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Sangue di Dea (I)

Athena dormiva.

La cameriera nell’anticamera fu gentile, perfino ossequiosa, ma assolutamente irremovibile, e Aiolos dovette girare sui tacchi con un sospiro. Non poteva neppure darle torto dopotutto, perché la dea era ancora giovane, soltanto una fanciulla, e la battaglia contro Poseidone l’aveva provata duramente. Di tutti i Santi, io sono forse quello meno debilitato, ragionò lungo la strada verso la stanza delle udienze ove era stato convocato da Saga, ma proprio per questo non posso abbassare la guardia… ora men che mai.

Ristette per un attimo, stupito, quando incontrò Death Mask che, per giungere da quella direzione, non poteva essere stato altro che a colloquio col Gran Sacerdote. La luce delle torce accese lungo il corridoio, che in genere rendeva suggestiva la notte nel Santuario, guizzava sui lineamenti marcati del Santo conferendogli un’aria inquietante.

“Anche tu convocato dal sommo Saga?” gli chiese. Forse vuole ascoltare tutti i dettagli dei combattimenti da ciascun guerriero, ipotizzò, sembrandogli molto probabile.

“Così pare.” Rispose Death Mask, sulle sue come sempre. Sotto l’armatura si intravedevano le bende della medicazione, e il Santo del Cancro pareva ancor più di malumore del solito. “Mi ha affidato una missione, perciò stanotte non sarò al tempio, Aiolos.”

“Una missione? Di che genere?”

Death Mask lo guardò senza rispondere, finché l’altro non si strinse nelle spalle, dicendogli che si preoccupava unicamente per la ferita che aveva riportato, piuttosto seria malgrado il potere taumaturgico del cosmo di Athena. “Se ti servisse aiuto…”

“Non ho bisogno di aiuto. E poi, se sei qui, significa che il sommo Saga ha due parole anche per te. Ti suggerisco di non farlo aspettare.” E senza aggiungere altro, neppure un saluto, si allontanò, sparendo lentamente nella tenebra che le torce non riuscivano a raggiungere. Con un sospiro, Aiolos riprese la sua strada e in pochi minuti fu di fronte al pesante portone della stanza d’udienza del gran sacerdote.

Speravo di parlare con Athena prima che con Saga, ma non ne ho avuto modo: ci sono delle cose che deve sapere sul gran sacerdote, non posso certo tacerle della maledizione che lo tortura da tredici anni e che potrebbe scatenare una tragedia! Avrei dovuto insistere, a costo di introdurmi a forza nella sua camera… Il pensiero dello scandalo che ne sarebbe nato lo fece sorridere, malgrado tutto.

Un servitore si fece avanti dicendogli che il sommo sacerdote l’attendeva, e spinse i battenti perché potesse entrare. Aiolos varcò la soglia e la porta si richiuse dietro di lui.

 

 

Che strano, pensò Hyoga guardando il sole, pallido e livido, emergere lentamente dalle acque nere del Pacifico, ad Atene, a quest’ora, sta calando la notte… mentre dovrebbe essere il contrario.

La luce d’oro della cometa, tutto ciò che rimaneva di Ikki, non si era ancora spenta nel cielo, e probabilmente sarebbe rimasta là per giorni interi, ingannevolmente reale, fulgida, viva, come il riflesso delle stelle che proteggevano tutti loro… ma noi ne vediamo solo la luce emanata milioni di anni fa, come per la costellazione di Andromeda… in realtà quell’ammasso di stelle non esiste più, da chissà quanto. Ne rimane solo la luce, ormai.

E, guardando Shun seduto con il volto tra le mani, immobile e disperato, gli venne da pensare che, almeno per lui, anche quella luce si era ormai spenta.

La voce pacata di Shiryu parve dissipare la cupa atmosfera presente nella casupola… solo un po’. “Dovremo abituarci a questi spostamenti ben più rapidi del suono: essi permettono agli eventi di accadere talmente in fretta che un uomo normale non crederebbe mai che, nel breve tempo che noi abbiamo impiegato ad andare e tornare dal Pamir, si siano succedute tante vicende.”

“Già – commentò Hyoga – siamo rimasti svenuti per poche ore, intanto che le armature venivano riparate, e nel frattempo il Santuario è stato mobilitato, voi siete stati attaccati…”

La sua voce morì nel silenzio, mentre quelle parole inespresse, quell’e Ikki è morto, aleggiavano nell’aria come un miasma. Seiya sferrò un pugno contro la parete.

“Se solo avessi avuto la mia armatura!…” Abbassò gli occhi sullo scrigno di bronzo, che Shiryu aveva depositato ai suoi piedi poco prima, quasi con odio. “Quel bastardo si credeva un dio, era così superiore, lui… maledetto!” Prese a martellare le assi di legno con furia crescente, finché Hyoga non gli disse seccamente di piantarla, o la capanna sarebbe miseramente crollata sulle loro teste.

Fu come se Seiya non aspettasse altro, per sfogare la sua rabbia cieca contro qualcuno. “E voi, dopo aver saputo, ci venite a dire che dovremmo andare al Santuario, a chiedere se per favore, se non è troppo disturbo, potrebbero degnarsi di ascoltarci? Dovremmo chiedere scusa?”

“E’ nostro dovere farlo. Gli eventi ci sono sfuggiti di mano, ma è innegabile che ormai siamo considerati come dei traditori. Ci è già stato scagliato addosso un Santo d’Oro, credi che avremmo qualche possibilità, noi quattro contro tutti gli ottantotto Santi fedeli ad Athena?”

“Non sono più ottantotto, adesso.” replicò Seiya, tanto per avere l’ultima parola. Si volse verso Shiryu. “Anche tu credi che dovremmo andare a chiedere perdono… dopo quel che è successo a Ikki?”

“No.” Rispose Shiryu, con calma. A braccia conserte e appoggiato contro lo stipite della porta, non aveva manifestato alcuna emozione se non quando aveva appreso della fine che aveva fatto Ikki, per salvare i suoi fratelli. Dopo quel momento, si era limitato ad ascoltare senza esprimere nessun parere preciso. “Non credo che dovremmo tornare nonostante quel che è accaduto ad Ikki.”

“Hai visto! – esclamò Seiya trionfante – non sono il solo a…”

“Credo che dovremmo tornare proprio perché Ikki ha sacrificato la sua vita, solo per dare a noi una possibilità. Persistendo in questa ribellione otterremo solo di farci uccidere, vanificando l’intento di nostro fratello. Inoltre noi non abbiamo mai avuto intenzione di rivoltarci contro la dea della giustizia: ciò che è accaduto… è stato imprevisto, ecco tutto.”

Seiya pareva sul punto di esplodere. “Imprevisto! Siamo stati tutti trattati peggio delle bestie, Ikki ha perduto la sanità mentale, io mia sorella, e tutto per quella… quella donna! La nostra colpa quale sarebbe, non concordare coi piani che ha per noi? Per quanto mi riguarda può riprendersi questo rottame – sferrò un calcio allo scrigno di Pegasus – e andarsene in malora, una volta per tutte!”

