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L’ascesa della Fenice

Che strano: non avvertiva più la gelida trafittura della pioggia sulla pelle, né il rumore scrosciante dell’acqua che sommergeva lentamente l’isola; non ne sentiva il neutro sapore sulle labbra e non aveva più bisogno di strizzare gli occhi per riuscire a scorgere qualcosa nella liquida cortina che si riversava dal cielo. Neppure percepiva il particolarissimo odore della terra bagnata mescolato a quello acre che arrivava dal mare, torturato dal diluvio, eppure quella sensazione di freddo non se ne andava.

Ikki era sospeso nel buio e nel silenzio, come un feto nel grembo materno, inerte e privo dei cinque sensi, ma continuava ad avere freddo. E non poteva farci niente, perché quel disagio non giungeva dall’esterno, da quel mondo ostile da cui Shaka l’aveva escluso un senso dopo l’altro, ma scaturiva direttamente dal suo cuore, era il prodotto dei suoi pensieri. Privato dell’odio bruciante che l’aveva mosso fino alla riconciliazione coi suoi fratelli, nell’animo di Ikki non rimanevano altro che fredde ceneri, laddove un tempo divampava l’incendio. Immobile in quell’eternità karmika da cui era impossibile sfuggire, il Santo della Fenice capì meglio di quanto non gli fosse mai riuscito prima il perché si fosse lasciato invadere dall’odio, quando Athena l’aveva privato di tutto: meglio la fiamma bruciante, ustionante, infinitamente dolorosa di un rancore vecchio di decenni e infine esploso come il battito d’ali della fenice, che quella perfezione immutabile e per questo priva di vita, di speranze, di sentimenti. Privato dell’odio, Ikki era vuoto, salvo che per poche ceneri spente e grigie, in fondo all’animo. Il Tenbu Horin era un colpo orrendamente devastante per questo: non perché privata l’avversario della capacità di attaccare o difendersi, ma perché lo costringeva a un’eternità di stasi dentro se stesso, a scavare in quelle braci spente, cercando una scintilla che potesse sconfiggere quell’oscurità piena di gelo…

 

 

Gli occhi di Shaka erano limpidi e addolorati. Poco, però. Meritava appieno l’infinito orrore che lo attendeva, malgrado le molte attenuanti che potesse riconoscere a quel Santo ribelle e folle. Finirla sarebbe stato forse un atto di pietà, a quel punto.

“La pietà – mormorò il Santo – è curioso, a ben pensarci: raggiunsi il Nirvana che ero solo un bambino, amato dagli dei tutti, e il Buddha mi concesse l’illuminazione dell’Arayashiki, ma una cosa non sono mai riuscito a ottenere: la pietà verso chi soffre. Certo, questo traditore ha meritato tutte le pene che gli ho inflitto, eppure mi domando se sarebbe un gesto virtuoso, da parte mia, porre fine al suo male.” Si avvicinò lentamente a Ikki, che era rimasto immobile dopo essere stato privato dell’ultimo senso, la vista: i suoi occhi erano spenti e vitrei, gli occhi di un cadavere, malgrado il giovane fosse ancora in piedi, eretto quasi si aspettasse un nuovo attacco. Una postura che aveva quasi del patetico, visto che il Tenbu  Horin aveva dissolto l’armatura della Fenice, lasciandolo del tutto inerme.

“Sì, indubbiamente – continuò Shaka tra sé e sé – porterei a termine la missione assegnatami dal sommo Saga e compirei un gesto di umanità, perché costui si spegnerebbe lentamente, come una candela in una pozza di cera, se non togliessi la vita a questo corpo che è ormai soltanto un vuoto involucro. Ikki non può spezzare la perfezione del Tenbu Horin, così ridotto, dunque la sua sorte è nelle mie mani…”

Sollevò le mani in questione, osservandole pensieroso, sapendo che un solo colpo di quelle mani pure sarebbe stato più letale d’una pugnalata al cuore. Si mosse per colpire il nemico, privato dell’armatura e completamente indifeso.

“No!”

Shaka fermò le dita, capaci di penetrare nella roccia come cunei, a un capello di distanza dalla gola di Shun, paratosi di fronte a lui per proteggere il fratello. Si reggeva a malapena in piedi e le gambe gli tremavano tanto violentemente che presto sarebbe crollato ancora, ma i suoi occhi erano indomiti e decisi. Shaka ristette un momento, per dirgli: “Il tuo amore per tuo fratello ti fa onore, ma se ti rendessi appieno conto della situazione capiresti che sto agendo per abbreviare la sua agonia: privo dei cinque sensi e di ogni capacità, Ikki è soltanto un morto che vive, destinato a morire dentro di sé come un baco nel suo bozzolo. Fatti da parte e lascia che abbia pietà di lui, giustiziandolo quando il suo dolore è ancora sopportabile.”

