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La maledizione di Kanon

Considerando che entrambi i contendenti la ignoravano totalmente, Angela si prese tutto il tempo necessario per riuscire in qualche modo a coprirsi il petto: alla fine strappò il fondo della tunica e lo usò per fasciarsi il seno, molto meno strettamente di come soleva fare al Santuario, perché non era più necessario celare le proprie forme. Tanto, in quelle condizioni nemmeno ci sarebbe riuscita, visto che era impossibile chiudere i lacci, strappati via dal colpo di Lymnades. Fingersi un ragazzo forse era facile in un romanzo d’avventura, ma Angela aveva da tempo imparato che la cosa diveniva semplicemente impensabile, se non si avevano i vestiti adatti e la complicità delle persone più vicine. Forse, si disse, forse era meglio così. Già addestrarsi da Santo era massacrante, senza aggiungerci le difficoltà che rischiavano ogni momento di tradire la sua femminilità, che in piena adolescenza si sviluppava giorno dopo giorno, creandole problemi sempre maggiori: dalla voce, alla delicatezza delle mani, dei lineamenti, di tutta la sua corporatura. Ogni cosa rendeva sempre meno convincente il personaggio dell’efebico ragazzino che si sforzava di impersonare. Dopotutto, ormai sono allieva del nobile Aphrodite, che la cosa gli piaccia o meno. Non mi serve più travestirmi. Si rassegnò quindi che la tunica stracciata le rimanesse aperta sul davanti e si preoccupò di medicare le ferite dei nobili Camus e Aiolia, prima che l’emorragia li uccidesse. Dovette utilizzare i mantelli per farne delle bende adeguate, e inoltre fu necessario togliere parti delle armature per poter stringere le fasciature, quindi perse un sacco di tempo nella sua opera, ma non se ne preoccupò: tempo ne aveva, perché la battaglia in pieno svolgimento le passava accanto senza badarle affatto. Fintantoché si preoccupava di non finire tra i piedi di quei due bastardi in armatura, riteneva di poter stare tranquilla.

I due ‘bastardi in armatura’, dopo un rapido scambio di commenti tutt’altro che garbati, giravano ora uno intorno all’altro, come lupi prima di battersi, soppesandosi a vicenda in attesa del momento migliore per attaccare. Il primo a rompere l’equilibrio fu Lymnades, ghignando. “Uno, due e con te tre… a questa colonna si fermano ben tre Santi d’Oro, più l’armatura della bilancia! Vuoi vedere come ho sconfitto i tuoi compagni?”

Death Mask gli restituì il ghigno, riuscendo ad apparire spaventoso quanto l’altro era grottesco. “Posso immaginarlo: vedo i loro corpi abbattuti con un solo colpo, senza segni di scontro, neppure uno strinamento del mantello. Li hai colti di sorpresa, ma con me non funzionerà, ributtante lucertolone.”

Spalancando gli occhi, davvero simili a quelli inespressivi di un rettile, Lymnades lo beffeggiò ancora: “Oh, no, Santo del Cancro, anche tu sarai colto di sorpresa, perché vedrai qualcuno che non puoi proprio attaccare, una persona che ami alla follia e a cui non farai del male, nemmeno per salvarti…” La figura del Generale degli Abissi cominciò a sbiadire, ad offuscarsi, come se fosse fatta di fumo che andava dissolvendosi, ma non doveva essere così perché il processo si invertì quasi subito, consolidandosi nuovamente in una forma che non era più quella di Lymnades. Death Mask sentì alle sue spalle il grido di sorpresa della ragazzina.

“Athena!”

La fanciulla vestita di bianco lo guardò con i suoi grandi occhi cangianti, i capelli chiari che le scendevano lisci sulle spalle a coprirle il busto candido. “Mio Santo – gli disse con la sua voce dolce – sono qui, davanti a te… salvami, te ne prego! Sei venuto per questo, non è vero?”

Death Mask rimase fermo, contemplando la figura davanti a lui. Era Athena, non potevano esserci dubbi a riguardo. Era lei, fin nei minimi dettagli, dalla forma delle labbra al modo che aveva di piegare un pochino la testa di lato, dopo che aveva finito di parlare, aspettando la risposta. Quando la fanciulla fece un passo verso di lui tenendogli le braccia, Il Santo d’Oro notò che aveva le unghie curate, con le dita prive di anelli perché la dea non amava portare molti fronzoli, a parte qualche braccialetto. Che, naturalmente, la fanciulla lì presente indossava, e che tintinnavano debolmente in quell’aria sottomarina, come minuscoli campanelli d’argento.

Mentre la sua dea gli si avvicinava, Angela alle sue spalle proruppe, con una voce cui non si sforzava più di imprimere una cadenza da maschio, e che quindi suonò femminile, dal timbro dolce malgrado fosse carica di indignazione: “E’ così che hai sconfitto i nobili Camus ed Aiolia, allora! Vigliacco! Verme! Li hai colpiti in ciò che più amavano, li hai presi a tradimento, li hai…”

“Chiudi quella cloaca, stupida – ringhiò Death Mask, senza staccare gli occhi dalla fanciulla ormai a un paio di passi da lui – smettila di starnazzare, di fronte ad Athena.”

La voce della dea si sovrappose al singulto d’orrore di Angela, quando gli disse, sorridendo rassicurante: “Non preoccuparti, Death Mask: è tutto finito, torniamo al Santuario insieme, hai dimostrato ampiamente la tua fedeltà accorrendo qui per salvarmi… vieni, prendi la mia mano…”

Il Santo del Cancro vide sollevarsi quel morbido fiore di loto, che si posò sul suo pugno abbronzato, serrato nel guanto d’oro dell’armatura. La mano della fanciulla era fresca, delicata.

“Nobile Death Mask, vi prego…” La voce angosciata di Angela era lontanissima, inudibile, inutile. Athena venne avanti, chinando il collo per posargli la testa sulla spalla. Ormai era vicinissima, doveva soltanto aprire le braccia per accoglierla, la dea della giustizia, la fanciulla per cui l’intero Santuario si era mobilitato, lo scopo della missione…

Gli occhi di Athena si spalancarono, tanto all’improvviso che Death Mask vide le lunghe ciglia sfarfallare confuse, ma forse era solo un’impressione dovuta al tremolio dell’immagine che parve vibrare, come un vaso di cristallo sottoposto a un formidabile ultrasuono, per poi andare in pezzi. Gli occhi della dea non erano più quelli splendidi a lui tanto noti, e sebbene fossero ancora spalancati ora apparivano grinzosi, dalle palpebre pesanti sotto le quali, nei bulbi giallastri, nuotavano due pupille minuscole, che rotearono come impazzite prima di fissarsi su di lui, contratte per il dolore.

Barcollando, il sangue che gocciolava a terra, Lymnades indietreggiò tenendosi il torace, fissandolo incredulo. Death Mask scosse la mano per togliersi un po’ del sangue del Generale degli Abissi, ma non servì a molto, perché il suo pugno era penetrato a fondo, distruggendo le scaglie d’oro e sfondando il petto del nemico, lordandosi fino al polso. Avvertiva le crepe che salivano dalle nocche fino alla sommità del copribraccio, perché neanche un’armatura d’oro poteva uscire indenne da un simile impatto contro le squame dei Generali, ma si trattava di un prezzo più che accettabile da pagare, considerando la gravità della ferita inflitta al nemico. Sorrise d’un sorriso che sarebbe stato molto attraente, se solo i suoi occhi non avessero avuto quell’intensità febbrile che sempre lo pervadeva quando sguazzava nel sangue della lotta.

