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Novembre

1 novembre

 

Oggi stavo abbastanza bene da alzarmi, così mi sono trascinata al mio posto segreto con un buon libro, per godermi gli ultimi raggi di sole prima dell’inverno. Veramente avrei voluto portarmi anche il lettore mp3, ma da queste parti i congegni elettronici tendono a impazzire ogni volta che qualche esaltato espande il suo cosmo, quindi non vale la pena. Mi sono buttata sull’erba e mi sono immersa nella lettura (papà diceva sempre che il tempo dedicato a leggere non è mai sprecato). Dopo un po’ ho alzato gli occhi e non vi dico il salto che ho fatto al vedermi davanti Milo, seduto come al solito sulla pietra ai margini! Credo di essere morta, in quel momento. Cioè, non può mostrarsi così, senza prima preavvertire, io sono convalescente, non mi regge il cuore…

“Ciao.” Mi ha detto lui, sorridendo, ributtandomi dritta dritta ai giorni in cui avevo la febbre a quaranta. Credo di avergli risposto, non so, non sono sicura, in quel momento mi trovavo tra le nuvolette in mezzo a puttini paffutelli che suonavano l’arpa e lanciavano petali di rosa al passaggio di Lui, che è sceso dalla roccia e mi è venuto vicino. Aveva l’armatura e sembrava più alto del solito, col mantello che gli ondeggiava dietro le ampie spalle, i capelli spettinati perché neppure il diadema riesce a tenerglieli a posto e… oh dio. E’ il mio cuore, questo rombo da mietitrebbia che sento?

“Ti ho spaventata? Mi dispiace, comunque sono appena arrivato. Non ti volevo disturbare.”

“…” l’ho rassicurato io. Lui ha piegato la testa per sbirciare il titolo del libro, allora io l’ho chiuso per fargli vedere la copertina, ma Milo ha sorriso scuotendo la testa.

“Non capisco l’italiano.” Mi ha detto, e io sono arrossita. Meno male che avevo la maschera.

“Sì, beh… qui parlo sempre greco o al massimo inglese, non vorrei dimenticarmi la mia lingua, quindi… ehu… comunque è La fata carabina di Pennac… è bello… ehmmm…”

“Ah sì, l’ho letto. Sì, è bello.” Mi sorrideva. Mi sorrideva e io ero ormai sull’orlo del coma irreversibile. Per darmi un contegno ho cercato di alzarmi, perché sinceramente stare seduta con lui che mi si chinava da sopra era davvero troppo per il mio sistema nervoso, ma siccome non sto ancora completamente bene mi sono venute le vertigini e ho tremato. E lui mi ha preso la mano per sostenermi. Ho ancora la pelle d’oca in quel punto…

[a questo punto Luna a tracciato sul suo diario un pessimo disegno che raffigura due omini filiformi abbracciati e circondati da decine di cuoricini che salgono verso le nuvole, NdA]

Mentre mi tiravo su mi sono sentita colpire in fronte da qualcosa e ho alzato la testa: da sotto l’armatura gli era sfuggita una catenella con un ciondolo che sembrava un sassolino, una scheggia di pietra, penso uno di quei gioielli che vanno di moda adesso. Milo se l’è rimesso dentro senza commenti e mi ha lasciato la mano, poi mi ha salutata dicendo che non voleva disturbarmi e se n’è andato.

E sono tre volte che lo incontro in quel posto! Io mi trasferisco lì, ecco!

 

 

3 novembre

 

Caro diario,

mi sono accorta che non ho neanche finito di raccontare cos’è successo in India, perché io sono ancora viva, in che situazione siamo tutti adesso, e via dicendo, ma sono sicura che mi perdonerai, perché parlare del mio ultimo incontro con Milo aveva la priorità.

L’ho già detto che il contrasto tra la sua abbronzatura e i suoi occhi blu è qualcosa di assolutamente meraviglioso? Sì, eh?

Allora.

Il Bronze che sembrava Harry Potter che ha fatto palestra e si è curato la miopia (ma poi dico io, in un mondo di maghi che raddrizzano ossa con un colpo di bacchetta nessuno sa correggere un difetto di vista? Vabbè…) si chiama Ikki, ma non lo sapevo nel momento in cui lui mi ha messa giù e si è scagliato all’attacco contro Kalì, che ghignava a non più d’una decina di passi di distanza da noi. Io sono rimasta lì a torcermi le mani e a sentirmi l’essere più inutile mai esistito al mondo, mentre quel Bronze incredibile fronteggiava tutto da solo la dea malvagia, schivando colpi che frantumavano colonne (un miracolo che non ci sia crollato il tempio sulla testa), avanzando, rispondendo, in un’esplosione del cosmo più bruciante che abbia mai sentito, perlomeno in un Saint di quella casta. Non dico che era pari a quello di un Gold perché troppo diverso, Ikki era fuoco ardente, vendetta fiammeggiante, furia inarrestabile, senza neanche la più piccola venatura di paura o esitazione.

Ma dove lo tiene nascosto Athena tutto il tempo, uno così?

Ha messo in difficoltà Kalì. No, davvero: una dea era in difficoltà contro quel solo e unico Bronze, ma ciò non significa che Kalì fosse una mezza porzione, bensì che il ragazzo è veramente un mostro di bravura. Purtroppo, per quanto fosse formidabile, la sua avversaria era una dea, e alla fine è finito faccia a terra, strisciando col naso sul marmo fino ai miei piedi.

“Ehm… tutto okay?” gli ho chiesto io esitante, ma non riporterò la sua risposta, perché non è ripetibile e perché me la sono meritata, a fargli una domanda così cretina.

