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Il tempio di Poseidone

La pioggia continuava a cadere, non a spruzzi piccoli e fastidiosi, ma a grandi gocce simili a pugnalate, innaturalmente gelide in quei giorni estivi, tanto che, quando infine arrivarono al riparo della Settima, Angel e Darius erano, oltre che completamente fradici, anche vagamente doloranti. “Sembra una grandinata, più che un acquazzone.” Commentò Darius asciugandosi il volto col braccio.

“Beh, non è un acquazzone – replicò Angel – e non finirà finché Poseidone non sarà sconfitto, ormai è chiaro. Ho sentito il telegiornale stamattina presto, le vittime dei maremoti continuano ad aumentare.”

“I Santi d’Oro risolveranno la situazione.” Tagliò corto Darius mentre attraversavano la Settima, deserta e vuota com’erano tutte le case, in quelle ore, perché i Custodi delle Dodici erano partiti, alle prime luci dell’alba… ricordava bene le scosse del nobile Aiolia suo maestro, quando gli aveva ordinato di levarsi subito perché il Santuario si trovava in piena emergenza. Darius si era tirato su stropicciandosi gli occhi, notando stupito come il Santo del Leone indossasse l’armatura d’oro. Non lo faceva mai se non in battaglia, abitudine questa strenuamente condannata da tutti i suoi pari, che consideravano le vestigia una sorta di divisa, il segno che contraddistingueva i Dodici da tutti gli altri Santi di gerarchia inferiore. Il nobile Aiolia non si era mai preoccupato di tali cose, e Darius sospettava che in questo imitasse il fratello, giacché neppure il nobile Aiolos amava portare l’armatura d’oro nella vita quotidiana. Il che, ragionava l’apprendista, è anche logico, perché quella del Sagittario è forse la più scomoda di tutte, con quelle ali immense…

“Cosa succede, maestro?” Aveva domandato mentre lo seguiva. Il nobile Aiolia era uscito dalla Quinta tanto in fretta che Darius si era infilato la tunica mentre gli correva dietro, cercando di non inciampare sui gradini.

“Athena è stata rapita.” Le parole del Santo erano state come un pugno nello stomaco, e l’apprendista si era fermato a bocca aperta.

“Come, rapita? Quando? Perché?”

“Non è esatto – aveva precisato Aiolia, accennandogli di muoversi – ha seguito spontaneamente il nemico, sperando di trovare una soluzione pacifica al disastro che sconvolge il mondo, in questi giorni, ma non ha avuto successo. La situazione è precipitata, e tocca a noi Santi salvare la dea, adesso.”

“Non capisco, maestro…” si era lagnato Darius mentre arrivavano all’agorà, sulle pendici del monte ove sorgeva il Santuario. Lì erano radunati quasi tutti i Santi d’Oro, con l’esclusione di Ariete, del nobile Aldebaran, il nobile Shaka, il Santo di Libra e, in senso lato, anche del Santo dei Gemelli, giacché il sommo Saga non portava l’armatura d’oro ma i paramenti sacerdotali. Dietro il nobile Aphrodite Darius aveva scorto Angel, che portava l’elmo del suo maestro, l’espressione tesa e attenta mentre aspettava che il sommo Saga parlasse. Scommetto che sa già tutto, aveva pensato con una punta di risentimento, Angel riesce sempre ad essere un passo avanti, accidenti a lui.

“Sei in ritardo, Aiolia – l’aveva accolto il nobile Milo, irritato – possibile che neppure in un momento del genere tu riesca a mostrare la dovuta sollecitudine?”

Il nobile Aiolia aveva risposto in un modo forse non consono all’alto ruolo che ricopriva nel Santuario, ma Darius aveva approvato ogni singola parola: come allievo del Santo della Quinta si sentiva in dovere di trovare antipatici tutti coloro che erano antipatici al suo maestro, e tra il nobile Milo e il nobile Aiolia era ruggine di vecchia data. Niente di particolarmente serio, dato che i loro screzi erano dovuti principalmente ai rispettivi caratteri, tutt’altro che riflessivi e propensi al dialogo, ma quando ci si mettevano erano capaci di andare avanti delle ore, soltanto per il puntiglio di non darla vinta all’altro, e questo anche se, scavando a fondo, si ritrovavano a pensarla allo stesso modo su pressoché ogni cosa.

“Silenzio!” Forse temendo quel che pensava anche l’apprendista, il sommo Saga era immediatamente intervenuto. Si era tolto l’ingombrante copricapo e la maschera rituale, mostrandosi per la prima volta agli occhi di Darius, il quale sapeva che da tredici anni il sommo Saga non si rivelava ad altri che ad Athena. Era stato quel gesto, più del brusco risveglio, delle tremende notizie o dello spettacolo dei Santi d’Oro riuniti nell’agorà, a dargli l’esatta dimensione del disastro incombente, come se vedere finalmente in viso l’uomo più importante del Santuario equivalesse a guardare il sole o a scostare il drappo che nascondeva la statua d’Athena, oltre la sala del trono. Un gesto inaudito, qualcosa che abitualmente mai sarebbe potuto succedere, insomma.

Il sommo Saga aveva lineamenti regolari, mento volitivo, naso diritto, occhi di un blu profondo e carico di saggezza, appena venato da uno sfinimento che Darius attribuì alla preoccupazione per quanto stava avvenendo. I capelli erano scuri, ribelli, lunghissimi, resi lucidi dalla pioggia battente. Quando aveva lasciato cadere la maschera, quasi non avesse più alcuna importanza, tutti attorno si erano azzittiti.