“Povero idiota – lo derise, mentre Lymnades faceva un altro passo indietro – non hai saputo trovare nulla di meglio, per cercare di colpirmi? Pensi davvero che Athena o chiunque altro siano in grado di fermarmi, qualora mi si parino davanti come nemici?”

Lymnades fece una smorfia, e dalle labbra gli sgorgò uno spruzzo di sangue, ma riuscì ancora a rimanere in piedi. Anche se ferito, Death Mask sapeva che rimaneva un avversario pericoloso, e non abbassò la guardia. “Cancer… sei un mostro – disse l’altro, con voce roca – hai colpito la tua stessa dea, senza un attimo di esitazione, senza alcun rimorso… io ero Athena, in quell’istante, e tu l’hai colpita! Colei che dovevi proteggere, e l’avresti uccisa! Avresti goduto nell’ucciderla!”

Death Mask sputò per terra, senza degnarsi di rispondere. Se quella faccia di lucertola non aveva l’intelligenza di capire chi si trovava davanti, tanto peggio per lui. “Fa’ di meglio, o preparati a un viaggio di sola andata nel regno dei morti. Vedrai che posticino allegro ti aspetta, per passare l’eternità.” Gli disse, cominciando a concentrare il suo cosmo in un unico punto, il suo dito indice, in modo da scaricare tutta l’immane violenza dell’ammasso stellare di Praesepe contro Lymnades. Il Generale si rese conto che l’avversario si preparava a colpire per uccidere e i suoi occhi si riempirono di terrore, facendo affiorare alle labbra del Santo un sorrisetto di compiacimento. Così andava bene. I suoi avversari, anzi, le sue vittime, dovevano morire di paura di fronte a lui, soffrire per aver osato contrastarlo, dargli l’esatta misura della sua grandezza, perché il valore di un guerriero era dato dalla quantità di nemici che lasciava a giacere sul campo. Quegli stupidi di Camus e Aiolia si erano ridotti così per non aver capito che erano tutti nemici, dal primo all’ultimo, indipendentemente dalla loro faccia: che importanza aveva se il nemico aveva il volto di chi si amava, di un bambino o di chiunque altro, quando si poneva sulla tua strada, impedendoti di raggiungere il tuo obiettivo? Saga, il lato oscuro di Saga, aveva capito questo, e solo per ciò Death Mask gli rimaneva fedele.

E’ una guerra, soltanto una guerra che vede schierarsi due fazioni opposte: i più forti saranno coloro che imporrano la giustizia, e se finora la vittoria ha arriso a noi è perché possediamo la forza più grande. E’ tutto qui, e se Athena non l’ha capito, Saga, se non altro, sta cominciando a rendersene conto. Chissà che risate, quando Athena si renderà conto di come stanno davvero le cose!

Mentre si preparava a colpire notò che gli occhi di Lymnades si erano fatti inespressivi e per un istante pensò che stesse agonizzando, ma subito si ricredette: non lo guardava, almeno non vedeva più lui, ma qualcosa di imprecisato dentro di lui… ah, sì, eccolo quello stupido, che sondava il suo cuore cercando un punto debole, la corda che gli avrebbe legato le mani con stupidi, inutili scrupoli, mentre il Generale lo colpiva con il tocco mortale della Salamandra, cui l’armatura di scaglie doveva la sua forza… che sciocco, a credere che nel suo animo vi fosse qualcosa: cercare nel cuore di Death Mask era come aprire la fossa comune d’un lebbrosario, guardare un villaggio dopo che erano passate le truppe nemiche, contemplare il rogo che uccideva donne innocenti chiamate streghe, mentre ancora stringevano i figlioletti al seno. Scrutare nel cuore del Santo del Cancro era contemplare l’abisso da cui usciva un’oscurità velenosa che entrava nell’anima, causando la pazzia.

Death Mask non riuscì a impedirsi di ridere. Sollevò la mano preparandosi a colpire, avvertendo il gelido calore dei fuochi fatui che si raccoglievano intorno a lui, ma in quello stesso istante udì la voce del cosmo di Lymnades, indebolita dal dolore della ferita, eppure trionfante ed esaltata: ah, eccola, l’ho vista… stavo per ignorarla, è così sepolta in fondo al suo animo, in mezzo a tanta follia e melma e orrori… ma c’è, scintilla poco, cerca di schiacciarla, di ucciderla, ma non può… eccola… qui, proprio dentro il cuore… nel centro esatto…

Lymnades mutava la sua forma, assumendo quella di qualcun altro, sottoponendosi a uno sforzo immane, perché il sangue che sgorgava dalla ferita al petto gli toglieva le forze. Il Santo d’Oro riabbassò lentamente la mano, paralizzato, mentre dietro di lui Angela tratteneva il respiro per lo stupore.

“Io… non…”

Io non lo sapevo. Non sapevo che fosse… dentro di me… non lo volevo sapere. Non deve essere così!

La figura di fronte a lui lo guardò. Poi cominciò ad avanzare.

 

 

All’arrivo di Sorrento, Dragone del Mare scese dal promontorio sul quale era salito per percepire più comodamente le esplosioni di cosmo che lo informavano sullo svolgersi delle battaglie, meglio di qualunque informazione orale potessero passargli i soldati di Poseidone che correvano ovunque, cercando di porre in salvo il salvabile, facendo tutto tranne rendersi utili. Non che fosse colpa loro, beninteso: solo dei cavalieri potevano combattere quella guerra, e i semplici soldati erano poco più che decorazioni umane del regno sottomarino. Si sarebbero salvati dal diluvio per ripopolare il mondo purificato, ma in quel frangente non rimaneva loro che starnazzare come polli quando la volpe fa capolino nel pollaio.

“Cosa fa qui, Sirena? – chiese al Generale dell’Atlantico del Sud, guardandolo accigliato – dovresti essere alla tua colonna. I Santi d’Oro si stanno rivelando avversari pericolosi, hanno già abbattuto tre pilastri, e se non troveranno nessuno al tuo, saranno presto quattro!”

Sorrento alzò le spalle, scegliendo di ignorare il rimprovero di colui che i sette Generali consideravano il loro capo carismatico, colui che interpretava e metteva in pratica gli ordini di Poseidone. “Non preoccuparti, Dragone del Mare. La battaglia è in stallo, perché Lymnades ha fermato tre Santi alla sua colonna, e inoltre Athena è ormai quasi completamente sommersa dalle acque. Le sorti volgono a nostro favore, così ho avuto l’ardire di lasciare un istante il mio pilastro per venire a parlare con te.”

Dragone del Mare rimase in silenzio: da molto ormai aveva imparato che, se non diceva nulla, il suo interlocutore riprendeva presto a parlare, solo per riempire quel vuoto, dandogli oltre ad ulteriori informazioni anche nuova conferma della sua supremazia nel regno sottomarino.

Supremazia, sì… su tutti, su Poseidone stesso, se le cose andranno come voglio, e si può star certi che andranno come voglio. I Santi d’Oro non sono da sottovalutare, ma la differenza tra loro e me è che io so: questo vantaggio sarà decisivo, non appena deciderò di usarlo.

Come aveva previsto, dopo qualche istante di silenzio Sorrento disse: “Ho un dubbio che mi attanaglia da quando mi sono recato al Santuario per condurre Athena al cospetto del nostro dio, e forse tu potrai chiarirmelo, Dragone del Mare. Lo farai?”

