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Schierare le pedine

Il cosmo era immenso, buio, gelido. Eppure, bruciava. Come un animale affamato, azzannava la cometa d’oro che saliva alla costellazione della Vergine, assalendo lo sparuto baluardo di vita umana in essa contenuta.

“Smettila! Io lo esigo, te lo ordino! Smetti di bruciare il tuo cosmo, o esso finirà per arder  anche i nostri corpi! Ci oscureremo in un mondo di luce!”

“Non posso farlo, lo sai bene. Perché se rinunciassi, se ora cedessi, io avrei forse salva la vita, ma i miei fratelli non troverebbero scampo… lo vedo nel tuo animo, Santo d’Oro, che tu stesso dichiari intoccato da pietà verso alcuno. Eseguiresti gli ordini del Santuario, ed io non posso permetterlo, non ora che ho ritrovato me stesso!”

“Ma perché? Perché sei disposto ad arrivare a tanto? A che giova una vittoria, se non sei più vivo per gioirne?”

“Oh, Santo della Vergine… dici di aver raggiunto l’Illuminazione del Nirvana, e non comprendi una cosa tanto semplice?”

“No, no, no, smettila, desisti dal tuo proposito, io comprenderò! Io posso capire!”

Calore… immenso gelo e sconfinato calore, una cometa incandescente nel gelo del cosmo siderale. Se non avesse fatto subito qualcosa, si sarebbero inceneriti come meteore per il semplice attrito con la vastità dell’universo. L’universo, sconfinato e immenso… non solo nelle quattro dimensioni conosciute, ma in molte altre, inaccessibili a chiunque tranne che ai Santi d’Oro…

“Tu non perderesti forse la vita, in nome di Athena?”

“Athena è la dea della giustizia…”

“E per cosa combatti in nome di Athena? Io, per salvare i miei fratelli. E tu?”

Shaka, Santo d’Oro della Vergine, ammutolì, mentre le vestigia cominciavano a sbriciolarglisi addosso, ma senza procurargli alcun dolore, perché non si trovavano già più su quel piano di esistenza. Il cosmo era lontano, irraggiungibile, e adesso, di fronte agli occhi aperti sull’eternità del Santo d’Oro, si spiegava l’incomprensibile paesaggio di una distorsione temporale, intersecata con le dimensioni, non solo quattro, ma quattro volte quattro, quattrocento milioni di milioni che si diramavano all’infinito… troppo per le già esauste forze di Phoenix, la cui mente era troppo limitata per comprendere l’esistenza, nel cosmo e oltre il cosmo, di simili slogature dell’esistenza, piani dimensionali capaci di vanificare il suo intento di sacrificio. Shaka doveva soltanto abbassare lo sguardo, verso la Terra delle quattro dimensioni, e sarebbe tornato subito, senza difficoltà alcuna. Ikki scivolava via, destinato a fluttuare per l’eternità in un luogo dal quale non sarebbe mai potuto uscire.

Per salvare… salvare… una vittoria di cui non si può gioire… per salvare…

Tese una mano e trattenne il Santo della Fenice, prima che si perdesse senza alcuna speranza di ritorno.

 

 

La scintillante, luminosa cascata di polvere stellare che filtrava tra le dita di Mu si ridusse fino a pochi granelli, per esaurirsi poi completamente. Il Santo d’Ariete sospirò e si raddrizzò, spazzandosi i palmi dagli ultimi rimasugli lucenti, per poi stiracchiarsi senza alcun ritegno: le lunghe ore trascorse chino su quelle armature, alla lunga, l’avevano indolenzito, ma il risultato certamente era valso la pena e le corazze erano tornate al loro antico splendore. Meglio di prima, anzi, perché l’arte di Mu era tale da donare loro una forza ancora maggiore. Sfiorò l’elmo verde-bronzeo del Dragone, che pareva vibrare d’energia trattenuta e della vitalità che il Santo era riuscito a trasfondere nuovamente in esso, e si concesse qualche pensiero di puro autocompiacimento. Poi ricordò quel che era accaduto, a Shaka e ad Athena e a Saga, e il sorriso gli morì sulle labbra.

Che puerilità, riparare quattro armature di bronzo quando al Santuario vi sono tanti e tali pericoli… dovrei accorrere immediatamente per mettere sull’avviso i miei compagni, che al loro ritorno saranno indeboliti, certamente non in grado di affrontare la follia di Saga e il peso della verità…

“Maestro?”

La voce di Kiki lo riscosse dai suoi pensieri e Mu si volse, accantonandoli senza troppi rimpianti. Erano pensieri sgradevoli. “Sì?”

“I nostri… ospiti… hanno ripreso conoscenza, e vorrebbero sapere a che punto sono le armature. Cosa debbo dire loro?”

“Le ho finite proprio ora.” Rispose Mu, e riuscì a sorridere di nuovo, sia pure debolmente, quando Kiki si illuminò in viso e corse a vederle, saltellando eccitato a sperticarsi in lodi per il capolavoro compiuto. Non si era mai pentito di aver preso con sé il bambino, anche se inizialmente era stato lo spirito di carità a muoverlo, più che la considerazione che la stirpe dei Lemuriani era ormai ridotta a tre soli individui, in tutto il mondo. Ma, seppure l’arrivo di Kiki nella dimora isolata di Mu e Shion era stato dettato dalla necessità, dopo la morte della madre del piccolo, Mu stentava a ricordare come fosse stata la vita, prima: la spontanea gioia di vivere dei bambini era un balsamo per la solitudine, al punto che sospettava di trattarlo come un fratellino minore, più che come un apprendista da istruire. Il mio maestro, ahimè, non ha lesinato schiaffi nell’educarmi, quando era necessario, mentre io sono decisamente carente sotto questo aspetto. Poteva solo augurarsi che Kiki non lo svergognasse come precettore, una volta cresciuto, ma si sentiva ragionevolmente sicuro che il bambino sarebbe stato un degno successore della sua arte.

“Sono soltanto vestigia di bronzo – tagliò corto alla fine – ben altro peso avrebbe riparare armature di rango più elevato. Se i due ragazzi sono in grado di muoversi, dì loro che mi raggiungano, perché dovremo parlare a lungo, prima che prendano congedo.”

E che si sbrighino a farlo: non c’è più tempo, ormai il tempo è scaduto… Athena si è salvata, è sopravvissuta ad Atlantide, ma è debole, lo avverto chiaramente… il tempo ci è nemico, da qui in avanti… e Shaka, morto in battaglia…

“Non c’è bisogno di mandarci a chiamare: siamo qui, grande Mu.” La voce di Hyoga giunse dalla porta, facendo trasalire Kiki. “Se hai riparato le nostre armature, abbiamo contratto verso di te un debito che non potrà essere ripagato facilmente: ma faremo il possibile per riuscirci, stanne certo.”

Mu estromise con decisione il pensiero di Shaka e colse la palla al balzo. “Bene, ti prendo in parola. Ho riparato le vostre vestigia, ma come pagamento esigo che vi rechiate al Santuario a rimettervi alla giustizia di Athena, e che combattiate in suo nome, per proteggerla anche a prezzo della vita, qualora fosse necessario. Ecco ciò che voglio da voi, Santi di Bronzo.”

