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La voce di Athena

Hyoga riaprì gli occhi con uno sforzo, perché si sentiva come se gli avessero legato dei mattoni alle ciglia, rendendo le palpebre più pesanti del piombo. Si sollevò sui gomiti e si guardò intorno, mettendo lentamente a fuoco il luogo dove si trovava, le pareti spoglie, le stuoie su cui era steso, la brocca d’acqua lasciata lì accanto. Era difficile… i suoi sogni erano stati brutti, ma così nitidi che al confronto la stanza dove si trovava insieme a Shiryu sembrava quasi sbiadita. Ma forse dipendeva soltanto dalla luce grigiastra che arrivava dalla finestra, filtrata dalle nuvole nere cariche di pioggia.

Sospirò. In uno di quei sogni era ancora bambino, al tempo dell’addestramento con Isaac, e questo avrebbe reso il sogno in sé piuttosto piacevole; ma quelle immagini divenivano presto incubo, perché il suo compagno d’armi a un certo punto si voltava verso di lui, mostrandogli un lato del viso orrendamente sfregiato, squarciato dalla fronte alla mascella tanto da renderlo simile a una grottesca maschera del contraddittorio. Di qua, il suo amico. Di là, un orrore viscido di sangue. Isaac, pensò passandosi la mano sulla fronte sudata, da quanto tempo non ti ricordavo? Ti avevo quasi dimenticato…

L’imponente emorragia necessaria a riparare le armature lo aveva indebolito troppo, tanto che anche semplicemente girare intorno il capo per ambientarsi gli diede le vertigini, così si ridistese e richiuse gli occhi, augurandosi di non addormentarsi ancora, per non essere costretto a sognare. Tradimento, disonore, guerra… come siamo arrivati a questo segno? Oh Athena, come è possibile che sia accaduto tutto questo? Dobbiamo tornare a Death Queen Island, informare Seiya e Shun… dobbiamo decidere cosa fare… dobbiamo…

Si assopiva. Scivolava via, anche contro la sua volontà, verso quel tuffo nel mare gelato di Siberia, il giorno in cui Isaac gli aveva salvato la vita a prezzo della sua, malgrado disapprovasse le ragioni di Hyoga nella sua decisione di diventare Santo, malgrado fosse più valoroso di lui e in grado di difendere la giustizia in maniera certamente più valida… Isaac non si sarebbe mai messo in una situazione simile, non avrebbe mai portato la macchia del tradimento su di sè… ne era certo…

 

 

Solo il ferreo autocontrollo appreso in lunghi anni di ascetico addestramento e severa disciplina permisero a Camus di rimanere immobile, senza contrarre il più piccolo muscolo del viso, mentre Isaac scendeva lentamente i gradini del tempio della Colonna e si fermava di fronte a lui. Il Santo dell’Acquario impiegò quel lasso di tempo per imporre alla sua mente confusa, stordita dallo choc, di tornare a svolgere il suo lavoro e catalogare quell’imprevisto entro criteri accettabili, gestibili, comprensibili. Alla fine riuscì a rivolgersi al suo antico discepolo con il consueto tono neutro.

“Il kraken. La mitologica creatura che affonda le navi pirata, distrugge gli equipaggi dediti al male senza curarsi se tra essi vi sia qualche innocente, arrogandosi un diritto che appartiene solo alla giustizia. Perché avresti preso ad esempio un essere che contraddice i principi di equità e clemenza che ho cercato di insegnarti, Isaac?”

Il giovane sollevò una mano a sfiorarsi la cicatrice sul volto, senza staccargli di dosso lo sguardo duro dell’unico occhio rimasto. “Ho le mie ragioni, maestro. Ti sono grato per l’addestramento che mi ha reso quel che sono, e avrei preferito incontrarti in circostanze maggiormente favorevoli. Ma qui, ora, sono Isaac di Kraken, Generale degli Abissi, e come tale devi considerarmi.”

“Un nemico, dunque.” Camus ignorò la morsa che gli strinse il cuore a quella parola. “Un nemico di Athena, che avevi giurato di difendere…”

“Come Hyoga, non è vero?” replicò Isaac in tono di dileggio, contraendo il volto in una smorfia amara. “Il verme a causa del quale ho rischiato di morire, e che come ricompensa per la sua inettitudine ha ottenuto l’armatura del Cigno, per ribellarsi al Santuario! Ah, come vorrei che ci fosse qui lui anziché tu, maestro!”

“Quella profonda cicatrice…”

“La ricompensa per aver salvato il mio compagno, quel giorno – confermò aspramente Isaac – dopo che lui si era comportato con incoscienza e leggerezza…” Strinse le labbra, guardandolo con astio, e Camus seppe quel che avrebbe detto prima ancora di udire le parole uscire dalle sue labbra: “Ma no, sarebbe ingiusto da parte mia attribuire a lui ogni colpa. Dopotutto, è il maestro ad essere responsabile per i suoi allievi, e tu sapevi dell’intrinseca inettitudine di Hyoga. Lo sapevi, come mentore non potevi ignorarlo, eppure hai permesso che quell’uomo inadatto continuasse ad addestrarsi per un motivo così puerile, indegno di un difensore della giustizia. Perché, maestro? Perchè hai provocato tutto ciò?”

Le parole di Isaac perforarono l’animo di Camus come neppure la Cuspide Scarlatta di Milo sarebbe riuscita a fare. Perché era veritiere. Perché Camus stesso aveva sempre riconosciuto la debolezza del suo agire nei confronti di Hyoga, aveva sempre saputo che quel ragazzo troppo sensibile non era in grado di afferrare l’immensità degli ideali che giurava di proteggere. Non per sua colpa, si disse anche in quel momento, come si era sempre detto in tutti quegli anni: ben pochi possedevano l’ abnegazione necessaria a votarsi anima e corpo alla causa di Athena, e Camus non aveva mai puntato su Hyoga in tal senso. Lui voleva soltanto renderlo forte, dargli qualcosa per cui lottare, dopo che aveva perso tutto.

E ho sbagliato… chi sta annegando trascina con sé coloro che gli sono accanto, e così ha fatto Hyoga con Isaac… credevo, volevo credere che con il sopraggiungere della maturità anche Hyoga avrebbe acquisito la consapevolezza che deve animare un Santo di Athena, ma così non è stato. Ho fallito come maestro, ho perduto entrambi i miei allievi.

Era un pensiero amaro come il fiele, spinoso come una matassa di cardi, ancorati lì, tra la gola e il petto, dove faceva più male. E, tuttavia, si rese conto di considerarli ancora suoi protetti, entrambi. Non sono tenuto ad occuparmi dei miei allievi per sempre, vita natural durante… eppure… eppure…

“Ho continuato ad addestrare Hyoga per lo stesso motivo che mosse te a salvarlo, Isaac – rispose pacato, respingendo fermamente ogni emozione dentro di sé, perché in battaglia le emozioni uccidono quanto e più dei colpi dell’avversario – ho fatto il mio dovere. Come hai detto tu stesso, un maestro è responsabile per i suoi allievi, e la mia responsabilità era di addestrarvi, avendone ricevuto l’ordine dal Santuario. Ho fatto e farò tutto il possibile per coloro che mi sono stati affidati, non dubitarne.”

Le sua parole rimasero come sospese nell’aria per un po’, quasi a permettergli di contemplarle, comprenderle, accettarle come l’unica strada da seguire. L’unica che fosse disposto a percorrere, quantomeno.