“Dimmi cosa ti turba e ti risponderò meglio che potrò, Sorrento.” Rispose doverosamente Dragone del Mare. L’altro annuì e riprese: “Non mi preoccupano i Santi d’Oro: pur essendo molto forti, e credo sia ormai fatto inoppugnabile dopo che sono riusciti a sconfiggere Cavallo del Mare, Io e Krishna, non riusciranno mai ad abbattere la colonna portante e ancor meno ad infastidire il sommo Poseidone. La loro battaglia è persa, e con essa Athena… è questo che non comprendo.”

“Non comprendi come una dea possa morire così? – chiese Dragone del Mare – non dovresti sorprenderti tanto: Athena è poco più d’una bambina, tanto ingenua da essersi lasciata condurre dal nemico senza opporre resistenza e senza la protezione dei suoi Santi. E’ ancora immatura, sciocca e viziata, e sta pagando con la vita queste sue mancanze.”

Sorrento parve insoddisfatto da quella semplicistica spiegazione. “No, Dragone del Mare, non è così… l’ho condotta in Atlantide, so quel che dico: il suo cosmo è immenso, forse perfino pari a quello di Poseidone, eppure lei non ha usato il suo potere contro di me. Avrebbe potuto uccidermi subito, se l’avesse voluto, ma non l’ha fatto. Non l’ha fatto, capisci?”

“Come ti ho detto, è ingenua. Nessuno con un briciolo di buon senso si lascerebbe intrappolare come ha fatto lei.” Dragone del Mare era innervosito per la piega presa dalla conversazione, ma si sforzò di nasconderlo. Sorrento non doveva sospettare la verità, non doveva neppure avere un lontano sentore del fatto che potesse esserci qualcosa da sospettare. Muori, Athena, pensò velenosamente, muori e lascia che i miei piani si compiano, come avrebbe dovuto essere tredici anni fa, se quello sciocco di mio fratello…

“Mi ha risparmiato – insistette Sorrento, stringendo il flauto d’oro tra le mani, come a voler dominare le emozioni – perché non voleva che fosse versato il sangue di nessuno, neppure dei nemici. Il suo cosmo era carico d’amore, di pace, e lo è ancora: sono certo che anche Poseidone fermerebbe subito le piogge che si riversano nella colonna portante, se lei cedesse e accettasse di unirsi al nostro dio. Perché lo rifiuta? Si salverebbe, e con lei i suoi Santi. Perché arrivare a tanto, per salvare gli uomini?”

Perché Athena non ha salvato me, quando avrebbe potuto farlo? Perché continuare a credere in lei, dopo ciò che ho passato per colpa sua? Pensò irosamente Dragone del Mare. Perché quel vecchio pazzo, tredici anni fa, scelse un uomo capace di fare quel che Saga ha fatto a suo fratello, perché il sommo Shion scelse lui anziché Aiolos? La mia maledizione, Saga, dimmi, com’è stato passare tredici anni d’inferno a nascondere la maledizione che gettai su di te, per aver versato il sangue del tuo sangue?

Ah, non ha importanza, sto comunque riuscendo nel mio intento. Poseidone si comporta in maniera eccellente, come un burattino legato ai suoi fili. Presto avrò l’egida sul Santuario come ho già quella su Atlantide, e allora dominerò il mondo intero! Hai solo ritardato l’inevitabile di tredici anni, o Shion…

Sorrento continuava ad esporgli i suoi dubbi, ma Dragone del Mare non lo ascoltava più: quella situazione gli riportava alla mente ricordi sgradevoli, che lo costringevano a tornare con la mente a quel giorno, quando il Santo dei Gemelli l’aveva sollevato per la tunica e gli aveva sferrato un pugno terribile, gettandolo a terra cinque metri più in là col labbro spaccato, a rialzarsi dalla polvere mentre Saga, ancora fremente d’indignazione, gli sputava addosso parole furibonde.

 

“Equivale a tradimento, lo capisci? Tu, mio fratello, il mio gemello, mi proponi un atto tanto iniquo, un crimine così imperdonabile! Kanon!”

Il giovane si rialzò, pulendosi la bocca e fissando l’altro con occhi ribelli. “Un crimine, dici? Eppure lo sanno tutti, nel Santuario… il sommo Shion sceglierà Aiolos, non te. Sarai un subordinato per sempre, tu che sei superiore a tutti in abilità marziale e virtù… vuoi davvero una simile umiliazione, Saga? Quando potresti impedirlo?”

Saga gli si avvicinò a grandi passi e Kanon si raddrizzò in fretta, preparandosi alla difesa, ma il suo gemello, dal quale era distinguibile solo perché l’uno indossava l’armatura d’oro e l’altro la tenuta d’addestramento, si controllò mentre gli diceva: “Forse non ti rendi conto di quanta abiezione vi sia in parole come le tue: uccidere il sommo Shion, prenderne il posto e riservare analoga sorte ad Aiolos, un mio compagno, un difensore di Athena… solo una mente malata potrebbe concepire un piano così perverso, e tu dovresti essere un paladino della dea. No, tu sei folle, non trovo altre spiegazioni plausibili!”

“Sono perfettamente lucido – replicò Kanon duramente – e, a differenza di te, mi rendo conto dei vantaggi che dà il potere. Come gran sacerdote potrai disporre di Athena a tuo piacimento, perché anche una volta cresciuta non sarà che una fanciulla, bisognosa di aiuto e protezione per affrontare l’imminente Guerra Sacra. Avrai tutto nelle tue mani, potere, controllo, i Santi delle ottantotto costellazioni… sei più capace di Aiolos, e se quello sciocco di Shion non se ne rende conto, che ne paghi le conseguenze. Tu…”

“E, naturalmente, un tale consiglio è del tutto disinteressato, da parte del mio caro fratello.” Replicò Saga in tono sarcastico, la bocca distorta in una smorfia di riprovazione. “Per puro affetto, immagino, mi consigli di prendere il potere, dal quale tu ti terrai lontano, senza interferire né cercare di manipolare alcunché…”

Kanon si sentì colto con le mani nel sacco. “Potrò farti da consigliere – disse, senza nessuna speranza che il suo gemello ci cascasse – aiutarti nel difficile compito…”

“Governare all’ombra del trono – lo interruppe Saga stringendo i pugni per la rabbia – dopo avermi indotto a un delitto orribile, per il quale sarei maledetto in eterno, e del quale tu raccoglieresti i frutti. No, Kanon, pur dandoti l’attenuante della follia, se non recederai da un proposito così malsano dovrò prendere drastici provvedimenti. Il Santuario non è luogo per le ambizioni di dominio!”

“Perché, forse Aiolos non ha l’ambizione di succedere al gran sacerdote? E tu, non l’hai? Che differenza vi è tra la tua ambizione e la mia, se non che io non mi faccio fermare da ridicoli scrupoli per poi vivere di rimpianti?”

Saga strinse gli occhi, l’espressione pericolosa. “Per l’ultima volta, Kanon: ritratta quanto hai detto e uniforma la tua condotta al dovuto pentimento, altrimenti…”

Kanon si raddrizzò in tutta la sua statura, fronteggiando il fratello come un riflesso allo specchio, consapevole di rischiare la vita, ma ormai troppo in là per poter tornare indietro: quand’anche avesse promesso a Saga di lasciare da parte le sue ambizioni, sapeva che il fratello l’avrebbe sorvegliato come un falco, e che al primo sgarro gliel’avrebbe fatta pagare. Non si illudeva in proposito, perché il Santo d’Oro dei Gemelli amava la giustizia sopra ogni altra cosa, ponendola di fronte alla propria vita e a quella di chiunque, come un muro che divideva gli inermi dai loro carnefici, con un ardore che non aveva eguali, nel Santuario e fuori. Un ardore davvero eccessivo, pensava talvolta, quasi la giustizia fosse la sua unica ancora di salvezza… e se fosse davvero così?