“Mai – rispose Shun, gli occhi pieni di lacrime di rabbia – non ti permetterò di levare ancora la mano su mio fratello, non ora che l’ho ritrovato. Dovrai uccidermi prima di colpirlo, perché io non smetterò mai di difenderlo!”

Il cosmo di Andromeda era vasto. Una nebulosa che si espandeva a ondate successive da quel corpo esile e ancora quasi infantile, un cosmo dalla potenza sorprendente, che appariva del tutto incongrua con l’aspetto debole del Santo che ne rappresentava la costellazione. Quei guerrieri di Bronzo erano pieni di sorprese, pensò Shaka preparandosi a riservare al fratello minore la stessa sorte già toccata al maggiore.

Il cosmo di Andromeda bruciava.

 

La fenice rinasce dalle ceneri. Ikki scavava e scavava senza sosta, deciso a far scaturire una scintilla da quelle fiamme spente, ma fu dall’esterno che giunse la risposta alle sue preghiere. Rimase fermo, attonito, le mani piene di quelle emozioni esaurite, quegli stimoli uccisi dal Tenbu Horin, rendendosi conto solo in quel momento che Shaka aveva colpito unicamente i suoi sensi organici: il cosmo, la forza grazie alla quale lui era un Santo, rimaneva intatto, ed era ciò che gli impediva di divenire un vegetale, che lo faceva agire, che gli faceva comprendere quel che avveniva fuori da sé, in quel luogo battuto dal diluvio nel quale Shun si apprestava a una battaglia senza speranza con il solo scopo di proteggere lui, il fratello ribelle, colui che li aveva trascinati tutti in quella rovina…

No! Fu un grido capace di superare tutto, portato sulle ali della fenice che volava ancora, sostenuta dal vitale cosmo di Ikki. Shun! Non farlo!

 

I due contendenti si volsero di scatto: Shun con gli occhi dilatati dalla sorpresa, Shaka che dedicò al sorprendente fenomeno un paio di perplessi battiti di ciglia.

Non farlo, Shun! La battaglia non è ancora finita, non intrometterti. Affronterò io costui, tu fatti da parte!

Il Santo di Andromeda esitò, ma solo un istante: le percezioni portate dal cosmo erano, a differenza delle parole, pura essenza, l’espressione della volontà più profonda di ciascun individuo, e la decisione di Ikki era assolutamente inappellabile. Pur privo dei cinque sensi e impossibilitato a fare alcunché, suo fratello voleva continuare a combattere. Le labbra di Shun tremarono, ma sapeva già cosa doveva fare, se amava davvero suo fratello. Abbassò i pugni.

“Rinunci allo scontro? Saggia scelta, mio giovane amico.” L’apostrofò Shaka, guadagnandosi un’occhiata astiosa da parte del giovane Santo.

“Desidero sconfiggerti più d’ogni altra cosa al mondo, ma mio fratello non mi perdonerebbe mai se gli impedissi di lottare. Solo per questo mi farò da parte, Santo d’Oro.” Replicò. Shaka lo fissò come se non riuscisse a capacitarsi di tanta poca sagacia.

“Tuo fratello è soltanto un vegetale, non comprendi? Guarda…” Levò una mano, con l’intenzione di colpire il corpo inerme di Ikki, ma quel gesto fu tutto ciò che gli riuscì di fare, perché una forza micidiale, simile a quella che respinge due magneti di polo identico, contrastò la sua, bloccando il colpo sul nascere. Shaka rimase a bocca aperta, incredulo.

E poi vi fu il fuoco, la fiamma, l’esplosione di scintille dell’eruzione di un vulcano – ma aveva l’aspetto di un’armatura. Le vestigia della Fenice, distrutte dal Tenbu Horin scaturito dagli occhi aperti di Shaka, divamparono più che apparire, e il cosmo del Santo si fece così rovente che la pioggia evaporava prima di raggiungere il corpo di Ikki, facendolo apparire come un essere appena uscito dall’inferno e ancora fumigante dei miasmi venefici dell’aldilà, una sorta di creatura mitologica fatta di puro fuoco, luce splendente… la fenice.

