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La fine di Atlantide

Dopo averli lasciati sulla spiaggia, fradici ma incolumi, Sorrento era sparito di nuovo in mare, dicendo che non avrebbe abbandonato la sua patria nel momento di maggior bisogno. Angela e Darius rimasero fermi un pezzo, senza guardarsi, notando solo che i rovesci alluvionali, tanto insopportabili quando erano partiti, adesso erano ridotti a una pioggerella plumbea e fastidiosa, costante come il sanguinare di una ferita. Il diluvio si stava arrestando.

Alla fine fu Darius a raccogliere lo scrigno di Libra per metterselo in spalla. “Torniamo al Santuario.” Disse, continuando ad evitare di guardare la compagna. Le volse le spalle e prese la via del ritorno, ma si fermò quando lei lo chiamò.

“Darius, mi dispiace… davvero… non volevo ingannarti, ma… ecco…”

Darius serrò le dita sulle cinghie dello scrigno. “Non volevi, eh? Ti sembra una cosa da niente, per poterla omettere con un amico?”

“Non avevo previsto di avere amici nel Santuario… credimi, avrei voluto dirtelo…”

Lui si volse, furioso. “E perché non l’hai fatto, allora? Di cosa avevi paura? E qual è il tuo vero nome, tra parentesi? Neppure lo conosco!”

“Angela, è sempre questo il mio nome, e ti giuro, non ho taciuto perché non mi fidassi… il mio maestro Aphrodite lo sa, lo sa il nobile Aiolos e lo sa anche Athena… mi ero appellata a lei perché mi lasciasse tentare la sorte…”

“Athena ti ha appoggiata in questa follia? Ma perché? Una donna può addestrarsi da Santo, l’hai vista anche tu quella Shaina, e com’è forte! Perché tutto questo… Angela?”

Le parve di ripetere per la millesima volta le stesse parole, e le parve che le sue motivazioni avessero perso ogni forza, quando disse che voleva avere le stesse possibilità che aveva lui, Darius, che questo sarebbe stato impossibile come ragazza… odiò la sua voce, piagnucolosa e supplichevole e ridicolmente femminile, mentre cercava di far capire all’amico cosa l’avesse spinta a rischiare tanto. Quando infine tacque si aspettava altre accuse da Darius, e nel suo stato d’animo di confusione, debolezza e quel nuovo, inaccettabile sentimento che aveva iniziato a provare per un uomo che non poteva amare, temeva che si sarebbe messa a piangere, ma l’amico le chiese qualcosa che la spiazzò completamente: “E’ per questo che te la passavi tanto male, col nobile Aphrodite? Era in collera per essere stato ingannato?”

“Un po’ sì – rispose lei, sorpresa – il nobile Aiolos gli ha detto chi fossi davvero solo dopo che lui mi aveva accettata… il nobile Aphrodite non ha simpatia per le donne.”

Incredibilmente, Darius sorrise, poi fece addirittura una fioca risata. “Poco ma sicuro.” Tacque, tornando serio. “Avresti dovuto dirmelo – ripeté – mi hai fatto fare la figura dello sciocco.”

Era l’umiliazione la cosa peggiore, naturalmente. Quello che bruciava a Darius era non essersi mai accorto di niente, nonostante la stretta amicizia nata tra i due, ma era inevitabile, perché Angela aveva sempre prestato il massimo dell’attenzione a non tradirsi. Darius, dal canto suo, non aveva mai avuto motivo di sospettare nulla e, anche se avesse colto qualche segnale, neppure se ne sarebbe ricordato. Ma dubitava che l’amico avrebbe accettato una simile spiegazione, per quanto logica.

“Non credevo di trovare degli amici, al Santuario – potè solo ripetere – pensavo unicamente all’armatura… e quando abbiamo fatto amicizia, avevo paura di rovinare tutto, dicendo la verità…”

Darius la guardò, a lungo, e Angela dovette sottomettersi a quell’esame impietoso, che nella mente dell’amico andava a sostituire il ragazzino conosciuto fino a quel momento con la figura femminile che da lì in avanti avrebbe dovuto appiccicarle addosso. Distolse gli occhi, sentendoli bruciare per le lacrime.

“Prenderai freddo, lì sotto la pioggia – disse alla fine Darius – torniamo, così ti potrai asciugare.”

“Darius…”

L’altro le volse le spalle e si avviò. Angela gli andò dietro, col cuore grosso. Non sapeva cosa dire, per la verità non sapeva neanche se sarebbe stato opportuno dire qualcosa. Meglio che mi ci abitui, perché quando i Santi torneranno da Atlantide, passerò dei brutti momenti… che ne sarà di me? Non temeva per la propria vita, visto che poteva contare sull’appoggio di Athena e (cosa quasi più importante) su quello del nobile Aiolos, ma sarebbe forse stata allontanata dal Santuario, le avrebbero tolto tutto quel che aveva ottenuto con tanta fatica…

“Perché hai fatto questo, Angela?”

Lei sbattè le palpebre, stupita. “Te l’ho detto, per poter diventare apprendista di un…”

“Non volevo sapere questo – la interruppe Darius con impazienza – ma la ragione per cui sei venuta al Santuario. Perché hai scelto una strada così dura?”

Già, per quale motivo una ragazza dovrebbe decidere di combattere anziché fare la calzetta, eh? Inghiottì la risposta che avrebbe voluto dargli e disse: “Per la giustizia, come tutti quelli che sono qui… desiderio di giustizia, ecco.”

“Spiegati.”