Sì, tutto il possibile… farò tutto il possibile per salvarti, come lo farò per Hyoga… lui dalla debolezza… e tu dal rancore. A qualunque prezzo. Fu un po’ sorpreso nel rendersi conto che le emozioni, tenute a bada con la pura forza di volontà, si quietarono subito, appena preso atto della sua decisione. Era tornata la calma, la fredda consapevolezza di ciò che avrebbe fatto: l’aver recuperato l’autocontrollo in maniera così repentina significava che aveva preso la decisione giusta. Doveva essere la decisione giusta.

L’espressione di Isaac ricordava quella di un lupo che digrigna i denti, quando infine parlò ancora. “E cosa vorresti fare per me, maestro, giunti a questo punto? Sono un Generale di Poseidone, che mi salvò quel giorno, mentre mi perdevo nella deriva del mare di Siberia. Lui mi portò qui in Atlantide e mi offrì quest’armatura di squame, ma sappi che io non accettai subito: gli ideali che mi trasmettesti erano forti in me, e lo sono ancora. La giustizia deve essere preservata, ad ogni prezzo.”

“Hai uno strano modo di dimostrarlo – gli fece notare Camus – dal momento che la nostra dea sta morendo, proprio ora mentre parliamo. Tuttavia, se le tue parole sono sincere, fatti da parte e lasciami abbattere questa colonna.”

“Ho parlato di giustizia. Non della giustizia di Athena.”

“Ne esistono forse di diverse?”

Isaac sorrise e allargò le braccia, per mostrare appieno l’armatura che indossava. “Oh sì, maestro… la giustizia di Poseidone e del suo messo, il kraken, che non nutre pietà alcuna per i malvagi. Se avessi seguito questo ideale di giustizia, quel lontano giorno, possiederei ancora due occhi e sarei un Santo di Athena: non cogli l’ironia di tutto ciò?”

Camus si concesse di esprimere finalmente un’emozione, prima dello scontro. Strinse le labbra in segno di disappunto. “Hyoga non è un malvagio, Isaac, e tu hai pervertito completamente l’idea di giustizia a cui ti votasti. Come tuo maestro, oltre che come Santo di Athena, non ho scelta: devo fermarti, qui e ora, poiché appare evidente che non ti farai da parte lasciandomi abbattere questa colonna. Ti definisci nemico? E allora vieni, Generale degli Abissi!”

Gettò indietro il mantello perché non lo intralciasse, mentre aspettava che Isaac indossasse l’elmo e fosse pronto. Avrebbe potuto attaccare per primo, ma non intendeva farlo. Non è sconfiggerti ciò che mi preme, anche se puoi star certo che non ti permetterò di lasciare che Athena muoia… mi aspetta il compito più difficile, come maestro e come uomo. Socchiuse gli occhi, deciso.

“Non sottovalutarmi. Sono pari a te, adesso.” Furono le ultime parole di Isaac prima che la battaglia iniziasse, una battaglia che congelò il luogo dello scontro tramutandolo in un silenzioso paesaggio invernale, nel quale i colori dei coralli e delle conchiglie si fecero tenui, racchiusi nella morsa del ghiaccio, come sospesi in attesa del calore che li avrebbe infine liberati.

 

Quando furono in vista del luogo dove Darius e Tetis si stavano scontrando, Angela rallentò la corsa, tanto che il nobile Aiolia si volse per richiamarla: “Ebbene? La stanchezza ti ha vinta, forse?”

L’apprendista scosse il capo, appressandosi con riluttanza al Santo d’Oro. “Solo che… non so come affrontarlo… perdonatemi, in un momento simile, pensare a tali puerilità, ma…”

Non avrebbe osato esprimere i suoi timori a un altro Santo. Ma Angela si fidava del nobile Aiolia, come sapeva di potersi fidare di tutti i Santi d’Oro (ironia della sorte, gli unici due che la rendevano nervosa erano proprio coloro con cui si trovava ad avere maggiormente a che fare, ma si riteneva scusata, perché ben pochi si sentivano a loro agio in presenza dei Santi del Cancro e dei Pesci), e per questo osò fermarsi dietro una roccia, invisibile agli occhi del suo compagno d’addestramento.

Il nobile Aiolia sospirò. “Hai affrontato prove molto più difficili di questa, ragazza. Fatti coraggio, perché certo non te ne manca, e spiega le tue ragioni a Darius così come le hai spiegate a me – sorrise divertito – con maggiore diplomazia, possibilmente, visto che tieni alla sua amicizia… vieni, non indugiamo più.”

E passò oltre. Angela deglutì, udì la voce di Darius che esclamava: “Maestro, voi con l’armatura di Libra?! Angel… non sarà…” in tono preoccupato, e si rassegnò ad uscire allo scoperto, nel piazzale segnato dallo scontro in corso.

L’espressione di Tetis avrebbe impaurito una Gorgone. Il cavaliere-sirena considerava sua precisa missione prendere e fare a pezzi l’armatura con la quale erano già state abbattute quattro colonne, ma non riusciva ad avere ragione di quel giovanotto dai capelli castani, spettinati e ricadenti sugli occhi più decisi che potesse avere un difensore di Athena: la tecnica marziale di Darius era eccellente, ulteriormente affinata dai suggerimenti del nobile Aiolia, e seppur con fatica, aveva fino a quel momento tenuto a bada un guerriero in armatura. Angela lo invidiò a morte, perché tanta forza per lei era ancora mera utopia, e sapeva che, se lo scontro fosse stato tra lei e Tetis, sarebbe già stata sconfitta da un pezzo.

I due contendenti erano rimasti immobili nelle posizioni di battaglia che avevano fino a un attimo prima dell’arrivo dei due intrusi, e Tetis indietreggiò di un passo mentre il nobile Aiolia si faceva scivolare di spalla lo scrigno d’oro, posandolo in terra. Gli occhi azzurri del cavaliere-sirena si fissarono con desiderio sulle vestigia di Libra, ma il nobile Aiolia si limitò a dirle: “Puoi tentare, se vuoi. Tuttavia devo informarti che colui che stai affrontando adesso è il mio allievo, e se non riesci a vincere il discepolo, pensi di avere qualche possibilità contro il maestro?”

Non ne vale la pena, proprio per niente, pensò Angela soddisfatta, vedendo che Tetis esitava. Poteva essere pronta a morire per Poseidone, ma farsi uccidere inutilmente non avrebbe giovato a nessuno. Un uovo che si scontra con un sasso non è valoroso, è stupido. Si decise a superare il nobile Aiolia, facendo mostra di voler riprendere lo scrigno della Bilancia per portarlo alla colonna del mar glaciale artico, evitando risolutamente di guardare Darius. Dall’amico non arrivò neppure una parola.

“Mi devo affrettare all’unica colonna rimasta inassediata – udì dire al nobile Aiolia – voi state svolgendo un eccellente lavoro, entrambi. Non arrendetevi proprio adesso.” Un breve lampo d’oro, e il Santo del Leone era scomparso, quasi prima che l’eco delle sue parole si fosse spenta nell’aria sottomarina.

Angela sapeva di non poter più procrastinare l’inevitabile. Si passò le cinghie dello scrigno sulle spalle e si raddrizzò, decidendosi ad alzare la testa verso Darius. Non la sorprese vedere che sembrava scioccato.