Shiryu, appoggiato allo stipite per mantenere l’orientamento, volse verso di lui gli occhi chiusi, guidato dalla sua voce. “Non temo la morte, ma quanto ci chiedi sembra ignorare gli eventi accaduti: Athena ci considera traditori e ha già ampiamente dimostrato che non avrà pietà di noi, qualora ci mettessimo nelle sue mani. La nostra idea era di contattarla una volta tornati a Death Queen Island, sperando che sia disposta ad ascoltarci…”

“No – lo interruppe Mu – vi voglio al Santuario, tutti. Tra breve Athena avrà un disperato bisogno di chiunque sia disposto a combattere in suo nome, e se voi, come sostenete con tanta passione, non siete dei traditori, avete il dovere di accorrere, in un momento simile.”

Hyoga si accigliò al tono usato dal Santo d’Ariete, molto più duro e categorico di quello gentile che ormai gli attribuivano. “Vi è forse qualcosa che dobbiamo sapere, nobile Mu?”

“Molte cose – confermò questi – e ho appena il tempo di mettervene a parte, perché possiate tornare dai vostri fratelli a chiarire una volta per tutte questo tremendo groviglio di equivoci. Dopodichè mi recherò al Santuario, e mi aspetto di trovarvi là, o di vedervi giungere entro pochissimo tempo. In caso contrario – strinse gli occhi, che luccicarono di durezza – verrò a cercarvi personalmente per fare giustizia.”

I due Santi di Bronzo non ebbero alcun fremito di timore. “Ti ascoltiamo, nobile Mu.” Rispose Shiryu, con la sua voce pacata. Mu rivolse a lui la sua attenzione.

“Tu sei l’allievo di Libra, è corretto?”

Shiryu annuì.

“Bene, allora lui potrà confermarti parola per parola quanto sto per rivelarvi, e tengo a precisare che lo faccio unicamente perché il venerabile Shion me l’ha ordinato. Per quella che è stata finora la vostra condotta, meritereste di andare al Santuario come postulanti, sperando che Athena abbia pietà di voi, e di affrontare la morte per mano dei suoi guerrieri, qualora questi non credano alle vostre proteste di innocenza. Athena verso di voi ha unicamente diritti, voi verso di lei avete unicamente doveri. Come Santi, è imperdonabile che l’abbiate dimenticato.”

Hyoga e Shiryu accettarono in silenzio la rampogna. “Dovremmo ringraziare il venerabile Shion, allora – disse soltanto Dragone – spero che potremo farlo, prima di ripartire.”

Mu evitò di rispondere loro, pensando che probabilmente avrebbe avuto una discussione molto aspra col suo maestro, quando gli avesse palesato l’intenzione di recarsi al Santuario. Adesso che i miei compagni sono tornati, la situazione è diversa, pensò, e certamente, in ogni caso, il sommo Saga mi manderà a chiamare, per riparare le armature… forse dovrei cercare di condurre il mio maestro con me: di sicuro a lui daranno maggiore credito, e potrò proteggerlo, nel caso.

L’idea era buona e Mu si augurò che il venerabile Shion non la bocciasse in partenza. Indicò ai due Santi di Bronzo i seggi perché potessero parlare più comodamente, ricordò che Shiryu era cieco ed espresse verbalmente l’invito. Kiki si mise buono buono in un angolino, cercando di passare inosservato in modo da non venire invitato a lasciare la stanza.

“Tu, Hyoga di Cygnus, conosci già parte della vicenda che sto per narrarvi – cominciò a dire – e la ragione per cui Mitsumasa Kido mise al mondo ben cento figli, destinandoli a combattere per Athena. Ne parlerai in seguito coi tuoi fratelli, perché ciò che mi preme adesso è narrarvi di quel che accadde tredici anni fa, quando il mio maestro, allora sommo sacerdote di Athena, decise di abdicare il trono di Grecia in favore di una nuova generazione di Santi, per l’imminenza della Guerra Sacra contro Ade che ci aspetta. Quel giorno, il mio maestro convocò i due principali candidati al ruolo, il nobile Aiolos e il sommo Saga…”

 

 

Il sole, abbacinante nel cielo azzurro e ormai sgombro della più piccola nuvola, sembrava determinato a prosciugare quanto prima ogni traccia dell’alluvione, e già le enormi pozze provocate dalla pioggia si riducevano, lasciando al loro posto una fanghiglia limacciosa che impediva a chiunque di conservare gli indumenti puliti per più di qualche passo, quando uscivano di casa. La stessa Angela aveva i calzari lerci e l’orlo dei pantaloni schizzato, e la cosa certo non contribuiva ad aiutarla, per come la vedeva lei: quando l’avessero mandata a chiamare per comunicarle la decisione finale sul suo conto, qualsiasi cosa avrebbe potuto influire. Presentarsi al cospetto di Athena, del sommo sacerdote, e di tutti i Santi d’Oro tornati da Atlantide, coi pantaloni sporchi di fango, le sembrava decisamente poco indicato. Ma non poteva farci niente, a parte strusciare le scarpe per terra, cercando di liberarsi almeno di un po’ di sudiciume.

Giusto, pensa alle macchie sui vestiti, come se fosse questa la cosa essenziale! Il mio maestro come minimo starà facendo pressioni perché venga decapitata, il nobile Aiolos cercherà di intercedere, e suppongo che suo fratello l’appoggerà… ma gli altri? Tutti gli altri? Athena dovrà mediare, immagino che sarà clemente, ma in nessun caso… in nessun caso… mi permetteranno di continuare l’addestramento. E’ finita, ho perso tutto.

Le lacrime minacciavano di uscirle a forza, e cacciarle indietro si stava rivelando un’impresa titanica. Non piangerò, qualsiasi cosa accada, io… non… piangerò.

Appena tornati al Santuario Angela si era separata dal compagno senza una parola, tornando alla Dodicesima quasi di soppiatto, senza farsi vedere da nessuno: come una ladra, perché tale si sentiva, e non si era mossa neppure quando il nobile Aphrodite era giunto, barcollante e scarmigliato come mai avrebbe creduto potesse ridursi, a liberarsi dell’armatura rovinata e ordinarle di rimanere nella sua stanza, finché non l’avesse chiamata. Angela aveva riunito i pezzi delle sacre vestigia, li aveva riposti nello scrigno, quindi era andata a sedersi accanto alla finestra, senza più muoversi. Prima di recarsi alla Tredicesima, Aphrodite non aveva detto una parola per lodare il suo operato in Atlantide, ma le andava benissimo così perché riteneva di aver fatto unicamente il suo dovere. E adesso il mio dovere sarebbe accettare di venire ricacciata tra i deboli, dopo tutti gli sforzi che ho fatto? E’ questo che Athena si aspetta da me?

Fissò lo sguardo fuori dalla finestra, a quell’azzurro intollerabile, finché non si sentì bruciare gli occhi e potè pensare che era a causa della luce accecante, se le lacrime cominciavano a scenderle lungo il viso.

 

Solo il sommo Saga rimase seduto, quando tutti si alzarono all’ingresso di Athena, ma poiché tutti sapevano che ciò era dovuto alle cattive condizioni di salute del gran sacerdote, nessuno vi badò. Il sommo Saga, a quanto si diceva, era caduto malato appena ricevuta la notizia che Athena era stata rapita da Poseidone, e stentava a riprendersi del tutto. Il suo cosmo, di norma tanto vasto da comprendere tutto il Santuario, era adesso debole e opaco, come serrato in una morsa malsana, venato di una rabbia fremente, quasi demoniaca, che i Santi d’Oro avevano associato alla frustrazione di non aver saputo proteggere Athena in un momento tanto critico. Quando parlò, la sua voce suonò stanchissima, quasi spezzata, come se lottasse con se stesso per riuscire ad esprimersi in maniera chiara. Le nostre ferite hanno debilitato i corpi, ma le sue sono molto peggiori… Saga, cosa ti è successo? Chi sei realmente, adesso? Aiolos non riusciva a pensare con chiarezza. La battaglia appena conclusa lo aveva spossato, fisicamente e mentalmente, e la testa gli martellava come se qualcuno ci picchiasse sopra con sadica determinazione: un piccolo prezzo da pagare, in cambio dell’Ottavo Senso, forse, ma il momento era serio e non poteva permettersi di essere debole. Per riposare ci sarebbe stato tempo dopo.

