uscirebbe viva dal nostro rifugio – rispose l’altro. – E quando Tarken arriverà, confermerà o smentirà. Ma non vi sarà smentita, vero ragazza?

La minaccia era fin troppo chiara e Talia si affrettò ad annuire. I guerrieri si spostarono, per farle capire di precederli al nascondiglio. Talia pensò di far finta di ignorare dove fosse, poi decise che non aveva importanza e vi si diresse senza indugio, rassegnata a dar loro le spalle.

L’interno era completamente buio, soprattutto in confronto alla luce dell’esterno, e Talia andò avanti alla cieca. Il terreno le mancò sotto i piedi e per poco non ruzzolò giù. Si aggrappò al muro irregolare per non rotolare fino in fondo.

– Attenta agli scalini – l’avvertì il giovane, con scarso tempismo. Talia non fece commenti e scese, notando, a mano a mano che gli occhi si adattavano alla penombra, che in fondo c’era una luce diffusa, come se ci fosse un luogo più largo. Il caldo era opprimente.

La scalinata terminava in un ampio stanzone scavato nella roccia viva, sul quale si aprivano un paio di corridoi, e areato da un foro alla sommità, che lasciava entrare un po’ di sole. L’elemento dominante della sala era un grande tavolo, ingombro di stoviglie sporche, cibarie lasciate a metà, coltelli, pezzi di briglie, indumenti di ogni genere.

Ho come il sospetto che nessuno di questi uomini sia sposato, pensò Talia con sarcasmo, voltandosi a fronteggiare i guerrieri che erano scesi e si erano disposti intorno a lei. Inizialmente le era parso che fossero decine e decine, ma nella calma seguita alle spiegazioni aveva avuto modo di ridimensionare le sue impressioni, e infine arrivò al conteggio definitivo di sei persone, solo due delle quali le parvero nobili d’alto rango: il giovane con la cicatrice e l’uomo che aveva bonariamente schernito Krintos, dagli occhi pacati di chi è tranquillo di carattere. Gli altri sembravano veterani induriti dalle battaglie, senz’altro abbastanza abili da farle ritenere preferibile non cercare di imbrogliarli. Certo che, se tutti i ribelli del regno si trovavano in quella stanza…

– Non c’è nessun altro? – chiese, paragonando mentalmente quel pugno di uomini con le centinaia di soldati presenti nel castello.

– Nessun altro fidato – rispose Krintos, guardandola con intenzione. – Naturalmente, coloro che sono fedeli alla principessa ma non in grado di battersi non si trovano qui.

– Naturalmente – rispose Talia, con la sua faccia più innocente.

– E tu, perdonami, ma non sembri particolarmente versata nell’arte della guerra.

– Ho altre abilità.

– Di che genere?

Il buon senso, pensò tenendolo per sé. – Posso muovermi agevolmente all’interno di una prigione, ignorando serrature e gabbie – disse, ma vedendo l’espressione scettica di Krintos, spiegò chiaramente: – Sono in grado di rubare le uova da sotto una gazza senza che se ne accorga. Ecco perché Tarken mi ha mandata qui.

Krintos la fissò. – Una ladra. Una tagliaborse.

Talia non rispose. Krintos si rivolse ai compagni. – E noi dovremmo fidarci di una…

– Non dovremmo fidarci di nessuno – l’interruppe il giovane con la cicatrice. – Dobbiamo solo attendere che torni Tarken a spiegarci perché l’ha voluta qui. Quanto alla ragazza – si voltò a guardarla – siediti e aspetta.

Talia rimase tranquilla, ben consapevole di essere a tutti gli effetti una prigioniera, e occupò il tempo a osservare con la massima cura ciascuno dei guerrieri, evitando che loro se ne accorgessero. Krintos era il più alto e il più forte, senz’altro in grado di spezzare una lancia a mani nude, mentre il giovane aveva l’aria stiracchiata di chi sta ancora crescendo. Talia lo giudicò all’incirca suo coetaneo, e comandante degli uomini più maturi solo in virtù della propria nascita. Sperò che sapesse quel che faceva, se non altro. Degli altri, uno era tanto anziano da avere già i capelli grigi, e quello dall’aria tranquilla fissava il vuoto perso nei suoi pensieri. I compagni scrutavano lei, con una discreta dose di ostilità.