L’ho aiutato a ritirarsi su. “Che ne dici di scappare e basta?” gli ho chiesto, e lui mi ha di nuovo dato una risposta non ripetibile, il cui succo era però che dubitava che Kalì ci avrebbe lasciati andare. “E gli altri Bronze, dove sono?”

“Combattono coi Thugs… saranno qui tra poco, penso… spero… per Athena, ho sconfitto io il nemico di mio fratello Shun, sarà meglio che si sbrighi!” ha ringhiato lui, tenendo d’occhio Kalì che ci studiava come un gatto che contempla il canarino in attesa di mangiarselo. “Non faccio che aiutarlo… una volta che non dovessi salvargli le cotiche, UNA!”

Io non sapevo che dire e lui ha continuato a sfogarsi, usando parole che, ne sono certa, non si sarebbe mai sognato se fosse stato al cospetto della vera Athena. “E’ da quando eravamo bambini che è così, porca miseria… ho passato l’inferno su quell’isola per lui, e guarda il risultato…”

“Beh…” Ho cercato di confortarlo io, che conoscevo la storia perché Shun non manca di menartela col racconto del sacrificio del suo adorato fratellone, se solo gli dai tanto così di appiglio. Credo che al Santuario la conoscano tutti, anche i cani. “Vedila dal lato positivo, è stato meglio così…”

Ikki mi ha fulminata con lo sguardo e io ho aggiunto in fretta: “Se non avessi fatto scambio con Shun, adesso saresti tu a indossare un’armatura rosa con le tette!”

Non gli sarebbe stata bene, proprio per niente.

Ikki mi ha spinta via, recuperando il controllo. “Terrò occupata Kalì, tu pensi di farcela a fuggire da sola?”

Erano proprio le parole che avevo sperato di sentirmi dire, ma non sono riuscita ad esserne contenta. Quel tizio non mi doveva niente, non ero la sua dea e tecnicamente Athena si trovava al sicuro: di certo, con il dovuto esercizio, la Kido avrebbe imparato ad espandere il suo cosmo anche stando nel mio corpo, e quindi per i Saints nulla sarebbe cambiato, che io vivessi o morissi… ma Ikki voleva lo stesso aiutarmi. No, non sono stata contenta proprio per niente.

“Non ti lascio qui da solo.” Gli ho detto infatti, stupendomi io stessa per le mie parole. “Sono un’apprendista, e questo corpo è più debole di un pesce rosso, ma se un Bronze può fronteggiare una dea, io posso aiutare il Bronze, non credi?”

“Mi saresti solo d’intralcio. Sparisci.” Ha ringhiato Ikki, non proprio da gentiluomo, ed è tornato all’attacco. Kalì non si era mossa per tutto il tempo, limitandosi a guardarci con quella sua bocca troppo larga, piena di denti, e quegli occhi che sono soltanto due buchi neri, superfici convesse senza nessuna parvenza di umanità. Ne’ si è mossa quando si è vista arrivare addosso il rogo incommensurabile che erano le Ali della Fenice, perché ormai era preparata, aveva lasciato che Ikki le lanciasse contro i suoi colpi migliori per poterli controbattere, e così ha fatto, ha rivoltato il fuoco di Phoenix contro il suo esecutore, spedendo Ikki contro il muro come un fantoccio. Sono corsa da lui e ho visto che sputava sangue.

Bene. Benissimo!

Credo sia stato lì che ho leggermente cominciato a farmi prendere dal panico. Kalì avanzava verso di noi, le sue quattro braccia che si agitavano come tentacoli, i seni nudi che ondeggiavano in un modo che sarebbe dovuto essere sexy ma che invece era spaventoso, il ghigno che si dilatava sempre più, e io sapevo che veniva non per Ikki, del quale non le importava nulla, ma per me, per il corpo che così stupidamente le avevo servito su un vassoio d’argento, il corpo che non potevo proteggere in nessun modo perché il mio cosmo non vale un tubo…

“Pegasus Ryuseiken!”

Kalì ha barcollato e io credo di essere stata per la prima volta in vita mia felicissima di vedere Seiya. Era ridotto da fare schifo, l’armatura crepata, i vestiti stracciati, sangue dappertutto e zoppicava pure, ma la sua faccia avrebbe spaventato un branco di orche digiune da un mese. E’ stato allora che ho capito (pur non condividendolo, non in questa vita e neanche nella prossima, sorry!) il motivo dell’infatuazione di Saori per quella mezza porzione: è la persona più decisa che abbia mai visto in vita mia, non si arrende mai, mai, mai e poi mai. Kalì lo colpiva e lui si rialzava, ogni volta più pesto e malridotto, ma era come se gli strali della dea aumentassero la potenza dei suoi colpi, perché il Ryuseiken diventava sempre più micidiale, e Kalì lo sottovalutava: al suo posto l’avrei accoppato sui due piedi, ma la cretina voleva giocare con lui, farlo soffrire, col risultato che alla fine Seiya ha spedito la dea tentacoluta a spiaccicarsi contro il muro, proprio come Kalì aveva fatto con Ikki.

Io vorrei veramente sapere perché non c’è un malvagio che faccia subito fuori i buoni.

Seiya non ha aspettato che la dea psicopatica si rialzasse ed è corso da me. “Saori, stai bene? Sei ferita?”

