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Ottobre

1 ottobre

 

Sindel si è autonominata mia infermiera e viene dieci volte al giorno a vedere se ho bisogno di qualcosa. Anche ieri era lei, che mi portava un bicchiere d’acqua per poi scapparsene a guardare il mio maestro che si allenava. Sta diventando francamente pallosa, l’ho detto ad Haru quando è venuta, e lei mi ha risposto che almeno io non ci vivo assieme: pare che la fanciulla più bella del Santuario ormai abbia un solo argomento di conversazione, e passi le sue giornate, le serate e le nottate a menarla coi meravigliosi occhi verdi di Mu, con la saggezza della sua persona, con la maestà della sua armatura, e una serie di altri apprezzamenti non molto in linea con la condotta aulica richiesta nel Santuario. Non li sopporto più, nessuno dei due, e il mal di testa non mi dà pace.

Così ho deciso di agire.

Quando Sindel è venuta, per la quarta volta nella mattinata, l’ho presa e le ho detto che se non si dichiarava seduta stante l’avrei fatto io per lei, ma che prima l’avrei usata come cavia per sperimentare la mia nuova abilità nel frantumare le rocce con le mani.

Sindel è diventata bianca. Poi rossa. Poi viola. Poi è tornata bianca, quindi ha virato sul cianotico e credo che stesse marciando sul marroncino bordò quando l’ho trascinata allo spiazzo dove Mu stava spiegando a Kiki qualcosa sulla telecinesi. A quel punto si è dovuta rimettere la maschera, così l’interessante fenomeno camaleontico si è perduto, peccato. Sono sicura che sarebbe diventata verde, se avessi aspettato ancora un po’.

“Sei guarita?” Mi ha chiesto Mu quando mi ha vista. Così, tranquillo e sereno, come se non fosse successo niente, come se non mi avesse usata come un piatto di plastica! Come tornano tutti i conti, adesso, incluso quel viaggio in India assieme a un Gold che non ne voleva sapere di me, che neppure era il mio maestro e che quindi non aveva un solo motivo al mondo di accollarsi la seccatura di un’apprendista! Ma certo, dovevo essere istruita ad arte su Kalì, vero?

Mi sentivo ribollire e ho stretto la mano a Sindel, così forte che lei me l’ha strappata via. A ripensarci, la mia è stata proprio una cattiveria gratuita, perché dopotutto Mu non ha mai lasciato minimamente intendere di essere interessato a Sindel, e sapevo che avrei soltanto dato una delusione tremenda a lei e messo in imbarazzo lui. Ma in qualche modo dovevo pur vendicarmi. Lo so che è una cosa puerile, ma che altro mi potevo inventare con un uomo che si muove alla velocità della luce e sposta palazzi con la forza del pensiero?

“No – gli ho risposto alla fine di questa catena di ragionamenti velenosi – non sono guarita, ma Sindel qui ha qualcosa da dirti. Avanti, Sindel.”

Mu ha girato gli occhi sulla mia amica, che, ne sono certa, in quel momento avrebbe preferito trovarsi ad Hiroshima nel 1945. Ho sentito dei passi alle nostre spalle ed era Haru, che seguiva con trepidazione il dramma in corso. Forse aveva anche paura che Sindel svenisse prima di arrivare al dunque, ma la mia (ex?) amica non è un’apprendista Saint per niente, e alla fine ha ritrovato la voce e ha detto, in una raffica continua senza riprendere fiato: “Nobile Mu, voi mi piacete, non come Saint o come modello o come guerriero, mi piacete come uomo, e io non volevo darvi questo motivo di imbarazzo o crearvi problemi, ma Luna mi ha appena detto che mi avrebbe assassinata nel mio letto se non ve ne avessi parlato e io credo che dica sul serio e poi gli infermi non si contraddicono ma in ogni caso è solo colpa sua e vi prego di dimenticarvi di tutto questo se vi crea qualche problema.”

Silenzio. Una rana ha attraversato saltellando lo spiazzo ed è sparita nei cespugli.

“Arrivederci, vi lascio alla vostra lezione.” E, prima che qualcuno potesse fermarla, Sindel è si è eclissata a una velocità che, ne sono certa, un Gold Saint in assetto da battaglia difficilmente potrebbe eguagliare.

Haruko ha sospirato di sollievo. “Oh, finalmente è fatta… credo che Sindel non parlerà per almeno un mese, grazie Luna. Scusa, vado a impedirle di gettarsi nel pozzo…” e se n’è andata dietro all’amica.

Io ho guardato la colonna di sale che fino a un istante prima era stata il mio maestro, l’ho salutato amabilmente e me ne sono tornata a letto che lui era ancora lì immobile, con Kiki seduto accanto che faceva disegnini per terra con un legnetto, muto. Eh già, nonostante tutta la sua boria e la sua presunzione, ha pur sempre vissuto in totale isolamento nel Pamir per tredici anni, ci sono situazioni che non sa proprio gestire.

Colpito e affondato!

Mi sento già meglio.

 

 

2 ottobre.

 

E’ venuta Haruko a portarmi un po’ di arance e, mentre le mangiavo, mi ha detto che si sentiva un pochino in colpa. Pare che Sindel non spiccichi parola da ieri e che agli allenamenti abbia una velocità di reazione pari a quella di un bruco nel bozzolo, col risultato che agli allenamenti le prende più di me.