“Tu hai paura, vero Saga?” Disse, seguendo il corso dei suoi pensieri. “Non è Athena a muoverti, e neanche la fede nella giustizia… solo la paura. In te si agita un demone nero che spinge per uscire, un mostro che non sai più come trattenere. Puoi nasconderlo a chiunque ma non a me, il tuo doppio, che a differenza tua possiede un solo volto, quello più oscuro… lascia che esca, Saga, smetti di torturarti, diventa con me il signore di questo mondo…”

TACI!” Il colpo arrivò violentissimo in pieno viso, gettando Kanon ancora più lontano, con tanta forza che l’impatto con le rocce gli fece sfuggire tutta l’aria dai polmoni, lasciandolo a terra semistordito e dolorante. Kanon giacque incapace di muoversi, finché non si sentì sollevare di peso e non incontrò gli occhi limpidi del gemello, del blu fulgido d’una notte limpida, gli occhi di un uomo che crede fermamente nei suoi ideali… non fosse stato per quella vaga ombra che danzava in fondo ad essi, Kanon avrebbe pensato di aver sbagliato i suoi calcoli, di aver proposto il tradimento all’uomo più retto del Santuario, al dio di bontà e virtù che tutti conoscevano…

“Tu non mi lasci scelta, fratello – sibilò Saga, il volto vicinissimo al suo – se parli e ti comporti da traditore, come tale io devo trattarti, per quanto mi ripugni prendere tali provvedimenti contro qualcuno del mio sangue. Non avvelenerai più il Santuario con la tua follia, stanne certo…”

Lo trascinò via a peso morto, mentre Kanon ancora cercava di riprendersi e fare resistenza, perché non poteva permettergli di fare quel che sapeva avrebbe fatto, non poteva lasciare che Saga si liberasse così di lui…

 

“Ci libereremo di loro prima che il sole tramonti.” Disse Dragone del Mare, tornando con uno sforzo al presente e interrompendo Sorrento a metà d’una frase. “Athena è una fanciulla dal cuore tenero, ne convengo, ma ha avuto la possibilità di unirsi al nostro dio e l’ha gettata… cos’altro rimane? Dopo il diluvio sarà Poseidone a governare su un mondo purificato, mentre Athena e gli iniqui che protegge saranno soltanto un lontano ricordo. Abbi fede nel nostro dio, Sorrento.”

E in me… Poseidone sarà il mio fantoccio, imprigionato nel corpo di quel ragazzino, troppo impegnato a bearsi della sua divinità per governare quel che avrà conquistato. Ma per questo non dovete preoccuparvi, perché penserò io a gestire i miei nuovi domini, io, Kanon il Dragone del Mare, dopo aver avuto la mia vendetta contro il Santuario, e contro Saga.

Saga, che contrariamente alle sue previsioni era stato nominato gran sacerdote, Saga che per tredici anni era riuscito a dominare il suo lato oscuro, Saga che l’aveva condannato a una pena insopportabile, dalla quale si era salvato solo per l’intervento del cosmo di Poseidone… Kanon serrò i denti, ricordando la tortura della marea che saliva e scendeva nella prigione di Capo Sounion, saliva e scendeva, ogni giorno, ogni notte, senza requie, indebolendolo ogni volta di più, condannandolo a morire annegato dopo un’agonia infinita… ma le cose non sono andate come speravi, fratello mio, e alla fine ho ottenuto quel che volevo, mentre tu combattevi contro te stesso per rimanere ciò che ti piace credere d’essere… senza Athena, senza la tua preziosa dea a rischiararti la vita e la sanità mentale, come pensi di riuscire a resistere alla tenebra che ti scagliai addosso quel giorno? Se non sei già impazzito è questione di tempo, perché la fiaccola che spandeva luce sulla tua anima è qui, viene lentamente sommersa, e presto si spegnerà.

C’era un contrappasso decisamente piacevole nell’immaginare quel barlume di pace che Athena rappresentava per Saga a morire annegata, la sorte che Saga aveva riservato a lui, se quel giorno, raccogliendo le sue ultime forze, Kanon non avesse deciso di scoprire da dove proveniva quel cosmo che sempre, quando era sul punto di cedere alla forza dei flutti, lo sosteneva salvandolo.

Tredici anni, Saga. La mia vendetta arriva dopo tredici anni di preparazione, e non sarà servito a niente che quel  maledetto di Shion abbia deciso di credere in te. Questo ti ha salvato allora, ma non ti salverà adesso, e non salverà Athena.

“Devi soltanto decidere, Sorrento – disse, con voce alta e chiara – decidere se vuoi credere in Athena, che pur di proteggere quel mondo iniquo si sta sacrificando nella colonna portante, oppure in Poseidone che sta purificando ogni cosa. Se vincesse Athena, dimmi, il mondo diverrebbe forse un luogo migliore?”

Sorrento abbassò gli occhi. “No… credo di no. Hai ragione tu, Dragone del Mare, e io mi sono assentato anche troppo a lungo dalla colonna dell’Atlantico del Sud. Ti ringrazio per aver chiarito i miei dubbi: tornerò al mio posto ad attendere l’arrivo del nemico, se – e qui sorrise ironicamente – se vi saranno ancora nemici, dopo che Lymnades avrà finito con loro.”

“Lymnades non ama altri che se stesso – rispose Kanon, restituendogli il sorriso – per questo gli è tanto facile indurre i nemici a cadere nella sua trappola: dovrebbe incontrare un uomo ancor più perverso di lui, per essere sconfitto.”

Sorrento annuì e fece per dire qualcosa, ma in quel preciso istante la corrente cosmica che univa tutti i Generali fu attraversata da una frattura lancinante, dolore allo stato puro, come un’esplosione improvvisa che divampò intensissima per un solo attimo… prima di svanire completamente, lasciando al suo posto il sordo, pulsante silenzio d’un vuoto che mai più si sarebbe riempito.

I due Generali, l’Atlantico del Sud e l’Atlantico del Nord, si guardarono negli occhi a lungo, orripilati. Sapevano perfettamente cos’era successo, ancora più che se fossero stati presenti e avessero veduto lo svolgersi dei fatti coi loro occhi. Quando in lontananza si udì il fracasso della colonna del mar glaciale Antartico che crollava, nessuno dei due si stupì minimamente.

Non importa, non importa: anche se distruggessero tutte le sette colonne, non potranno salvare Athena né imprigionare ancora Poseidone. Niente ti salverà Saga.

Sei maledetto.

Niente ti salverà mai.

 

 

Death Mask barcollò dopo aver sferrato l’attacco e lasciò cadere la barra a tre punte con la quale aveva appena distrutto il sostegno del mar glaciale Antartico. La preziosa arma sprofondò nel suolo corallino, e poco dopo Angela sarebbe riuscita a sollevarla per riporla nello scrigno solo con uno sforzo immane, perché il suo cosmo non era ancora tale da permetterle di maneggiare le possenti armi della Bilancia.