Speriamo che Tarken torni presto, pensò, volgendo lo sguardo intorno per studiare meglio quel rifugio scavato nella pietra. E speriamo che riesca a sfuggire alla cattura, perché com’è vero che sono del Malar, questi uomini mi uccideranno, se solo penseranno che non possono fidarsi.

– Hai sete? – Il guerriero dall’aria tranquilla le porse una coppa d’acqua. Talia l’accettò circospetta, con un cenno di ringraziamento. – Non hai l’aria della ladra – proseguì l’uomo, osservandola attentamente.

– Perché, che aria ha un ladro?

– Sei troppo giovane per rubare. Potresti guadagnarti onestamente da vivere.

Talia chiuse gli occhi per un momento. La predica, oltre alla prigionia, era più di quel che si sentiva in grado di sopportare. – Per onestamente intendi che dovrei vendermi? Non saprei cos’altro fare, visto che mia sorella e io non abbiamo nessuno e che come sguattere saremmo trattate peggio delle bestie. Pensi che mi piaccia rischiare il taglio di una mano in caso di cattura?

– Non hai parenti?

– Ho mia sorella – replicò Talia, stizzita, – è per questo che sono qui.

– Una lealtà encomiabile – commentò l’uomo. – Ma né tu né lei sareste qui, se non aveste scelto una strada tanto poco adatta a delle fanciulle…

– Smettila, Angus – bofonchiò Krintos. – E’ assurdo che alla tua età ancora non sappia che un bel faccino può nascondere una malvagità anche maggiore del grugno più raccapricciante. – Girò gli occhi verso Talia. – Angus è un sacerdote della dea Ney. Si sente in dovere di trovare del buono in tutti.

– Un sacerdote? – si stupì Talia. – E che ci fa un sacerdote in mezzo a dei guerrieri?

– Che ci fa una fanciulla in mezzo a dei ladri? – replicò Angus. – Ciascuno di noi fa ciò che ritiene più giusto, mia cara, o ciò che ritiene meno dannoso. Quando Anther Fell sarà nuovamente in pace, sarò ben lieto di appendere la spada a un chiodo per dedicarmi… ad altro.

Il tono del sacerdote era così pacato e sicuro di sé che Talia non resistette alla tentazione di pungolarlo, malgrado sapesse che nella sua situazione avrebbe fatto meglio a tacere. – Volete uccidere un uomo, impossessarvi del trono che occupa. Questo non è forse agire in maniera iniqua, proprio come faccio io?

– Come osi? – Krintos si avvicinò minaccioso, ma Angus lo fermò con un gesto. Incredibilmente, sorrideva.

– Quale eloquenza – commentò. – Il tuo fraseggiare non è certo quello di una bifolca cresciuta nei bassifondi, ragazza, e neanche l’intelligenza che mostri di avere. Chi erano i tuoi genitori?

Talia distolse lo sguardo. Lei e Aria non parlavano mai dei loro genitori, per tacito accordo. – Mercanti – rispose dopo un po’. – Nostra madre è morta mettendoci al mondo, nostro padre si è imbarcato cinque anni fa per concludere un affare, ma una tempesta sull’Arcipelago ha affondato il vascello. Dopo che i creditori ci hanno rapinate di tutto, siamo rimaste con soltanto quel che avevamo addosso. Soddisfatto?

– E prima di morire ha curato molto la vostra educazione. Non ne dubito – imperversò Angus, osservandole le mani, bianche e delicate. Talia le serrò in grembo.

– Ma parliamo dei vostri genitori – ritorse, irritata. – Cosa direbbero se sapessero che il loro figlio ha abbandonato il tempio per impugnare la spada e complottare coi ribelli?