“E’ davvero bello sapere che hai questa considerazione dell’armatura nella quale scorre ora il mio sangue.” Disse Shiryu, molto asciutto, e nella casupola calò un istante di spiacevole silenzio. Curiosamente, fu nello stesso momento in cui Athena zittiva il consiglio dei Santi d’Oro riuniti a  consiglio, sull’opportunità di tenere una donna come apprendista, malgrado l’imbroglio perpetrato.

Seiya parve sgonfiarsi per la mortificazione. “Shiryu, non… sai che non intendevo disprezzare quel che tu e Hyoga avete fatto… è che…”

“…sei arrabbiato – concluse Il Santo di Dragone, annuendo – è comprensibile, ma la rabbia non deve farti perdere di vista l’oggettività, e i fatti oggettivi sono che, al momento, i nostri nomi sono coperti di disonore. Puoi anche non voler muovere un dito per aiutare Athena, ma almeno l’onta dovrebbe esserti odiosa… pensa alla tua maestra, Seiya!”

Qualcosa si contrasse sul volto del giovane e Hyoga capì che Shiryu aveva toccato le corde giuste. Bravo, amico mio, pensò guardandolo con approvazione. Solo tu riesci, qualche volta, a raffreddare un po’ quella testa calda.

“Vuoi che venga ricordata come colei che ha addestrato un traditore? Intendi imporle un simile fardello, come ricompensa per tutto quel che ha fatto per te in questi anni? Tu stesso dicesti che quella Shaina ti odiava perché ti considerava indegno dell’armatura che hai ottenuto. Vuoi che i fatti finiscano per darle ragione, alla fine?”

“Marin…” Gli occhi di Seiya fissavano il vuoto, come se il ragazzo avesse appena ricevuto un colpo in pieno diaframma e stentasse a riprendersi. In un senso molto stretto, era certamente così.

“I nostri atti hanno ripercussioni su tutti coloro che amiamo, Seiya. Ikki lo sapeva… per questo ha fatto quel che ha fatto. Non ha combattuto per sconfiggere un avversario, ma per salvare noi, o quantomeno darci una possibilità di riabilitazione. Come puoi voler gettare via il sacrificio di nostro fratello?”

Hyoga si sentì serrare lo stomaco da una morsa crudele nel ripensare al suo maestro Camus, che certamente lo considerava un traditore, e un nemico… sarebbe lui il prossimo Santo d’Oro? Gli venne in mente. Toccherebbe al mio maestro farmi da boia, se persistessi nella mia ribellione?

Il pensiero gli riusciva intollerabile. Più di chiunque altro Hyoga conosceva l’animo puro e lo spirito integerrimo del Santo dell’Acquario, e la glaciale calma che gli proveniva dalla perfetta padronanza delle energie fredde… ma altri ricordi affiorarono alla mente del cavaliere, in quegli istanti, ed erano ricordi amari, di dolore e di lacrime, perché quando Isaac era scomparso tra i flutti, per salvare lui, Camus non aveva neppure tentato di nascondere il proprio dolore… non l’aveva esibito scompostamente e non aveva rivolto all’allievo superstite una sola parola di rimprovero, ma Hyoga sapeva che, quel giorno, nell’animo del suo maestro si era aperta una ferita sanguinante, che forse non era ancora guarita, dopo tutti quegli anni. E io dovrei infliggergliene un’altra?

No. No. Nelle mie vene scorre il sangue di quel maledetto che non crederò mai l’incarnazione terrena del Padre degli Dei, ma mio padre non è lui… l’uomo a cui devo tutto, adesso, mi crede un traditore…

“Torniamo al Santuario – disse bruscamente, per troncare quei pensieri – lo dobbiamo a Ikki e a tutti coloro che hanno creduto in noi, finora: e poi possediamo delle informazioni che potrebbero essere utili ad Athena, questo forse ci varrà maggiore indulgenza…”

“Indulgenza!” Seiya reagì come se l’avesse schiaffeggiato. Trafisse Hyoga con occhi di fuoco, furente. “Dopo tutto quello che Athena ci ha fatto, dobbiamo anche chiederle indulgenza? Come se fossimo…”

“Smettila, Seiya.”

Si volsero tutti. Shun, che non aveva ancora pronunciato una sola parola né dato alcun segno di interessarsi a quella discussione, aveva alzato la testa e guardava i fratellastri con occhi così carichi di dolore che Hyoga non riuscì a sopportarne il peso. Distolse lo sguardo e lo fissò da qualche parte, fuori dalla finestra.

“Io vado al Santuario. Ikki è morto per salvarci la vita, ha rinunciato al suo onore per noi… perché ha ucciso un Santo d’Oro e questo è un atto di aperta rivolta contro Athena, non sarebbe mai perdonato… ma io andrò al Santuario, chiederò di poter parlare, e se dopo vorranno giustiziarmi non importa… devo riabilitare il nome di mio fratello. Voi fate come volete.”

Si alzò e andò allo scrigno di Andromeda, che scintillava tenuemente ai primi raggi di sole, l’aurora che sorgeva pigramente sul Pacifico di Death Queen Island. Afferrò le cinghie e se le passò sulle spalle, con aria decisa.

Shiryu annuì lentamente. “Hai ragione, Shun… non si tratta di noi, ma di coloro che amiamo, se non di Athena… non voglio che il mio maestro debba pensare di aver addestrato un traditore. E, se le cose stanno come ci ha detto Mu…” Si volse verso Hyoga e, pur avendo gli occhi bendati, quest’ultimo comprese perfettamente cosa l’altro intendesse.

“Se le cose stanno come Mu teme, Athena potrebbe non essere responsabile di nulla – annuì il Santo del Cigno – perché ingannata da colui di cui si fida di più. In tal caso, il nostro dovere è di avvisarla, a qualunque prezzo.”

Lanciò un’occhiata di sfida a Seiya, aspettandosi un altro attacco, ma vide con stupore che questi si era accigliato, come se cercasse di riflettere. Infatti poco dopo disse, esitando: “Quando mi sono recato da Athena per chiederle di restituirmi mia sorella, lei fu molto ragionevole, malgrado tutto… sì, e mi mandò qui, nel nodo nevralgico della ribellione al Santuario, come se sospettasse… è possibile?” Alzò gli occhi verso i fratelli, assumendo un’espressione sempre più inorridita man mano che andava avanti e i pezzi del puzzle si incastravano tra di loro. “Non avrebbe avuto senso farmi affrontare Ikki, se non avesse voluto dei chiarimenti, e neppure mandare voi… era il sommo Saga ad essere contrario. Era lui ad essere minaccioso, non Athena.” Si passò la lingua sulle labbra, fissando il vuoto. “Athena… lei… non sembrava malvagia come gli eventi paiono suggerire… non…” Tacque, confuso.

Hyoga pensò che doveva essere davvero meraviglioso, riuscire a cambiare idea così rapidamente. Il dono degli animi semplici, pensò caustico, poi andò a sua volta nell’angolo dove giacevano le armature e prese il suo scrigno. “I casi sono due: o Athena è la nostra maledizione, o non lo è. Se lo è, siamo condannati comunque, ma se non lo fosse… dobbiamo recarci immediatamente al Santuario, come ha ordinato il grande Mu, per riabilitare i nostri nomi, togliere questo fardello ai nostri cari…”

“…e proteggere la nostra dea.” Concluse Shiryu, che si stava caricando in spalla l’armatura del Dragone. Stavolta Seiya non reagì a quelle parole, limitandosi a posare una mano sullo scrigno di Pegasus, l’espressione combattuta.

