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Tredici anni dopo

Aiolos tese l’arco d’oro del Sagittario, la freccia incoccata e pronta a saettare nel cielo azzurro dell’estate: quando partì, i giovani apprendisti riuniti lì dattorno fecero un collettivo ‘aaaaaaah’ di meraviglia, affascinati ed esaltati nel vedere un Santo di Athena in azione, sebbene l’azione in sé non fosse nulla di epico.
La freccia, un lampo d’oro nella luce del giorno, si conficcò in cima all’obelisco posto in mezzo al campo di addestramento. Si diceva che quell’obelisco fosse in realtà un raggio di sole inviato da Zeus, come segno di benevolenza per Athena, la più giusta tra gli dei suoi figli, ma a leggere le iscrizioni incise sulle quattro superfici del monumento si capiva che le cose stavano diversamente: per tutta la ragguardevole lunghezza, fino alla sommità appuntita, l’obelisco era ricoperto di nomi scritti in greco antico, sotto i quali si leggeva un’unica didascalia: ‘al valore dei caduti, che contro Hades hanno difeso la giustizia con la loro vita’. L’obelisco era semplicemente un enorme monumento funebre,
Aiolos ripose l’arco e si rivolse ai giovani: visi bianchi, visi neri, occhi a mandorla, capelli rossi e capelli crespi, biondini ariani e mori del Medio Oriente. Tutti giunti lì, attraverso mille strade diverse, per un unico scopo comune. “Come sapete, è tempo che i Santi d’Oro addestrino i loro successori, ed è per questa ragione che tutti voi, apprendisti del Santuario, siete riuniti in questo luogo, oggi. Non basta l’abilità marziale per aspirare a un’armatura d’oro, e non è sufficiente l’addestramento che avete ricevuto finora, per ambire al privilegio di essere addestrati dai più forti tra gli ottantotto Santi di Athena: dovrete dimostrare di essere in grado di superare le difficoltà, contando unicamente sulle vostre forze. Chi di voi giungerà per primo a recuperare la freccia d’oro del Sagittario, diverrà immediatamente apprendista di uno dei Santi che hanno offerto la loro disponibilità.” Fece una pausa per lasciare che il concetto si fissasse bene nelle teste di quei ragazzi, quindi lanciò la stoccata finale, dubitando che avrebbero colto i suggerimenti sottintesi: “La prossima occasione potrebbe non presentarsi tanto presto. Naturalmente, è ammesso di arrivare in cima usando soltanto le mani. Impegnatevi a fondo, quindi, e ricordate che ciascuno di voi verrà valutato, in questa circostanza.”
Seguì un silenzio poi, quando fu chiaro che Aiolos aveva terminato, gli apprendisti si affollarono tutti attorno all’obelisco, spintonandosi, scansandosi, cercando di superarsi l’un l’altro nel tentativo di scalare il monumento e arrivare alla freccia posta in cima. Sembravano anatre che starnazzano attono a un sacco di mangime appeso troppo in alto, e Aiolos sospirò di sconforto. Se solo trovare apprendisti degni si fosse limitato al selezionare i più forti, pensò. Ma c’erano tante altre cose.
Udì una risata aperta alle sue spalle e si volse di scatto, fulminando con lo sguardo suo fratello Aiolia, che appoggiato al muro sghignazzava senza ritegno. Il Santo del Leone non sembrava condividere le sue preoccupazioni, e anche se cercò di calmarsi sotto gli occhi torvi del fratello, gli bastò un’altra occhiata al gruppo di apprendisti, ferocemente intenti a saltarsi l’uno sulle spalle dell’altro, per ridere di nuovo.
“Fuori di qui.” Gli intimò Aiolos, prendendolo per un braccio e spingendolo verso l’uscita. “Smettila subito – cercò di rimproverarlo – tu non eri molto diverso da loro…”
Dal campo arrivò un ululato di dolore, e Aiolia allungò il collo per vedere: “Hanno lanciato via uno dei ragazzi più scalmanati… stava calpestando i compagni.”
Aiolos rise per non piangere. Sommo Shion, comincio a capire perché ti sei tanto raccomandato di prendere sul serio questo compito… scegliere dei giovani adatti è veramente difficile.
Stava ancora sorridendo (in maniera un po’ forzata) quando Camus uscì a sua volta dal campo, impassibile come sempre, così composto che perfino il mantello pareva ondeggiargli attorno alle caviglie senza risentire degli sbuffi di vento. Solo un certo lampo nei suoi occhi rivelava che non era insensibile all’indecoroso spettacolo offerto dagli ambiziosi ragazzi che si affollavano attorno all’obelisco.
“Non ci riusciranno.” Disse semplicemente. Aiolos si ricompose.
“Nessuno di loro?”
Camus scosse la testa. “Non oggi, almeno. E per lo più sono solo ragazzi esaltati. Dovessi giudicare, allo stato attuale ne valuterei bene un paio, non di più.”
“Mostrami quali.”

Tornarono nel campo, dove la battaglia era ancora in pieno svolgimento, ma l’ilarità di Aiolos si era ormai placata e scrutò con occhio critico il gruppo di giovani, sentendo che così, a prima vista, dava pienamente ragione al Santo dell’Acquario. Ciascuno era animato unicamente dal desiderio di primeggiare, non si curava affatto dei compagni e non si soffermava a riflettere su come raggiungere l’obiettivo, preoccupato soltanto che altri arrivassero in cima prima di lui. Vide un ragazzo biondo, coi capelli che gli ricadevano in filacci sul collo, agguantarne un altro e tirarlo giù prima che potesse afferrarsi in qualche modo alla superficie liscia dell’obelisco. Scosse la testa, con un sospiro.
“Quali sarebbero quelli che non giudichi degli sciocchi arrivisti?” domandò, per non lasciarsi prendere troppo dallo sconforto.
“Uno è quello.” Camus indicò un ragazzo nella ressa, che però non pareva volersi lanciare nella scalata: era piuttosto come se si fosse infilato lì in mezzo per studiare la situazione più da vicino, impresa per niente facile visto che veniva continuamente spintonato, ma si trattava di un ragazzone alto, con muscoli ben sviluppati, una folta chioma scura tenuta al suo posto da una fascia legata attorno alle tempie e l’espressione decisa sui lineamenti regolari: i ragazzini attorno a lui non riuscivano a smuoverlo più di tanto, anzi era lui a spingerli via se gli davano troppa noia. Per un momento girò la testa verso di loro e Aiolos colse uno sguardo che esprimeva piena riprovazione per quell’insensato accalcarsi.
“Sembra possedere un po’ d’intelletto – concesse a Camus – conosci il suo nome?”
“Darius.” A parlare non era stato Camus, ma Aiolia, che sembrava soddisfatto delle parole del Santo dell’Acquario. Questi annuì e aggiunse: “Ha quattordici anni, ma ne dimostra di più, non ti sembra?”
“Gliene avrei dati almeno venti.” Riconobbe Aiolos, sorpreso. Il ragazzo era davvero molto sviluppato per la sua età, probabilmente era maturato prima e per questo non si lasciava invasare come gli altri.
“Sono d’accordo, possiede delle qualità. Ma avevi parlato di un paio di giovani: l’altro chi sarebbe?” Nella calca non vedeva nessuno che si distinguesse come il giovane Darius, o anche in altro modo.
Camus indicò un angolo del campo d’addestramento, e solo allora Aiolos si accorse che qualcuno non si era neppure avvicinato all’obelisco. “Eccolo, è laggiù.”