“Mai il Santuario ha affrontato minaccia più grave, dall’ultima Guerra Sacra.” Non più filtrata dalla maschera metallica, la voce del sommo sacerdote suonava ad un tempo dolce e virile, carica di una forza appannata dalla preoccupazione del momento.

Darius non avrebbe più dimenticato quella voce, per tutta la vita, e molto tempo dopo, quando accadde quel che accadde, fu tra i pochissimi a rifiutarsi di credere che il sommo Saga non amasse Athena, che lei per lui non rappresentasse tutto ciò cui un uomo può aggrapparsi nella vita. La ama e soffre, pensò, allora e per sempre, dev’essere terribile sentirsi così.

Saga disse: “La minaccia non giunge dall’Ade come tutti noi attendevamo e temevamo, bensì dagli abissi, come Athena aveva arguito. Mia è la colpa di non aver dato il giusto peso ai sospetti della dea, e me ne assumerò tutta la responsabilità a tempo debito.”

Dal gruppo di Santi si era levato un mormorio di proteste, che Saga aveva messo a tacere levando una mano.

“Me ne assumerò tutta la responsabilità – aveva ripetuto – ma solo dopo che Athena sarà stata tratta in salvo. Ella è andata da sola, senza scorta alcuna perché non voleva chiedere ai suoi Santi di sacrificarsi per lei, ed è avvenuto il peggio: dall’Altura delle Stelle ho veduto ogni cosa, e posso dirvi che la nostra dea, in questo momento, sta prendendo su di sé il peso delle inondazioni del mondo intero, per rallentare anche di un solo giorno la fine dell’umanità. Potete vedere da voi come la pioggia stia scemando, sia pure di poco: qui in Grecia il fenomeno è poco rilevante, ma nelle zone più colpite dalla devastazione le genti stanno avendo un po’ di respiro, quel tanto da permettere loro di fuggire.”

Il nobile Aiolos aveva ricapitolato la situazione ponendo l’unica domanda che veramente interessava ai Santi d’Oro: “Dove si trova Athena adesso? Rivelatecelo cosicché possiamo recarci subito a salvarla, sommo Saga!”

“E ridimensionare le folli ambizioni di Poseidone, che non pare propenso a scendere a più miti consigli.” Aveva aggiunto il nobile Shura, annuendo pienamente d’accordo con l’amico. Il sommo Saga aveva alzato un braccio, indicando lontano.

“L’accesso al mondo sottomarino, l’Atlantide dove Athena viene tenuta prigioniera, in queste terre si trova a Capo Sounion, dove le nere acque formano un gorgo. Dovrete recarvi là immediatamente, prima che il peso delle piogge del mondo intero sommerga Athena. Non indugiate, Santi d’Oro!”

Tutti si erano mossi. Il nobile Aphrodite aveva preso l’elmo dalle mani di Angel mormorandogli qualcosa, al che il ragazzo si era sistemato frettolosamente la tunica, tanto infradiciata da aderirgli quasi come una seconda pelle. Il nobile Death Mask, passandogli accanto, gli aveva rivolto un’occhiata di scherno e Darius se ne era chiesto il motivo, ma il nobile Aiolos aveva parlato ancora, costringendolo a prestargli attenzione. Quando il Santo del Sagittario parlava era impossibile ignorarlo, quasi come il gran sacerdote.

“Andremo solo noi, sommo Saga? I Santi mancanti non verranno a salvare la loro dea?”

“Aldebaran è rimasto gravemente ferito e ha ricevuto da Athena stessa l’ordine di astenersi dalla battaglia – aveva risposto il sommo Saga seccamente, come irritato da quella domanda – mentre Shaka è impegnato in una missione: verrà a prestarvi aiuto non appena terminato, anche se confido che per allora Athena sarà di nuovo nel Santuario.”

Malgrado l’evidente irritazione del gran sacerdote, Aiolos non aveva distolto lo sguardo. “Dohko non può muoversi dalla sua postazione, naturalmente… e Mu, invece? Perché non è qui con noi?”

Il sommo Saga non aveva risposto subito, come se misurasse le parole. Alla fine aveva risposto un banale: “Vi raggiungerà a tempo debito.”, che perfino a Darius era suonato falso da morire. Ma non si accusava il gran sacerdote senza una valida ragione, ed era parso che non vi fosse null’altro da dire, finché il nobile Aiolos non aveva osservato, in tono duro: “E voi, sommo Saga? Siete un Santo d’Oro, dopotutto. Non venite con noi, per guidarci in questa battaglia?”

Tutt’intorno si era fatto silenzio. Nessuno si sarebbe mai permesso di insinuare, neppure troppo velatamente, che il sommo Saga volesse evitare lo scontro, ma, adesso che il nobile Aiolos aveva parlato, pareva tanto ovvio da suonare insultante… il Santo dei Gemelli non intendeva scendere in campo. Non aveva neppure accennato a un proprio ruolo in quella battaglia. A Darius era parso, solo per un istante, che sotto il volto sereno del sommo Saga si stesse agitando qualcos’altro, come un demone furioso che voleva attaccare il nobile Aiolos, farlo a pezzi in preda alla rabbia, una volta per tutte…

Poi il sommo Saga aveva sorriso e l’inquietante illusione era scomparsa. “Non nutro così poca fiducia nelle vostre capacità da ritenere che abbiate bisogno di una balia, Aiolos, e nel Santuario sorgeranno disordini, appena si diffonderà la notizia che Athena è stata rapita. E’ mio dovere rimanere per proteggere la fortezza della dea, in modo che, al suo ritorno, ella non abbia ulteriori preoccupazioni oltre a quelle fin qui assommate. Ora, te ne prego, affrettati, perché ogni istante di indugio è un istante di dolore per Athena e il mondo intero.”