Il Santo del Cancro si volse nuovamente verso la scena della battaglia: Lymnades giaceva a terra, gli occhi bulbosi che fissavano senza vederla la volta del mare, e che, mentre li guardava, cominciarono a riempirsi di pioggia: la pioggia che cadeva dall’oceano non più sostenuto dalla colonna. Superò il cadavere del nemico senza guardarlo, avvertendo solo un breve fremito di piacere quando lontano da lì, in Atene, comparve sulla parete della Quarta Casa un nuovo volto contratto dal terrore, la maschera mortuaria del Generale del mar glaciale Antartico. Lymnades avrebbe sofferto per l’eternità nel limbo di Praesepe, senza nessuno a piangere la sua dipartita, e il suo fantasma avrebbe errato alla Quarta per il diletto del suo custode, a nutrirlo del suo rancore, a inorgoglirlo del suo risentimento. Più sono odiato, più mi sento potente, perché un guerriero non è certo un salvatore di fanciulle indifese o un missionario…

“Prendi l’armatura della Bilancia e fila alla prossima colonna. Sbrigati!” Cercò di indovinare un’inflessione dura mentre passava accanto ad Angela, ma non ci riuscì troppo bene: la ferita inflittagli da Lymnades era dolorosa, e Death Mask non si sorprese quando, abbassando lo sguardo, vide il sangue colare fuori dalla corazza, lordandogli la cintura dorata. Alla fine ci sei riuscito, bastardo: hai trovato qualcuno di fronte a cui sono totalmente indifeso, qualcuno a cui ho permesso di colpirmi… chiuse gli occhi, sentendosi malissimo. Non riusciva a sopportare quel pensiero, non tollerava la minuscola scintilla che il fottuto lucertolone lo aveva costretto a vedere, soffiandovi su. L’avrebbe spenta subito, se avesse potuto, ma non poteva, non ci riusciva, e questo lo rendeva folle di rabbia. Se sono ancora vivo è soltanto perché sei morto prima di portare a fondo l’attacco. Merda, io non sono così debole. Non sono debole!

“N-nobile Death Mask… voi siete ferito…” La voce esitante di Angela parve arrivare da una grande distanza, ma attraversò quello spazio infinito senza alcuna difficoltà e il Santo si accorse che la ragazza era vicino a lui, adesso. “Sanguinate…”

Death Mask la respinse bruscamente. “Alla larga da me – l’avvertì con voce tesa – non sono uno di quei due cretini stesi per terra. Sparisci!”

Angela parve spiazzata, ma solo per un istante, poi i suoi occhi si fecero decisi e lei si sfilò la tunica rovinata, avvicinandosi ancora e respingendo il pugno di Death Mask che cercava di cacciarla via. “Volete dissanguarvi, forse? Quella ferita va fasciata, non potete andare in giro così!” Stracciò la tunica e si fece sotto, con la risoluzione quasi suicida che le era propria. Death Mask valutò di colpirla più duramente pur di togliersela di torno, ma dopotutto era vero che non poteva perdere troppo sangue, visto che la battaglia più difficile doveva ancora iniziare: perciò le permise di stringergli sotto il pettorale dell’armatura, nel punto dov’era stato colpito, i lembi della fasciatura di fortuna, che si scurirono subito per via dell’emorragia. Appena ebbe finito, il Santo del Cancro le volse le spalle e si avviò verso il tempio di Poseidone, per allontanarsi il più in fretta possibile da quel luogo che l’aveva sconfitto, nonostante lui avesse vinto. Si sentiva sconfitto e questo lo rendeva furioso, non vedeva l’ora di trovarsi davanti un altro nemico per infliggergli i tormenti cui Lymnades si era sottratto con la morte…

“Aspettate! – gli gridò dietro Angela – i vostri compagni sono feriti, hanno bisogno di aiuto!”

“Quei due imbecilli si sono fatti abbindolare da delle visioni. Se si riprenderanno bene. Se moriranno, l’avranno meritato.” Ribattè Death Mask senza girarsi, pensando che solo per un soffio non aveva condiviso una sorte tanto indegna. L’importante è prenderne atto: Lymnades mi ha mostrato un punto debole, ora che so d’averlo posso tranquillamente eliminarlo… se solo questa ragazzina chiudesse la bocca.

Era pura utopia, naturalmente. “Il modo di combattere di Lymnades era da vigliacchi – disse infatti lei – non è colpa loro se sono stati colpiti… un cavaliere non ricorre a certi sotterfugi…” Esitò, quindi, in tono molto più dimesso, come se avesse paura di ascoltare la risposta, aggiunse le parole che Death Mask non voleva udire per niente al mondo: “Per un attimo… voi…”

“Non fraintendere – l’interruppe subito il Santo del Cancro – se avessi visto l’ultima puttana con cui sono andato, probabilmente avrei avuto analoga esitazione, visto che ormai Lymnades era con un piede nella fossa. Se parlerai di questo con qualcuno, o se ti farai strane idee – e qui si volse a guardarla da sopra la spalla – ti ucciderò. Hai capito?”

“Non dirò nulla.” Promise Angela, abbassando gli occhi. Con suo grande disappunto, Death Mask si accorse che non era quasi affatto spaventata, e che il suo disagio era dovuto unicamente al turbamento. Tette secche, pensò, vendicativo. Spero tu abbia davvero quattordici anni come dici a spacciarti  da maschio, perché se sei più grande fai proprio ribrezzo…

Lei insistette, cambiando discorso: “Ma non potete fare nulla per i vostri compagni…?”

Prima che Death Mask potesse darle la risposta più volgare cui riuscisse a pensare, si udì una sorta di gemito strozzato e il nobile Camus si mosse debolmente. Angela fu pronta a sostenerlo mentre si risollevava lentamente, con uno sforzo considerevole.

“No… ha ragione lui.” Gli occhi del Santo dell’Acquario indugiarono un istante sul seno di Angela, stupiti, poi l’uomo la guardò in viso e, incredibilmente, riuscì a sorriderle. Cancer si chiese cinicamente se fosse perché aveva trovato di suo gradimento quella particolare visione di risveglio, e ne fu irritato. “Ci siamo fatti sconfiggere come due sciocchi e avremmo portato alla morte anche te, se Death Mask non ti avesse salvata…”

“L’ho fatto solo perché la mocciosa ci serve per portare in giro le armi della Bilancia – replicò Death Mask – non fraintendere, Camus: voialtri siete dei deboli, la morte è la giusta sorte che vi aspetta. Andate quantomeno a farvi uccidere in maniera utile, distruggendo qualcuna di queste colonne. Non ho voglia di fare io tutto il lavoro.” E, senza aspettare una risposta, si volse e si allontanò, l’animo in subbuglio e la mente annebbiata dall’ira. Udì alle sue spalle Angela che chiedeva al nobile Camus se gli servisse aiuto, e l’altro  risponderle che poteva rimanere al fianco del nobile Aiolia intanto che lui si recava alla colonna del mar glaciale Artico, così da giungere in tempo per consegnargli le armi della Bilancia, quando avesse sconfitto il Generale.

Athena, maledetta, pensò Death Mask svoltando sul sentiero e perdendo di vista il campo di battaglia, diretto al tempio di Poseidone, è tutta colpa tua se ho scoperto di possedere questa debolezza, colpa tua e della tua stupida idea di scendere in Atlantide: puoi star certa che ucciderò una tale lacuna, non ti permetterò di ridurmi come quei poveri sciocchi là riversi in terra, a frignare sui perduti affetti. E’ la forza la vera giustizia, e non permetterò a nessuno di farmene dubitare.

