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Settembre

1 settembre

 

 

Le monotone giornate in cui continuo a prenderle (sempre meno, per la verità… o Mu comincia ad impietosirsi o io comincio ad imparare) ogni tanto si sconvolgono con cambiamenti totali. Ieri Mu si è assentato e se n’è tornato solo a sera, mi ha presa da una parte e mi ha detto, tranquillo tranquillo, che sabato parto per l’India. Devo dire che non mi dispiace affatto questo continuo viaggiare per il mondo, sopratutto visto che sono completamente spesata.

E stavolta è una vera missione. Non mi ha spiegato i dettagli, ma sembra si tratti di dare una raddrizzatina a certi fanatici religiosi di laggiù. Che bello, vuol dire che anche il mio maestro riconosce i miei progressi! E finalmente potrò darle, oltre che prenderle!

Purtroppo il mio entusiasmo è stato un po’ smorzato quando ho saputo che il mio accompagnatore sarà Shaka, l’uomo più vicino a Dio nonchè il cavaliere più antipatico del Santuario. Ma era logico che la missione fosse affidata a lui, visto che è di origine indiana (con quei capelli biondo platino… mah!), anche se sembra sia poco più che una scaramuccia e quasi non serviva scomodare un Gold. Testuali parole di Mu: “Per Shaka sarà talmente una sinecura che non ha avuto obiezioni a portarsi dietro anche te, non gli costerà un grande sforzo assicurarsi che non ti succeda niente e che magari impari qualcosa.”

Grazie mille della fiducia!

Nonostante questo, sono veramente esaltata e non vedo l’ora di andare. Anche perché per il viaggio (in aereo: Shaka potrà muoversi alla velocità della luce, ma io no, e quindi bisogna affidarsi alle vili umane tecnologie) potrò indossare vestiti normali e stare senza maschera! Tanto, anche se viaggio con un uomo, tiene gli occhi sempre chiusi, che vuoi che veda?

 

Stasera mi faccio una camomilla doppia. Continuo a dormire malissimo e a fare brutti sogni, e voglio essere ben riposata per la missione che mi aspetta. Se soltanto riuscissi a dormire una notte senza svegliarmi in un lago di sudore gelido, dopo aver visto il mondo bruciare come un immenso falò…

 

 

2 settembre

 

Sto per partire e sono in fibrillazione. Così tanto che la mancanza di sonno non mi tocca nemmeno!

Mu è di nuovo sparito da stamattina e non si trova da nessuna parte. Kiki dice che è normale, spesso se ne va senza avvertire per venti giorni, un mese, roba così. Che abbia una fidanzata segreta da qualche parte? Spero di no, o dovrò sopportare Sindel depressa da qui all’eternità.

Adesso vado. L’unica cosa che mi secca è che viaggerò in turistica mentre Shaka se ne starà spaparanzato in prima classe, a mangiare sandwich al caviale e bere chamapagne. E dovrebbe essere un asceta!

Mondo ingiusto.

 

 

10 settembre

 

Sono successe talmente tante cose che non so nemmeno da dove iniziare. A dire il vero non saprei nemmeno dire cosa è successo davvero e cosa è solo frutto della mia fantasia, perciò non mi rimane che fare un resoconto attenendomi all’ordine cronologico e cercare di chiarirmi le idee.

 

Siamo partiti che io ero uno zombie a causa non solo della mancanza di sonno, ma anche (stavolta) di quella fifa che ti prende quando fai un sogno veramente brutto: questa volta c’era qualcuno, impossibile capire chi fosse, ma con quattro braccia e di sesso femminile, che cercava di afferrarmi, mentre io cercavo di scappare, ma non potevo perché c’erano degli uomini che mi trattenevano… ci pensavo ancora mentre mi sistemavo in Classe Bestiame e tiravo fuori il Game Boy (regalo del mio defunto papà che al Santuario non ho praticamente mai usato, visto che Kiki come prima cosa l’aveva fatto sparire). Non mi ha certamente aiutata il mio vicino di posto, un galletto che ci provava come un ergastolano in astinenza da trent’anni, e alla fine ho deciso di migrare in prima classe a rompere un po’ le scatole a Shaka, che sarà antipatico quanto volete, ma almeno non avrebbe provato a palparmi di nascosto.

“In cosa consiste la missione?” gli ho chiesto dopo una serie di convenevoli a cui a malapena si era degnato di rispondere. Mi è sembrato scocciato, ma non poteva eludere una domanda così diretta, e mi ha dovuto per forza dire: “Ci sono degli eretici, se così possiamo definirli, che hanno tradito Shiva, da sempre alleato di Athena contro il male, e che sono passati alle forze oscure. La missione consiste nel riportarli sulla retta via, se possibile, oppure… punirli.”

“Ucciderli.” ho precisato io, e Shaka non mi ha corretta. La cosa mi piace poco, devo dire.

“Dove si trovano?” gli ho chiesto ancora, e Shaka stavolta si è degnato di voltarsi verso di me, anche se si ha sempre l’impressione che ti prenda in giro, visto che, anche quando ti si rivolge direttamente, tiene gli occhi chiusi.

“Il fatto che l’aereo sia diretto a Calcutta dovrebbe darti un indizio sull’ubicazione.” Mi ha detto in tono sarcastico, e io ovviamente non sono riuscita a frenare la lingua. La menzione ai probabili omicidi che avrebbe commesso in nome di Athena mi aveva alquanto maldisposta. Guerre di religione, sempre la solita storia.

“Calcutta non è proprio piccina come il mio paesello, e poi il fatto che l’aereo atterri lì non vuol dire niente. Non sai dove siano questi eretici o non vuoi abbassarti a dirmelo?”

C’è stata una pausa, durante la quale immagino che Shaka abbia dominato il desiderio di lanciarmi fuori dal finestrino. Poi ha detto: “Scoprire il loro nascondiglio fa parte della missione. E se riuscirai a tornare al tuo posto e tacere per un po’, non escludo che il viaggio di ritorno ti vedrà in buone condizioni di salute.”

Colto il sottile avvertimento, me ne sono andata e siamo atterrati senza più incontrarci. Tuttora mi chiedo se Mu non abbia voluto farmi un dispetto, mettendo una rompiscatole come me insieme al più taciturno, ascetico, alienato tra tutti i Cavalieri. Che Shaka non mi volesse in mezzo ai piedi era palese, ma è stato comunque abbastanza gentile da concedermi un po’ di tempo per riprendermi dal viaggio: tempo che ho passato a dormire su un letto di una camera d’albergo che dovrebbero dichiarare repubblica degli acari. Ma figurarsi se uno come Shaka si degna di notare simili quisquilie! Scommetto che se non erano altri a prenotare il biglietto, lui non si sarebbe neanche accorto se viaggiava nella stiva o in cabina di pilotaggio. Ha lasciato lì tutte le leccornie del pranzo senza neppure toccarle, se lo sapevo me le sarei pappate io prima di tornare in Turistica.

Mi sono svegliata dopo un’oretta perché Shaka mi scuoteva. “Che succede?”

“Vorrei saperlo io – mi ha risposto – chiedevi aiuto ad Athena ed eri in lacrime.”

Mi sono toccata la faccia e ho visto che veramente avevo pianto nel sonno. Buffo. Non mi ricordavo di avere sognato alcunchè.

“Dobbiamo andare?” gli ho chiesto, per sviare, e lui ha annuito.

“Mu mi ha detto che sai badare a te stessa – ha aggiunto – ne sono lieto, perché non so se avrò tempo per proteggerti. Su, alzati.”

(tanto per precisare, avevamo camere separate che comunicavano per una porta interna, non fatevi idee strane)

Siamo usciti in strada, nella sporcizia e nell’indescrivibile atmosfera esotica di Calcutta, verso una destinazione a me ancora ignota.

 

La prima tappa è stata l’incontro, in una piazzetta sudicia e invasa dai mendicanti, con un indiano la cui vicinanza era tollerabile a stento, e giusto se ti mettevi sottovento. Shaka non ci faceva assolutamente caso, mentre si metteva a parlare in un hindi stretto che io ovviamente non capivo nemmeno per sbaglio. Dopo un po’, il tizio si è accorto della mia esistenza (intanto io cercavo di liberarmi di un mendicante che mi si era attaccato ai jeans) e mi ha detto, in un pessimo inglese: “Lei signorina apprendista?” Accennando con la testa a Shaka. Il solo pensiero mi ha fatta rabbrividire.

“No, io apprendista di amico di Shaka. Uno simpatico.” Visto che non riuscivo a scuotermelo, ho dato una moneta al mendicante e quello se n’è andato tutto contento, per lasciare il terreno a un altro che ha preso il suo posto. Dopo tre minuti non avevo più spiccioli e meno male che ero insieme a un Gold, o penso mi avrebbero rubato anche le mutande.

“Vostro nome?” Ha perseverato il tizio.

“Luna G. Il tuo?”

“Jayaprakesh Mutkanandaji, per servirla.” (1)

Almeno, questo è il nome che ho poi trovato su un dizionario dopo essermi sforzata di trovare un costrutto in quello che alle mie orecchie suonava come uno starnuto molto lungo.

“Salute.” Ho risposto infatti, istintivamente, e Shaka mi ha lanciato un’occhiataccia (non so come ci riesca, a occhi chiusi, ma fidatevi, è assolutamente espressivo).

“Il tempio di Shiva non è lontano, cominceremo le ricerche da là. Jayaprakesh, facci strada. E tu – ha aggiunto, rivolto a me – nel tempo che impiegheremo ad arrivare, contemplerai tutti i possibili significati dell’espressione ‘muta come una tomba’, è chiaro?”(2)

Direi che era abbastanza chiaro.