“Se non vuoi venire, non sei obbligato. Dopotutto il patto era che tu sconfiggessi Ikki e che in cambio potessi riabbracciare tua sorella, ma senza ulteriori vincoli.”

Seiya sussultò per l’oltraggio dell’insinuazione. “Non sono un vigliacco, e non abbandonerò i miei fratelli. Verrò con voi.” Sollevò lo scrigno e se lo caricò in spalla, seguendo gli altri Santi di Bronzo fuori dalla capanna, ma una volta sull’uscio si fermò, l’espressione perplessa.

“Qualcosa non va?” gli chiese Hyoga, vedendolo esitare. Seiya scosse la testa.

“No, tutto bene… solo… mi sento osservato, dallo scontro con Argor e Shaina.”

Hyoga si guardò intorno, ma a parte la polvere che la brezza mattutina sollevava sulle rocce dell’isola, non vide niente. “Allora, andiamo?”

L’aria fece un rumore simile a un applauso, quando si precipitò a riempire il vuoto lasciato dai quattro guerrieri, ormai temprati dalle battaglie e capaci quindi di spostarsi a una velocità superiore a quella del suono. Poi tornò il silenzio, e Death Queen Island fu di nuovo soltanto un’isola deserta, una zolla di roccia sperduta in mezzo all’oceano.

 

 

Il sommo Saga era assiso sul suo scranno, con ancora indosso i paramenti sacerdotali della riunione di poche ore prima, ma abbandonato come se non avesse più forze, come un pupazzo gettato senza troppa cura da una bambina sbadata. Quando lo udì avvicinarsi, si risollevò con uno sforzo e si appoggiò meglio allo schienale.

“Ti aspettavo, Aiolos. Hai tardato.”

“Chiedo venia. Mi ero andato ad informare sulla salute di Athena, mi pareva molto provata.”

“E’ stata una dura battaglia. Lasciamola riposare, almeno stanotte. Siediti, ti prego.”

Aiolos ubbidì, con un po’ di circospezione. Il gran sacerdote sembrava sul punto di crollare da un momento all’altro. “Mi sembri a pezzi.” Gli disse senza mezzi termini e mettendo da parte le formalità: come secondo candidato al trono di Grecia, Aiolos era l’unico che poteva permettersi, in privata sede, di trattare il sommo Saga da pari, ma in genere non lo faceva mai, per rispetto verso l’abito talare. “Sei tu ad aver bisogno di riposo, anziché pensare alle udienze e alle missioni. Dovresti coricarti, e io tornerò domattina, se ancora vorrai parlare con me.”

La voce di Saga era rauca, dietro la maschera metallica. “Ah, le missioni… hai incontrato Death Mask, quindi. Non preoccuparti per la mia salute, Aiolos, le cose importanti adesso sono altre.”

“Cosa può esserci di più importante della vita del gran sacerdote di Atene?”

“La vita di Athena – rispose seccamente Saga – e per diretta conseguenza quella dei suoi paladini. Ti ho convocato per questo.”

“Ti ascolto.”

“Tu sei quello meno provato dalla battaglia contro Poseidone, e il più valoroso tra tutti i Santi d’Oro. Sento in te una forza nuova, qualcosa che prima non c’era, come se avessi raggiunto uno stato superiore…”

Aiolos si schermì, per modestia, ma Saga proseguì senza dargli retta. “Sei il principale difensore di Athena, adesso… l’unico, forse, in grado di battersi per lei…”

Aiolos fece un sorriso indistinto, senza replicare perché non sapeva bene come interpretare quelle parole, e l’aria nella stanza si fece tesa. Saga non sembrava voler aggiungere altro.

E’ vero, se adesso fossimo attaccati sarebbe un disastro… e Athena è talmente debole…

Decise di parlare chiaro. “Durante la battaglia contro Dragone del Mare, a noi noto come Kanon, ho appreso che per tredici anni hai portato sulle spalle un fardello terribile, Saga.”

Con suo grande stupore, il sommo sacerdote annuì senza esitazioni visibili, e quando parlò la sua voce parve leggermente più serena. “E’ così, amico mio… il venerabile Shion aveva intuito, naturalmente, o forse lo sapeva con esattezza… ma scelse ugualmente di credere in me, pur sapendo della maledizione scagliatami contro dal mio gemello. Mi serbi rancore per questo, Aiolos? Perché io ho ottenuto la carica di gran sacerdote malgrado una simile macchia nel mio animo?”

Aiolos rimase senza parole, di fronte alla schiettezza mostrata dall’altro. Tutto si era aspettato, tranne che Saga fosse tanto onesto nei suoi confronti. Tredici anni a combattere da solo, e forse non desiderava altro che dividere tale fardello con qualcuno… come poteva però fidarsi di me, del suo diretto rivale?

La coscienza lo sbranava con zanne d’acciaio. Se non avessi passato questo tempo a macerarmi nel risentimento e nella remota convinzione che il venerabile Shion avesse, malgrado tutto, sbagliato, ora forse Saga non sarebbe così ridotto…

“Non ti serbo rancore, Saga – si udì rispondere – provo soltanto dolore al pensiero di non esserti stato valido sostegno, pur avendolo giurato di fronte al venerabile Shion. Mi auguro potrai un giorno perdonarmi per questa mia mancanza.”

“No – replicò Saga – la mancanza è stata mia. Ho permesso che Athena corresse un pericolo tanto grande con Poseidone, non ho saputo proteggerla… non sono degno di essere gran sacerdote.”

Aiolos cominciò a replicare, ma il gran sacerdote alzò una mano e dovette ammutolire. Anche se quella conversazione era confidenziale, Saga restava pur sempre suo superiore, e non poteva fare l’insolente verso di lui.

“Non sono degno e lascerò questa carica a te, come avrebbe dovuto essere allora.” Decretò Saga, con voce chiara.

Per un momento Aiolos ebbe la netta sensazione che il tempo non fosse passato, che quegli ultimi tredici anni non fossero mai trascorsi, e che si trovassero entrambi ancora al cospetto del sommo Shion, aspiranti sacerdoti tutti e due, solo che le cose andavano diversamente, perché il sommo Shion sceglieva lui, Aiolos… e tutto sarebbe stato diverso. Sarebbe stata una notte di sangue, pensò con un brivido, senza neppure sapere perché.

“Saga…”

“Domattina lo comunicherò al Santuario – proseguì il gran sacerdote – e mi ritirerò tra le fila dei Santi d’Oro, a porgerti aiuto come consigliere, se così vorrai. Athena ti vuol bene, e se la pregherò di liberarmi da questo peso, prima che la mia debolezza provochi danni irrimediabili, sono certo che acconsentirà. E tu, te la senti di prendere il mio posto, Aiolos?”

Il Santo del Sagittario si mosse sulla sedia, senza sapere assolutamente cosa dire, cosa fare, cosa pensare. “Sei troppo severo con te stesso – disse alla fine – dopotutto è stata Athena ad offrirsi in sacrificio per placare le inondazioni, e tu non avresti potuto fermarla: un suo ordine è inappellabile anche per il gran sacerdote, lo sai.”