“Dei del cielo, ma è solo un bambino!” Proruppe Aiolia prima che Aiolos commentasse alcunché. Naturalmente le apparenze contavano fino a un certo punto (se così non fosse stato, metà dei Santi di Athena non avrebbero mai ottenuto l’armatura, inclusi diversi Santi d’Oro), ma dopo aver osservato con approvazione il fisico temprato di Darius, capace di sopportare l’addestramento più duro, Aiolos comprese la delusione del fratello nel vedere quel ragazzino minuto, dalle spalle strette e il viso efebico, con enormi occhi scuri e la pelle liscia di chi non si è mai dovuto radere e non avrà bisogno di farlo per molto tempo ancora. Naturale che non si fosse nemmeno avvicinato all’obelisco: dava l’impressione di essere così fragile da spezzarsi al primo spintone, e si accontentava di studiare la situazione da lontano. Aveva i capelli del colore dei mattoni vecchi, tagliati corti in maniera irregolare, come fossero stati pareggiati alla meglio con un coltello, e mani sottili, ancora ben lontane dal divenire le mani di un uomo… se mai lo sarebbero diventate. Erano mani da studioso, non da guerriero.
“Non sembra un granché.” Disse senza mezzi termini il Santo del Leone. Aiolos tacque, perché sapeva che Camus avrebbe spiegato le sue ragioni per convincerli del contrario.
“Guardalo meglio – disse infatti questi – deve soltanto finire di crescere. Ci siamo passati tutti, non è una colpa.”
“D’accordo, ma qualche anno in più e un po’ di irrobustimento non gli farebbero male, prima di sottoporsi a un addestramento duro come quello destinato a chi deve essere Santo d’Oro.” Aiolos detestava dover affidare ai Santi più forti ragazzini ancora incapaci. Nella maggior parte dei casi equivaleva a ucciderli, e ogni volta che la decisione di appaiare apprendisti e maestri spettava a lui, cercava di evitare simili rischi. Davvero non c’era bisogno di aumentare ulteriormente la già notevole pericolosità dell’addestramento da Santi.
“Il fisico si tempra. Guarda, ci sono altri ragazzini come lui, che non si rendono conto dei loro limiti e pretendono di rivaleggiare con giovani più forti come Darius.” Insistette Camus, e Aiolos dovette ammettere che aveva ragione. Il ragazzino dai capelli rossi, se non altro, aveva ben presente come sarebbe stato insensato buttarsi lì in mezzo sperando per il meglio.
“Magari è solo codardo.” Buttò lì Aiolia. Camus scosse il capo.
“E’ intelligente. Se potesse farebbe come Darius, ma non ha il fisico, tutto qui. Vuole la freccia anche lui, sta pensando a come ottenerla. In ogni caso ho preso informazioni: sarà piccolo, ma possiede una fibra assai robusta.”
Aiolos guardò Camus. “Quel ragazzo ti piace, vero?”
Camus si strinse nelle spalle. Non l’avrebbe mai ammesso, ovviamente, ma Aiolos riteneva di aver visto giusto. “Se è come dici, perché non lo addestri tu…?”
“Sai bene che il Sommo Saga mi ha dispensato, avendo io già compiuto il mio dovere di maestro.” Lo interruppe seccamente Camus, e Aiolos non insistette. Il cavaliere dell’Acquario aveva preso con sé ben due apprendisti, di cui uno tragicamente perito nel mare di Siberia durante l’addestramento. L’altro, ottenuta l’armatura di bronzo del Cigno, era rimasto nelle lande ghiacciate che considerava la propria patria, finchè l’autorità del Santuario non avesse ritenuto di richiamarlo in terra di Grecia. Aiolos sospettava che Camus rifiutasse altri allievi non tanto perché aveva già espletato questo suo dovere, ma perché non riusciva a perdonarsi la morte di uno dei suoi apprendisti.
“D’accordo – disse, per non rischiare un litigio – ti ringrazio per avermi dato il tuo sempre obiettivo parere, Camus. Terrò d’occhio i due ragazzi che mi hai indicato.” Guardò un’altra volta il ragazzino più piccolo. “Qual è il suo nome?”
“Mi risulta si chiami Angel, dal Portogallo. Anche lui ha quattordici anni.”
“Non gliene avrei dati più di dodici – disse Aiolia – se vuoi il mio parere, credo che dovremmo attendere ancora qualche anno, prima di candidarlo per un’investitura.”
“Non è sicuro che abbiamo qualche anno, fratello – disse Aiolos a voce bassa – staremo a vedere che prove darà di sé.”
Camus disse: “Al suo ritorno dall’isola di Andromeda Milo mi ha raccontato che il più promettente degli allievi di Albione era un ragazzetto talmente insulso da sembrare una fanciulla. Qualche mese più tardi ha ottenuto l’armatura di Andromeda, ed è partito in cerca del fratello, fintanto che il Santuario non lo richiamerà.”
Aiolia continuava a guardare il giovane Darius con aria d’approvazione. Il ragazzo era adesso proprio sotto l’obelisco e sembrava saggiarne la superficie con le dita, cercando di capire se potesse esservi qualche appiglio per arrampicarsi. Non ne avrebbe trovato alcuno, ma non smetteva di tentare. “Mi piace. Se quel giovanotto si mostrerà degno, vorrei che mi tenessi presente come suo maestro, fratello.” Lo pregò. Aiolos sorrise.
“E’ per questo che hai voluto accompagnarmi al campo d’addestramento, vero fratello?”
Aiolia gli restituì il sorriso, con l’aria più innocente del mondo. “Visto che è giunto il momento di svolgere il mio dovere addestrando qualche giovane promettente, ho solo pensato di guardarmi un po’ intorno per vedere se vi fosse qualche giovane a cui avrei gradito insegnare. Quel ragazzo proviene dalla patria di Milo, e ne ho sentito parlare bene.”
Aiolos ringraziò mentalmente Athena, con fervore. Convincere i Santi d’Oro a prendere degli apprendisti si stava rivelando un’impresa improba, soprattutto perché sembravano avere tutti delle ottime ragioni per sottrarsi a quel particolare dovere (universalmente vissuto come una benemerita seccatura, perlomeno dai più altezzosi tra tutti i Santi della dea).
Mu dell’Ariete, a parte il fatto che non risiedeva nel Santuario, aveva già un ragazzino a servizio, un orfano della sua stessa stirpe che aveva pescato chissà dove e che stava addestrando nell’arte di riparare le armature.
Aldebaran scartava tutti i candidati ritenendoli troppo deboli.
Il Sommo Saga aveva facoltà di scegliere senza rispondere a nessuno se non ad Athena, e fino a quel momento sembrava sdegnare tutti i giovanotti papabili. Aiolos non avrebbe saputo dire se questo fosse negativo o meno: il Sommo Sacerdote doveva dare il buon esempio, ma l’idea di un futuro Santo addestrato da Saga gli gelava il sangue. A torto, si augurava.
Death Mask non si era offerto affatto, e nessuno gli aveva mai proposto alcun apprendista. Anzi, con Death Mask Aiolos evitava con cura di toccare l’argomento, non perché temesse un rifiuto, ma perché aveva paura che potesse decidere di accettare.
Aiolia, fortunatamente, non sembrava tanto restio, purché il candidato incontrasse il suo favore. Se aveva perfino preso informazioni sul conto dei ragazzi per sceglierne uno, doveva essere seriamente intenzionato ad espletare quel dovere, l’ultimo ordine del sommo Shion. Quel Darius sarebbe stato una buona scelta.
Shaka, analogamente a Mu, viveva lontano dalla Grecia, sulle rive del Gange, ed era costantemente circondato dai suoi discepoli, i quali però miravano all’Illuminazione che li conducesse al Nirvana, più che all’armatura.
