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Sangue di Dea (II)

Quando ebbe avvisato tutti i Santi d’Oro a guardia delle Dodici, Angela si avviò lemme lemme lungo il sentiero che costeggiava le Case, stanca morta e preoccupata da non dirsi per quanto stava succedendo: anche se l’opinione di un’apprendista contava quanto il due di picche, niente al mondo riusciva a levarle la convinzione che fosse tutto un gran pasticcio, oltre che una vera esagerazione da parte del Gran Sacerdote. Da quando in qua era necessario allertare i Santi d’Oro dell’arrivo di quattro Bronzei traditori?

Delle due l’una: o il sommo Saga sa qualcosa che nessun altro sa, e questo dovrebbe bastarmi… oppure sta un attimino perdendo il senso delle proporzioni. I cavalieri che stanno arrivando sono ragazzi della mia età o giù di lì, per di più allievi di guerrieri fedelissimi al Santuario, che minaccia potranno mai essere? Impegnare i Santi d’Oro in una simile puerilità, ordinando loro di rimanere a guardia delle rispettive Case per giustiziarli, è…

Si fermò, riflettendo accigliata. Sì, era decisamente una stupidaggine far presidiare le Case ai Santi rimasti, ma forse il sommo Saga voleva in qualche modo rimediare agli sbagli commessi durante la guerra contro Poseidone… sarà per questo che aveva tanta fretta di mandare in missione il nobile Aiolos e il nobile Death Mask, si disse, e riprese il cammino, scuotendo la testa. Sì, era piuttosto logico, a ben pensarci, eppure Angela continuava a rimuginare, con la sensazione di trascurare un dettaglio di fondamentale importanza, l’elemento che avrebbe spiegato tutto, e in modo totalmente diverso da ciò che i fatti sembravano indicare.

Il sommo Saga… il sommo Saga…

Le ultime strisce vermiglie stavano sbiadendo all’orizzonte quando infine sbucò sul piazzale da cui si diramavano i sentieri che conducevano al gineceo, alla Tredicesima, all’agorà, insomma a tutti i luoghi esistenti nel Santuario. C’era un discreto viavai di persone, mobilitate dagli ordini del gran sacerdote, perciò Angela non si accorse di Darius finché non ci sbatté letteralmente contro.

“Ah, scusa… non ti avevo visto.” Fece un passo indietro, a disagio di fronte all’amico: doveva ancora abituarsi ad essere considerata una ragazza, e in abiti femminili si sentiva vulnerabile come non mai. Darius probabilmente pensava la stessa cosa, perché indietreggiò a sua volta, sorridendole nervosamente.

“Oh, ciao… ehm… che sorpresa. Come va?”

Non avevi una voce tanto impostata, prima, pensò Angela con un sospiro interiore. “Ho appena avvertito il nobile Aldebaran come da disposizioni, e stavo recandomi con gli altri nelle aree protette del Santuario… sai, per la battaglia imminente.”

Contro quattro cavalieri di Bronzo, ridicolo. La Tredicesima è stata evacuata, non ci sarà nessuno a parte il sommo Saga, Athena, e pochi altri. Per qualche ragione, quel pensiero la disturbava enormemente. Athena e Saga…

“Ah, sì, anch’io, il mio maestro mi ha impartito lo stesso ordine…” disse Darius impacciato, sottraendola ai suoi pensieri. “I Santi d’Oro sono molto in collera per quel che è successo al nobile Shaka.”

“Athena dice che è vivo e tornerà presto – replicò Angela – quindi non hanno ragione di prendersela tanto.”

“Resta pur sempre il tradimento…” L’obiezione di Darius era stata espressa con accenti molto più miti di quelli che avrebbe usato prima, quando discutevano animatamente sulle rispettive opinioni, e Angela si rese conto con una piccola fitta che ormai era cambiato tutto. Cambia quello che non voglio, mentre quel che vorrei cambiasse resterà sempre uguale… strinse i denti e decise di buttarsi a testa bassa, come faceva sempre quando era spaventata. Non le capitava spesso di spaventarsi per un pensiero, in verità, ma ultimamente divagava sempre più spesso in una direzione che le faceva paura, le ispirava quasi ripulsa… eppure non poteva evitarlo. Non voleva evitarlo. Era attratta da quei pensieri, quasi contro la sua volontà, e l’idea che quella notte ci sarebbe stato pericolo, che lui sarebbe stato in pericolo, era talmente brutta da indurla a parlare a vanvera, per non doversi angosciare inutilmente. Prego gli dei che non gli accada nulla di male… che altro posso fare?

“A proposito, non ti ho ancora ringraziato per aver parlato a mio favore di fronte ad Athena – disse rapidamente – anche se ti ho imbrogliato per tutto questo tempo, ti sei comportato da vero amico, e non me lo merito. Davvero, grazie.”

Per un istante gli occhi di Darius si fecero duri. “Già, un vero amico…” Si riscosse e si volse verso il sentiero che conduceva all’area retrostante il Santuario, dove si radunavano gli apprendisti e tutti gli uomini inabili al combattimento. “Beh, dobbiamo andare, non credi? Tra poco sarà buio e la strada non è illuminata.” Fece qualche passo in quella direzione, ma ristette quando vide che Angela non lo seguiva.

“Ehm…” Fece lei, notando la perplessità del compagno d’addestramento. Indicò un secondo sentiero, in direzione opposta a quello imboccato da Darius. “Io veramente dovrei… recarmi al gineceo. Sai com’è…”

“Oh!” Darius arrossì e si affrettò ad annuire. “Oh, certo… scusa, non avevo pensato che…”

“Non fa niente.” Disse Angela.

“Scusa, davvero… io…”

“Non fa niente – ripeté lei – ci vediamo domattina, allora. Speriamo vada tutto bene, eh?”

“Speriamo. Beh, allora a domani…”

E’ tutto cambiato, pensò ancora Angela, con più tristezza di quel che le parve logico. Anche se Athena mi ha soccorsa, anche se i Santi d’Oro mi hanno assolta, è tutto cambiato e non tornerà mai come prima. Guardò la figura di Darius che si allontanava in tutta fretta, come se l’amico volesse fuggire da lei, e si sentì stringere il cuore. Odiò quella stretta, perché era un modo femminile di stare male, e ultimamente aveva provato quella sensazione fin troppo spesso per i suoi gusti. Ricordò i soldati di Poseidone che l’avevano aggredita, e che certo non si sarebbero comportati come avevano fatto se avessero pensato che lei era un maschio… perché doveva essere tutto così difficile, maledizione? Perché non doveva bastare spaccarsi la schiena con quegli allenamenti al limite dell’umana sopportazione? Perché doveva avere paura per qualcuno, quella notte?

Quella Shaina, pensò incamminandosi mogia lungo il sentiero del gineceo, come la capisco, come la capivo anche allora… Dio, com’è difficile riuscire a farsi valere, se tutti intorno a te vedono solo che sei una ragazza… poi carina com’era lei doveva essere ancora peggio… chissà che fine avrà fatto?

Il crepuscolo baluginò come una torcia che lingueggia prima di spegnersi e la notte cominciò a calare. Angela si fermò un momento, perché un’altra persona arrivava dalla direzione opposta, cosa molto strana considerando che nessuno doveva lasciare i luoghi sicuri prima dell’alba…

“Nobile Marin?” disse stupita, quando vide emergere dal buio la chioma fiammeggiante dell’unica altra persona dai capelli rossi nel Santuario, oltre a lei, ma rimase addirittura senza fiato quando si accorse che indossava la sua armatura. L’emblema dell’Aquila sul diadema splendeva d’argento perfino nella notte, catturando la poca luce delle torce appese ai muri, poco più in là.

La donna si fermò e la squadrò, il volto inespressivo per via della maschera. “Tu sei la sorella dell’allievo di Aphrodite, vero? Sono addolorata per la perdita di tuo fratello: Angel era davvero coraggioso, ed è morto da eroe.” Le disse, facendola sorridere ironicamente, dietro la maschera. Questa tradizione sarà stupida e sessista, però a volte è davvero comoda…

“Vi ringrazio, nobile Marin. Spero di non infangare la sua memoria, portando avanti quello che era il suo sogno.”