“Permettetemi anzitutto di esprimervi la mia più profonda gratitudine per quanto avete fatto: senza il vostro valore, Athena non sarebbe qui, adesso. L’inettitudine che ho dimostrato…”

I Santi d’Oro protestarono, in un crescendo di voci finché Athena stessa non si alzò prendendo la parola. Era ancora molto pallida, dopo aver ricevuto il peso degli oceani dell’intero pianeta, ma la sua risoluzione non era cambiata. Era stata lei a pretendere quell’immediata riunione, in modo da risolvere gli ultimi nodi prima del meritato riposo, di cui tutti sentivano un disperato bisogno. Aiolos fece vagare lo sguardo intorno al tavolo: volti scavati, spalle cadenti, bende già intrise di sangue, contusioni violacee a sfigurare ogni centimetro di pelle esposto. Erano Santi d’Oro, ma erano anche esseri umani che si erano spinti al limite delle umane capacità di sopportazione. Non ci voleva, Poseidone in questo momento, proprio non ci voleva.

Athena disse: “Andare è stata una mia scelta, Saga, e se tu avessi cercato di fermarmi te l’avrei impedito. Sono piuttosto io che devo chiederti perdono, per averti dato tante preoccupazioni, lasciando il Santuario.”

“Lasciando il Santuario…” la voce di Saga si perse nel silenzio che seguì le parole della dea.

“L’importante è che tutto si sia concluso nel migliore dei modi – riprese la fanciulla – e che le inondazioni che hanno sconvolto il mondo siano finalmente terminate. Rimangono da chiarire solo alcuni punti, e poiché siamo ancora tutti duramente provati dalla battaglia appena conclusa, suggerisco di non perdere tempo, in modo da permettere a ciascuno di tornare al giusto riposo.”

Saga si raddrizzò sul suo seggio, con uno sforzo visibile. “Athena ha ragione. Le vostre ferite sono perlopiù state curate dal cosmo benigno della dea ma, come si suol dire, bisogna lasciare alla colla il tempo di attaccare. Ho già provveduto a mandare un messaggero nel Pamir, affinché Mu di Ariete, l’unico al mondo in grado di riparare le armature, venga immediatamente al Santuario, per riportare le sacre vestigia di cui siete custodi al loro antico splendore.”

Una sorta di sospiro collettivo di sollievo attraversò la tavola attorno cui erano riuniti i Santi d’Oro, da un capo all’altro: la preoccupazione per le armature li assillava quasi quanto quella per Athena, e certo molto di più che per la loro salute. Sapere che presto le preziose corazze sarebbero tornate integre era una bellissima notizia.

“Ci è inoltre giunta notizia che Julian Solo sia stato ritrovato incolume sulla riva del mare, a pochi chilometri da Capo Sounion. A quanto sembra, è completamente libero dall’influsso distruttivo di Poseidone, al punto che intende donare l’intero patrimonio della famiglia Solo per aiutare le vittime delle alluvioni. Anche se i defunti non torneranno in vita, il male fatto verrà comunque sanato.”

Athena sorrise, felice, e sorrise ancora di più quando Saga aggiunse: “Non sarà solo nell’impresa: pare che uno dei suoi generali, rimasto fedele al suo dio sebbene egli sia tornato dormiente sul fondo del mare, lo accompagnerà nei suoi viaggi per sostenerlo e proteggerlo. Si chiama Sorrento, se non vado errato.”

“Il flautista delle sirene – commentò Aiolos – sì, è un uomo d’onore e Julian Solo potrà sempre contare su di lui.”

Nessuno menzionò Kanon il traditore, che Athena aveva insistito per salvare e che in quelle ore lottava tra la vita e la morte, dopo essere stato trafitto dal tridente di Poseidone: Athena tacque perché era in pena per lui, i Santi d’Oro perché, nessuno escluso, si auguravano che finalmente morisse ed espiasse così le sue colpe. Fu perciò senza obiezioni che Saga passò al punto successivo, quello che veramente stava a cuore a tutti.

“Shaka non è ancora tornato da Death Queen Island – disse il sommo sacerdote, in tono grave – il che sarebbe solo un banale contrattempo che non vale la pena portare all’attenzione di questo consiglio, se non fosse per il fatto che il suo cosmo è ormai lontanissimo, quasi impercettibile: nel regno di Poseidone forse non avete avuto modo di avvertire l’infuriare di quella battaglia particolare, ma sembra sia avvenuto l’impensabile: un Santo di Bronzo ha sconfitto un Santo d’Oro… o almeno gli sta tenendo testa.”

Calò un silenzio assoluto, ma le espressioni erano più eloquenti di mille parole. Quanto detto dal sommo Saga era alla stregua di una bestemmia.

“Mi rendo conto che suoni folle – riprese il gran sacerdote, con la sua voce rauca, sforzata – eppure non vi è altra spiegazione. Ignoro quale abietto stratagemma possano aver adottato per intrappolare così Shaka, ma…”

“Non preoccuparti, Saga.” La voce di Athena, per contrasto, era limpida e dolce, e tutti si volsero verso di lei. La fanciulla arrossì leggermente, perché non era abituata a scavalcare il suo sacerdote nelle questioni ufficiali, ma non si lasciò scoraggiare e aggiunse: “Shaka non è morto e non è stato sconfitto. In questo istante sta combattendo, sì, ma con se stesso. Non temete – sorrise ai suoi Santi – tutto si risolverà per il meglio.”

I cavalieri si scambiarono occhiate, a disagio. Non potevano dubitare della parola di Athena, ma la logica suggeriva l’esatto contrario di quel che la dea aveva appena riferito. Vedendo che Milo apriva la bocca per obiettare, Aiolos si rese istantaneamente conto che il momento era arrivato: la dea doveva prendere il suo posto nel Santuario, e doveva farlo subito, perché Saga era ormai fuori controllo… se ne rendeva conto anche lei? No, comprese il Santo del Sagittario, vedendo costernato che la fanciulla sorrideva rassicurante al suo sacerdote, ha piena fiducia in Saga, ancora… ma intende comunque prendere ciò che le spetta, da qui in avanti. E’ giusto: noi Santi esistiamo unicamente per proteggere la sua missione, e ciò è possibile soltanto se la parola di Athena…

“La parola di Athena è legge per noi Santi – disse a voce alta, prima che Milo parlasse – e se dite che Shaka tornerà presto, tanto è sufficiente. Ritenete dunque che non dobbiamo dispiegare ulteriori forze a Death Queen Island, Athena?”

Con la coda dell’occhio, vide Milo volgere l’attenzione da Saga ad Athena. Il passaggio di testimone era stato effettuato, almeno agli occhi dei Santi d’Oro. Aiolos rifiatò.