– Direbbero che è comprensibile che voglia vendicarli – rispose Angus, imperturbabile. – Avevano qualcosa in comune con te: non sapevano tacere quando sarebbe stato più salutare farlo. Coraggiosa abitudine, che denota un animo intrepido e un cuore ardito. Peccato che tali virtù non siano a prova di pugnale, come il nostro Abel può senz’altro confermarti. – E indicò il giovane con la cicatrice.

Ma cosa vuole da me, costui? Possibile che i sacerdoti debbano essere tutti così seccanti? Si chiese se non fosse la dea Ney che reclamava la visita al tempio promessale. Se esco viva da questa situazione verrò a omaggiarti, o Misericordiosa, davvero. Basta che lo fai stare zitto.

La porta si aprì e Talia ebbe un fremito di gioioso sollievo quando riconobbe l’uomo che si stava sfilando il mantello, battendo i piedi per liberarsi dalla sabbia.

– Tarken!

Il mago scambiò saluti con tutti, poi si volse verso di lei. – Bene, vedo che sei arrivata sana e salva. Hai avuto problemi?

Talia pensò che non c’era bisogno che il mago sapesse della sua disavventura col cavallo. – Nessuno, a parte il fatto che i tuoi compagni hanno bisogno di qualche spiegazione.

– Naturalmente – replicò il mago, e si rivolse ai compagni: – Non è una spia dell’usurpatore. L’ho contattata io stesso, perché ritengo che potrebbe esserci di grande utilità per il successo della nostra missione.

Krintos espresse il dubbio che avevano tutti in quella stanza, Talia compresa: – E’ una tagliaborse e il suo tornaconto non è il nostro. O credi forse che qualche serratura e catenaccio possano fermarci, al punto di dover reclutare una persona del genere?

– Credo che dovresti avere maggiore fiducia in me, amico mio. Se avessi il minimo dubbio, la ragazza adesso non sarebbe qui. – Tarken parlava con enorme sicurezza, e Talia abbassò gli occhi guardandosi le mani. Mani di drago, aveva detto, e le venne il dubbio, se non la certezza, di non essere l’unica a tenere per sé le cose importanti, lì dentro.

– A ognuno la sua battaglia – stava proseguendo Tarken. – Non ci costerà nulla aprire il recinto degli schiavi, quando sua altezza sarà libera.

– Sua maestà. E’ regina, anche se non ancora incoronata – puntualizzò Angus. Lanciò a Talia una lunga occhiata di valutazione. – Se dici che sarà di aiuto anziché di intralcio, allora dev’essere così, Tarken. Affido la cosa nelle tue mani.

Talia notò che, a quelle parole, anche gli altri espressero il loro assenso, come se spettasse ad Angus decidere in via definitiva. Lo tengono in gran conto, per un sacerdote. Ma non indagò: l’atmosfera si era rilassata abbastanza da farle capire di essere passata dallo status di prigioniera a quello di ospite, e per il momento le bastava.

– Allora, quando agiremo? – chiese Abel, chiudendo la questione. Avevano un’enorme fiducia nel mago, considerò Talia, e il fatto che Tarken sembrasse avere un’enorme fiducia in lei la indusse a ripensare all’episodio con la sentinella, l’unico che poteva associare a un comportamento tanto illogico, al drago che l’aveva aiutata… si portò una mano alla testa, come se volesse afferrare con le dita un pensiero prima che le sfuggisse, ma non ci riuscì.

– Al tramonto, se siete pronti. – Il mago volse lo sguardo intorno, trovando solo occhi smaniosi di battersi. – Non abbiamo motivo di attendere ancora, né tempo perché altri si uniscano a noi. – Scosse il capo, sospirando. – Oras mi ha fatto capire chiaramente che nessuno crede che la principessa sia ancora viva, e che se anche fosse non si potrebbe provarne la legittima regalità. Hanno tutti troppa paura per le loro famiglie, e preferiscono non suscitare la collera dell’usurpatore.

