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La salita delle Dodici Case

 

Il venerabile Shion ricordava una vecchia quercia, una sequoia millenaria che, anziché indebolirsi col passare degli anni, diveniva sempre più immensa e maestosa. Shaka si inginocchiò al suo cospetto senza alcuna esitazione, rendendo omaggio al contempo all’eroe dell’antica Guerra Sacra, al sacerdote che aveva visto reincarnarsi la dea Athena, e all’uomo più saggio presente nel Santuario. Da dietro la figura dell’antico sommo sacerdote, una bambino dai capelli rossi lo sbirciava con un misto di curiosità e diffidenza.
“Shaka – il venerabile Shion gli sorrise – alzati, ti prego. Sono felice di vederti, dopo tanto tempo. Sei diventato un uomo.”
Shaka a sua volta non seppe trattenere un lieve sorriso. Il venerabile Shion aveva sculacciato tutti loro in svariate occasioni, nell’infanzia… uno di quei particolari dell’addestramento di un Santo che nessun aedo inserirà mai nei propri versi, per misericordia divina. “Anche la mia gioia è grande nel rivedervi, o venerabile. Sono venuto, ora come allora, per avere il vostro parere e il vostro consiglio.”
“O la mia confessione.” Il volto del vecchio sacerdote parve rabbuiarsi. Parve di colpo più piccolo e fragile, e il bambino dietro di lui si affrettò ad avvicinargli un seggio, che il venerabile non rifiutò, come Shaka era certo avrebbe fatto, soltanto pochi giorni prima. “Sei qui per avere la verità, immagino.”
“Non dubito che essa sia vostro appannaggio, come sempre.”
“Purtroppo non sbagli.” Il venerabile Shion fece un cenno di ringraziamento al bambino, che sedette a gambe incrociate su una pietra lì accanto. I suoi occhi erano lucidi e attenti, fecero venire in mente a Shaka il futuro… i Santi del futuro, quelli che li avrebbero seguiti, dei quali quel bambino faceva parte. Il giorno della Guerra Sacra era vicino, quella battaglia non ne era che la preparazione, e dietro di loro, a guardare gli eventi, c’era la nuova generazione… oh, Athena, che sciocchezze penso in questo istante!
“Mia fu la colpa allora, e mia lo è adesso – la voce del venerabile Shion era triste e stanca – eppure, per quanto mi sforzi, non riesco a immaginare una scelta diversa… Aiolos era affidabile, senza macchia, eppure sono certo che sarebbe stato terribile, scatenare il demone nell’animo di Saga, allora, con Athena inerme e in fasce… non so… non so…” La sua voce si perse nel silenzio.
Per Shaka, quelle parole furono più eloquenti di qualsiasi conferma diretta. Ricordò il fiammeggiante divampare del cosmo di Ikki, serrò i pugni come per trattenerne il calore, il calore giusto, un cosmo giusto, che in quel momento combatteva la giusta battaglia. “Dunque è così, venerabile Shion.”
Il vecchio sacerdote fece un cenno lento col capo. “Te lo potranno confermare loro.”
“Chi, venerabile?”
Non ci fu bisogno di risposta. Nel coacervo di cosmi e di scontri forsennati che quella notte dilaniavano il Santuario, Shaka colse subito l’alone divino che sovrastava tutti gli altri, un ondeggiare lento come la marea che saliva, pian piano, finché il rumore dei passi non si sostituì alle percezioni del Settimo Senso.
Mentre Athena raggiungeva la Prima Casa, seguita da un manipolo di traditori che erano i suoi veri, unici paladini giurati, Shaka mise un ginocchio a terra.
“Mio cavaliere – disse la dea – confido che tu abbia già avuto le risposte di cui hai bisogno, per sapere cosa sta accadendo stanotte.”

 