Dopo circa sei ore di cammino ininterrotto eravamo alla periferia di Calcutta e io avevo imparato come, per un Cavaliere, il concetto di ‘non molto lontano da qui’ sia alquanto diverso da quello che è il suo significato comune. Cominciavo a boccheggiare quando ci siamo ritrovati circondati da guerrieri solo vagamente simili ai Cavalieri di Athena, perché avevano sì delle armature, ma indossavano anche quelle tuniche tipicamente indiane, tutte ripiegate su se stesse a formare gonnellini e strascichi vari. Mi sono allarmata, ma Shaka sembrava tranquillo, così ho cercato di mantenermi impassibile, cosa non facilissima perché a quel punto avevo capito che eravamo in una specie di altro Santuario, cioè un luogo celato alle persone comuni, inaccessibile salvo che a pochissimi. La maschera, che mi era toccato indossare appena scesa dall’aereo, mi ha aiutata molto a celare le mie espressioni. I guerrieri, dopo essersi accertati che eravamo amici, ci hanno lasciato passare, impassibili come statue e dandomi l’impressione che mi avrebbero potuto staccare la testa dal collo al primo gesto sbagliato.

Il tempio era un delirio di architettura orientale, elefanti, tartarughe, colonne affusolate che reggevano cupole appuntite, divinità dalle fattezze di animali e, in un angolo, dentro una nicchia chiusa da pesanti sbarre di ferro, una statua che mi ha totalmente sconvolta, tanto che ho dimenticato l’ordine di Shaka per tirargli una manica.

“Chi è quella?”

Shaka si è liberato dalla mia presa, ma è stato abbastanza cortese da degnarsi di rispondermi. “Quella è Kalì, l’aspetto malvagio di Parvati, sposa di Shiva. E’ la dea della morte e della distruzione.”

“E… cosa ci fa qui?” Ho chiesto, senza riuscire a staccare lo sguardo da quella figura ghignante, dalla carnagione livida e quattro braccia, ciascuna che brandiva un’arma diversa. I denti erano appuntiti come quelli degli squali.

A quel punto Shaka deve essersi accorto che qualcosa mi disturbava, perché si è fermato e ha usato un tono un po’ più gentile. “È imprigionata qui, non certo venerata. Finché il cosmo giusto di Shiva la tratterrà in questo luogo, la dea maledetta non potrà risorgere.”

Ho guardato ancora quella statua e… beh, ormai l’avrete capito, no? Sembrava uscita dai miei incubi. Ho aperto la bocca per dirlo a Shaka, ma in quel momento Jayaprakesh ha detto: “Speriamo che abbiate ragione, venerabile Shaka… speriamo sia sempre come dite.”

“Cosa intendi?” Gli ha chiesto Shaka.

“Sono i Thugs! Sono loro, venerabile! Hanno tradito Shiva e la sua sposa Parvati, si sono votati alla dea maledetta e hanno giurato di vederla risorgere! Hanno riesumato l’antico culto soppresso, ed è per questo che voi siete qui ora! Per fermarli, ricondurli alla ragione, o per spedirle nuovamente nell’oblio!”

“I Thugs…” Per un momento Shaka mi è sembrato preoccupato. Io non avevo capito niente, se non che si preparavano guai.

Siamo andati verso la zona del tempio che aveva indotto i seguaci di Shiva a chiedere l’aiuto di Athena (il dio Shiva non si è reincarnato in quest’epoca, perciò i suoi guerrieri hanno spesso bisogno di aiuti esterni… qualcuno mi spiega perché sono sempre i malvagi e mai i buoni, a capire l’utilità dell’essere presenti?).

 

Continuo domani…

 

 

11 settembre

 

Shaka si è fermato davanti al muro devastato e mi ha detto, in uno slancio di dovere didattico: “Che cosa vedi?”

Io ho guardato bene. “Un buco nel muro.” Ho risposto. Shaka non mi ha rotto la testa contro detto muro, ma suppongo che gli sarebbe piaciuto.

“Intendo come appare questa distruzione.” Ha specificato inespressivo, e io ho deciso di rimanere seria, almeno per un po’.

“I bordi sono vetrificati, quindi chiunque abbia lanciato il colpo che ha perforato questa parete sa padroneggiare temperature molto elevate.” Ho detto, e Shaka ha annuito, sollevato di vedere che tutto sommato sapevo mettere insieme qualcosa di sensato.

“Non un guerriero da poco, ne convengo. Perciò fai attenzione a non trovarti in mezzo allo scontro, quando sarà il momento di combattere.”

Jayaprakesh Mutkanandaji (salute!) ha detto: “Riteniamo che abbiano cercato di trafugare le sacre statue del tempio, anche se i nostri guerrieri sono riusciti a respingerli. Ma tanta protervia deve essere punita, venerabile Shaka!”

“Le statue?” ho chiesto, perplessa. Mu mi aveva detto che potevo fare tutte le domande necessarie a capire, ero lì proprio per imparare.

“Le statue divine sono potenti – ha spiegato Shaka – sarebbe come se qualcuno cercasse di depredare il Santuario della statua di Athena.”

“A parte che ci vorrebbe un montacarichi per farlo e non è proprio agevole da portare giù dal Santuario, che differenza farebbe? Che poteri ha?”

Shaka ha esitato un attimo prima di rispondere. “Augurati di non scoprirlo mai.” Ha detto poi, e non ha aggiunto altro.

Io ho pensato a quell’orribile statua di Kalì e mi sono venuti i brividi, all’idea che qualche malvagio potesse prenderla e pensare di usarne i poteri.

“Andiamo.” Ha detto Shaka, passando attraverso il muro distrutto senza badare a chi lo seguiva. “Ma dove…” ho cominciato a chiedere, ma Jayaprakesh Mutkanandaji (salute!) mi ha fatto cenno di tacere. Non si disturbano i Gold nell’esercizio delle loro funzioni.

Abbiamo raggiunto i confini del tempio, li abbiamo superati, io già mi chiedevo quante altre ore ci sarebbe stato da camminare, quando ho sentito qualcosa… una specie di perturbazione, come un vento freddo, che però non colpiva il corpo, ma l’anima, lo spirito… qualcosa di ostile, che intimoriva, o almeno ci provava. Il tempo di guardarmi attorno ed eravamo circondati da decine di guerrieri che indossavano una sorta di gonnellino a perizoma, un turbante, un pugnale dalla lama ricurva e brandivano minacciosamente lunghi lacci dall’aspetto molto robusto. Una situazione davvero pericolosa.

Il tempo di dire hu? e i guerrieri che ci avevano circondati erano già al tappeto. Shaka non sembrava neppure essersi mosso, ma aveva certamente fatto qualcosa alla velocità della luce. Impossibile a dirsi, so solo che si è eretto in tutta la sua considerevole statura e ha declamato ad alta voce: “Manifestati, chiunque tu sia. Temi forse le forze della giustizia?”

No, non le temeva, a giudicare da come è arrivato sulla scena, con un magnifico doppio salto mortale e un sorrisetto arrogante. E cacchio se se lo poteva permettere, di essere arrogante! Perché se mai ho visto un maschio rivaleggiare con Milo in fatto di bellezza virile, era proprio lui. Tipicamente indiano, scuro scuro, capelli neri legati dietro la nuca, occhi nerissimi, alto, muscoloso… da levare il fiato. Ha lanciato un’occhiata circolare tutt’intorno, e quando ha guardato me mi sono sentita raggelare… poi è tornato al suo diretto avversario e ha detto: “I guerrieri di Shiva sono ridotti al punto di dover chiedere aiuto ad Athena, che umiliazione. Shaka della Vergine, io sono Ashura, servitore della Somma Dea.”

“La Somma Dea? Di chi parli, guerriero dal nome di demone?” ha chiesto Shaka, e Ashura ha sorriso con aria di scherno.

“Tu lo sai, chi.” Ha risposto.

Poi è sparito. Non intendeva combattere, non contro un Gold senza avere ragionevoli garanzie di vittoria.

Jayaprakesh Mutkanandaji (salute!), tutto tremante, ha cominciato a balbettare qualcosa di incoerente, Shaka è tornato da dove eravamo venuti, io l’ho seguito meccanicamente, senza neanche accorgermene. Perché naturalmente sapevo chi era la dea e Shaka lo sapeva e Jayaprakesh Mutkanandaji (salute!) lo sapeva e tutti quanti sapevamo che si stavano preparando grossi guai.

Nel tempio di Shiva, la statua di Kalì sembrava deriderci, con quel suo ghigno da squalo.

 

Shaka ha deciso di tornare subito al Santuario, per avvertire che non era una scaramuccia priva di importanza e che bisognava stare all’erta. Era più importante che perdere tempo a colpire dei soldati che i guerrieri di Shiva potevano vincere in qualunque momento, diceva, e così abbiamo preso congedo e siamo tornati in aeroporto, senza aver fatto praticamente niente.

“Vogliono riportare in vita la dea della distruzione? – gli ho chiesto sull’aereo – ma cos’hanno in testa?”

Non che creda che esistano davvero, tutti questi dei e reincarnazioni varie, ma se vuoi viaggiare a Roma, devi parlare latino, e non era proprio il momento di avviare una discussione filosofica su ‘Dio esiste?’.

“Quando l’avrai scoperto, ti prego di rivelarmelo.” Ha risposto Shaka, poi ha tirato fuori quel suo rosario buddista e si è messo a sgranarlo, un implicito messaggio a levarmi dai piedi. Naturalmente ho fatto finta di non capire.