Stupefatto, Shaka cercò di reagire, ma fu troppo lento, colpevolmente lento per un Santo d’Oro, e la fenice appena risorta, potente della vigoria d’un cosmo giovane e forte, scaturì dalla figura tuttora immobile di Ikki, con un battito d’ali incredibile, artigli infuocati che afferrarono il Santo della Vergine gettandolo nel fango, molte decine di passi più indietro rispetto al luogo dello scontro. Mentre si rialzava, lordato della sudicia terra di quell’isola malefica, Shaka udì il grido di giubilo di Shun, e i pensieri rassicuranti che Ikki indirizzava al fratello.

“Comprendo – disse lentamente, parlando col cosmo oltre che con la voce per farsi udire dal nemico – sei privo dei cinque sensi ma possiedi ancora la mente, la facoltà di pensare… una leggerezza davvero sciocca da parte mia, ne convengo. Rimedierò subito.”

Colpì all’istante, prima che Shun o il redivivo Ikki potessero comprendere quel che stava facendo, e il cosmo della fenice svanì, si spense all’istante. Di botto, con un ultimo bruciar di vita, come una candela immersa nell’acqua.

Shaka gettò via il mantello bruttato di fango e tornò verso i nemici. Il Santo di Pegasus, Seiya, gemette e ricominciò a muoversi, ma era ancora troppo malridotto per alzarsi e riuscì soltanto ad aprire gli occhi per guardare quel che accadeva. Dal canto suo, Shun era talmente stremato che sarebbe bastato un colpo minimo per porre fine alla sua vita.

“Tuo fratello adesso è soltanto un cadavere che respira – lo informò, in tono neutro – privo dei sensi e della facoltà di pensare, non può più bruciare il suo cosmo né combattere in alcun modo. Desideri morire prima di lui o non mi impedirai di dargli il colpo di grazia, giacché porre fine alle sue sofferenze sarebbe un atto di pura pietà?”

Era stanco di perdere tutto quel tempo. Pur senza conoscere i dettagli, Shaka sapeva che era accaduto qualcosa di tremendo al Santuario e ad Athena, e voleva fare ritorno il prima possibile. Invece, eccolo bloccato su quell’indecoroso sputo di terra, a farsi insozzare da degli indegni traditori, che non si curavano della loro dea in un momento di tale disperata necessità…

Shun aprì la bocca per rispondergli, presumibilmente nulla di particolarmente cortese, ma le sue labbra, anziché formulare parole, rimasero spalancate in una O di meraviglia, in un modo che sarebbe parso comico in diverse circostanze. Anche Shaka si sentì sopraffare dalla meraviglia, perché quella sensazione, come di precipitare nell’infinito, quasi il terreno sotto i suoi piedi si fosse mutato nel firmamento sconfinato, gli era molto familiare, ma non aveva senso in quelle circostanze. Il Settimo Senso era appannaggio dei Santi d’Oro, ci doveva essere uno sbaglio, non poteva provenire da quella figura stracciata e distrutta, ancora in piedi ma ormai ridotta a un morto vivente, incapace di fare qualunque cosa, anche di pensare!

Come sbagli, Shaka.

Non era voce, non era pensiero: era come se l’infinito stesso avesse preso, tutto insieme, la direzione che portava lui a pensare al concetto appena espresso, come se, per quel breve istante, fosse impossibile, per ogni cosa esistente nell’universo, pensare a qualcosa di diverso da quelle semplici parole. Come sbagli, Shaka.

Il Santo della Vergine si guardò intorno, preda di un’emozione che mai prima d’allora aveva provato, nella sua vita perfetta ed eterna: era atterrito. Ikki sembrava essere improvvisamente dappertutto, un nemico inafferrabile come nebbia, forte come la luce del sole, un potere che era allo stesso tempo voce e combattimento, una voce che non parlava alle sue orecchie o al suo cervello, ma a qualcosa di più profondo, qualcosa che solo un Santo d’Oro poteva sollecitare ed evocare. Il Settimo Senso, fonte di forza. Ikki era puro potere, adesso.

“Non puoi – mormorò guardandosi intorno, cercando dove colpire, perché il corpo del suo nemico era ormai inafferrabile, malgrado gli si trovasse di fronte – non puoi tu, un misero Santo di Bronzo traditore, avere raggiunto lo stato ultimo, e in tali condizioni! Non puoi!” La sua voce si spezzò, tremando sull’orlo dell’isteria, e Shaka si impose di mantenere un contegno, ma era difficile, quasi impossibile. Ikki era davanti a lui, dietro di lui, sopra, sotto e ai lati, dentro e fuori, lontano e vicino, in Ade e in Elisio, ovunque e in nessun luogo. Gli era pari, forse addirittura superiore. E lo era diventato in così breve tempo, in condizioni di tale prostrazione!