“Sei sua sorella maggiore?”

“Compirò diciassette anni in autunno, sì.” Del resto, come maschio non potevo darmi la mia età reale: a diciassette anni si è già un uomo, e Angel era credibile solo come ragazzino.

“Conquista presto un’armatura.” Le augurò la nobile Marin, passandole accanto. Angela non riuscì a trattenersi e si voltò per non perderla di vista.

“Andate a cercare il vostro allievo? Ho appena informato i Santi d’Oro…”

“Va’ al gineceo – fu la risposta – tutto questo non ti riguarda, ragazza.”

“Io non credo che il vostro allievo abbia tradito nessuno – disse Angela senza riflettere – non lo crederò mai: Angel mi ha detto di averlo conosciuto, e mio fratello non sbagliava in queste cose: sono sicura che è tutto un malinteso.”

Marin si volse a guardarla. “Sei d’animo gentile, e anche tuo fratello lo era, senza alcun dubbio, ma le leggi del Santuario sono inappellabili. Ora va’, te ne prego.”

Angela fu felice di ubbidire: aveva idea che quella notte nel Santuario sarebbe successo un disastro di quelli epocali, almeno sul piano umano, e non desiderava affatto trovarcisi in mezzo. Sì, come no… in mezzo ci sono già, visto che vivo nel Santuario, pensò ironicamente, e comunque sto facendo una frana da un sassolino: sono solo quattro Santi di Bronzo, andiamo!

Senza un motivo al mondo, alzò gli occhi alla Tredicesima, che incombeva sul Santuario, in quella notte insonne, come un gigante minaccioso. Non vorrei trovarmi là per niente al mondo, pensò irrazionalmente, e rabbrividì.

 

 

Marin, tra poco ci rivedremo, pensò Seiya inerpicandosi lungo il sentiero roccioso che dal Partenone conduceva al Santuario, una strada nascosta e invisibile alle persone comuni, come poteva esserlo un nido d’uccelli camuffato tra i rovi agli occhi profani di un uomo di città. Lo scrigno di bronzo gli sbatteva contro la schiena ad ogni salto, ma il suo peso non lo infastidiva più, ed era questo, quasi più di tutte le battaglie sostenute, a dargli la dimensione di quanto si fosse temprato, nel breve intervallo trascorso fuori dal Santuario. Quello scrigno, che l’aveva impacciato nei movimenti fino a farlo inciampare, la notte della sua fuga (e gli costava definirla così, ma alla fine questo era quanto), gli sembrava adesso non più pesante dello zaino scolastico di uno studente delle medie. Un uomo qualsiasi non sarebbe neppure riuscito a sollevarlo, si capisce, e anzi neanche avrebbe potuto avvicinarsi allo scrigno di un’armatura: le emanazioni cosmiche delle sacre vestigia erano tali da respingere chiunque non possedesse la necessaria preparazione.

Non sono più lo stesso uomo, pensò proseguendo nel cammino, e non so neppure se questo sia un bene o un male, visto il prezzo che abbiamo pagato per raggiungere un simile livello… lanciò un’occhiata a Shun, accanto a sé, ma l’espressione del compagno era chiusa come un portone sbarrato. Quando era stata presa la decisione di recarsi al Santuario, sia lui che Hyoga si erano preoccupato per Shun, per la sua fragilità, ma Seiya iniziava a pensare di aver commesso un grossolano errore di valutazione, perché quell’esile ragazzo non mostrava la minima esitazione, e anzi aveva tutta l’aria di essere pronto a distruggere qualsiasi ostacolo si fosse posto sul suo cammino. Guardati dalla collera del mite, pensò ancora Seiya, con meno ironia di quel che gli sarebbe piaciuto. E io che credevo di essere una testa calda…

“Attento, Seiya!” Alle sue spalle, Hyoga gli assestò uno spintone micidiale, che lo gettò a terra nel preciso istante in cui un colpo di violenza inaudita gli sfiorava la spalla, nel punto dove una frazione di secondo prima c’era stata la sua giugulare. Il solo spostamento d’aria fu sufficiente a spezzare la cinghia e Seiya si rialzò trattenendo l’armatura su una spalla sola, mentre nell’altra gli si accendeva un dolore simile a fuoco, a causa del profondo taglio inferto.

“Cosa fai, dormi? – chiese Hyoga aspramente, aiutandolo – siamo nel Santuario, non devi mai abbassare la guardia!”

“Sì, sì…” brontolò Seiya, umiliato. Bella figura, distrarsi così in quei momenti tanto pericolosi… ricordò che Marin lo rimproverava sempre a riguardo. Non imparerò mai, eh?

Alzò gli occhi verso la persona che li aveva attaccati e trasalì violentemente, come per una scarica elettrica. E mai termine fu più azzeccato…

Shaina.

Alta e statuaria, coi capelli spettinati dal vento che le sbattevano contro il freddo metallo della maschera, l’armatura che rendeva ancora più imponente, quasi virile, quel corpo tonico, modellato dagli allenamenti spietati del Santuario… la donna levò le mani contratte ad artiglio, preparandosi ad attaccare ancora.

“Cosa ci fai qui, tu? – chiese Seiya sconvolto, facendo involontariamente un passo indietro – credevo… a Death Queen Island…”

“Credi che un miserabile Santo di Bronzo come te possa battermi, muso giallo? – replicò lei, sprezzante – mi hai sorpresa, non credevo fossi diventato tanto abile, ma la cosa finisce qui. I tuoi compagni, se vogliono sottomettersi al giudizio del Santuario, possono proseguire, ma tu morirai adesso.”

Hyoga e Shun si irrigidirono dietro di lui, preparandosi al contrattacco, mentre Seiya non si tratteneva più ed esplodeva, furioso: “Ma che diavolo vuoi da me, si può sapere? Ti ho già detto che non intendo battermi con una donna, per di più una compagna d’armi! Perché vuoi costringermi a farlo ad ogni costo?!”

Da dietro la maschera scaturì una risata amara come acido versato su vetro scheggiato. “Perché voglio che tu mi consideri alla stregua di un uomo, ecco perché!”

Seiya deglutì senza riuscirci, mentre guardava le forme spudoratamente femminili della sua avversaria. “E come potrei, scusa?”

La donna strinse i pugni. “Da sempre, fin dall’epoca del mito, il mondo dei Santi di Athena è stato esclusivamente maschile! E’ solo per questo che, quando una donna vuole unirsi a loro, è costretta a portare un simulacro – toccò la maschera – per nascondere la sua identità. Solo così… solo così può celare al mondo la sua femminilità. Se qualcuno mi vedesse senza questa copertura, è come se mi vedesse nuda!”

“Beh, ora non credi di esagerare un po’…?”

“Ah, secondo te questa è una sciocchezza!” La voce di Shaina si alzò fino a un tono stridulo, pressoché isterico. “Tu hai visto il mio volto, Seiya, mi hai disonorata! Pagherai per questo!”

“Ma dai, era notte fonda, non come ora… non ho visto niente, davvero…”

Il suo tentativo di umorismo cadde nel vuoto, perché Shaina gli si scagliò contro con un grido di rabbia. Seiya schivò lateralmente, e continuò così, indietreggiando e tenendo gli occhi fissi sulla donna, che con colpi veloci e precisi affondava i suoi micidiali artigli… non poteva vederle il viso, ma sapeva che lei lo stava a sua volta guardando.

Alla fine le afferrò un braccio e glielo torse dietro la schiena, non per farle male, ma solo per trattenerla. Strano, non ricordava di essere diventato tanto veloce da poter così agevolmente bloccare la sua nemica di sempre… oppure era lei ad essere stranamente lenta ed impacciata?

“Hyoga, Shun, voi proseguite! Questo non è affar vostro!”

“Ma Seiya…” prese  dire Shun. Hyoga gli posò una mano sul braccio, scuotendo la testa.

“No, ha ragione lui: questo non è affar nostro. E’ una questione personale, Shun, devono sbrigarsela tra loro. Andiamo, rechiamoci al Santuario.”

Il Santo del Cigno si sistemò meglio l’armatura in spalla e riprese il cammino lungo il sentiero. Dopo un attimo di esitazione, Shun lo seguì, anche se si voltava di continuo a lanciargli occhiate ansiose, chiaramente riluttante ad abbandonarlo in una simile situazione.