“Preoccupatevi di riposare e recuperare le forze – rispose la dea – e non rendete le cose più gravi di quanto siano. Quando due uomini giusti si scontrano, l’esito non è mai infausto.” Athena incrociò le dita sul tavolo, facendo chiaramente capire che l’argomento era chiuso.

Nessuno si oppose. La dea aveva parlato. Neppure tu ti opponi, Saga? Si chiese Aiolos, pensieroso, vedendo che il gran sacerdote non proferiva verbo. Hai accettato che Athena prendesse il comando, sei troppo sfinito per cercare di impedirlo… oppure…

Si accigliò, mentre un pensiero terribile

(sei felice di esserti liberato di un Santo d’Oro a lei devoto)

cercava di farsi strada, ma poi Athena riprese la parola e non riuscì più ad afferrarlo.

“Non pensate che voglia mancare di rispetto a Shaka o sminuire le vostre preoccupazioni, passando a una questione molto più leggera – disse la dea – convincetevi piuttosto che potete mantenere la serenità e pensare unicamente a recuperare le forze, come meritate.”

Il sommo Saga si raddrizzò sul seggio, prendendo atto della direzione che Athena voleva dare alla discussione e assecondandola, com’era suo dovere. Sempre che lo sappia… o che lo accetti…

“Ciò a cui si riferisce Athena è una questione che potrebbe diventare imbarazzante, data la sua natura: voi tutti sapete che due apprendisti hanno dato il loro contributo in questa battaglia, portando le armi della Bilancia necessarie a distruggere le sette colonne…”

“…dando prova di notevole valore.” Disse subito Athena, e se qualcuno dei presenti avesse ancora nutrito dubbi su come la pensava a riguardo, con quelle parole li fugò definitivamente. Del resto, nessuno desiderava condannare la ragazzina dai capelli rossi, dopo che aveva lottato al loro fianco contro Poseidone, esponendosi in prima persona. Da guerrieri quali erano, i Santi d’Oro riconoscevano e apprezzavano il coraggio più di ogni altra cosa, ma rimaneva pur sempre l’infrazione gravissima alle regole del Santuario.

“… il problema è che l’apprendista noto come Angel si è rivelato essere una fanciulla, sotto mentite spoglie – proseguì Saga – e, pur avendo avuto in questa sua…” Si interruppe, cambiando bruscamente registro, ma la parola non detta, in questa sua farsa, aleggiò chiarissima prima che Saga riprendesse a parlare: “…questa sua iniziativa l’appoggio di Athena stessa e del nobile Aiolos, rimane il fatto che tutti conoscono il suo volto. Come sapete, una donna Santo ha il divieto di mostrare il viso scoperto, e dunque la fanciulla ha violato la prima regola, volendosi addestrare da Santo.”

Aiolos si augurò che il calore che sentiva al viso non equivalesse a un rossore di vergogna. Che Athena avesse permesso ad Angela di fingersi un maschio per ottenere l’apprendistato presso un Santo d’Oro era un conto, perché Athena era al di sopra di ogni critica, ma per quel che riguardava lui… cosa gli era saltato in mente di acconsentire, poi? Perché non aveva rifilato a quella ragazzina lo schiaffo che meritava, per avergli proposto un imbroglio tanto oltraggioso, invece di condurla al cospetto di Athena?

Perché speravo che la dea la facesse ragionare, ecco perché… come potevo immaginare che l’avrebbe appoggiata senza remore… no… come ho potuto pensare che non l’avrebbe appoggiata, semmai? Maledetta solidarietà femminile!

Guardò fisso davanti a sé, sapendo di avere addosso gli occhi di tutti gli altri Santi d’Oro. In quegli istanti, con la nuca che gli bruciava per l’imbarazzo, si sentì più che mai lontano dal soffio divino dell’Ottavo Senso.

“Perdonami, Saga, ma quanto dici non è del tutto corretto.” La voce di Athena era così dolce che tutti capirono che si preparava a lanciare una bordata delle sue, pronta a scavalcare senza complimenti il suo sommo sacerdote, cosa che ormai pareva naturale a tutti. “La regola impone a una fanciulla di celare la sua femminilità, e offre la maschera come simbolo di questo, ma, trattandosi di un simbolo, esso può essere adattato senza grossi problemi. Angela non ha contravvenuto a nessuna regola, perché ha nascosto la sua femminilità fino all’ultimo, con tanta abilità che nessuno, qui – e sorrise amabilmente ai Santi d’Oro, un sorriso tutto zucchero e sarcasmo – ha avuto il minimo sentore della verità. Come puoi dire che la fanciulla ha infranto le regole?”

“Il suo maestro sapeva, però…” prese a dire Shura, e Aphrodite gli lanciò un’occhiata da incenerire, per averlo tirato in ballo. Athena sorrise al Santo della Decima, con ancora più dolcezza.

“Naturalmente, era inevitabile svelarglielo. Ma neppure a lui si è mai mostrato in abiti femminili, o forse sbaglio, Aphrodite?”

Il Santo dei Pesci si mosse sulla sedia, a disagio. “Non credo ne possegga neppure – brontolò – ma rimane una ragazza.”

“Rimane l’imbroglio – precisò Milo, in tono di stizza – avevo seriamente pensato di prenderla con me quale apprendista, non trovo giusto che mi sia stata nascosta una cosa tanto importante! Se l’avessi saputo…”

“…non l’avresti neppure presa in considerazione, vero?” lo interruppe Athena.

Milo ammutolì.

“E’ per questa ragione che Angela ha fatto quel che ha fatto – proseguì la dea, senza più sorridere – ed è per questo che ho consentito. Se qualcuno, qui, ha delle lamentele da fare sul suo coraggio, il suo valore, la sua condotta o la sua abilità, parli pure liberamente, ma se il problema è che si tratta di una donna – gli occhi di Athena lampeggiarono in maniera pericolosa – non intendo ascoltare ulteriori sciocchezze a riguardo.”

Calò un silenzio molto spiacevole. La solidarietà femminile, eh già eh già, pensò ancora Aiolos.

Infine Saga riprese la parola, in un tono sbrigativo che chiaramente voleva far concludere quella storia alla svelta. Erano tutti esausti e avevano bisogno di riposo, non di parlare di quel che c’era sotto la camicia di un’apprendista.

“Dunque, Athena era stata informata della realtà dei fatti, e così pure il maestro della fanciulla: v’è da dire che in occasione della battaglia contro Poseidone ha avuto un comportamento encomiabile, dando prova di grande coraggio, e sarebbe un peccato sprecare tante doti. Tuttavia una simile condotta non può creare precedenti, e credo che su questo siamo tutti d’accordo.”

Perfino Athena fu costretta ad assentire, sia pure malvolentieri. “Ma, se finora il suo addestramento era alla pari di qualsiasi apprendista di Santi d’Oro, non vedo perché le cose debbano cambiare.”

“Ritengo che sia il suo maestro a dover decidere a riguardo. Aphrodite – Saga si rivolse a lui direttamente – il fatto che il tuo apprendista fosse una fanciulla ha rappresentato un problema? Se lo è stato sia pure in misura minima, dillo senza remore e sarai liberato da questo peso.”

“Sì, l’apprendista la prenderò io, nel caso.” Ghignò Death Mask, cogliendo tutti di sorpresa. Athena lo fulminò con un’occhiata.