“Passerà – le ho detto io – era una cosa da fare, sai…”

Che bello, quando puoi far finta di aver commesso una cattiveria per altruismo anziché per vendetta.

“Sì – ha concordato Haruko, annuendo – ma credo che Sindel nutrisse qualche speranza, sai, lei è così bella… la delusione sarà ancora peggiore, non è come te che sai già di non avere chances e quindi non passi tutto il giorno a elucubrarci su…”

Che brutto, quando devi far finta che una cattiveria detta per amicizia non ti abbia infilzato il cuore come un puntaspilli e devi sorridere anziché rompere il comodino in testa alla persona che ha parlato.

 

 

5 ottobre

 

Sono guarita. Ma sarebbe stato meglio che mi fossi invece aggravata, visto che, appena sono comparsa sulla porta della cucina dicendo che la febbre era andata via del tutto, Mu mi ha comunicato che in tal caso sarei dovuta salire alla Tredicesima perché era richiesta la mia consulenza (cioè la consulenza di mio padre, tramite me).

Mi sono venute le lacrime agli occhi per la rabbia, ed è in momenti così che sono contenta di avere la maschera. Non ho detto niente, mi sono voltata e sono andata senza neanche salutare, fumando come una teiera.

Cioè, ma almeno fare finta che non mi trovo qui soltanto per lavorare al posto di papà, sarebbe uno sforzo troppo grande?!

Ci pensavo mentre salivo, e mi tornavano alla mente un sacco di cose, per esempio il fatto, veramente strano ed inconsueto, che io sia diventata un’apprendista alla veneranda età di sedici anni, quando per essere Saint si deve cominciare fin da bambini. Eh già, ma io non sono qui per ottenere l’armatura, quindi i conti tornano, giusto? Non bastava sfruttarmi, dovevano anche riempirmi di legnate… Sguazzavo felice nell’autocompatimento più egocentrico del mondo quando sono arrivata a destinazione e ho detto allo scemo grosso e pelato che Athena aveva richiesto la mia presenza. Lui ha bofonchiato qualcosa a proposito di donne e fornelli, ma l’ha fatto da una distanza di sicurezza che ha prevenuto incidenti come quello all’aereoporto di Tokyo, così sono entrata nella lussuosissima stanza di Saori Kido trascinandomi dietro la polvere, il sudore e la terra che sono il marchio distintivo degli apprendisti Saint. E, siccome ero tanto trasandata, chi poteva esserci con la dea, se non lui?

Oddio, a onor del vero non era solo, visto che c’erano anche tutti i Bronze oltre ad Aiola e Aldebaran, ma come capirete per me erano solo la cornice attorno a un uomo che è praticamente il vertice dell’evoluzione umana. Dopo Milo, il diluvio. E io, com’è ovvio, sono riuscita ad inciampare su un grumo di terra che mi si era incastrato sotto il tacco, complice l’improvvisa visione di lui e le vertigini dovute ai postumi della malattia. Scena: io entro, tutti si girano, io apro la bocca per salutare, io finisco in ginocchio davanti ad Aldebaran come se dovessi chiedergli di sposarmi. Magari accettava anche.

Extraterrestre, portami via!

 

7 ottobre

 

Mah, sforzandomi di vedere il bicchiere mezzo pieno, potrei dire che questo sfruttarmi per gestire gli studi di papà mi esonera quasi del tutto dal continuare gli allenamenti. A dire il vero ho la sensazione che Mu cerchi di evitarmi, ma non intendo chiarire un bel niente perché mi va benissimo. Tanto lo so, che una volta esaurito il mio compito verrò spedita dalle suore, quindi tanto vale che il distacco inizi subito, giusto?

Almeno non sono più tutta un livido.

 

 

8 ottobre

 

Prendo nota del fatto che, quando si hanno facoltà precognitive, bisogna tenerne conto invece di fare stronzate che portano soltanto guai. Vi ricordate di quel sogno nel quale avevo la sensazione che Athena fosse me e che io fossi Athena?

Ecco.

Stamattina sono salita alla Tredicesima per l’ennesimo pallosissimo briefing nel quale, dopo i rimproveri di rito per aver osato scalare la Star Hill (ma nessuno che si sogni di rimproverare Seiya per essere andato dietro un’apprendista, nooooo), ho dovuto di nuovo sviscerare gli studi di papà e le visioni che mi perseguitano. Aiola si è dimostrato molto interessato quando gli ho detto di aver sognato lui che lottava contro dei cobra, tipo gruppo del Laooconte, e ne ho ricavato la sensazione che il Saint del Leone non veda l’ora di smetterla con le elucubrazioni per cominciare a menare le mani. Beato lui.

“E’ davvero un peccato che tu non riesca a gestire questo tuo dono – ha sospirato Saori a un certo punto – ci sarebbe utilissimo per saperne di più, sulle attività dei Thugs.”

Che peccato che non possiate sfruttarmi più di così, ho pensato io, ma sono stata zitta. Tanto non ho scelta, devo ubbidire: se abbandono il Santuario verrò accusata di diserzione, se rifiuto di eseguire le direttive di Athena (della multimiliardaria che si fa passare per Athena, diciamo) sarà insubordinazione. In entrambi i casi sarà tradimento, e da queste parti non sono esattamente teneri coi traditori…

E’ stato come se Saori mi avesse letto nel pensiero. “Il tempo stringe e dobbiamo fermare i Thugs prima che sia troppo tardi – mi ha detto – d’altro canto, tu sarai stanca di tutto questo: vorresti tentare qualcosa che forse potrebbe risolvere la situazione in modo definitivo?”