“No, no… ma Ikki credo abbia bisogno di qualche restauro, tiralo su e battiamocela…”

Seiya mi ha guardata stupito. In effetti la Kido di solito non si esprime così, immagino, ma non era il momento di tergiversare, così Seiya si è caricato in spalla l’amico e abbiamo fatto per avviarci, ma naturalmente, siccome al mondo non c’è mai niente di semplice, a quel punto chi ti arriva, se non il mio vecchio amicone Ashura, l’unico uomo che può rivaleggiare con Milo in bellezza virile, nonché Thug della dea decisamente incazzato per come si stavano mettendo le cose?

Seiya ha fatto appena in tempo a rimettere giù Ikki prima di ricominciare a buscarle, perché Ashura era proprio nero, e ha cominciato a lanciarlo da tutte le parti, usandolo praticamente come palla da bowling per tirare giù le colonne. Ora, Seiya non è proprio la persona più amabile del mondo, ma vederlo ridotto in quello stato, mentre cercavo di far riprendere i sensi alla Fenice che si trovava ancora nel mondo dei sogni, era una situazione che non si augura assolutamente a nessuno. Neppure l’arrivo degli altri Bronze, che si trascinavano reggendosi a malapena in piedi e quindi più che supporto morale non potevano dare, è servito a rovesciare le sorti della battaglia, perché anche Kalì si era rialzata e ha deciso di dare il suo contributo. La situazione era sul disperato andante e io stavo per mettermi a piangere, quando c’è stato come un lampo d’oro, e l’attimo dopo Seiya, Hyoga e Shiryu indossavano delle Gold Cloth, per gentile concessione del Sagittario, dell’Acquario e della Bilancia. Shun invece niente, ma del resto a quel punto lui era già riverso per terra e neanche con un argano lo si sarebbe ritirato su.

La battaglia è ripresa, e per un po’ è sembrato che i Bronze, indossando finalmente delle armature serie, avrebbero avuto la meglio, ma a quel punto è successo il casino definitivo. Kalì si è fermata, irrigidendosi dritta come una lancia, e Ashura l’ha guardata con una faccia, ma una faccia, che se non mi sono messa a urlare di stare in guardia è stato solo perché ero troppo impegnata a scuotere Ikki perché una buona volta si tirasse su e aiutasse, porca merda.

E poi… poi Ashura ha rivolto la sua spada contro se stesso e l’ha usata per trafiggersi il petto.

“…………………” Abbiamo detto tutti in coro, mentre il mio bellissimo Thug cadeva in ginocchio col sangue che sgorgava a fiotti. Mi ha lanciato un’occhiata e giurerei che sorrideva, nonostante si stesse accasciando.

“Athena… tu… non vincerai…”

Ed è morto.

Io stavo cercando di raccogliere le idee, per spiegarmi una buona volta com’è che tutti i guerrieri al servizio di una divinità hanno questa strana propensione alle cretinate, quando ho visto che Kalì

Oh, uffa. Il mio maestro mi chiama, devo andare.

Continuo domani.

 

 

4 novembre.

 

Sembra che Sindel si sia messa il cuore in pace per quanto riguarda Mu. In questi giorni viene sempre a trovarmi ed è tutta carina, sorride sempre e non diventa più un baccalà quando il mio maestro è  nei paraggi. Anche secondo Haruko ha superato la cosa e adesso si è rassegnata

Sono felice per lei. Vorrei anch’io non dovere più rodermi ogni volta che vedo da lontano Milo che chiacchiera con qualcuna delle sue innumerevoli spasimanti. Sono tutte più disinvolte e più belle di me (ci vuol poco, visto che loro la faccia possono mostrarla!), e poco ma sicuro che prima o poi lui ne pescherà una dal mazzo. Può permetterselo, questo è certo.

Per dire quanto la mia situazione è pietosa: Kiki neppure mi sfotte più, credo di fare pena perfino a lui. O forse è perché non ne parlo più con nessuno, mi sono totalmente stufata di sentirmi dire che punto troppo in alto. Grazie, lo so benissimo! Mi passerà, deve passarmi, e il primo passo in questo senso è far credere a tutti che mi è passata, così almeno la smettono di rompere.

Ehi, mi sorge un dubbio. Che Sindel stia facendo come me?

 

 

5 novembre

 

Gli strascichi della guerra contro Kalì sono tanti, e talmente ramificati che mi sta sorgendo il dubbio che non sia finita affatto. Sì okay, la dea in sé è tornata a dormire e la sua statua è stata riconsegnata al tempio di Shiva, dove l’hanno murata in una camera sotterranea blindata col sigillo di Athena e sorvegliata da un guerriero che rimarrà lì a vigilare (sai che palle), però succedono un sacco di cose strane, e quello che m’inquieta è che il mio maestro non accenna neanche lontanamente al fatto che il mio compito qui al Santuario è finito. Sì insomma, non gli servono più i libri di papà, perché continua a tenermi, visti i guai che ho combinato?

Oggi ho deciso di chiederglielo chiaramente, ma come al solito Mu è talmente diplomatico che di fatto non dice un tubo, e mi ha soltanto ribadito che aveva promesso a mio padre di prendersi cura di me. “Ma per prenderti cura di me basta che mi ospiti qui, non hai bisogno di addestrarmi.” Gli ho fatto notare, e lui mi ha fatto un gesto con la mano, come per liquidare la mia osservazione. Quindi se n’è andato, chiudendo lì il discorso.

No, è tutto troppo strano, Shaka che continua ad andare e venire dall’India, la Kido che indice riunioni di Saints praticamente ogni giorno, e poi altre cose… ma ora non mi sento di parlarne. Forse è meglio che finisca di raccontare cos’è successo quel giorno nella giungla, così magari mi schiarirò le idee e riuscirò a venire a capo di qualcosa.