“No. Assolutamente no. Se il suo maestro non la vuole, non andrà a nessun altro.” E le parole non dette, a te men che meno, furono quasi più esplicite di quelle pronunciate. Death Mask non replicò: non aveva parlato seriamente, dopotutto. O sì? Si chiese Aiolos, vedendogli in volto una strana espressione, quasi tesa, prima che si volgesse verso Aphrodite per ascoltarlo rispondere.

Il Santo dei Pesci disse: “Il problema non è che è una ragazza, ma che è una rompiscatole, se posso parlare con franchezza. Tuttavia ho idea che questo non cambierebbe, se anche fosse un maschio.”

“No, direi di no – sorrise la dea – quindi per te non è un problema continuare a tenerla?”

“Ma non può continuare a travestirsi, la sua femminilità ormai è cosa nota…”

“A riguardo, credo di avere una soluzione – disse Athena – ma, per non influenzare il verdetto finale, desidero prima sentire l’opinione di ciascuno. Saga, tu cosa ne pensi?”

Aiolos si raddrizzò sul seggio, nuovamente preoccupato. Forse gli altri non se ne rendevano conto, ma con quelle parole Athena sanciva definitivamente il ruolo che intendeva ricoprire nel Santuario, da quel momento in avanti. Finora, era sempre stato il sommo Saga a chiedere ad Athena cosa ne pensasse, e non il contrario. E’ tempo che prenda il suo posto, pensò il Santo del Sagittario, e se ne rende conto anche lei. Ma Saga?

“Se Athena ritiene non infranta la regola vigente, così è – rispose compitamente il sommo sacerdote – non vi è altro da dire.”

Saga riconosce la sua autorità… o sta soltanto dandogliela vinta in una questione tutto sommato molto puerile?

Cerca di farle abbassare la guardia?

“Aiolos? Tu dopotutto hai condotto da me la fanciulla. Desideri che venga allontanata dal Santuario?”

Il Santo trasalì, strappato ai suoi pensieri, e dovette pensare a una risposta in tutta fretta. “Ha dimostrato grande valore, in Atlantide. Sarebbe una perdita per il Santuario, rinunciare a tanto coraggio.”

“Milo?”

A denti stretti, il Santo dello Scorpione riconobbe a sua volta che la ragazza era in gamba. “Ma non può evitare la giusta punizione: la menzogna è intollerabile per un Santo di Athena.”

“Non ho detto che eviterà la punizione – lo tranquillizzò lei – Shura?”

“Se il suo maestro non ha obiezioni, che continui l’addestramento.” Il custode della Decima ebbe un leggero sorriso, appena venato di amarezza. “Dopotutto, adesso non posso certo vederla in viso, quindi non corro alcun pericolo, in un senso o nell’altro.”

Aiolos si sentì stringere il cuore, malgrado il medico avesse dichiarato che col tempo Shura avrebbe recuperato la vista, pur non sapendosi esprimere sulla misura in cui questo sarebbe accaduto. La forza di Krishna era stata tale da menomare seriamente un Santo d’Oro, e se avesse avuto difficoltà a vedere, per Shura, il più abile nel combattimento tra tutti i guerrieri della dea, sarebbe stato un colpo tremendo. Aiolos non riusciva neppure a immaginare come dovesse sentirsi. Farei qualunque cosa per aiutarti, amico mio, pensò. Deve esserci un modo per renderti la luce. Deve.

Athena, che probabilmente pensava qualcosa di simile, non fece commenti e passò oltre. “Death Mask?”

Il Santo del Cancro si strinse nelle spalle, come se non avesse intenzione di parlarne ma, vedendo che Athena continuava a guardarlo aspettando una risposta, si decise a dire: “Che resti, non m’importa.” E, a bassa voce, per non farsi udire dalla dea: “Con quelle tette, nessuno la prenderebbe per una femmina, comunque.”

Mentre Athena chiedeva il parere di Camus, Aiolos udì distintamente Aphrodite che bisbigliava: “E’ una donna, anche se poco prosperosa…” e Death Mask mugugnare, senza alcuna educazione: “Soltanto un finocchio come te può pensarla così.”

Si sforzò di rimanere serio, per ascoltare Camus rispondere che a suo avviso non faceva alcuna differenza, e che contava unicamente il valore. Il Santo dell’Acquario pareva, per la verità, piuttosto deciso nel perorare la causa dell’apprendista, e Aiolos pensò che doveva dipendere dalla sfortuna avuta coi suoi apprendisti. Aphrodite non era affezionato ad Angela quanto Camus lo era stato ai suoi discepoli, ma il Santo dei Pesci non aveva nulla in contrario a continuare ad addestrarla e tanto sembrava bastare, per Camus.

“Aldebaran?”

Il Santo del Toro, pur ancora menomato nell’udito, poteva ascoltare la riunione attraverso il cosmo, e annuì bonariamente, più che disposto a perdonare l’infrazione della ragazzina.

“Aiolia?”

“A quanto ne so, Angela desidera di cuore difendere la giustizia con tutte le sue forze, e l’imbroglio architettato era volto a questo fine: mi ha detto che desidera diventare il più forte possibile, a qualunque prezzo. Per me può rimanere, purché si prendano provvedimenti per scoraggiare ulteriori infrazioni in questo senso.”

Athena si sedette, soddisfatta. “Bene, allora pare che siamo tutti d’accordo. Non preoccupatevi, Angela sapeva a cosa sarebbe andata incontro. Mandatela a chiamare, ma con discrezione: non voglio che qualcuno la veda.”

Aiolia si alzò per andare a dire al suo apprendista di far venire la ragazza, senza farsi notare.

 

Affrontare l’addestramento, prima come apprendista qualsiasi e poi come discepolo di un Santo d’Oro, scendere in Atlantide, trovarsi faccia a faccia coi Generali Marini e avere Quella con la falce sempre ad alitarle sulla spalla furono solo quisquilie, paragonate al coraggio che occorse ad Angela per varcare la porta della sala del consiglio ed entrare. L’aspettava il verdetto che avrebbe deciso della sua vita e per niente al mondo desiderava ascoltarlo: ciò che voleva era voltarsi, tornare alla Dodicesima, raccogliere le sue cose e sparire dal Santuario qualche tempo… una decina d’anni, diciamo. Perché costringermi ad affrontarli tutti, se devo essere espulsa, pensava seguendo Darius, perché non limitarsi a mandare un messaggio… o farmi cacciare via dal mio maestro, che ne sarebbe felicissimo… perché anche questo?

“Dai, entra.” La voce dell’amico (se era ancora suo amico) era bassa, moderata, incolore. Angela non capiva neppure se Darius fosse solidale con lei o non vedesse l’ora che venisse punita, in modo da lenire un po’ il proprio orgoglio oltraggiato. Avrebbe voluto chiederglielo, perché mai come in quel momento sentiva il bisogno di appoggiarsi a qualcuno, ma temeva la risposta. Fece un profondo respiro ed entrò.

Athena era seduta sul suo seggio in cima ai gradini, in fondo alla sala, e i Santi d’Oro, abbandonate le sedie attorno al tavolo, se ne stavano informalmente sparsi per la stanza, appoggiati alle colonne o alle pareti. Visti così, senza vestigia e con indumenti ordinari, sembravano uomini qualsiasi, e il fatto che chi più chi meno fossero tutti bendati e incerottati li rendeva ancora più ‘normali’. O forse era lei che cercava disperatamente di sentirsi meno piccola, insulsa e spiumata, mentre veniva avanti. Tutti la guardavano.