“Allora… io vado.” Disse a fatica, cominciando a indietreggiare. Darius scosse la testa, come per schiarirsi le idee: una leggerezza imperdonabile durante lo scontro, ma essa gli fu condonata perché anche Tetis pareva sorpresa. “Ma guarda – commentò la nemica, con un sorriso divertito – sembra che avrei dovuto misurarmi con lei, piuttosto che con te, ragazzo. Volete fare cambio?”

Darius digrignò i denti e, dopo un’ultima occhiata stupefatta alla figura inequivocabilmente femminile di Angela, tornò a volgersi verso la sua avversaria. “Ti stai scontrando con me – le ringhiò, a pugni stretti – e se credi che lascerò una fanciulla a combattere al posto mio, non hai ancora capito con chi hai a che fare. Vuoi lo scrigno della Bilancia? Vieni a prendertelo!”

Si lanciò di nuovo all’attacco, mentre Angela sospirava. Non aveva idea di come l’avesse presa l’amico, ma di certo il suo comportamento era precisamente quello che ci si poteva aspettare da un Santo di Athena. Darius avrebbe ottenuto l’armatura, un giorno. Lui, sì.

E io?

Inghiottì con uno sforzo. Avrebbe voluto parlargli, spiegargli le sue ragioni, ma naturalmente era impossibile farlo in mezzo alla battaglia, così si volse e si avviò di corsa per il sentiero che l’avrebbe condotta dal nobile Camus, con gli occhi che le bruciavano per la voglia di piangere. Non devo, solo perché hanno scoperto che sono una ragazza, è assurdo, ne ho passate di peggiori, e in fondo non ho fatto nulla di male, quindi perché dovrei piangermi addosso così…?

Lo sapeva, naturalmente. Da quando era una bambina, fino al suo arrivo al Santuario, era vissuta contando unicamente su se stessa, senza mai fidarsi di nessuno, senza desiderare l’amicizia di alcuno tra quelli che le passavano accanto. Non le serviva la stima di persone che, alla prima occasione, avrebbero cercato di farle del male, e aveva continuato a tenere questo atteggiamento anche nel Santuario, facilitata in ciò dal suo maestro, che certo non incoraggiava particolari slanci d’affetto. Aveva creduto che fosse il modo giusto di vivere, per chi non aveva niente, e forse era davvero così… il problema era che ormai non poteva più dire di non avere niente. La giustizia è un ideale astratto come tutti gli altri, è quando si capisce che cos’è veramente, in concreto, che si cambia davvero… e adesso ho paura, quando torneremo al Santuario, se vinceremo Poseidone, ho paura delle conseguenze, perché non voglio lasciare queste persone, non voglio che Darius mi odi, non voglio… lasciare…

Si fermò, traumatizzata da quell’ultimo pensiero, la cui conclusione era, semplicemente, così inaccettabile da doverla censurare. Chi non voleva lasciare?

“Stupidaggini – disse attraverso labbra così torpide che quasi non le sentiva più – mi sono solo fatta trasportare un po’, sono scombussolata, ma di certo io non penso a…”

“A chi, dolcezza? A chi pensi, prima di morire?”

Angela alzò gli occhi e vide che, tutt’intorno al sentiero, sulle rocce circostanti, vi erano numerosi soldati con indosso l’uniforme di Poseidone e la faccia di chi non è diventato cavaliere perché sprovvisto del senso d’onore necessario. Gente così c’era dappertutto, al Santuario e altrove.

Devo diventare forte, devo diventare forte, devo diventare forte… quella litania non l’abbandonava mai, neanche nei sogni. Eppure adesso, anziché preoccuparsi, fu felice di trovarsi accerchiata così: rischiare di farsi violentare e ammazzare da quella marmaglia era senz’altro preferibile al rimanere sola coi propri pensieri, visto dove la stavano portando, e comunque correva un pericolo molto relativo. Forse non era in grado di affrontare un cavaliere in armatura, ma era pur sempre l’apprendista di un Santo d’Oro, e dei più pericolosi. Posò in terra lo scrigno della Bilancia e disse a voce ben alta, perché la udissero tutti: “Pensavo a com’era stata ingiusta la sorte con me finora, visto che tutti i miei compagni avevano un avversario e solo io ero ancora senza una battaglia al mio attivo! Che figura avrei fatto con Athena, dopo la sconfitta di Poseidone?”

I soldati accusarono il colpo e come un solo uomo balzarono giù dalle rocce, circondandola. “Noi siamo in nove e tu da sola – le fece notare quello che pareva il capo del gruppo, più grosso degli altri e con l’aria più cattiva – forse ti converrebbe consegnarci quell’armatura senza storie: uccidere una donna sarebbe disonorevole, e sei abbastanza carina da poter vivere in Atlantide se farai la brava con noi, adesso.”

Angela sospirò, tra le risatine lascive e i commenti non proprio galanti di quegli uomini. Come maschio, almeno ero dall’altra parte di simili osservazioni, pensò mentre ribatteva: “Il fatto che siate in molti significa solo che sarete in molti a prenderle. Da quando in qua nove perdenti possono impensierire l’unico vincitore?”

Il capogruppo parve recepire che la ragazzina dai capelli rossi non era intimorita e intendeva tirare fuori le unghie, così alzò i pugni e si gettò all’attacco. Angela si vide arrivare addosso quel bestione villoso e fece un gran respiro, mentre con la coda dell’occhio osservava i movimenti degli altri, che non proprio cavallerescamente stavano imitando il loro capo, aggredendola. Ahiahi, qui sono dolori, pensò mentre le si scagliavano alle reni. Fu un impatto micidiale, simile a quello con un furgone lanciato a tutta velocità.

Dovevo scansarmi prima, non c’è da scherzare, mi potevo rompere la colonna vertebrale. Il mio maestro me lo ha detto, che di fronte a un attacco combinato è meglio eccedere in prudenza piuttosto che il contrario, e mantenere le distanze: ho agito molto male, la prossima volta farò meglio. E se ne andò dopo aver recuperato lo scrigno d’oro, rivedendo mentalmente la battaglia appena conclusasi, facendo feroce autocritica di ogni colpo che aveva sferrato, mentre alle sue spalle i soldati di Poseidone gemevano, pesti e doloranti, troppo malconci per potersi rialzare.

 

Isaac sollevò le braccia, irrigidendo le dita quasi fossero artigli, mentre dietro di lui, simile al fantasma di una maledizione, compariva l’aura cosmica del kraken, dagli occhi freddi come stelle ghiacciate, che si scagliarono contro di lui con tutta la violenza dell’Aurora Boreale, il micidiale colpo del quale il suo allievo aveva appreso le basi proprio da lui… ma non era più lo stesso colpo che Camus aveva veduto nascere. L’Aurora Boreale era cambiata, affinata e potenziata dall’addestramento cui Isaac si era sottoposto lì, in Atlantide, sotto l’egida di Poseidone il quale anteponeva la pura forza a tutto il resto. Non si avvicina neanche lontanamente allo zero assoluto, si rese conto il Santo dell’Acquario, nei brevissimi, infinitesimali istanti che trascorsero prima del contraccolpo sulla sua armatura, Isaac ha scelto di perfezionare la violenza del colpo anziché la tecnica… Poi l’Aurora Boreale lo spazzò via come un fuscello, mandandolo a sbattere contro le rocce dietro di lui. Camus ansimò quando ricadde a terra, i polmoni sconvolti per l’improvvisa pressione che aveva espulso l’aria, e dovette rimanere inginocchiato alcuni istanti per poter riprendere fiato, prima di alzare lo sguardo sul suo allievo che si avvicinava.