Saga scosse la testa. “Quand’anche fosse, io sono maledetto. Non me la sento di far correre ad Athena un simile rischio, non ora che… che io…” Tacque e chinò in avanti la testa, come se il peso del copricapo fosse diventato d’un tratto insopportabile. Aiolos si alzò per aiutarlo.

“Lascia che ti liberi da quei paramenti…”

Saga lo fermò con un gesto e un sospiro. “Concedimi di conservare la mia dignità almeno per stanotte, amico mio – disse tristemente – non voglio che proprio tu mi veda in simili condizioni.” Tacque un istante, attendendo che Aiolos tornasse controvoglia a sedersi, poi disse: “Dammi notizie di mio fratello Kanon. E’ ancora preda delle forze oscure?”

“I medici tengono riservata la prognosi – replicò cautamente il Santo – ma la vigoria del suo cosmo è straordinaria. Il mio parere è che ce la farà.”

“Bene… ne sono lieto. Forse lui potrà liberarmi dalla mia maledizione, una volta che si sarà ripreso.”

Aiolos provò un fremito di ammirazione per l’intelligenza di Saga. “Hai ragione – commentò – non ci avevo pensato, ma forse Athena sì… lo ha sicuramente salvato per questo, Saga. Vuole che tu sia libero, e suo sacerdote. Non fare mosse avventate!”

L’altro scosse la testa, raddrizzando le spalle con piglio deciso. “L’unica cosa che potrebbe farmi recedere sarebbe il tuo rifiuto, Aiolos, ma sappi che in tal caso sceglierò come mio successore uno degli altri Santi d’Oro: Shaka, Mu, o anche Camus, potrebbero essere adatti al ruolo. Che ne dici?”

Suo malgrado, Aiolos dovette sorridere. “Dico che la tua astuzia ti rende l’unico gran sacerdote possibile, Saga. Ma se nutri tanta fiducia in me, cercherò di non deluderti.”

“Il che mi porta alla seconda ragione per cui ti ho convocato.” Saga si appoggiò di nuovo allo schienale, con un sospiro di stanchezza ma anche, parve ad Aiolos, con un rilassamento che non aveva avuto, quando era entrato nella stanza la prima volta. “Come ti ho detto poc’anzi, tu sei adesso il meno provato dei difensori di Athena… i Santi d’Oro sono tutti feriti, stanchi, bisognosi di cure. In queste condizioni il Santuario è impreparato a un attacco nemico, e tu sai che la Guerra Sacra incombe.”

Aiolos si fece attento. Quelle di Saga erano parole molto serie. “Le cose stanno come dici, amico mio. Ma sono certo che, se mi trovo qui, è perché tu hai delle contromisure da attuare, non è vero?”

“Sì, se posso contare sul tuo aiuto.”

Erano parole puramente retoriche e Aiolos non rispose neppure. Si limitò a farsi in avanti sulla sedia, per prestare la massima attenzione.

“Il dio dei morti potrebbe rompere il sigillo di Athena in qualunque momento. Ho mandato Death Mask a Goro-ho proprio per accertarsi della situazione, e convocato Mu di Ariete al Santuario, giacché vi è un disperato bisogno dei paladini di Athena, in questo momento, ma non sono misure sufficienti. I nostri compagni devono tornare in salute, e ciò deve avvenire il più presto possibile.”

Aiolos pensò agli occhi vuoti di Shura e assentì vigorosamente. Il desiderio di Saga coincideva perfettamente col suo.

“Da gran sacerdote, ho un’ultima missione da assegnarti, cavaliere: al tuo ritorno non sarai più Aiolos il Santo, ma Aiolos il sommo sacerdote.” Saga volse il capo alla finestra, alla notte trapunta di stelle che andava ammantando il Santuario. “Lungo la catena montuosa dell’Himalaya, al confine tra India e Cina, si trova una regione selvaggia nella quale l’uomo saggio non si avventura. In essa sorge una montagna chiamata Jan-darra, che nessuno è mai riuscito a scalare… è una missione difficile, Aiolos, per questo l’affido a te, il più valoroso tra tutti: sulla cima del monte Jan-darra sgorga una sorgente dai poteri miracolosi, l’Acqua della Vita, capace di guarire le ferite più gravi in tempi brevissimi. Per Aldebaran, per Shura, e per tutti nostri compagni bisognosi, sei disposto a tentare?”

Aiolos esitò, solo un istante… se me ne vado, il Santuario sarà ancora più sguarnito… Athena totalmente indifesa… poi l’immagine di Shura con le tempie strette da una benda a coprirgli gli occhi spazzò via ogni altra considerazione. Athena non sarà indifesa, c’è il suo sacerdote, con lei.

“Andrò immediatamente, Saga. Lo sanno gli dei se una simile acqua non ci è necessaria, in un momento simile… forse farà bene anche te.” Concluse con un sorriso, e il gran sacerdote scrollò leggermente le spalle a indicare che apprezzava la facezia.

“Cerca di essere di ritorno entro l’alba, Aiolos. Domattina darò l’annuncio, e sarebbe preferibile la tua presenza. Ma se non riuscirai… non importa. Gli eventi proseguiranno comunque.”

Ad Aiolos parvero parole vagamente sinistre anziché un augurio di buona riuscita, ma non fece commenti. Si alzò e si inchinò, più profondamente di quanto non avesse mai fatto fino a quel momento.

“Resto fermamente contrario a che tu abbandoni la tua carica, Saga – gli disse ancora – nessuno a parte te avrebbe saputo riorganizzare il Santuario come hai appena fatto, pensando a ogni dettaglio, e la tua maledizione può essere tolta, con l’aiuto di Athena. Vorrei parlare con lei, prima di accettare l’immeritato onore che intendi conferirmi.”

“Domattina – la voce di Saga era di nuovo stanca – non prima di domattina, Aiolos. La dea è immortale, ma la fanciulla ha bisogno di ritrovare le forze. Va’ a compiere la tua missione, per il resto vi sarà tempo dopo.”

Aiolos annuì, rendendosi conto che Saga stava soltanto cercando di ammansirlo, riuscendoci peraltro benissimo. “Non temere: non fallirò.”

“Ne sono certo.” Rispose cortesemente Saga.

Aiolos uscì dalla stanza delle udienze, per andare in missione. Non si volse più, perché solo i servi si inchinavano di continuo ai loro superiori, così non vide il gran sacerdote raddrizzarsi sullo scranno come se stesse improvvisamente benissimo, con un gesto tanto repentino che una ciocca di capelli gli sfuggì dall’elmo del copricapo e gli ricadde sulla tunica candida. Una ciocca grigia come cenere.