Potrebbe distruggere la mia isola in un battito… ma non il mio maestro. Contro di lui, non ce la farebbe. Per qualche assurdo motivo, fu il primo pensiero che attraversò la mente di Shun, quando il mondo tornò ad assumere contorni netti e vide davanti a sé il balenare delle armature, lo scintillio dell’oro. Albione, maestro mio, non vivrai con l’onta di aver conferito l’investitura a un traditore: anche a te, come a tutti, io devo il sacrificio di Andromeda…
E, immediatamente dopo, a farsi largo nelle sue percezioni confuse come un incendio che divampa in una stanza, quando apri la porta ignaro, il calore insopportabile che gli fece quasi salire le lacrime agli occhi, il cosmo che aveva creduto perduto per sempre. Ikki è vivo! E’ vivo!
“…totalmente folle, Aiolia – stava dicendo Milo dello Scorpione, senza neanche accennare a farsi da parte per consentire il transito per l’Ottava – di tutti i momenti poco indicati, questo è il meno indicato in assoluto. Non posso permetterlo.”
“La situazione è più ingarbugliata di quello che sembra…”
“Ho detto no.” Il Santo d’Oro incrociò le braccia, con fare irremovibile. Se un Custode non concede il permesso, nessuno può entrare nella Casa che presiede. Nessuno che vuole vivere più di quindici secondi, almeno.
Shun sentì fremere la spalla possente sulla quale era stato caricato, sbatté le palpebre per tornare in sé il prima possibile. Si sentiva come un neonato, senza alcuna protezione, il freddo metallo dell’armatura d’oro che filtrava attraverso i vestiti, il cosmo del Leone che gli spediva scariche bellicose nel cervello. Un testa a testa proprio adesso è poco indicato, dovrebbe essere più diplomatico… spiegare, spiegarsi…
“Brutto idiota, ma non capisci che Athena ha bisogno di tutti gli alleati possibili, e che questi ragazzi potrebbero essere in possesso di informazioni vitali per la guerra? Ci arrivi col tuo cervello da artropode rinsecchito, o muori di fifa all’idea che due ragazzini disarmati e senza armatura possano transitare per la tua casa?”
Shun sospirò interiormente. Onde evitare uno scontro tra Santi d’Oro, si mosse emettendo un verso, che comunicasse ai presenti che era di nuovo con loro. Fu una buona idea, perché Milo di Scorpio aveva già sollevato i pugni chiusi, per quello che non sarebbe stato un duello all’ultimo sangue con un compagno, ma una lite in piena regola sì.
Aiolia lo scaricò a terra, senza tanti riguardi. “Alzati, Santo rinnegato – gli disse, duro – è tempo che cominci a espiare.”
“Lo so…” Appoggiandosi a una colonna, Shun si rimise in piedi. Avvertiva, con chiarezza molto maggiore di quella che il suo rango di Santo di Bronzo gli avrebbe dovuto concedere, l’armatura di Andromeda, che fremeva nel suo scrigno, desiderosa di raggiungerlo. Non ancora, non è il momento. Quando arriva il momento di indossare le vestigia, significa che ogni altra via è preclusa, e quel momento non è ancora giunto… voglia Athena che non debba giungere mai.
Ikki è vivo.

Il fuoco della Fenice aveva riempito ogni angolo del suo animo, bruciando il desiderio di vendetta, la rabbia, l’odio, tutto quanto. Rimaneva soltanto il ricordo di quando suo fratello aveva impedito che andasse incontro alla più atroce delle sorti, quando l’aveva riservata per sé, arrivando a opporsi al volere di Zeus in persona… loro padre? Gli sembrava impossibile. Era tutto così vasto, così confuso, per lui.
Ikki è vivo.