Come per un tacito accordo, Seiya e Shaina rimasero immobili, l’uno trattenendola, l’altra lasciandosi trattenere, finché i due Santi non furono spariti oltre la curva, quindi la donna si liberò con uno strattone e fronteggiò l’avversario.

“Preparati a morire, Seiya.” Sibilò Shaina, sollevando gli artigli.

Seiya strinse le labbra. “Prima volevi uccidermi perché ho sottratto l’armatura al tuo discepolo, adesso ululi di volerlo fare perché ti ho veduta in volto… a cosa devo credere, Shaina? Tu e la tua corte di scudieri adoranti mi avete sempre reso la vita impossibile, da quando sono arrivato al Santuario, e se anche non ti avessi disonorata, sono sicuro che saremmo ugualmente in questa situazione. Non è così? Perché mi odi tanto?”

La donna ristette, come se quelle parole fossero state altrettanti colpi, ciascuno andato a segno. Seiya attese, sicuro che il momento della resa dei conti fosse arrivati, finalmente… qualunque fosse il conto che Shaina aveva in sospeso con lui.

Lentamente, lei si portò una mano al volto, strinse le dita sulla maschera e la staccò da sé.

Seiya spalancò gli occhi.

E’ vero che l’altra volta c’era buio e ho potuto vedere solo che non era il mostro butterato che pensavo, ma adesso… adesso…

Aveva la pelle color miele, più chiara del resto del corpo, abbronzato dai lunghi allenamenti sotto il sole, e lineamenti delicati su un volto a forma di cuore. Le labbra erano rosee, piene ed incurvate… doveva avere un bel sorriso, se mai aveva sorriso in vita sua, e le sopracciglia si inarcavano con delicatezza sulla fronte, se mai aveva concesso loro di rilassarsi anziché rimanere sempre aggrottate con severità. Ma la cosa che penetrò l’animo di Seiya come un proiettile furono i suoi occhi, immensi occhi verdi nei quali luccicavano lacrime non versate, imprigionate dalle lunghe ciglia chiare. Erano occhi bellissimi, totalmente incongrui con la durezza della loro proprietaria, occhi che riportarono Seiya ai suoi primi giorni al Santuario, quando era un bambino che correva dappertutto senza conoscere la geografia del luogo, fino a sconfinare nel gineceo inseguendo un coniglio selvatico che, probabilmente, mai avrebbe avuto il coraggio di uccidere davvero… uno sconfinamento che gli sarebbe costato una punizione dolorosa, come l’aveva ammonito la ragazzina che l’aveva scoperto, atteggiandosi ad antipatica senza riuscirci minimamente…

“Eri tu, quella ragazza così cara e sensibile – mormorò – tanto da indurre un coniglio selvatico a fidarsi di te, solo per la dolcezza del tuo cosmo… eri tu, Shaina!”

“Sta’ zitto!” Urlò lei, lasciando cadere la maschera e scagliandoglisi di nuovo addosso, non con la tecnica marziale di un Santo, ma soltanto con la propria rabbia sofferente, quella stessa che certo l’aveva sostenuta dopo la sconfitta di Death Queen Island, che l’aveva fatta tornare al Santuario… mi ha seguita, pensò Seiya stupefatto, era lei l’ombra che avvertivo, ne sono certo… ma perché attaccarmi qui, adesso? Quasi si sia decisa solo ora…

Gli attacchi della donna erano convulsi e scoordinati, Seiya li evitò senza il minimo sforzo, e infine afferrò di nuovo il braccio di Shaina, bloccandola in modo da non farle male. La sola idea gli sembrava folle, ormai.

“Placa la tua ira, te ne prego. E’ inutile, non mi batterò mai più con te: mettiti il cuore in pace.”

Shaina gli lanciò un’occhiata che avrebbe voluto essere furiosa, ma che era soltanto ferita… quante volte aveva avuto quello sguardo, dietro l’impassibile freddezza della sua maschera? Non posso credere di aver avuto timore per tanto tempo di una fanciulla così, pensò Seiya. Non posso combatterla… non potrei…

Shaina si liberò dalla sua presa e indietreggiò, allontanandosi di alcuni passi. Le sue spalle sussultavano e teneva i pugni serrati, in un disperato tentativo di non cedere alle emozioni, ma era una battaglia persa e potè soltanto voltarsi, per non farsi vedere piangere. Seiya posò in terra lo scrigno dell’armatura, fletté la spalla indolenzita dal peso e rimase a guardarla, senza sapere bene come comportarsi… perché la donna aveva deciso che un guerriero doveva essere immune da qualunque tenerezza, poi? Perché imporsi tanta sofferenza, quando il contrario sarebbe stato così dolce…?

“Shaina…”

“Ci sono due… possibilità – lo interruppe lei con voce spezzata, continuando a dargli le spalle – solo due, per salvare la mia dignità di guerriero dal disonore… non farmi scegliere l’altra… ti prego!”

“Non ti capisco…” Ma non era del tutto sincero. Marin non gli aveva mai parlato apertamente degli obblighi della sua maschera, ma Seiya sapeva benissimo che soltanto un uomo, nel Santuario, conosceva il volto della sua maestra… e Marin non aveva certo intenzione di ucciderlo…

Shaina si voltò di scatto, repentina come un cobra, e lo colpì al ventre, tanto forte da fargli fare un volo contro le rocce, che gli svuotò i polmoni impedendogli di parlare, mentre si rialzava.

“Non importa, ho detto una sciocchezza! Difenditi cavaliere, perché stavolta non avrò pietà di te! Difenditi!

“No, Shaina!”

No, Marin non lo ucciderebbe, anche se ha visto il suo volto, perché lei… lei lo…

“Shaina.”

Si fermarono entrambi a quella voce estranea, volgendosi verso chi aveva parlato. Seiya lanciò un’esclamazione di gioia, vedendo materializzarsi il suo desiderio principale.

“Marin! Sono così felice di vederti, ho fatto tanta strada per…”

Non riuscì neanche a finire la frase, perché la sua maestra gli sferrò uno dei colpi per cui era famosa, tanto rapido che neppure lo vide arrivare, ma che gli spaccò un labbro facendolo sanguinare.

“Cosa fai, qui?” Gli chiese aspramente, sollevandolo di peso per la maglietta. “Tu, vigliacco traditore, ribelle di Athena che hai calpestato tutto ciò che ti avevo insegnato! Come osi mostrarti qui al Santuario!”

E lo colpì ancora. Seiya non reagì, non avrebbe potuto neanche volendo perché mai e poi mai avrebbe levato la mano contro Marin… lei si chinò su di lui e lo afferrò per i capelli, brutalmente.

“Ascolta – sussurrò, rapidissima – i Santi d’Oro hanno ricevuto l’ordine di uccidervi, dovete incontrare direttamente Athena se volete una possibilità di salvezza… il sommo Saga vi vuole morti, tutti quanti!”

“Che cosa…? Ma perché…?”

Marin gli sferrò un altro pugno che lo gettò lontano da Shaina, verso la via della Tredicesima. “Hai tradito la mia fiducia!” Lo accusò a voce alta, poi corse da lui, gli inferse un calcio e si abbassò con l’aria di volerlo colpire ancora.

“Cercate di incontrare direttamente Athena, tu conosci le scorciatoie per evitare le Dodici, indicale ai tuoi amici, o morirete tutti! Sta succedendo qualcosa di strano stanotte, se non vi affrettate…”

Lo gettò sul sentiero. “Vattene, Seiya, non costringermi ad uccidere il mio allievo! Sparisci dalla mia vista!”

Frastornato e pesto, il giovane si rialzò. La sua armatura era rimasta a terra vicino a Shaina, non poteva recuperarla… pazienza, si sarebbe arrangiato. “Come vuoi, Marin, me ne andrò… addio, Shaina!” E corse via, prima di prenderle ancora, il cuore in subbuglio e la mente annichilita da tutte quelle rivelazioni improvvise. Alle sue spalle, Shaina gridò di rabbia nel vederlo sfuggirgli, poi imprecò in maniera decisamente poco femminile quando Marin le sbarrò la via.