Vai, Aiolos, vai pure in missione… se Athena è con te, morirai tra quei monti e non dovrai affrontare quello che ti aspetta; se invece riuscirai… sta andando tutto come deve, quello sciocco non sospetta nulla… e al Santuario non vi è più nessuno che possa proteggere la maledetta ragazzina…

Il portone si richiuse alle spalle di Aiolos, lasciando Saga solo nella stanza. Questi rimase immobile un istante, cercando di dominare la gioia selvaggia per il successo dei suoi piani fino a quel momento, gioia che avrebbe potuto essere percepita come oscura tramite il cosmo dei sensibili Santi di Athena, se non l’avesse camuffata come stanchezza e malattia. Rimase immobile finché non ebbe recuperato completamente il controllo, quindi si allungò verso il basso tavolino posto lì davanti e trasse a sé lo scrigno finemente lavorato che vi era posato sopra. Lo aprì e prese il gladio d’oro, la cui lama rifletteva le luci guizzanti delle torce.

Athena dormiva.

 

 

Subito dopo il tramonto del sole, ma prima che calasse definitivamente la notte, nel Santuario era il momento di cessare gli allenamenti, riporre le armi, medicare le ferite e ritirarsi per il meritato riposo. Erano momenti di relativa quiete, dopo i combattimenti forsennati e le grida di tutto il giorno, e a maggior ragione Darius trovò quindi strano udire un rumore di passi tanto concitato, come se qualcuno stesse scendendo alla Quinta a tutta velocità. Si volse, sorpreso, e vide una donna Santo sconosciuta svoltare il sentiero di corsa e fermarsi nel vederlo.

“Darius – lo salutò una voce ben nota – venivo a cercare il tuo maestro… il nobile Aiolia dov’è?”

L’apprendista rimase a bocca aperta. “Tu… Angel?”

“Angela – lo corresse lei, avvicinandosi – è urgente, Darius. Dov’è il nobile Aiolia?”

“Sono qui, ragazza.” Il Santo del Leone uscì dalla Quinta, con tanto tempismo da far pensare a Darius che fosse stato sul punto di fare ritorno al campo di addestramento in ogni caso. Il nobile Aiolia era gentile, e talvolta lo aiutava a riordinare, prima di ritirarsi per la notte. Il dettaglio che Darius fosse appena tornato da una battaglia disperata contro il dio dei mari era del tutto irrilevante, ai fini dell’addestramento. “Cosa accade?”

Angela si raddrizzò. “Ho un messaggio del sommo Saga, portato alla Dodicesima dal nobile Death Mask – spiegò, la voce filtrata dalla maschera – dice che al Santuario stanno per giungere i guerrieri traditori, pertanto i Santi d’Oro in condizione di combattere sono pregati di rimanere di guardia in modo da impartire loro la lezione che meritano.”

Una strana espressione, come un’ombra, attraversò per un istante il volto del nobile Aiolia. “I traditori, dici? Ti riferisci ai Santi di Death Queen Island?”

“Proprio a loro – confermò Angela – e da quel che ha detto il nobile Death Mask, il sommo Saga è adirato… per via di quel che potrebbe essere successo al nobile Shaka.”

Il Santo del Leone annuì gravemente. “Ci sta ordinando di vendicarlo, ragazza? E’ così, vero?”

Angela rispose impassibile, come se si fosse aspettata quella domanda. E forse è davvero così, pensò Darius, dopotutto Angel… Angela… è sempre stata molto sveglia. “Credo di sì, nobile Aiolia. Dopo tutto quel che hanno fatto…”

“Seiya non farebbe mai nulla di tanto iniquo…” Mormorò il nobile Aiolia, ma si riscosse subito. “Va’ ad avvertire il nobile Aldebaran, ragazza, e poi ritirati in un luogo sicuro: anche se sono solo Santi di Bronzo, il loro potere è superiore al tuo, in tutti i casi.”

Angela si inchinò e si volse per ubbidire. “Allora ci vediamo… Darius.” Gli disse, impacciata.

“Hu… ciao.” Rispose lui, ancora più imbarazzato, e la guardò allontanarsi, sforzandosi di sovrapporre l’immagine del suo amico Angel con quella ragazza, dalle spalle strette, la pelle bianca e la schiena delicata… accidenti, con quei polpacci affusolati, come aveva potuto prenderla per un uomo? E i capelli, così rossi che anche nel crepuscolo rilucevano come braci, non erano assolutamente, inequivocabilmente femminili? E il suo viso, così delicato, così carino… ma no, non devo pensarci, il suo viso non è più affar mio, adesso. Angela indossava una tuta d’addestramento di colore verde, perfettamente intonata ai capelli, e una fascia bianca le stringeva la vita sottile. Proprio non c’era niente di maschile in lei, anche ignorando le parti dell’anatomia più rivelatorie del suo sesso…

“Finiranno per cascarti gli occhi, discepolo.” La voce del nobile Aiolia era mitemente divertita e Darius si sentì avvampare.

“Non stavo affatto… non è come credete!”

Il sorrisino del nobile Aiolia gli fece venire voglia di sparire sottoterra. “Non riesco ad abituarmi… insomma… io credevo fosse un maschio!”

“Suvvia, non c’è niente di male, è piuttosto graziosa, come ragazza.” Gli diede una pacca sulle spalle e Darius, pur vergognandosi profondamente, ebbe la netta sensazione che il nobile Aiolia affettasse allegria pur avendo la mente altrove, che lo prendesse in giro per non pensare a cose più sgradevoli.

Seiya… non era quel ragazzo che io e Angel… Angela, cioè… abbiamo visto combattere, la notte dell’obelisco? Sbatté le palpebre, mentre ricordava. E’ allievo della nobile Marin! Accidenti, che pasticcio!, pensò inorridito.

“Maestro…” prese a dire, ma cambiò subito idea e, quando il nobile Aiolia lo guardò interrogativo, si limitò ad aggiungere: “Intendete… punire questi Santi di Bronzo?”

“Hai sentito gli ordini del sommo Saga.” Replicò seccamente il Santo d’Oro, facendo capire a Darius che aveva toccato un nervo scoperto, tanto che, forse rendendosi conto di aver parlato con piglio troppo brusco, Aiolia si mise a raccogliere le armi usate per l’addestramento, senza aggiungere una parola. Darius l’imitò, in silenzio, finché il suo maestro non gli disse: “Tieni per te quanto accadrà stanotte, Darius. E’ meglio per tutti, credimi.”

L’apprendista annuì. In quel momento pensava che il Cavaliere d’Oro lo stesse semplicemente pregando, in maniera indiretta, di non far sapere a Marin che probabilmente avrebbe dovuto giustiziare il suo diletto allievo, ma molto tempo dopo si chiese se, in fondo all’animo di quel guerriero nel quale il Settimo Senso era ben desto e vigile, il nobile Aiolia non avesse parlato guidato da una qualche, terribile intuizione.

Darius non parlò mai con nessuno di quanto sarebbe accaduto quella notte, neanche quando gli capitò di udire voci false o tendenziose a riguardo. Non ne parlò mai, ma per tutta la vita ne avrebbe ricordato ogni singolo istante.

 

 

L’aria della Cina era diversa da quella della Grecia, in una maniera indefinibile e sottile, ma comunque diversa. Forse era sufficiente la vegetazione a conferire un aroma differente all’atmosfera dei vari luoghi geografici, o forse era soltanto perché, lì a Goro-ho, era ancora giorno mentre ad Atene calava la notte. Death Mask non lo sapeva esattamente, ma non si fermò a chiederselo: tutto ciò che desiderava era terminare al più presto quella missione e fare ritorno al Santuario… ci sarebbe stato da ridere, quella notte.