Angela non aveva alcuna voglia di parlare di tali cose, ma preferiva che Darius le rivolgesse la parola, anche solo per interrogarla, piuttosto che la escludesse trincerandosi dietro un silenzio ostile, così sospirò e si decise a dire: “Quando avevo sei anni la mia famiglia fu massacrata… mio padre, mia madre e il mio fratellino che aveva appena cominciato a camminare… forse hai sentito parlare della ‘strage di Lisbona’. Fu un caso che ebbe grande risonanza sulla stampa nazionale, per l’efferatezza della… della modalità, ecco.” Inghiottì il nodo in gola. Lymnades le aveva riportato alla mente ricordi che avrebbe preferito seppellire per sempre. “Io ero andata a giocare da un’amichetta, mi salvai per questo… l’assassino era un criminale latitante, un pluriomicida che si era rifugiato in casa dei miei, aveva trovato mia madre di suo gusto e… beh…”

“Capisco – disse Darius con tatto – non avevi altri parenti?”

“No, sono finita in un istituto collegato con la fondazione Grado, e da lì ho cominciato ad addestrarmi da Santo. Volevo diventare forte.”

“Per vendicarti?”

Angela sorrise tristemente. “L’assassino fu catturato e al processo l’accusa gli imputò tutti e tre gli omicidi, più altri crimini commessi durante la latitanza, avendo cura di farlo condannare per ciascuno. Con cinque ergastoli, non credo uscirà tanto presto, sai?”

“Questo non risponde alla mia domanda.”

Angela alzò le spalle. “A ritrovarmelo davanti, dubito che gli chiederei di bere qualcosa insieme in nome dei bei tempi andati, se è questo che intendi. Ma sta scontando la sua pena, quindi diciamo che ho avuto giustizia, per quel che se ne può avere, quando perdi tutto.”

Darius non disse nulla. Angela gliene fu grata. “Comunque sì, possiamo dire che voglio vendicarmi… se diventassi abbastanza forte potrei impedire che succeda di nuovo, a me o ad altri… tutto qui.”

“Diventare forte – commentò Darius – è questo il tuo desiderio? Ne sei ossessionata al punto da mentire a chi ti è amico?”

“Farei qualunque cosa per diventare forte.” Replicò Angela recisamente, senza riflettere. “Tu non puoi capire.”

“Forse no – ammise Darius, in tono sarcastico – dopotutto io, i miei genitori non li ho conosciuti affatto. Rispetto a te, ho avuto fortuna… e che fortuna!” Raddrizzò le spalle assestandosi meglio addosso lo scrigno della Bilancia e si avviò senza più voltarsi, lasciando Angela indietro, mortificata.

Speriamo che la freccia d’oro basti, per abbattere il sostegno principale, pensò a sproposito, visto che le armi di Libra le abbiamo riportate indietro… speriamo ci riescano. Deglutì, guardando la schiena di Darius che si allontanava. Lui non ha reagito così, quando ha scoperto la verità… non l’ha presa sul personale. Non c’è niente di personale, maledizione, Darius, ognuno sceglie ciò che gli sembra meglio, anche se è un errore, ma tutti cerchiamo di fare ciò che possiamo! Credi che la sola strada giusta sia quella che percorri tu?

Riprese a camminare, rabbrividendo per il freddo dell’acqua sulla pelle nuda.

 

Milo sputò sangue mentre si risollevava con penosa lentezza, faticando come mai aveva faticato in vita sua. E’ questo il potere di un dio, pensò, ed è Poseidone l’ultimo ostacolo a porsi tra Athena e la salvezza…

Negli occhi di Julian Solo vi erano le profondità abissine d’un dio contrariato. “Vattene, uomo – gli disse, puntandogli contro il tridente – non desidero la tua morte, a meno che tu non insista nel tuo insensato accanirti.”

“Allora… è come dire che vuoi la mia morte, Poseidone – replicò Milo, costringendosi a stare ritto, in posizione di attacco – perché finché avrò fiato in corpo, i miei sforzi saranno tutti volti a salvare Athena.”

La Cuspide Scarlatta, un lampo purpureo nella penombra del tempio, arrivò sul bersaglio senza errori, ma l’attimo dopo Milo si sentì trafiggere dal dolore più spaventoso che avesse mai provato in vita sua. Gridò, barcollò e si afferrò la spalla, nella quale pareva divampare un incendio. Sul coprispalla, rimasto integro dopo la battaglia con Cavallo del Mare, spiccava un minuscolo foro rotondo, come il segno lasciato da un chiodo. Una ferita da niente.

La voce di Poseidone era quieta come il mare di notte. “Questa è la sorte che incorre a chi compie la blasfemia di attaccare un dio, Santo di Athena: qualunque colpo tu possa lanciare, ti si ritorcerà contro, giacché nessun uomo può ferire una divinità.”

Se non altro, adesso so esattamente quanto è efficace il mio colpo… Milo si sforzò di superare il dolore e rimettere a fuoco quel nemico insormontabile che lo fronteggiava. Sentiva il sudore scendergli a rivoli lungo le tempie, e il braccio offeso dalla Cuspide Scarlatta perdeva rapidamente sensibilità. Non importa, non importa. Subirò tutte e quindici le punture, se necessario, ma non arretrerò d’un passo.

Sollevò la mano per lanciare un altro colpo. Dubitava che sarebbe servito, ma cos’altro poteva fare? Rimaneva la speranza di coglierlo di sorpresa… forse, se ne avesse lanciati tre o quattro insieme…

“Rassegnati all’evidenza, uomo.” La voce di Poseidone era pacata, perfino rammaricata, mentre Milo cadeva dopo aver ricevuto le sue Cuspidi, perché il sistema nervoso era stato troppo gravemente leso per permettergli di costringere i muscoli a continuare a svolgere il loro compito. Quando il dolore è insopportabile, nessun organismo riesce a vincerlo, e la Cuspide Scarlatta era, di tutti i colpi esistenti, quello che più faceva soffrire. “Ogni tuo attacco ti si ritorcerà contro, fino ad ucciderti. Così vuole il mito… e tu, uomo, cosa puoi fare contro il mito?”