Così era finita… il nobile Aiolia aveva raccomandato a Darius di aiutare nel Santuario, perché molti avrebbero avuto bisogno di aiuto quel giorno, e se n’era andato con gli altri, muovendosi tanto rapidamente che c’era stato solo un lampo dorato, prima che l’agorà fosse di nuovo vuota, immersa nel rumore della pioggia che percuoteva le gradinate. Il sommo Saga aveva guardato gentilmente i due apprendisti, che si erano immediatamente inginocchiati, senza curarsi del fango. Angel aveva raccolto la maschera e l’aveva pulita con la manica, prima di porgerla al gran sacerdote, lucida di pioggia.

“Andate, mettetevi al riparo – aveva detto Saga – e non permettete al vostro animo di nutrire dubbi: Athena sarà presto di nuovo al Santuario, e nel mondo tornerà il sereno.”

E adesso, mentre camminavano per attraversare la Settima, Darius si chiese com’era possibile che avesse avvertito quella momentanea tensione tra il nobile Aiolos e l’uomo straordinario che era il Gran Sacerdote di Athena. Il sommo Saga è davvero l’incarnazione di un dio di virtù, pensò, e decise di archiviare l’illusione di malvagità suscitata come dovuta all’emergenza del momento. Chiunque sarebbe nervoso, in queste circostanze, e il sommo Saga possiede un autocontrollo invidiabile, quasi avesse dedicato anni della sua vita solo a questo. Forse è davvero così, continuò a ragionare, riflettendo che il gran sacerdote di Athena doveva essere molto più controllato e lungimirante di qualsiasi Santo.

“Uffa, non mi va proprio.” Si lagnò Angel quando uscirono sul porticato posteriore della Settima. Avevano preso la via delle Dodici perché i sentieri che le aggiravano non avrebbero offerto loro alcun riparo, anche se passare per le case zodiacali era perfettamente inutile, visto come si bagnavano lungo le scalinate tra l’una e l’altra. Ma era pur sempre meglio di niente.

“Dobbiamo salire alla Tredicesima – disse Darius controvoglia – perché avranno bisogno di molto aiuto, quando si saprà della scomparsa di Athena… anzi, ormai lo sapranno già tutti e saranno belli che arrivati…”

“Lo so, ma ugualmente vorrei smetterla di infradiciarmi così. Questa pioggia è gelata!”

Darius alzò le spalle. Invidiava a morte il sommo Saga, che potendosi muovere alla velocità della luce era scomparso davanti ai loro occhi, lasciandoli lì come due cuccioli inzuppati ad arrancare su per le Dodici mentre i loro maestri, probabilmente, erano già impegnati in battaglia.

“Forza, muoviamoci.” Disse Darius, e fece per avventurarsi di nuovo all’aperto, ma Angel lo trattenne per un braccio. Aveva mani piccole, con dita delicate, ma una presa d’acciaio, e il ragazzo più grande venne tirato indietro come se si fosse impigliato la manica su un gancio. “Ma che diavolo…?”

“Guarda.” Sussurrò Angel, indicando verso l’interno della Settima, da dove erano appena passati. Il buio della casa era come rischiarato da qualcosa, quasi un piccolo sole stesse sorgendo nei più riposti anfratti della dimora abbandonata del Santo della Bilancia.

“Ma che diavolo…?”

La luce crebbe d’intensità fino a farsi accecante, tanto che Darius dovette chiudere gli occhi e proteggerli con una mano, ma durò solo un istante prima di svanire. L’apprendista strizzò le palpebre, cercando di cacciare via i fiorellini che gli sbocciarono davanti uno dopo l’altro, impedendogli di vedere. Sentì che Angel gli lasciava il braccio e correva via, tornando all’interno della Casa, verso la fonte di quella luce improvvisa, e pur ancora mezzo accecato gli andò dietro.

“Guarda, Darius!” La voce del ragazzino era eccitata come se non avesse più di dieci anni e quella fosse la mattina di Natale. “L’armatura della Bilancia!”

Darius strinse gli occhi scuotendo la testa, si stropicciò forte la faccia e infine riuscì a vedere. Angel aveva ragione, al centro della casa deserta si trovava adesso lo scrigno dorato, scintillante, di un’armatura d’Oro, così splendente che appariva quasi dotato di luce propria, nella penombra di quelle mura antiche.

“Forse il Santo di Libra sta arrivando, dopo tutto…” Disse Angel guardandosi intorno, come se si aspettasse di veder comparire da un momento all’altro l’uomo destinato a indossare quelle vestigia, e per la prima volta Darius provò la soddisfazione di essere lui un passo avanti rispetto al suo amico, commentando: “No, è impossibile, il nobile Dohko non può muoversi da Goro-ho, l’hai dimenticato? Se lo facesse libererebbe gli Spettri di Hades, e certo Athena non lo ringrazierebbe per un simile atto, per tacere del sommo Saga. Abbiamo già abbastanza guai così, non credi?”

“E’ vero, hai ragione – riconobbe Angel controvoglia – ma allora perché l’armatura è comparsa proprio adesso?”

“Forse…” prese a dire Darius, ma si interruppe subito, perché l’aveva sentito. Non sentito, ma sentito, con un senso che andava oltre i cinque sensi, un guardiano profondo che si destava solo quando percepiva simili fenomeni, e il ragazzo si fermò, disponendosi all’ascolto. Anche Angel avvertì quel cosmo tutt’intorno, oro purissimo che sembrava rischiarare la tenebra della Settima, non più abbandonata dal suo custode, ma ora governata e protetta da colui che la presiedeva: sebbene non fosse lì fisicamente, nessuno dei due apprendisti dubitò per un solo istante che il nobile Dohko si trovasse con loro, perché un Santo è laddove brucia il suo cosmo, ancora più di dove si trova la sua persona.