Tu mi hai indicato la via, Shaka. Tu, che ti privi volontariamente d’uno dei cinque sensi, tenendo chiusi gli occhi malgrado tu non sia cieco. L’esplosione di potere che il tuo cosmo può generare accumulando la forza di tale privazione è stata tale da togliermi tutto, col semplice atto di guardarmi. Immagina solo quanto possa aver reso sconfinato il mio cosmo, nel buio assoluto dove tu stesso mi hai precipitato! Privo di ogni cosa, mi rimaneva solo il Settimo Senso, lo stato ultimo di ogni Santo: esso era lì, dentro di me,com’è dentro ogni uomo abbia mai camminato sulla terra, ma troppe distrazioni si ponevano tra me e lui. Tu le hai eliminate tutte, una ad una, spianandomi la via… è il punto debole del tuo colpo, Santo della Vergine: il Tenbu Horin rende ogni cosa perfetta ed immutabile, e nulla è più perfetto del Settimo Senso. Tu lo regali ai tuoi nemici, se essi sanno cercarlo.

“No… no…” Shaka era sconvolto. Com’era riuscito quel miserabile Santo di Bronzo, quel traditore di Athena, ad ottenere ciò che era concesso soltanto ai più valenti tra i guerrieri della dea? Non aveva senso, era una follia assoluta!

“Come sbagli, Shaka.” La voce di Ikki era adesso alle sue spalle, perfettamente udibile. Aveva rotto la ruota del karma. Il Santo della Vergine riuscì appena a volgere il capo, prima di sentirsi afferrare in una morsa che gli impediva di ribellarsi, colpire o difendersi. Che maniera rozza di attuare il Tenbu Horin, pensò con una sorta di folle umorismo, prima che le intenzioni di Ikki gli apparissero palesi.

“Sei completamente uscito di senno? – gridò, senza riuscire a controllarsi – vuoi condurmi ai confini dell’universo, perdendoti con me nel cosmo dello stato ultimo?”

“Proprio così, Shaka. Non ho alcuna speranza di sconfiggerti in questo mondo, malgrado abbia acquisito il Settimo Senso, ma lassù, tra le stelle, non farai più del male ai miei fratelli.” In stridente contrasto con la voce stridula di Virgo, quella di Ikki suonava bassa e posata. “E’ giusto così… la dovuta espiazione per i miei crimini, forse. Senza di me, probabilmente il Santuario accetterà il pentimento di Shun e degli altri…”

Quasi l’aver udito il proprio nome l’avesse strappato alla paralisi di quegli ultimi sviluppi, il Santo di Andromeda cercò di venire avanti, gridando in maniera sconnessa il nome del fratello, ma non riuscì a raggiungerli. Shaka non se ne stupì: lui e Ikki non era già quasi più lì, la partenza era prossima… la ruota del Tenbu Horin era spezzata, il cerchio era rotto, il tempo riprendeva a scorrere…

“Smettila! Smetti subito questa follia, te lo ordino! Non ha senso, a che giova una vittoria se non sei più vivo per gioirne?”

Incredibilmente, Ikki rise, d’una risata derisoria e carica di sarcasmo. “E sarei io il traditore, Shaka? Io, almeno, sono sempre stato pronto a dare la vita per ciò in cui credevo, non ho mai pensato di lottare per gioire della sconfitta dei miei nemici! L’odio che mi sono lasciato alle spalle è ormai uno sprazzo di follia che mi accingo a scontare, anche se dovrebbe essere Athena a farlo…”

“Cosa vuoi dire?” Sussurrò Shaka, rauco per le grida cui si era così ingloriosamente abbandonato. Non era abituato a perdere il controllo fino a quel punto, mai Buddha e la perfezione del Nirvana gli erano parse tanto lontane, in quella palude di dubbi e terrori dove Ikki lo aveva sprofondato e lo continuava a trattenere, mentre il mondo concreto, umano e terreno, iniziava ad allontanarsi e sbiadire, sotto e distante, quasi non fosse neppure mai esistito. “Athena è giustizia, Athena guida tutti noi…”

“Athena è prigioniera d’una volontà oscura – la voce di Ikki era forte come una sentenza – che sia la sua o quella di qualcun altro non mi è dato sapere, ma ormai ne sono sicuro: al Santuario si annida il male, e quel male mi aveva avvelenato, mi ha tolto l’amore e la gioia e la sanità mentale. Ma non avvelenerà più i miei fratelli, puoi starne certo! Addio, Shun!”

“IKKI! NOOOO!”