L’anziano Santo della Bilancia aveva addestrato l’attuale Santo di bronzo del Dragone, e il giovane era rimasto con lui, nel lontano Goro-ho. Dohko non desiderava altri apprendisti, per il momento, e aveva addotto come motivo di ciò l’età avanzata, che avrebbe rischiato di vedere un addestramento interrotto a metà per morte del maestro.
Milo di Scorpio, non avendo validi motivi per rifiutare, era teoricamente disponibile, ma praticava una sottile strategia di ostruzionismo consistente nello scartare tutti i candidati come faceva già Aldebaran, e analogamente Shura e Aphrodite adducevano sempre ottime ragioni per definire indegni i ragazzi che avrebbero potuto essere addestrati da loro. Ligio all’ultimo lascito del sommo Shion, Aiolos continuava a cercare nuovi apprendisti, sperando che prima o poi, in presenza del candidato giusto, i Santi che ancora rifiutavano di svolgere quel compito si decidessero a trasmettere le loro abilità a una nuova generazione. Perché non capiscono quanto sia importante? Si chiedeva talvolta, preso dall’esasperazione. Perché non vedono quant’è vicina la guerra sacra? Vogliono che il Santuario resti sguarnito, se noi dovessimo perire?
“Certamente, se tutto andrà come deve, potrai fare del giovane Darius il tuo allievo, fratello.” Disse, per allontanare quei pensieri. Era inutile arrovellarsi su ciò che li attendeva in futuro, quando il presente esigeva che si prestasse ad esso piena attenzione. “Credo che per ora non vi sia altro da vedere: lasciamo l’ingrato compito di gestire questi scalmanati ai Santi di Bronzo e torniamo al Santuario.”
I Bronzei in questione si fecero avanti, non proprio ansiosi di svolgere quell’impiego di bassa manovalanza, ma tenuti ad ubbidire agli ordini dei Santi d’Oro come fossero legge. Erano cinque ragazzi inviati lì dalla Fondazione Grado, che per qualche ragione non del tutto chiara ad Aiolos sembrava fortemente motivata a prestare supporto ed aiuto al Santuario. Athena e Saga accettavano tutto ciò senza battere ciglio, come cosa dovuta, quindi Aiolos si asteneva dal manifestare le proprie perplessità, che tuttavia restavano. Il motivo per cui un impero economico come quello del magnate giapponese avrebbe dovuto buttare tempo e denaro in favore del Santuario gli riusciva completamente oscuro. Se fossi il sommo sacerdote sicuramente lo saprei… scacciò in fretta quel pensiero. Le cose erano andate come erano andate, ed era stato tanto tempo prima. I suoi timori su Saga si stavano dimostrando infondati, e se provava ancora una certa inquietudine lo doveva senz’altro all’indegno risentimento per non essere stato prescelto. Dopo tanti anni è ridicolo che ci pensi ancora. Sono un Santo d’Oro, non l’ultimo sguattero delle cucine del Santuario!
E tuttavia l’inquietudine restava. Pensare ad Athena in compagnia di Saga gli levava sempre la serenità, ed era assurdo. Saga era il miglior sommo sacerdote che il Santuario potesse sperare di avere. Non sarei stato abile come lui, ne sono certo…
Parlò ad alta voce, schiaffando un coperchio su quei pensieri tenebrosi: “Jabu, Geki, Ichi, Nachi, Ban, affido a voi questo compito. Cercate di spiegare a quegli scalmanati che il loro agire è insensato e che farebbero bene a ritirarsi per riflettere, prima di tentare una scalata così poco probabile.”
“Il Santuario si sta riempiendo di Santi dell’estremo Oriente, sembra.” Commentò Camus quando furono lontani. Aiolos si strinse nelle spalle.
“Purchè siano giovani di valore, che importanza ha? Anche il tuo allievo è giapponese, o sbaglio?”
“Per parte di padre – rispose Camus – la madre era russa. Per questo Hyoga desidera rimanere in Siberia, e la mia speranza è che non sia mai necessario richiamarlo…”
Una figura apparve sul sentiero davanti a loro, e appena fu chiaro chi fosse, Aiolia si illuminò in viso. “Marin!” Esclamò il Santo del Leone, accelerando il passo per raggiungerla. Doverosamente, la donna Santo salutò prima Aiolos, il più autorevole dei Santi dopo il Sommo Saga.
“Nobile Aiolos… nobile Camus…” Malgrado il viso coperto dalla maschera rendesse impossibile comprendere la sua espressione, la voce le tremava tanto che perfino Camus parve colpito. Marin aveva reputazione di possedere un autocontrollo invidiabile, tanto che, caso rarissimo tra le donne Santo, le era stato affidato un bambino perché lo addestrasse, compito che aveva portato a termine in maniera eccellente facendogli ottenere l’armatura nel torneo terminato il giorno prima. Che fosse turbata era quindi un evento assolutamente eccezionale.
“Cosa succede, Marin?” Le chiese Aiolia. Da come la donna mosse la testa verso di lui, Aiolos suppose che, se fossero stati soli, gli si sarebbe gettata tra le braccia, e si sentì di troppo. Guardò Camus facendogli un leggero cenno per invitarlo ad andarsene, e stavano per avviarsi quando Marin disse, bloccandoli dove si trovavano: “Una cosa terribile, Aiolia… non so assolutamente cosa fare… il mio allievo si è messo in testa di andare a protestare con Athena, Athena in persona! Anziché andarsene subito dal Santuario, come gli avevo consigliato, intende conferire con la dea… temo possa commettere qualche sciocchezza! Non c’è stato modo di fermarlo, dice che ha rispettato i patti ottenendo l’armatura e che adesso ha diritto… ho paura che possa far adirare il Sommo Sacerdote, per non parlare di quel che rischia con Shaina, talmente in collera dopo lo smacco subito dal suo allievo Cassios… Aiolia, ti prego, fermalo! Per te nutre ammirazione, ti ascolterà…”
“Va bene, Marin. Calmati, adesso: parlerò io a Seiya.” Aiolia passò la mano robusta sui capelli rossi della donna, con tenerezza, prima di riprendere la strada per il Santuario dicendole di seguirlo. Camus fece per andargli dietro, ma Aiolos lo trattenne.
“Sarebbe disonorevole se ben tre Santi d’Oro si mobilitassero per una questione tanto puerile. Non preoccuparti, mio fratello sistemerà tutto.” E se non ci riuscirà, pensò, l’allievo di Marin scoprirà cosa significa mandare in collera Saga, Santo dei Gemelli e Sommo Sacerdote di Athena.

A quell’ora del giorno, quando le udienze erano concluse e le cerimonie sacre ancora da iniziare, Athena amava molto passeggiare nel giardino, tra i colori e i profumi dell’estate, lontano dalla confusione dei doveri ufficiali. Non che volesse sottrarsi ad essi… esisteva in quel mondo al solo scopo di assolverli, e l’intero Santuario si fondava sulla sua persona, considerata sacra e inviolabile tanto che non era quasi concesso rivolgerle la parola, se non per interposta persona del Sommo Sacerdote, ma talvolta, in quei rari momenti di pace e solitudine, desiderava di potere, solo ogni tanto, smettere le vesti sontuose della dea per indossare indumenti comuni, da ragazzina, e uscire dal Santuario come facevano di quando in quando i suoi paladini, per tornare con un’aria felice e gli occhi splendenti del divertimento che avevano trovato fuori dalle mura austere del Santuario. Lei, Athena, non aveva mai conosciuto altro in tutta la vita. Non poteva lasciare il suo tempio, e anche se avesse potuto, non aveva alcun luogo in cui recarsi, perché il Santuario era l’unica casa che conoscesse. Certo, una sua parola avrebbe fatto tacere Saga e i suoi divieti senza possibilità di appello, ma la dea della giustizia non poteva vivere per i propri capricci. Lo sapeva bene.