 

 

Dopo che Camus si fu allontanato alla volta della colonna del mar glaciale Artico, Angela rimise a posto le armi della Bilancia e si inginocchiò accanto al nobile Aiolia, aspettando che si ridestasse. Sebbene la ferita inflittagli da Lymnades fosse piuttosto seria, l’emorragia si era arrestata e il Santo respirava regolarmente, quindi non c’era da preoccuparsi: il cosmo del Leone Dorato era forte e presto avrebbe ricominciato a ruggire. Chissà chi hanno veduto, per venire colpiti così… qualcuno che amavano molto, certamente. Forse il nobile Camus ha visto un parente, posto che ne abbia, ma sono quasi certa che il nobile Aiolia ha visto la sua compagna. Non avrebbe mai potuto colpirla, in tal caso.

Allontanò quei pensieri, turbata, e si concentrò su ciò che aveva visto lei, perché avrebbe dovuto solo vergognarsi di volere ancora la mamma, dopo tanto tempo… quanti anni erano trascorsi, dieci? Contò rapidamente sulle dita. Sì, dieci. Dieci anni da quel giorno, quando Angela era diventata orfana e finita in un istituto collegato con la fondazione Grado, che l’aveva spedita in angoli remoti del mondo ad allenarsi, finché non era giunta al Santuario, quando il nobile Aiolos aveva diramato la richiesta di giovani promettenti perché era necessario formare i successori dei Santi d’Oro. Un’occasione unica, impedibile, che Angela non aveva voluto perdere a nessun costo, al punto di spacciarsi per maschio, ben sapendo che un Santo d’Oro neppure l’avrebbe considerata, in quanto donna. Maschilisti, pensò con disprezzo. Per fortuna il nobile Aiolos aveva compreso le sue ragioni e l’aveva assecondata, pur dicendole chiaramente che rischiava la vita, quando il suo maestro si fosse accorto di essere stato raggirato. Certo, non aveva potuto fare diversamente, visto che Angela si era appellata ad Athena in persona, supplicandola di lasciarla tentare alla pari con gli altri apprendisti, in modo da avere almeno una possibilità. Il ricordo la fece sorridere, perché le pareva incredibile aver avuto un tale coraggio, fino a poco tempo prima. Allora diventare apprendista di un Santo d’Oro mi sembrava la cosa più importante del mondo, mentre adesso…

Malgrado il clima caldo e umido del regno sottomarino, Angela rabbrividì. Così svestita, senza la sua solita tunica informe e la fasciatura al seno a proteggerla dagli sguardi, si sentiva completamente vulnerabile, totalmente femminile, e lo scontro cui aveva appena assistito non l’aveva certo aiutata… maledetto Death Mask, mostro senza umanità, assassino che godeva nell’infliggere sofferenza… ma perfino lui possedeva dei sentimenti… perfino lui, e…

Il nobile Aiolia gemette, aprì gli occhi e si risollevò. Angela lo sostenne aiutandolo, ma non appena il Santo si accorse che il ragazzino era in realtà una fanciulla si scostò bruscamente, come se il corpo della giovane fosse diventato incandescente. Momentaneamente dimentico del dolore della ferita, il nobile Aiolia spalancò gli occhi, guardandola senza il minimo ritegno. “Come… cosa… come…?”

Accidenti, pensò lei risentita, sentendosi arrossire, dopotutto non sono nuda! Ci sono ragazze in giro per le città che sono molto più svestite di me!

“Sono una ragazza.” Gli venne incontro, per rompere il ghiaccio. Il nobile Aiolia si riscosse e distolse finalmente lo sguardo.

“Vedo… ma… ma… ecco…”

Era quasi carino, così in imbarazzo.

“Mi sono finta un maschio per poter divenire apprendista di un Santo d’Oro – gli spiegò – perché altrimenti nessuno di voi mi avrebbe mai presa in considerazione. Siete piuttosto all’antica, sotto questo aspetto.”

Il nobile Aiolia accusò il colpo abbastanza da riuscire a mettere insieme una risposta sensata. “Anche le donne possono diventare Santo. Nessuno ti avrebbe impedito di addestrarti.”

“Ma non avrei avuto i migliori maestri. Non ha senso iniziare qualcosa, se non si mira al meglio.”

“Sei ambiziosa, ragazzina. Non dovresti.”

“Perché no? – si irritò Angela – se fossi un maschio non avreste avuto niente da ridire, ma una ragazza può soltanto fare la calzetta aspettando il proprio amato per confortarlo dopo la battaglia, vero? Beh, io non ci sto. Non ci sto!”

“Quello che intendevo…”

“L’armatura d’oro è predestinazione, lo so benissimo, e forse non l’avrò mai, ma posso diventare ugualmente molto forte… se ne ho la possibilità! Perché dovrei accontentarmi? Solo perché un Santo di Athena ha il coraggio di affrontare un combattimento, ma non di avere a che fare con una ragazza?”

“Adesso esageri. Il valore è valore, uomo o donna che sia.”

Angela si sforzò di calmarsi, perché sapeva che il nobile Aiolia non intendeva attaccare briga. “Sì, ma può aumentare ancora, se mi alleno come si deve. Sono molto migliorata grazie al nobile Aphrodite, non sarebbe stato lo stesso con un altro.  Se devo difendere la giustizia, perché dovrei farlo da debole, visto che posso colmare questa lacuna?”

Il nobile Aiolia si raddrizzò, spostando il peso da una gamba all’altra per accertarsi di non barcollare. “Le tue ragioni hanno un senso – rispose, pur sempre evitando di guardarla – e se il tuo maestro è d’accordo, non sta a me giudicare. Quanti sono a conoscenza della verità?”

Angela rise aspramente. “Dopo questo? Tutti, ovviamente! Ormai lo verranno a sapere tutti!”

“E Darius?”

Angela smise di ridere. “No, lui… non gli ho detto niente. Non volevo ingannarlo, solo che siamo diventati amici e… e la cosa mi è sfuggita di mano.”

Il Santo d’Oro la fissò sbigottito per un momento, poi ebbe una fioca risata. “Bene, credo che sarà qualcosa da vedere, allora… coraggio, andiamo. Camus starà già combattendo, e io devo fare altrettanto, per ritrovare un briciolo di onore – fece una smorfia – salvato da Death Mask! Era suo, il cosmo che ho sentito durante la battaglia, pur nella mia incoscienza, vero?”

Angela annuì.

“Già, soltanto un mostro come lui poteva vincere contro Lymnades…”

“Non è vero. Non è un mostro.” Aveva parlato senza riflettere, e lo stupore negli occhi del nobile Aiolia rifletteva il suo. Deglutì e aggiunse: “Ha vinto per un soffio… Lymnades ha assunto l’immagine di qualcuno che… che per lui… dev’essere…” La voce le morì e non riuscì più a continuare. Fissò lo sguardo da qualche parte all’orizzonte, sentendosi immensamente sciocca.

“Qualcuno di importante per Death Mask? Chi, Athena?”

Athena! Se quell’uomo spregevole l’aveva colpita senza alcuna esitazione, tanto da farle pensare che, per lui, la dea della giustizia fosse soltanto una seccatura! Scosse la testa, muta, e per prevenire altre discussioni si diresse allo scrigno della Bilancia, apprestandosi a sollevarlo. La mano del nobile Aiolia le passò sopra la spalla e il Santo sollevò senza alcuno sforzo la pesante scatola d’oro, infilandosi le cinghie sulle spalle. “Mi devo recare alla prossima colonna, ma possiamo fare un pezzo di strada insieme.” Le disse, avviandosi. Angela sospirò, pensando che quel tipo di comportamento era esattamente quello che avrebbe evitato, come maschio, poi gli trotterellò dietro, sperando che Darius non prendesse troppo male quello che avrebbe visto, all’altezza del suo petto.