Gli scaglierò l’Antares… anche se tornerà indietro… anche se fallirò… qualunque cosa sarà meglio che rimanere qui ad agonizzare, come un insetto trapassato da uno spillo…

Bruciando il cosmo con tutta la forza di volontà del suo Settimo Senso, Milo si rialzò. Le sette colonne erano abbattute, i suoi compagni sarebbero arrivati entro breve, e anche il suo cadavere avrebbe potuto essere loro utile… avrebbero veduto qual era il potere di Poseidone, e ciò forse li avrebbe messi sull’avviso…

“Che maniera sudicia di fare l’eroe, custode dell’Ottava. Se desideri morire, fallo decentemente nel tuo letto, senza chiasso: le morti in battaglia sono talmente disgustose, così insanguinate…”

Era un aroma più che un cosmo, un aroma dolcissimo e letale al tempo stesso, profumo di rose e di pura bellezza che splendeva come oro zecchino, mentre Aphrodite emergeva dalla penombra e giungeva al suo fianco. “Stanno arrivando tutti – lo informò, senza aiutarlo – abbi pazienza per qualche istante ancora.”

Il cosmo del compagno era come un balsamo sulle ferite della Cuspide Scarlatta, non perché l’altro volesse soccorrerlo, ma perché la speranza di un attacco congiunto era talmente benefica per l’animo prostrato di Milo da dargli la forza di dominare il dolore che i suoi nervi impazziti continuavano a trasmettere al cervello. Riuscì perfino a dedicargli un sorriso sardonico.

“Mi sembri un po’ trasandato, custode della Dodicesima… non sei in condizione di dire certe cose…”

Aphrodite si gettò indietro i lunghi capelli, arruffati e spettinati dalla battaglia contro Io di Scilla. La sua armatura era attraversata da crepe, come se l’avessero sottoposta a una tremenda pressione, ma il corpo del Santo pareva pressappoco illeso. “Lascia tentare me. Laddove non giunge la forza bruta, forse riuscirà la bellezza.”

“Non c’è tempo – replicò Milo, stizzito per la boria nelle parole di Aphrodite – Athena sta morendo: non hai sentito il suo canto, poco fa?”

Un cosmo d’oro splendente, affilato come una lama, tagliò l’ombra del tempio di Poseidone, e l’attimo dopo Shura fu loro accanto. Teneva le palpebre serrate e parlò senza volgere la testa nella loro direzione. “Tutti l’abbiamo sentito – disse – e per questo dobbiamo essere sicuri che il nostro attacco sarà efficace, Milo. Farci uccidere uno ad uno non servirà a salvarla.”

Il Santo dello Scorpione fissò il volto contratto del compagno, con orrore crescente. “Shura… tu sei… sei cieco!”

“Ho sconfitto un nemico valoroso, e ciò ha richiesto un prezzo alto – replicò il Santo del Capricorno – non importa. Se salverà Athena, la luce dei miei occhi è un prezzo più che accettabile, anche se in verità mi auguro sia una condizione temporanea.”

Volse il capo in direzione di Poseidone. Non aveva alcun modo di sapere che la figura di Julian Solo si trovava proprio in quel punto, ma il cosmo del dio era talmente forte, come un faro acceso nella nebbia, che a Shura non occorreva la vista, per rendersi conto della posizione del nemico. Questi, dal canto suo, pareva profondamente annoiato.

“Athena non può più essere salvata, stolti mortali – disse, puntando loro contro il tridente – è morta, e voi non avete più ragione di rimanere qui. Sì, è vero, poco fa ha cantato…” Il dio si volse verso la colonna principale, il sostegno portante di Atlantide, e per un istante sul suo viso sereno passò un’ombra di inesprimibile tristezza. “…ma poi ha smesso per sempre.”

“Palle.” Death Mask arrivò, camminando con tutta calma, e per un breve istante il dolce profumo del cosmo di Aphrodite e la luce splendente di Shura vennero inghiottite da una tenebra nella quale si agitavano spiriti irrequieti, come fuochi fatui immersi in un dolore senza speranza, la bocca dell’oltretomba nella quale il Santo di Cancer si muoveva con disinvoltura, sempre con quel suo ghigno sardonico, che già pregustava la battaglia e il sangue. “E comunque, anche se fosse, non cambia niente. Lo sai benissimo da te.”

Poseidone si accigliò. “Cosa vuoi dire, mortale?”

Death Mask si portò al fianco dei compagni. Milo vide che aveva un copribraccio completamente distrutto, il ventre intriso di sangue, e pensò che perfino lui, il più spietato tra i Santi di Athena, aveva pagato cara la distruzione di una delle colonne. “Che Athena sia viva o morta non fa alcuna differenza. Cosa importa, a questo punto? Le inondazioni sono state fermate, il tuo regno cade a pezzi. Quanto alla nostra dea, si reincarnerà, forse domani, forse tra cent’anni… l’unica cosa che conta, ora – Death Mask sogghignò – è che tu morirai.”

La risata di Poseidone suonò sommessa e beffarda. “Atlantide può essere ricostruita, stolto umano. Vedo che la presunzione non vi manca, Santi di Athena, perciò venite pure, anche tutti insieme. Vi manderò dalla vostra dea, così potrete continuare a servirla, dal paradiso dei cavalieri!”

I passi che si avvicinavano dall’entrata del tempio stavolta non appartenevano più a un solo guerriero, e prima ancora di vedere chi fosse giunto Milo aveva riconosciuto il ruggito dorato del leone, il limpido ghiaccio che per un istante raggelò l’aria circostante e, infine, la luce che dissipò definitivamente la tenebra, come il palpito d’ali d’un angelo capace di rischiarare la notte infernale più profonda, cupa e  desolata. La freccia dorata scintillò come un raggio di sole nel regno sottomarino, quando Aiolos l’incoccò, senza indugiare un solo istante.