E proprio il saperlo le rendeva più amara la consapevolezza che quella vita, in quell’epoca, non era che un breve interludio, un piccolo segmento che cominciava con la sua nascita e si sarebbe concluso con la sua morte, presumibilmente in un tempo non molto lontano. E’ triste la vita degli dei, pensava guardando le farfalle che piroettavano tra i fiori. L’ultimo dei miei Santi ha più ragioni di me per combattere… eppure la battaglia è tutta sulle mie spalle. Quale ironia.
Si alzò con un sospiro e si avviò per tornare nel tempio. L’autocommiserazione andava bene solo se presa a piccole dosi. Diventarne dipendenti sarebbe stato troppo facile, e se ciò fosse avvenuto, gli sforzi fatti in quei tredici anni si sarebbero vanificati. Sacrificare tutto unicamente per la sua felicità…
Per la mia felicità…
All’ombra del portico sostenuto da colonne sottili, Athena si riscosse da quei pensieri, come un cane si sgrulla l’acqua di dosso, e andò dall’uomo che l’aveva attesa, nell’ombra, senza disturbare la sua meditazione solitaria. Perchè di sicuro pensa che io mediti, in questi momenti… se sapesse ciò a cui penso davvero, ne sarebbe sconvolto… ma, peggio ancora, ne soffrirebbe moltissimo. Lui desidera soltanto proteggermi.
“E’ quasi l’ora della preghiera, Athena.” Disse il Sommo Sacerdote, prendendole la mano per aiutarla a salire i gradini.
“Prima desidero rinfrescarmi. Mi ritiro nelle mie stanze, mandami a chiamare quando sarà il momento.”
Saga si inchinò mentre lei lo superava. Prima di seguirla all’interno del tempio, riprese il copricapo da sacerdote e la maschera, che toglieva unicamente in presenza della dea. Solo Athena poteva vedere in viso il suo sommo sacerdote. Nessun altro. Non era una regola o una tradizione, semplicemente era sempre stato così da quando Athena aveva memoria e, se un tempo le era parso naturale, adesso si rendeva conto dei significati nascosti in quel gesto. Perché solo a lei, solo alla sua dea, Saga si mostrava privo di ogni travestimento, senza maschere, senza malie, senza secondi fini. Il Santo dei Gemelli aveva due volti, ma solo ad Athena era dato vedere quello che nessun altro poteva.
“Saga – disse d’impulso, fermandosi – non sei tenuto ad indossare quei paramenti, con questo caldo, lo sai.”
Il sacerdote stava per indossare la maschera, ma si fermò a quelle parole. “Se è un ordine, Athena, ubbidirò certamente. Ma se ti preoccupa il mio benessere, non ve n’è motivo alcuno: per me è un onore indossare questi abiti, per pesanti che possano essere.”
Pesanti, già. Lo sono senz’altro, pensò la dea. “La tua vita è già molto difficile così, mio sacerdote. Non dubiterò della tua fedeltà, soltanto perché preferisci respirare un po’.”
Saga indossò la maschera. “La mia vita sei tu, Athena. E la mia fedeltà non…” la voce si perse nel silenzio, e ad Athena balenò il pensiero che Saga si fosse subito coperto il volto per impedirle di vedere la sua espressione, in quel momento. Provò l’impulso irresistibile di ordinargli di togliersela, di mostrarle il viso, immediatamente, ma prima che potesse parlare si udì un trambusto e la porta si spalancò con fracasso. Saga si pose immediatamente tra Athena e l’intruso, un ragazzo trasandato, coi capelli arruffati e i lineamenti orientali. Indossava una maglietta rossa con le maniche arrotolate, aveva sulle spalle il carico voluminoso di uno scrigno di bronzo e l’espressione quanto mai decisa. I soldati che, alle sue spalle, avevano cercato di fermarlo, si inginocchiarono davanti ad Athena e a Saga, attendendo ordini.
“Esci immediatamente, Santo di Bronzo –ordinò Saga, con voce vibrante – perché sei al cospetto della tua dea e la stai offendendo, col tuo contegno irrispettoso!”
Il ragazzo si abbassò su un ginocchio. “Chiedo perdono, sommo sacerdote, ma ho assoluta urgenza di parlare con Athena…”
“Non puoi – rispose Saga sprezzante – sei un Santo, non un sacerdote. Se vuoi dirle qualcosa, chiedi udienza a me, e io le parlerò quando avrà desiderio di ascoltare.”
Il ragazzo fremette. “Non posso attendere, Sommo. Ho dei nemici qui nel Santuario, e devo sapere da Athena se le mie ricerche si debbono spostare in Giappone o…”
Saga avanzò minaccioso. Nessuno, nel Santuario, osava contraddire la sua parola, per il semplice fatto che, oltre ad essere il gran sacerdote, era il più forte dei Santi d’Oro (per quanto molti ritenessero che Aiolos gli stesse alla pari, ma era naturale che così fosse, visto c’erano stati entrambi candidati al ruolo di gran sacerdote, tredici anni prima), e bastava la potenza soverchiante della sua presenza fisica ad annichilire lo spirito più ribelle.
“Come osi parlare così al cospetto di Athena? Ritirati subito, se non vuoi assaporare la mia collera!”
Il ragazzo alzò la testa e la guardò. Non lui, guardò proprio lei. E Athena si accorse che in quello sguardo non c’era alcun timore, la minima paura nei confronti della dea. Ha qualcosa di più importante, si rese conto Athena, non gli importa di ciò che potrà accadergli perché la ragione per cui si trova qui, adesso, gli preme più della sua stessa vita. Non le era mai successo di incontrare qualcuno con quello sguardo, finora. Sembrava il simbolo di tutto ciò che a lei era negato, pur dovendolo difendere con la sua stessa vita.
“Saga, fatti da parte. Voglio ascoltarlo. Adesso.” Disse. Saga la guardò stupefatto e, le parve, anche alquanto contrariato. Solitamente Athena ubbidiva a tutti i dettami del suo sommo sacerdote, non gli si opponeva in nulla e lasciava che fosse lui a gestire le questioni pratiche del Santuario, ma di colpo provò insofferenza verso tante limitazioni. Era lei la dea Athena, non lui! Saga esagerava veramente, a volte. E non era più una bambina, a cui bisognava sempre dire cosa fare.
Per un momento Saga rimase immobile, e Athena pensò che si sarebbe rifiutato di ubbidirle, ma poi si scostò, lasciandole campo libero. Perché hai quella maschera? Si chiese ancora. Perché non mi permetti di vedere il tuo volto, se non quando siamo soli?
“Dunque, cos’è che ti sta tanto a cuore da spingerti ad affrontare insieme la collera della tua dea e del tuo sommo sacerdote, ragazzo?” gli chiese. Anche se avevano pressappoco la stessa età, doveva rivolgersi a lui come se fosse molto più giovane. Siamo talmente diversi, pensò con uno strascico della tristezza di poco prima.
“Athena, mi dicono che la fondazione Grado risponde a voi di tutto quel che fa, per questo devo chiedervi di aiutarmi.” Il ragazzo cominciò a parlare senza alcuna esitazione, senza il più piccolo preambolo, e la dea intuì che Saga avrebbe voluto punirlo severamente per tanta maleducazione, ma finchè Athena non avesse revocato l’intenzione di ascoltarlo, il sommo sacerdote era tenuto a rimanere al suo posto. “Quando sei anni fa arrivai qui da Tokyo, ero stato separato da mia sorella maggiore, Seika, con la promessa che se fossi diventato Santo avrei potuto rivederla. Ho mantenuto la mia promessa, adesso desidero ricevere la mia ricompensa per tanti sforzi. Ho saputo che Mitsumasa Kido è morto cinque anni fa, e che da allora gestite voi la fondazione… dunque, siete voi che dovete mantenere quella promessa!”