Si volse solo una volta, a contemplare la distruzione del tempio del mar glaciale Antartico, il cadavere di Lymnades, la chiazza di sangue che aveva scurito il suolo, sul luogo dello scontro… sangue del nemico, certo, ma anche di Death Mask, che pur nella sua folle spietatezza non era riuscito a infliggere il colpo letale alla persona che il Generale degli Abissi aveva tratto dal suo cuore, un fievole barlume che il Santo della Quarta, evidentemente, non era riuscito a spegnere… anzi, che non aveva potuto impedire si accendesse…

No, non pensarci. Lui di sicuro farà lo stesso, quindi non pensarci, è meglio. Ci sono ben altri problemi, adesso.

 

 

Dragone del Mare, rimasto solo dopo che Sorrento si era precipitato alla sua colonna, in attesa del nemico, strinse gli occhi avvertendo un cosmo, sempre più vicino, un cosmo che era come un universo fatto d’oro e di stelle, come la via lattea che, scendendo dal cielo, percorreva le vie di Atlantide con una forza non inferiore a quella di Poseidone, che era sì un dio, ma imprigionato nel corpo di un ragazzino viziato, incapace di gestire il suo potere… quel cosmo, invece, splendeva di giustizia e virtù, consapevole di ogni minima sfumatura delle sue doti, perfettamente sotto il controllo del guerriero che proteggeva. Era un avversario temibile, quello che si avvicinava, ma non fu questo a disturbare Dragone del Mare: sapeva già che i Santi d’Oro sarebbero stati nemici terribili, per questo aveva preso le sue precauzioni, prima che Poseidone sigillasse il sostegno principale. La colonna è indistruttibile, perché ciò che può distruggerla si trova al suo interno, come pure ciò che la rende eterna…

No, quello che inquietò il Generale dell’Atlantico del Nord non fu la portata del cosmo, ormai tanto vicino che udiva i passi del Santo di Athena cui apparteneva, ma il fatto che fosse un cosmo familiare. Conosceva, oh sì, conosceva molto bene l’uomo che emanava una tale luce, e non si sorprese quando lo vide uscire dalle rocce, per fermarsi di fronte a lui, simile a un angelo guerriero che porta la giustizia.

Il che, in effetti, era esattamente ciò che quell’uomo rappresentava.

Dragone del Mare sorrise. Meglio così, dopotutto: regolerò i conti personalmente, come il mio stupido fratello gemello non è riuscito a fare.

“Ben arrivato, Aiolos del Sagittario – disse con voce alta e chiara – ti aspettavo.”

Le ali dorate dell’armatura oscillarono lievemente quando il Santo ristette, sorpreso. “Conosci il mio nome?” gli chiese, poi, senza dargli il tempo di rispondere: “Sì, lo conosci… il tuo cosmo non mi è nuovo, Generale. Perché ho la sensazione di averti già incontrato, quasi tu fossi un’eco del passato?”

“Forse perché è proprio come dici tu, Aiolos.” Replicò Dragone del Mare. Sogghignò mentre si sfilava l’elmo, pregustando l’espressione del suo avversario, quando i capelli, lunghi e scuri, gli ricaddero ai lati del volto, palesando infine i lineamenti che aveva in comune con il suo gemello.

Aiolos spalancò gli occhi, sbalordito proprio come l’altro si aspettava. “Saga…”

“Mi deludi – rispose Kanon – non ti facevo così poco arguto, ex compagno d’armi. Saga si trova al Santuario a lottare contro la maledizione che gli scagliai quando mi imprigionò a Capo Sounion e che non riesce più a controllare, ormai. Athena è condannata in tutti i casi, perché ora il suo sacerdote è divenuto il suo più acerrimo nemico… grazie a me, Kanon.”

Il Santo del Sagittario trattenne il respiro, sotto il peso di quella immane rivelazione. “Comprendo – disse alla fine – c’eri tu dietro tutto questo, allora… mi sembrava strano che Poseidone si fosse ridestato proprio alla vigilia di una Guerra Sacra, ma se tu hai stravolto il corso degli eventi, i conti tornano. Sei folle, Kanon! Ti rendi conto di quel che hai provocato con la tua ambizione?”

“Certo che me ne rendo conto – rispose lui, con voce flautata – si chiama vendetta, e ha un sapore dolce. Athena è morente, Saga folle, il mondo nelle mie mani proprio come desideravo. Ecco ciò che ho provocato!”

Aiolos scosse la testa, come se non potesse credere alle proprie orecchie. Le sue dita si contrassero sull’arco d’oro che stringeva in pugno, ma ancora non attaccò. “Povero Saga, ha lottato per anni contro di te, e neppure lo sapeva… il suo coraggio è stato superiore al mio, indubbiamente. E io che mi preoccupavo di essere giudicato invidioso – fece una smorfia – quando tu, e soltanto tu, sei la causa di tutti i nostri mali! Perché tanto odio per Athena, per la nostra dea? Tu dovevi servirla, come tutti noi!”

La smorfia di Kanon sembrava tutto meno che un sorriso. “Cosa ne sai di ciò che ho passato, Aiolos? Sono sempre vissuto all’ombra di mio fratello, il grande Saga, prediletto di Athena e degli dei tutti, pur non essendogli da meno in niente. Avrei potuto governare il Santuario bene quanto lui, ma solo un Santo d’Oro può ambire a divenire Gran Sacerdote… sai cosa significa possedere le capacità necessarie e non vederle riconosciute, forse? Tu, uno dei due candidati al trono? Cosa ne sai, tu? Cosa ne sai?

Finì che gridava, coi pugni stretti, mentre il ricordo di quei giorni tremendi, dei flutti gelidi, del sale che gli seccava la bocca, dei polmoni che bruciavano come mantici arroventati, le mani strette alle sbarre della sua prigione fino a diventare insensibili, ritornava prepotente, rigettandolo indietro, a quando lottava per respirare, per non annegare, per vivere…

 

…soffoco, soffoco! Saga! Athena! Qualcuno!

Ma non c’era nessuno ad aiutare Kanon, il traditore, il condannato, mentre la marea riprendeva a salire un centimetro alla volta, iniettando altro freddo al suo corpo intirizzito, sommergendo lentamente la prigione dove si trovava da giorni, indebolito e tremante, con la gola che gli doleva per le urla che aveva lanciato finché non aveva perso la voce, per la maledizione che, ne era certo, era arrivata a segno, sul suo fratello tormentato che mai più sarebbe riuscito a dominare il buio del suo animo…

Tu diventerai un mostro, Saga, diventerai peggio di me e non potrai farci niente! Athena non ti salverà, nessuno di salverà, arriverà il momento in cui la tua parte oscura prenderà il sopravvento e tu diventerai il nemico di colei che tanto ami! Questo ti accadrà, per aver voluto versare il sangue di tuo fratello!

Saga non si era voltato mentre si allontanava, ma Kanon era sicuro di aver avvertito, per un breve istante, qualcosa come un demone che si agitava ghignando, mentre artigliava il cosmo luminoso del Santo dei Gemelli, cercando di aggrapparvisi per contaminarlo… poi Saga era scomparso oltre il promontorio e Kanon era rimasto solo.