E così era tutto vero, il sommo Saga sta tramando contro Athena… e lo sta facendo in questo istante, con l’intenzione di far ricadere la colpa su di noi! Dei del cielo, fate che non sia troppo tardi per evitare che accada il peggio!

Corse più che poteva, ignorando i polmoni in fiamme, deciso a raggiungere Shun e Hyoga per metterli sull’avviso. Marin starà trattenendo Shaina, pensò, spero non si nuocciano troppo a vicenda… quasi gli venne da ridere. Fino a pochi giorni prima si sarebbe augurato che Marin uccidesse la sua odiata aguzzina, ma come poteva sperare qualcosa di male per Shaina, ora che l’aveva veduta senza maschera, in ogni senso possibile?

Diceva di avere due possibilità… chissà cosa intendeva, si chiese svoltando la curva. Certo che è totalmente diversa da Athena, gli venne da paragonare. Meno bella, magari… no, meno raffinata, ecco… più terrena, più reale. Athena si sta staccando da questo mondo per prendere il suo posto tra le divinità, mentre Shaina credo stia seguendo il percorso contrario… voleva essere più di una donna, invece è come donna che è… stupenda. Arrossì sapendo di arrossire, sentendosi estremamente stupido. Non aveva molta esperienza con le donne, lui, e di fronte a quell’aspetto della sua nemica storica si sentiva completamente sprovveduto. Si sforzò di concentrarsi sul ben più pressante problema della sopravvivenza, accantonando quei bellissimi occhi verdi per un momento più adatto… un incontro al chiardiluna, magari…

Si fermò, sbattendo le palpebre, sorpreso. Quello che vedeva era del tutto inatteso, tanto che impiegò qualche istante a rielaborare per bene il fatto che Shun e Hyoga si trovavano riversi sul sentiero, accanto alle loro armature, mentre l’uomo che gli aveva colpiti era ancora fermo in mezzo alle sue vittime, rivolto verso di lui come se lo stesse attendendo. E probabilmente era davvero così.

“Seiya, fa’ che questo incontro non ferisca l’animo di Marin più di quanto sia avvenuto finora. Ho trasgredito l’ordine che mi imponeva di presidiare la Quinta, pur di evitare inutile dolore: voglio che quando lei giungerà qui sia già tutto finito.” Disse Aiolia, l’armatura d’oro che splendeva perfino nella luce grigiastra che precede la tenebra.

“Marin è impegnata in combattimento, adesso – rispose Seiya cauto, sapendo perfettamente che quello era un avversario al di fuori della sua portata – e non giungerà qui, se era questo a preoccuparti. So che hai ricevuto ordini precisi a nostro riguardo, ma non vuoi almeno ascoltare la nostra versione dei fatti?”

“No.” Rispose semplicemente Aiolia, scavalcando il corpo di Hyoga. Dovette cogliere l’occhiata d’angoscia che Seiya lanciò ai compagni, perché aggiunse: “Il destino di questi altri traditori non appartiene a me: chi dovrà giustiziarli arriverà tra non molto. Ma tu, Seiya, che un tempo ho chiamato amico, troverai la fine per mano mia, perché la vicinanza avrebbe dovuto chiarirmi la vera natura del tuo cosmo. Mio è stato l’errore, e mia sarà la riparazione. Sei pronto, cavaliere?”

Il Santo del Leone sollevò il pugno a braccio teso, per lanciare il colpo che lo contraddistingueva.

Ecco, è la fine, pensò Seiya mentre davanti agli occhi gli danzavano le mille scie saettanti del Plasma di Luce.

 

 

Death Mask non era debole. Se lo fosse stato non avrebbe ottenuto l’investitura e il titolo più elevato cui un Santo potesse aspirare, quello oltre il quale vi era soltanto il potere del sommo sacerdote; non sarebbe diventato custode della Quarta e non avrebbe vinto tutte le sue battaglie, fino ad arrivare a quella contro un suo pari; non sarebbe stato l’unico Santo in cui il sommo Saga potesse riporre abbastanza fiducia da rivelargli la verità. Fin dall’infanzia aveva lottato duramente per diventare forte, fin da quando era in grado di ricordare… sempre, sempre aveva combattuto con quell’unico scopo, il solo che valesse la pena perseguire, nel breve lasso di tempo che gli uomini trascorrevano sulla terra. Tutto il resto spariva con la morte, ma la forza, il ricordo della forza permaneva nei secoli ed era capace di donare l’immortalità. Soltanto chi capisce questo può essere un guerriero, era il suo pensiero mentre schivava i Cento Draghi che gli volavano addosso alla velocità della luce, colpi impensabilmente potenti per provenire dal corpo decrepito del Santo della Bilancia, che a un osservatore esterno sarebbe parso immobile. Lo stesso Death Mask vedeva solo le scie di luce che i movimenti di Dohko tracciavano nell’aria, ma andava bene così, perché il suo addestramento e il Settimo Senso di cui era dotato gli permettevano di orientarsi senza difficoltà in quel labirinto letale di draghi di luce.

D’improvviso com’era cominciato, tutto finì, e i due antagonisti tornarono a fronteggiarsi, l’uno seduto davanti alla cascata, l’altro coi pugni levati e pronto al nuovo corpo a corpo.

“Sei vecchio, Dohko – disse Death Mask – non hai speranze contro di me. Arrenditi.”

“Ti lasci ingannare dalle apparenze, ragazzo mio – fu la risposta – e poi, se mi arrendessi, cosa faresti?”

Death Mask ghignò. “Ti ucciderei.”

“Questo esclude che possa farlo, come comprenderai – si rammaricò l’anziano Santo – non solo per considero questo mondo migliore dell’altro, ma anche perché con la mia morte il sigillo di Hades verrebbe a cadere prima del tempo, e Athena si troverebbe ad affrontare il suo nemico di sempre in una situazione davvero poco auspicabile.”

“Saga saprebbe combattere la Guerra Sacra molto meglio di quella ragazzina – gli fece notare Death Mask – con lei a comandarci, è probabile che alla fine del Santuario resterebbe soltanto un cumulo di macerie.”

Dohko lo trafisse con i suoi occhi obliqui, taglienti come spade. “Mi viene da chiedermi per quale ragione sei diventato Santo di Athena, dato che la disprezzi così. Le tue parole sono di tradimento, te ne rendi conto?”

“Athena è una dea guerriera – ribatté l’altro – ma la fanciulla che vive nel Santuario non sa battersi, non è in grado di affrontare la Guerra Sacra. Non ho intenzione di cominciare una battaglia destinata alla sconfitta, solo perché il nostro condottiero è incapace.”

“Athena è dea guerriera non in senso letterale, sciocco! Cosa ti aspetti, che Efesto si reincarni in un fabbro, Dioniso in un gaudente, Apollo in un artista e Afrodite in una…”

Death Mask ridacchiò. “Risparmiami la predica, la so a memoria. Per quanto mi riguarda, Athena ha dimostrato di essere incapace, e la mia fedeltà va a colui che ha tenuto il Santuario per tutti questi anni, con pugno fermo e capace. Di ragazzine ne trovo quante ne voglio, ma un condottiero a cui affidarmi è merce rara. Vogliamo riprendere, dunque?”

Il cosmo di Dohko fremette di rabbia, con una forza davvero inaspettata per un corpo tanto anziano, ma prima che Death Mask potesse accantonare la considerazione per attaccare a sua volta, avvertì un’interferenza, come una mosca che svolazzi in una stanza silenziosa, e si volse.

“Cavaliere di Cancer! Mai in tutta la mia vita ho provato un tale odio per un nemico! Sei un miserabile, un individuo spregevole, in te non vi è traccia alcuna di Athena, sei malvagio!”

“Levati di mezzo, ragazzino – disse Death Mask annoiato – per te ce ne sarà dopo, visto che ci tieni tanto.”

Shiryu, Santo di Bronzo del Dragone, saltò di rupe in rupe fino a raggiungere i due contendenti, e si pose tra il suo maestro e il Santo d’Oro mandato ad ucciderlo. Era cieco, ma il cosmo lo guidava. “Hai tradito Athena, hai calpestato l’amore e la misericordia troppo a lungo per poter sopravvivere! Non avrò pace finché non ti avrò strappato l’anima per gettarla in Ade, verme!”