Dio, com’è stato brutto quando Ashura si è suicidato. Non mi piace questo mondo, dove la gente muore così facilmente, proprio no!

 

(A SERA)

 

Okay, adesso sono in camera mia, tranquilla e sola, e posso continuare a scrivere. Se non avessi questo diario credo che ammattirei, senza potermi mai sfogare con nessuno… beh, dov’ero rimasta?

Ah, sì.

Stavamo vincendo, o meglio, i Bronze stavano vincendo perché avevano le armature d’oro, io cominciavo a coltivare l’insana speranza di riportare a casa la pelle (anche se non era la mia), e Ashura si era suicidato, lasciandomi più che mai nella convinzione che ad allenarsi troppo col cosmo e gli dei si finisca per incitrullirsi.

Purtroppo per tutti noi non era così.

Dopotutto, Kalì è la dea della morte.

Di colpo ho visto tutto, nella visione più spaventosa avuta fino a quel momento, non solo perché ero sveglia, ma perché si è tutto mescolato, passato presente e futuro, e l’improvvisa consapevolezza dell’esatto piano di Kalì, piano che Ashura conosceva e assecondava nonostante richiedesse la sua stessa vita per attuarsi, mi ha fatto gridare, prima di riuscire a recuperare il controllo tanto da poter rimettere a fuoco l’ambiente circostante.

“Stanno tornando! – è quel che ho gridato – stanno tornando tutti! Kalì e’ la dea della morte, ama la morte, e uccidendo i suoi seguaci abbiamo fatto il suo gioco! Era quello che voleva, adesso loro sono più potenti, sono direttamente sotto il suo influsso, tolta la spinta della vita, e Ashura lo sapeva, per questo si è ucciso! Lui sapeva… sapeva…”

Ho cercato di calmarmi con uno sforzo supremo perchè cominciavo a farneticare, e mi sono tappata la bocca, ma le visioni non si sono fermate e io continuavo a vedere i Thugs sconfitti che risorgevano uno dopo l’altro, gente devastata dalle ferite riportate, con le spalle cascanti, gli occhi spenti, l’andatura incespicante, ma non per questo meno risoluti, che si stringevano attorno al tempio semidistrutto come un anello, accerchiandoci e levandoci ogni via di fuga… anche Ashura si risollevava, con l’aria stordita di chi ha preso un brutto colpo e lo sguardo vitreo, il sangue che non sgorgava più perché era morto e quindi la circolazione si era arrestata, e l’ho visto afferrarsi la spada della dea ancora infissa nel suo petto e strapparla via, così, come se avesse tolto un cuneo da un tronco…

Slap!

Ho barcollato e mi sono accorta che Ikki era di nuovo in piedi e mi aveva colpita per farmi tornare in me. “Vattene subito – mi ha ordinato – non sei in grado di affrontare questi nemici. Sparisci!”

“E come faccio, volando?” ho chiesto io sarcastica, riuscendo in qualche modo a ricacciare le immagini in fondo alla mia mente, cosa non facile perché si stavano avverando tutte, e ho avuto un brutto deja vù quando ho visto che Ashura si rialzava, esattamente come nel mio presagio di pochi istanti prima: sembrava che avessi pigiato il tasto rewind del videoregistratore, e ho ripreso a parlare soltanto per scacciare quella sensazione. “Kalì è la dea della morte, ama la distruzione, tutto questo ha fatto soltanto il suo gioco, e Ashura lo sapeva come tutti gli altri, anche da morti avrebbero continuato a servirla, anzi meglio ancora, perché adesso non possono più essere uccisi e i vostri colpi non serviranno, non faranno loro nulla…”

“Se li polverizzo vedrai che farà loro molto.” Ha ribattuto Ikki lasciandomi lì per gettarsi nella mischia.

 

Il mondo e’ dolore,

O terribile sposa di Shiva

Tu divori la carne;

O terribile sposa di Shiva,

La tua lingua beve il sangue,

O Madre Oscura! O madre ignuda.

O diletta di Shiva

Il mondo e’ dolore.

 

Non era nessuna lingua conosciuta, ma ne ho capito ogni parola. Perchè parlava direttamente al cervello, e perchè era una voce divina. Kalì aveva sollevato tutte e quattro le braccia, col suo ghigno da squalo e vestita unicamente dai molti bracciali che le tintinnavano ai polsi e alle caviglie. Le armi rituali, l’ascia la lancia la fiamma e la spada, le sono tornate in mano abbandonando i suoi Thugs, e lei ha guardato la lama della spada, che grondava del sangue di Ashura. Se l’è avvicinata al viso, ha tirato fuori una lingua simile a quella di un serpente e l’ha leccata. Io stavo per vomitare.

E la canzone continuava, mi echeggiava nella testa come un disco inceppato, sempre più forte, sempre più assordante, tanto che sono caduta in ginocchio mentre gli zombie si stringevano attorno ai Bronze che combattevano valorosamente, ma senza alcuna possibilità, perché tanti ne buttavano giù e tanti ne tornavano, e neppure il piano di Ikki di incenerirli serviva a qualcosa perché i corpi tornavano intatti l’attimo dopo essere stati frantumati… erano morti, carne corrotta, Kalì poteva disporne come voleva, e comunque lei è la dea delle pire funerarie… tutto quel che succedeva serviva alla sua causa, le dava piacere: che le sorti della battaglia volgessero contro di lei o meno, godeva per la distruzione in sè, per esserne stata la causa, e mi sono resa conto che, sconfitta o vittoriosa, aveva già ottenuto quel che voleva. L’unica differenza era la scala su cui l’avrebbe avuto: a livello mondiale, provocando morte e sofferenza nell’intero globo, oppure lì, dove i suoi seguaci e i Saints di Athena le davano il cibo che cercava. I Thugs l’avevano resa forte morendo, i Bronze la rendevano forte continuando l’opera di distruzione. Tutto, tutto sarebbe servito a farla vincere.