“E come possono riportare in vita una dea? Nessuno può fare una cosa simile, che io sappia!”

Shaka ha fatto finta di non sentirmi e ho dovuto ripetere un bel po’ di volte, prima che capisse che a ignorarmi perdeva solo il suo tempo.

Mi ha guardata (vabbè si fa per dire) con aria insofferente e mi ha detto: “Tre sono le condizioni essenziali per portare in vita una divinità: i suoi guerrieri, il suo potere, il suo corpo. La prima condizione esiste già. La seconda è imprigionata nel tempio di Shiva, protetta dal sacro cosmo del dio: finché la statua di Kalì rimarrà nel tempio, la dea maledetta non potrà risorgere.”

“Ah, bene, allora stiamo tranquilli.” Ho detto io, e naturalmente Shaka non mi ha badata e ha continuato come se niente fosse: “La terza condizione è la più difficile, e non comprendo come possano ottenerla… far reincarnare Kalì su questa terra. Ciò non è alla portata di un essere umano, soprattutto perché non esiste, in quest’epoca, una stirpe che possa dare un corpo di carne alla dea corrotta.”

“Si vede che si accontenteranno della prima bistecca che trovano.” Gli ho detto, e a quel punto me la sono battuta, perché il cosmo di Shaka iniziava ad essere un tantino troppo pericoloso.

 

Così siamo tornati al Santuario. Ho cercato di dire a Shaka che avevo fatto dei sogni a proposito della dea, ma lui mi ha risposto che dovevo parlarne col mio maestro, e così ho aspettato che fossimo di nuovo alla Prima Casa. Ah, che meraviglia essere di nuovo insieme a gente civile! Kiki stava esercitandosi a far volare dei macigni di circa cento quintali l’uno, Mu aveva liquefatto la roccia per tenersi in esercizio, e tutto ciò era profondamente rassicurante del menage familiare che ormai conoscevo così bene.

“Sei tornata.” Ha detto il mio maestro nel vedermi, e sembrava davvero contento perché quasi sorrideva. Shaka gli ha fatto un rapido resoconto di quel che era successo, aggiungendo anche che avevo fatto dei sogni al riguardo, e Mu ha detto che probabilmente ho qualche facoltà di precognizione, così, come se niente fosse, e poi è passato a parlare d’altro, mentre io per poco non sono svenuta.

Robetta da poco, presagire il futuro, eh!

Al momento di andarsene, Mu ha detto a Shaka che i Bronze mancanti sarebbero presto arrivati al Santuario, non appena saranno in grado di camminare, perché al momento sono un tantino ridotti al lumicino. Se non ho capito male, è successo nell’inondazione dello scorso anno, quella che mietè un milione e passa di vittime.

Scommetto che se chiedo al Santuario, saranno capaci di dirmi che anche quella era opera di qualche divinità malvagia, figurarsi!

“Mi auguro che Seiya non venga qui per cercare sua sorella. Marin dovrebbe disilluderlo al riguardo, e dopo tutti questi anni è improbabile che sia ancora viva.” Ha concluso Mu, e io, soprappensiero: “Ah, era Seiya, non Seitan. Mi pareva strano…”

A questo punto la faccia di Shaka ha iniziato a contorcersi, come se volesse trattenere una forte emozione. Io ho fatto per ritrarmi, perché temevo che il Cavaliere della Vergine alla fine esplodesse e mi linciasse, ma Shaka di colpo è caduto seduto sulla roccia dietro di lui, scosso dai singhiozzi, cercando di controllarsi, ma senza successo. Mai visto nessuno sbellicarsi così, le lacrime gli scendevano dagli occhi (chiusi)… era come se se la fosse tenuta da un pezzo, e alla fine avesse ceduto. C’è voluto un bel po’ prima che si calmasse, mentre Mu Kiki e io lo fissavamo allibiti, e ha dovuto aspettare che si esaurisse ogni minimo fremito prima di riuscire di nuovo a parlare.

“Ti prego, Mu – è stato un sussurro agonizzante – non mandarmi più in missione con questa… è da quando siamo partiti che cerco di controllarmi, ma non ce la faccio più… è troppo buffa, ogni volta che parla… precipito dal Nirvana…” E giù di nuovo a scompisciarsi.

Mu ha inarcato un sopracciglio, guardandomi. “Se ti interessa, nessuno aveva mai visto Shaka ridere, prima d’ora.”

“Vorrei che la smettesse di ridere di me.” Ho ringhiato io, ma era tempo perso, Shaka al solo sentirmi parlare ha avuto un altro attacco e a quel punto me ne sono andata, fumante di rabbia.

L’uomo più vicino a Dio? Il Buddha di quest’epoca? Mavafanculo!

 

 

17 settembre

 

…e rieccoci tornati al presente. Phew! Mi sono dilungata parecchio sulla mia prima autentica missione (anche se alla fine sono stata bidonata: andare in missione con un Gold significa fare da spettatori e basta), visto che sembra ci saranno delle grosse conseguenze… intanto continuano i miei sogni, anche se Mu ha deciso di insegnarmi a controllare questa specie di potere che sembro sviluppare man mano che imparo a bruciare il cosmo. Mi ha spiegato che molte persone possiedono dei doni soprannaturali, ma essi rimangono allo stato latente finchè non viene loro insegnato ad usarli, proprio come sto facendo io. Che forza, siamo tutti dei superuomini e non lo sappiamo!

Certo che magari un potere più comodo, che so la telecinesi o la lettura del pensiero, anziché una facoltà che mi fa passare le notti in bianco e avere incubi che farebbero piangere Dario Argento, non sarebbe stato male.

Mu mi ha proposto l’ipnosi, ci devo pensare. Non che creda a tutte le storielle sulle persone che si mettono ad abbaiare o a lanciarsi dai burroni a comando, però non mi va molto di essere ‘invasa’ così. Mu dice che mi preoccupo per niente, e che se riuscisse a portare alla luce i meccanismi di questo mio dono saremmo a cavallo. Gli ho risposto che sarebbe magnifico essere a cavallo, per un Cavaliere, e lui mi ha spedita a fare venti giri di corsa del Santuario.

Non cercate mai di fare dell’umorismo, con un Gold.

Intorno al quindicesimo giro, quando cominciavo ad avere allucinazioni su oasi nel deserto e meravigliosi orfanotrofi dove avrei potuto trovarmi anziché essere lì a sputare i polmoni, ho incontrato Sindel che tornava da qualche commissione fuori dal Santuario.

“Cia… cia… ao… Sin… del…” E sono cascata seduta sull’erba a boccheggiare.

“Oh, Luna.” Una pausa. “Ti alleni?”

Ho annuito senza parlare, in parte perché non ce n’era bisogno, in parte per conservare quel poco fiato che stavo recuperando con quella pausa. Avete la minima idea di quanto è grande il Santuario e di quanto ci vuole per fare anche un solo giro completo?

“Come va… alla Prima Casa?” Mi ha chiesto Sindel con un’indifferenza tale che chiunque avrebbe capito cosa voleva sapere.

“Bene, Mu è davvero una brava persona e un ottimo maestro, non credevo. Perlomeno quando le prendo è per sbaglio e non di proposito come con Marin.” Ho risposto, e Sindel è diventata rossa rossa. Sapevo cosa voleva chiedermi e l’aspettavo al varco già da parecchi giorni, ormai.

“Mu… ti piace?” Mi ha infatti chiesto, e che sollievo è stato poter finalmente mettere le cose in chiaro.
“Gli sono affezionata, ma non mi piace, no.” Poi, per rassicurarla ulteriormente, ho aggiunto senza riflettere: “A me piace un altro, sai…”

Sindel ha rizzato le orecchie. “Davvero? E chi?”

Non so perché, ma gliel’ho detto. Forse per spirito di fratellanza, visto che temo nessuna di noi abbia la benchè minima speranza (Sindel forse qualcuna in più, bella com’è… non c’è maschio nel Santuario che non darebbe un braccio, per essere notato da lei). Mi ha fatto i complimenti per il mio buon gusto e ha riconosciuto che siamo veramente sceme, a puntare così in alto, ma tanto, sono sogni e se non si può puntare in alto nei sogni… Mi ha anche informata che Milo no, non è fidanzato e pare non sia interessato a nessuna delle sue numerose spasimanti, hurrà!

Anzi, che gioisco a fare, sono anch’io una delle sue numerose spasimanti, se non è interessato devo deprimermi, altro che gioie. Sigh.

Ad ogni modo sono tornata alla Prima con Sindel, e cretedemi andare in giro con lei è oltremodo distruttivo per l’ego di una donna. Cioè, passa Sindel e vedi le teste che si voltano, le cose che cascano dalle mani, le conversazioni che muoiono, i ragazzi che inciampano… passo io ed è come se passasse il nulla, il vuoto, lo zero più assoluto. Sindel avrà anche la maschera regolamentare, ma tutto il resto garantisco che farebbe svenire chiunque. Se andasse in giro a volto scoperto, non oso immaginare a cosa succederebbe nel Santuario. E Sindel come credete viva tutto questo? Vanità? Compiacimento? Irritazione? Ma credete che lei si accorga dell’esistenza di altri maschi, all’infuori dell’unico che la tratta con cortese distacco e che da lei non ottiene altro che un “…” agonico?

Certo che sono complicati i rapporti tra uomini e donne, qui nel Santuario. Ho proposto a Sindel di levarsi la maschera davanti a Mu, così sarà costretto a mettersi con lei o ad ucciderla, e dubito sarebbe così idiota da optare per la seconda scelta, ma lei ha riso come se avessi fatto una battuta. Non lo era. Oh dico, queste maschere serviranno pur a qualcosa, oltre che a impedirti di soffiarti il naso?