Ascoltate, giovani aspiranti protettori di Athena, perché vi è una missione anche per voi, in quest’ora buia, e una missione di grande importanza, che farà la differenza tra vittoria e sconfitta: prendete dunque le Sacre Vestigia, io, il Santo della Bilancia, ve lo concedo affinché le possiate consegnare a coloro che ne avranno bisogno, prima ancora che il sole sia completamente sorto…

Il Santo d’Oro spiegò ogni cosa, con Angel e Darius che ascoltavano attentamente.

Pochi minuti dopo uscivano dalla Settima per la stessa strada che avevano percorso all’andata, Darius che portava in spalla il pesante scrigno, diretti verso Capo Sounion più in fretta che potevano, e senza più badare alla pioggia gelida che li percuoteva come se un dio pazzo scagliasse fruste dal cielo nero.

 

Rimasto solo nella stanza piena di vapore, dopo aver congedato tutti i servitori, Saga si strappò di dosso i paramenti sacerdotali, come movimenti così convulsi da ridurli a brandelli, sentendo la pelle gelida sotto le dita altrettanto gelide, pensando che mai, mai più per tutta la vita si sarebbe scaldato, perché il calore aveva abbandonato il Santuario adesso che Athena era scomparsa, adesso che mancava la fiamma capace di rischiarare la sua vita impedendo alla tenebra di inghiottirlo, quella tenebra che gli incombeva addosso da tutte le parti con artigli famelici, pronti a dilaniarlo e a tramutarlo nel demone che da tredici anni teneva sotto controllo, con fatica sempre maggiore, e che adesso, lontano da Athena, ghignava nell’ombra che gli premeva l’animo, pronto ad emergere…

Adesso che la dea è lontana posso attuare finalmente i miei piani: con un po’ di fortuna quella mocciosa sarà morta prima che i Santi d’Oro la salvino…

Non contarci, non succederà, non finché io avrò vita…

Presto sarai prigioniero come lo sono stato io per tredici lunghi anni, a tramare nell’ombra, a concertare inganni, incatenato da te…

Così sarà sempre, così continuerà ad essere… quando Athena tornerà farò in modo che sappia, che passi le consegne ad Aiolos… lui doveva essere sommo sacerdote, non io…

Aiolos, quel piantagrane, e il vecchio Shion col suo allievo, e il Santo della Bilancia… mi occuperò anche di loro, gli unici a sapere… farò in modo che tacciano per sempre…

Non te lo permetterò, Aiolos sarà sacerdote al posto mio… lui è degno, non io… noi…

Noi…

Oh, sì, noi…

Saga ansimava pesantemente, come uno stallone sottoposto al massimo dello sforzo, uno sforzo tanto schiacciante da farlo cadere in ginocchio, le mani premute sulle tempie a tirarsi i lunghi capelli, il cui colore iniziava a cambiare, a schiarire, ingrigire… con un gemito, il Santo dei Gemelli si lasciò cadere nell’acqua caldissima della vasca, quasi sperasse che quel calore disperdesse il gelo desolato del suo animo insieme a quello della sua pelle, ma non servì a nulla, e quando riemerse i suoi occhi erano iniettati di sangue, la sua espressione trionfante. Si scostò dal volto i capelli del colore della cenere e rise, una risata aspra, cattiva.

“Passare le consegne ad Aiolos, che sciocchezza – enunciò ad alta voce – adesso che la stupida mocciosa sta morendo e che i suoi Santi cercano di seguirne le sorti, finalmente giunge il mio momento. Il cosmo di Athena ha lasciato questo Santuario, e sarà mia premura far sì che non vi torni… mai più. Lui non tornerà mai più, adesso che Athena l’ha lasciato.”

Lo specchio dall’altra parte della stanza era appannato per il vapore, ma non tanto da impedirgli di vedere la propria scultorea immagine riflessa, dai muscoli guizzanti che attendevano soltanto di onorare Ares, il dio delle battaglie e della virilità guerriera, l’antitesi esatta della debole Athena, la bambinetta che non avrebbe più accudito… malgrado l’amasse… l’amava più di ogni altra cosa al mondo…

“Taci – sussurrò ferocemente – taci, non ti permetterò più di ostacolarmi… taci, maledetto!”

Athena… vita mia, amor mio, giustizia e verità…

“TACI!” Saga sferrò un pugno micidiale contro una colonna, nella quale comparve una ragnatela di crepe, come un vetro centrato da un proiettile. “Taci, perché Athena non è più nel Santuario, perché tu non puoi più trattenermi, non hai più potere, lontano dalla dea sei perduto, e ora è il mio momento… taci, una buona volta!”

Si allontanava, sempre più debole, distante, affannato. Anche il Santo della Bilancia… è sceso in campo… non vincerai… Dohko sa… e Shion sa… loro ti fermeranno… loro e i giovani Santi che non sei ancora riuscito a uccidere…

“Santi di Bronzo, inutili come monete di legno, traditori del Santuario a cui nessuno crederà… e in quanto ai due vecchi… prenderò gli opportuni provvedimenti per metterli a tacere, oh sì…”

Saga scoppiò a ridere, deliziato dalla facilità con cui i suoi piani si delineavano, ora che non c’era più lui a trattenerlo. Avrebbe avuto tutto, adesso, e non vi era ragione per non cominciare subito. Se anche Athena si fosse salvata c’erano molti modi per rimediare al guaio, nel caso… continuò a pensare e a strofinare le membra irrigidite dalla pioggia gelida, sentendo con piacere il calore che ricominciava a scorrergli nel corpo, sotto la pelle, un calore diverso da quello che scaldava lui, perché stavolta era una fiamma d’ambizione bruciante, ardente, che andava placata in maniera molto concreta, con potere e donne e ricchezze. Avrebbe cominciato subito, decise ricordando com’erano carine le cameriere al servizio di Athena.