Ecco perchè non morirà mai, ho pensato con infinita tristezza. Ovunque vi sia morte e distruzione, vi è il suo cibo, e il fatto stesso di essere contrastata le dà ragione di essere felice…

La canzone era insopportabile. Non ce la facevo più. Era meglio morire, piuttosto che continuare con quella tortura mentale, mille volte meglio morire, così ho preso una scheggia acuminata di pietra e…

“Luna, mi senti?”

Non saprei come spiegarlo. Non era una voce, ma una specie di vibrazione, qualcosa che non ho recepito col mio cervello in preda al tormento, ma col cuore, con quella parte di cuore che sussultava ogni volta che pensavo a Milo e a papà e al mio maestro e… e… “Luna, mi senti?” Mi aveva chiesto, parlando al cuore, e col cuore ho risposto di sì, che sentivo.

“Sono Athena…”

“Grazie, questo l’avevo capito.” Ho risposto sarcastica (sempre col cuore). Il mio ateismo a quel punto era bello che superato, devo precisare con un certo rammarico. Peccato, si vive meglio se non si pensa a tutti i casini che succedono con gli dei, tra gli dei e per gli dei, ma tant’è…

“Non cedere, Luna, Kalì sta cercando di distruggere la tua mente per prendere quel corpo, e data la tua grande sensibilità ti attacca dove sei più vulnerabile… non cedere!”

“Oh, Athena, non è la buona volontà che manca…”

“Puoi farcela!”

“No, che non posso.” La canzone era ancora assordante, ma siccome adesso stavo ascoltando il cuore riuscivo a connettere un po’ meglio. I Bronze le stavano prendendo, e io sapevo che, una volta morti, anche loro avrebbero servito Kalì, e poi sarebbe toccata a me, e poi a tutto il resto del pianeta… “Non ce la faccio, Athena. Io non sono capace… questo casino deve finire subito, proviamo a fare quello che abbiamo evitato fino ad ora… riprenditi il tuo corpo, usa il tuo cosmo per arrivare qui, puoi farlo no?”

La voce al mio cuore ha assunto una nota inorridita. “Se lo faccio il tuo spirito rischierà di scomparire! Tornare in te stessa sarebbe un compito difficile anche per il tuo maestro, tu sei un’apprendista, non…”

“Se ti interessa, il tuo cicisbeo adesso sta servendo come palla da bowling per le colonne del tempio.” L’ho informata, perché Seiya aveva appena frantumato col muso la quarta o quinta trave portante. Il grande Mu avrebbe avuto un bel daffare a riparare quell’armatura, già già.

“E’ troppo rischioso, Luna!”

“Sì perché invece aspettare che quella puttana psicopatica riduca il mondo a un’Alba dei morti viventi non è rischioso, vero? Ehi, il tuo ronzino di bronzo sta sospeso per un piede a dieci metri d’altezza… oh, l’hanno fatto cadere. Ahia, che botta!”

Athena, ne sono certa, stava per mettersi a piangere. “Non posso farti questo… non posso…”

“Non sono precisamente ansiosa di sparire – le ho detto – però l’alternativa è molto peggiore… Athena che vogliamo fare? Il tuo bello non reggerà a lungo, e dopo di lui toccherà a me in ogni caso…”

C’è stata una lunga pausa durante la quale, ne sono certa, la Kido si sforzava di pensare che era l’unica soluzione possibile. Io, è inutile che lo dica, avevo una fifa tremenda. Ma, onestamente, che altre soluzioni c’erano? Non ero in grado di impedire a Kalì di prendersi il corpo di Athena, risorgere e spazzare via l’umanità intera. Non vorrei passare per chissà che eroina: finché c’era stata la minima possibilità di trovare un’altra soluzione, avevo evitato accuratamente di consigliare quella. Ma, ormai…

Ho ripensato a tutti gli allenamenti di Mu, che erano sempre stati come un muro che mi impediva di espandere il mio cosmo. Naturale, le mie inclinazioni sono ben diverse, a me piace l’azione, e infatti i primi risultati erano arrivati con l’aiuto di Milo. Eppure Mu aveva cercato di insegnarmi una lezione terribilmente importante, anche più importante dell’addestramento marziale, e per poco io non avevo rovinato tutto. Chissà se ero ancora in tempo… dovevo svuotare la mia mente, allontanare le distrazioni, dimenticare la canzone di morte di Kalì, lasciare solo un quieto silenzio e una grande calma, così grande che finora non ero mai riuscita a scostarmi da essa, per poter agire… avevo solo una possibilità, una sola possibilità per riuscire qualcosa in cui avevo sempre fallito.

Era tutto buio, silenzioso e tranquillo. Sì, la battaglia infuriava e io lo sapevo, ma era come se non mi riguardasse più. Galleggiavo nel vuoto e nella calma, senza un pensiero al mondo, finché qualcosa non ha cominciato a fare luce, a rischiarare tutta quella tenebra… una torcia, forse, o qualcosa che emanava calore, splendore, salvezza, un cosmo che cresceva e cresceva e cresceva, finché non mi è arrivato addosso come una valanga, una vera e propria valanga di luce che mi ha travolta totalmente… non avevo paura, però. Era piacevole, anche se mi sentivo svanire.