“Mio fratello vive – disse a voce alta, perché quel pensiero era troppo potente per rimanere celato in lui – Athena lo ha risparmiato. Non lo sentite?”
Milo e Aiolia si lanciarono un’ultima occhiata in cagnesco, poi Shun vide sui loro volti la medesima espressione: stupore puro. Ma non c’era da meravigliarsene, perché Athena era con la Fenice, e il cosmo della dea era amichevole, non disteso o amorevole, ma fiducioso, sì, fiducioso verso colui che un tempo aveva bollato come traditore… e ora lo risparmiava…
“Non Athena, ragazzo – la voce quieta di Mu sembrava un’estensione dei suoi pensieri – non l’ha risparmiato, perché non è stata lei a condannarlo. Fu Saga, è lui l’unico responsabile. La nostra dea, quel torto l’ha già redento.” Il grande Mu aveva ancora Hyoga in spalla, lo posò a terra, lo mise seduto e gli picchiettò con le dita sul viso per farlo rinvenire.
“Stanotte Athena redimerà tutti i torti, amici. Le sarebbe facile eliminare i problemi, ma Athena è clemenza prima ancora che giustizia, per tutti noi. Milo, te ne prego, in nome di Athena, consentici il transito e vieni con noi: vogliano gli dei che tu non debba scegliere guidato dall’errore, e poi passare il resto della tua vita a maledirti per questo. Un Santo del tuo valore non lo merita.”
Milo parve incerto. “Dov’è Athena?”
“Se poni tale domanda, anche tu certamente sai che non si trova più alla Tredicesima.”
Shun socchiuse gli occhi. Aveva ragione Mu, naturalmente, e nella confusione di cosmi ed emozioni avvertì l’ascesa della dea… la Seconda casa, il suo custode che si faceva da parte per accodarsi alla dea, la Terza, sguarnita eppure abitata… che però non poteva fare nulla contro il cosmo di Athena, e l’orrore della Quarta, dissolto dalla presenza meravigliosa della fanciulla sul punto di divenire completamente dea… era una salita facile, per Athena.
“Athena sta arrivando – disse a voce alta, facendoli trasalire – e affronterà di persona il sommo sacerdote, perché così ha deciso. Questione di minuti, e sarà qui, nobile Milo.”
“Quale acutezza.” Mu parve piacevolmente colpito, gli altri due Santi semplicemente sbigottiti. “Questa guerra vi sta rendendo più di quanto siete, vedo. Milo, credi ancora che costoro siano vili traditori, degni solo di essere giustiziati dalla legge del Santuario? Stanno cambiando molte cose, ma se la tua lealtà non ti permette di accettarlo dalle mie labbra, lo ascolterai da quelle di Athena.”
Hyoga si mosse debolmente, mentre recuperava i sensi. “Shun…?”
“Sono qui.” Gli si inginocchiò accanto, lo sostenne mentre barcollava. “Chiudi le tue percezioni finché non starai meglio, o ne verrai sopraffatto.”
“La mia armatura…” Molto più pratico di lui, e molto più portato al combattimento (anche se, ammise amaramente Shun con se stesso, probabilmente anche una gatta coi micini sarebbe stata più guerriera di lui) il Santo del Cigno raddrizzò la testa e piantò gli occhi chiari, freddi e decisi addosso ai Santi d’Oro, senza paura e senza esitazione.
“Dobbiamo riavere le nostre armature – dichiarò – non possiamo batterci senza.”
“Volete altro? Che so, le armi rituali di Libra?” chiese Milo, sarcastico. “Posso prestarvi il mio mantello, affinchè le lucidiate a dovere?”
“Milo…” cominciò Mu, nel suo tono pacato e ragionevole, ma ammutolì subito, perché il cosmo di Athena era ormai vicinissimo. Oltre la Quinta, attraverso la Sesta, e la Settima si è subito aperta per lei…
Eccola, Athena.