“No, Darius, rimani anche tu. E’ necessario che ascolti.” Disse Athena, e Angela si voltò, cogliendo l’amico sulla porta in procinto di andarsene. Darius parve sorpreso, ma naturalmente ubbidì e accostò i battenti, con un rumore che Angela percepì come assordante, malgrado non lo fosse affatto.

Non piangerò, non piangerò, io non piangerò e basta…

Si inginocchiò al cospetto di Athena e si dedicò a studiare il marmo del pavimento, seguendo le venature grigio-azzurrine una ad una, concentratissima.

“Anzitutto, permettimi di porgerti personalmente la mia gratitudine per il coraggio che tu e il tuo compagno d’armi avete dimostrato, nella lotta contro Poseidone. Non credo di esagerare, asserendo che, senza il vostro contributo, probabilmente non sarei qui, adesso.”

La voce di Athena era gentile, ma Angela non si fidò a guardarla. Mormorò qualche parola, cogliendo appena i piedi di Darius che strusciavano per terra, accanto a lei. Sicuramente era arrossito.

“Quando venisti a chiedermi di poterti addestrare alla pari con gli altri apprendisti io acconsentii, vedendo in te un sincero desiderio di migliorarti e di acquisire quanta più abilità fosse possibile, per difendere la giustizia – proseguì Athena – ma ti avvertii, anche, delle conseguenze cui saresti andata incontro quando, inevitabilmente, saresti stata scoperta. Il tuo maestro è stato tanto comprensivo da sorvolare sull’imbroglio tenendoti ugualmente con sé, ma ormai non è più possibile fare finta di nulla. Te ne rendi conto, vero?”

Angela fece cenno di sì con la testa. Nei suoi progetti, avrebbe tenuto nascosto il suo sesso finché non avesse ottenuto l’armatura. Dopo, non avrebbe avuto più importanza, perché sarebbe stata finalmente forte, tanto da affrontare il problema.

A pensarci adesso, si chiese come avesse potuto concepire un piano tanto imbecille.

Il tono di Athena cambiò, divenendo ufficiale, quasi impersonale. “Il Santuario ha delle regole molto precise, per le donne che desiderano addestrarsi come Santo. E’ per evitare di seguirle che hai fatto quel che hai fatto?”

Stavolta Angela non potè non sollevare la testa. “Certo che no!” esclamò, quasi indignata. “Volevo solo avere le stesse possibilità di tutti gli altri!”

“Dunque non sarebbe un problema per te giurare di non infrangere mai alcuna delle regole imposte dal Santuario?”

Angela sbatté le palpebre. “Ma io ho già…”

“Tu hai celato la tua femminilità, come esige la regola, pur eludendola: hai, in una parola, eseguito la sostanza, sorvolando sulla forma. Credi forse che ti avrei permesso di disubbidire ai dettami del Santuario in maniera totale?”

Angela ammutolì. Non aveva mai considerato la faccenda da quell’angolazione.

“Io… mi atterrò alle decisioni che prenderete per me – balbettò, confusa – non temo la punizione, o…”

“La tua punizione è la morte, Angel.” Disse Athena, con calma. Angela si sentì sprofondare le viscere. Era stata talmente sicura che avrebbe evitato la condanna… ma a pensarci bene… cos’altro doveva aspettarsi?

“No!” Accanto a lei, Darius parve esplodere. “Non è giusto, Athena! Ha mentito, è vero, ma ha rischiato la vita per la giustizia, e si è sempre comportata in maniera irreprensibile… è grazie a lei che ho conquistato la freccia d’oro, da solo non ci sarei mai riuscito! Allontanatela dal Santuario, se mai, ma non uccidetela, non potete farlo!”

Scurissimo in volto, Aiolia si mosse verso il suo apprendista, presumibilmente per agguantarlo per la collottola e trascinarlo via, ma prima che potesse farlo fu il sommo Saga ad alzarsi, incollerito da tanta insolenza. Angela si spaventò a morte, tanto che per un istante dimenticò di aver udito la propria condanna dalle labbra della dea: il sommo Saga, in quel momento, le parve totalmente diverso dal gran sacerdote che aveva conosciuto all’agorà, prima della battaglia contro Poseidone… quell’uomo prostrato dal dolore per la scomparsa di Athena non era il demone furioso che incombeva loro addosso, non era assolutamente lo stesso uomo…

“Preferisco morire che lasciare il Santuario – disse in fretta, per stornare l’attenzione da Darius – non temo la giustizia di Athena. Se è questo che mi aspetta…” Inghiottì a vuoto e non riuscì a continuare. Tanto che m’importa… almeno rivedrò la mia famiglia, e se devo passare tutta la mia vita da debole femminuccia… a che pro continuare a respirare?

Il sommo Saga si volse verso di lei, e Angela fu sicura che quello che stava esalando era il suo ultimo respiro. Ne era matematicamente certa, perché il sommo sacerdote non era più lì, al suo posto c’era qualcun altro… e poi Athena parlò ancora e fu come se la tenebra venisse scacciata via, come il sole aveva allontanato la pioggia.

“Vi prego di calmarvi, tutti… Aiolia, non prendertela col tuo apprendista, è solo leale verso un’amica. Al suo posto avresti fatto lo stesso. Saga, ti prego di ricomporti, per la stessa ragione.”

Il gran sacerdote tornò a sedersi, senza una parola. Perché non dici niente? Si chiese fuggevolmente Angela. E perché Athena sembra non accorgersi che il sommo Saga è… per usare un eufemismo… idrofobo come una iena?

Ma forse esagerava. Athena si fidava del suo sacerdote e lei, Angela, in quel momento avrebbe trovato spaventoso anche un topolino che attraversasse la sala. Devo calmarmi, se ho paura anche del gran sacerdote non ha molto senso che chieda di rimanere…

“Ho detto che la punizione di Angel sarebbe stata la morte – proseguì la dea con un sospiro, come se fosse rassegnata a non essere capita – l’apprendista di Aphrodite è morto combattendo contro Poseidone, con grande valore. Qui non c’è più Angel: egli non esiste, è perduto.”

A giudicare dalle occhiate perplesse che tutti i presenti spedirono ad Athena, Angela comprese di non essere l’unica a trovarsi in alto mare.

“Il tuo maestro è disposto ad addestrarti, Angela. Tu sei disposta ad ubbidirgli fedelmente, eseguendo i suoi comandi senza curarti d’altro?”

Angela sbatté le palpebre, più perplessa che mai. Quelle erano le parole di rito che venivano pronunciate quando si affidava un apprendista a un maestro. “Sono disposta a farlo, Athena.” Rispose ad ogni buon conto.

“Sta bene – la dea si alzò – Aphrodite, ti affido questa fanciulla… sorella del povero Angel, morto tragicamente nella guerra di Atlantide. Proseguirai con lei l’opera iniziata, d’accordo?”

Rimasero tutti a bocca aperta.

“D’ora innanzi celerai il tuo volto come si conviene a una donna Santo, e accetterai la punizione che il tuo maestro riterrà di assegnarti. Dovrai rinunciare ad ogni merito conquistato in Atlantide, perché non sei stata tu a combattere quella battaglia, ma Angel: se accetti, potrai iniziare il tuo apprendistato. Cosa ne dici?”

“Ah… beh… io… certo…” Rendendosi conto che farfugliava, Angela richiuse la bocca e si limitò ad annuire, sperando che fosse sufficiente. Evidentemente era così, perché Athena le sorrise.

“Hai un grande coraggio, mia cara – le disse, accantonando il tono ufficiale di poco prima – ma cerca d’imparare un po’ di moderazione, altrimenti diverrai solo un’incosciente. Lo farai?”