“Fotografie aeree della regione dell’India dove sappiamo c’è il tempio di Kalì?” ho proposto io, ma Saori ha scosso la testa. Troppo semplice.

“Il tuo cosmo si sta ampliando moltissimo da quando sei al Santuario, ciò è una buona cosa, perché forse posso aiutarti nel tuo compito. Se uniremo le forze, forse scopriremo dove si annida il nemico per stanarlo.”

“Non vi seguo.” Ho detto io, e Athena mi ha spiegato che, se avessi bruciato il mio cosmo, lei avrebbe potuto, come dire, supportarmi attraverso il suo. Sarei così giunta a un livello di conoscenza superiore, simile a quello ottenuto alla Star Hill, ma senza i rischi che ho corso allora perché la dea mi avrebbe protetta.

Sembra che Athena lo faccia spesso, questo lavoro di potenziare le mezze calzette tra i suoi guerrieri, in modo da farli vincere. Capisco sempre più cose.

 

 

 

14 ottobre

 

Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma. Aiuto mamma.

[un’intera pagina del diario di Luna è completamente piena di queste scritte, con qualche intermezzo di cuoricini col nome di Milo dentro, ndA]

 

Mi trovo sull’aereo e cerco di rimettere assieme le idee mentre, più avanti, Saori straccia il suo cicisbeo alla Playstation. Non è che Kiki le ha fatto un corso intensivo di Resident Evil II, alla dea della giustizia? Sta squartando morti viventi con un’abilità francamente inquietante, la fanciulla.

Siamo diretti a Calcutta, e invece di aver sbroccato davanti a mezzo Santuario rivelando la verità, me ne sto qui a far finta di essere un’intellettuale distaccata dal mondo intero, che scrivo chissà quali importantissimi documenti, mentre quella scema ride e si diverte senza un pensiero al mondo! Lei dice che lo fa perché io di solito mi comporto così e quindi lei deve reggere il gioco, ma secondo me se ne approfitta, io non sono una tale oca giuliva. Quasi quasi le scateno addosso il suo mastino pelato, vorrei proprio vedere se le piace, farsi sputacchiare addosso un sacco di insulti.

Due minuti fa è passato Shun e ha commentato che ‘è davvero simpatica, quella Luna, speriamo non le capiti niente di male.’ Grazie del pensiero, Shun, ma arrivi tardi…

Ok, cerchiamo di raccogliere le idee. Se soltanto la piantassero con quello stramaledetto gioco, vedere schizzi di sangue e arti che volano non contribuisce alla mia pace spirituale, in questo momento.

Stamattina ho annunciato, con la voce dolce e limpida di Saori Kido, che saremmo partiti per Calcutta e che avrei portato Luna con me, perché una veggente torna sempre utile. Già mentre lo dicevo mi sembrava un’idiozia, e infatti Mu si è subito opposto dicendo che Luna (cioè io, però come Saori… basta, non ne posso più!) non era pronta per affrontare una simile missione, adatta solo ai Saints più forti e non certo a un’apprendista novizia come me. Quanto aveva ragione! E quanto mi è dispiaciuto dirgli che sapevo quel che facevo e che doveva avere fiducia nella sua dea, e un sacco di altre cavolate con cui la Kido mi aveva imbeccata prima della partenza. Ma Mu non si è fatto convincere.

“Con tutto il rispetto, Athena, Luna è affidata alla mia responsabilità, e in qualità di suo maestro non devo solo addestrarla, ma anche impedire che le accada qualcosa di male, quando è possibile evitarlo. La ragazza ha già fatto molto per il Santuario, io… io devo insistere.”

Ci sono rimasta secca. Si preoccupava per me! Al punto da contraddire la sua principessina del cuore! Giuro, mi sono salite le lacrime agli occhi, ma forse era soltanto l’effetto del tacco che Saori mi aveva piantato nel piede sinistro per impedirmi di rispondere. Dio, il male.

“Voglio contribuire per salvare la giustizia!” ha esclamato Saori, e quelle parole in bocca a me erano quanto di più falso potesse inventarsi. Mu infatti l’ha guardata come se dubitasse della sua sanità mentale, al che io ho ripetuto che sapevo quel che facevo e che non doveva preoccuparsi. Saori l’ha sottolineato, giurando che sarebbe stata prudente, e a quel punto chi è intervenuto, se non nientemento che Milo in persona, redarguendo gentilmente la sua dea chiusa nella mia confezione, con un: “Dovresti dare ascolto al maestro, Luna. Mu parla certamente nel tuo interesse e, se non ti ritiene pronta, ha le sue ragioni. Proteggerai la giustizia in seguito.”

Sì dall’orfanotrofio, ho pensato io, e se fossi stata nei miei panni l’avrei detto, mentre come Saori Kido ho soltanto replicato acidamente che, se non avessero fatto a modo mio, non ci sarebbe stato nessun ‘seguito’. Dopodichè ho ordinato a Saori di portare le mie chiappe nell’aereo e la discussione si è conclusa lì.

Ma perché Milo si è sentito in dovere di cercare di fermarmi? Non devo farmi illusioni, vero? Però era così bello mentre mi guardava, cioè mentre guardava Saori… mah, forse vuole solo farsi perdonare da Mu l’interferenza che ha avuto col mio addestramento. Magari pensa che mi sono montata la testa per via dei progressi che mi ha aiutata a fare e non vuole questa responsabilità, se dovessi finire ammazzata. Sì, è la cosa più probabile.