Si alzò, lasciando che l’acqua insaponata gli scorresse via di dosso, ignorando quella luce minuscola nel suo animo che vacillava lontanissima, come una lacrime inestinguibile.

 

 

“Sorprendente – commentò Shaka in tono moderato – ma non poi così tanto. L’inferno non ti spaventa, a quanto vedo.”

Scosso, sconvolto, tremante, ma ancora indomito, Ikki si rialzò, gli occhi blu scuro che ardevano come le fiamme della fenice che avvolgevano il suo cosmo. “Phoenix conosce bene l’inferno, Santo d’Oro, e non lo teme più: mi dispiace, ma in quei luoghi io sono di casa. Se quello che sai fare è tutto qui…”

Si scagliò all’attacco, imprimendo nel suo colpo tutta la forza di cui era capace, sprigionando un calore talmente tremendo da vaporizzare all’istante la pioggia gelida che continuava a cadere, creando per un breve attimo un’isola fumante tutt’intorno al Santo della Vergine. Si fermò una decina di metri oltre il suo bersaglio, ansimando, ma quando si volse vide con orrore che Shaka non si era neppure mosso.

“E’ inutile, Ikki: rassegnati al tuo destino, accetta il giudizio di Athena. Ormai è tempo per me di tornare al Santuario, ove c’è bisogno del mio aiuto.”

“Bene – replicò Ikki, sarcastico – va’ pure, non ti trattengo.”

L’ombra di un vago sorriso sfiorò i lineamenti sereni di Shaka. “La morte sarà per te un sollievo dalle sofferenze, se tanto hai patito da non temere neppure l’inferno. Riposa in pace, Santo rinnegato.” Alzò una mano, mentre il suo cosmo si espandeva, con tanta forza che i lunghi capelli del Santo cominciarono a ondeggiare, malgrado fossero appesantiti dall’acqua. Ikki si preparò a incassare, stringendo i denti.

“Fratello!”

“Ikki!”

Due saette, come due lampi che rischiararono l’alba livida di Death Queen Island, colpirono in pieno il Santo della Vergine, obbligandolo a sospendere l’attacco per parare i colpi. “Khan.” Fu tutto quel che disse Shaka, con quel tono assente che faceva infuriare Ikki più d’ogni altra cosa, perché gli pareva di non contare nulla, per il suo avversario, quasi che per il Santo d’Oro non avesse alcuna importanza che il nemico fosse o meno presente, quasi che l’esistenza stessa fosse un’opinione tranquillamente confutabile. Ti accorgerai che esisto, maledetto, te ne accorgerai eccome, pensò mentre guardava impotente Seiya e Shun che venivano atterrati dalla stessa forza dei loro colpi, rivoltatisi contro i loro stessi esecutori. Privi di armatura, i due Santi di Bronzo rimasero storditi per un po’: il tempo necessario a Shaka per avvicinarsi e scrutarli attraverso le palpebre abbassate, come fossero strani insetti esotici.

“Sciocchi.” Disse soltanto, prima di tornare a rivolgersi ad Ikki. “Prima tu e poi…”

Come un solo uomo, Seiya e Shun si rialzarono lanciandosi di nuovo per un attacco a distanza ravvicinata, ma furono scagliati a quasi dieci metri di distanza senza che Shaka facesse alcun gesto apparente per ottenere quel risultato. Il Santo della Vergine si degnò di volgere la testa verso di loro, pur senza abbassare la guardia con Ikki. “Attaccate un Santo d’Oro come animali inferociti, e privi anche delle vostre fragili vestigia di bronzo. Siete quantomeno imprudenti!”

Seiya sputò sangue mentre si risollevava, furente. “Tu non ci fai paura – ringhiò – puoi essere forte quanto vuoi, ma hai un punto debole come tutti, e noi lo scopriremo!”

“Anche se fossi un dio sceso in terra, ti impediremo di fare del male a nostro fratello, a qualunque prezzo!” Rincarò Shun, barcollando sulle gambe malferme, ma con gli occhi che scintillavano di determinazione. Ikki sentì la gola serrarsi nel familiare nodo di rabbia impotente, dell’epoca del suo addestramento, quando non poteva proteggere se stesso dalle persecuzioni di un folle e, peggio ancora, non poteva proteggere colei che amava… no, non succederà di nuovo. Non lo permetterò!

Shaka parve vagamente colpito. “Quale nobiltà d’animo – mormorò il Santo – e quale spreco di virtù guerriera, elargita tanto generosamente a dei traditori… farò in modo di non farvi soffrire. La vostra risoluzione merita quantomeno la misericordia di una fine rapida.”

Ikki lanciò un colpo, senza alcuna speranza di recare danno al nemico, ma con l’intenzione di attrarre di nuovo l’attenzione su di sé. “Non correre così – gli disse – il tuo avversario sono ancora io. Per uccidere loro, dovrai calpestare il mio cadavere.”

“D’accordo.” Ribattè Shaka in tono cortese, avvicinandosi nuovamente. Alle sue spalle, Seiya e Shun si lanciarono all’attacco per la terza volta, e Ikki non fece in tempo a porsi in mezzo: i suoi fratelli vennero scagliati via, molto più lontano di quanto non lo fossero stati finora, andando a sbattere contro la parete rocciosa e cadendo a terra, ove rimasero inerti.