Angela annuì senza neppure aver sentito le sue parole. Adesso capisco perché ha voluto tenere riuniti tutti quelli che sanno chi sono realmente, pensò a sproposito, dovranno conservare tutti il segreto… Athena ha fatto questo per me, lo ha fatto per un’apprendista come me…

Era questa, la giustizia di Athena? Se bisognava scegliere tra la clemenza e la durezza, la dea sceglieva sempre la clemenza… credeva dunque in lei fino a questo punto?

Se è così, darò la mia vita per la sua… un giorno lo farò, lo giuro…

Non riuscì a mantenere il suo proposito. Le lacrime le uscirono a forza e Angela pianse, nonostante i suoi sforzi. “Grazie…” riuscì soltanto a bisbigliare, così piano che non fu neanche sicura che Athena avesse compreso. Si accorse vagamente che erano tutti imbarazzati e sorrise tra le lacrime, ricordando come aveva reagito il nobile Aiolia alla scoperta che lei era una ragazza. Il nobile Aiolos lo supponeva, quando mi ha affidata al mio maestro: per lui non cambierà niente, ma uno qualsiasi degli altri non avrebbe proseguito… cercò con gli occhi il nobile Aphrodite, asciugandosi le lacrime, e lo vide venire verso di lei. Teneva qualcosa in mano, che le porse.

“Cambiati – le disse, ignorando la sua commozione – uscirai da qui come Angela e nessuno dovrà mai supporre il contrario. E’ chiaro?”

Angela prese quel che il suo maestro le porgeva: una tuta d’addestramento femminile e la maschera, che da lì in avanti sarebbe stata parte di lei come una seconda pelle. Era quasi più comodo farmi passare da maschio, uffa, pensò infilandosela. La tuta l’avrebbe indossata in un secondo momento. Di certo nessuno si aspettava che si spogliasse lì.

Aphrodite si inchinò ad Athena, dicendole che, se non c’era altro, avrebbe preso in consegna l’apprendista e si sarebbe ritirato. Uno alla volta, i Santi d’Oro uscirono tutti, lasciando la giovane dea sola col suo sacerdote.

Senza alcun motivo al mondo, Angela si volse sulla porta, vedendoli insieme, Athena e Saga, la dea e il gran sacerdote, ed ebbe paura.

I battenti si richiusero alle sue spalle. Seguì il suo maestro.

 

 

Dopo che i due giovani Santi di Bronzo furono scomparsi oltre le rocce, il grande Mu lasciò che il sospiro a lungo trattenuto si liberasse dal suo corpo, come un peso enorme di cui finalmente liberarsi. Già da diverso tempo un falco sorvolava il palazzo privo d’ingressi, un falco d’una specie diversa di quella diffusa su quegli altopiani desolati.

“Kiki, va’ a riordinare, per favore.” Disse, e il bambino scomparve, trasportandosi dentro. Mu alzò un braccio, accogliendo il messaggero che gli si posò docilmente sul polso.

Così alla fine è successo… dovrò tornare al Santuario… dovrò affrontare Saga, io che conosco il suo segreto, io che so…

Il messaggio era legato al petto del falco, chiuso col sigillo del gran sacerdote. Mu lo ruppe e scorse le righe che, in termini estremamente cortesi, lo invitavano a recarsi alle Dodici Case, poiché vi era bisogno del suo operato. La guerra contro Poseidone era vinta, il sole era tornato a splendere, la dea aveva dimostrato di saper affrontare le prove che sarebbe stata chiamata a vincere, in nome dell’umanità. Era andato tutto bene.

E allora perché il Santo d’Ariete avvertiva il soffio gelido della paura spirargli nell’animo?

Si volse per rientrare… doveva parlare col suo maestro, dirgli del piano di Saga. Vuole allontanarmi da voi, vuole che vi lasci solo e indifeso… devo portarvi con me al Santuario, i Santi d’Oro vi ascolteranno, se anche non vorranno credere a me… e il nobile Aiolos è dalla nostra… Saga deve essere fermato, prima che sia troppo tardi!

Erano pensieri terribili, ma il grande Mu si impose l’ottimismo: dopotutto Athena era viva, stava bene, e il minimo accenno di ribellione da parte di Saga sarebbe stato represso nel sangue, da tutti i guerrieri presenti nel Santuario. La tua follia non può essere tanto grande da farti credere che, dovendo scegliere tra te e la loro dea, sceglieranno te… vero, Saga?

Gli sarebbe piaciuto crederlo. Dopotutto, i Santi d’Oro adesso erano indeboliti, perché Poseidone era stato un avversario temibile. E i Santi di Bronzo, anche se fossero tornati finalmente nei ranghi, non potevano certo paragonarsi al legittimo gran sacerdote, il rappresentante di Athena in terra, capace di manipolare le menti degli uomini come creta nelle mani del vasaio.

Mu si concentrò per teletrasportarsi all’interno, ma

(cavaliere della Prima Casa)

qualcosa lo

(cavaliere della Prima Casa)

trattenne, come un’interferenza.

Grande Mu…

“Shaka!” Il Santo d’Ariete sussultò e si guardò intorno, quasi si aspettasse di vedere l’amico, pur sapendo benissimo che non era così. “Shaka, sei vivo!”

Sì, sono vivo… ma mi trovo in una distorsione dimensionale molto antipatica, nella quale sono stato costretto a rifugiarmi per evitare di venire annullato insieme al mio nemico… era solo un Santo di Bronzo, ma il suo valore è impressionante…

“Se ti riferisci a Ikki Phoenix, non ne dubito – commentò Mu – poiché egli era…” si interruppe. Ikki, nel disegno di Saga, doveva essere il capo della ribellione contro Athena, e tramite Guilty era stato addestrato ad essere un guerriero dalla forza mostruosa. Ma non poteva parlarne con Shaka, non ancora. Per accusare il gran sacerdote di tradimento servivano prove concrete. “…era un Santo molto forte.”

Ho bisogno del tuo aiuto… devo tornare indietro, Mu…

Il Santo d’Oro si accigliò. “E’ bizzarra una tale richiesto da parte tua, Shaka… sei certamente in grado di fare ritorno dalle slogature delle dimensioni da solo.”

Io, sì… ma c’è un uomo che voglio salvare, e non mi è possibile farlo da solo. Ma tu, il più potente telecineta del mondo, non avrai difficoltà a soccorrerlo, mentre io farò ritorno… puoi aiutarmi, amico mio?

“Ti riferisci a Ikki?” gli pareva quasi troppo bello per essere vero. Ikki era la prova vivente che Saga complottava contro Athena. Se si fosse salvato, si sarebbero potute dimostrare molte cose.

A lui, sì… ha posto un dubbio nel mio animo e desidero fugarlo… oltre a questo, è un valoroso che non merita la morte. Intendo condurlo al Santuario perché possa chiedere la clemenza di Athena.

Era la miglior notizia che Mu potesse desiderare. “Lo farò, Shaka… preparati, tornerai immediatamente insieme all’uomo che desideri graziare.”

Cominciò a concentrarsi, espandendo il suo cosmo quanto più poteva, per raggiungere la bolla di tempo al di fuori del tempo nella quale si era rifugiato il Santo della Vergine, insieme alla Fenice immortale.

 

I vapori nella stanza del bagno erano soffocanti, ma non era per questa ragione che Saga ansimava come sottoposto a un enorme sforzo fisico.