Senza contare che, se rimandassi, io non avrei motivo di rimanere, pensò Talia, e si chiese se l’occhiata che il mago le dedicò sottintendesse che lo sapeva benissimo.

– Allora stasera sia – disse il veterano dai capelli argentati. – Affilate le vostre spade, signori, perché presto dovranno bere. Il sangue dell’usurpatore, ci auguriamo tutti.

Il mormorio di guerresca aspettativa che approvò quelle parole preoccupò un po’ Talia. Le era facile immaginare quegli uomini come bufali contro l’esercito nemico, e il confronto era troppo impari per lasciarla tranquilla.

– Giusto per curiosità, come pensate di entrare? – chiese nervosamente. – Visto che gli ingressi sono piantonati, conoscete forse un altro passaggio?

– Proprio così – rispose Tarken. – Speravo di non doverlo fare per conservarne il segreto, ma il castello è troppo sorvegliato: c’è un passaggio, ignoto ai più. Penetreremo prendendo le guardie alle spalle. Non crucciartene, per ora.

– In verità, ora mi sembra un ottimo momento per preoccuparmi.

– Comprendo il tuo punto di vista, ma ricorda il nostro accordo: farò in modo che tu raggiunga le segrete, e tu farai in modo di farci liberare sua maestà. Non potrò farti rispettare la tua parte, se non rispetterò la mia.

Talia non chiese altro. Ovviamente Tarken non le avrebbe rivelato dove si trovava l’entrata nascosta, quindi insistere sarebbe stata una perdita di tempo. – D’accordo – rispose – immagino che le segrete siano organizzate nel solito modo… il posto di guardia, poi i cubicoli dei criminali di poco conto, i recinti degli schiavi, e le celle dei prigionieri importanti. E’ pressapoco così?

– Sembri conoscere bene le prigioni – mormorò Krintos. Talia lo ignorò.

– Pressapoco – confermò Tarken. – Ma la nostra signora viene custodita nella parte più profonda della prigione, al livello più basso… dopo la camera delle torture, ho idea. Sua maestà non avrà dormito bene, negli ultimi mesi.

– Quanto più in basso?

Tarken esitò. – Parecchio. Il castello è costruito su una grotta sotterranea, più grande del tempio della dea Ney: l’unico passaggio è attraverso le segrete. Non sarà facile.

Talia riflettè che il recinto degli schiavi era a un livello molto superiore, quindi probabilmente lei e Aria avrebbero potuto darsi alla fuga prima che la situazione si facesse disperata. – E una volta che avrete… cioè che avremo liberato la principessa, cosa dovremmo fare? Non pensate che sia improbabile che una donna sporca e stracciata venga riconosciuta come legittima sovrana?

– Molto acuto. Che spreco, utilizzare tale intelligenza per tagliare borse – commentò Angus. Talia lo fissò per capire se era sarcastico, ma il sacerdote non la stava neppure guardando, come se avesse parlato tra sé e sé.

– Verrà riconosciuta – replicò Tarken. – Di questo non crucciarti. Se riusciremo a tirarla fuori dalla prigione e a riportarla nel castello, la guerra sarà vinta.

A Talia parve un modo superficiale di condurre la cosa, ma dal momento che sapeva già quello che le interessava, non fece altre domande. Con quali mezzi volessero piazzare sul trono le regali terga della loro principessa, o regina, o come piaceva loro considerarla, non la riguardava. Lei voleva soltanto ritrovare Aria e lasciarsi alle spalle quella regione calda, pericolosa e pazzesca.

Tarken si alzò. – Bene – disse, – se non ci sono altre domande, suggerisco che ognuno pensi alle proprie armi e si ritiri per riposare un po’, prima di metterci in azione. Abbiamo ancora alcune ore di tempo prima che il sole tramonti.

– E che questa tenebra porti finalmente la luce su Anther Fell – commentò Angus mentre spariva con gli altri nel corridoio scavato nella roccia. Talia rimase al suo posto, rimuginando, a disagio.

– Tu puoi prendere il mio letto, se ti senti stanca – le disse gentilmente il mago. – Io sarò impegnato in altre faccende.