“Cosa ne dici, maestro? Il tuo allievo ha imparato bene la lezione?”

Camus scelse di rispondere con lo stesso tono sarcastico del giovane. “Un ridicolo pugno portato a velocità soltanto prossima a quella della luce, e talmente lontano dallo zero assoluto che non congelerai mai la mia armatura d’oro. Eri il mio allievo più promettente, e sei diventato un sicario da quattro soldi, Isaac. Come puoi non renderti conto del degrado cui sei andato incontro, rinnegando ciò che ho tentato di insegnarti?”

Il generale degli abissi sollevò i pugni, rispondendo a denti stretti per la rabbia: “Degrado, dici? Ti ho lasciato senza fiato, ancora non recuperai il controllo, e parli di degrado? Non sono mai stato tanto forte, maestro, e te ne darò subito la prova!”

Camus vide la gelida rabbia del cosmo di Isaac lanciarsi verso di lui come un nugolo di frecce, ma non ebbe bisogno neanche di rialzarsi per fermare quel colpo: si limitò a sollevare una mano, assorbendo tutto il freddo del suo allievo, annullandolo nel suo pugno chiuso, ove morì. Solo a quel punto si decise ad alzarsi, guardando Isaac dritto negli occhi.

“Eri molto più forte un tempo, ragazzo mio. L’aver abbandonato la via della giustizia di Athena ti ha corrotto, e dalla corruzione non possono nascere che vermi. Torna in te, finché sei in tempo, perché Athena sta morendo, e quando la fiamma del suo cosmo si sarà spenta nulla potrà più redimerti.”

Isaac, ti prego… tu devi! Non importa se possiedi il Settimo Senso, non conta l’armatura squamata che ti è stata conferita, come puoi non capire? Verrai ucciso dai miei compagni, in queste condizioni, perché loro non sono come me… se io fallirò, tu sarai ucciso da loro, se… se io non…

Estromise con forza quei pensieri che si agitavano nella sua mente come bambini spaventati. Sapeva quel che doveva fare e l’avrebbe fatto.

Ma, oh, com’era difficile fare quel che andava fatto.

No, non voglio, non posso… oh, Athena, fa’ che si redima… fa’ che torni in sé, almeno lui…

Camus ebbe la netta sensazione di udire lo schianto di una lastra ghiacciata che cede sotto il peso del disgelo, quando Isaac risollevò le mani nella posa di attacco. Ma forse era solo il suo cuore che si spezzava. Non importava. Il dado era tratto.

“Peccato, Isaac – mormorò, in un tono neutro che non tradiva nulla del dolore straziante che provava – speravo di poterti aiutare, speravo che l’averti ritrovato qui fosse un segno di benevolenza degli dei, ma sbagliavo: dovrò porre fine alla tua vita con le mie mani, dopo che tu hai sacrificato la tua per Hyoga… un gesto di giustizia dettato da Athena che tu hai pervertito e frainteso…”

“Chiacchiere, maestro – ringhiò il generale del kraken – se avessi lasciato morire Hyoga come meritava avrei compreso qual è la vera giustizia: quella di Poseidone, che purificherà il mondo come Athena non potrà mai fare!”

“Ma a prezzo di quante vite, allievo? Quanti innocenti sta massacrando il tuo dio, in questo istante?”

“Che importa? L’avvento di una nuova epoca val bene il sacrificio di qualche innocente, Santo dell’Acquario!”

Camus chiuse gli occhi. Non voleva più ascoltare quelle parole, non poteva accettare la condanna in esse contenuta. Oh, figlio mio…

Il kraken stava arrivando. Le labbra di Isaac si mossero, e anche se nel fragore assordante dell’Aurora Boreale era impossibile da udire, Camus ne intese ogni parola, perché il Settimo Senso non gli concedeva neppure la misericordia di poter smettere di prestare attenzione all’uomo che ancora adesso, mentre congiungeva le mani sopra la testa in evocazione dell’Esecuzione di Aurora, desiderava disperatamente salvare.

Perchè non si oda grido di gioia, e che speranza non guardi più al cielo l’uomo… E maledetto sia questo giorno, da noi pronti ad evocare il KRAKEN!*

Aurora. Vi era solo l’Aurora, alla colonna del mar glaciale artico. Aurora che tutto avvolse, che tutto comprese in sé, energia cosmica allo stato puro che afferrò il nemico e lo sconfisse, una volta per sempre.

L’Esecuzione di Aurora.

Camus riabbassò le mani, lentamente. Aurora, tu hai emesso la sentenza, non io… tu, evocata parimenti dal mio allievo e da me, tu hai deciso la nostra sorte, scegliendo chi tra noi fosse il vero unico signore delle energie fredde… Aurora, che mi hai donato la vittoria… in questo giorno… io ti odio…

Che strano. Il volto di Isaac, sebbene sfregiato, non era più contorto in quella smorfia di amarezza e astio, come se la morte avesse portato via, insieme al suo spirito, tutta la sofferenza che aveva indotto l’allievo a rivoltarsi contro il maestro e tutto ciò che egli rappresentava. Camus si inginocchiò accanto a lui, sfilandosi il mantello… notò solo marginalmente che era stato strappato sul fondo, quando la ragazza lo aveva curato… sapresti curare anche questa ferita, piccolo angelo dai capelli rossi? No, io non credo…

Era sul punto di coprire quel viso defunto, quando rimase immobile, non già raggelato, quanto completamente irrigidito in ogni suo muscolo, incapace anche di formulare un pensiero coerente, perché per un istante la sua mente fu troppo stordita dall’emozione per comprendere a fondo il significato di quel che avvertiva, quella minuscola scintilla che guizzava ancora, debolissima e sul punto di spegnersi, ma presente, nel cuore di Isaac, un palpito che ancora persisteva, sebbene non respirasse più, un lievissimo battito che l’Esecuzione di Aurora non aveva potuto, o forse non aveva voluto, estinguere.

Così, alla fine il tuo colpo ti ha salvato, Isaac… sei diventato forte, anche se traditore, sei forte… ma non abbastanza…

Se Isaac doveva morire, era meglio che fosse subito, per mano sua, e non per opera di uomini come Death Mask, o anche Milo. Per quanto gli fosse amico, Camus sapeva che l’avrebbe fatto soffrire in maniera atroce, per punirlo del suo tradimento, prima di ucciderlo. Sì, se Isaac doveva morire, meglio che avvenisse per mano del maestro, una mano pietosa.

Ma… perché Isaac doveva morire?

Camus si rialzò. Non posso, Athena perdonami, ma non posso farlo. Si sforzò di inghiottire il nodo che aveva in gola, ma accadde un fenomeno curioso: era un nodo incredibilmente sfuggente, che non si lasciò ricacciare indietro ma salì rapidamente, giunse agli occhi e lì si sciolse, sgorgando in quelle lacrime che il Santo dell’Acquario credeva di aver congelato definitivamente, dentro di sé. Non sono perfetto… ho vinto perché ho avuto maggiore controllo di Isaac, ma sono ben lontano dall’essere… freddo… perfetto…

E benedetta sia la tua imperfezione, mio paladino, fu la voce che gli giunse attraverso il cosmo, annullando lo spazio e il tempo, una voce dolce e comprensiva come Camus non riteneva di meritare, in un momento di così vergognosa debolezza. Benedette siano le tue lacrime e il cuore colmo d’amore che ti muove, Santo… seguilo, ascoltalo, perché ti sei già imposto sofferenza sufficiente, ne’ desidero che tu compia un atto che io giudico efferato. Fa’ ciò che devi, Camus!