“Cosa ti è accaduto, Camus?” Chiese Milo turbato, vedendo che la proverbiale flemma dell’amico era stata sostituita da un’espressione cupa, che riempiva il suo volto di ombre. Se fosse stato ferito in battaglia, il Santo dello Scorpione non si sarebbe preoccupato eccessivamente, ma il dolore che gli leggeva nei lineamenti non era quello che sgorgava con il sangue, bensì con le lacrime. L’animo di Camus era straziato e Milo non se ne spiegava la ragione.

“Sono lieto di ritrovarti in vita, amico mio.” Rispose il santo dell’Acquario, senza guardarlo. Si fermò accanto ad Aiolos, la cui freccia puntava verso Poseidone.

“Andate – ordinò loro il Santo del Sagittario – abbattete la colonna principale e salvate Athena. Con lui me la vedrò io.”

“Non puoi vincere da solo contro un dio, fratello!” protestò Aiolia, senza lasciare il suo fianco. Aiolos ebbe un leggero sorriso.

“Ho promesso non di vincere, ma di salvare costui, e intendo mantenere la parola data. Julian Solo è posseduto dallo spirito di Poseidone, è solo un’altra vittima: ucciderlo sarebbe un atto iniquo. Ora andate, salvate la dea!”

“Fratello…” prese a dire ancora Aiolia, ma Shura gli posò una mano sul braccio, scuotendo la testa, e il Santo del Leone ammutolì: si rendeva perfettamente conto anche lui che la priorità era salvare Athena, il loro dovere, la loro ragion d’essere. Con un sospiro, volse le spalle ad Aiolos.

“Quando scoccherò la freccia, oltrepassate Poseidone – disse questi – e distruggete il sostegno principale, con tutta la forza dei vostri colpi. Voi potete, siete Santi d’Oro. La vittoria… è… prossima!”

La freccia di Sagitter abbandonò il suo proprietario a quell’ultima parola e, altrettanto rapidi, i Santi d’Oro schizzarono verso Poseidone, il quale non potè in alcun modo fermarli: vedendosi così aggredito, il corpo mortale di Julian Solo reagì ritraendosi, solo per un brevissimo attimo prima che Poseidone ne riprendesse il controllo, ma quell’attimo fu fatale, perché i Santi di Athena riuscirono a superare il dio, verso la colonna principale che era il loro obiettivo.

“Ce l’abbiamo fatta!” Esclamò trionfante Aiolia, e anche se i compagni percepirono distintamente le parole, esse in realtà non furono pronunciate ad alta voce, giacché muovendosi a una velocità prossima a quella della luce sarebbe stato impossibile che le onde sonore potessero raggiungerli in tempo. Ma la gioia nel cosmo del Leone era la loro, e nessuno si volse a guardare Poseidone, che era rimasto immobile, dopo che la freccia di Aiolos aveva colpito il suo elmo, strappandoglielo via dal capo.

Aiolos abbassò l’arco, guardingo. Non aveva colpito per uccidere, forse per questo era andato a segno con tanta facilità… il sangue che colava dalla fronte di Poseidone era poco, la ferita soltanto un graffio. Non voleva uccidere Julian Solo.

Il dio era immobile.

“Chi sei?” Chiese il Santo del Sagittario in un sussurro, inquieto. L’espressione su quel viso era immota come quella di un manichino, sembrava che entro quel corpo non vi fosse più nessuno, né Poseidone, né Julian, né vita, né morte. Nulla. “Chi sei, adesso? Sei colui che devo salvare o colui che devo sconfiggere? Chi sei?”

Non ottenne risposta.

 

Chi sei?

Chi sei tu?

Chi sei, Poseidone, Julian, da dove vieni?

Chi sei, tu, dio o mortale, mortale o dio, chi sei tu, dopo quella notte, quando vedesti la fanciulla più bella su cui avessi mai posato gli occhi, dopo che lei ti respinse, cosa accadde quella notte, dopo che vedesti il bagliore a Capo Sounion, dopo che impugnasti quel tridente, quando la tua memoria si confuse… chi sei, prigioniero o divinità, sei tu la vittima o il carnefice, se un dio o un misero essere umano…

Chi sei?

Lo sai, chi sei?

Lo sai?

Sì, lo sai… lo so… questo sangue che scorre mi dice chi sono… io sono… io sono…

…sono… un uomo…

…no…

…sono…

…io sono…

…sono un dio…

 

“Colpiamo tutti insieme – consigliò Shura – così avremo maggiori possibilità di successo. Se per abbattere una sola colonna è servita la potenza di due Santi d’Oro…”

“Come sarebbe, due Santi?” chiese Aiolia piccato, e Milo non seppe trattenersi dal rimbeccarlo.

“Certo, genio, il tuo colpo unito alle armi della Bilancia, fanno due Santi, non uno! Mi spiace di ferire così i tuoi sentimenti, ma…”

“Smettetela – la voce di Camus era stanca – ha ragione Shura. Colpiamo tutti insieme, siamo in sei: formeremmo la forza di non una, ma ben due Urla di Athena, e se esiste un potere più grande al mondo, io non lo conosco.”

Gli altri Santi d’Oro fremettero brevemente nel sentir parlare del colpo proibito, ma Camus aveva ragione e, anche senza dover giungere a tanto, sei Santi d’Oro erano una potenza inarrestabile. Senza più indugiare, si disposero intorno alla colonna principale e cominciarono a bruciare il cosmo, dando fondo a tutte le energie. Il potere dei sei Santi si espanse per tutto il tempio, come calore da un fuoco, come una corrente nella quale i paladini di Athena rimanevano stretti l’uno all’altro, per non perdere il contatto, la sincronia, la perfezione necessaria ad abbattere il sostegno principale.