“Pace.” È stata la parola che ho sentito, e a pronunciarla non era la mia voce, ma quella di chi avrebbe dovuto trovarsi al mio posto fin dall’inizio, una parola sola, ma così potente da far urlare di dolore Kalì… tutto il dolore che io non provavo, lo sentiva lei, perché quello che fa stare bene i vivi per lei è veleno puro…

…e poi c’era Seiya chino su di me, così vicino che quasi mi baciava, e anche se mi ero quasi completamente persa in quella luce sconfinata mi sono sentita in preda al panico, malgrado Athena fosse sopraffatta dalla tenerezza per quella faccia tutta pesta… da lì in poi non ricordo più niente, cosa di cui sono profondamente grata.

 

…non conta, se ha baciato un corpo che non è il mio, vero?

Vero?

 

 

6 novembre

 

Phew! Ieri sera ho scritto pagine su pagine, tanto che ho male alle dita, ma c’è ancora qualcosa da aggiungere e voglio finire adesso, perché quando sarò guarita del tutto non credo che avrò molto tempo per farmi i fatti miei.

Quando ho riaperto gli occhi ero nel Santuario, in mezzo al campo d’addestramento, con Kiki che mi teneva la testa. Lì per lì non ho capito cosa ci facevo visto lì, perché l’ultimo incontro col mio corpo lo avevo avuto in India, ma in seguito ho capito che, una volta scoppiato il casino definitivo, Mu doveva avermi teletrasportata di nuovo alla base.

“Luna, tutto bene? Sei svenuta di colpo…” Mi ha chiesto il moccioso, con una voce così preoccupata che per un momento (solo un momento, sia chiaro) gli ho voluto un gran bene.

“Kalì… è stata sconfitta…” sono riuscita soltanto a dire, e sono finita di nuovo KO. Al mio risveglio mi trovavo a letto e il Santuario festeggiava l’ennesimo trionfo della dea Athena, trionfo che c’è stato, devo dire con profonda vergogna, nonostante la mia presenza qui. Mi porterò dietro il segreto nella tomba! (anche perché, se si viene a sapere cosa ho combinato, temo che diventerò il contenuto di un tomba)

Le cose stanno lentamente tornando alla normalità. Aldebaran è ancora un po’ croccante ai bordi, ma si riprende bene e possiamo contare che recuperi completamente entro breve. I Bronze sono analogamente convalescenti, specialmente Seiya che a quanto pare aveva perso quasi per intero l’uso dei cinque sensi ed era pressappoco un vegetale. La Kido mi ha scritto una lettera bellissima dove mi ringrazia per il mio eroismo e si dice lieta che io sia riuscita a rientrare finalmente nel mio corpo, segno evidente della mia devozione alla giustizia e delle grandi potenzialità del mio cosmo, concludendo con la raccomandazione di non parlare a nessuno del nostro scambio di personalità, se non voglio ritrovarmi con la maschera infilata in una narice o altro orifizio convenzionalmente non adoperato per infilarci cose.

Nessun problema, oh mia dea, credimi, nessun problema. A parte il fatto che se dicessi a Mu che per svariati giorni ho dato ordini all’intero Santuario lui incluso credo che mi farebbe a fettine, non ci tengo proprio a sorbirmi un’altra ramanzina su quanto sia importante imparare a controllare il mio dono. Giuro, il concetto l’ho afferrato e d’ora in poi farò tutti i miei esercizi col massimo scrupolo. Sarò bravissima, prometto!

E poi adesso devo proprio rassegnarmi al fatto che Saori Kido è Athena, ma in fondo in fondo non è un boccone tanto indigesto da mandar giù, se si considera la cosa dalla giusta angolazione. Oggi Sindel mi ha chiesto: “Allora, ti sei finalmente convinta che Saori Kido è la nostra dea? Il suo cosmo non poteva lasciare alcun dubbio, neppure a una materialista convinta come te.”

“Lo abbiamo sentito tutti, al Santuario – l’ha spalleggiata Haruko – e tu più di tutti, no? Con il tuo dono sei ipersensibile a queste cose.”

Nemmeno immaginate quanto, ragazze mie, nemmeno immaginate quanto.

“Eh, sì.” Ho ammesso io, continuando a guardare la televisione. Ho cambiato canale e sintonizzato sulla CNN: un terremoto in Medio Oriente, un altro tornado in USA, i palestinesi scoppiano come petardi nelle metropolitane di tutto il mondo, il prezzo del greggio è ancora salito, si è scoperta l’ennesima violazione dei diritti umani ad opera di una grossa multinazionale, e un tizio ad Atene ha dato fuori di matto accoppando a colpi di accetta moglie e tre figli.

“Sì – ho ammesso – Saori è proprio perfetta, come dea della giustizia per questo mondo. Ci sta a pennello.”

 

 

20 novembre

 

Voglio rivedere Milo. Solo cinque minuti! [segue un cuore col nome di Milo in greco, ndA]

 

 

26 novembre

 

Tempo libero, saltami addosso. Tra lo studio (Mu è ancora più fiscale di papà, non solo esige che mi diplomi, ma anche che lo faccia a pieni voti! Schiavista!), gli allenamenti convenzionali e gli esercizi per imparare a controllare il dono della preveggenza, è già tanto se la sera ho il tempo di ficcarmi sotto la doccia prima di crollare in coma fino al giorno dopo. Ma non mi lamento. Cioè sì, mi lamento, ma non ho nessunissima intenzione di mollare. La lezione l’ho imparata bene, al punto che il mio maestro si stupisce della buona volontà che dimostro.