Il cosmo di quel Santo era pateticamente debole, ma mentre cominciava ad espanderlo Death Mask si accorse che non era più al livello di un Santo di Bronzo: per quanto cieco e menomato, il ragazzo era diventato più forte, forse temprato dalle battaglie, forse dalla sofferenza… quel pensiero gli fece affiorare un ghigno alle labbra, mentre rispondeva con scherno: “Ti preoccupi di quell’insignificante ragazzina? Sei un cavaliere, ragazzo, non un salvatore di fanciulle indifese, oppure un missionario. Avresti dovuto sbattertela finché potevi, adesso dubito ne sia rimasto granché… ma non temere, quando sarai morto ci penserò io, a far sì che non arrivi vergine nell’aldilà.”

L’insulto era troppo bruciante perché Shiryu potesse tollerarlo, ma Death Mask era preparato e parò tutti i colpi che il Santo di Bronzo gli scagliò addosso, anche se verso la fine si sorprese a stringere gli occhi, perché cominciava a stentare a distinguerli… si spostò alla velocità della luce, arrivando alle spalle del ragazzo, e lo afferrò per i lunghi capelli, facendogli volare via l’elmo.

“Tu vuoi strappare l’anima a me, con quella ridicola armatura? A me, che posso muovermi tra il regno dei vivi e quello dei morti a mio piacere? A me, che so esattamente in che luogo finiremo tutti, una volta morti, e che per questo…” Si interruppe, sconvolto per essere stato sul punto di esprimere a voce alta, a quel nemico così inferiore, il pensiero più tenebroso del suo animo nel quale la tenebra cresceva rigogliosa.

…e che per questo so quanto sia inutile il minimo gesto di bontà, destinati come siamo a precipitare tutti nella bocca di Ade…

Il cosmo di Praesepe iniziò ad ammassarsi intorno al corpo del Santo d’Oro, e ogni cosa divenne fredda, spettrale, ostile. Fu come se l’addensarsi dell’ammasso stellare del Cancro sul dito indice di Death Mask risucchiasse via ogni speranza, ogni felicità, ogni palpito di vita fin dove poteva posarsi lo sguardo umano. Una farfalla che si trovò entro il raggio d’influenza di quel cosmo letale fremette come attraversata da una scarica elettrica e cadde a terra, immobile e grigia.

“Ora lo vedrai, cosa significa strappare l’anima a qualcuno per gettarla in Ade…”

Shiryu gli si rivoltò contro, riuscendo soltanto a ferirsi le nocche contro l’armatura d’oro. “Tu, mostro… non puoi essere un Santo devoto ad Athena, non hai alcun diritto di indossare la corazza che porti… come puoi essere un cavaliere della gerarchia più alta, tu che se incapace di provare pietà verso gli innocenti, verso una fanciulla indifesa il cui unico torto è preoccuparsi per me?”

Eccola, la bocca di Ade… ecco la fila interminabile delle anime defunte che si muovevano verso l’ingresso del regno d’oltretomba, per precipitare in quel nulla senza ritorno… un giorno sarebbe toccato anche a lui, certo, ma non oggi… solo questo contava.

“Aspetta, cavaliere d’oro!”

Fu un fulmine, un lampo che squarcia la tenebra, ma non svanì subito come la folgore – permase, si espanse, divenne tanto potente da offuscare l’ingresso di Ade, nel quale ormai Shiryu si trovava, dissolvendolo attorno al Santo di Bronzo come nebbia al sole. Death Mask digrignò i denti, non tanto per l’interferenza, quanto perché la situazione si era ribaltata di colpo, era divenuta molto pericolosa, quasi fatale, man mano che il rumore dei passi si avvicinava e saliva in cima alla rupe l’uomo che aveva impedito al Santo del Dragone una fine estremamente sgradevole.

Involontariamente, Death Mask fece un passo indietro. “Che cosa fai tu, qui?”

Il cosmo di quel Santo era abbacinante, tanto da rendere quasi impossibile guardarlo, ma non aveva importanza, naturalmente, perché tutti gli astanti l’avevano riconosciuto immediatamente. Vi fu un ultimo lampo, come un palpito di quella possanza che aveva bloccato un Santo d’Oro sul punto di scagliare il suo colpo più potente, e infine il cosmo del nuovo venuto si ridusse a proporzioni compatibili con un dialogo verbale, pur continuando a vibrare in sottofondo d’energia trattenuta.

“Stavo per farti la stessa domanda, Cavaliere di Cancer. E coltivo ancora la speranza che la risposta non sia quella che temo.” rispose Aiolos, il vento di propulsione della cascata che faceva vibrare leggermente le ali dorate della sua armatura.

“Sono venuto qui su ordine del sommo sacerdote – replicò Death Mask, guardingo – e tu invece, per ordine di chi ti trovi a Goro-ho?”

Aiolos lo ignorò e si rivolse all’anziano Dohko. “Venerabile, vi prego di perdonare questa intrusione: suppongo che, se non abbiate difeso il vostro discepolo, fosse per una buona ragione, ma non ho potuto fare a meno di agire.”

“Ti ringrazio, Aiolos – rispose compitamente il Santo di Libra – per la verità volevo mettere alla prova il mio giovane allievo, ma forse è un bene che sia andata così: vi saranno occasioni certamente migliori, per far sì che Shiryu recuperi la vista e la fiducia in se stesso.”

Death Mask scavalcò il corpo inerte di Shiryu, svenuto per la violenza del contraccolpo di Aiolos. “Costui è già morto, il sommo Saga lo ha bollato come traditore. Sei dalla parte dei rinnegati, Aiolos?”

“A me pare che sia tu ad esserlo, Death Mask – fu la fredda risposta – o quantomeno che sia alquanto confuso su chi è davvero fedele ad Athena…”

“Non lo è – interloquì Dohko – sa benissimo tutto quanto c’è da sapere… e ha scelto.”

Il volto sereno del Santo del Sagittario si contrasse come per uno spruzzo d’acido sulla pelle. “Avrei voluto che non fosse così. Quando Saga mi ha allontanato dal Santuario speravo ancora che non stesse accadendo quanto temevo, ma trovarti qui è stata la conferma di ogni mio timore…” Si rivolse a Dohko, parlando con voce triste. “Forse sarei dovuto rimanere, ma il mio timore era che Saga volesse mettere a tacere tutti coloro che sanno la verità sul suo conto, e oltre a voi e me, venerabile maestro, vi è soltanto il sommo Shion. Egli può tuttavia contare sulla protezione del grande Mu, perciò ho ritenuto preferibile venire prima qui, nel luogo ove Hades è stato sigillato… se si liberasse proprio ora, per Athena sarebbe un disastro. Ecco la ragione della mia visita.” Tornò a guardare Death Mask, e la voce gli s’indurì. “Possibile che tu non ti renda conto che la morte di Libra libererebbe gli Spettri di Hades prima del tempo? Come credi che il Santuario possa fronteggiare una simile minaccia, con le forze effettive ridotte a meno della metà?”

“E come credi potrebbe affrontarle, comandato da una ragazzina incapace?” ribatté Death Mask, innervosito. Affrontare due Santi d’Oro insieme era impresa da pazzi… eppure, che alternativa aveva? Se fosse tornato al Santuario così, a parte l’umiliazione del fallimento, si sarebbe ritrovato a contrastare direttamente Aiolos del Sagittario, il Santo più stimato e maggiormente accreditato, per alcuni anche più del sommo sacerdote. Non c’era niente da fare, doveva regolare i conti lì e subito. “Per inciso, è molto probabile che quella ragazzina sia già nel regno dei morti, adesso… Saga mi è sembrato intenzionato a passare a vie di fatto, stanotte. Se volevi proteggerla, avresti fatto bene a rimanere al Santuario.”

Aiolos trasalì come per una puntura. Chiaramente Death Mask aveva toccato un nervo scoperto, ma Dohko gli venne subito in soccorso, dicendo con disprezzo: “Athena saprà far fronte alla minaccia del Santuario, ma non potrebbe contemporaneamente combattere la Guerra Sacra che tu, Death Mask – e gli puntò contro un dito grinzoso – innescheresti, se eseguissi la volontà di Saga.”