Shun non l’aveva mai vista prima. La dea gli parve giovanissima, quasi una bambina, con forme femminili appena sbocciate, sotto la veste lunga fino ai piedi, bianca e diafana come la luce lunare. Gli schizzi di sangue sulla stoffa sembrano, in quella penombra, fiori sbocciati nella battaglia. I capelli castani erano sciolti, e ricadevano lisci fino alla cintura, il viso era dolce e arrossato.
Gli occhi, che erano molto grandi e molto espressivi, apparivano cangianti, mortali e divini, e il Santo di Andromeda, confuso, si domandò quanta fatica le costasse, dover conciliare la propria natura divina con quel corpo di carne e sangue, sentimenti ed emozioni. Si fa corpo per noi, per comprenderci meglio, e noi non le andiamo per niente incontro, cercando di fare altrettanto.
Chinò la testa, chiedendosi come fosse stato possibile, proprio per lui, essere così cieco. Se è per capire, Athena, se serve per comprendere lo scopo ultimo di tante battaglie e tanto sangue, cercherò di venirti più vicino… più vicino alla divinità, non per ambizione personale, ma perché tu non debba essere tanto sola, lassù…
Involontariamente, rabbrividì. Era come se avesse profetizzato sventura, anzichè premura.
Il cosmo di Athena era l’essenza stessa del Santuario. Fermandosi sul piazzale davanti all’Ottava, i guerrieri dietro di lei si schierarono a ventaglio, e i tre Santi d’Oro fecero altrettanto. Per un po’, si fronteggiarono in silenzio, studiandosi con il freddo interesse di due diversi schieramenti.
Shun aiutò Hyoga a rialzarsi, poi lo lasciò, per non umiliarlo eccessivamente.
“Ikki…”
Gli occhi gli si riempirono di lacrime, non poté farci niente, detestava quell’aspetto del suo carattere, e sapeva che anche il fratello lo detestava, ma era più forte di lui, le emozioni insostenibili che l’avevano lacerato per tutta la vita da qualche parte dovevano uscire, e Shun si asciugò le ciglia prima di gli altri lo vedessero frignare come una femminuccia. Solo Ikki se ne accorse, perché lo guardava, ma non disse nulla.
“Milo di Scorpio – la voce di Athena era limpida – mi sto recando alla Tredicesima per risolvere i problemi terribili che si sono accumulati in tredici anni di inettitudine. Mia, naturalmente. Vorresti consentirmi il transito per l’Ottava?”
Cortese, considerò Shun, metterla sotto forma di richiesta anziché di ordine. Permetteva a Scorpio di conservare intatto il suo orgoglio, quando si fece da parte senza una parola e, sempre nel silenzio di chi sa cosa deve fare, si portò alle spalle della sua dea.
“Consentimi di proteggerti, Athena.”
Seiya appariva pesto e malconcio, arruffato come un pulcino ma ciononostante indomito, quando si avvicinò.
“Per fortuna, state bene – disse, dando un amichevole pugno sulla spalla di Hyoga, un gesto di cameratismo virile che con Shun nessuno si sarebbe mai sognato di fare – ehi, la sapete la novità? Athena ci ha concesso udienza!”
Sorrisero tutti, anche la dea.
Si può sempre contare su Seiya per il diversivo comic
o, pensò Shun. Si accostò a Ikki, senza osare abbracciarlo come avrebbe voluto.
“Sei vivo.” disse, goffamente.
“E tu sei praticamente nudo.” Il Santo della Fenice non gli permise di indulgere in facili sentimentalismi, né Shun l’aveva sperato. Faceva male, ma non poteva prendetere che Ikki fosse diverso da ciò che era.
Il Santo della Fenice si voltò verso la dea, senza la minima traccia della reverenza che perfino i Santi d’Oro erano tenuti a tributarle. “Non puoi restituire le loro armature? Altrimenti Saga li spiaccicherà come susine, per usare un eufemismo. E io di sicuro non pulirò per terra, dopo.”
Athena assentì, l’aria distratta di chi o non bada a certi termini irriguardosi, o ha concluso che è inutile badarci. Aldebaran, dietro di lei a proteggerla come un muro umano, sbuffò di disapprovazione.
Un momento dopo, Shun barcollò per l’improvviso esplodere del cosmo di Andromeda, come se l’intera costellazione si fosse riversata sul suo corpo, dentro e fuori di lui. Per un attimo, terrificante e meraviglioso, gli parve di essere di nuovo incatenato alla roccia, offerto e vulnerabile, in balia degli elementi e del giudizio divino, che solo e unico, alla fine degli scontri che l’avevano decretato vincitore, avrebbe stabilito se poteva ottenere le vestigia… o se sarebbe servito soltanto a placare l’ira divina, sull’isola di Andromeda.
E’ sempre stato tutto per te, fratello, da allora finora… ma da qui in avanti… sarà anche per tutti gli altri. E per Athena.
Ma, soprattutto, per me.