Quasi ci siamo… Aphrodite è lievemente più indietro… no, anche lui ha raggiunto la pienezza del Settimo Senso… Camus stenta a concentrarsi, non capisco cosa gli sia accaduto, spero nulla di irreparabile… Aiolia, stupido, smettila di precedere gli altri, i nostri colpi devono avere tutti la stessa potenza, è inutile che tu raggiunga lo stato ultimo da solo… oh, l’hai capita… bene… sempre la tua solita precisione, Shura… e Death Mask… bisognerà compensare il suo colpo, è stato ferito piuttosto seriamente, non può fare meglio di così… ora… ci siamo… adesso… e…

Milo chiuse gli occhi, preparandosi a lanciare l’Antares, ma in quello stesso istante fu come se il mondo, alle sue spalle, esplodesse in una vampata di calore accecante, assordante, soverchiante, un fuoco liquido che gli ustionò la schiena con tanta violenza da farlo urlare, perché avvertì distintamente l’armatura che si fondeva, metallo rovente sulla pelle, e si ritrovò scagliato a terra insieme a tutti i compagni, a contorcersi per il dolore nella sua stessa corazza, ora divenuta una trappola incandescente. Nella sua mente sconvolta e incapace, almeno per il momento, di qualunque pensiero razionale, parlò solo una voce, non la sua, non quella di Athena, non speranza ma disperazione, la disperazione degli abissi marini più profondi…

Io sono un dio.

 

Kanon, ormai privo di tutto tranne che del suo nome, cadde in ginocchio, sopraffatto dalla forza inimmaginabile di quel cosmo che gli si riversò dentro l’animo, attraverso le squame dorate che ancora indossava. Era un cosmo salato come la marea che quasi l’aveva ucciso, tredici anni prima, era il gelo delle alluvioni e il nero degli abissi, era la furia di Poseidone che si era infine ridestato completamente, che aveva preso il corpo di Julian Solo e che avrebbe preso le vite di tutti loro, inclusa quella di Athena, ormai così flebile, così vicina a spegnersi del tutto… com’era amaro il sapore della consapevolezza.

No, non è questo il cosmo che mi salvò, non è questo, questo è ciò che stava per uccidermi, e io non l’ho capito, Athena, io non l’ho capito, perdonami se puoi, anche se non sono degno di chiedere perdono per quel che ho fatto… tu non sai… non sai cosa ti aspetta, cosa dovrai affrontare se anche riuscirai a sfuggire a questo…abisso…

Soffocava dentro quelle maledette squame, e se le strappò convulsamente di dosso, con tanta furia da ferirsi più volte, senza badarci affatto, perché la sola cosa che voleva era liberarsi di quel cosmo tremendo, prima che lo facesse annegare com’era quasi riuscito a fare già una volta, se Athena non l’avesse salvato. Come ho potuto sbagliare così, Athena? Come ho potuto? Perché mi hai permesso di vivere, perché non mi hai ucciso allora, prima che io tentassi di distruggere te?

Il livello delle acque si alzava lentamente, dopo la distruzione delle sette colonne, e Kanon vide minuscoli pesci nuotargli intorno alle mani immerse nella melma. Così come volesti salvare me, stai tentando di salvare Julian Solo… anche se dovesse costarti la vita, è questo che stai cercando di fare, adesso, ma i tuoi Santi hanno risvegliato del tutto Poseidone… non possono farcela contro un dio… moriranno, e tu con loro… oh, Athena…

Il sale gli bruciava la bocca, gli bruciava lo stomaco, gli bruciava l’animo. Cosa aveva detto Sorrento? Lasciarti vivere sarà la punizione peggiore, Kanon. Oh, com’era vero. Vivere in quel modo, anche solo per pochi istanti dopo che Poseidone si era risvegliato, era un pensiero insopportabile. Kanon gemette, chiuse gli occhi e si portò la mano alla gola. Un solo colpo di quelle mani salde come roccia, e avrebbe avuto la pace eterna, l’oblio, oppure l’espiazione negli inferi. Qualsiasi cosa andava bene. Qualsiasi cosa era meglio che vivere.

Perché vuoi farlo?

Kanon sbattè le palpebre, perplesso. Qualcosa si erano introdotto in lui, superando il muro salato di Poseidone, l’abisso della sua disperazione, ed aveva gettato un piccolissimo raggio di luce nella landa desolata che era divenuta la sua anima, dopo che Aiolos l’aveva costretto a guardare in faccia la realtà. Perché vuoi farlo? Perché getti la tua vita, così preziosa, così unica?

“La mia vita… Athena…” Kanon esalò un lungo respiro, incapace di fare qualsiasi cosa, anche di pensare.

La tua vita è unica e preziosa, non puoi gettarla scioccamente proprio adesso che hai riconosciuto il tuo errore. Se muori avrai vanificato tutti i miei sforzi, perché mi fai questo, Kanon?

“Athena… io… non…” Kanon inghiottì il nodo enorme che aveva in gola e riuscì in qualche modo a parlare di nuovo. “Io non merito di vivere… non dopo aver maledetto Saga rivoltandolo contro di te… non dopo aver causato tutto questo… a te, che mi hai salvato…”

E che beffa sarebbe, se tu morissi ora, Kanon? In quest’ora i miei Santi stanno combattendo per salvarmi, affrontando la collera di un dio. Kanon, perché vuoi morire adesso che ho così bisogno di te?

“Non si può più sconfiggere Poseidone, Athena… si è risvegliato del tutto… è un dio, e nessun mortale, neppure i tuoi Santi d’Oro, possono vincere un dio…”

Ti sbagli, Kanon.