 

PS: La scorsa notte nel mio sogno c’era anche Ashura, e sembrava tutt’altro che ostile, nei miei confronti. In effetti, pareva quasi che mi venerasse. Ma sapevo che non ero io, l’oggetto della sua venerazione. Io ero solo quella che vedeva le cose, in prima persona certo, ma non ero io quella che venerava.

(quando mai un uomo attraente può notarmi?)

Sto diventando pazza.

 

 

19 settembre

 

Esperimento con l’ipnosi fallito. Ho semplicemente descritto i sogni in maniera più dettagliata, ma non c’è stato modo di eliminare l’angoscia che mi perseguita a causa di quegli incubi. Mu ritiene che dipenda dal fatto che devo imparare a convivere col mio ‘dono’, e non a oppormi ad esso. Fa presto lui a parlare, che la notte dorme! Se sognasse, come capita a me, una città nereggiante sullo sfondo di un immane incendio, cosparsa di minuscole figure umane che si contorcono mentre bruciano, su cui giganteggia una figura di donna con quattro braccia, non so quanto sarebbe tranquillo!
Intanto però non rimangono con le mani in mano: i Gold non fanno che riunirsi e conferire con Saori, perché non intendono aspettare la prossima mossa dei Thugs. Secondo Kiki dovrebbero distruggere la statua, bruciarla, farla a pezzi, ma non credo che questo servirebbe a granchè. Non so perché, ho quest’impressione, e Mu è della mia stessa idea (o io sono della sua, visto che il maestro è lui). “Kali è la dea della distruzione, in essa si trova a suo agio – ci ripete sempre – la distruzione della statua potrebbe essere proprio ciò che desidera.” Mu ritiene che la statua di Kalì sia la sua prigione, più ancora del tempio.

Sembra che Shaka tornerà in India per un ulteriore sopralluogo, spero senza di me, se Athena mi vuole un po’ di bene. E se mi vuole molto bene, farà sì che la prossima riunione dei Gold si faccia alla Prima, così potrò rivedere Milo almeno per un po’.

Se facesse tutto questo per me, sarei disposta perfino a credere che esiste!

 

 

20 settembre

 

La brezza gli scompigliava dolcemente i capelli, i suoi occhi erano fissi nei miei… nessuno dei due parlava, mentre i nostri volti si avvicinavano sempre di più…

“Oh, Milo…”

Ero scossa da fremiti di emozione… no, ero scossa e basta… ho aperto gli occhi e avuto il primo infarto della giornata ritrovandomi davanti la faccia ghignante di Kiki.

“Ooooooh, Miiilooooooooooo…” Mi ha rifatto il verso, abbracciandosi da solo e sbaciucchiando l’aria. Ho preso la sveglia e gliel’ho tirata addosso, ma centrare un ragazzino con poteri di teletrasporto è pura utopia, e la sveglia si è fracassata contro il muro.

A colazione ero ancora sconvolta: il mio segreto, il mio terribile, inconfessabile, irrealizzabile segreto, a conoscenza di un bambino dispettoso, capace di qualsiasi cosa! Ero talmente cupa e taciturna che Mu mi ha chiesto cosa avevo. “Niente, niente” mi sono affrettata a rispondergli, e Kiki, subito: “Io lo so cos’ha!”

“Non ho fame, punto.” Ho ringhiato impugnando la forchetta come un’ascia, ma Kiki ha continuato imperterrito: “Le verrebbe fame di colpo, se ci fosse una certa persona, qui con noi…”

“Chiudi il becco, piccolo scarafaggio!”

“Lei non vuole mangiare le uova, vuole mangiarsi Mi…” (3)

A quel punto sono balzata su e ho sollevato per la collottola quel mostriciattolo, che però si è teletrasportato dietro di me e mi ha rifilato un calcio negli stinchi. Mi sono voltata con l’intenzione di commettere un delitto, quando Mu si è alzato, facendo volare me da una parte e Kiki dall’altra. Mi sono rialzata tutta dolorante e Mu mi ha fronteggiata con l’espressione più irata che gli ho visto da quando sono arrivata qui.

“Finché non imparerai a controllarti e limitare le distrazioni, non riuscirai mai ad ottenere risultati significativi.” Mi ha rampognata, poi si è voltato verso Kiki che se la stava ridendo: “E vale anche per te!”

Le parole di Mu sono andate dritte a segno. Non riesco ancora a rompere nemmeno un sassolino, ho troppi pensieri per la testa e non so mai a frenare la lingua. Ma che ci faccio qui al Santuario?
Con questi pensieri ho lasciato la Prima Casa e me ne sono tornata al posto dove mi alleno da sola, quello dove ho incontrato Milo la prima volta. La pietra con cui mi esercitavo era ancora lì, e l’ho odiata a morte. Mi vergognavo anche, perché Mu ha fatto moltissimo per me, e in cambio ha avuto solo grattacapi. Ma che ci faccio qui al Santuario? Mi chiedevo. Io che non credo nemmeno in Athena e che detesto portare questa stupidissima maschera…

Mi sono alzata e stavo soppesando in mano la pietra che, ero sicura, non sarei mai riuscita a frantumare, quando ho sentito che alle mie spalle c’era qualcuno. Mi sono girata e, seduto sulle stesse rocce dell’altra volta, quasi nella stessa posizione, c’era Milo che mi guardava. Quel posto doveva piacere molto anche a lui.

E potrete capire quanto ero abbacchiata, perché mi sono limitata a dirgli: “Ah, ciao…” senza nessun tentennamento. Solo in seguito ho realizzato che quella era la prima volta che riuscivo a spiccicare parola in sua presenza.

“Qualcosa ti turba?” mi ha chiesto, scendendo dalla roccia e venendomi più vicino. Io mi sono accorta che avevo ancora la pietra in mano e l’ho rimessa giù, per non sembrare proprio completamente scema.

“Niente. Tutto a posto.”

“Hai un’aria così corrucciata… quali pensieri offuscano la tua mente?”

E io, senza nessuna grazia né diplomazia, anzi in tono quasi aggressivo: “In realtà mi sto solo chiedendo cosa ci faccio qui al Santuario, visto che non riesco a combinare niente e credo di non essere tagliata per questa vita. Nulla di particolare, come vedi.”

“Sei qui da poco tempo, non devi pretendere troppo da te stessa.”

Quel tentativo di ammansirmi mi ha dato fastidio quel tanto che bastava da farmi replicare a muso duro: “E nemmeno credo in Athena, sono atea, perciò non ha senso che resti, non ti pare?”

Ho aspettato l’esplosione di un Gold che vede messo in dubbio ciò che per lui è quanto di più sacro esista al mondo, invece niente. Milo si è stretto nelle spalle, come a dire bah, pazienza.

“Non credo che Saori Kido sia Athena. Per come la vedo io, è una fesseria completa. Sono tutte palle.” ho ribadito, pensando che se dovevo farmi odiare, tanto valeva fare le cose per bene. Speranze non ne ho, quindi perché continuare a scodinzolargli dietro?

“Non sei la sola ad aver creduto questo – mi ha detto invece Milo – tutti noi Gold, per lungo tempo, abbiamo ritenuto che Athena non fosse la fanciulla che ora ci governa.”

“E cosa vi avrebbe fatto cambiare idea?”

“Il suo cosmo.” ha risposto lui, semplicemente. “Quando lo sentirai, non avrai più dubbi.”

“Se lo dici tu.” ho risposto, scettica. Avrei voluto dirgli che il problema non era dubitare di Saori, ma di Athena, e stavo per farlo…

“Non lasciare il Santuario – ha detto Milo di punto in bianco – i risultati arriveranno.”

“No, non è vero.” ho ribattuto, ben decisa ad essere antipatica fino in fondo. Ma Milo, niente. Ha guardato ai miei piedi.

“Ti stai esercitando con quella pietra?”

“L’idea sarebbe questa, sì.”

“Brucia il tuo cosmo – mi ha detto – permettimi di aiutarti, se non ti offende.”

“Ma sì – ho risposto – un Gold non è riuscito a cavare niente da me, meglio che ci si mettano in due!”

Milo si è accigliato. “Mu non si incaponirebbe, se non fosse certo al di là di ogni dubbio delle tue facoltà e della tua forza d’animo. Un momento di debolezza può capitare a chiunque, l’importante è riscuotersene e perseverare nell’obiettivo stabilito.”

“Uh… mi stai facendo la predica, per caso?”

Milo ci ha pensato su. “Sì.” ha detto, sorridendo. A me è venuto da ridere, così ho deciso di fare quel che mi chiedeva. Il cosmo, bruciare il cosmo, non era questo il genere di richiesta che speravo di avere da lui! Ma tanto qui al Santuario niente può andarmi bene, tanto vale che mi accontenti.

Mi sono concentrata più che potevo, liberando la mente dalle distrazioni (e credetemi, con Milo lì a due passi, è stato uno sforzo erculeo), e ho provato a spaccare la pietra, senza naturalmente riuscirci minimamente. In compenso mi sono annientata la mano, ma pazienza, ormai ci sono abituata e sono riuscita a non saltellare imprecando tutt’intorno, come faccio di solito. Mi era rimasta ancora un po’ di dignità, e grazie alla maschera non si sono viste le mie smorfie di dolore.