[nel diario di Luna, a questo punto, è disegnata l’immagine di un cuore spezzato a metà con il nome di Milo scritto da una parte e quello di Luna dall’altra, NdA]

Così siamo partiti. Non sono riuscita a parlare molto con Saori, se non quando l’ho costretta a seguirmi in bagno per chiederle perché andavamo a sbaragliare un intero esercito nemico in compagnia di quattro Bronze quando al Santuario ci sono Silver, Gold, sacerdoti e guerrieri a iosa, per tacere dell’intera fondazione Grado che dispone di elicotteri, satelliti spia, fucili mitragliatori e probabilmente anche una bomba atomica. Risposta: “ Le armi convenzionali non possono nulla contro questi nemici, e i Gold devono proteggere il Santuario.”

Ma che cavolo hanno da proteggere, dico io, se la battaglia non è lì ma in India! Cos’è, hanno paura che il nemico gli rovini le statue antiche? Almeno Shaka, poteva venire! Sarà un rompiballe, ma che sia forte nessuno lo mette in dubbio, ci sarebbe stato utile…

Rivoglio il mio corpo. Sono stufa marcia di fare la principessina sul pisello.

 

 

15 ottobre

 

Calcutta fa schifo, si muore di caldo e come Saori non posso uscire dalla mia camera d’albergo per motivi di sicurezza.

E odio le vacche.

 

 

16 ottobre

 

Aldebaran è stato attaccato al Santuario, proprio come nel mio sogno, e, proprio come nel mio sogno, è sopravvissuto malgrado tutto, riuscendo anzi a sconfiggere il suo avversario, uno dei quattro Thugs che avevo visto alla visione della Star Hill: il Thug delle fiamme, che ha ridotto il Saint del Toro a una schifezzina bruciacchiata, ma non ha potuto reggere al Great Horn. Il mio maestro non si dà pace perché aveva lasciato la Prima incustodita in quanto doveva recarsi non so dove a riparare certe armature, in vista del combattimento contro Kalì. Personalmente non ho nulla contro Aldebaran, ma sono felice di sapere che Mu è incolume, e sono qui che prego che Saori trovi un modo per farci tornare ognuna nel suo corpo, perché le cose stanno precipitando: intendo dal punto di vista della guerra, perché i Saints non hanno il minimo sospetto che io non sia chi dico di essere. Ho chiesto a Saori come sia possibile e lei mi ha risposto, così acida che è un miracolo se non si è ustionata la lingua: “Stai parlando degli uomini che per tredici anni hanno creduto a un impostore che portava una maschera sul viso, Luna. Cos’è uno scambio di identità al confronto?”

Ineccepibile.

Il mio passatempo ufficiale è guardare fuori dalla finestra, e a forza di osservare la strada ho visto un tizio che si aggira intorno all’albergo abbuffandosi al Mc Donald e comprando souvenir. Ho l’impressione che ci stia spiando. Non mi piace affatto, non ha l’aria di uno che puoi sopraffare tanto facilmente, anzi, sembra bello forte. Ma non è proprio il momento di fare la paranoica.

Vado di là. Seiya mi chiama, vuole discutere di non so che cosa, giuro che non lo reggo più. E’ perfino più basso di me, cioè di Saori, ma come può quella sbavargli dietro così?

 

 

17 ottobre

 

Ok, la situazione è ufficialmente precipitata. Ricordo la vecchia barzelletta che circolava al liceo, quella secondo cui ci troviamo tutti immersi fino al collo in un mare di deiezioni solide, e tutto quel che si può fare è pregare perché Dio non faccia l’onda.

Tra ieri e oggi, Dio deve averci fatto il surf, sulle onde che mi ha scaricato in testa.

Non so nemmeno perché continuo a scrivere queste righe, su fogli volanti che ho recuperato nella stanza e una matita lunga cinque centimetri che secondo me è diventata carbonio in seguito a un processo di fossilizzazione durato milioni di anni. Immagino si possa definirlo una specie di testamento, perché se continuiamo così… ma è meglio che parta dall’inizio, così mi schiarisco anche le idee.

Ieri pomeriggio mi ero stufata di restare chiusa in albero mentre i Bronze se ne andavano in giro ‘di pattuglia’, così ho detto alla Kido di tenere il mio corpo col sedere al sicuro, che io sarei scesa a fare un giretto. Dopo un po’ di tira e molla, ho dovuto cedere e portarmela dietro assieme al pelatone che per tutto il tempo non ha fatto che rimbrottare Saori e vietarmi di fare questo e quello, ingozzarsi di prodotti tipici alle bancarelle e sbraitare contro chiunque mi si avvicinasse a meno di dieci passi. Se avessi avuto il mio corpo gli avrei dato la lezione che si meritava, ma in quello stato miserevole, con quelle braccine che si affaticano anche a pigiare i tasti del pianoforte, cosa potevo mai fare?

“Squagliamocela.” Ho sussurrato a Saori un momento che Tatsumi era distratto da un enorme piatto di riso al curry, e ho infilato un vicoletto secondario prima che lei mi rispondesse di non fare stupidaggini. Dio, come sono cretina.