La guidò in fondo al corridoio, nel quale si aprivano alcune porte dietro le quali si udivano sinistri rumori sferraglianti, come se i guerrieri stessero preparando le armature. Entrò nella stanza minuscola, miracolosamente ordinata rispetto al resto del covo, dove c’erano un giaciglio di paglia pulita e un grosso baule chiuso da un pesante lucchetto. Sotto la feritoia sul soffitto era piazzato uno scrittoio ingombro di pergamene, e le pareti sparivano dietro scaffali strabordanti libri. Chiaramente Tarken aveva fatto di quel luogo la sua dimora fissa già da un bel po’.

– Avanti, chiedimelo.

La voce del mago la sorprese. Talia si voltò: Tarken era appoggiato allo stipite, le braccia conserte, un’espressione vagamente canzonatoria sul volto. Vedendolo così, con la camicia slacciata per avere un po’ di frescura e le maniche arrotolate sugli avambracci, Talia si accorse per la prima volta che era un giovane prestante, e le venne in mente l’idea che si era fatta su di lui e la principessa. L’ipotesi le causò un moto di insofferenza su cui non volle indagare.

– Di che parli?

– Per essere qualcuno che sopravvive sulle doppiezze, non sei molto brava a mentire. Si vede lontano dieci leghe che stai pensando che sono uno sciocco, e con me tutti gli altri.

Talia si sentì a disagio sotto il peso di quegli occhi, verdastri e profondi come il mare. – Devi ammettere che appare strano che tu abbia reclutato una ladra. I tuoi compagni si fidano di te, ma forse c’è qualcosa che dovresti dirmi.

– Per l’appunto. Chiedimelo, coraggio.

Non le piaceva che il mago fosse sempre un passo avanti a lei, soprattutto perché lei non aveva idea di quali dovessero essere i suoi, di passi. – Eccoci qua, allora: sai cosa significa quel che mi è successo stamattina, al castello di Randur?

Mani di drago – rispose Tarken senza esitazioni apparenti. – Ho pensato che come peculiarità potesse esserci utile. L’usurpatore ha con sé il suo mago di corte, naturalmente, e un’arma in più è senz’altro meglio di un’arma in meno.

– Non mi era mai successo niente del genere, prima d’ora. Non so nemmeno come ho fatto.

– Non occorre che tu lo sappia. Se non sapessi di avere quel bel viso, i tuoi lineamenti cambierebbero?

Talia iniziò a sentire un certo calore salirle lungo il collo. – Va bene, immagino di dovermi accontentare. Come hai detto tu, non vi costerà niente aprire i recinti degli schiavi.

– Dopo che avremo liberato la regina – puntualizzò il mago.

Se pensi che anteporrò la vostra regina a mia sorella, sei uno sciocco, anche se conosci la magia, pensò Talia. Almeno io ho un buon motivo per rischiare la pelle, perché sono qui per Aria… ma tu? Per cosa stai rischiando, tu? Per l’onore del tuo re? Per l’amore di una principessa che non potrai mai avere? Per vendetta, come quel sacerdote?– Naturalmente, abbiamo un accordo e lo rispetterò.

– Non insultare la mia intelligenza – fu la brusca replica. – Lo rispetterai finché ti tornerà comodo, ed è questo che voglio chiarire. Una volta a Randur, la tua vita dipenderà da noi, non meno di quanto la nostra dipenderà da te. Tu non sai quanto ciò avrà importanza, Talia. Fa’ attenzione alle tue azioni.

– Se hai così poca fiducia in me, perché mi hai voluta qui? Non penso che tu abbia voglia di controllarmi a vista, quando saremo nella prigione.

Tarken sorrise, con una punta di cattiveria. Talia non aveva mai conosciuto nessuno che sapesse dare tante sfumature diverse a un sorriso come quel mago. – Non è di me che mi preoccupo, cara compatriota. Tradirci sarà la tua morte, non la nostra. Io credo che la tua presenza ci sarà molto utile, che avrai un ruolo in ciò che dovrà accadere, e di solito non sbaglio su queste cose. Dona alla nostra causa una parte della lealtà che stai mostrando a tua sorella: ne varrà la pena, credimi.