Il Santo dell’Acquario respirò di sollievo. Non ebbe più alcuna esitazione, e sollevò una mano concentrando il gelido potere del suo cosmo, mentre il corpo di Isaac si copriva rapidamente di brina, strato su strato, consolidandosi in una lucente bara di ghiaccio che infine si sollevò, mostrando il corpo inerte del giovane, entro il quale quel debolissimo battito era custodito.

“Nessuna forza al mondo, neppure quella di tutti e dodici i Santi d’Oro, potrà infrangere questo feretro e interrompere il tuo sonno, mio discepolo – mormorò Camus senza più curarsi delle lacrime che gli scorrevano lungo il volto – forse chissà, quando la tua forza sarà abbastanza fedele ad Athena, tu stesso riuscirai a liberarti, ma fino ad allora rimarrai qui, protetto da tutto e tutti. Addio, Isaac.”

Superò la bara, diretto verso la colonna, in attesa delle armi della Bilancia.

“Addio per sempre.”

 

 

Il cielo sottomarino, così luminoso e lontano quando erano giunti in Atlantide, era ormai talmente basso, plumbeo e pesante che Aiolia si sentiva quasi prendere dalla claustrofobia, se alzava lo sguardo per contemplarlo. Quell’enorme massa d’acqua incombeva sul regno di Poseidone, sostenuta ormai solo dalle due colonne superstiti, che non bastavano a fermare il lento abbassarsi degli oceani né potevano fare niente contro il gocciolio continuo, che formava pozze salate dappertutto, dando al reame l’aspetto di una palude. Qua e là si potevano vedere perfino pesci che guizzavano nelle polle più profonde, strani esseri degli abissi precipitati laggiù con la distruzione delle colonne dei mari.

Due colonne… presto una sola, pensò il Santo del Leone, fermandosi di fronte alla gloriosa struttura che formava il tempio sul quale si ergeva la colonna dell’Atlantico del Sud. Mio fratello è impegnato a combattere alla rimanente, lo sento, e dunque facciamoci forza. Ora tocca a me!

Avanzò rapido, deciso a cancellare l’onta della sconfitta contro Lymnades, onta tanto più intollerabile se pensava che a salvarlo era giunto Death Mask, l’uomo più indegno di indossare un’armatura d’oro che potesse immaginare. D’accordo che Athena era solo una bambina, quando il Santo del Cancro aveva ottenuto le vestigia, però…

No, si ammonì, non posso scaricare la colpa su Death Mask: l’inettitudine è stata soltanto mia. Sono stato debole, mi sono lasciato ingannare, pur sapendo che Marin è lontano da qui, in missione. Sorrise interiormente nel pensare a lei, ma il sorriso gli si gelò sul volto quando udì appressarsi il nemico: non passi e non emanazione ostile di un cosmo avversario, ma puro suono, note cristalline e perfette, armonia che danzava nell’aria salata giungendo fino a lui… infrangendosi contro la protezione dell’armatura d’oro, con stilettate potenti che smentivano la dolcezza di quella melodia, che non era melodia ma un attacco, un’aggressione micidiale e subdola… Aiolia fece un balzo all’indietro l’istante prima che la forza di quel colpo musicale provocasse una voragine nel punto esatto ove si era trovato.

“Benvenuto alla colonna dell’Atlantico del Sud, Santo d’Oro – disse una voce musicale, un’ombra tra le ombre delle colonne – benvenuto e addio, per meglio dire.”

L’armatura di squame dorate che indossava il suo avversario era modellata secondo una foggia che ricordava vagamente una sirena, e si attagliava perfettamente al corpo snello del giovane che gli si fermò di fronte. Teneva in mano un flauto d’oro e sorrideva con una gentilezza che veniva immediatamente smentita dallo sguardo freddo di quegli occhi d’albino. Pur sembrando incredibilmente giovane, quasi efebico, Aiolia colse immediatamente la pericolosità del suo avversario: se non il più forte, certamente uno tra i più agguerriti, concluse con una rapida occhiata al cratere fumante che sarebbe stato il suo petto, se non fosse stato rapido a scansarsi.

“Il mio nome è Sorrento – si presentò il nemico – e tu sei il secondo Santo d’Oro che cadrà per mano mia. Non sentirti umiliato, dunque, perché anche Aldebaran, pur forte e dotato di coraggio, ha dovuto cedere le armi, di fronte al potere inestinguibile della musica…”

Prima che Aiolia potesse dire o fare alcunché, Sorrento si accostò nuovamente il flauto alle labbra e riprese a suonare, di quella musica dolce e potente, capace di distruggere la corazza più solida, penetrare la difesa più agguerrita… Aiolia si turò istintivamente le orecchie, ma non servì a nulla, perché quella musica gli penetrava nell’animo passando per il suo corpo, attraverso i pori della pelle, come se tutto il mondo fosse improvvisamente diventato quella musica celestiale e crudele… Adesso capisco perché Aldebaran si era inflitto quella mutilazione tremenda, pensò confusamente, in preda al dolore che cominciava a dilaniarlo, voleva escludere la musica… ma a lui non è servito, e dunque non servirà neppure… a me…

Con uno sforzo immane alzò un braccio e scagliò il suo colpo, muovendo il pugno alla velocità della luce per tracciare quel fitto reticolato di luce che non lasciava scampo al nemico, perché gli precludeva qualsiasi via di fuga. Sorrento spalancò gli occhi vedendosi arrivare addosso quei fasci luminosi e, sia detto a suo credito, schivò con notevole rapidità, ma Aiolia, liberato dal cessare del suono paralizzante del flauto nemico, potè concentrarsi sul suo Plasma di Luce e aumentare l’intensità dei colpi. Accadde tutto così in fretta che un occhio esterno avrebbe visto soltanto la vampata accecante investire Sorrento e scagliarlo contro le rocce, metri addietro, per poi cadere rovinosamente a terra. Si rialzò, tenendo sempre stretto il suo flauto.

“Ti… avevo sottovalutato, Santo – riconobbe, asciugandosi la bocca dal sangue – sapevo che voi protettori di Athena eravate forti, ho commesso una leggerezza… ma non accadrà più, stanne certo.” Accostò il flauto alle labbra, ma Aiolia non aveva intenzione di lasciare che ricominciasse a torturarlo con la sua musica, e lanciò un altro colpo, con tutte le sue forze. Costretto a scansarsi, Sorrento non potè suonare.

“Non crederai che ti permetterò di farlo, vero? – gli chiese Aiolia – la battaglia contro Aldebaran ti ha tradito, perché adesso so come impedirti di farmi del male.”

Il Generale degli Abissi lo guardò con quei grandi occhi, ingannevolmente innocenti, e assurdamente compiaciuti, malgrado il fallimento del suo attacco.

“E dunque, ogni volta che tenterò di suonare, tu mi attaccherai. Un’ottima strategia per salvarti, ma non sei tu quello che deve salvarsi qui, vero?”

Aiolia lo fissò. Sorrento aggiunse, con un garbo che suonava derisorio: “Perderai tempo, Santo del Leone… io te lo farò perdere. Athena è ormai completamente sommersa dalle acque, non le rimangono che pochi minuti di vita, dunque per me non vi sono problemi nel continuare la battaglia su questi termini. Comunque vada, io ho vinto.”