Speriamo che i risultati si vedano presto, almeno, perché sto dando veramente fuori di testa.

 

 

22 novembre

 

Che l’aria di fanatismo che circola al Santuario cominci a contagiarmi?

Oggi ero ad Atene per delle commissioni, ho visto in un negozio di articoli da regalo un mazzo di tarocchi e non ho avuto nessuna idea migliore che entrare e comprarli. Stasera ho cominciato a studiarli, visto che sono una veggente, meglio che impari qualche pratica divinatoria, no?

Vorrei soltanto che la carta della Morte smettesse di saltare sempre fuori. Il manuale dice che non è una carta negativa, che indica semplicemente grossi cambiamenti, ma alla lunga Quella con la falce innervosisce un po’, se te la ritrovi sempre davanti. L’unica volta che l’ho evitata è stato quando mi ci sono seduta sopra estromettendola a forza dal mazzo, ma mi sa che una lettura fatta barando non vale.

Intanto i sogni sono cessati grazie agli esercizi di autoipnosi che il mio maestro mi ha insegnato a fare e che ho praticato col massimo scrupolo. Devo imparare a prevedere il futuro solo quando lo desidero, dice lui, altrimenti rischio di impazzire, vedendo eventi sui quali non ho alcun controllo. Tra un po’ mi insegnerà a cercare le visioni, oltre che a evitarle, e ho una mezza idea di cercare qualche visione di Milo, nel mio futuro… oppure dovrei lasciar perdere? Un due di picche anticipato forse non sarebbe il massimo, per il mio ego.

Quello che so è che non lo vedo da un sacco di tempo e ormai dovrebbe essermi passata, invece mi viene da piangere al pensiero che magari si è trovato una ragazza e io mi rodo per niente.

Basta, domani salgo all’Ottava con un pretesto! Voglio vederlo, solo cinque minuti, anche soltanto per chiedergli il permesso di passare dalla casa di Scorpio!

 

 

23 novembre

 

Stamattina stavo per partire nella scalata delle Dodici, ed ero già con un piede sul gradino che mi avrebbe portata alla Seconda, quando Mu mi ha bloccata. “Prima di cominciare gli allenamenti ho una commissione per te.”

Mi si è schiantato il cuore. Cinque minuti chiedevo, solo cinque minuti per guardarlo un attimo e dirgli ciao! Cribbio.

“Prendi gli strumenti, l’orihalcon e il gammanion – ha proseguito lui mentre io stavo già per piangere – devi restaurare un’armatura.”

“Eh? – ho detto io, sorpresissima – ma non ne sono ancora in grado!”

Mu continua a insegnare a me e Kiki come prendersi cura delle armature, ma ultimamente con me ha lasciato un po’ perdere perché ho già le giornate troppo piene di esercizi, quindi in quel campo sono decisamente una principiante.

“Di fare riparazioni, no. Ma si tratta soltanto di risanare danni di lieve entità, che si aggiusterebbero comunque col tempo, ma che è preferibile provvedere a sistemare subito. Sarà un buon esercizio, per te.”

Con le lacrime agli occhi perchè non vedo Milo da secoli, ma se il dovere chiama bisogna rispondere (anche se è meglio che non dica COSA vorrei rispondere), sono andata a prendere il necessario e mi sono avviata. Mu mi ha richiamato indietro.

“Non vuoi sapere dove andare, Luna?”

Giusto. Era utile, in effetti, anche se non mi fregava niente, ero troppo impegnata a compatirmi…

“Devi salire all’Ottava. Milo è tornato stamani da una missione e vuole che la sua armatura torni immediatamente come prima.”

Mentre schizzavo su per le scale a una velocità che avrebbe suscitato l’invidia di qualunque Gold, giurerei che Mu si sforzava di non mettersi a sghignazzare.

 

Prima di entrare nell’Ottava ho cercato di sistemarmi i capelli (che mi sto facendo crescere, perché al Santuario vanno le chiome fluenti, diciamo dal sedere in giù), ma sono veramente troppo ribelli e non c’è storia. Sono entrata col batticuore e Milo era lì, senza armatura, in jeans e maglietta, con un braccialetto di maglie di rame al polso abbronzato e la catenella col pendente dell’altra volta. Il sogno di uno scultore greco.

“Sono… uh… mi ha mandata Mu per la cloth…” Ho esordito, da perfetta cretina, e se Milo avesse mostrato la minima reticenza ad affidare la sua preziosissima armatura a una principiante credo sarei scoppiata in lacrime lì, sul pavimento dell’Ottava, ma evidentemente si fida del mio mestro perché mi ha accompagnata al Pandora Box con la massima cortesia, arrivando pure a portarmi la cassetta degli attrezzi. Io ho cercato un argomento di conversazione, ma ci ho messo un po’ perché l’unica domanda che volevo fargli era se potevo candidarmi per il posto di schiava personale, comunque alla fine sono riuscita a tirar fuori un: “Non sapevo fossi andato in missione…”

Milo ha tirato la catena dello scrigno e l’armatura è uscita in una fantasmagoria scarlatta e dorata, posandosi a terra davanti a me.

“Sì, c’erano dei problemi in una regione della Sicilia – mi ha guardata, sorridendomi – il tuo paese natale è davvero bellissimo, sai?”

“Oh.. grazie, ma… ma io sono nata a Roma…”

“Probabilmente qualcuno dovrà tornarvi – ha proseguito lui, pensieroso – Kalì è stata sconfitta, ma i suoi influssi maligni sembrano proseguire, come strascichi… c’era qualcosa di strano, un cosmo che non accenna a sparire. Tuttavia per ora, laggiù, le cose sono tornate al loro posto. Ma dato che alle pendici dell’Etna vi è un istituto che si occupa di selezionare i giovani da mandare qui al Santuario, dobbiamo prestarvi un occhio di riguardo.”