E poi le catene gli scorsero lungo le mani, come serpenti, gli serrarono i polsi, e l’armatura fu di nuovo su di lui. Shun di Andromeda si raddrizzò, tornando a sentirsi Santo, e non più sperduto ragazzino, troppo sensibile per il mondo brutale nel quale Zeus l’aveva scaraventato.
“L’armatura del Cigno… è come se la sentissi respirare.” Accanto a lui, Hyoga sembrava rapito. “Grande Mu, non mi stancherò mai di stupirmi per come hai ridato vita alle nostre armature.”
Il Santo d’Ariete chinò il capo, modestamente.
Fu in quel momento che le galassie, lassù al Santuario, parvero esplodere.
L’urto di potere fu talmente intenso, violento, come un universo che si spacca a metà e risucchia nella voragine tutto ciò che esiste, da far barcollare i Santi e accasciare Athena. Shun sbattè contro il muro dell’Ottava, tanto violentemente che una ragnatela di crepe dilagò sul marmo, e per un attimo tutto il pietrisco e il terriccio lì attorno si sollevarono, rimasero sospesi, e poi ricaddero, mentre il grande Mu lottava, gli occhi serrati e le mani affondate nelle tempie, per non perdere il controllo. Perfino il nobile Shaka si era dovuto appoggiare a una colonna, le sopracciglia aggrottate, il Nirvana dall’altra parte di quella spaccatura nelle galassie.
Seiya si chinò su Athena, le prese una mano, l’aiutò a risollevarsi. Shun notò come si appoggiava a lui, la fermezza con cui lo guardò.
“Saga,” disse la dea, e non serviva che dicesse altro.
Kanon serrò i pugni. “Io vado avanti – disse – prima che distrugga il Santuario.”
Milo lo squadrò dall’alto in basso, come se non si capacitasse di tanta stupidità. “Bravo, vai, e mi raccomando, quando ti troverai davanti Camus, che in questi giorni non è precisamente di buon umore, sta’ tranquillo che basterà la tua parola per convincerlo!”
“Ha ragione lui, Kanon – intervenne Athena, prima che il fragile equilibrio di alleanze crollasse ancora – una lotta tra Santi d’Oro è l’ultima cosa che ci occorre. Proseguiamo la salita.”
“E’ necessario fare in fretta – protestò Kanon – non ho paura di affrontare Camus.”
“Allora sei un idiota – commentò Milo – Camus non solo padroneggia le energie fredde, ma a differenza tua, possiede un’armatura d’oro. Se soltanto vorrà, potrà congelarti in eterno, e non potrai farci niente.”
Kanon si voltò con ira, per rispondergli per le rime, ma prima che potesse farlo una voce calma, talmente posata nella sua risoluzione da parere neve che cade dall’alto, disse: “Lui non può, ma io sì. Andrò con Kanon e… e affronterò il mio maestro, se necessario.”
Si volsero tutti verso Hyoga. Nel silenzio che seguì (le conseguenze di una simile azione erano fin troppo evidenti a tutti), Shun aprì la bocca per osservare quanto secondo lui fosse insensato decidere di combattersi tra alleati, solo per guadagnare pochi minuti.
Non vale la pena, no, solo per pochi minuti, per pochi attimi. Stiamo parlando di vite umane!
Stiamo parlando di Santi d’Oro. Pochi minuti sono cruciali, può esserlo anche un solo respiro. Per lo scudo e la Nike, è sufficiente un attimo, Athena ne ha bisogno prima del combattimento, non dopo.

“Vengo con voi. Dopo Acquario vi è un altro Santo d’Oro, e se Hyoga sarà impegnato con il suo maestro e Kanon nella missione affidatagli, non vi sarà nessuno a… tenerlo occupato in attesa dell’arrivo di Athena.”
Non disse ‘sconfiggerlo’, perché sapeva che questo avrebbe dato alle sue parole una valenza talmente sciocca e irreale che tutti avrebbero censurato il suo proposito e qualcun altro si sarebbe offerto al posto suo. Qualcuno con spalle larghe, mani forti, statura alta, occhi risoluti. Qualcuno che avrebbe combattuto all’ultimo sangue, qualcuno che bramava combattere all’ultimo sangue.
Shun sentiva che non l’avrebbe sopportato. Quella guerra fratricida era andata avanti anche troppo.
“Fratello…” cominciò Ikki, e senza alcun dubbio intendeva dire che sarebbe andato al posto suo, come aveva fatto sei anni prima, a Death Queen Island, e fu per questo che Shun scosse la testa e parlò in toni bellicosi, violentando la propria natura.
“Cosa? Sono un Santo quanto tutti voi. Athena mi ha conferito l’armatura, l’avete veduto coi vostri occhi, volete forse insultarmi negandomi quello che concedete a loro?”
E indicò Kanon e Hyoga, che parvero vagamente a disagio. Shun piantò gli occhi su Athena.
“Non mi consideri degno, dea?”
Gli occhi della fanciulla erano limpidi come un cielo senza nuvole, e in essi Shun vide la più completa consapevolezza dei suoi reali propositi. Athena sapeva che Shun voleva combattere non per sconfiggere, ma per proteggere.
E lo approvava.
“Sei degno quanto chiunque altro, e forse anche di più, cavaliere – mormorò la dea – allora va’, aiuta Kanon nella sua missione… e fa’ ciò che sai essere giusto.”
Ha capito!
Sentì un tale slancio verso quella dea che cominciava soltanto adesso a comprendere, che capì che non c’era nulla di sbagliato nella sua vita, che non era stato gettato in quel mondo selvaggio per errore, ma che lui, Shun di Andromeda, era un Santo di Athena, e non avrebbe mai potuto essere nient’altro che un Santo di Athena. Era Athena, l’unica dea che poteva servire.
Kanon e Hyoga non si persero in cerimonie. Voltarono le spalle ai compagni e cominciarono la loro corsa, così rapida che un uomo comune a stento sarebbe riuscito a vederli, nello spostamento d’aria che provocavano. Shun lanciò un’ultima occhiata ad Athena, e gli parve che volesse sorridere, proprio a lui…
Sei il più vicino a comprendermi, Andromeda, e sei l’unico che possa impedire il massacro, lassù. Sei tu il mio paladino, tu la mia voce in questa battaglia. Fa’ che la mia vera volontà si compia, faì che non si versi inutilmente del sangue, stanotte.