Aiolia ebbe la sensazione che una colata di piombo fuso gli precipitasse nelle viscere. Athena! Si lanciò all’attacco, ma Sorrento aveva ormai deciso la linea di condotta da tenere e si limitò a schivarlo, senza perdere quel sorriso di derisione nei suoi confronti. Il Plasma di Luce imperversò sul campo di battaglia distruggendo ogni cosa, ma Aiolia non riuscì a colpire il suo nemico, dotato della sua stessa capacità di spostarsi alla velocità della luce, e ben deciso a proteggere la colonna a lui assegnata. Alla fine si fermò, ansimando.

Athena… no, non può finire così, non deve finire così… ATHENA!

Il leone ruggiva. Il leone snudò le zanne… Sorrento si vide arrivare addosso quel cosmo carico di furia guerriera, un predatore più che un avversario, e prima di rendersene conto si trovò inchiodato con le spalle a terra, mentre Aiolia gli puntava un ginocchio sul petto, i pugni a pochi centimetri dal suo viso. Il Santo d’Oro ansimava ed era tutto sudato, per la fatica di aver bruciato il proprio cosmo con tanta violenza e tanta rapidità, ma il suo sorriso era di trionfo. Gli schiacciò con l’altro piede il braccio con cui teneva il flauto, per farglielo mollare, ma Sorrento digrignò i denti e resistette.

“Sei più forte di Aldebaran – riconobbe – ho commesso una leggerezza imperdonabile…”

“Sì, hai commesso una leggerezza imperdonabile, a schierarti dalla parte di Poseidone – replicò Aiolia – perché sarà presto sconfitto, e tu con lui. Arrenditi, e lascia che abbatta questa colonna, per amore dell’umanità intera, Sorrento!”

“Io sono… un Generale di Poseidone. Non chiedermelo.”

Aiolia strinse le labbra. “Non avverto in te la malvagità di Lymnades: il tuo animo è nobile. Non desidero la tua morte, ma solo la tua sconfitta, e l’ho ottenuta. Te ne prego.”

Il Generale contorse il polso cercando di liberarlo dalla presa di Aiolia, riuscendo soltanto a far crepare le squame dorate sotto la pressione dell’armatura d’oro del Leone. Dopo aver lottato per liberarsi ancora qualche istante, si rilassò, per riprendere fiato. Non riusciva a capire… perché quell’uomo continuava a risparmiarlo? Era un errore, presto si sarebbe distratto e lui, Sorrento, avrebbe reagito, contrattaccando. Ucciderlo era la scelta più logica, ma non lo faceva.

Neanche Athena l’ha fatto, allora… e lei avrebbe potuto, sì, il suo cosmo era immenso, avrebbe potuto uccidermi con un battito di ciglia, ma non lo fece neppure lei… ciò che voleva era… parlamentare…

“Sorrento, ti prego! – la voce di Aiolia riuscì a suonare ferma ed incrinata al tempo stesso – non posso più attendere, arrenditi e consentimi di abbattere questa colonna, prima che sia troppo tardi… non capisci che il tuo dio si è destato per errore in quest’epoca, e che la ragione di tanti sconvolgimenti è da ricercarsi nella sua inopportuna incarnazione in un corpo non preparato a riceverlo?”

Il Generale degli Abissi lo fissò, stupefatto. “Cosa intendi dire?”

“Siamo all’alba di una nuova Guerra Sacra. Poseidone non è uno sciocco, perché destarsi adesso, quando dovrebbe combattere due avversari, per il possesso della Terra? Se riuscirà a sconfiggere Athena… e non ci riuscirà, stanne certo… dovrà poi affrontare gli Spettri di Hades. E contro di loro non vi è che Athena, per contrastarli.”

Imprigionato dall’avversario, schiacciato contro il suolo bagnato dalla pioggia che continuava a scendere dal mare sopra di loro, Sorrento rimase a bocca aperta, rendendosi conto che le parole del Santo del Leone erano veritiere. Di più: Aiolia, pur senza saperlo, gli aveva aperto uno squarcio sui dubbi che già era andato ad esprimere a Dragone del Mare, dubbi che si stavano diradando rapidamente, ricordando il giorno della chiamata di Poseidone… chi era stato ad accoglierli tutti, a divenire, per tacito accordo, il comandante dei Generali, per ragioni che Sorrento non era mai riuscito a spiegarsi e che, improvvisamente, gli apparvero più sospette del nemico che lo sovrastava?

“Io… io non…”

Un rumore di passi fece voltare entrambi. Era arrivato lo scrigno della Bilancia.

Dragone del Mare. Lui era già qui, lui si trovava al fianco di Poseidone… lui, soltanto lui.

 

 

Era davvero strano, fluttuare nel vuoto popolato di barche, navi, perfino aerei… tutti sperduti nel Triangolo d’Oro, imprigionati per l’eternità insieme ai loro passeggeri. Aiolos vide gli scheletri ancora seduti ai finestrini, e fece una smorfia notandone uno più piccolo stretto tra le braccia di quella che doveva essere stata la madre. Kanon, se possiedi un tale potere, perché non l’hai usato per salvare questa gente…?

Bruciò il cosmo del Sagittario, richiamando indietro la freccia dal quel nulla senza ritorno, e un istante dopo Aiolos barcollò, perché i suoi piedi avevano ripreso contatto con il suolo di Atlantide. Alzò lo sguardo verso Kanon, che pareva contrariato.

“Non sai fare di meglio, traditore? Il tuo gemello Saga è capace di far esplodere le galassie, credi che un viaggio nel Triangolo d’Oro possa disturbare me, devoto alla dea della giustizia?”

Incoccò nuovamente la freccia. “Fatti da parte, Kanon, e forse risparmierò la tua detestabile vita, dopo che avrò distrutto questa colonna! Fatti da parte, in modo che Athena trovi un po’ di pietà per un traditore, quando avrà sconfitto Poseidone!”

“Athena è morta!” Gridò Kanon, sollevando i pugni per contrattaccare. “Morta, lo capisci? Le acque ormai devono averla completamente ricoperta, la tua dea non esiste più, Sagittario! E’ finita, e tu con lei!”

Provocarlo era stato uno sbaglio, e Aiolos se ne rese conto solo quando fu troppo tardi, perché Kanon non era inferiore a Saga, lo capì quando lo vide scagliare il suo stesso colpo, quell’Esplosione Galattica che distruggeva pianeti e stelle e universi interi, una devastazione totale che dapprima lo circondò e poi lo prese, scagliandolo via, colpendo l’armatura d’oro con una violenza assoluta, da cui era impossibile difendersi… Aiolos ricadde a terra, simile a un angelo che precipita dal Paradiso, un angelo dalle ali spezzate, ricurve all’ingiù, che ormai non può più volare…

Athena… morire con te sarà motivo di gioia, ma… vederti morire… no, oh no…

Kanon si avvicinò, macinando delicati coralli sotto i tacchi dell’armatura squamata. “Sei finito – gli disse, ghignando – va’ dalla tua dea, Aiolos.”

Levò una mano per colpire e, in quel preciso istante, accaddero diverse cose.