Il vecchio Dohko è ormai debole e malato, gli aveva detto il sommo Saga, all’atto di congedarlo, perciò non dovresti avere grosse difficoltà contro di lui: se sarà disposto a collaborare, bene. Altrimenti, sai cosa fare.

I bambù si spezzarono al suo passaggio, con rumori secchi simili a spari, mentre Death Mask usciva dalla foresta, per trovarsi davanti al soverchiante paesaggio della cascata di Goro-ho. Dal punto in cui si trovava poteva vedere il picco altissimo da cui l’acqua precipitava con un urlo lacerante verso le rocce sottostanti, sollevando schiuma e condensa che avvolgeva tutto l’ambiente in una sorta di alone soprannaturale, quasi incantato. In un angolo, riparata dagli spruzzi e dalla violenza degli elementi, stava rannicchiata una capanna. Death Mask si accigliò, concentrandosi su di essa, ma al suo interno avvertì soltanto un cosmo lieve, insignificante, il palpito di vita di una ragazzina del posto che badava alle faccende di casa. Alzò gli occhi sulla roccia accanto alla cascata, a mezza altezza. Da lassù potrei avere una visuale molto migliore, pensò, e l’istante dopo emerse dalle acque della cascata, o meglio, questa fu l’illusione che uno spettatore avrebbe avuto vedendolo, poiché la velocità del suo spostamento fu tale da creare una sorta di tunnel nell’acqua scrosciante, tunnel che scomparve non appena Death Mask riprese a muoversi a velocità normale.

La cascata di Goro-ho, secondo la leggenda, era il luogo nel quale veniva custodita l’armatura di bronzo del Dragone, forgiata dalla pressione immensa delle acque al punto da essere pressoché indistruttibile; Death Mask sorrise di scherno al pensiero, pensando che un’armatura di bronzo, nelle sue mani, si sarebbe accartocciata come una lattina di birra vuota, e riportò la sua attenzione sui flussi cosmici che gli avrebbero permesso di rintracciare l’individuo che tanto infastidiva il sommo Saga.

Ah, eccolo… non è qui, ma non si è allontanato molto… non potrebbe neppure, data la sua missione… si è recato a controllare…

Volse il capo, verso l’alta vetta che sovrastava perfino il picco di Goro-ho, più una torre fatta di terra e roccia che una struttura naturale… una prigione, una nuda zanna di desolazione che si elevava verso il cielo della Cina, emanando il suo cosmo malefico come un fetido miasma, a ondate successive, ciascuna più forte della precedente… non di molto, ma comunque abbastanza da essere percepibili per il Settimo Senso del Santo del Cancro. E’ vero, il sigillo di Ade sta per cedere, non può mancare molto… e quella ragazzina non sarà mai in grado di affrontare la Guerra Sacra, anche pensarci è ridicolo.

Assorto nei suoi pensieri, trasalì bruscamente quando udì la voce alle sue spalle, una voce femminile che sembrava imitare il cinguettio di un uccellino, più che esprimersi in termini umani. Death Mask si volse e vide una ragazza molto carina, minuta e con indosso la tipica casacca cinese, che lo guardava incuriosita. Gli parlò ancora nel suo dialetto incomprensibile, poi piegò la testa di lato in attesa di una risposta.

“Cerco il vecchio Dohko, ragazzina – le disse in inglese, ad ogni buon conto – tu levati di torno, finché sei in tempo a farlo.”

La ragazza sbatté le palpebre, poi gli rispose nella stessa lingua, sia pure con molte esitazioni, dovute sicuramente alla scarsa dimestichezza. “Il maestro è… assente. Cosa vuoi da lui?”

“Sei sua nipote?” Hai capito, il vecchio marpione… tutto solo con questo bocconcino…

“Mi ha adottata quand’ero piccola – rispose la ragazza – vieni dal Santuario? Sei un Santo d’Oro…”

Death Mask le voltò le spalle, annoiato. “Vattene – ripeté – sparisci finché puoi, perché io non uso avere riguardi verso chi si intromette durante la battaglia, e la tua graziosa testolina sarebbe un magnifico ornamento per la Quarta.”

Sentì che lei singhiozzava per la sorpresa e un rumore di passi concitati ma, anziché fuggire come aveva presunto avrebbe fatto (e come avrebbe senz’altro fatto, se fosse stata solo un po’ furba), la ragazza lo superò e gli si parò davanti, con gli occhi sgranati.

“Perché dici battaglia? Il maestro è fedele al Santuario!”

Death Mask fece appena un gesto e la ragazza fu gettata a terra, svariati metri più in là. Alzò di nuovo la mano per finirla, ma cambiò idea e l’andò a prendere, sollevandola di peso per un polso. “Chissà se il vecchio si spiccerà a tornare, sentendo la sua cara nipotina in pericolo e sofferente – disse, sorridendo del dolore dipinto sul viso di lei – cosa ne dici, vogliamo provare?”

La cinesina aveva gli occhi pieni di lacrime per la sofferenza, ma si morse le labbra a sangue e non disse niente. Coraggiosa, nulla da dire. Death Mask la gettò di nuovo in terra e le calcò un piede sulla mano, tanto perché non le venisse in mente di provare a rialzarsi. La ragazza gridò.

“Allora? Dov’è il vecchio? Ho fretta di tornare, anche se dopo potrei trovare dieci minuti da dedicarti, puttanella. Che ne dici?”

La ragazza ormai piangeva apertamente, per la paura e per il dolore, lottando senza alcun successo per liberarsi. Death Mask premette ancora un po’ sulla mano, ghignando al pensiero che il vecchio certamente a quel punto si era accorto di quel che accadeva e stava correndo… per quel che poteva correre un vecchio decrepito e inutile, tanto pederasta da circuire quella bambina a fargli da serva…

“Onda del Drago Nascente di Rozan!”

Colto di sorpresa, il Santo del Cancro balzò all’indietro, liberando la ragazza che si alzò in preda a una crisi isterica e corse verso il nuovo venuto: un ragazzo giovane ma già alto come un uomo, dai lunghi capelli neri e l’aria estremamente decisa, ancora coi pugni levati. L’armatura che indossava era di bronzo, dai riflessi verdeacqua del drago che lo guardava freddamente, l’emblema sull’elmo del nuovo venuto. Death Mask rimase a guardare mentre il giovane aiutava la ragazza a mettersi in un angolo, lontano dalla battaglia, prima di volgersi di nuovo verso di lui. Pareva furioso.

“Chi sei tu, tanto vigliacco da aggredire una fanciulla inerme, cavaliere? Rispondi!”

“Che t’importa saperlo? Tanto stai per morire, insieme alla tua fidanzata. Non sei tu lo scopo della mia missione ma, se ho intuito la tua identità, il tuo maestro. Fatti da parte e ti concederò una fine indolore, Santo di Dragone.” Rispose Death Mask, profondamente annoiato. Il cosmo del Santo di Libra pareva ancora lontano, come se si fosse fermato… come se volesse che io uccida costui? Crede forse di guadagnarsi l’indulgenza del Santuario, offrendomi come vittima il suo allievo traditore?