“Ma, Athena…”

Ti sbagli. Esiste un modo per sconfiggerlo, e tu lo sapevi, ma l’hai dimenticato. Vi è una facoltà, una meravigliosa facoltà concessa agli uomini, che permette loro di compiere azioni quasi divine, in determinate circostanze.

Kanon si morse le labbra. Se Athena avesse voluto vincere, avrebbe dovuto soltanto ordinare ai Santi d’Oro di uccidere immediatamente Julian Solo, ma lei voleva salvarlo, come aveva già salvato lui… Athena era così. E tu, fratello mio, l’avevi capito da ben prima di me, per questo le sei rimasto accanto… ma adesso… come pensi di fare, adesso?

“Punti tutto su questo, Athena? – sussurrò – punti tutto su quest’unica possibilità concessa ai tuoi Santi, dunque. Il dono che hanno ricevuto, e che permette di conservare la speranza quando tutto appare perduto…”

E’ così, Kanon. A volte accade, a volte può avvenire un miracolo. Gli uomini sono meravigliosi per questo, perché la speranza che non smettono mai di nutrire può far avverare anche l’impossibile. Se la perdi, tu non sei più un uomo, ed io allora chi avrei salvato?

Kanon tolse le mani dall’acqua sporca, facendo fuggire tutti i pesci. Lanciò una breve occhiata all’armatura del Dragone del Mare, le squame che per tredici anni erano state sue, poi si rimise in piedi, raddrizzò le spalle e si avviò verso il tempio di Poseidone, senza più voltarsi indietro. Di colpo si sentiva molto sereno, perché adesso sapeva esattamente chi era.

 

La freccia d’oro era tornata nelle mani di Aiolos, perché il suo proprietario aveva ancora bisogno di lei, e il Santo del Sagittario l’incoccò nuovamente, gridando il nome del dio che ora gli dava le spalle, dopo aver scagliato tutto il devastante potere marino del suo tridente contro i guerrieri disposti intorno al sostegno principale.

Li ha abbattuti insieme, sei Santi d’Oro, e lui li ha fermati con un sol colpo… non è più Julian, adesso, è diventato un dio…

Poseidone girò appena la testa verso di lui. Quando parlò, la sua voce era diversa, una diversità data dal fatto che a parlare, adesso, non era più Julian Solo posseduto da Poseidone, ma Poseidone che modulava le parole secondo le profonde inflessioni della sua natura divina.

“Abbassa quell’arco, mortale: è finita. La tua dea è morta, i tuoi compagni sono stati abbattuti, e tu li seguirai entro breve tempo. Smetti di ribellarti all’ordine costituito dagli dei, e forse sarai perdonato.”

Aiolos ignorò la fitta di panico al pensiero che fosse troppo tardi, che Athena ormai fosse perduta. Non era il momento di pensare, quello. “L’ordine costituito dagli dei? O piuttosto la tua ambizione, in nome della quale sei disposto a massacrare milioni di innocenti? No, Poseidone, non abbasserò l’arco, e non lascerò che continui la tua opera, dovesse costarmi la vita!”

Il dio si voltò, fronteggiandolo, col pesante mantello che ondeggiò sulle sue spalle, come la burrasca imminente. “Desideri morire ribellandoti all’Olimpo, dunque. Bene, sono certo che negli inferi di Hades vi sia un luogo perfetto per quelli come te.” E, senza aggiungere altro, puntò il tridente contro Aiolos.

Athena, se ancora vivi, concedimi di superare le mie forze, perché nessun uomo può vincere contro un dio… ma non è neppure la vittoria a interessarmi, adesso… concedimi di guadagnare tempo perché i miei compagni possano abbattere il sostegno principale e salvarti, a prezzo della mia vita, non importa… Athena!

La freccia d’oro splendeva come una delle folgori di Zeus, quando il padre degli dei le afferrava con le mani per scagliarle in terra, e come il padre degli dei, Aiolos per un istante splendette di una luce ultraterrena, più sfavillante del cosmo dorato di un Santo, più infinita delle galassie, come se il Santo del Sagittario fosse divenuto Zeus egli stesso…

E’ così, figlio mio, tu il più puro tra i Santi devoti ad Athena, la mia figlia prediletta in quest’epoca di caos, solo tu sei degno di portare, seppure per un breve istante, il nome che portai io in questa terra, fino al giorno della mia morte. Brucia il tuo cosmo, Aiolos, perché i tuoi compagni si stanno già rialzando ed è tempo che tu raggiunga lo stato ultimo, che tu ottenga ciò che soltanto al sommo sacerdote è concesso, per combattere la battaglia più crudele, quella che vi attende al Santuario!

Aiolos si sentì quasi soffocare, quando il suo cosmo si espanse a livelli che mai avrebbe creduto possibili per un essere umano, un cosmo che trascendeva il Settimo Senso, una consapevolezza della vita e della morte che pervase ogni cellula del suo organismo, dalla punta dei piedi fino alla punta dei capelli, ogni poro della pelle e ogni fremito dei suoi muscoli tesi allo spasmo, che si diffuse perfino alla sua ombra, l’ombra della morte che adesso non temeva più, perché se n’era impadronito, del miracolo concesso solo a chi sapeva superare la propria fine

(ne avremo bisogno, oh sì, nella Guerra Sacra che sta per scoppiare, ne avremo bisogno tutti quanti, Padre Celeste, che prova terribile attende tutti noi)

giungendo in vita nell’aldilà, per continuare la sua battaglia… Aiolos strinse le dita sulla corda dell’arco, non più intimorito, non più semplicemente speranzoso, ma certo della vittoria, perché adesso sapeva che neppure la morte poteva fermarlo. Niente l’avrebbe fatto.