Ripensandosi a posteriori, però, non è stata una stupidaggine. Mi spiego: se avessi avuto il mio corpo non ci sarebbe stato nessun problema, ma purtroppo ero nel corpo della principessina mondiale, cosa che non ho ancora metabolizzato appieno (provate voi a diventare d’un tratto un’altra persona rinunciando in blocco alla vostra personalità ventiquattr’ore al giorno, poi mi dite quanto è facile), e quindi mi capita spesso di agire come se fossi ancora completamente io. Saori mai si sarebbe esposta così, mentre per Luna non c’era alcuna controindicazione a farlo, perché Luna è una miss nessuno e perché Luna ha il cazzotto facile.

Del resto, se io sono qui a fare testamento mentre la Kido è al sicuro in albergo, un motivo ci sarà, no?

Allora.

Prima cosa, ci siamo perse, ma era scontato. Ho tirato fuori il cellulare della Kido (una mostruosità teconologica che probabilmente, pigiando il tasto giusto, prepara anche le tartine al caviale) per chiamare in albergo, ma proprio in quel momento è successo il patatrac.

“Avverto un cosmo ostile.” Ha detto Saori, le cui percezioni non si sono affatto indebolite pur trovandosi nel mio corpo. Io ho messo via il cellulare e ho aspettato, chiedendomi per la millesima volta cosa avessi mai fatto di male per trovarmi in quel pasticcio.

Dalle ombre è emersa una figura alta e snella che conoscevo già. “Ashura!” ho esclamato, e lui mi è parso stupito.

“Mi conosci, Athena?” ha chiesto, e io mi sono sentita colta in castagna, ma Saori è venuta in mio soccorso.

“La mia dea conosce tutto e tutti, non puoi nulla contro la giustizia. Sei qui in nome di Kalì?”

Ashura ha guardato Saori con un sorrisetto di sufficienza. “Sì, di te mi ricordo, carina… cos’è, Athena, ti fai proteggere dalle fanciulle perché i tuoi Saints sono troppo codardi per affrontarmi?”

Io ho deglutito, ma Saori ha subito replicato: “E tu, tendi gli agguati alle fanciulle perché sei troppo codardo per sfidare a duello i Saints di Athena? Da quanto aspettavi di cogliere la mia dea da sola, senza protezione alcuna?”

Lo sguardo che Ashura ha lanciato al mio corpo mi ha indotta a pararmi tra i due, per prevenire guai. “Cosa vuoi?” gli ho chiesto, e lui ha sorriso.

“Sono qui per te, Athena. La mia dea è ansiosa di incontrarti.” E ha fatto un gesto con la mano, tanto rapido che un occhio normale non avrebbe potuto vederlo, ma che col mio addestramento era inequivocabile. Un secondo dopo, il mio povero corpicino era spalmato contro un muro e Saori giaceva svenuta a terra, dolorante.

“Lasciala stare!” ho gridato io, preoccupatissima perché se Ashura spezzava quel collo io sarei stata per sempre costretta a vestirmi come una bomboniera di battesimo, ascoltare Mozart e tenere a bada Seiya.

D’un tratto Ashura era vicinissimo a me, tanto che quasi potevamo baciarci, cosa che per inciso, se non fosse per il trascurabile dettaglio che voleva uccidermi, neanche mi sarebbe dispiaciuta, perché è veramente uno schianto di maschio. “Vuoi che le risparmi la vita? D’accordo, Athena. Vieni con me e la tua protetta continuerà a vivere. Sarebbe un peccato che la sua lealtà a te fosse ricompensata con una morte tanto dolorosa, vero?” E si è tolto dalla cintura un laccio fatto di filigrana finissima, di un metallo nero che pareva più duro del diamante. Il laccio dei Thugs, sacro a Kalì.

“Non credo di avere molta voglia di venire con te.” Gli ho risposto scostandomi, ma lui mi ha afferrata per le braccia cominciando a sollevarmi, e io ho reagito senza pensare, liberandomi con una mossa di aikido e atterrandolo. Mi sono quasi procurata un’ernia del disco perché Saori è allenata quanto una patata lessa, ma la tecnica delle arti marziali è soprattutto una cosa mentale, e la manovra mi è riuscita splendidamente! Ashura non se l’aspettava ed è volato. HA!

Purtroppo si è subito rialzato, con un’espressione sbalordita. “Già, sei la dea della guerra, oltre che della giustizia, ma adesso vedrai!” E si è avventato di nuovo, ma io stavo pronta e mi sono tirata su la sottana, rifilandogli un Low Kick da manuale al ginocchio. Sì ok era coperto dall’armatura, ma il riverbero del colpo è stato abbastanza forte da farlo trasalire e sospendere per un momento l’attacco. Io sono indietreggiata fino a dove Saori farfugliava a proposito di stelline che giravano sulla sua testa, con la gonna ben rimboccata per non farmi sorprendere. “Tieni giù le mani, zoticone!”

A quel punto però Ashura ha deciso di smetterla di giocare e un attimo dopo mi sono ritrovata caricata sulla sua spalla come un sacco di farina. “D’accordo, razza di gatta selvatica, se vuoi opporre resistenza fallo, ma verrai con me in ogni caso…” Ha detto, e mentre io mi ribellavo con tutte le mie forze tempestandolo di pugni e caldi ogni cosa è diventata nera e non sono più riuscita a muovermi. A ripensarci, credo sia stato il semplice spostamento d’aria provocato dai movimenti ad altissima velocità di Ashura a farmi perdere i sensi, perché io non indosso nessuna armatura che mi protegga.

Quindi adesso sono qui, in una stanza arredata come un harem orientale, con le sbarre all’unica finestra dalla quale si vede la giungla.