Saga non riuscì più a trattenersi e avanzò, con la presumibile intenzione di cancellare dal mondo quell’insolente sbruffone, ma Athena lo bloccò seccamente. “Fermati! E tu, ragazzo, faresti meglio a moderare il tono. Non so nulla di tua sorella.”
“Informatevi.” Ribattè il ragazzo. Athena pensò che Saga stesse immaginando di strangolarlo, molto lentamente. Tenendolo sollevato di almeno venti centimetri da terra.
“Provieni dallo stesso orfanotrofio degli altri ragazzi della fondazione Grado?”
“Il collegio St. Charles, sì.”
“Saga, puoi prendere informazioni al riguardo?”
“Non ce n’è bisogno – disse il sommo sacerdote, con una voce da belva – ricordo cosa accadde. Lo stesso giorno che questo impudente venne mandato qui per addestrarsi, scomparve una ragazzina da quell’orfanotrofio. Il vecchio Kido chiese notizie al Santuario, perché riteneva che potesse aver tentato di seguire il fratello. Ma da allora non se n’è più saputo niente.”
Athena si sentì stringere il cuore nel vedere l’espressione del ragazzo con la maglietta rossa. Dimenticando di fronte a chi si trovava, si alzò di scatto fissandola con occhi dilatati, in preda allo sgomento. “Mia sorella… mia sorella è scomparsa?”
“Così pare…” mormorò la dea, mortificata.
Senza una parola, il ragazzo le voltò le spalle e si precipitò verso la porta, chiaramente intenzionato a sincerarsi di persona di quell’orrenda verità, ma prima che potesse uscire Athena sentì un cosmo gonfiarsi, espandersi, e l’attimo dopo il ragazzo venne scagliato contro la parete, con una violenza tale da aprirvi sopra innumerevoli crepe.
“Saga!”
“Vi è un limite, alla mancanza di rispetto.” Disse il sommo sacerdote in tono duro, mentre il ragazzo si rialzava barcollando. Athena si sentì invadere dalla collera. La credeva dunque tanto incapace, da non sapere nemmeno gestire un Santo di Bronzo preoccupato per la sorte della sorella?
“Quando vorrò che tu aggredisca un uomo che mi chiede udienza, te lo dirò – gli disse in tono gelido – fino ad allora, astieniti dal prendere iniziative non richieste. Hai capito, Saga?”
Il sommo sacerdote si volse a guardarla. Il volto era nascosto dalla maschera, ma tutta la sua postura parlava di uno sbalordimento dovuto al fatto che, prima d’ora, Athena non gli aveva mai parlato così. E l’aveva fatto davanti a un estraneo! L’umiliazione doveva essere bruciante, ma la dea non si pentì del suo scatto. Era ora che Saga si rendesse conto di chi comandava, nel Santuario.
“Athena…”
“Basta così – lo zittì lei – e tu, ragazzo, dimmi il tuo nome.”
Il ragazzo nel frattempo si era alzato, senza più lo scrigno di bronzo sulle spalle. Le cinghie che lo tenevano si erano rotte per effetto del colpo di Saga, e Athena vide l’emblema di Pegasus sulla superficie. Doveva essere il vincitore del torneo del giorno prima. “Mi chiamo Seiya, Athena. Ma non ho più bisogno di questo – diede un calcio allo scrigno – quindi ve lo lascio. Torno in Giappone a fare quel che avrei dovuto fare anni fa: cercherò mia sorella da solo, visto che nemmeno gli dei vogliono aiutarmi.”
“Chi ha detto che non voglio aiutarti? – replicò Athena – e poi, come speri di trovare tua sorella, così da solo? Non sai nulla, nemmeno se sia ancora viva. Non hai una casa, non hai denaro, non hai alcun mezzo per avviare le ricerche. Sei senza speranze.”
Lo sguardo di Seiya era molto simile all’odio. Ma non fu questo a toccare veramente Athena: che il ragazzo fosse furibondo era più che comprensibile, e dallo sfoggio di carattere che aveva dato di sé in quei pochi minuti era facile capire come la riflessività e l’autocontrollo non fossero tra le sue doti principali. Erano tutte cose che per Athena non contavano, mentre quello che la indusse a parlargli di nuovo anziché dire a Saga di dargli la lezione che meritava, fu accorgersi che in quegli occhi, contrariamente a quanto gli aveva appena detto, c’erano ancora delle speranze. Seiya non rinunciava, non si perdeva d’animo né l’avrebbe mai fatto, e fu per quell’indomita scintilla di coraggio che Athena disse: “Facciamo un patto, allora: combatterai per me, in mio nome, ed io metterò a disposizione della tua ricerca tutti i mezzi di cui dispongono il Santuario e la Fondazione Grado. Mezzi che tu non potresti mai possedere, da solo. Cosa ne dici?”
Seiya la scrutò con diffidenza. “E contro chi dovrei combattere?”
“C’è un traditore del Santuario – rispose Athena – se lo affronterai e lo vincerai, ti aiuterò. Cosa ne dici?”
“Chi sarebbe questo traditore?”
“Proviene dal tuo stesso orfanotrofio. Si è addestrato per sei anni in un’isola sperduta del Pacifico, ma una volta ottenuta l’armatura non ha fatto ritorno al Santuario e pare stia raccogliendo attorno a sé dei Santi rinnegati, per muovere guerra al Santuario. Il suo nome è Ikki.”
Saga ebbe un moto di stupore. “Athena, non credo che…”
“Taci, Saga.” Disse lei in tono assente e severo, e Saga si zittì.
“Ikki… mi ricordo di lui. Ma non immaginavo potesse essere passato alle Forze Oscure.” Rispose Seiya. Poi scrollò le spalle. “Cosa importa… d’accordo, affronterò questo traditore. Ma dopo voglio mia sorella.”
“Se è ancora viva, la troveremo.” Rispose Athena con calma. Seiya la scrutò ancora una volta, col distacco di un diplomatico che ha appena consegnato una dichiarazione di guerra, poi si ficcò le mani in tasca, si voltò e se ne andò, semplicemente. Lasciò lì lo scrigno e se ne andò.
“Aspetta, ragazzino! Cosa rispondi all’offerta di Athena?” cercò di richiamarlo Saga, ma la dea gli mise una mano sul braccio. “Lascia perdere. Non mi serve una risposta per capire: a Seiya non rimane altra scelta che combattere.”
Lo scrigno di Pegasus scintillava, nella luce del giorno. Glielo avrebbe fatto restituire al più presto.
Gli apparteneva.

Quella notte, mentre Seiya cercava di dormire senza riuscirci, a causa della dura punizione inflittagli da Marin, convinta che il suo allievo sarebbe stato ucciso dal sommo sacerdote per tanta insolenza (alla fine era stato Aiolia a fermarla, dichiarando che ormai il ragazzo era un Santo e che quindi doveva sapersi prendere la responsabilità delle proprie azioni, senza un maestro alle spalle che lo rampognasse), Saga si spogliò dei paramenti sacerdotali ed entrò nella stanza del bagno, impedendo ai servitori di seguirlo per attendere alle sue necessità.
Aveva bisogno di restare da solo, soprattutto perché non si fidava di quel che avrebbe potuto fare.
Si immerse nella vasca di marmo, tanto grande che volendo si poteva anche nuotarvi dentro, sedette appoggiandosi con la schiena a una delle colonne e alzò il viso verso il soffitto. La sua immobilità era totale, ma aveva il respiro affannoso come se fosse reduce da un violento sforzo fisico… o come se vi fosse ancora sottoposto.