“Tornerai in Italia?” Ho chiesto io, mentre una fantasia bellissima prendeva forma dentro di me: Milo che proponeva che l’accompagnassi visto che dopotutto quello era il mio paese, un romantico viaggio in nave, l’amore che sboccia e le campane che suonano a festa… ho cominciato a martellare l’armatura e, per come ero nervosa, è un miracolo che non l’abbia ridotta in briciole.

“Non credo, no – ha risposto lui, e la mia fantasia è caduta nel baratro – le regole del Santuario impongono un periodo di riposo dopo ogni missione, e la mia si è conclusa con la sconfitta del traditore del Santuario.”

“Che traditore?”

“Oh, un apprendista che, dopo aver rinunciato all’addestramento, ha lasciato il Santuario e si è dato alla criminalità. Ha resistito a ben cinque punture, prima di cedere e invocare clemenza.” Ha detto allegramente, e io ho tirato una martellata micidiale all’armatura.

“Ti diverti molto, a torturare la gente?” Ho chiesto prima di pensarci. Non mi piace sta mania di risolvere le cose con la violenza, non mi piace proprio! “Un apprendista, una mezza calzetta… come me. Era necessario massacrarlo?”

Milo mi ha guardata sorpreso. Ecco, ho pensato io, adesso si arrabbia, mi manda a quel paese, ma magari è un bene, così mi passerà una volta per tutte…

“Ma era più forte del più forte degli uomini, fuori dal Santuario. Non era intenzionato ad arrendersi, e la polizia non sarebbe mai stata in grado di fermarlo.”

“E perchè? Non poteva mica evitare le pallottole, come in Matrix…”

“No, ma era più veloce degli uomini che premevano il grilletto. Forse non ti rendi ben conto di quanto sei diventata forte, da quando ti trovi qui al Santuario.”

“Effettivamente no, non mi piace linciare la gente per verificare…”

Milo non ha risposto e io ho finito col restauro, senza più parlare, con le lacrime agli occhi per la desolazione. Come sono stupida! Stupida, stupida, STUPIDA!

L’armatura non era propriamente danneggiata, ma semmai un po’ appannata, come avesse perso lucentezza. Pochi colpi e un po’ di gammanion hanno risolto il problema, dopodichè mi sono alzata riordinando gli strumenti, gli ho detto che era fatta e gli sono passata accanto per andarmene. Milo mi ha trattenuta per un braccio.

Per poco non mi sono caduti gli strumenti, ma la maschera ti permette di sembrare sempre impassibile. Almeno quello.

“Lo Scarlet Needle è un colpo pensato per dare all’avversario il tempo di pentirsi. Credi che se quell’uomo avesse compreso il suo errore non l’avrei risparmiato? E’ questa l’opinione che hai di me?” Mi ha sibilato, così vicino al mio orecchio che ho sentito il suo respiro.

“Io… non volevo…” Ho deglutito un sacco di volte, prima di riuscire a parlare. “Scusa, non capisco, non mi piace fare queste scelte. Non ci sono tagliata, e comunque non mi riguarda, io non diventerò un Saint. Sono troppo adulta, ormai.”

“Come sarebbe? Mu non ti ha detto..?” Milo si è interrotto, come se avesse detto troppo, ma per me era già più che abbastanza.

“Cosa non mi ha detto? Cosa doveva dirmi?”

Milo mi ha lasciato il braccio e si è voltato verso la sua armatura. “Niente – ha risposto in fretta – come a te non riguardano gli esiti delle mie missioni, a me non riguarda il tuo addestramento. Ho promesso a Mu di non intromettermi ancora, e non lo farò. Grazie per lo splendido lavoro fatto con l’armatura.”

Non c’è stato verso di cavargli altro.

 

 

29 novembre

 

Vado in missione. In Italia. C’era da aspettarselo del resto, perché negli ultimi giorni non ho fatto che frantumare le scatole al grande Mu per sapere cosa intendesse Milo con quelle parole (che a me suonavano leggermente sinistre, per inciso… cosa dovrebbe dirmi Mu ancora? E’ il motivo per cui non mi ha rispedita al mittente, una volta svolto il mio compito di bibliotecaria di papà, vero?) e le scelte erano due: o mi annodava le corde vocali, o mi faceva andare via per un po’ di tempo… la missione in Sicilia sembra fatta apposta per me. Si tratta di andare a prendere un paio di bambini dall’istituto che Milo mi aveva menzionato, quello alle pendici dell’Etna, niente di turbolento, e un’occasione per tornare a parlare la mia lingua… naturalmente, poiché sono solo un’apprendista, non posso andare da sola e sono stata affibbiata a una Silver Saint, tale Shaina, anche lei di origine italiana.

“Shaina, mah, Shaina… mica è un nome italiano!” Ho commentato. Mu mi ha guardata con quell’aria da martire compassionevole che ormai assume sempre quando mi si rivolge. Credo abbia perso le speranze di fare di me una persona ragionevole e cerca solo di portare pazienza.

“E’ ebraico – mi ha spiegato – preparati, partirai domattina. Fatti trovare direttamente all’aeroporto.”

Così me ne torno in Italia. Evviva! Mi ci voleva proprio!

Mi dispiace solo per quei bambini. Glielo devo dire, che a venire al Santuario dovranno imparare  a schivare macigni da venti tonnellate e analoghe piacevolezze? No, vero?

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