E’ finita, pensò Shaka, prigioniero del battito d’ali della fenice che saliva alla volta del cielo, superando la cappa grigiastra del diluvio, verso un cielo improvvisamente luminoso e stellato, d’un fulgido abbagliante come gli occhi di Buddha, riflessi nel volto gentile di Athena, ormai non c’è nulla da fare, ci oscureremo in un mondo di luce… a meno che… sì, a meno che io…

Mentre si concentrava per fare un ultimo, disperato tentativo, riuscì a cogliere una delle percezioni del nemico che stava suicidandosi con lui, in maniera indistinta e pressoché incomprensibile

(oh, la sua tomba, da quassù riesco a vederla, Esmeralda amor mio, il tuo sonno non verrà disturbato, come ti avevo promesso)

poi Shaka della Vergine, Santo d’Oro di Athena, non pensò più.

 

Il Grande Mu si interruppe a metà della sua opera di restauro, con le armature di bronzo a lui affidate che cominciavano a scintillare tenuemente della luce delle vestigia vive, seppure ancora gravemente danneggiate, e abbandonò gli strumenti per correre fuori, sotto quell’intollerabile diluvio di pioggia gelida, il petto oppresso da un terribile senso di perdita, la mente che annaspava cercando una spiegazione diversa da quella che sapeva essere l’unica plausibile, gli occhi che si sforzavano di interpretare diversamente quella cometa d’oro che vedeva salire al cielo, talmente luminosa da apparire pienamente visibile anche in pieno giorno, anche in quel cielo grigio, pesante come livido marmo sull’umanità sofferente.

Mu chiuse gli occhi per dominare il bruciore delle lacrime. Non era tempo di cedere alle emozioni, quello, né di recriminare inutilmente su scelte e decisioni troppo complesse per poterle genericamente catalogare come ‘giuste’ o ‘sbagliate’. Quella era guerra, guerra di Athena che doveva dimostrare di saper fronteggiare la minaccia di Poseidone, guerra di Saga contro il suo stesso animo maledetto, guerra dei Santi che combattevano tra loro per mille ragioni diverse, Guerra Sacra che incombeva all’orizzonte, più nera delle nuvole cariche di tempesta…

“Shaka. Oh, Shaka.”

Non erano lacrime quelle che gli scorrevano sul viso. Era pioggia.

Pioggia, sì. Le lacrime del cielo.

Mu di Ariete si volse per tornare alle armature, alla sua opera, mentre la cometa d’oro scintillava un’ultima volta, prima di sparire.

 

Lentamente, faticosamente, Seiya riuscì a rimettersi in piedi. Dalla scomparsa di Ikki e Shaka in quella luce accecante erano passati solo pochi minuti, ma al Santo di Pegasus era parsa un’eternità, perché aveva passato ogni singolo istante a combattere per riuscire a sollevarsi, impresa molto più difficile di quanto non fosse stato per Shun, perché lui si era esposto di più ai colpi del Santo d’Oro, venendo colpito assai più duramente. Le gambe gli tremavano e barcollò quando infine giunse a fermarsi vicino all’amico… al fratello, anzi. Doveva ricordarlo. Ho perso una sorella, ma ho trovato dei fratelli.

“Shun…”

“Se n’è andato – la voce di Shun si spezzava su ogni sillaba – mi ha lasciato!”

“Ha scelto di salvarci. Ha voluto proteggere noi.”

“L’avevo appena ritrovato!” Shun si coprì il viso con le mani e pianse come un bambino. Seiya gli posò una mano sulla spalla, sforzandosi di non cedere al capogiro. Dei del cielo, Shaka era stato un avversario terribile, sovrumano… Ikki non aveva avuto nessun’altra possibilità per sconfiggerlo, non c’era alcun altro modo. Un di loro si sarebbe dovuto sacrificare comunque, e per caso o per destino era toccato alla Fenice.

Ma non poteva certo dirlo a Shun: sarebbe servito soltanto a rendere più amaro il suo cordoglio. “Hai perduto un fratello che avevi ritrovato – cercò di confortarlo – forse chissà, un domani ritroverai un fratello che credevi perso… è di Ikki che parliamo, non di un guerriero qualsiasi. Fatti forza.”

Shun rimase fermo, il capo chino e le spalle cascanti, che si sollevavano solo di quando in quando, scosse dai singhiozzi. Alla fine Seiya capì che voleva essere lasciato solo a piangere suo fratello e si allontanò zoppicando, col cuore grosso. Era talmente affranto che neppure si accorse di quell’ombra tra le rocce, che seguiva i suoi passi furtiva come un fantasma.

 

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