Cosmo, voce, canto, preghiera e forza – ma non era nulla di tutto ciò, pur racchiudendo in sé ciascuna di queste cose. Giunse dalla colonna principale, il sostegno del tempio di Poseidone ove era imprigionata la dea, e si diffuse nel cosmo di tutti coloro che si trovavano in Atlantide, come la marea, come le dita rosate di Eos che, all’alba, ricopre d’aurora tutto il creato, regalandogli per pochi istanti lo splendore di ogni colore che porti calore e luce. Tutti, nessuno escluso, udirono quel canto, quel cosmo, quella luce, e tutti rimasero perfettamente immobili, incapaci di fare alcunché salvo protendersi verso di esso con tutto il loro essere, finché non si fu spento. Tutti si sentirono sommergere da ciò che di splendido e puro si trovava nel loro animo, perché esso emerse prepotente, richiamato da quel canto.

Julian Solo si liberò per un istante dalla stretta di Poseidone e desiderò lasciare il regno sommerso.

Milo, ormai giunto al tempio di Atlantide, sperò di non avere mai più bisogno delle punture dello Scorpione, per indurre il nemico alla resa.

Aphrodite si fermò, guardandosi intorno stupito di non aver mai notato prima la magica bellezza di quel regno sommerso, così delicato e al tempo stesso pieno di colori.

Death Mask, forse per la prima volta in vita sua, sorrise, un sorriso vero e genuino, quando quel canto lo indusse a riesumare la visione evocatagli da Lymnades.

Shura, che privato della vista si muoveva guidato unicamente dal Settimo Senso, sbattè le palpebre, constatando stupito che ora la via per il tempio di Poseidone gli appariva chiarissima.

Camus si rese conto che, nonostante tutto, entrambi i suoi allievi avevano ancora delle speranze, e le lacrime sul suo viso, da gelide, divennero calde.

Aiolia ricordò il volto di Marin, quando gli aveva concesso di vedere il suo volto.

Darius abbassò i pugni: non voleva più combattere, e nemmeno Tetis pareva averne l’intenzione. Si guardarono l’un l’altra, stupiti.

Angela smise di censurare il sentimento che esigeva di nascere in lei.

Sorrento perse ogni dubbio.

Aiolos si rialzò, stringendo l’arco d’oro e la freccia del Sagittario.

“Athena – mormorò, con reverenza – è ancora viva, la sua voce mi ha salvato… lei è viva, ed anch’io lo sono… fatti da parte, Kanon!”

Il Generale degli Abissi, il Dragone del Mare, il traditore, Kanon dei gemelli alzò lentamente gli occhi a guardare il suo avversario, così sconvolto che Aiolos, sebbene sapesse che si trattava di una leggerezza imperdonabile, non riuscì a indursi a colpirlo proprio in quell’istante.

“Questo cosmo…” sussurrò Kanon, ma parve non riuscire ad aggiungere altro. Aiolos lo scrutò attentamente: cosa poteva aver mai avvertito, quell’uomo dall’animo corrotto, nel meraviglioso canto di Athena?

“Che cosa stai…” prese a dire, ma fu interrotto da un boato a cui fece seguito una scossa di terremoto così forte che alcuni macigni si staccarono dalle pareti rocciose e rotolarono giù. Entrambi i contendenti volsero il capo in direzione dell’Atlantico del Sud, perché quella distruzione proveniva da là.

“Aiolia, ci sei riuscito – disse Aiolos, felice – dunque manca solo questa colonna. Fatti da parte, Kanon!”

“Continui a ripetermelo, e continuo a risponderti sempre la stessa cosa: Esplosione Galattica!”

Fu un attacco tanto repentino che per poco Aiolos non soccombette, ma adesso che aveva udito la voce della sua dea, il Santo del Sagittario avvertiva una forza nuova nel suo cosmo, come se gli fosse stata moltiplicata per dieci. Restituì il colpo senza alcuna esitazione, poi incoccò la freccia e attese che Kanon si rialzasse.

“Non c’è più tempo, traditore – gli disse – Athena è viva e devo andare da lei. Che sia finita, dunque!”

“Fermati!”

Aiolos voltò il capo e vide giungere, con enorme stupore, un Generale degli Abissi insieme all’apprendista che portava le armi della Bilancia. Sorrento si fermò a una certa distanza da lui, per fargli capire che non voleva attaccarlo.

“Cosa fai qui? – la voce di Kanon era aspra – non hai difeso la colonna che ti era stata assegnata, e hai condotto qui le armi che dovranno distruggere la mia? Sei uscito di senno, forse?”

Sorrento lo guardò impassibile. “Non io, Kanon dei Gemelli. Non sono stato io a provocare tante morti per avere una vendetta, né sono stato io a volere che Poseidone si destasse in quest’epoca così poco consona al suo risveglio. E, meno ancora, desidero la morte di Athena: ora ho compreso perché provavo tanto sgomento di fronte a lei, ora che ho udito la sua voce. E’ il suo amore, immensamente grande, tanto da abbracciare amici e nemici, da sacrificarsi ad un tempo per gli uni e gli altri… lei lo ha fatto, mentre tu hai mandato a morire tante creature sottomarine, oltre agli uomini della superficie, unicamente per la tua brama di conquista! No, Kanon, non sono io il folle, ma tu. Pagherai per questo, ma prima… ragazza!”

Chiamata tanto bruscamente, Angela trasalì.

“Le armi della Bilancia. Consegnale perché si abbatta anche questa colonna.”

Mentre Angela trottava da lui, con la sua caratteristica mancanza di cautela verso il nemico più pericoloso mai incontrato, Kanon fissò Sorrento come se non potesse credere alle proprie orecchie.

“Vuoi far abbattere questa colonna? Hai tradito il tuo dio, forse?”

“Considerando che finora ho servito te, credendo di servire Poseidone, penso che far distruggere Atlantide sia un’espiazione accettabile – rispose Sorrento – giacché nulla, qui, è stato edificato per il mio dio, ma per te. Che i Santi di Athena si riprendano la loro dea d’amore, dunque.”

Kanon fece per scagliarsi all’attacco, ma Sorrento si accostò il flauto alle labbra e l’uomo che non era più Dragone del Mare rimase bloccato, come se la musica lo avesse afferrato con mani invisibili e costretto all’immobilità. Angela posò lo scrigno d’oro accanto ad Aiolos.

“Il nobile Sorrento mi ha detto di dirvi che la freccia d’oro sarà più utile contro il sostegno principale – gli spiegò – e quindi di conservarla, utilizzando queste, per abbattere l’ultima colonna.”

Aiolos annuì, ripose l’arco d’oro e un attimo dopo stringeva tra le mani il possente scudo della Bilancia, che parve lanciarsi di sua volontà, più che venire scagliato dalla forza del Sagittario, verso la colonna dell’Atlantico del Nord. Kanon, bloccato dalla musica di Sorrento, dovette assistere impotente al crollo che provocò un tale abbassamento delle acque che, ormai, si potevano quasi toccare con mano. Aiolos tornò a volgersi verso i nemici, dopo aver riposto lo scudo nello scrigno. Sarebbe stato troppo pesante, per lasciare tale compito ad Angela.

“In nome di Athena, ti ringrazio per l’aiuto che ci hai accordato – disse – puoi star certo che non lo dimenticherò.”