Quella ragazzina… come osa rivolgersi così a me, al suo sommo sacerdote?
Come ho osato
io rivolgermi così a lei, alla mia dea…
Athena accresce il suo potere ogni giorno che passa… non riesco più a controllarla…
Il mio dovere era di proteggerla finchè non fosse stata in grado di gestire il Santuario da sola…
Quel momento sta arrivando…
Tutti gli sforzi fatti per fingere fedeltà alla dea in questi tredici anni rischiano di andare in fumo…
Non è stata finzione! Il mio amore per Athena è sincero!
Come ha fatto quella sciocca a sapere del complotto di Death Queen Island?
E’ la tua dea… lei sa tutto… ha il diritto di sapere tutto…
Ho tenuto insieme il Santuario e i Santi per tredici anni… non sarà una bambina capricciosa a togliermi tutto questo…
Ho tenuto il Santuario per lei… per amore della giustizia…
La giustizia…
Il potere è mio…
La giustizia…

“Basta!” Si portò le mani alla testa, serrando i pugni, tirandosi ciocche di capelli il cui colore mutava di continuo, come se due persone lottassero per prendere possesso di quel corpo… del suo corpo…
Ah, sì… il tuo corpo… il nostro corpo… perché noi siamo te… tutti noi siamo te…
Saga si alzò, tanto bruscamente che l’acqua schizzò ovunque. In quei tredici anni non aveva mai trascurato l’allenamento, malgrado gli innumerevoli impegni di sacerdote e di tutore della dea, e la sua vigoria fisica era al culmine, come in una statua di Ares, il dio della guerra, l’antitesi di Athena, la splendida divinità sanguinaria e forte che sempre si era opposta all’insignificante concetto di giustizia che Athena continuava a propugnare… la giustizia è del più forte… è mia…
La giustizia è di Athena… e io la amo…

Era troppo. Saga urlò, il grido di un uomo in agonia, e colpì la colonna tanto forte che il marmo si sbriciolò sotto le sue mani. I servitori entrarono di corsa, preoccupati, ma il sommo sacerdote gridò di andarsene, di lasciarlo solo, immediatamente, e gli uomini ripiegarono sgomenti, prima di poter vedere, nella luce incerta delle torce, il bizzarro fenomeno dei capelli di Saga che continuavano a cambiare colore, come in un folle caleidoscopio.

“Darius! Darius, sveglia! Avanti, svegliati!”
Curioso. Si trovava in una spiaggia tropicale, a bere uno sconosciuto cocktail da una noce di cocco e a guardare ballerine vestite solo di gonnellini di paglia e collane di fiori, quando una di esse, orrendamente obesa, gli si era seduta sullo sterno, e continuava a ballargli addosso schiacciandolo, levandogli il fiato e riportandolo nel Santuario, nello squallido dormitorio riservato agli apprendisti ancora senza maestro…
“Darius, svegliati subito! Porca l’oca, ce l’ho! Ce l’ho!

“…” disse Darius levandosi a sedere. Accanto a lui, Angel saltellava sul letto come un bambino la mattina di Natale. Darius provò il desiderio di dargli un pugno. “Dì, lo sai che ore sono, microbo?”
“Sì, ho guardato la meridiana prima – rispose distrattamente Angel – ma ci ho pensato tutta la notte, e finalmente ho capito come fare! Dai, vieni, andiamo!” Cominciò a tirarlo per un braccio. Darius pensò con rimpianto alle ballerine hawaiiane, poi si riscosse, sbadigliò e si decise a gettare i piedi fuori dal letto. Fortunatamente era estate e non dovette subire il tormento peggiore di tutti, quello di uscire dalle coperte tiepide per sentirsi aggredire dall’aria gelida, ma alzarsi a quell’ora antelucana, dopo un’ennesima sfiancante giornata di allenamento, era comunque sgradevole.
Cominciò a cercare i calzari sotto il letto. “Dammi una buona ragione per non farti a pezzetti piccoli piccoli, microbo.” Disse rivolto ad Angel, che tutto eccitato continuava a saltellare come una pulce.
“Non qui. Parliamo fuori. Non voglio che qualcuno ci senta.”
La sola ragione per cui Darius si lasciò convincere a lasciare il dormitorio fu che Angel era l’unico con cui si potesse parlare, in quel marasma di eterni rivali che erano gli apprendisti Santi. Sembravano tutti convinti che, per ottenere di essere addestrati da un guerriero di Athena (la qual cosa, salvo incidenti mortali, comportava quasi invariabilmente di ottenere l’investitura), la prima cosa da fare non fosse impegnarsi al massimo, ma levare di mezzo i rivali. Cresciuto in un’isoletta tranquilla delle Cicladi, Darius non era abituato a tanta ferocia tra compagni, e stava seriamente considerando di ritirarsi dalla competizione, quando aveva fatto amicizia con Angel. Questi aveva fugato tutti i suoi dubbi nel corso della loro prima conversazione con un semplice: “Ma che ti frega degli altri?”. Questione chiusa.
“Allora, per quale motivo mi hai fatto tornare dalle Hawaii?” gli chiese quando furono fuori dal dormitorio, nella notte stellata di Atene. Angel lo guardò stupito. “Lascia stare, non importa – si affrettò a rettificare Darius – dimmi solo cosa vuoi.”
Angel si illuminò tutto in viso, e in quel momento più che mai sembrò una ragazza. A volte Darius si preoccupava per lui, d’aspetto tanto fragile e femmineo, ma aveva già avuto modo di constatare che, per quanto piccolo, il ragazzino non si lasciava scoraggiare facilmente. Aveva un modo, assolutamente privo di paura, di gettarsi all’attacco senza curarsi di niente, e possedeva un carattere esplosivo perfettamente intonato ai suoi capelli rossi, che l’aveva fatto rispettare da quasi tutti i compagni. Sapeva essere anche riflessivo, però, e da quando il nobile Aiolos aveva indetto quella prova per cercare apprendisti degni di essere addestrati dai Santi d’Oro non aveva smesso un attimo di lambiccarsi, per arrivare con l’intelligenza laddove nessuno sembrava capace di arrivare con la forza. Anche Darius pensava spesso a quella freccia, conficcata lassù in cima all’obelisco, ed era giunto alla conclusione che si potesse raggiungerla solo con la perseveranza. Quella sera, invece di cenare in refettorio con gli altri, si era recato ad esercitarsi nella scalata, senza grandi risultati, ma ogni volta era arrivato un po’ più in alto. Se nessuno l’avesse superato prima, contava di farcela… in un mese o due.
Era un obelisco dannatamente alto.
La voce di Angel, tuttavia, non sembrava rassegnata neanche alla lontana come lo era lui, al riguardo. “Ho capito come farcela, Darius! Se ci sbrighiamo, prima dell’alba avremo la freccia! Ma dobbiamo essere in due, capisci? In due ce la faremo sicuramente!”
“Va bene, microbo. Smettila di saltellare e spiegami. Tanto per cominciare, il nobile Aiolos ha detto che dobbiamo farcela da soli, quindi…”
“No, ti sbagli – lo interruppe Angel – ha detto che è ammesso di arrivare in cima usando soltanto le mani!”
“E che differenza c’è?”
“Non ha specificato di chi debbano essere le mani, giusto?”