“Shun! Seiya!” gridò Ikki, accorrendo. Rigirò il suo fragile fratello minore e vide che respirava ancora, malgrado il sangue che colava abbondantemente da innumerevoli tagli e contusioni. Pochi passi più in là, Seiya era nelle stesse condizioni.

“Ti farò la grazia di giustiziarti per primo, in modo che tu non debba vedere la fine di coloro che ami.” Disse Shaka, alle sue spalle, facendolo infuriare oltre misura. Uccidere i suoi fratelli? Dopo tutto quel che aveva passato, dopo quanto aveva perso? Cos’altro voleva togliergli Athena, prima di smettere di torturarlo così?

Guardò un’ultima volta Shun, quel viso ancora infantile, dai lineamenti tanto delicati che non gli era difficile scorgere in essi un riflesso di Esmeralda, l’unico fiore mai sbocciato su quell’isola eruttata dall’inferno, un fiore strappato e schiacciato troppo presto, con troppa crudeltà, in nome di una dea malvagia che poneva fratelli contro fratelli, padri contro figli, alleati contro alleati…

Non perse tempo a riscuotersi da quei pensieri. In battaglia il tempo era un lusso, e Ikki non se lo concesse, preferendo la rapidità dell’attacco, riuscendo a cogliere di sorpresa il Santo d’Oro quel tanto che bastava da sferrare il suo colpo più micidiale, quel fantasma diabolico che non sfiorava neppure il corpo del nemico ma ne distruggeva la mente, mettendolo di fronte ai suoi incubi più riposti, alle sue paure più inconfessabili, ai suoi ricordi più schiaccianti… vide il volto di Shaka attraversato da un’espressione di sofferenza, per la prima volta da che quella battaglia era cominciata, e si fermò, in attesa di vederlo cedere alla follia. Il Santo della Vergine rimase immobile.

Forse la sola cosa buona che mi giunga dal mio maestro è questo colpo, pensò compiaciuto per com’era riuscito a sorprendere un nemico tanto più forte di lui, che mi ha trasmesso dopo averlo appreso a sua volta al Santuario… almeno credo l’abbia appreso laggiù. Ne sono quasi sicuro, visto che prima di recarsi là sembra che non…

Shaka tornò a muoversi e, prima ancora di voltarsi a  guardarlo, Ikki vide le spalle corazzate nell’oro sussultare leggermente, come se il Santo non riuscisse a nascondere il proprio divertimento. “Notevole, davvero notevole – commentò, voltandosi verso di lui – un uomo che non abbai raggiunto la mia perfezione spirituale ne sarebbe stato distrutto, non ho dubbi a riguardo. Come mi duole constatare che tanto talento guerresco alberghi in un vile traditore di Athena!”

“Cos…?” Ikki indietreggiò, sconvolto nel vedere che il suo colpo più devastante non aveva neppure scalfito il suo nemico. “Cosa sei tu, un mostro privo di sentimenti e umanità, per non avere alcun ricordo caro o fantasma riposto?”

“Nulla può scalfirmi – rispose Shaka – poiché il Nirvana è in me, la perfezione assoluta, il Buddha di quest’epoca… e tu, uomo, vorresti competere con me? Mi ricordi tanto Goku, lo scimmiotto della leggenda che si riteneva l’essere più potente del mondo, senza rendersi conto che stava correndo sulla mano del Buddha… sei uguale a lui.”

Ikki digrignò i denti. Non era possibile che quell’uomo fosse tanto potente! Non poteva essere. Non poteva credere che Shaka di Virgo fosse pari a un dio, che fosse privo di punti deboli, nonostante si privasse volontariamente di un senso, quasi a beffare ancora più il suo avversario…

Si priva volontariamente di uno dei cinque sensi! Ecco cosa fa tenendo gli occhi chiusi, malgrado non sia cieco!

Fu come un lampo che squarcia la tenebra. Ikki comprese esattamente cosa doveva fare, cosa era necessario fare per avere ragione di quel nemico soverchiante, e per la prima volta in vita sua ebbe paura. Quante speranze ho di riuscire nel mio tentativo? Come potrei…?

Lanciò un’occhiata a Shun e Seiya, ancora riversi al suolo. Dopo di lui, Shaka avrebbe dato il colpo di grazia anche a loro, e infine si sarebbe ripreso le armature di bronzo, riportandole al Santuario. Poi avrebbe terminato l’opera giustiziando Shiryu e Hyoga. I miei fratelli, pensò ancora, e Athena vuole togliermeli, come mi tolse Esmeralda… allora avrei preferito essere io a morire, piuttosto che vedermela spirare tra le braccia, e ora…?

Si raddrizzò in tutta la sua statura, improvvisamente tranquillo. Naturalmente sapeva qual era la risposta a quella domanda, non aveva bisogno di tormentarsi più di tanto. La sua vita non era così dolce da fargli rimpiangere la possibilità di abbandonarla.

“Può darsi che per te io conti quanto una scheggia di legno sotto un’unghia – lo provocò – ma sembra che tu non riesca in alcun modo a estrarre questa scheggia, eh? Per quante volte mi scaglierai all’inferno, altrettante io risorgerò come l’araba fenice, e analogamente la mia armatura si ricomporrà se tu riuscirai a distruggerla. Vogliamo impegnarci in una guerra dei mille giorni, Santo d’Oro?”

Shaka corrugò le sopracciglia. “Hai ragione – riconobbe – i sei inferni del Buddha non sono nulla per un uomo come te, e i tuoi attacchi sono immortali quanto il tuo spirito. Avrei voluto regalarti una fine priva di sofferenza, ma tu mi impedisci di mostrare la dovuta misericordia verso i deboli, obbligandomi a servirmi del mio colpo più devastante, che non ti lascerà scampo alcuno…”

Ikki serrò le labbra, preparandosi a ciò che l’attendeva.