“Dici di voler uccidere il mio maestro e, non bastasse ciò, attacchi Shun Rei come un selvaggio, senza alcuna ragione. Ero venuto a Goro-ho per ricevere il perdono e il consiglio del mio maestro, per recarmi al Santuario, ma pare che non potrò farlo, prima di averti sconfitto!” Il Santo di Bronzo corse innanzi, e Death Mask si rese conto che quel giovane non era soltanto incosciente, ma addirittura folle, pazzo da legare: perché le bende strette intorno agli occhi testimoniavano che non vedeva, era cieco, menomato, e nonostante ciò pretendeva di affrontare un Santo d’Oro, addirittura di sconfiggerlo!

“Un insetto della laguna che non ha mai visto l’oceano – lo derise Death Mask, fermando il suo attacco e immobilizzandolo – tale e quale a lui mi sembri… stupito e spaventato di fronte alla vastità di un potere che nemmeno capisci. Muori, patetico Santo di Bronzo!”

L’urlo della ragazzina quando vide il suo unico protettore scagliato giù dalla cascata venne inghiottito dal rumore rombante delle acque. Death Mask le si avvicinò, intenzionato a chiudere quella breve, sgradevole parentesi.

“Vuoi raggiungere il tuo fidanzato?” Le chiese retoricamente, afferrandola per un braccio. Lei fece resistenza, ma naturalmente era puerile e non riuscì ad impedire che Death Mask la stringesse in una morsa.

“Perché… fai questo? – chiese lei, tra i singhiozzi – perché sei tanto malvagio?”

“Perché no? – ribatté lui – posso farlo, dunque perché non dovrei farlo?”

“Shiryu voleva solo difendermi… tu sei tanto più forte… non avevi bisogno di fargli questo!”

“Povera, povera bambina – la derise Death Mask, sollevandola per gettarla nella cascata – tanto innamorata e tanto debole… siete voi a morire, non certo io. Non io! Io sono forte, a differenza vostra!”

Shun Rei sussurrò, ormai sul punto di perdere i sensi: “Non tanto forte… quella ferita al ventre… testimonia che non sei invulnerabile…”

Per Death Mask fu come ricevere un pugno in pieno volto. Gettò a terra Shun Rei, afferrandosi con una mano le bende rapprese di sangue, la sua ferita riportata nella battaglia contro Lymnades… quella scintilla nel suo animo che non si spegneva, che gli impediva di essere davvero forte, davvero potente… quel volto a cui aveva permesso di colpirlo, perché lui non avrebbe mai potuto sferrare un colpo contro di esso. “Taci – le disse, rauco – taci, stupida puttana! Tu non sai niente di me!”

“So che mi sembri… disperato…”

Fu troppo. Senza neanche rendersene conto Death Mask si chinò su Shun Rei e le strinse le dita intorno al collo, serrando con quanta più forza poteva. “Tu non sai niente di me…” Ringhiò, e non sapeva neanche se si stesse rivolgendo alla sua vittima o a… a qualcun altro… “Non sai niente della mia ferita né di ciò che è il mio animo… muori… maledetta… intrigante…”

La ragazza strabuzzò gli occhi e gli afferrò i polsi, cercando disperatamente di liberarsi, ma senza alcun successo, e Death Mask la spinse con violenza, fino al bordo del costone di roccia, fino a superarlo, fino a precipitare nella cascata… la sentì urlare mentre cadeva e rimase lì, ansimante e furioso, le orecchie assordate dal rombo dell’acqua e l’animo squassato da quella ferita che non voleva saperne di rimarginarsi, perché la scintilla nel suo animo continuava a tormentarla… a bruciarla…

Adesso sono uniti, i due amanti… loro sì… fece una smorfia, opponendosi ferocemente al pensiero che lottava per emergere. Loro possono… si sono amati e sono insieme, anche ora… perché io non…?

Per pura reazione, sollevò una mano e sferrò un colpo contro la capanna ai piedi della cascata, riducendola in briciole, anche da quella distanza. “Avanti, Dohko – sibilò – fatti vedere, codardo… chi altri devo uccidere, perché tu ti mostri?”

“Non hai bisogno di comportarti così, Death Mask. Se avessi pazientato un po’, sarei giunto: alla mia età non è possibile correre, dovresti saperlo…”

Death Mask si volse. Lentamente, con tutta calma, un vecchietto dalla barba bianca e grande cappello di paglia, salì sulla rupe della cascata, appoggiandosi al suo bastone. Il suo cosmo irradiava una grande calma e un senso di pace, che si diffondeva al suo passaggio. Raggiunse una roccia piatta e vi si sedette sopra, come se per lui fosse un’abitudine. Appoggiò il bastone accanto a sé e lo guardò. “Dal tuo comportamento, dubito tu sia venuto qui con intenzioni pacifiche, Custode della Quarta. Che cosa vuoi?”

Death Mask gli si avvicinò, pur restando guardingo. Anche se debole e decrepito, quell’uomo rimaneva il Santo d’Oro della Bilancia, e sottovalutarlo sarebbe stato quantomeno imprudente.

“Ho ucciso uno dei cavalieri traditori, tuo allievo, senza che tu muovessi un dito per impedirlo. Speri forse che questo modifichi il verdetto che il Santuario ha emesso nei tuoi confronti?”

Dohko indicò col bastone un punto ai piedi della cascata, e Death Mask vide che il cavaliere del Dragone aveva faticosamente riguadagnato la riva, portando con sé il corpo inerte della sua compagna. “Non so cosa ti sia successo, Death Mask, ma il tuo animo era troppo turbato per poter uccidere i miei ragazzi, come vedi. Hai forse dei dubbi sul gran sacerdote, per distrarti durante una battaglia?”

“Giustiziare un Santo di Bronzo non è battaglia – replicò il Santo d’Oro, stizzito – e comunque, fa poca differenza ucciderlo adesso o dopo. Il sommo sacerdote mi ha ordinato di venire qui ad accertarmi che tu compia la scelta giusta, Dohko di Libra.”

“Temo di non comprenderti, cavaliere. Il sommo Saga certamente sa della mia fedeltà ad Athena.”

Death Mask sorrise di derisione. “Una bambina, una piccola sciocca tanto sprovveduta da farsi rapire da un traditore che aveva orchestrato una vendetta nei suoi confronti! No, Dohko, Athena ha dimostrato di essere troppo debole per prendere lo scettro del potere. La tua fedeltà deve andare a Saga, non ad altri.”

L’espressione del vecchietto si irrigidì. “Io sono un cavaliere di Athena. Credi che i Santi rimarranno fedeli al gran sacerdote, se questi si schiererà contro la sua dea?”

“E tu credi che Saga non l’abbia previsto? Stanno per cambiare molte cose nel Santuario, e quello che devi fare, adesso, è decidere se vuoi essere parte del cambiamento… o venire travolto da esso. Qual è la tua risposta?”

L’anziano maestro di Goro-ho lo guardò in silenzio, a lungo. Poi strinse gli occhi, serrò le dita rattrappite sul bastone e disse, lentamente: “Comprendo. Così esistono anche Santi come te, capaci di rivoltarsi contro la loro stessa dea, pur di soddisfare la propria brama di potere…”

“Tieni per te le prediche, vecchio – lo interruppe Death Mask – non m’importa del potere, se non come mezzo per difendere la giustizia… la vera giustizia, non quell’accozzaglia di sentimentalismi e vaneggiamenti di una bambina troppo incapace per sopportare su di sé il fardello di una Guerra
Sacra. Athena non è in grado di guidarci, mentre Saga lo è, perché possiede la forza per farlo.”