Fu soltanto dopo aver superato l’Ottava e raggiunto i compagni, i quali non rallentavano e non parlavano, tesi soltanto a raggiungere la meta il prima possibile, che Shun si rese conto di aver, per la prima volta in vita sua, trascurato di lanciare un ultimo sguardo implorante a Ikki.
Ma, quando un Santo ha una missione da compiere, nient’altro conta.
In breve furono all’Undicesima.

 

Lo ha liberato, hai visto?
Quell’idiota di Shura… ha fallito…
E’ stata Athena a salvarlo, come potrebbe salvare anche noi, siamo ancora in tempo…
Ormai è troppo tardi. Il disegno di Crono non può arrestarsi, il tempo non torna indietro.
Lei lo ha liberato, lo ha salvato, e non puoi farci niente non possiamo farci niente aiuto Athena aiuto…
Taci!
…accresce il suo potere a ogni Casa, e con lei i suoi Santi… lo senti il loro cosmo, cresce e cresce e cresce, stanno venendo, per te, per noi, e avremo ciò che meritiamo
taci moriranno tutti uccidendosi a vicenda
sangue di dei, sangue di Santi, non puoi sfuggire ormai non puoi più

“BASTA! BASTA, BASTA, BASTA!”
Urlava così forte che avvertì uno strazio in gola, ma non era quello il peggio, il peggio era la sensazione di lacerarsi, da dentro, di dividersi in due metà perfette, perfettamente opposte, che si trafiggevano e si straziavano vicendevolmente, senza tregua, senza posa. Saga di Gemini si affondò le mani nei capelli, barcollò urtando colonne e arredi, e al suo tocco tutto si anneriva e si spezzava, ceneri carbonizzate, cose morte, l’universo arrivato alla fine della sua vita, l’entropia finale, il vuoto e il gelo e il silenzio… la solitudine…
Athena mio amore, mia unica ragione di vita
Tra poco sarà morta, sì noi la uccideremo e saremo dei, e tutto questo finirà
Athena, Athena Athena

Il cosmo di Gemini fuoriuscì dal suo corpo come le acque da una diga che cede, e il Santuario intero parve tremare davanti all’esplosione della galassia che era il cuore di Saga, il duello più violento e disperato che si fosse mai combattuto in quel luogo, che aveva visto tutte le Guerre Sacre dall’alba dei tempi.
Athena mi salverà ci salverà lei prenderà lo scudo e la nike, e allora ci salverà…
Lo scudo e la nike che rendono dei
Sì lei li prenderà lei ci salverà
Oh no che non lo farà
Athena
Non lo farà
Aiuto
Athena non prenderà lo scudo e la nike, la vittoria sarà nostra, sarà mia, è solo una ragazzina, non merità armi tanto potenti

“…no…”
Cadde in ginocchio, soverchiato dal massacro che si consumava dentro l’involucro in disfacimento che era il suo corpo. I capelli di Saga ingrigivano e poi tornavano neri, i capillari nei suoi occhi scoppiavano arrossandoli di sangue, per guarire l’attimo dopo, le sue mani divenivano grige, fredde come rami spogli, ma se si sforzava, se opponeva tutta la sua volontà a lui, in esse riviveva il vigore del cavaliere di Gemini, la sua forza, la sua rettitudine…
Siamo così vicini, così vicini alla salvezza…
…alla vittoria
Athena ci salverà sì sta arrivando e
Vinceremo presto, ormai ci siamo…
no
Le armi sacre
…no….
Vinceremo grazie alle armi sacre
…athena…
Prendiamo le armi sacre Kanon non può impedircelo
No non può
Non può nessuno
Vinceremo
Sì vinceremo.

“Vinceremo.” La voce, rauca e sforzata, la voce di chi ha urlato fino a perderla per sempre, gli uscì dalle labbra distorte in un ghigno, mentre si rialzava. Non c’era più un filo nero nei suoi capelli, nè una goccia di sangue nelle sue mani grige come la morte.
“Prendiamo le armi sacre.”
I tendaggi purpurei che nascondevano la scalinata sulla cui sommità vi era la statua di Athena annerirono e caddero in cenere, al suo passaggio.