Shaka aprì gli occhi. E tutto divenne perfetto, eterno, immutabile come la ruota del karma, il Tenbu Horin che blocca ogni cosa in quella stasi perpetua, un’immobilità totale nella quale non era possibile attaccare o difendersi o fare null’altro che esulasse dallo stato di vittima inerme di fronte a un nemico che era quasi un dio.

 

 

Mu, santo d’Ariete e penultimo discendente della gloriosa stirpe dei Lemuriani, il mitico popolo tanto devoto ad Athena da avere ottenuto l’altissimo onore di forgiare le sacre armature destinate a proteggerla, provava per il suo maestro Shion una devozione che non sarebbe stata inferiore se l’anziano mentore fosse stato il suo vero padre. Per questo motivo, e soltanto per questo, continuava ad ubbidire al suo comando, e soltanto per questo alla fine si decise a riparare le vestigia distrutte che i due Santi di Bronzo gli avevano portato. “Ma sono morte, maestro – si era provato ad obiettare – e voi sapete cosa questo significhi.”

“Se quei due ragazzi sono veri Santi di Athena faranno la scelta che devono fare, come tu farai quel che ti ho insegnato in quanto appartenente alla dinastia di coloro che possiedono il segreto della creazione delle armature, Mu. In ogni caso, quelle vestigia devono essere riportate in vita, che poi le indossino i loro attuali custodi od altri. La Guerra Sacra incombe, ci servono tutti, anche i Santi di Bronzo.” E con questo Shion aveva chiuso il discorso.

Mu tuttavia non era contento della piega presa dalla situazione. I due ragazzi di fronte a lui, appreso il prezzo che avrebbero dovuto pagare per riparare quelle vestigia, erano impalliditi un tantino, perché una cosa era essere pronti a rischiare la vita, un’altra era andare incontro al sacrificio, senza alcuna speranza di salvezza. Non sono traditori, pensò il Santo d’Ariete, semplicemente vi sono state delle incomprensioni col Santuario. Una volta appianate, Athena sarà ben felice di riaccoglierli. Per questo gli era tanto più difficile pretendere da quei due un sacrificio così elevato.

“Non vi è proprio altro modo, venerabile Mu?” chiese Hyoga, guardando con espressione triste le armature rovinate disposte davanti a loro. Mu scosse il capo.

“Sono morte. Se fossero state soltanto ferite le avrei riparate, ma in queste condizioni occorre un cosmo che le richiami dall’aldilà… il cosmo di un Santo, il suo sangue. Mi occorre perlomeno la metà del sangue che avete nelle vene, per riportarle in vita tutte e quattro ma, come saprete, un corpo umano non può sopravvivere se ne perde più d’un terzo. Questo è quanto. Mi dispiace molto.”

Li vide serrare le labbra, spostare il peso da un piede all’altro, stringere i pugni, compiere insomma tutti quei gesti che indicano disagio e riottosità: fu sorpreso nel constatare che ciò gli recava sollievo, perché in verità non desiderava la loro morte. Erano solo due ragazzi, due Santi di Bronzo da poco investiti dell’armatura, ancora incapaci di comprendere che le loro sofferenze personali nulla contavano, rispetto all’enorme sacrificio richiesto a coloro che servivano Athena. Non erano traditori, erano soltanto giovani immaturi cui serviva una guida per trarre il meglio da loro stessi. Mu si chiese perché il sommo Saga si fosse così accanito contro di loro, e le parole di Aiolos gli tornarono alla mente, facendogli sospettare che la situazione fosse più seria di quanto il venerabile Shion gli avesse dato a intendere…

“Il sacrificio fatto per i miei fratelli non avrebbe senso alcuno, se mi fermassi qui.” Shiryu fu il primo a capitolare, con una voce talmente tranquilla che non pareva stesse pianificando il proprio suicidio. Col taglio della mano, indurito dagli allenamenti e reso più affilato d’una spada per la velocità con cui un Santo era capace di muoversi, squarciò prima l’uno poi l’altro polso. Il sangue prese a sgorgare copioso e Shiryu tese le braccia, perché inondasse l’armatura di Seiya e quella di Shun. “Per me non vi è più speranza – proseguì – perciò non ha senso che voglia riparare la mia, e in questo modo Hyoga non sarà costretto a sacrificare la vita per ripristinare le proprie vestigia.”

Mu vide il Santo del Cigno diventare più bianco della neve ove si era addestrato per tanti anni. “No, Shiryu – dichiarò fermamente, seguendo l’esempio del Dragone e squarciandosi i polsi – non andrai solo in Ade, non dopo quanto hai fatto per salvarci. La mia vita è tua, le armature saranno riparate… tutte.” L’ombra di un sorriso amaro sfiorò gli angoli della bocca di Hyoga, mentre il sangue colava sulle armature corrose dalle battaglie. “In questo modo, forse, Seiya, Shun e Ikki si salveranno, perché potranno rendere al Santuario due armature affinché vengano riassegnate, e forse il malinteso sarà alfine appianato…”

Shiryu non rispose, non alzò lo sguardo, ma Mu era sicuro che, se i suoi occhi avessero potuto spargere lacrime, l’avrebbero fatto. Lui stesso avvertiva un nodo in gola che nulla aveva a che vedere con l’ira provata quando aveva visto che due traditori erano giunti fin lassù, nel luogo più sicuro dove il suo maestro poteva rifugiarsi, violando la sua pace per motivi grettamente personali.