Sono prigioniera nel tempio di Kalì.

 

 

18 ottobre

 

A parte uno sportellino che si apre due volte al giorno per spingere dentro un vassoio di cibo, non succede niente. Posso solo congetturare che i Bronze al momento siano completamente fuori di testa e stiano cercando di raggiungermi, ma purtroppo il mio cosmo non è abbastanza forte da espanderlo al punto di permettere loro di individuarmi, e il cosmo di Athena, nel mio inutile corpo, non può espandersi senza stendere la sua occupante.

Devo riflettere.

Mi credono Athena. Se sono in questo guaio è a causa dell’equivoco, ma è fuori questione che possa smentirli, perché in tal caso verrei uccisa immediatamente.  Se tengo duro finché i Bronze non arriveranno a salvarmi, forse uscirò tutta intera da questa vicenda.

Ho paura. Veramente tanta, tanta paura.

 

 

19 ottobre

 

E’ venuto a trovarmi Ashura, che senza armatura è ancora più bello: portava una tunica rossa, avvolta intorno ai fianchi e che passava sopra una spalla ricadendogli dietro fino a terra, con l’unica decorazione del suo laccio nero, stretto a mò di cintura. Non ditemi che sono una maniaca, perché qui non c’è niente da fare e osservare quel semidio è il passatempo migliore che sono riuscita a inventarmi. E’ più oscuro di un presagio di morte, con la carnagione olivastra, i capelli corvini e queli occhi neri come pozzi, che quando ti guardano ti inchiodano come un insetto a un vetrino da entomologo. Quando è entrato stavo guardando dalla finestra, chiedendomi se quelle sbarre erano davvero così dure come sembravano. Col mio corpo le avrei già polverizzate, ma espandere il cosmo nel corpo di Saori tradirebbe la mia verà identità… accidenti, che guaio.

“Cosa vuoi?” Gli ho chiesto, alzandomi. Ashura mi ha sorriso.

“Parliamo, Athena. Vorrai sapere perché ti trovi qui, vero?”

“Fammi indovinare… non vuoi vendermi un aspirapolvere e se mi chiedessi di sposarti ti risponderei di andare a farti sodomizzare da un ergastolano gay, perciò rimane solo l’opzione dell’omicidio, giusto?”

Lui mi ha guardata sbigottito. “Oh Kalì, che lingua tagliente, per un viso tanto dolce! Desideravo solo farti uscire da questa cella, ma se preferisci la prigionia…”

“E dove vorresti portarmi? Al macello?”

“A darti una possibilità di vincere la tua battaglia, Athena. Non è questo, ciò che desideri?”

Le sue parole mi hanno incuriosita abbastanza da indurmi a uscire. Tanto, non è che avessi molta scelta, se Ashura aveva deciso di portarmi da qualche parte l’avrebbe fatto, con le buone o con le cattive, perciò tanto valeva conservare un briciolo di dignità. Gli sono passata accanto col mento bene all’insù, come fa sempre Saori, pensando che la cosa peggiore era non sapere assolutamente cosa stavano facendo i Saints.

Ashura mi ha guidata per i corridoi del tempio, un luogo spaventoso perché pieno di mosaici e arazzi raffiguranti Kalì in quelle che suppongo essere le sue occupazioni favorite: sgozzare bambini, bruciare città, calpestare corpi agonizzanti, e via dicendo. Mentre camminavo per poco non sono inciampata in un cobra, un cobra autentico, cazzo, che ha sollevato la testa aprendo il cappuccio e sibilandomi contro. Io ho fatto un salto.

“Non temere, Athena, non sarà per il veleno di questo rettile che perderai la vita.” Ha riso Ashura, e il cobra si è riabbassato ed è strisciato via. Siamo arrivati infine a quella che suppongo essere la sala principale del tempio, e qui Ashura si è fermato. Io ho guardato e mi sono sentita male.

La statua di Kalì era stata posta su un piedistallo altissimo, quasi una colonna, e vista così sembrava ancora più terribile, una disgrazia che ti deve arrivare addosso piombando come un predatore sulle sue vittime. Forse era solo un’impressione, ma le sue quattro braccia erano in una posizione diversa da quella che ricordavo, e la bocca ghignante sembrava ancora più larga, tanto che le arrivava quasi alle orecchie. Ai piedi di quella struttura c’era un altare di marmo, bianco e lucido, attorno al quale erano state poste fascine di legno. Non occorreva un genio per capire a cosa serviva né il mio ruolo in quel palcoscenico, perciò mi sono voltata con l’intenzione di squagliarmela, ma Ashura mi ha bloccata subito.

“Oh, no, Athena, non credo proprio… quando avrai sentito quanto ho da dire, ritengo che rimarrai di tua volontà.”

La mia risposta non è ripetibile, quindi facciamo che ve la immaginate soltanto. Ashura mi ha spinta verso l’altare.

“Come hai notato, Kalì sta risorgendo, ma per la sua rinascita le occorre un ultimo elemento. Sai di cosa parlo, Athena?”

Io mi sono ricordata delle parole di Shaka e ho avuto più che mai voglia di scappare. “Un corpo di natura divina…” ho sussurrato. Ashura ha annuito.