Talia interpretò quelle parole come una minaccia, neppure troppo velata, e la sua diffidenza aumentò ancora. – Forse sarei più tranquilla se mi spiegassi il vostro piano nei dettagli, non pensi? Quello che ho saputo finora mi fa pensare che vogliate davvero andare allo sbaraglio, o poco più.

– Non è così. Ti basti sapere questo.

– E se non mi bastasse?

– Posso dirti soltanto che non mi sono preoccupato di reclutare più persone di quante ve ne siano in questo rifugio perché non c’è bisogno di molte forze, per compiere la nostra opera. Noi abbiamo qualcosa che l’usurpatore non possiede, e che ci darà la vittoria.

– Credevo che la principessa fosse in mano sua.

– Non mi riferisco alla principessa. – Lanciò un’occhiata al baule chiuso. – Ma tu non hai bisogno di sapere queste cose. Tua sorella si trova nelle prigioni, ciò che accadrà nella parte nobile del castello non è affar tuo, giusto? La nostra guerra non ti riguarda.

Talia non rispose. Iniziava a sentirsi una pedina nelle mani del mago e la cosa non le piaceva per niente… eppure non pensò di defilarsi. E’ la mia unica possibilità, pensò, e devo andare con loro. L’imperativo era assoluto, feroce, tanto che si rese conto che sarebbe stata capace di insistere, se i compagni di Tarken avessero voluto lasciarla indietro. Per Aria, si disse, ma le sembrò che non fosse così, non del tutto.

Il mago era rimasto a osservarla in silenzio. Forse per stemperare la crudezza delle sue ultime parole, le si avvicinò con fare amichevole. – Perché tu capisca che siamo dalla stessa parte, permettimi di farti un dono.

Tarken andò a uno degli scaffali, spostò volumi e pergamene polverose e si volse verso di lei tenendo in mano una scatola di legno con dipinto sopra l’emblema di Anther Fell, il cancello verde in campo giallo. Secondo la leggenda, quel cancello era il confine invalicabile tra le terre fertili e l’arido deserto.

– Ti piace? – Tarken prese un oggetto dalla scatola, tenendolo attentamente tra due dita. – Bada, è molto tagliente.

Talia prese quel che le porgeva, una forma semicircolare e un colore traslucido, verde-dorato. Al tatto era leggermente ruvida, e pareva molto dura. – Cos’è?

– Una scaglia di drago. Vengono usate per rinforzare gli scudi, perché sono molto resistenti, ma la loro qualità più interessante è che perfino un rasoio sembra senza filo, paragonato a una di queste. Guarda. – Prese una manciata di fieno dal giaciglio e la lasciò cadere sulla scaglia, con l’orlo rivolto in alto. Talia vide i lievissimi fili tagliarsi in due non appena toccarono la scaglia, per effetto del loro peso pressoché nullo.

– Accidenti…

– E non si smussano mai, saranno sempre micidiali, anche dopo aver tagliato il legno più duro. Se passassi le dita su un drago vivo, andando contro il senso delle squame, ci lasceresti metà della carne.

– Se mi verrà l’uzzolo di accarezzare un drago lo terrò a mente. Dove te le sei procurate?

Tarken parve soddisfatto, quasi gli avesse fatto la domanda giusta. Per un momento temette che avrebbe commentato molto acuta, come quell’esasperante sacerdote, ma almeno il mago la risparmiò. – I draghi sono animali migratori. Svernano sull’altopiano di Falka, in mezzo alle praterie, e quando arriva l’inverno tornano sulle loro montagne oltremare. E’ sufficiente andare a prendere quel che si vuole, se si sa dove cercare.