Mi sono voltata verso Milo e l’ho visto impressionato. “Notevole – ha mormorato – davvero notevole…”
“Se non l’avessi visto, la pietra è ancora lì bella integra e intatta. Aspetta che vado a prendere un martello, così la facciamo finita…”

Milo mi si è avvicinato ancora, mi ha preso i polsi, li ha sollevati all’altezza degli occhi e mi ha detto: “Non cercare di controllarti così ferocemente. Se non accetti ciò che sei, non riuscirai mai ad ottenere il meglio da te stessa. Il tuo cosmo è così forte perché tu sei forte, e lo sei perché la tua mente è sempre rivolta verso qualcosa. Privarti di quel qualcosa significa privarti della possibilità di riuscire. Il cosmo è dentro di te, in tutto ciò che è dentro di te.”

Io ero troppo impegnata a dominare le vertigini per il fatto che Milo continuava a tenermi i polsi, e sono riuscita solo a dire: “Eh?”

Lui ha alzato gli occhi al cielo. “Colpisci e basta, senza perdere tempo a pensare!”

Ecco, dico io, ci vuole tanto ad esprimere un concetto così semplice? Anche perché non pensare è proprio la mia specialità. Milo si è spostato per lasciarmi agire e io sono tornata ad accanirmi su quella stramaledettissima pietra. Ho preso giusto il tempo necessario per caricarmi un po’, cosa molto semplice perché ero ancora talmente arrabbiata per via della lite con Kiki da essere praticamente una bomba in attesa di esplodere. Ho tirato un cazzottone a tutta forza, e, grazie Athena (anche se non esisti), perché l’ho sentita cedere e frantumarsi sotto la mano! Le schegge mi sono rimbalzate contro la maschera, ho scavato un cratere dove prima c’era la pietra, ed ero così esaltata che mi sarei messa a saltellare tutt’intorno. Non l’ho fatto giusto perché avevo un pubblico a cui volevo fare buona impressione…

Milo ha fatto un clap–clap–clap di soddisfazione per la mia soddisfazione. “Ci saresti arrivata comunque, ma sono lieto che sia avvenuto adesso che ne avevi maggiormente bisogno.” Si è chinato, ha raccolto un frammento della pietra e l’ha guardato tenendolo tra due dita.

“Io… grazie…” gli ho detto, e se fosse stato chiunque altro, Mu, per esempio, gli avrei gettato le braccia al collo. Ma era Milo e abbracciarlo era decisamente troppo, per il mio coraggio, così gli ho soltanto teso la mano da stringere. Milo mi ha sorriso (regalandomi così una bellissima immagine prima di addormentarmi, da qui all’eternità) e se n’è andato, facendosi saltellare tra le mani il frammento di pietra.

Io sarò rimasta lì per almeno altre due ore, a macellare pietre con una goduria mai provata da quando sono arrivata al Santuario. È così semplice! Basta andare d’accordo con se stessi, non cercare di reprimersi come avevo sempre fatto io. Che bello, questo significa che non devo più cercare di tenere a freno la lingua!

 

 

21 settembre

 

Dialogo botta e risposta tra Mu e la sottoscritta:

(accusatorio)”Chi ti ha insegnato a bruciare il tuo cosmo in questo modo?”

“Hu? Beh, ecco… insomma, ho ottenuto dei risultati, no?”

“Chi te l’ha insegnato?”

“Beh, ecco?”

“Il nome!”

“Milocavalierediscorpio, signore!”

Mu non ha detto niente. Io mi sono azzardata a chiedere: “Ma perché, non va bene?”

Mu ha sospirato. “Speravo di insegnarti a controllarti e bruciare il tuo cosmo in uno stato di calma spirituale, cosa che sarebbe stata utile anche al tuo carattere… ma pazienza, ormai è fatta. Sono felice dei risultati che hai ottenuto.”

Sospetto però che la ragione per cui si è assentato stamattina è che sta andando a prendere per il collo Milo… povera me! Proprio adesso che ero riuscita a farci un po’ amicizia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(PIÙ TARDI)

 

Io agisco prima di pensare, si sa. Anzi, di solito non penso proprio. Oggi pomeriggio, invece di andare a pranzo in mensa con tutti gli apprendisti, ho deciso di recarmi all’ottava casa per scusarmi con Milo di avergli creato tanti problemi.
Questa è la prova che a volte penso, perché sono partita dalla prima casa come se andassi al patibolo, ma ben ferma nella mia risoluzione: col pretesto di scusarmi, potevo ben rivederlo, no? E ho iniziato, per la prima volta da che sono al Santuario, la scalata delle Dodici Case.

Avrei potuto prendere una delle scorciatoie, ma se qualcuno mi avesse vista sgattaiolare furtivamente dalla Prima all’Ottava chissà cosa ne avrebbe ricavato. Passando per la via principale ho dato alla mia visita un’aura di ufficialità che mi metteva al di sopra dei pettegolezzi.

La Seconda era vuota (sicuro come l’oro che il suo custode era a pranzo) e l’ho passata senza problemi. Anche la terza è vuota, ma l’atmosfera che c’è dentro è alquanto strana, tutte quelle luci e ombre, calore e gelo, bene e male… sono uscita che mi girava la testa e un po’ barcollando mi sono avviata alla quarta.

Che, francamente, dovrebbero demolire e ricostruire da zero. Stando a quanto ho sentito sul defunto custode di questa casa, non mi sorprende che l’aria lì dentro sia come quella di una catacomba, ma vi assicuro che entrarci non è per niente piacevole, è come mettere piede sul set di un film di Romero sapendo che non è finzione e che i morti viventi vi salteranno addosso da un momento all’altro. Brrrr!

Nella quinta ho trovato Aiolia, il Gold che la presiede. È stato molto cortese con me, non credevo. Con quello che gli avrà raccontato Marin sul mio conto… Ha solo voluto sapere la ragione di quella mia salita, e gli ho detto che avevo una commissione da sbrigare all’Ottava, limando un po’ la realtà. Tanto, anche se lo riferisce a Mu, non ci sono ragioni di rimproverarmi (spero).

La casa seguente l’avrei volentieri evitata, e sono entrata sperando che non ci fosse nessuno. Naturalmente, siccome la fortuna è sempre dalla mia, Shaka se ne stava tutto accartocciato nella posizione del loto a meditare, e io ho pensato di sgattaiolare via senza farmi vedere, ma Shaka mi ha detto dietro: “Guarda che ti ho vista. Cosa vuoi?”

“Hu… solo passare, devo andare all’Ottava.”

“Per quale motivo?”

“Una commissione…” ho detto io, scegliendo con cura le parole per evitare di farmi di nuovo scoppiare a ridere in faccia. Shaka non ha risposto, non si è spostato e alla fine me ne sono andata. Appena fuori dalla casa però gli ho fatto una linguaccia, il gesto dell’ombrello e marameo con le dita. E, da dentro la casa, la sua voce mi ha raggiunta: “Anche adesso ti ho vista!”

Sono scappata a tutta velocità.

La settima è la casa più normale di tutte, vuota anch’essa Perché il suo custode risiede a Goro–ho, Cina, e il clima dentro è più che accettabile.

E infine sono arrivata all’Ottava…

Entro con le gambe che mi tremano. “Yu–huuu? C’è nessuno in casa?” È stato il mio brillante esordio. La voce echeggiava in una maniera davvero esagerata, e avrei dato non so che per andarmene, ma ormai era troppo tardi. I passi del Cavaliere di Scorpio si avvicinavano, e prima che potessi rendermene conto lui era davanti a me, splendente nell’armatura d’oro, il mantello che gli oscillava intorno alle caviglie, quegli occhi profondi come l’universo affondati nei miei, a tenermi inchiodata come un insetto trapassato da uno spillo…

“Buongiorno – mi ha detto – cosa ti conduce nella mia casa? Devi forse raggiungere una delle case superiori, o la Tredicesima?”

“No… ero diretta proprio qui. Volevo – mi è mancata la voce per un momento – volevo parlarti…”

Milo mi ha guardata interrogativo.

“Ecco, io… credo di averti causato dei problemi ieri, e se per causa mia c’è stata qualche divergenza col mio maestro Mu me ne dispiace davvero… io non immaginavo…”

“Oh, non preoccuparti, non è nulla di serio.” Mi ha risposto Milo allegramente, così allegramente che ho capito che cercava di non farmi sentire a disagio, e mi ci sono sentita ancora di più, com’è ovvio.
“Qualsiasi cosa possa fare…” ho cominciato, ma Milo ha alzato una mano e io sono stata zitta all’istante (con nessun altro mi sarei zittita tanto in fretta, sigh, quanto mi piace!).

“Quando ti ho aiutata ieri sapevo che Mu non l’avrebbe gradito. È stato molto scortese da parte mia interferire con la sua linea di condotta per quanto riguarda il tuo addestramento, il torto era unicamente mio. Tu hai soltanto seguito il mio consiglio, non hai alcuna colpa se non quella di aver avuto fiducia in me, e spero che questo incidente non la faccia venire a mancare.”

“Oh no, no no…” ho risposto subito io. Perdere fiducia in lui? Farebbero prima a resuscitare i Cavaliere morti dal cimitero del Santuario!

“Quindi non c’è altra ragione per non considerare chiuso l’episodio – ha concluso Milo – spero ad ogni modo di esserti stato utile.”

“Oh sì, sì sì…” balbetto io, poi qualche neurone ha deciso di dare un segno di vita e mi è venuto in mente di chiedergli: “Ma se sapevi che a Mu non sarebbe piaciuto… Perché l’hai fatto?”