Darius lo guardò, chiedendosi se non stesse ancora sognando. “Cosa dovrei fare, lanciarti? Non sono ancora un Santo e non ce la farei. E poi, scusa tanto, ma siamo pur sempre rivali, competiamo lealmente, ma aiutarti a battermi proprio non mi va…”
“No, no. Ce la faremo insieme! Dai, vieni, ti mostro…” E lo trascinò all’obelisco. La freccia d’oro scintillava alla luce delle stelle, e Darius desiderò di poterla incoccare, un giorno. Un’ambizione smisurata, forse, ma se doveva difendere la giustizia, tanto valeva farlo a dovere, protetto da una delle corazze migliori mai forgiate dai tempi del mito… non che augurasse al nobile Aiolos di perire, chiaro…
“Allora, come pensi di arrivare lassù con il mio aiuto?” chiese Darius. Angel lo fece mettere di fronte all’obelisco e si pose dall’altra parte. Gli tese le braccia. “Prendimi le mani.” Gli ordinò.
Darius ubbidì. Quelle piccole e bianche di Angel scomparivano nelle sue.
“Adesso punta i piedi sull’obelisco e comincia a camminare.”
Darius si sporse di lato, per guardare in faccia l’amico. “Che cosa?”
“Guarda!” Angel strinse le sue mani, con una forza incredibile, sollevò un piede contro l’obelisco, migliorò la presa e vi puntò anche l’altro, usando le mani di Darius per mantenere la posizione. Darius sentì la tensione dell’amico, quando sollevò di nuovo un piede e lo spostò più in alto. Poi mosse anche l’altro, alzandosi ancora. Prima di lasciarsi ricadere a terra, Darius aveva capito perfettamente le sue intenzioni.
“Tu sei completamente matto.” Gli disse, guardando in alto. La cima dell’obelisco svettava su di loro come una vetta montana.
“Vale la pena provare, no?”
Darius esitò. Per quanto Angel fosse indomito, non aveva la sua resistenza fisica, neanche lontanamente. E per una simile impresa, occorreva essere temprati, parecchio. Se andassi a cercare un compagno della mia corporatura, potrei farcela molto più facilmente, pensò, ma sapeva che non l’avrebbe fatto. Una simile scorrettezza non era nel suo carattere, e non gli interessava vincere a quelle condizioni. Se avessero fallito, pazienza. Angel si era fidato di lui, e lui non l’avrebbe deluso.
“D’accordo, proviamo.”
Le ore che seguirono furono orribili. Ciascuno dei due doveva tirare le mani dell’altro senza cedere di un palmo, per contrastare la forza di gravità, e allo stesso tempo coordinare i passi che lentamente li portavano in cima, lottando contro i crampi dovuti alla continua tensione muscolare, cercando (almeno da parte di Darius) di non tirare il compagno troppo forte, per non spezzare l’equilibrio. Caddero parecchie volte, una da un’altezza considerevole che li lasciò doloranti e pieni di lividi, e spesso furono sul punto di rinunciare, ma in qualche modo si facevano sempre coraggio l’un l’altro e ritentavano. Quando l’obelisco cominciò ad assottigliarsi verso la sommità le cose si fecero ancora più difficili, e Darius, guardando l’amico, si sentì sicuro che stesse per cedere, che da un momento all’altro avrebbe ceduto, rilassando il corpo ormai da troppo tempo costretto a una tensione folle, e che sarebbero precipitati entrambi. Angel era paonazzo, sudato, coi tendini del collo tutti in rilievo, e sembrava fare uno sforzo immane per riuscire ancora a mettere un piede davanti all’altro. Se cadiamo da una simile altezza ci rimaniamo secchi, pensò Darius, e fu allora che arrivarono in cima. Si ritrovò davanti al naso la freccia d’oro, così all’improvviso che per poco non fu lui a mollare la presa.
Si lasciarono di comune accordo, nello stesso momento, e si aggrapparono alla punta dell’obelisco, tirandosi su. Non era certo un trespolo dei più comodi, abbarbicati lassù come bertucce, ma dopo tanto tempo passato piegati in due come compassi, a tirare violentemente l’altro, fu ugualmente un indicibile sollievo poter cambiare posizione. Darius prese la freccia e la strappò via dal granito, facendo volare nugoli di schegge verso il basso. Si impose di non guardarle mentre cadevano. Non ci teneva proprio a farsi prendere dalle vertigini, stanco com’era.
“Ce l’abbiamo fatta.” Disse Angel, con la voce ansimante e gli occhi un po’ fuori dalle orbite, ma l’espressione trionfante. Darius sorrise e gli porse la freccia. “Grazie a te.”
“Grazie a te.” Ribattè Angel. Esaminò la freccia d’oro con enorme interesse. “E’ bellissima.” Disse.
“Troppo bella per degli apprendisti. Mi domando perché il nobile Aiolos non abbia usato una freccia ordinaria.”
“Simbolismo, immagino – disse Angel, che aveva sempre la risposta pronta – poter ambire all’armatura d’oro solo grazie al sacrificio di coloro che sono morti prima di noi.” Picchiò il piede contro le iscrizioni dell’obelisco e per poco non volò di sotto.
“Pensi che ci puniranno? Non credo avessero in mente un’azione del genere, quando ci hanno detto di ottenere la freccia.” Chiese Darius, trattenendolo per un braccio.
“Né hanno detto il contrario. Ce l’abbiamo fatta solo con le nostre forze, cosa c’è di male?”
“Ma la freccia è una. Uno solo è il vincitore… tu.” Si decise a dire, per quanto non ne avesse nessuna voglia. Ma era un fatto che, se era arrivato fin lì, era solo grazie all’intelligenza svelta di Angel.
“Ce l’abbiamo fatta insieme – ribadì Angel in tono ostinato – che decidano loro chi di noi è più meritevole, no? Un altro al tuo posto mi avrebbe già buttato di sotto e si sarebbe preso tutto il merito. E nemmeno io sarei arrivato fin qui, senza di te.” Gli occhi del ragazzo più minuto si fecero tristi. “Lo sappiamo entrambi, che sei tu quello forte, tra noi. Probabilmente diranno che io posso aspettare ancora un paio d’anni. Ma intanto quassù ci sono arrivato.”
Darius ci pensò su, senza riuscirci granché bene. Era stanco morto, tutto dolorante, doveva fare numeri di vero equilibrismo per mantenersi su quella cima scoscesa e non aveva nessuna voglia di impelagarsi in una conversazione impegnativa sui rispettivi meriti. “Che decida il nobile Aiolos, allora.” Tagliò corto.
Rimasero in silenzio per un po’.
“Darius, c’è solo una cosa che mi tormenta…”
“Sì? Cosa?”
Angel aprì la bocca per parlare, ma la richiuse nello stesso momento. Sotto di loro si udì un rumore di passi e, malgrado sapesse che era uno sbaglio, Darius non seppe resistere e guardò giù. Imprecò sottovoce quando vide quanto fossero in alto, e probabilmente gli sarebbe girata la testa se la sua attenzione non fosse stata completamente attratta dalle figure che si muovevano sulla terra, centinaia di chilometri sotto di loro. Uno era un ragazzo con uno scrigno di bronzo sulle spalle, l’altra una donna Santo che Darius non conosceva.
“Ma perché devo andarmene così di notte, Marin? Domani sarei partito in aereo per Death Queen Island, senza tanti problemi!”
“Domani sarai già morto – ribattè la donna – credi che Shaina sia una che dimentica? Vuole l’armatura per il suo allievo, quella che tu gli hai portato via! Corri!”
“Io l’armatura l’ho vinta lealmente!” protestò il ragazzo in tono indignato, ma continuando a seguire la donna.
“Li conosco – sussurrò Angel – ho visto il torneo. Quel giapponese, Seiya, ha vinto contro un bestione enorme, gli ha perfino troncato un orecchio. E’ stato grandioso! Il Sommo Saga in persona gli ha conferito le sacre vestigia di Pegasus.”