“Saga… è diabolico – mormorò Aiolos, come se si rendesse conto solo allora del piano del rivale – con la morte di Athena e Hades risorto, dovremmo affidarci a lui per forza di cose… avrebbe il potere assoluto e immediato… Death Mask, come puoi assecondare un piano tanto folle?”

Alle sue spalle, un gemito gli fece capire che Shiryu stava recuperando i sensi. “Affidarci a Saga è la cosa migliore da fare. Athena non può aiutarci, è debole…” Stava per aggiungere altro, ma Aiolos d’un tratto estrasse la freccia, la incoccò e gliela puntò al petto. Death Mask ristette, tesissimo.

“Traditore – disse il Santo del Sagittario, con voce sorda – queste tue parole di odio per la tua dea… non capisci, Death Mask, sono loro a condannarti! Ritratta, torna in te, perché nulla mi ripugna più che sporcarmi le mani del sangue di un mio compagno!”

Death Mask sapeva di non potersi più ritirare, ormai. Sollevò l’indice teso, cominciando a concentrare il suo cosmo in un unico punto, come la freccia di Aiolos. Due colpi dalla forza di penetrazione inaudita, precisi come aghi, che si sarebbero scontrati in assoluta parità… o almeno sperava. Aiolos è più forte dopo lo scontro con Poseidone, come se avesse acquisito uno stato superiore… serrò i denti, risoluto. Se Aiolos era più forte, meritava di vincere. In caso contrario, sarebbe diventato un altro trofeo alle pareti della Quarta.

“Non farlo – la voce di Shiryu alle sue spalle era poco più che un sussurro d’agonia – non farlo, vigliacco… non ribellarti ad Athena…”

Accadde tutto molto in fretta. I due colpi si scontrarono a metà strada tra l’uno e l’altro, ma Death Mask si accorse subito che Aiolos sarebbe prevalso… era proprio come sembrava, la guerra contro Poseidone gli aveva dato qualcosa in più, qualcosa che fece sfondare alla sua freccia le difese del Santo del Cancro e che puntò dritto alla sua armatura… l’armatura d’oro che lo aveva sempre difeso e che gli avrebbe salvato la vita, se non altro…

Commetti ancora tali crimini, Death Mask, e l’armatura del Cancro, che è tua solo perché io te l’ho conferita, ti abbandonerà definitivamente: perderai il rango di Santo d’Oro e tutti gli onori che ciò comporta, per sempre.

Per sempre.

Il dolore fu improvviso, lacerante, come lo stupro d’una fanciulla vergine, perché la freccia d’oro gli si conficcò nelle carni profondamente, senza incontrare alcuna difesa, la minima resistenza… Death Mask cadde a terra, sbattendo malamente sulle rocce perché non vi era più alcuna corazza a difenderlo, nessuna protezione, niente di niente, solo il dolore e il sangue e il freddo della cascata di Goro-ho sulla pelle nuda. Gridò quando la freccia d’oro, ubbidendo alla volontà del suo padrone, retrocesse lungo la via che si era aperta nella spalla, schizzando di nuovo verso Aiolos con tanta rapidità da lasciarsi dietro una scia di sangue, che rimase un istante sospesa a mezz’aria, prima di precipitare a terra.

La mia clavicola… dev’essere rotta…

Udì i passi di Aiolos che si avvicinava e si costrinse ad alzare gli occhi. Il Santo del Sagittario gli si fermò davanti, abbacinante nello splendore d’oro della sua armatura. La freccia, non incoccata, gli pendeva dalla mano abbandonata lungo il fianco, e Death Mask vide, affascinato, una goccia di sangue che si ingrossava sulla punta, finché non cadde a terra. Il mio sangue, pensò stordito.

“Perché… perché…” Non riuscì ad aggiungere altro, il dolore era insopportabile. Non si trattava soltanto del malessere fisico, ma anche del cosmo di Aiolos che gli era penetrato nel corpo con quell’unico colpo e che lo sopraffaceva lentamente, togliendogli la capacità di reagire… sono finito, pensò con lucidità totale.

La voce di Aiolos era quasi compassionevole. “Cosa ti aspettavi, Death Mask? L’armatura d’oro serve a proteggere Athena, ribellandoti contro di lei hai perso ogni diritto su di essa. Hai abbandonato volontariamente la via della giustizia per seguire i tuoi ideali distorti, non hai più la protezione della dea. Mi dispiace.”

Incoccò nuovamente la freccia e Death Mask lottò per rialzarsi, ma fu capace soltanto di sollevarsi su un ginocchio, con la spalla che sanguinava a fiotti. L’armatura del Cancro si era disposta lì accanto, e gli parve che lo guardasse… torva? Triste? Derisoria?

Che importanza può avere, quando sto per morire… in fondo… non sono così forte…

“Cosa vuoi, Aiolos? Il mio pentimento? Per questo hai evitato di colpirmi subito al cuore? – gli chiese, vedendo che esitava – non l’avrai, perciò è inutile tergiversare… possiedo ancora il mio cosmo, e lo userò, se potrò…”

Aiolos chiuse gli occhi un istante, come per lottare contro le emozioni, ma quando li riaprì, erano perfettamente asciutti. “Come desideri, cavaliere decaduto. Dubito che qualcuno piangerà mai la tua scomparsa, dopo i delitti di cui ti sei macchiato. Addio.”

La corda dell’arco vibrò d’un tono quasi musicale mentre veniva tesa. Death Mask socchiuse gli occhi, pensando all’eternità che lo attendeva, in fondo alla bocca di Ade… provò un fremito di terrore. Perché doveva finire laggiù? Perché, dopo una vita passata a tribolare, gli uomini erano condannati così senza appello, a quel luogo orribile e senza speranze? Non voleva morire… almeno lì, sulla terra, aveva una cosa per cui valeva la pena vivere… e stava per perderla… in fondo all’Ade, per l’eternità…

(ti prego Signore)

Attese il colpo di grazia, ma Aiolos continuava ad esitare e Death Mask sentì di non poter più sopportarlo. Il terrore strisciante che gli si stava insinuando dentro minacciava di soffocarlo. Riaprì gli occhi e ringhiò: “Cosa aspetti, dannazione? Vuoi che contrattacchi? Ti accontento subito…”

Aiolos scosse il capo, come se non avesse neppure udito la minaccia dell’avversario. La freccia d’oro tremò… si abbassò leggermente. “Non avverti nulla, Death Mask? Forse la perdita di sangue ti ha indebolito, eppure dovresti percepirlo in ogni caso… perché è per te…”

“Ma di che

(proteggilo)

stai parlando?”

Ansimò, quindi tacque. Aiolos aveva ragione, c’era qualcosa… come un cosmo, ma non minaccioso… tutt’altro che minaccioso, in verità…

(ti prego Signore, proteggilo)

Udì alle sue spalle un rumore, perché Shiryu si stava rimettendo in piedi, quindi un’esclamazione di sorpresa. Adesso era perfettamente udibile da tutti gli astanti, quella sorta di barriera, flebile è vero, ma più che sufficiente a impedire ad Aiolos di scoccare il colpo finale, in quel mondo dove un milionesimo di secondo faceva la differenza tra la vita e la morte e dove poche parole potevano diventare una barriera impenetrabile…

(ti prego Signore, proteggilo, so che è una follia chiederlo, ma proteggilo ugualmente, non lasciare che gli accada qualcosa di male… se tutti hanno diritto al perdono, almeno una volta, se lui sta commettendo gli atti che temo, proteggilo più ancora degli altri, perché più degli altri ne ha bisogno… ti prego, salvalo, non lasciare che questa notte sia per lui senza un’alba… ti supplico Signore, prendi la mia vita piuttosto, perché la sua è molto più importante… anche nell’errore, è molto più importante lui di me… proteggilo…)

Death Mask ansimò, senza fiato come non era stato neppure quando la freccia di Aiolos gli aveva spezzato la clavicola. Una preghiera di donna… come può una preghiera di donna fermare la freccia del Sagittario!