Arayashiki, l’Ottavo e il più elevato di tutti i sensi… è qualcosa che si può ottenere soltanto bruciando il proprio cosmo fino al limite estremo delle stelle, solo superando la morte…

Azzurro e oro, galassia e armatura, vita e morte, la fine e l’inizio del miracolo, tutto finì per convergere sulla punta della freccia d’oro, quando il Santo del Sagittario, che per quei brevi attimi non era più uomo ma voce, espressione e volontà del Padre di Tutti, scoccò a una velocità superiore a quella della luce, divenendo pura energia, tanto possente che neppure Poseidone potè fare alcunché per fermarla. Nel suo stato di divinità umana, Aiolos vide distintamente la freccia che puntava al petto di Poseidone, così rapida che nessun occhio al mondo, neppure quello di un Santo d’Oro, avrebbe mai potuto scorgerla, e ricordò che Athena non voleva la sua morte, né quello era il loro compito.

Fu questione di pura volontà, perché Aiolos inducesse la freccia a deviare leggermente la sua traiettoria, in modo che solo sfiorasse il corpo di Poseidone, come una cometa che sfreccia nei cieli, e proseguisse la sua corsa verso il sostegno principale. Vi fu un minuscolo lampo dorato, poi la freccia sparì entro la colonna.

L’immensa forza divina che l’aveva sostenuto fino a quel momento scomparve, e Aiolos barcollò sotto il peso improvviso del suo corpo mortale, ferito e sfiancato dalle battaglie. Nella sua mente non vi era più l’esaltazione ultraterrena dell’uomo che ha ottenuto lo stato più elevato cui si possa accedere, in vita e in morte, ma soltanto la profonda spossatezza di un organismo arrivato al limite.

L’essere umano non è fatto per raggiungere l’Arayashiki in vita… vogliano gli dei che non sia mai più costretto a tanto, né io né i miei compagni…

Il suo cosmo palpitò brevemente e Aiolos rialzò la testa. Sbattè le palpebre, perplesso: davanti a lui, evanescente come un fantasma, c’era un uomo anziano dai lineamenti orientali vestito di un kimono tradizionale, una visione assolutamente incongrua con tutto quel che era appena accaduto; ma il santo lo riconobbe immediatamente. Adesso si spiega perché abbia lasciato tutto ad Athena, quando è morto, pensò.

Il vecchio sorrise. “Hai fatto proprio un buon lavoro, ragazzo.”

E sparì.

 

Il dolore inumano, insopportabile, dell’armatura che gli si fondeva addosso, scivolò via come schiuma, come acqua fresca, e Milo riuscì finalmente a respirare senza sentirsi invadere dalla sofferenza. Era scomparso tutto, anche il dolore delle ferite antecedenti a quell’attacco. Alzò la testa e vide accanto a sé Death Mask, già ritto sulle ginocchia, che si tastava la zona del ventre non protetta dall’armatura, dove il sangue si era rappreso su una benda improvvisata. Dalla forza con cui premeva e dalla sua espressione perplessa, Milo capì che si chiedeva cosa ne fosse stato della sua ferita.

Si tirò su a sua volta, rendendosi conto con il dolore del proprietario che la sua armatura era davvero semifusa, ridotta in condizioni pietose, spezzata in più punti e bisognosa di una riparazione al più presto. Le corazze dei compagni non erano in condizioni migliori, ma tutti si stavano rialzando guardandosi intorno stupiti, come se non si capacitassero di essere ancora vivi.

“E’ stato Poseidone a…” cominciò a dire Aiolia, ma si interruppe immediatamente, perché l’aveva sentito. Tutti loro lo sentirono, e come un sol uomo si volsero, ignorando il rombo dell’acqua che cresceva, perché adesso il sostegno principale era crollato e più nulla tratteneva le acque, che si riversavano in Atlantide come una cascata quando si sollevano le chiuse.

Si volsero verso Athena.

Veniva avanti camminando lentamente, senza curarsi del livello dell’acqua che saliva rapidamente, coi capelli bagnati che le aderivano ai lati del viso, alle spalle, al seno, il vestito fradicio che la rendeva ancora più minuta e delicata di quanto non fosse già di natura. Sembrava infinitamente fragile, infinitamente bisognosa di protezione, ma nessuno tra i suoi Santi si mosse per sostenerla, perché i suoi occhi erano gli occhi di una dea. Una dea che non aveva bisogno d’aiuto, non adesso che fronteggiava finalmente Poseidone, tenendo tra le mani un vaso finemente cesellato, dai manici elegantemente incurvati. Milo si volse a guardare il dio nemico e gli vide in volto la paura.

“E’ finita, Poseidone – disse Athena con voce chiara – torna a dormire. Non era la tua volontà, di risvegliarti in quest’epoca.”

Il dio nemico strinse tra le dita il suo tridente. “Vuoi scherzare, spero! Così vicino alla vittoria, e pensi che rinuncerò? Sei pazza, Athena!”

Scagliò la sua arma contro la fanciulla, tanto rapido che colse tutti di sorpresa, ma vi fu come un lampo, un movimento velocissimo, e la scena seguente fu Athena che guardava con occhi terrorizzati l’uomo stramazzato a terra davanti a lei. Neppure indossava un’armatura, perciò l’arma di Poseidone l’aveva trafitto senza misericordia, e Kanon sputò sangue mentre crollava.

“No!” Per un istante Athena tornò la fanciulla adolescente che era, e si chinò per soccorrerlo, sostenendogli la testa e afferrando il tridente per strapparlo via. Kanon le fermò le mani.

“Non lordatevi col mio sangue… Athena…”

“Non era necessario, Kanon – Milo vide che la fanciulla aveva le lacrime agli occhi – non c’era bisogno che lo facessi… che…”

“Che espiassi la mia colpa? Che cominciassi ad espiarla? Era necessario, invece… per poter implorare il vostro perdono…”

“Aiolos!” La voce di Athena si alzò a un tono quasi isterico, e mai Milo l’aveva vista più lontana dal ruolo divino che impersonava, spaventata com’era dall’idea che il traditore del Santuario morisse lì, tra le sue braccia. Sentì di amarla ancora di più, per questo. “Aiolos, vieni! Aiutami!”