Era tipico di Angel, dire anche le ovvietà. Il Sommo Sacerdote presenziava a tutte le investiture, era uno dei suoi doveri principali. Darius si sporse per guardarli prima che sparissero dietro la curva, ma ciò non avvenne.
“E’ inutile.” La donna si fermò, così di botto che il ragazzo le sbattè contro e rovinò giù per il pendio, insieme allo scrigno. Angel ridacchiò. “Ci ha raggiunti.”
“Guarda là.” Angel gli indicò la cima della collina, dalla quale stavano scendendo un gruppo di soldati semplici (uomini che avevano fallito l’addestramento da Saint, e a Darius non piaceva pensare che così sarebbe finito, se non avesse ottenuto un’armatura), preceduti dalla figura più sottile e tornita di un’altra donna. A giudicare dal suo atteggiamento, non sembrava una visita di cortesia.
“Marin, consegnami lo scrigno dell’armatura. Appartiene alla terra di Grecia, non a un’orientale che ha vinto per un mero caso fortuito.”
“Simpatica…” mormorò Darius mentre il ragazzo, Seiya, protestava vibratamente all’indirizzo dell’antagonista, che però continuava ad ignorarlo e a fissare l’altra donna. Questa tacque a lungo, poi si limitò ad alzare le spalle. “Non sono cose che mi riguardano.” Disse, e si sedette su una pietra lì vicino. “Seiya, se vuoi lasciare Atene per compiere la tua missione dovrai vedertela da solo con Shaina. Non sei più il mio apprendista, perché io ti tiri fuori dai guai. Sei un Santo.”
Quello che seguì parve smentire le parole di Marin. L’altra donna si scagliò contro Seiya, colpendolo ripetutamente come se fosse non un uomo, ma un sacco di sabbia per allenarsi. Il ragazzo cercò di reagire, e riuscì in effetti ad abbattere tutti i soldati che spalleggiavano la sua rivale, ma da lei ottenne solo di essere deriso per la lentezza dei suoi attacchi e percosso con violenza sempre crescente. Dopodichè Shaina lo gettò in fondo al dirupo, nell’oscurità.
“Vuoi concorrere per l’armatura di Pegasus? Mi sa che è di nuovo vacante.” Angel si esprimeva con la sua consueta spietata schiettezza, mentre Shaina cominciava a scendere per recuperare lo scrigno. Ma in quel preciso istante entrambi i ragazzi avvertirono qualcosa, come un calore smisurato provenire da quel crepaccio buio, qualcosa che non colpiva il corpo, ma l’animo, e Shaina venne rigettata indietro, mentre la maschera le cadeva dal volto, spezzata in due.
“Cavoli, davvero niente male!” esclamò Darius nel vederle il volto alla luce della luna, pur sapendo che, se la donna si fosse accorta dei due apprendisti aggrappati alla cima dell’obelisco come improbabili piccioni, li avrebbe uccisi all’istante. Le regole per chi guardava una donna Santo senza maschera erano ferree.
“Shaina, questo è il tuo viso? Mi aspettavo un demone, invece sei davvero carina.” Seiya era riemerso dal crepaccio, con indosso un’armatura di uno psichedelico biancorosso, dai bagliori di bronzo. Il suo cosmo ardeva ancora. Darius desiderò poter bruciare anche il proprio in quel modo, un giorno.
Marin parlò di nuovo. Il sollievo nella sua voce era indicibile. “Shaina, ti conviene ritirarti. Non puoi competere con un Santo che indossa l’armatura, lo sai benissimo.”
Shaina strinse le labbra, una goccia di sangue che le solcava la fronte. Era bellissima anche così. “La prossima volta che ci incontreremo avrò anch’io le mie vestigia – annunciò al ragazzo che la fronteggiava – allora combatterai davvero contro di me, sappilo.”
L’espressione di Seiya si rattristò, mentre si allontanava seguito da Marin. “Se è così, spero di non incontrarti mai più. Compiuta la mia missione, non avrò motivo di tornare al Santuario, e non è mio desiderio affrontare una donna. Non voglio combatterti, Shaina.”
“Fesso.” Sibilò Angel, guardando i contendenti che lentamente abbandonavano il luogo della lotta. Nessuno si era accorto di loro, fortunatamente. “Quella donna è un Santo d’Argento e ti farà a pezzetti alla prima occasione… e ben ti starebbe!”
“Angel, ma che modi sono? Gli stai augurando di morire per mano di un compagno!” lo rimbrottò Darius scandalizzato, ma Angel disse ostinatamente: “Quella Shaina indossa la maschera per essere considerata alla pari di un uomo, hai idea di che insulto sanguinoso le ha appena lanciato dicendole che la considera una donna? Si è creato una nemica terribile, se l’è cercata col lanternino!”
“Anche vincere l’armatura lealmente è stato un cercarsela?” ribattè Darius stizzito. Angel non rispose. “Dimmi piuttosto cosa ti tormentava poco fa, prima che questi pazzi venissero ad accapigliarsi proprio qui sotto.” Gli disse con malagrazia, per cambiare discorso.
“Ah…” Angel tornò serio. “Beh, mi chiedevo… adesso che abbiamo conquistato la freccia d’oro… Darius, amico mio…”
“Sì?”
“Come accidenti facciamo a scendere?”
Calò il silenzio.

 

Albeggiava.
Marin si fermò dove il sentiero si allargava e diveniva una strada, nella luce crescente del sole. “Prosegui fino al Partenone, e da lì potrai arrivare dove vorrai. Il tuo primo scontro è stato un successo, Seiya, ed hai affrontato un Santo d’Argento. Il traditore Ikki è un tuo pari, perciò parti senza timori in animo. Ce la farai.” Sorvolò sul fatto che il Santo d’Argento in questione fosse privo di armatura al momento dello scontro. Come aveva detto Aiolia, il suo allievo ormai doveva imparare a cavarsela da solo. Anche se era difficile, doveva rassegnarsi al fatto che per lei il tempo di proteggerlo era finito per sempre.
“Certo che ce la farò – rispose Seiya – perché intendo ritrovare mia sorella, ad ogni costo. Non morirò senza averla rivista, stanne certa Marin.”
La donna esitò un istante, prima di chiedergli: “Seiya, quanto hai detto a Shaina poco fa che non saresti tornato al Santuario, eri sincero?”
“Sì, Marin. Restituirò l’armatura, se necessario. Mi dispiace, ma se l’Athena che devo proteggere è capace di separare due fratelli, non voglio averci niente a che vedere.”
“Non è stata lei. E’ stato Mitsumasa Kido, Athena all’epoca era solo una bimba.”
“Non m’interessa. Non ha mai mosso un dito per ritrovare Seika malgrado mi trovassi qui a rischiare la vita in suo nome, né lei né il suo degno sacerdote. Che giustizia vi è in questo?”
Marin sospirò. “Forse un giorno capirai che talvolta la giustizia richiede grande durezza in chi la deve amministrare. L’armatura è tua, e tu possiedi uno spirito libero. Athena l’ha capito: per questo ti ha affidato questa missione.”
Seiya non rispose. Tenne gli occhi fissi sulla strada, e continuò a tenerceli, quando le disse: “Addio, Marin.”
Si avviò senza più voltarsi indietro. Non vide quindi che la sua maestra si era tolta la maschera e lo guardava, con gli occhi pieni di lacrime. Non per il dolore del distacco, ma per quello che sapeva il futuro avrebbe riservato al suo amato allievo. La sua battaglia sarebbe stata ancora molto lunga. “Arrivederci, Seiya.” Sussurrò Marin.

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