La voce di Dohko si sovrappose con calma all’invocazione accorata che arrivava fino a Goro-ho, superando il tempo e lo spazio come se non esistessero neppure, e aleggiando intorno alla rupe, intorno al cosmo raggelante del Cancro, fievole fiammella che non poteva scaldarlo ma che ardeva, inestinguibile.

“Ebbene, Aiolos, ti sbagliavi. Almeno qualcuno che piangerebbe, se costui morisse, c’è… l’avresti mai detto possibile?”

(salvalo, non lasciare che muoia prima di aver capito… non sopporto questa notte, fa’ che arrivi presto l’alba… anche per lui… ti prego, Signore…)

Il Santo del Sagittario assunse un’espressione assorta, come se se non si trovasse più completamente lì, come se stesse cercando la fonte di quell’interferenza. Death Mask lottò per rialzarsi, barcollando sulle gambe indebolite dall’imponente emorragia. La ferita al ventre si era riaperta e sanguinava a sua volta.

“Smettila con queste manfrine e attaccami! Basta la preghiera di una ragazzina a fermarti? E ti chiami cavaliere?”

Non trovarla… non osare trovarla, bastardo!

Vana speranza. Aiolos rimise a fuoco la sua figura barcollante, stravolta, come se la vedesse per la prima volta. “Tu sai chi è, vero? – gli chiese sottovoce – l’ho individuata, non ci vorrebbe nulla a farla tacere… è così debole. Tu lo faresti, non è così?”

“Sì… quindi attaccami subito, perché altrimenti…”

La corda dell’arco emise ancora quella vibrazione quasi musicale, quando Aiolos l’abbassò, allontanando la freccia e riponendola. “Sì, tu lo faresti, ma io non sono te, Death Mask. Hai perso tutto: il tuo rango di cavaliere e la tua armatura, il favore di Athena e ogni possibilità di tornare al Santuario… sei un proscritto, un esiliato, eppure una persona soffrirebbe, se ti giustiziassi in nome della dea. L’unico torto di questa fanciulla è pregare per te, ma non si può scegliere chi amare: solo per rispetto verso di lei, lascerò che tu veda l’alba di questa notte.”

“Cosa…?”

Le ali dorate del Sagittario ondeggiarono leggere, quando Aiolos si volse verso Dohko, cancellando Death Mask dal novero delle cose che avevano importanza. “Venerabile maestro, non mi sono recato qui soltanto per controllare che la situazione non ci sfuggisse di mano, ma anche per ricevere il vostro consiglio su come agire: ditemi cosa devo fare.”

“Per Athena è ormai tempo di prendere il trono che le spetta – rispose senza esitazione il Santo di Libra – e, dopo aver affrontato un dio, certamente saprà fronteggiare una lotta intestina nel Santuario. Saga non è completamente malvagio, o Shion mai l’avrebbe scelto come suo successore: anche nella follia che ora lo governa, egli rimane fedele alla dea, e la missione che ti ha affidato ne è una prova. Vai a prendere l’Acqua della Vita, Aiolos, perché è necessario che i nostri compagni tornino in salute quanto prima, ed abbi fiducia nel cosmo di Athena.”

Aiolos pensò alla fragile fanciulla che aveva presieduto la riunione, appena poche ore prima: era pallida, stanca, debole… appena un’adolescente che portava sulle spalle il ruolo più pesante del mondo. “Noi Santi esistiamo per proteggere la dea – rispose – non posso abbandonarla nel pericolo…”

“Non l’hai abbandonata: vi sono molti Santi che la proteggono, anche adesso. Shiryu!”

Il Santo di Dragone accorse, superando Death Mask che seguiva quel discorso, incapace anche di parlare.

“Shun Rei come sta?”

“Ferita e sconvolta, ma se la caverà, maestro: l’ho lasciata in un luogo sicuro, prima di tornare qui.” Rispose Shiryu, con un’occhiata torva al cavaliere decaduto del Cancro, che ricambiò ringhiante.

“Allora accompagnerai Aiolos nel Jan-darra, dato che conosci la regione meglio di lui. L’Acqua della Vita servirà anche a te.”

Aiolos aprì la bocca per protestare ancora, ma Dohko lo precedette, dicendo: “Se non hai fiducia nei tuoi compagni, come pensi di affrontare la Guerra Sacra che incombe? Non pensare d’essere, oltre al più forte, anche l’unico ad avere a cuore la sorte di Athena, ragazzo: la presunzione è il primo passo… e quale sia l’ultimo, lo hai veduto proprio poco fa, sulla pelle di un tuo compagno.”

E il Santo del Sagittario seppe che aveva ragione. L’idea di Athena sola nel Santuario, in balia del cosmo folle di Saga, era insopportabile, ma Athena non era sola.

Vogliano gli dei che Saga non sia completamente in balia delle forze oscure… e che Santi coraggiosi proteggano la dea, com’è loro dovere… il mio è soccorrere i compagni, adesso, perché senza i Santi d’Oro, la Guerra Sacra è persa in partenza.

Si avviò lentamente, senza aggiungere verbo, e dopo qualche passo udì Shiryu che lo superava, per guidarlo lungo la via per il monte Jan-darra. Un lampo d’oro alle loro spalle gli fece capire che l’armatura del Cancro era tornata al Santuario. Senza il suo cavaliere.

 

 

Il reticolato fittissimo di colpi alla velocità della luce avvolse completamente Seiya, accecandolo al punto che anche attraverso le palpebre serrate poteva vedere i colpi intersecarsi tra loro, tanto rapidi e serrati gli uni sugli altri che neppure un uccellino sarebbe riuscito a intrufolarsi tra essi, figurarsi un uomo, se anche fosse riuscito a muoversi alla velocità della luce.

E’ la fine, era stato il suo pensiero, ed era così convinto che sarebbe stato l’ultimo che per un pezzo continuò a udirlo riecheggiare nella sua mente, prima di rendersi conto che se lo stava semplicemente ripetendo all’infinito. Il Plasma di Luce continuava a infittirsi attorno a lui, ma non un colpo sfiorò il suo corpo indifeso, privo anche dell’armatura di Bronzo… una vittima sacrificale, non un avversario, nelle sue condizioni. Ma non fu colpito.

Riaprì gli occhi con la sensazione che fossero trascorsi anni, mentre in realtà erano passati sì e no tre battiti di ciglia. Le linee luminose del colpo di Aiolia brillarono un’ultima volta, quindi disparvero, così com’erano apparse. Fu solo allora che Seiya si accorse che la ragione per cui non era stato colpito non era da ricondursi a scarsa perizia da parte del Santo di Leo, ma soltanto perché davanti a lui c’era qualcuno che gli aveva fatto da scudo, assorbendo tutti i colpi che altrimenti l’avrebbero letteralmente massacrato.

“E tu chi diavolo sei?” Chiese sbalordito, mentre l’alta figura in armatura d’oro, che gli dava le spalle, si slacciava il mantello distrutto, lasciandolo cadere in terra. A parte questo, il nuovo arrivato non sembrava minimamente disturbato dalla violenza del colpo di Aiolia.

“Ti pregherei di placare quel cosmo ostile, amico mio – esordì, con una voce calma e dolce – già una volta te lo dissi, quando giungesti fino alla mia dimora per far riparare la tua armatura, ma pare che tu non abbia perso l’attitudine ad agire prima di riflettere. Se non ritieni di voler ascoltare questo ragazzo, ascolterai almeno me, che una volta donai il mio sangue per riportare la tua corazza agli antichi fasti?”

Aiolia abbassò il pugno. Seiya notò che aveva gli occhi spalancati per lo stupore. “Dunque sei arrivato al Santuario, Mu… ma per porti davanti a un traditore! Forse ignori gli atti di cui si sono macchiati questi Santi di Bronzo!”

“Non lo ignoro – rispose Mu, serafico – dato che proprio uno di questi giovani, insieme a un altro che non ravviso qui, è venuto alla mia dimora per riparare le loro armature. Non l’avrei mai fatto, se avessi pensato che sono passati alle Forze Oscure, perciò vorresti quantomeno ascoltare le mie parole, prima?”