Non ce la farai… le cose non sono andate come speravi… Athena è tornata viva…

Quella sciocca si fida ancora di me… ho buon gioco, e sono ancora il gran sacerdote…

No, non per molto… non te lo permetterò…

“Taci – il sussurro di Saga era il sibilo d’un serpente – taci, non hai più nessun potere, ormai. I Santi d’Oro sono indeboliti, e quelli tra loro in grado di battersi tra non molto saranno morti. Vedrai… uno ad uno, li finirò…”

Non lo farai… in troppi sanno del tuo segreto, lo sveleranno presto e tu sarai sconfitto… rassegnati, lascia che riprenda il mio posto accanto alla dea, com’è giusto: la Guerra Sacra incombe, non è il momento di una lotta intestina ai danni di Athena!

“E’ il momento migliore – mormorò Saga, scostandosi i capelli grigi dalla fronte – non ve ne saranno altri uguali. Tutto quel che devo fare è assicurarmi che nessuno mi intralcerà, quando…”

Si alzò, facendo schizzare l’acqua dappertutto. C’erano molti ordini da impartire, prima che il momento tanto atteso arrivasse, e nessuno di quegli ordini avrebbe destato grandi sospetti… finché non fosse stato troppo tardi.

“Prima, Aiolos. Poi Dohko. Poi Mu e il suo maestro. E infine, quegli stupidi Santi di Bronzo, per la loro inutilità…”

Athena ti sconfiggerà, finalmente dopo tredici anni ha preso il suo posto al Santuario e ti vincerà, verrai ucciso, verremo uccisi e potremo espiare la nostra colpa… come meritiamo entrambi: tu, per ciò che sei… e io per non aver saputo cambiare ciò che sei.

“La stupida ragazzina è andata a riposare – Saga sorrise, un sorriso da folle – ho ancora le lunghe ore del pomeriggio per schierare le mie pedine in modo che stanotte sia la mia notte. E’ tempo di allineare la scacchiera, finalmente.”

No… Athena… no…

Saga uscì dall’acqua. Prima Aiolos, poi Dohko, e poi Mu con il vecchio… e dopo toccherà a te, mia amata, ragione della mia vita, mio baluardo contro la tenebra… mio e dell’intera umanità…

Il gladio d’oro scintillava nella sua custodia, come un mostro addormentato.

“Mandate a chiamare Death Mask del Cancro. Ho un ordine da impartirgli.” Disse ai servitori che l’attendevano fuori dalla stanza del bagno, quando si fu abbigliato ed ebbe nuovamente indossato la maschera.

Athena dormiva.

 

 

Quando lo vide venire verso di lei con in mano un paio di forbici affilate e appuntite, Angela indietreggiò involontariamente. Aphrodite le indicò la sedia, con un gesto imperioso.

“Finché eri un maschio dovevo tacere, ma non intendo più tollerare di avere intorno un individuo che va in giro coi capelli sugli occhi come un cane. E, per tutti gli dei, stringi un po’ di più quella fascia in vita! Sei una ragazza, valorizzati!”

E’ questa la mia punizione? Pensò Angela con una punta di isteria, mentre il suo maestro la prendeva per una spalla e la costringeva a mettersi giù. Nonostante portasse la maschera, chiuse gli occhi quando sentì cominciare a sforbiciarle intorno al capo.

Aveva ringraziato profusamente tutti i Santi d’Oro mentre tornavano ciascuno alla propria Casa, perché era stato grazie alla loro unanimità se aveva conservato ciò cui tanto teneva… il nobile Aldebaran le aveva rifilato una pacca sulle spalle che per poco non l’aveva buttata a terra, il nobile Aiolos aveva sorriso dicendole che l’avevano passata liscia tutti e due, il nobile Aiolia aveva perfino scherzato chiedendole di non dire nulla a Marin, perché dopotutto aveva guardato in viso un’altra donna Santo (o aspirante tale, che dir si volesse)… Angela sorrise al ricordo, poi arrossì involontariamente pensando a com’era stata lodata dal nobile Camus, alla sua espressione triste quando aveva detto al suo maestro che un apprendista tanto valoroso era un dono raro; in netto contrasto con l’amico, Milo aveva sbuffato e se n’era andato, inducendola a chiedersi, senza troppa carità, perché mai quell’uomo piacesse tanto alle fanciulle del Santuario, quand’era così palesemente maschilista, e il nobile Shura non le aveva risparmiato una mezza predica dicendole che le conveniva mostrare tutto il suo valore, da lì in avanti, se non voleva farli pentire della decisione presa. Solo di fronte al nobile Death Mask non era riuscita a spiccicare parola. Ma, del resto, lui l’aveva totalmente ignorata andandosene subito, quindi andava bene così.

E anche il mio maestro ha parlato in mio favore, o adesso non sarei qui, dovette ammettere per onestà intellettuale. Tutti i Santi d’Oro avevano riconosciuto il suo valore, e questo per Angela contava più di qualunque merito cui era stata costretta a rinunciare. Che le importava se nel Santuario nessuno sarebbe mai venuto a sapere che aveva combattuto in Atlantide, anche se solo come portatrice delle vestigia di Libra? Lo sapevano i Santi d’Oro, lo sapeva Athena, lo sapeva lei, e tanto bastava.

“Maestro, non ho ancora avuto modo di ringraziarvi per…”

“Ho finito, puoi alzarti. E per carità, stringi quella fascia!”

Angela ubbidì meccanicamente. “A che serve che mi faccia bella, se non posso farmi vedere in viso e se prima che cali la sera sarò piena di lividi?” chiese, con sarcasmo, ma Aphrodite le rispose seriamente.

“Non puoi dimenticare di essere una donna, anche se ti addestri da Santo: ho visto tante fanciulle, fanciulle come te, divenire poco più che bestie rabbiose, perché non potevano competere sul piano della pura forza fisica coi guerrieri maschi. Non ha senso che ti affanni in tal senso, ragazza mia: l’apprendista di Aiolia ti sarà sempre superiore, fosse soltanto perché la natura gli ha dato venti centimetri di statura in più e una quindicina di chili di puro muscolo, che tu non avrai mai. Sono altre le strade che devi seguire, per realizzare il tuo sogno.”

Angela lo guardò stupita. “Altre strade?”

“Il cosmo, sciocca. Ma guardami!” Aphrodite allargò le braccia. “Pensi che potrei vincere in un combattimento puramente marziale, io? Credi che sarei divenuto quel che sono, se non avessi affinato il mio cosmo, piuttosto che i miei muscoli?”

“Ma voi non siete affatto debole, maestro…”

“Neppure tu lo sei. La tua forza fisica va bene. Adesso affina il resto, o rimarrai sempre un’aspirante Santo.” Disse Aphrodite in tono definitivo, facendo intuire ad Angela che almeno parte della durezza con cui l’aveva sempre trattata dipendeva dalla stizza che provava nel non poterla addestrare come voleva davvero… come una ragazza, pensò stupita. Ma sì, se mi farà diventare ciò che desidero… perché non provare?

“Insegnatemi, allora.” Gli disse con fermezza, e lo vide sorridere. Così andava bene. Tanto che non seppe trattenersi dall’aggiungere, ironicamente: “Insegnatemi anche come farmi bella, visto che ci siamo!”

Era un bel suono, quello delle risate alla Dodicesima. Angela cominciò solo allora, per la prima volta da quando aveva perso la sua famiglia, a sentirsi a casa.

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