Sta mentendo, pensò Talia senza la minima idea di dove le venisse quella certezza. Sapeva poco o niente dei draghi, perché il Malar non era sulla loro rotta, e non aveva motivo di dubitare della verosimile spiegazione di Tarken. Forse sono solo stanca, vedo doppiezze ovunque…

Restituì la scaglia a Tarken, o almeno tentò di farlo, perché il mago le respinse gentilmente la mano. Ne trasse un’altra dalla scatola e gliela porse.

– Considerale un anticipo per l’aiuto che ci darai stanotte – disse, mentre Talia la prendeva, osservandone ammirata la forma amoniosa, il colore lucente, il micidiale luccichio del filo più sottile di un capello e più forte del metallo. – Due scaglie gemelle. Mi pare corretto.

Talia le accostò tra loro, sottili schegge color giada piene di pagliuzze d’oro, confrontandole. – Non sono gemelle – obiettò, scherzosamente. – Questa è un po’ più grande, e di un verde più scuro. Le hai prese da due draghi diversi, forse?

Anche se la sua era solo una facezia, Tarken per un attimo si fece terribilmente serio. – Forse… oppure da un solo drago, che nel frattempo è cresciuto.

– Vai spesso a cercare queste scaglie, quindi?

– Non da quando ho una taglia sulla testa. – Tarken la guardò con un’ombra del suo abituale sorriso. – Il drago a cui le ho prese sarà diventato un animale imponente, ormai. Ti piacerebbe vederlo?

– No, grazie. – Talia sovrappose con cura le due scaglie, sentendole piacevolmente tiepide sotto le dita, come se il calore del suo corpo le avesse scaldate. Non erano fredde pietre, e per un momento pensò che doveva essere magnifico avere addosso una corazza fatta di quelle scaglie, che trattenevano il tepore lasciando fuori il gelo delle alte quote, quando il volo si faceva lungo, regolare, una rotta precisa sopra le nuvole, verso i terreni di cova… sbatté le palpebre e tornò in sé, piuttosto turbata. – Mi fai questo regalo perché le mie mani di drago abbiano un po’ di pelle di drago addosso?

– Mi sembrava appropriato. – Tarken si chinò per prendere il baule chiuso, se lo caricò in spalla e lo portò fuori dalla stanza. – Buon riposo. Se avessi bisogno di qualcosa, mi troverai nella sala grande – le disse, prima di chiudere la porta.

Talia aspettò di sentire i passi del mago che si allontanavano, quindi andò al giaciglio, si sedette e rimase lì, a pensare. Stavano succedendo troppe cose, troppo strane, e l’unico che pareva saperne qualcosa non intendeva dirle una parola più del necessario, perché non si fidava di lei. Io mi fiderei di te, se me lo permettessi, pensò con rancore, stupendo se stessa per quell’idea. Aveva un tale bisogno di fidarsi di qualcuno…

Ti potrai fidare di me, se mi aiutarei io aiuterò te, fidati e vieni.

Trasalì, come se qualcuno avesse parlato a voce alta nella stanza vuota. – Chi c’è? – chiese, pur sapendo che non avrebbe ottenuto risposta.

Le scaglie di drago nella sua mano sembravano vive, tiepide del calore del corpo che un tempo avevano ricoperto. I draghi sono creature piene di magia, forse un po’ ne è rimasta qui dentro, ragionò, cercando di dare un senso a tanta stranezza. Non devo pensare a questo, ora.

– Dubito fortemente che ci sia un drago nel castello di Randur, quindi pensiamo solo ad Aria – esclamò a voce alta, ben decisa a mantenersi sulla strada nota. Infilò le scaglie nella guaina legata al polso, dove teneva la sua lama: la leggera convessità le faceva aderire perfettamente al braccio, e non avrebbe corso il rischio di ferirsi. Si sdraiò sul giaciglio, pensando che non sarebbe riuscita a chiudere occhio. Troppo caldo, troppa stanchezza, troppe bizzarrie.

Chissà cos’aveva Tarken in quel baule di tanto prezioso, per non volerlo lasciare qui con me? Legittimo che non si fidi, si tenga pure i suoi segreti, io voglio solo…

Si addormentò.

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