Ha parato i colpi di Aiolia come se fossero aria fresca, si rese conto Seiya stupefatto. “Tu sei l’uomo che ha riparato la mia armatura? – chiese – devo ringraziarti, se non fosse stato per te…”

“Non l’ho fatto per simpatia nei vostri confronti – lo interruppe subito Mu – ma perché ritengo che la vostra colpa non sia da ricondursi al tradimento. Aiolia, se costoro sono giunti al Santuario per rimettersi al giudizio di Athena, non credi che sia giusto quantomeno lasciare che Athena ascolti le loro spiegazioni?”

“Se tu vuoi recarti alla Tredicesima va’ pure, Mu – replicò Aiolia – il sommo Saga ti ha convocato proprio per riparare le armature danneggiate. Ma per quanto riguarda questi Santi di Bronzo, gli ordini sono diversi.”

“Gli ordini di Saga! – proruppe Seiya, indignato – ma se è lui ad aver organizzato tutto, è lui che complotta contro Athena, lui che…”

“Bada a come parli, rinnegato!” La voce di Aiolia si alzò fino a divenire un ruggito e il Santo d’Oro fece un passo avanti, scuro in viso, ma Mu alzò un braccio ponendosi ancora tra lui e i Santi di Bronzo.

“La situazione è oscura e intricata, amico mio – disse, in tono gentile ma fermo – e temo che soltanto Athena stessa potrà svelare ogni mistero. Per questo ti dico di condurre costoro alla sua presenza, il prima possibile…”

“Costoro hanno ucciso Shaka, Mu! Come puoi essere tanto indulgente, di fronte alla morte di un tuo compagno?!”

“Shaka non è morto. Lo so perché io stesso l’ho aiutato a tornare, ed ora si trova alla Sesta… se non avverti il suo cosmo probabilmente è perché giace ancora a terra privo di sensi, ma non devi temere nulla per lui.” Rispose Mu, facendo ammutolire il compagno per lo stupore. Tacque un istante, per dargli il tempo di assimilare la notizia, quindi proseguì: “Il mio maestro Shion si trova alla Prima in questo momento, e potrà confermarti che Saga sta affrontando una dura battaglia con se stesso: le parole di questo Santo di Bronzo sono irriguardose, ma temo purtroppo non lontane dalla realtà. La maledizione di Saga si sta svelando in tutto il suo orrore, e quindi ti prego ancora: permetti a tutti noi di incontrare Athena e di risolvere pacificamente una situazione che altrimenti degenererebbe in un inutile spargimento di sangue.”

Seiya annuì energicamente e aprì la bocca per approvare ogni sillaba di quel sensatissimo discorso, ma un ripensamento tempestivo (e i ripensamenti per Seiya erano esperienze estremamente rare e meravigliose) gliela fece richiudere. Aiolia sembrava dubbioso, e in ciò vi era sicuramente il peso della parola di un Santo d’Oro che poneva una richiesta del tutto ragionevole, ma comunque fosse non era il caso di rinfocolare la sua ira.

“Senza le armature – disse infine il Santo di Leo – verranno senza le armature e in veste di supplici, quindi rinunciando a bruciare il loro cosmo, foss’anche per salvarsi la vita… al primo accenno sospetto li ucciderò con le mie mani, Mu. E’ chiaro?”

Il Santo d’Ariete annuì compitamente e si chinò per caricarsi Hyoga in spalla. Dopo un momento, Aiolia l’imitò sollevando Shun, come se pesasse meno di una bambola.

“Andiamo, allora.” Disse Aiolia, guardandolo così torvamente che Seiya si sentì salire alle labbra un commento di fuoco, ma prima che potesse pronunciarlo – per ritrovarsi a decorare le rocce a quindici metri d’altezza, probabilmente – udì un rumore di passi concitati e Shaina sbucò da oltre la curva. Quando vide cosa stava avvenendo, si arrestò di botto, perplessa. Seiya fu contento di vedere che si era rimessa la maschera.

“Che significa questo? Seiya ha un conto in sospeso con me!”

“Perché dici questo, Ofiuco?” le chiese Mu, cortese.

“Mi ha disonorata, ecco perché! Esigo di poter fare ammenda!”

“Sta appunto recandosi a farla – fu la risposta – presso Athena in persona. Vuoi sovrapporti ad Athena, forse?”

Così zittita, Shaina si accostò a Seiya, che si innervosì non poco quando la donna gli sussurrò, minacciosa: “Marin ha deciso che questa faccenda non la riguarda, così prima o poi dovrai vedertela con me… sta’ pur certo che me la pagherai, verme!”

Seiya si chiese come aveva potuto pensare che fosse carina, mentre seguiva i due Santi d’Oro, sentendo sulla nuca lo sguardo minaccioso della guerriera. Suo malgrado, Aiolia non potè fare a meno di voltare la testa e lanciargli un sorriso ironico.

“Al tuo posto non mi farei illusioni, caro il mio ragazzo: comunque vadano le cose, qualunque sarà il verdetto di Athena… tu sei fritto!”

Seiya quasi rimpianse di non essere stato ucciso dal Plasma di Luce, poco prima.

 

 

I battenti scivolarono docilmente sui cardini, senza alcun rumore, e questo era un bene, perché Saga era talmente assordato dal suo stesso respiro che temeva di stramazzare al suolo, se soltanto avesse udito il minimo cigolio. La gola gli si era contratta alle dimensioni della cruna d’un ago, la mano che stringeva il gladio era talmente irrigidita da spedirgli fitte di dolore lungo il braccio, fino alla spalla, fin dentro il cuore… ma non si fermava, pur barcollante e senza quasi energia, le gambe non si fermarono finché non si trovò di fronte al grande letto a baldacchino, appena celato dalle cortine leggere oltre le quali si intravedeva una sagoma dormiente, alla luce delle torce.

Athena, mio unico amore, raggio che mi ha dato la vita per tredici anni…

I timpani gli pulsavano ad ogni respiro. Tese una mano, ingrigita come se il sangue in essa non scorresse più, e scostò la stoffa, svelando i sontuosi cuscini tra i quali riposava l’esile figura della fanciulla, il viso disteso nel rilassamento del sonno profondo. Saga avvertì materialmente la trafittura nel vederla tanto bella, coi capelli castani sparsi sul lenzuolo, una spallina della camicia da notte che le era scivolata lungo il braccio, sensuale e innocente come poteva esserlo soltanto una fanciulla che ancora non riusciva ad essere completamente una dea…

Ma lo sarà, forse tra pochi giorni, lei è Athena, la fanciulla che stai per colpire è colei che devi proteggere… sei cavaliere d’oro del Santuario, non colpire Athena!

Il gladio d’oro sembrava dotato di vita propria, perché per proprio conto si sollevò, catturando un riflesso di luce dalle torce, baluginando spietato tra quelle cortine a tinte pastello, un lampo scintillante che si abbassò sul seno della giovane addormentata, quasi stesse precipitando, più che calando per il colpo mortale… e si arrestò.

Saga guardò blandamente stupito le gocce scarlatte che caddero sulle lenzuola candide, sulla camicia da notte bianca e sulla pelle vellutata di Athena, facendola trasalire e destandola dal suo sonno, di botto… ma non era il sangue della dea. La lama si era fermata a pochi centimetri dalla sua gola, bloccata da una presa ferrea, impossibile da contrastare.

“A tal punto giunge la tua infamia? Sei pazzo, Saga! Completamente pazzo!”

Saga si volse, mentre Athena apriva gli occhi, sgranandoli stupefatta nel vedere al proprio capezzale due uomini che parevano uno solo, come due volti opposti, contrapposti anche nell’atto che stava venendo consumato, nella camera più remota del Santuario.

Saga ruggì, spingendo via il suo oppositore. “Tu! Proprio tu mi parli di follia! Vattene, idiota, levati di mezzo!”

Ormai fuori da ogni controllo, si lanciò per colpire Athena, che si stringeva addosso il lenzuolo insanguinato, confusa e spaventata, ma il gladio d’oro si affondò nei cuscini, sventrandoli inutilmente, perché la giovane venne strappata via e trascinata verso la finestra dal suo salvatore.

“Dalla follia si può guarire, Saga. Io l’ho fatto, ed è ora che lo faccia anche tu. Non è ancora troppo tardi.” Replicò Kanon spingendosi Athena alle spalle, per fronteggiare il suo gemello dagli occhi iniettati di sangue.

 

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