 

Mentre procedevano lungo le Dodici, Seiya allungò il passo e si accostò ad Athena, ignorando bellamente le occhiate feroci dei Santi d’Oro. La dea lo aveva assolto da ogni accusa, ma i suoi protettori erano molto meno benevoli. Avrei voluto veder voi, al nostro posto! Manichini dorati, pieni della boria dei nobili e di poco altro. A Seiya non sarebbe spiaciuto troncare un corno ad Aldebaran e usarlo per…
“So che il momento è tutt’altro che adatto, ma tu mi avevi fatto una promessa.” Le ricordò, quando la dea volse il capo per guardarlo. Teneva le falde della veste sollevate con grazia per salire i gradini, ma anche se si affrettava per quanto poteva, la loro ascesa era penosamente lenta. Sulle spalle aveva il mantello di uno dei Santi d’Oro, per ripararsi un po’ dal freddo notturno e nascondere le macchie di sangue. Athena aveva proposto che i cavalieri la precedessero alla battaglia, perché non voleva rallentarli, ma si era trovata contro un muro di secchi dinieghi che avevano dovuto farla capitolare. In quella notte di battaglie e follie, non un Santo si sarebbe staccato dal fianco della sua dea.
Athena saltò oltre le macerie di una colonna crollata da tempi immemori. O anche solo dal giorno prima, in realtà: gli addestramenti dei Santi non erano rinomati per l’attenzione che ponevano nell’evitare danni.
“L’avevo fatta e la manterrò. Hai combattuto per me, ti accingi a farlo ancora, e io troverò tua sorella.”
“Ecco – disse Seiya – il problema sarebbe proprio questo…”
Athena lo guardò, interrogativa.
“Potrei morire, stanotte.”
Gli occhi della dea si velarono. “Non dire così!”
“Potrei morire – ripetè Seiya con fermezza – tu lo sai, io lo so, lo sa chiunque. Sono pronto, non ho paura. Sono un Santo, Athena.”
La dea rimase zitta. Appariva scossa e preoccupata. E’ soltanto una ragazzina, pensò Seiya una volta di più, chissà quante volte ha desiderato essere nata come una donna comune?
Lei era nata come Athena, non era stata invasa dallo spirito divino come accaduto a Julian Solo, ma nonostante questo, nonostante lei fosse una dea, rimaneva umana. Era vissuta negli agi e nel lusso fin dall’infanzia, eppure nessuno era più prigioniero di lei. Seiya poteva decidere di restituire l’armatura, voltare le spalle a quella vita e tornare in Giappone, a riprendere dove aveva lasciato. Athena no. Il suo destino era deciso, lei era la vittima sacrificale per la pace nel mondo e lo sapeva.
Per la prima volta, Seiya pensò che questo era profondamente ingiusto.
Quando parlò, lo fece in toni molto più miti di poco prima: “Potrei morire, cercherò di evitarlo, ma non se questo dovesse comportare una sconfitta. Stanotte… la battaglia che stiamo per combattere è anche per mia sorella, Athena. Anche lei vive in questo mondo.”
Perché Seika viveva. Non era possibile che fosse morta, non l’avrebbe mai creduto, mai.
“Quello che vorrei… è che tu continui a cercarla, dopo, se io dovessi…”
“Seiya – lo interruppe Athena – non capisco perché mi dici questo. E’ naturale che la troverò per te, qualunque cosa accada, e che la ripagherò di tutto il dolore e la sofferenza che ha dovuto patire per causa mia.”
Un tempo, che pareva remotissimo e invece, a guardare il calendario, risaliva a pochi giorni prima, Seiya si sarebbe avventato su quelle parole per infierire. Ma era un altro tempo.
“Non per causa tua, ma della fondazione Grado. Tu eri una bambina come noi, all’epoca.”
“Troverò tua sorella e ne avrò cura. E anche… anche di Shaina.” Lo disse come se le costasse molta fatica farlo, e guardò fisso davanti a sè nel mentre.
Seiya potè soltanto rispondere: “Grazie, Athena.”
La Nona fu in breve alle loro spalle, ed erano nella Decima, a superare la statua di Athena che conferiva al Santo di Sagittario la sacra spada Excalibur. Era una statua magnifica, istoriata d’oro e d’avorio, ma Seiya pensò che lo scultore non aveva reso giustizia alla delicatezza dei lineamenti della dea. D’accordo che ai tempi del mito i canoni di bellezza erano molto diversi, ma via, Athena non aveva quell’aria solenne e corrucciata, e nemmeno quei muscoli così evidenti nelle braccia. Athena era bella, e si faceva servire per amore, non per costrizione.