“Stolto – lo insultò Dohko, ora chiaramente in collera – non è solo la forza a contare, ma il potere del cosmo. Saga possiede un animo dilaniato, diviso tra luce e tenebra, e non riuscirà mai a vincere questa sua battaglia, senza l’aiuto di Athena…”

“Che importa? Ciò che conta è che vinca le nostre battaglie. Può darsi che ciò comporterà qualche perdita, ma…” Death Mask fece un gesto, a significare pazienza. “… se alla fine vincerà lui, si sarà trattato di atti necessari dovuti alle circostanze e al bisogno. Quante vittime ci sono state, durante la prodezza di Athena in Atlantide? Su questo non hai nulla da dire, mi pare.”

Gli occhi di Dohko non erano più socchiusi, ma spalancati per lo choc. “Athena ha vinto contro Poseidone! Credi che un uomo avrebbe potuto fare altrettanto?”

“Curioso, perché da quel che ricordo siamo stati noi Santi a vincere.” Rispose Death Mask con voce flautata, sfiorandosi la ferita al ventre. “E con un condottiero forte, non dubito che avremmo vinto molto prima e con minor danno. Dunque questa è la tua ultima parola, Santo della Bilancia?”

Dohko non rispose, ma il suo cosmo cominciò ad espandarsi, a bruciare come una fornace alimentata sempre più, man mano che la fiamma cresceva e il calore aumentava… era il cosmo di un guerriero, sorprendente e incredibile entro quel corpo decrepito. Death Mask si dispose alla battaglia.

Conta solo la forza, e se me ne occorreva un’ultima prova, l’ho avuta proprio in Atlantide… perché lì sono stato debole, e la ferita che ne ho riportato me lo ricorda di continuo… non sarò mai più debole, mai più!

 

 

“Non avremmo dovuto lasciarlo andare – disse Hyoga – è pericoloso separarci, proprio adesso.”

“Shiryu voleva chiarire la situazione col suo maestro, prima ancora che con il Santuario: non potevamo certo impedirglielo, visto che siamo qui per la stessa ragione.” Rispose Seiya, assestandosi sulle spalle lo scrigno dell’armatura. La zona del Partenone era invasa dai turisti, anche dopo il calare della sera, e nella baraonda di luci, suoni e vociare allegro in tutte le lingue del mondo, nessuno faceva caso ai tre ragazzi con il loro ingombrante carico. Mancavano solo pochi chilometri al Santuario, ma Hyoga non aveva dubbi sul fatto che quelli sarebbero stati i chilometri più difficili.

“Andiamo, forza.” La voce di Shun era incolore, priva di ogni entusiasmo, come se tutto quello che accadeva lì attorno non lo riguardasse. Hyoga iniziava a preoccuparsi per l’amico (no, rettificò mentalmente, è mio fratello), al quale non pareva più importare molto di vivere o morire. E’ passato troppo poco tempo, non ha avuto neanche il tempo di piangere la morte di Ikki, ed è venuto qui ugualmente… “Shun – disse a voce alta, seguendo il corso dei suoi pensieri – tu non desideri chiarirti col tuo maestro? Anziché venire qui al Santuario, potresti recarti all’isola di Andromeda e…”

“Voglio riabilitare il nome di mio fratello – fu la risposta – tutto il resto può attendere. Se chi l’ha plagiato e spinto al suicidio si trova qui – e fece un gesto col braccio sulla strada per il Santuario – allora gliela farò pagare. Vedrete.”

Hyoga e Seiya si scambiarono un’occhiata preoccupata. Che il cordoglio di Shun si fosse sublimato in un feroce desiderio di vendetta era una possibilità che non avevano considerato, e che appariva estremamente inquietante, soprattutto se applicata alla gentile persona del cavaliere di Andromeda. “Non fare sciocchezze…” Cercò di dire, ma l’altro riprese il cammino con aria risoluta, ignorando entrambi i suoi compagni. Seiya si avvicinò a Hyoga e gli parlò a mezza voce.

“Che sia io a dirlo è il colmo, ma dobbiamo fare attenzione che Shun non commetta mosse avventate. Siamo qui per chiarirci col Santuario, non per aggredire il sommo sacerdote, malgrado tutti i sospetti che nutriamo sul suo conto. Sei d’accordo?”

“Speriamo in bene.” Rispose Hyoga senza compromettersi, e prendendo la via già calcata da Shun. Se i nostri maestri ci ascolteranno, forse… e… se non lo facessero?

Si sforzò di non pensarci. Ormai era tardi, di certo il loro arrivo era stato notato, lì al Santuario, e che si trovassero accerchiati da sentinelle era solo questione di tempo.

 

 

Vergine Athena, restituiscimi la mia anima… no… poiché la mia anima non più mi appartiene, ascolta solo queste parole. Tu sei la mia vita, ed io ti amo.

Il corridoio traballava come il ponte di una nave durante una tempesta. Saga doveva appoggiarsi alla parete per non cadere, i paramenti sacerdotali che gli pendevano addosso come cenci, la maschera col suo ingombrante copricapo a soffocarlo, indebolirlo, annientarlo. Cercò di camminare senza appigli, ma la fatica era eccessiva.

Non farlo, non commettere una simile blasfemia, non farlo, non farlo non farlo nonfarlononfarlo…

“Sono così vicino – sussurrò, rauco, tirandosi fuori le parole di bocca con uno sforzo immane – Aiolos è il capro espiatorio perfetto, lui il sacerdote mancato, lui che è fuggito proprio stanotte… la notte in cui scorrerà il sangue della dea…”

Abbassò gli occhi sul gladio d’oro che stringeva convulsamente, tanto forte che le dita gli dolevano. E dopo che Athena sarà morta, il Santuario sarà soltanto mio… finalmente, unicamente mio…

Athena…

Athena ha lasciato il Santuario e mi ha permesso di prendere il sopravvento… la colpa è sua, non mia…

Athena…

“Athena – Saga si fermò, perché il suolo era troppo malfermo per permettergli di proseguire – non mi metterai da parte, sciocca ragazzina, non dopo aver tenuto il Santuario tredici lunghi anni… stanotte farò quel che avrei dovuto fare tredici anni fa, se lui non me l’avesse impedito… ma finalmente… io vinco…”

Non vincerai… sempre ci saranno paladini che proteggeranno la dea… non vincerai…

“Nel Santuario non c’è nessuno che possa salvarla, ora… i Santi d’Oro sono troppo debilitati, Aiolos è lontano… nessuno la salverà…”

Ci sarà sempre qualcuno che arriverà a salvarla… stanne certo…

Saga sorrise, un sorriso che era come il filo di una lama insanguinata. “Che vengano, allora – disse – che vengano pure… ucciderò anche loro.”

Riprese il cammino. In fondo al corridoio, nella camera più remota e protetta del Santuario, accessibile solo a pochi eletti fidati, Athena dormiva.

 

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