“Se è come dici, allora ti prego, Santo di Athena: va’ al tempio e cerca di salvare Julian Solo, oltre ad Athena. Lo spirito di Poseidone lo possiede, e se riuscirete a non destarlo del tutto, avrete salvato anche un innocente.” Così parlò Sorrento, prima di tornare a rivolgere la sua attenzione contro Kanon. La musica del Generale degli Abissi era più melodiosa che mai, tanto che Aiolos vide Angela socchiudere gli occhi, trasognata di fronte alla pura bellezza di quelle note, e lui stesso non potè che apprezzare la musica del guerriero, ma per Kanon era ben diverso: l’attacco era rivolto a lui, e il traditore, già provato dallo scontro con Aiolos, non era in condizione di contrastare la furia vendicativa di Sorrento. Aiolos trasalì quando lo vide cadere in ginocchio, gridando di dolore, incapace di difendersi.

“Aspetta! – si udì gridare – non ucciderlo, Generale!”

Sorrento scostò il flauto dalle labbra, guardandolo meravigliato. “Vuoi risparmiarlo? Dopo quel che ha fatto?”

“Voglio sapere qualcosa che mi permetterà di salvare Athena. Dove si trova il vaso che rinchiuse Poseidone, Kanon? Dove l’hai riposto?”

Con le labbra contratte in una specie di ghigno agonico, Kanon rialzò il capo. “Oh, sì, te lo dirò Aiolos… te lo dirò, perché tu precipiti nella disperazione più totale, dopo aver perduto ogni speranza… perché il vaso di Athena si trova con la tua dea, sono rinchiusi entrambi nel sostegno principale, per l’eternità, e non potrai mai abbattere quella colonna, né salvare Athena, né rinchiudere nuovamente Poseidone…”

Infuriato da quelle parole, Sorrento riprese a suonare e Kanon ricadde al suolo, sopraffatto dal dolore.

“Basta, smettila! Smettila!” Fu la voce di Angela, incrinata come se la fanciulla fosse sull’orlo delle lacrime, a far sì che Sorrento interrompesse la sua esecuzione per la seconda volta, giacché la sua voce era talmente alta che non si poteva proprio ignorare. “Perché vuoi ammazzarlo? A che pro, ormai? E’ sconfitto, ha perso ogni cosa, non infierire!”

“Sono tutti così teneri di cuore, gli apprendisti del Santuario?” chiese ironicamente Sorrento, ma Aiolos appoggiò la fanciulla.

“Ha ragione lei. E’ un uomo finito, non è stato neppure capace di riconoscere il dio che l’ha salvato, fino all’ultimo… lascia che viva, perché d’ora innanzi per lui la vita sarà la peggiore delle condanne: continuare a respirare sapendo di essersi rivoltato contro colei che lo salvò, tredici anni fa…”

Sorrento sbattè le palpebre. Non comprendeva, ma le labbra contratte di Kanon dissero ad Aiolos che non stava sbagliando.

“Quando venne rinchiuso nella prigione di Capo Sounion non sarebbe potuto sopravvivere, se non fosse stato soccorso da qualcuno… Poseidone, diceva lui, ma poco fa, quando Athena ha fatto sentire la sua voce, deve aver capito tutto… invocava lei, la sua dea, mentre agonizzava nell’alta marea, e lei, la sua dea, lo ha salvato. Non Poseidone. Athena.”

“Menzogna!” Gridò Kanon, il grido di un uomo che vede crollare tutto ciò che ha costruito, fuori e dentro di sé. “Athena era una bambina all’epoca, solo una bambina! Non può avermi salvato! Non l’ha fatto!”

“L’ha fatto – ripeté Aiolos – l’ha fatto e tu lo sai. La tua vendetta non è mai esistita, perché ti sei rivoltato contro chi ti protesse, e continua a farlo anche ora, nonostante tutto… lei sta morendo, ma ti ama ugualmente.”

Era inutile parlare ancora, dire ciò che ormai suonava ovvio. Si volse verso Sorrento, che aveva abbassato il flauto e osservava, muto, quel dramma. “Vado al tempio di Poseidone. Ti sarei estremamente grato se ti preoccupassi di far risalire alla superficie i due apprendisti che si trovano in Atlantide, perché temo che tra non molto sarà impossibile per loro sopravvivere, quaggiù.”

Sorrento annuì, senza staccare gli occhi da Kanon. Dopo che Aiolos si fu allontanato, ripose il flauto e sospirò. “Prendi l’armatura, ragazza, andiamo a cercare il tuo compagno. Vi riporto a casa.”

Angela guardò Kanon, che si stava rialzando. “Dove… credi di andare, tu?” Ringhiò questi, con un’espressione tanto terribile che la ragazza indietreggiò in tutta fretta, mettendosi al riparo dietro Sorrento.

“E’ come ha detto Aiolos: sei un uomo finito, destinato a vivere nei rimorsi. Lasciarti vivere sarà la punizione peggiore, Kanon. Non hai più nulla, hai perso tutto. Volevi diventare il padrone del creato di Zeus, e invece non dominerai né le terre emerse, né il mondo sottomarino, né i Generali cui hai causato la rovina, e neanche l’Atlantico del nord. Non hai più nulla… e sei rimasto solo.”

Voltò le spalle a Kanon e se ne andò.

Mentre lo seguiva, Angela non riuscì a impedirsi di lanciare un’ultima occhiata verso di lui e lo vide in piedi, nell’acqua scrosciante che ancora cadeva dopo la distruzione dell’ultima colonna, intento a guardare verso il tempio di Poseidone, le braccia abbandonate lungo i fianchi e un’espressione incomprensibile sul volto.

 

 

Milo spinse i battenti dell’enorme portone che lo separava dalla sala del trono, senza alcuna esitazione e senza permettere al dubbio

(troverò l’uomo o il dio, combatterò o lo convincerò, perirò o trionferò)

di corrodere il suo animo. I battenti scivolarono sui cardini ben oliati senza fare quasi rumore e si fermarono contro le pareti. Milo avanzò.

Salvo che per le colonne e il lungo tappeto, che si srotolava dall’ingresso fino ai gradini del trono, l’immensa sala era completamente deserta, in penombra. Se non avesse avvertito quel cosmo possente, anche se in stato di quiete, Milo avrebbe potuto pensare di essere solo. Oltre il trono avvertiva, debolissimo, il cosmo di Athena.

Sto arrivando, dea, e dietro di me arrivano gli altri… siamo qui, stiamo per tirarvi fuori!

Corse innanzi, col rumore dei suoi passi ingigantito ed echeggiante nella grande sala vuota, ma dovette fermarsi ai piedi del trono. Lassù, vestito della sua armatura, avvolto in un mantello scarlatto e con il tridente tra le mani, si trovava Poseidone.

Il dio sembrava dormire. Milo si arrestò con un piede sul primo gradino, incerto, e fu allora che gli occhi di Julian Solo si aprirono per guardare il Santo dello Scorpione.

“Non ti chiederò la resa – gli disse, con una voce calma come il mormorio del mare nei giorni di quiete – giacché le vestigia che indossi escludono tu possa anche solo considerare di ritirarti, prima di fare un altro passo.”

Milo sollevò i pugni, preparandosi ad attaccare… dopotutto, il suo corpo è pur sempre umano, se riuscissi a colpirlo una volta o due con la Cuspide Scarlatta, il dolore dovrebbe paralizzarlo e permettermi di andare da Athena… ma Poseidone sollevò il tridente, puntandolo contro il suo petto, e Milo fu spazzato via come un fuscello nel vento.

 

 

 

* Piccola citazione da Dead’s Man Chest, il secondo episodio delle avventure di Jack Sparrow: sono le parole di quando Davy Jones invoca, per l’appunto, il kraken. Non ho resistito alla tentazione, scusate 🙂

 

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