“Oh, sì. Il fumo del tuo sacrificio arriverà fino alla statua di Kalì e la riporterà infine in questo mondo, dove noi, i suoi seguaci, siamo pronti a servirla, per costruire un nuovo mondo dalle ceneri di quello vecchio. Gli eserciti di Thugs sono pronti a vedere l’alba della nostra era, e tu sarai il mezzo che ci permetterà di darle inizio.”

“Sei pazzo…” ho risposto io, sconvolta. Come potevano voler riportare in vita un mostro simile, che godeva delle stragi e le uccisioni? Ashura parlava di sterminare l’umanità con la stessa emozione con cui io mi mangerei una fetta di melone, e non ho potuto fare a meno di cercare di convincerlo: “Ma ti rendi conto di quel che volete fare? Quanti milioni di innocenti la tua dea ucciderà, soltanto per soddisfare la sua sete di sangue?”

“Tutti quelli che sarà necessario, ma onestamente, Athena, non credo esistano innocenti, in questo mondo marcio. Un rogo purificatore è ciò di cui c’è bisogno, e quel che verrà poi potrà soltanto essere migliore.”

“I bambini! – ho esclamato io – non puoi giudicarli colpevoli di nulla!”

Ashura mi ha guardato inespressivo. “E’ vero – ha detto – i bambini non sono colpevoli di nulla, Athena. Ma, guarda…” e si è spogliato fino alla cinta, dandomi le spalle. Aveva la schiena completamente sfigurata da colpi di frusta, così profondi che ci si poteva quasi mettere un dito.

“Osi ancora difendere questo mondo, Athena?” Mi ha detto, coprendosi di nuovo (peccato).

“Fammi capire – gli ho risposto – siccome tu hai subito simili sevizie, non t’importa di quanti altri innocenti come te dovranno perire, le cose stanno più o meno così?”

“Non mi aspettavo capissi.”

“Non mi aspettavo capissi.”
“E allora perché cerchi di convincermi?”
Ashura mi ha preso il mento in una mano, levandomi letteralmente il fiato. Ok, era un nemico. Ok, voleva uccidermi. Ok, voleva per estensione massacrare qualche miliardo di esseri umani.
Ma era bello. Bello da morire.
“Perchè c’è una possibilità, Athena… solo una, e talmente minuscola che chiunque direbbe essere inesistente. Ma non tu, vero?”
“Di che parli?”
“Si tratta del tuo cosmo, Athena, contro quello di Kalì. Due divinità che si scontrano, due poteri pari seppur contrari, e sarà solo l’esito finale a decidere le sorti dell’umanità – Ashura mi ha sorriso – dimmi, Athena, sei disposta ad affrontare questo duello in nome di coloro che intendi proteggere?”
Dalla mia faccia era chiaro che navigavo in alto mare, così Ashura ha aggiunto: “Il fuoco del sacrificio ti indebolirà fino a separare la tua anima dal corpo…”
“Carino, come eufemismo per dire che morirò arrostita.”
“…ma fino ad allora potrai contrastare il cosmo di Kalì, e chissà, magari addirittura vincerlo. I tuoi Saints stanno venendo per salvarti, ma non giungeranno fino qui: li fermeremo noi, non dubitare. Sei sola in questa battaglia, dea della giustizia: quanto è grande il tuo ideale, paragonato al mio?”
Credo di aver risposto al suo sorriso. Spero. Quello che so è che avevo una gran voglia di sfasciare le colonne a testate. Il cosmo di Athena, porca merda, per uscire viva da quella situazione serviva il cosmo di Athena e io ero totalmente fregata.
Credo sia stato in quel frangente che il mio ateismo militante ha iniziato a vacillare, perché è impossibile stare così vicino a una divinità malvagia come Kalì senza sentire il bisogno pressoché fisico di un suo opposto, qualcosa di infinitamente buono e giusto che ti faccia uscire da una situazione senza speranza…
30 ottobre