Milo non ha risposto subito e mi è venuto il dubbio di essere stata inopportuna (e con nessun altro mi sarebbe venuto questo dubbio, tengo a precisarlo, sigh, mi piace troppo!), ma alla fine ha detto, con un tono basso basso che quasi non si sentiva: “Desideravo che non fossi più così triste, ecco tutto.”
Ed è calato il silenzio, se escludiamo quel rombo crescente che era il battito del mio cuore a mille. Ho aperto la bocca senza sapere cosa dire, ma in quell’istante un’ombra nera enorme, minacciosa, si è stagliata all’entrata dell’Ottava e Milo si è parato tra la sottoscritta e il pericolo. È stato stupendo sentirsi protetta da lui, anche se l’avrebbe fatto per chiunque altro.

“Milo, per fortuna ti ho trovato! Devo parlarti, è successa una cosa… ah, ci sei anche tu, tanto meglio. Puoi ascoltare, riguarda anche te, riguarda tutti nel Santuario.” Aldebaran si è avvicinato con quei passi pesanti che quasi fanno tremare il pavimento, e Milo lo ha invitato a parlare.

Aldebaran mi ha guardata e mi ha detto: “Quel tuo amico, Jayaprakesh Muktanandaji, lo ricordi?”

“Come scordarlo, con un nome così.” ho risposto io.

“Ebbene, è morto.”

Ci sono rimasta secca.

“È stato ucciso.” ha precisato Aldebaran, guardando Milo, il quale gli ha chiesto, ovviamente, chi era stato.

Io sapevo la risposta prima ancora che parlasse, ovviamente. Coi sogni che faccio, sarebbe strano il contrario, no?

“I Thugs, seguaci di Kalì. Si sono introdotti nel tempio di Shiva e hanno fatto una vera e propria strage… ma non è nemmeno questo il peggio. La statua di Kalì custodita nel sacrario… è stata trafugata. È nelle mani dei Thugs, adesso.”

 

 

 

venerdì, 23 settembre 2005

Lati positivi: Mu non bada nemmeno più alla mia esistenza e posso riposarmi senza che venga nessuno a tirarmi macigni in testa per farmi allenare. La mia testa ringrazia.

Lati negativi: essere un’apprendista significa che sei tagliata fuori da tutto. Nessuno mi dice niente, anzi, ho l’impressione che Mu si sia dimenticato anche di averceli, due apprendisti. Finora ho ricavato solo  che sono arrivati lancia in resta i Bronze mancanti e sono curiosissima di vedere questo Seiya di cui parlano tutti, erede di Aiolos del Sagittario nonchè il grande amore non corrisposto di Saori. Per snobbare una dea, dovrebbe come minimo essere una summa super partes tra Milo e Apollo, no?

La situazione è tale che ho fatto pace con Kiki per riuscire ad avere più notizie. Mentre io copro le sue assenze lui si teletrasporta in giro per scoprire le novità, e la cosa si è rivelata molto utile, visto che sembra che mio padre venga continuamente citato. La cosa inizia a puzzarmi, sono molto inquieta.

Tra l’altro vorrei parlare con Mu a quattr’occhi, Perché stanotte ho fatto un altro sogno, più allucinante degli altri: io ero Athena e Athena era me, con la maschera e tutto… mah!

 

(PIU’ TARDI)

 

 

Svelato il motivo per cui Kiki, mentre lustrava con l’orecchio le serrature delle porte, sentiva continuamente il nome di papà. Oggi pomeriggio, mentre facevo finta di allenarmi (Sindel e Haruko, dopo un iniziale momento di libertà, sono state ripescate da Marin e rispedite ad esercitarsi, con sommo rammarico di Sindel che penso prima o poi pianterà una tenda davanti alla Prima), è arrivato Mu e mi ha detto che aveva un compito da affidarmi.

Mi ha portata nello stanzone dove sono parcheggiati gli scatoloni coi libri di papà e mi ha detto, come se fosse la cosa più naturale del mondo, che a me era affidato l’alto ufficio di trovare informazioni su Kalì tra le ricerche di mio padre. A me è quasi preso un colpo, perchè come lavoro potrà non sembrare chissà che pesante, almeno paragonato agli allenamenti spaccaossa, ma credo di non avere ancora chiarito esattamente la portata degli studi di papà: per far arrivare qui la sua biblioteca intera si sono mobilitati due camion, presente?

“Ma mio padre era uno studioso di cultura classica, non ci sarà niente lì dentro!” Ho cercato di dire io, per evitare l’orrido destino, ma Mu era fin troppo ben informato sul conto di papà.

“E la sua laurea in lingue e culture orientali? Stava conseguendo un dottorato sulle culture hindi, o sbaglio?”

Sono stata zitta. Papà aveva sei dico sei lauree, di cui due ad honorem. Parlava più lingue di Babelfish di Altavista (e le parlava molto meglio, tengo a precisare) e quando è morto stava meditando di iscriversi a un corso di antropoogia. Papà, se mi senti, mi compariresti in sogno per spiegarmi cosa ti costava collezionare francobolli anzichè lauree, come tutti i papà normali?

“Comincia a cercare, Luna cara. E già che ci sei, metti in ordine questa baraonda, è ora che ti decida.”

“Io e quale esercito?” Ho chiesto sconfortata.

“Cerca di fare presto, pur senza trascurare niente, d’accordo?”

E se n’è andato lasciandomi lì, in mezzo a pile e scatoloni di libri in pericolante equilibrio, con il profondo desiderio di appiccare fuoco a tutto quanto.

Diventerò miope, lo so.

sabato, 24 settembre 2005

Mio padre era un grande.

Sono rimasta in piedi tutta la notte soltanto per riordinare un pochino, almeno per dividere i libri a seconda delle lingue in cui sono scritti, e Mu è stato così gentile da aiutarmi un pochino, una volta tornato dall’ennesima riunione alla Tredicesima. Credetemi, la telecinesi è utilissima quando si tratta di spostare scatoloni. Ma non potevo avere un potere simile, anzichè quello di fare sogni spaventosi e inutili?

“Comincia dai libri in sanscrito – mi ha raccomandato alla fine il mio maestro, lasciandomi alle prese con il monumentale compito di catalogare tutto – se c’è qualcosa, è certamente lì.”

“Ma certo, i libri in sanscrito, come non pensarci subito?” ho replicato sarcastica al mio maestro che usciva, e sarà un caso, ma mentre Mu si richiudeva la porta alle spalle ignorandomi, una pila mostruosamente alta di libri mi è franata addosso facendomi non poco male, perchè erano libroni grossi così rilegati come minimo in cemento armato.

Mi sono messa a frugare tra la robaccia scritta in caratteri incomprensibili, e sollievo, immenso sollievo quando ho visto che papà aveva tradotto accuratamente ogni cosa! Potevo leggere senza dover portare pacchi e pacchi di libroni fino alla Tredicesima per sottoporli al vaglio degli esperti!

Mio padre era un grande.

Così ho iniziato ad addentrarmi nella lettura, e più mi addentravo tra i volumoni lasciatimi in eredità dal più celebre (e pagato) studioso del Santuario, più scoprivo cose che voi mortali…

Per cominciare, riporto un assaggino di che bel personaggio sia Kalì:

 

Il mondo è dolore,

O terribile sposa di Shiva

Tu divori la carne;

O terribile sposa di Shiva,

La tua lingua beve il sangue,

O Madre Oscura! O madre ignuda.

O diletta di Shiva

Il mondo è dolore.*

 

Il fatto che sia una delle spose di Shiva probabilmente spiega perché la sua statua si trovi nel tempio del dio, sotto chiave e ben custodita, ma intatta. O forse è solo che una divinità non può essere uccisa, al massimo resa momentaneamente impotente. Ovvio che parliamo di un momentaneamente molto relativo, qualche migliaio d’anni o giù di lì. Considerando che quella riportata è un’invocazione a Kalì, vorrei che tornasse momentaneamente a dormire.

Ma non è neanche questo il peggio:

 

Ora vegliano i terrori del luogo, assediato

da nemici fitti e malvagi; le fiamme

Dalle pire funerarie levano parche la loro luce cupa,

Intasate di carnosa preda, a dissipare

La penombra paurosa che li accerchia. Pallidi spettri

Folleggiano con demoni abietti, e la loro ebbrezza stonata

In acute grida spendenti echeggia intorno.

Tutti salutano l’Era di Kalì.

L’era di Kalì è cominciata.

Tutti salutano l’era di Kalì.

Il Canto di Kalì ora s’intona.*

 

Queste righe erano piene delle annotazioni di papà, le quali sono anche più paurose dei versi in sè. Ne riporto qualche stralcio.

Kalì è la dea della morte, delle fiamme dele pire funerarie, e dalle fiamme delle pire funerarie essa risorgerà. Così ha scritto mio padre.

Quando Kalì risorgerà dalle ceneri della pira, dalle ceneri del sacrificio consumato in suo nome, ovunque nel mondo, uomini e donne, vecchi e bambini, virtuosi e dissoluti, tutti saranno condotti al cospetto della dea affamata, per il sacrificio che le spetta. Questo ha annotato mio padre.

 

L’Oscurità che ti nasconde e ti ammanta, ai tuoi piedi

Ondeggia; gli artigli turbinanti squarciano

La mezzaluna sulla tua fronte; dall’orbe squarciato

Stilla nettare gocciolante, e ogni teschio

Che ingemma la tua collana ride di orrida vita.*

 

Tanto per precisare le aspirazioni di questa dea, se qualcuno ancora avesse dubbi…

Sui suoi seguaci non c’era molto, e quel non molto è più o meno già risaputo. I Thugs, o Strangolatori, appartengono a un culto che fu messo fuori legge già dagli Inglesi nell’800, a causa dell’efferatezza dei suoi rituali, che vanno dal sacrificio di un bambino maschio ogni novilunio al rogo rituale delle vedove sulla pira del marito. E io che pensavo che Ashura fosse attraente… ma ve l’immaginate che bella fine rischierebbe di fare la sua compagna, date le altissime probabilità che un guerriero lasci la pelle in battaglia?