Avevano superato la statua quando un’ondata di gelo, non fisica bensì mentale, attraversò di colpo tutti gli astanti. Fu come una tormenta che scoppia all’improvviso e spalanca la porta di casa sul freddo, sulla neve. Seiya trasalì, riconoscendo il cosmo di Hyoga.
“Stanno combattendo… no!”
Athena allungò il passo più che poteva. “Non devono uccidersi a vicenda! Qualcuno vada avanti e glielo impedisca!”
Quel genere di scontri potevano durare pochi minuti, addirittura una manciata di secondi, e prima che la dea potesse terminare la sua salita giungendo all’Undicesima, sicuramente sarebbe finito tutto. La fanciulla salì i gradini a due a due, anche a tre a tre, ma non aveva nessuna forma di addestramento, e in breve dovette fermarsi, ansimante. “Qualcuno vada!”
“Ma Athena, questo non è possibile – disse Aldebaran, che udiva attraverso il cosmo – fermare un duello tra Santi è un insulto sanguinoso. Non vi ringrazieranno, se impedirete loro di regolare i conti.”
“Se volessi i vostri ringraziamenti, vi manderei un mazzo di fiori ciascuno!” Athena riprese la sua salita. “Fermateli!
In quel momento, prima che chiunque potesse rispondere, sul gruppo calò una pace strana, venefica, dal dolce aroma che s’insinuava senza diffficoltà tra i giunti delle armature, come un gas sottile, letale… e, insieme, un potere vasto come una nebulosa, in espansione lenta ma continua…
“SHUN!”
Ikki superò di slancio Athena e in un attimo fu in cima alla scalinata. Mentre spariva all’interno dell’Undicesima, Seiya fece in tempo ad avvertire il nuovo scontro di cosmi, due contro due, Undicesima e Dodicesima, e in un lampo comprese cos’era accaduto.
Hyoga è rimasto alla Casa di Acquario per lasciare che i compagni proseguissero, e Shun ha fatto lo stesso contro il Santo della Dodicesima…
si sentì serrare lo stomaco al pensiero degli amici, dei fratelli, che affrontavano avversari tanto più forti di loro, e schizzò sulla scia di Ikki.
“Seiya, no!” Gli gridò dietro Aiolia, ma per quanto lo riguardava sprecava il fiato. Con un sol balzo superò gli ultimi sette od otto gradini e fu davanti al porticato dell’Undicesima, buia e fredda come una notte artica. Entrare all’ombra di quella Casa era come spegnere il sole, rassegnarsi a un freddo, sia materiale che spirituale, che sembrava escludere si potesse avere mai più caldo in vita propria. Il cosmo di Ikki era una debole fiammella, da qualche parte nel buio davanti a lui.
Non si era fermato all’Undicesima.
Seiya serrò i pugni. Bastardo! Shun sarà tuo fratello, ma lo è anche Hyoga, e non avverto il suo cosmo… è esploso un attimo fa, mentre ora…
Prima che potesse concludere quel pensiero (non che desiderasse farlo) sentì il cosmo di Ikki superare anche la Dodicesima. Non si era fermato a soccorrere il fratello. Ma cosa…?
Il pensiero lo colpì all’improvviso, come una frustata. Se Hyoga è qui e Shun all’Ultima, significa che Kanon è andato oltre… da solo. Senza armatura, ferito e debilitato, da solo.
Solo contro il sommo Saga.

“Oh, no…”
Il rancore che provava ancora verso Ikki svanì completamente, quando si rese conto che il progetto dell’amico non era abbandonare i compagni, bensì soccorrerli in maniera definitiva, totale, combattendo per l’unica vittoria che poteva salvarli. Il medico pietoso fece la piaga infetta, e Ikki aveva anteposto la missione di Athena a tutto il resto, per porre fine a quella battaglia. Hyoga e Shun, che fossero ancora vivi oppure morti, non avrebbero avuto scampo in nessun caso, se Kanon fosse stato ucciso, e Kanon sarebbe stato ucciso, nelle condizioni in cui era. Gli serviva aiuto, o anzichè eseguire il comando di Athena e consegnarle la vittoria, sarebbe divenuto soltanto un altro inutile martire. Hyoga e Shun l’avevano capito, per questo si erano sacrificati affinchè potesse passare oltre.
Avevano ragione loro, e aveva ragione Ikki. Era l’unico modo.
Seiya ricominciò a correre nella notte del Santuario.

 

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