Il Santo del Sagittario fu subito al suo fianco.

“Aiutalo, salvalo, riportalo in superficie! Ti prego!”

A nessuno parve strano che si rivolgesse proprio a lui, né Milo fu stupito di vedere il Santo del Sagittario che sollevava tra le braccia quel nemico implacabile, promettendo che avrebbe fatto il possibile per salvarlo. Cosa ti è successo, Aiolos? Sei sempre stato il più valoroso tra tutti, ma adesso c’è dell’altro… sei… superiore…

“Che scena patetica, Athena.” La voce di Poseidone li fece voltare tutti. “Non sei cambiata dai tempi del mito, pretendi di non sacrificare mai nessuno… ed è questo che mi darà la vittoria, non comprendi? Perché tu vuoi salvare anche Julian Solo, ti illudi che lui esista ancora in questo mondo, e ciò ti legherà le mani. Io sono libero di colpirti, tu non oserai fare altrettanto con me!”

Il cosmo di Poseidone era vasto come gli abissi, e Milo rabbrividì ricordando come li aveva atterrati tutti, senza sforzo alcuno, ma solo per un istante, perché la luce gloriosa di Athena si diffuse per il reame sottomarino ormai devastato, mentre le acque franavano su di loro dal mare soprastante.

“Sei tu che non comprendi, Poseidone. Questo vaso è la tua sconfitta.” E, con queste parole, Athena sollevò il coperchio.

Accadde tutto molto in fretta.

Poseidone gridò, maledisse Athena e le predisse l’ostracismo di tutti gli dei dell’Olimpo, urlò e urlò con la voce di Julian Solo, e poi con la sua voce, perché lo spirito del dio fu strappato via da quel corpo, che cadde a terra privo di sensi, mentre Poseidone, un’onda di marea carica di energia cosmica, veniva risucchiato all’interno del vaso. Athena vi posò sopra il coperchio, con tanta tranquillità che ci mancò poco che Milo non scoppiasse in una risata isterica. Così semplice era, dunque, dopo tanti sforzi!

“Forse è come dici tu – mormorò la fanciulla – e sono destinata a combattere contro tutti i miei fratelli e sorelle… ma non posso evitarlo, né lo desidero, perché è con questa missione che sono rinata a nuova vita, Poseidone.”

Le acque ormai erano una violenza devastante, che distruggeva le maestose costruzioni del regno sottomarino. Shura si avvicinò ad Athena pregandola di affrettarsi, che non c’era più tempo, ma gli occhi della giovane erano rivolti al corpo di Julian Solo, che veniva trascinato via dai flutti.

“Dobbiamo salvarlo!” gridò, ma la sua voce fu quasi sommerso dall’urlo dei mari che piombavano loro addosso. Milo cercò di voltarsi per provare almeno ad ubbidire all’ordine, ma non riuscì minimamente a contrastare la furia dei sette oceani privi del contenimento delle colonne di Atlantide.

“Athena, non possiamo fare nulla per lui, dobbiamo andare subito!” La voce di Shura era l’espressione del pensiero di tutti loro, e Athena scoppiò in lacrime proprio come una qualunque fanciulla… lo era, dopotutto. Lei ha sofferto più di tutti noi, non ce la fa più… sollevala di peso e fuggiamo subito, Shura!

“Non temere, Athena. Lo riporterò io in superficie, a qualunque costo.”

Tra i flutti implacabili Milo scorse un guizzo, forse un cavaliere, forse una sirena… il corpo di Julian Solo non fu più in balia delle acque, e scomparve verso la luce che proveniva dall’alto, la salvezza.

E poi Milo non ricordò più niente.

 

La pioggia era cessata. Il sole cominciava a stracciare le nuvole nere, trafiggendole coi suoi raggi e accendendo di mille riflessi luccicanti il mondo inondato dalle acque di Poseidone.

Sta tornando… è vittoriosa… ce l’ha fatta, ha sconfitto un dio, e tu non sei un dio, ma un traditore, un cospiratore, un…

“Taci – sussurrò Saga – lei adesso è indebolita, i suoi Santi anche, è il momento perfetto per attaccare e vincere. Poseidone non poteva fornirmi miglior servigio di questo.”

No, non vincerai, non puoi, i Santi sanno, tra loro vi è chi sa… loro ti fermeranno…

La ragazza distesa accanto a lui si mosse nel sonno, mormorando qualcosa, il bel viso atteggiato a un sorrisino soddisfatto. Saga gettò da parte le lenzuola e posò i piedi a terra, tremando violentemente in tutto il corpo. Perché lui non lo lasciava in pace? Andava tutto così bene… il potere, il vero potere del Santuario, era finalmente nelle sue mani, ciò per cui aveva ordito trame e intrighi in quei tredici lunghi anni, sempre all’ombra del suo lato migliore, quello che lo costringeva a non fare mai alcuna mossa diretta contro Athena… ma adesso le cose erano cambiate, e si trovava libero di agire.

No, non ci riuscirai… quando il cosmo di Athena sarà di nuovo qui, tu verrai smascherato… io farò in modo che succeda, te l’assicuro, non ti permetterò di continuare…

“Taci – ripeté Saga – Athena è stanca, il suo cosmo è indebolito… quando sarà tornata fingerò per qualche giorno ancora, non mi sarà difficile… e nel frattempo…”

No, no, non puoi farlo… non lo farai…

“Nel frattempo, chiuderò la bocca ai ficcanaso di troppo.” Sorrise, d’un sorriso che sembrava una smorfia, organizzando mentalmente il suo piano.

 

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