Finalmente sto abbastanza bene da poter riaprire il mio diario. Eh sì, sono ancora viva, e mai come dopo questa storia ho capito quanto la vita sia qualcosa di fragile, infinitamente prezioso, impareggiabile e unico… specialmente se è la tua vita.
Dov’ero rimasta? Ah, sì.
Ashura mi aveva detto che Athena avrebbe avuto una possibilità di sconfiggere Kalì nel momento in cui questa avrebbe cercato di usurparne il corpo per reincarnarsi, notizia che non ho potuto accogliere col dovuto sollievo perché io non ero Athena. Ho iniziato a discutere e protestare, ma sembra che i guerrieri in generale e i Thugs in particolare non siano dei maestri di retorica, perché Ashura mi ha trascinata senza complimenti all’altare del sacrificio, mi ha legata mani e piedi e ha acceso il fuoco con un semplice gesto della mano.
“Dimostrami come il cosmo di una dea giusta può vincere la distruzione che purificherà il mondo, Athena.” Ha detto in tono di scherno, ma purtroppo per lui era ancora molto vicino, e io ero veramente fuori di me: capitemi, non solo stavo per morire, ma per colpa mia la dea maledetta sarebbe risorta, perché di sicuro il mio microscopico cosmo da dilettante mai sarebbe riuscito a contrastarla. Ero un tantino nervosa, ecco, così ho teso al massimo la catena che mi teneva le caviglie, piantando il mio dolce, candido, curato piedino in mezzo alle gambe del nemico. Ho centrato in pieno il bersaglio con un tonfo davvero niente male, e Ashura ha mollato la catena che aveva appena finito di serrarmi al polso ed e’ stramazzato a terra, tutta la dignità distrutta in mezzo nanosecondo.
“HA! – ho esclamato, trionfante – Mu me l’ha detto fin da subito, che la parte piu’ importante di un Cloth èla conchiglia!”
Davvero, non capirò mai perchè tante armature siano sguarnite in un punto così vulnerabile.
Ashura si è rialzato, furibondo, mi ha schiaffeggiata così forte da stordirmi, ha finito la sua opera e se n’è andato, presumo per andare ad accogliere i Bronze. Io sono rimasta lì col fumo che iniziava a farmi tossire, mentre sopra di me la statua di Kalì iniziava a muoversi, simile a un serpente che si sveglia svolgendo piano piano le spire.
Non mi piace ricordare quei momenti. Il calore cresceva e cresceva, diventava insopportabile, mentre il fumo, dopo un po’, non mi faceva neanche più male alla gola, perché i miei polmoni erano in tale debito d’ossigeno che quasi non avevo la forza di tirare il fiato. Le catene mi segavano la pelle dei polsi in maniera dolorosa, perché ormai mi lasciavo penzolare a peso morto, in bilico sull’altare, vedendo soltanto sopra di me un muoversi di braccia e mani dalle unghie lunghissime, ma ero talmente stremata che non riuscivo neanche ad avere paura. Ricordo solo di aver pensato che la coas più stupida di tutte le innumerevoli stupidaggini fatte fino a quel momento era stata di non aver fatto a milo una dichiarazione simile a quella che Sindel ha sparato contro Mu. Almeno sarei morta senza rimpianti…
…e poi l’ossigeno mi ha riempito i polmoni, così violentemente che mi si è ribaltato lo stomaco, un po’ come quando si agita una bottiglia incrostata di sporcizia per pulirla da dentro. Mi sono aggrappata alla persona che mi aveva strappata via dall’altare, tranciando le catene con mani che parevano cesoie, respirando a pieni polmoni la bellissima, meravigliosa aria pura fuori da quell’ara sacrificale. Poi mi sono tirata su, mormorando parole di ringraziamento, ma sono stata subito bloccata.
“Chi sei?” mi ha chiesto l’uomo. Io l’ho guardato meglio: indossava un’armatura di bronzo, ma era un guerriero che non avevo mai visto al Santuario. Era alto e forte a aveva un’aria formidabile, con la stessa aria da duro di Ashura, salvo che per la follia di quest’ultimo. Ho sbattuto le palpebre, riconoscendo in lui il turista che si aggirava intorno all’hotel nei primi giorni della nostra permanenza a Calcutta.
“Io…”
“Tu non sei Athena – mi ha detto senza mezzi termini – sei un’impostora e niente più, lo so, lo sento! Parla, o io…”
Ha levato una mano, minaccioso, e ho fatto in tempo giusto a pensare che quello lì era il più sveglio tra tutti i Saints che avevo incontrato fino a quel momento, prima di sparare a raffica: “No, non sono Athena, sono un’allieva del Grande Mu, siamo dalla stessa parte! E’ successo un casino, Athena è nel mio corpo e io nel suo… ma tu chi sei?”
“Non mi conosci, dunque? Ignori il mio nome?” Ha chiesto lui, e io l’ho guardato meglio. Doveva avere pressappoco la mia età, i capelli erano scuri, arruffati e ribelli, e una cicatrice gli attraversava la fronte, simile a un fulmine, tanto che, senza riflettere, ho buttato lì: “Uh… Harry Potter?”
Mi ha fissata, disgustato. “Cosa significa tutto ciò? Mio fratello e i miei amici stanno combattendo per salvare… te?”
“Beh… il corpo è quello della Kido, il cervello invece è roba d’importazione…”
“Dov’è Athena?”
“La sua mente è al sicuro nel mio corpo, che tra parentesi rivorrei al più presto – gli ho spiegato – ma questo non ha importanza, perché vedi, Kalì vuole il corpo della dea, cioè questo corpo… e io non ho un cosmo capace di contrastarla! Dobbiamo andarcene di corsa!”
Il Bronze mi ha sollevata di colpo. Comincio a capire i vantaggi di essere Athena: ti ritrovi sempre tra le braccia di fusti incredibili, può anche valere la pena rischiare la vita, per questo…
“D’accordo, tieniti stretta. Affronteremo Kalì quando la nostra dea sarà davvero lei, adesso sarebbe assurdo pensarci.”
Io ero d’accordissimo, così mi sono stretta al mio eroico salvatore per poterci defilare da lì, ma in quel preciso istante sono accadute diverse cose: la prima e più importante è stata che la statua di Kalì ha preso definitivamente vita, ed è saltata giù dalla colonna con un balzo incredibile, atterrando davanti a noi e tagliandoci la strada. Con un fremito d’orrore ho visto che portava al collo una collana fatta di teste mozzate, le sue ultime vittime, e una di queste mi era così familiare da farmi gemere: Jayaprakesh Muktanandaji, con la lingua che sporgeva tra labbra bluastre gli occhi sbarrati per il terrore. E’ stato forse il momento più brutto, quello, perché mi sono vista spiattellare direttamente in faccia quel che sarebbe stato del genere umano, se quel mostro dal ghigno di squalo avesse vinto.
Il Bronze Saint mi ha messa giù, con molta calma. “Sembra che dovremo rimandare un po’ la partenza.” Mi ha detto, ed è partito all’attacco.

Arriva il medico del Santuario a controllare i miei progressi. Continuo domani.

 

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