Basta, non voglio preoccuparmi ancora di più. Mostrerò a Mu quel che ho trovato sui libri di papà, poi deciderà lui.

lunedì, 26 settembre 2005

Stamattina ho acchiappato Mu prima che uscisse per la decimillesima riunione e gli ho ficcato in mano il pacco di fogli fotocpiati di tutto quello che ho scoperto, facendogliene un rapido resoconto. Lui mi ha fatto i complimenti per la rapidità con cui ho ottenuto dei risultati, ma quando gli ho detto dei miei ultimi sogni è rimasto un po’ pensieroso. “PArlerai di tutto questo con lady Saori?” ho chiesto io.

“No.” Ha detto Mu. Ci sono rimasta male, con tutto quello che avevo lavorato.

“Lo farai tu. Le scoperte sono tue.”

Così siamo saliti alla Tredicesima a chiedere udienza ad Athena (Saori, così dicono… va bè).

Siamo entati in una stanza arredata discretamente in stile Versailles e appena più piccola della Sicilia, con Saori che stava suonando il pianoforte attorniata dalla sua corte di Saints adoranti. Alcuni erano decisamente appetibili, c’era un biondino con lo sguardo stile “ho visto tutto della vita e niente che mi sia piaciuto molto”, un tale coi capelli lunghi lunghi che pareva un antico samurai, un ragazzo che sembrava più giovane di me, dall’aspetto molto delicato, il tipo che a Hollywood farebbe furore tra le ragazzine, più una schiera di cameriere e l’immancabile pelatone con la faccia da idiota. Tatsumi, si chiama, e appena mi ha vista se n’è andato farfugliando che aveva da fare. Sospetto che non ami la mia compagnia, da quella volta che l’ho lanciato attraverso l’aereoporto di Tokyo… oh beh.

Saori ci ha visti, si è interrotta ed è partita con l’orgia di presentazioni, “Questo è Shiryu, questo è Hyoga, questo è Shun… questo è Seiya!”

Io ho aspettato che dicesse ‘cucì, scherzetto!’. Il tipo in questione se n’era rimasto stravaccato sul divano a leggere fumetti fino a mezzo secondo prima, non l’avevo nemmeno notato. Non ho parole. *QUELLO* sarebbe Seiya? Il grande amore non corrisposto di Athena, il più forte di tutti i Cavalieri,l’erede dell’eroe Aiolos del Sagittario?

Lui mi ha stretto la mano dicendo: “Piacere, sono Seiya.” e io, d’istinto: “Ah, mi spiace…”

Meno male che ho parlato a media voce e credo nessun altro abbia sentito, quanto a Seiya, mi sa che non ha capito. Meglio così. Magari è simpatico, o ha altre doti nascoste… me lo auguro, per Saori. Perdere i propri anni migliori dietro quel tappo, con tutto il bendidio che c’è in giro da queste parti, ma Athena non doveva essere la dea della saggezza?

Per me Saori non è Athena.

Mu mi ha richiamata all’ordine con una discreta e dolorosissima gomitata: ero lì non per valutare il cicisbeo di milady (vabbè non è questo che ha detto il maestro, mia infioritura), ma per informarla sulle recenti scoperte. Cosa che ho fatto.

“Bene, Luna, le notizie che porti sono tutt’altro che rassicuranti, ma è pur sempre qualcosa.” ha detto alla fine Saori, con un sospiro. Io ho fatto una specie di sorriso, mi sono ricordata che con la maschera non si vedeva e l’ho ringraziata a voce. Saori stava per aggiungere altro quando Seiya ha parlato di nuovo, e quel che ha detto mi ha colpita allo stomaco come un cazzotto del mio maestro. Cosa che, in senso molto stretto, era esattamente quanto era avvenuto.

“Mu ha fatto proprio bene a farti venire qui nel Santuario in caso ci fosse bisogno di qualcuno che sapeva come gestire gli studi di tuo padre. Certo che…”

“Con il vostro permesso Athena, vi sono ancora molti testi da consultare, vorremmo ritirarci.” lo ha interrotto in tutta fretta Mu, ma ormai il guaio era fatto, perchè di colpo avevo capito tutto. Le domande a cui non ero riuscita a rispondermi di colpo erano perfettamente chiare.

Perchè far venire al Santuario una ragazza già grande, quando gli apprendisti sono tutti dei bambini?

Perchè farmi portare tutta l’immensa biblioteca di papà?

Perchè sopportare una rompiscatole nel Santuario quando gli apprendisti che vengono presi a pedate nel sedere dai loro maestri, qui, sono all’ordine del giorno?

Non ho fatto scenate. Sono stata zitta finchè non siamo tornati alla Prima. Per la verità ero solo curiosa di sentire cosa avrebbe detto Mu, ma anche lui è stato muto finchè la porta non si è richiusa alle nostre spalle. Allora ha detto, in un tono esitante che è stato più rivelatore di mille spiegazioni: “Shiryu, Hyoga e Shun si erano offerti di aiutarti, oggi pomeriggio arriveranno e…”

“Bene.” Volevo dire solo quello, ma ormai mi conoscete, no? Sono esplosa. Mi sentivo ferita. Triste. Arrabbiata. E tradita.

Io mi ero fidata di Mu, ci avevo creduto quando aveva detto che voleva evitarmi l’orfanotrofio perchè l’aveva promesso a papà, potete immaginare cosa ho provato nello scoprire che per lui ero soltanto una specie di segnalibro vivente?

“Così finiamo il lavoro e io posso andarmene, una volta esaurito il mio compito! Caspita, non sia mai che un uomo pagato dal Santuario osi morire prima di aver finito di lavorare per voi, perchè in quel caso sarà sua figlia a pagare il debito! Bene, volevi i libri, tieniteli, visto che sono la sola cosa che ti interessa!”

Mi veniva da piangere, e forse per quello Mu non mi ha tirato il ceffone che qualsiasi altro maestro avrebbe tirato a un allievo che osasse parlargli così.

“La minaccia è grave, Luna. Se Kalì risorgerà sarà la fine per tutti, è una situazione d’emergenza, e tu come apprendista del Santuario hai il dovere di aiutarci nell’impedire che ciò accada. Il lavoro di tuo padre era prezioso, era tutta la sua vita, e le sue scoperte potrebbero aiutarci a…”

“Oh, lascia perdere. Ho detto che farò quello che vuoi.” Ho tagliato corto, e me ne sono andata. Inutile discutere.

Non ho pianto. Ero troppo furiosa per piangere. Se quello che Mu voleva erano solo i libri, perchè tormentarmi con gli allenamenti, poi? E sì che lo sa, quanto li detesto.

E quanto detesto lui. E me stessa, per avergli creduto.

 

Nel pomeriggio sono venuti Hyoga e Shun. Shiryu, grande assente, se n’era andato non so dove per parlare col suo maestro, buon per lui che ha un maestro di cui si fida. Sono veramente abbattuta per questa cosa, e credo che sia stato il solo motivo per cui le cose sono andate come sono andate. Mentre ci rovinavamo la vista sui libri, sotto la mia direzione (eh sì, come bibliotecaria sono veramente brava, Mu l’ha proprio vista giusta), Hyoga ha sospirato, dicendo che la cosa più utile sarebbe stata scoprire l’ubicazione del tempio di Kalì, ma è veramente difficile, non è che i Thugs abbiano lasciato in giro mappe con segnato in rosso il punto dove si trovano. Insomma, siamo un po’ a un punto morto.

“Che peccato che io non controlli ancora il mio dono di precognizione, così potrei aiutare anche in questo senso, no?” Ho detto io, ed ero sarcastica, perchè il bruttissimo pensiero che Mu avesse avuto in animo di sfruttare anche questo mio dono non mi è solo passato per l’anticamera del cervello. Ottimizzare i profitti, come dire. Certo, il potere mi si è risvegliato qui al Santuario, prima neppure io sapevo di averlo, ma Mu sa sempre qualcosa più degli altri, chi può escludere…?

Hyoga, naturalmente, non ha colto la mia amarezza, perchè non aveva gli elementi per farlo. “Già, sarebbe davvero utile. Se fossi il sommo sacerdote, potresti salire alla Star Hill per avere le visioni più facilmente, è l’usanza…” e si è di nuovo chinato sul volumone polveroso che gli avevo consegnato da leggere.

Nessuno ha più nominato la cosa, nemmeno io, ma non ce n’era bisogno, perchè mentre guardavo senza vederle le pagine fitte fitte della calligrafia di papà, un’idea prendeva piede nella mia mente.

Sono qui soltanto per dare informazioni, giusto? Bene, le darò, visto che ci tengono tanto. Non sono io a stare a cuore a nessuno, da quando è morto papà a nessuno importa più un fico secco di me, e se credevo che per Mu fosse diverso sono stata solo una stupida. Alla Star Hill si può prevedere il futuro leggendo il movimento degli astri.

Io sono stufa, stufa, stufa, di fare sogni spaventosi di morte e distruzione. In un modo o nell’altro, voglio uscire da questa storia.

Ho deciso.

Andrò alla Star Hill.

martedì, 27 settembre 2005

Sono ancora viva. Non proprio come nuova, ma viva.