Solo. Da giorni e giorni, era solo, con la sua agonia, la sua disperata voglia di vivere, la sua battaglia contro il mare che gli contendeva ogni respiro che riusciva a trarre, mentre si indeboliva per la mancanza di riposo, di cibo, di calore. Da quanto tempo era lì, dietro quelle sbarre che nessuna forza umana, neppure quella di un Santo, avrebbe mai potuto infrangere? Non lo ricordava. A malapena ormai si sentiva cosciente di quando era giorno e quando notte, impegnato com’era a sconfiggere i flutti, sempre più debolmente, perdendo adagio le speranze. Era impossibile farcela, presto sarebbe morto. Avrebbe già dovuto esserlo da un pezzo, anzi, ma stava accadendo qualcosa di molto strano: quando la marea era al massimo, concedendogli non più di pochi centimetri d’aria in quella prigione infernale, e rimaneva così per ore e ore, oltre ogni umana capacità di sopportazione, togliendogli la forza di resistere fino al momento in cui si sarebbe abbassata dandogli nuovo respiro, Kanon sentiva qualcosa, come una forza che lo sosteneva spingendolo su, verso quelle poche boccate d’ossigeno che gli permettevano di restare in vita. In quei frangenti era troppo malridotto per riuscire a capire cosa fosse, quella sorta di cosmo amico, e quando infine la marea scendeva non avvertiva più nulla. La forza che l’aiutava si ritirava insieme ai flutti e Kanon rimaneva di nuovo solo.

Chi sei? Pensò ora, mentre tendeva il viso verso la poca aria rimasta nella prigione. Chi sei tu, che mi vuoi far vivere nonostante la vita per me sia diventata un peso, una tortura inumana?

Non ottenne alcuna risposta. Era solo, nel rumore delle onde che si frangevano sugli scogli. Si tenne più stretto alle sbarre, vi appoggiò la fronte e rimase così, con gli occhi chiusi, odiando ferocemente Saga, Athena, il mondo intero. Neppure avrebbe saputo dire cos’era peggio, se la sua disperata lotta per continuare a respirare o quel rancore bruciante, nato dalle sue ambizioni frustrate, che lo invadeva ogni volta che nella sua prigione regnava un po’ di calma. Io, il gemello oscuro di Saga, non torturato come lui e per questo più forte, ridotto a morire come uno scarafaggio in una bottiglia, dimenticato da tutti… Athena, sarebbe questa la tua giustizia, la tua immensa pietà? E’ questo che ha indotto mio fratello a…

La marea saliva ancora, dilavando l’odio in cambio della disperazione. Kanon non ce la faceva più, quella tortura era troppo, impossibile da sopportare quando sapeva di essere condannato. Tanto valeva cedere, una buona volta, quando ancora possedeva un briciolo di lucidità che gli avrebbe concesso di suicidarsi in maniera onorevole, senza passare per l’indegnità della follia. La sentiva affacciarsi agli orli della sua mente, ridendo e sbavando, sempre più vicina man mano che il mare riempiva la grotta, e non sopportava l’idea di perire così, da pazzo oltre che da traditore… no, meglio lasciarsi andare, una buona volta, permettere al mare di riempirgli i polmoni, ai pesci di divorargli le carni, al suo spirito di riposare, una buona volta. Saga, che tu sia maledetto, che il tuo lato oscuro prenda il sopravvento…

Le dita del giovane lasciarono la presa sulle sbarre. Le sue gambe smisero di agitarsi nello sforzo di mantenersi a galla. Kanon affondò lentamente, il petto in fiamme per lo sforzo inconscio di trattenere l’aria, le tempie che scoppiavano, i timpani che gli premevano il cervello. Quando alla fine l’ultimo fiato gli sfuggì di bocca in un gorgo di bollicine, non provò quasi nessun dolore, a parte il fastidio dell’acqua salata che gli entrava in bocca, nelle narici, scendendo fino ai polmoni che si riempirono di liquido, dandogli la sensazione di avere il corpo foderato di ovatta. Si artigliò la gola d’istinto, sapendo di essere arrivato alla fine, mentre tutto diventava nero.

 

“Mi salvò Poseidone, allora – riprese a dire Kanon, ostile – se fosse stato per Athena, a quest’ora sarei morto, ma la prigione di Capo Sounion non era tale solo per me… anche il dio era stato imprigionato lì, ai tempi del mito…”

Aiolos lo guardava con orrore crescente. “L’hai liberato… pur sapendo che avrebbe provocato il diluvio universale, tu l’hai liberato, per vendicarti di Saga… Kanon, sei peggio che folle. Hai causato migliaia di vittime innocenti, solo perché volevi vendetta! Ti rendi conto delle tue azioni?”

“Oh, risparmiami la predica. Un po’ di morti in cambio del potere, non sarà poi così male.” Kanon ridacchiò al vedere l’espressione dell’altro. “La parete rocciosa della prigione nascondeva il tridente e il vaso ove lo spirito del dio era imprigionato, chiuso da un sigillo tanto logoro che sono riuscito a levarlo senza alcuna difficoltà. E’ stato Poseidone a salvarmi, in quei giorni disperati a Capo Sounion, e io l’ho ripagato dandogli la libertà. Mi sembra equo, non trovi?”

Aiolos digrignò i denti e levò l’arco. “Equo? No, la tua disfatta sarà equa, per Athena, per l’umanità e anche per Saga! Da non credersi, che tutto sia avvenuto a causa tua!”

“Bada a te, Sagittario – l’ammonì Kanon, reindossando l’elmo – non sono più quel che ero. La mia forza ora è pari alla tua, se non addirittura superiore. Sfidi la sorte, attaccandomi.”

La freccia d’oro era incoccata, pronta a schizzare sul suo bersaglio. Kanon strinse gli occhi, concentrandosi, e nell’istante stesso in cui Aiolos lasciò partire il colpo, il Triangolo d’Oro, maledizione delle navi e dei marinai sperduti, inghiottì la freccia gettandola nel nulla dimensionale da cui si poteva ritornare soltanto defunti. Aiolos abbassò l’arco, rendendosi conto del pericolo, ma era già troppo tardi.

 

 

Camus si fermò di fronte alla colonna che emanava un gelo insopportabile per chiunque tranne che per un uomo abituato al clima di Siberia: il sostegno del mar glaciale Artico era rivestito da uno strato di brina che lo decorava come un ricamo finissimo, e le rocce lì dattorno erano tutte ghiacciate, spruzzate di neve. La temperatura avrebbe ucciso in breve tempo un uomo privo dell’armatura. Camus si mise in guardia, perché aveva udito il rumore dei passi del nemico.

Devo riscattarmi, che Athena mi perdoni… sono stato debole e non dovevo, mi sono lasciato intrappolare dai sentimenti… io! Non va bene, non va bene affatto. Un guerriero non dovrebbe mai perdere la calma in battaglia, mai.

“Ben ritrovato, maestro.” Disse il Generale del mar glaciale Artico, uscendo dalle ombre. “E’ molto tempo che non ci si vede. Dal giorno in cui mi procurai questa, per l’esattezza.” E si sfiorò il lato del viso, dove i lineamenti erano sfigurati da un’orribile cicatrice che gli attraversava la mascella fino alla fronte, passando per l’occhio, che era bianco, inespressivo, senza vita. L’altro, invece, scintillava di fredda determinazione, fissandosi sul Santo d’Oro come se fosse un perfetto estraneo, malgrado l’avesse riconosciuto. Camus trattenne il respiro, incapace di credere a ciò che vedeva.

“Isaac.” Disse alla fine, e  fu più un sospiro che una parola. “Ti credevo morto.”

Il suo allievo d’un tempo sollevò un angolo della bocca, sorridendo sardonico.

 

 

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