Credo di aver esagerato con l’ottimismo, quando ho creduto di poter scalare la Star Hill così, come se fosse un esercizio di alpinismo. Senza addentrarmi troppo nei dettagli, che fanno ancora male (ohi ohi ohi), quando alla fine mi sono arresa e sono tornata alla Prima, Mu ha interrotto quel che stava facendo per venirmi incontro, esaminare le ferite e commentare, preoccupato: “Capisco la dedizione, ma non puoi allenarti così duramente, o morirai in una settimana. Vatti a riposare.” E mi ha lasciata tranquilla tutto il giorno. Mi è sembrato che si sentisse in colpa nei miei confronti, per quel che mi frega.

Sarà un crampo o la milza spappolata, quel dolorino che sento?

Avevo quasi deciso di lasciar perdere, quando mi è tornata in mente una cosa che Marin ha detto, i primi giorni che ero qui al Santuario, e cioè che lei aveva scalato la Star Hill, durante la guerra delle Dodici Case. Perciò non occorre essere il Sommo Sacerdote, basta anche essere un Saint particolarmente dotato, per farcela! Quindi delle due l’una: o divento un Saint nelle prossime, diciamo trentasei ore, oppure ne trovo uno disposto ad assecondarmi in un’impresa folle, stupida, basata solo su una supposizione, e che sia abbastanza forte da poter scalare la Star Hill portandosi appresso il peso morto di un’apprendista. Inoltre deve fregarsene delle regole del Santuario, al grido di ‘il fine giustifica i mezzi’, per accettare la mia proposta.

Ho parlato col Cavaliere in questione poco fa, trascinando le mie stanche ossa fino alla Tredicesima, e lui ha accettato senza nemmeno tentennare, anzi felicissimo che finalmente si passi all’azione. Tenteremo nuovamente stanotte, sperando che nessuno ci becchi, o Mu ci taglia a fettine sottili sottili e le usa per riparare le armature. Salire alla Star Hill se non si è sacerdoti è una leggerissima blasfemia.

Forse non è poi così male, questo Seiya.

venerdì, 30 settembre 2005

Oggi la febbre è scesa a un livello umanamente accettabile, perciò posso aggiornare le ultime novità. Parto dalla fine, con un messaggio Pubblicità Progesso: come non si mettono coltelli in mano ai bambini, non bisogna MAI mettere la Star Hill a disposizione di una chiaroveggente alle prime armi. Oh, le visioni arrivano, eh, altrochè se arrivano, ma gli effetti collaterali di un cosmo come quello che alberga lassù, quando ti piomba dentro in tutta la sua forza, stenderebbero chiunque. Sono fortunata ad essere ancora viva.

E adesso torno all’inizio.

Scesa la notte sono uscita zitta zitta dalla Prima Casa e sono arrivata sul luogo dell’appuntamento. Il mio primo appuntamento, e l’ho sprecato con quel tappo! Non è giusto.

Seiya aveva indosso la sua armatura, una cosa troppo tamarra con quei colori psichedelici biancorossi, ma forse mi sono abituata troppo bene con l’eleganza delle Gold Cloth. Mi ha chiesto se ero proprio sicura, io gli ho risposto chiedendogli se aveva qualche idea migliore, e abbiamo cominciato la scalata.

Non mi sono mai sentita così peso morto. Già per lui era faticoso risalire quella stramaledetta altura, ma dovendo anche aiutare me sono passate ore e ore, prima di arrivare, ammaccati e senza fiato in corpo, in cima alla Star Hill. Sono andata giù boccheggiando e Seiya pure. Poveraccio, ne parlo tanto male, ma ci sono stati momenti, in quella scalata da incubo, in cui si arrampicava portandomi in spalla, senza una lamentela e preoccupandosi di non farmi cadere. Ed è anche stato il primo ad alzarsi, dicendo che era ora di fare qualcosa.

“Come riesci ad avere le tue visioni?” mi ha chiesto, e giuro che non avevo nessuna intenzione di sfotterlo quando gli ho risposto: “Di solito mi metto a dormire.”

Da lassù si gode di un panorama mozzafiato di tutto il Santuario, del tempio sotto il quale si snodano le Dodici Case, della meridiana che torreggia su tutto, dell’acropoli e, più in là, del Partenone, sempre pieno di turisti che ignorano cosa ci sia a così breve distanza. Ah, ad aver avuto una macchina fotografica!

Seiya mi ha tirata per il gomito, richiamandomi all’ordine. E’ troppo buzzurro, ecco. Comunque io ero talmente stanca che non avevo grosse obiezioni al fatto di mettermi a dormire, anche se questo significava richiamare, con ogni probabilità, quesi sogni tremendi.

La Star Hill non è molto grande, e il tempietto costruitovi sopra è progettato per meditare, non per abitarci, quindi mi sono semplicemente buttata sull’altare, con Seiya che ammirava il cielo stellato sopra di noi. E ce n’era da ammirare, credetemi, non ho mai visto né credo rivedrò mai più, un cielo simile. Non esiste in nessun altro luogo, ne sono certa: era come se qualcuno avesse steso un velluto nero sopra una luce abbacinante, e quel velluto fosse tutto liso e bucherellato, tanto da far trasparire parte della luminosità sottostante, creando l’universo. Meraviglioso.

Guardavo le stelle e mi sentivo sempre più stupida, sempre più stanca e sempre più infreddolita (un’ara di marmo non è precisamente il posto più confortevole dove prendere sonno). Me ne stavo lì, sempre più a disagio, quando mi sono accorta che non ero più alla Star Hill, ma in mezzo a una giungla rigogliosa e fittissima, con le scimmie che saltavano per le liane e serpenti che strisciavano su monoliti semisommersi dalla vegetazione.

Era iniziata la visione.

Era tutto diverso rispetto ai soliti sogni, stavolta vedevo e toccavo le cose, potevo camminare e sentire, e mi sono mossa per la foresta, Finché non mi si è parata davanti una tigre. Neanche il tempo di spaventarmi che la tigre è di nuovo scomparsa nel folto, e ho visto che in quel punto partiva un sentiero, anzi, una vera e propria strada sterrata. Il sentiero portava a una radura, una grande radura, e in mezzo ad essa…

 

Il mondo è dolore,

O terribile sposa di Shiva

Tu divori la carne;

O terribile sposa di Shiva,

La tua lingua beve il sangue,

O Madre Oscura! O madre ignuda.

O diletta di Shiva

Il mondo è dolore.*

 

I seguaci di Kalì erano davanti alla statua trafugata dal tempio di Shiva. Tra di loro quattro spiccavano su tutti, per le loro armature dai colori lucenti. Ciascuno aveva in mano un’arma, la più inconsueta delle quali era sicuramente la fiamma che ardeva nel palmo di un guerriero dall’armatura rossa. Il mio vecchio amico Ashura aveva una spada, e gli altri due, identici come gemelli, avevano rispettivamente un’ascia e un arco con la freccia incoccata.

Le braccia di Kalì erano tese, le mani vuote.

Ed ecco, le quattro armi erano nelle mani della dea, e in un lampo ho capito che i quattro guerrieri erano i Thugs, prescelti da Kalì e suoi prediletti. Tutti gli altri, attorno, indossavano soltanto perizoma e turbante, e avevano appeso alla cintura un laccio, che, con l’onniscienza della mia condizione, ho capito subito essere il laccio con cui strangolavano le loro vittime. Jayaprakesh Muktanandaji è stato ucciso con quello, ho capito in quell’istante.

La statua di Kalì era vera, viva, non era affatto una statua, e si muoveva, ma non poteva spostarsi dal suo piedistallo. Non poteva Perché non era un corpo, e la missione dei suoi Thugs era proprio quella: far sì che la dea avesse un corpo, Perché potesse infine risorgere.

Come farete, pensavo, ditemi come volete fare e dove vi trovate, avanti…

Tutto è diventato confuso, a quel punto, le visioni hanno iniziato a susseguirsi con una velocità vorticosa, ma non per questo erano meno esplicite della precedente: Saori esanime, che lentamente impallidiva e perdeva forze, sul piedistallo davanti a Kalì, un sacrificio per la resurrezione della dea; Aldebaran avvolto nelle fiamme, ma miracolosamente ancora vivo; Seiya che si trascinava su per i gradini del tempio, privo dei cinque sensi, ma non della speranza…

Poi tutto ha cominciato a girare, a rimpicciolire, e di colpo mi sono trovata in alto, tra le nuvole. Era folle, ma vedevo il territorio sotto di me, come in una carta geografica, e per un brevissimo momento ho individuato il tempio di Kalì, nella giungla, prima di precipitare… precipitare… precipitare…

Era l’alba quando sono tornata alla Prima. Ho preso una cartina dell’India, di quelle belle dettagliate, e ho segnato il punto che mi ricordavo. Non dico di averci preso al centimetro, ma un’area di qualche chilometro, o anche qualche decina di chilometri, è un bel progresso rispetto all’India intera.

Mi sono infilata sotto le coperte scossa dai brividi, e quando Mu è venuto a chiedermi Perché non mi fossi alzata per tempo per l’allenamento, quasi non l’ho sentito, perché le orecchie mi ronzavano in maniera insopportabile. Ricordo poco di quel che è seguito, se non che bruciavo e mi sentivo gelare e insomma è stata proprio un’influenza coi controfiocchi, nella quale per poco non ci lasciavo la pelle. La punizione per aver voluto servirmi di un potere al di sopra della mia portata, immagino.

Ops, sento arrivare qualcuno. Meglio che vada, visto che ci sono ne approfitto e faccio la malata ancora un po’. Dove ho ficcato il termometro?

 

 

 

* Brani di poesia tratti dal romanzo di Dan Simmons, il Canto di Kalì.

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