Il grido di spavento di Kiki sembrava un’espressione dei suoi pensieri. Il bambino saltellava tutt’intorno agitandosi impotente, supplicandolo di fermarli, di fare qualcosa perché altrimenti i due giovani sarebbero morti, già impallidivano, già barcollavano…

Il primo a cadere fu Shiryu, più debilitato del compagno, e Mu, prima di rendersene conto, era già alle sue spalle per sostenerlo. No, pensò, non posso lasciare che muoiano così, nella vergogna e nel disonore. Athena ha già sufficienti nemici, per aggiungere anche il dramma di un conflitto interno nel Santuario.

Sfiorò le ferite sui polsi di Shiryu e l’emorragia si ridusse, fino a fermarsi completamente. Mu adagiò in terra il Santo e si rivolse a Hyoga, che era ancora in piedi ma tremava vistosamente per la debolezza.

“Perché?” sussurrò il Santo del Cigno, con gli occhi già velati. Mu rispose la prima cosa che gli venne in mente, senza neanche sapere il motivo.

“Tu sai chi era tuo padre – gli disse – a differenza dei tuoi fratelli, non ignori la reale identità di Mitsumasa Kido, né la ragione per cui generò cento figli destinandoli a combattere per Athena…”

“Vuoi farmi credere… che quella vecchia storia è vera?”

“Non lo so se è vera – replicò Mu – ma se lo fosse, voi Santi di Bronzo siete guerrieri troppo valenti per lasciarvi morire così. Tampona le tue ferite, te ne prego: troverò un’altra soluzione.”

Hyoga non si mosse. “Odio quell’uomo… lo odio da sempre, non voglio il suo sangue nelle vene. Preferisco la morte! Perché, se vivessi, dovrei servire quella donna, quella dea che ha permesso tutto ciò…”

“Puoi odiare la donna – replicò Mu, avvicinandoglisi – ma non ciò che essa rappresenta. Athena è giustizia, e giustizia è ciò che i vostri animi anelano.”

“Non vi è giustizia, in un uomo che si crede un dio al punto da generare cento figli solo per mandarli a morire!”

“Forse – disse Mu con calma – forse non era soltanto una sua convinzione. Non importa. E’ morto e probabilmente non sapremo mai la verità.” Ma, in cuor suo, Mu non nutriva più alcun dubbio: chi se non Zeus, il padre di tutti gli dei, avrebbe potuto dare i natali a giovani tanto nobili, seppure incredibilmente sciocchi e immaturi? Chi se non Zeus poteva sapere che presto per Athena, sua figlia prediletta, si sarebbe preparata la più terribile delle battaglie, contro il suo stesso fratello Ade, dio dell’oltretomba che aspirava ad estendere il suo dominio di morte nel mondo dei vivi?

Gli occhi di Hyoga si chiusero e questi barcollò tanto vistosamente che sarebbe caduto, se Mu non l’avesse preso per farlo distendere in terra senza traumi. Gli sfiorò i polsi e, come già per Shiryu, l’emorragia si arrestò.

“Kiki – disse senza voltarsi – portami quello che mi occorre.”

“Maestro, allora li salverete!” La voce del bimbo era raggiante. Curiose creature, i bambini: sarebbe stato soddisfatto di vedere i due Santi di Bronzo morti sotto i macigni che aveva scagliato loro addosso, ma era sconvolto al pensiero che perissero per riparare le armature. Forse comprendeva quanto lui che altra cosa era uccidere due traditori piuttosto che due uomini di valore.

“Orihalcon, gammanion e stardust. Inoltre gli strumenti dell’armatura dello Scultore, che io custodisco. Ti vuoi sbrigare?”

Kiki schizzò via come un fulmine, lasciandolo solo coi due ragazzi svenuti. Anzi, quasi morti. Avevano perso talmente tanto sangue che la loro vita era appesa a un filo esile, più sottile d’un capello, e Mu poteva quasi vederli, fermi sulla porta dell’aldilà, dalla quale potevano tornare solo se l’avessero voluto. Non era così certo che desiderassero tornare a un mondo finora tanto crudele nei loro confronti, ma a riguardo non poteva fare nulla. Quello che poteva fare, invece, era riparare le armature. Il sangue era poco, ma in qualche modo avrebbe fatto.

Fu in quel momento che sentì chiaramente che Athena era in pericolo. Trasalì, alzando gli occhi al cielo livido di nubi grigie, con il petto oppresso da un peso mostruoso, insopportabile. Il cosmo della sua dea era sofferente, teso, seppure ancora indomito e pieno di coraggio. Mu balzò in piedi, deciso ad accorrere subito, lasciando i due giovani alle cure di Kiki. Le armature di bronzo potevano aspettare.

“Dove vai, figlio mio?” La voce di Shion gli giunse alle spalle come uno sconosciuto, facendolo voltare di scatto, in maniera ben poco consona al suo abituale carattere pacato. Il venerabile Shion lo chiamava ‘figlio’ quando nessun altro udiva, un segno d’affetto che il Santo d’Ariete ricambiava di cuore, tanto da aver deciso di vivere in quell’altopiano aspro piuttosto che al Santuario, solo per proteggere il suo mentore.

“Athena è in pericolo.” Disse Mu, passandogli accanto per andare a prendere la sua armatura e recarsi alla battaglia, ma si dovette fermare perché il suo maestro gli sbarrò la strada col braccio.

“No – disse il venerabile Shion – tu rimarrai qui.”

Il cosmo di Athena pativa. La dea stentava a respirare… Mu fissò l’anziano gran sacerdote come se non potesse credere alle sue orecchie.

“Devo accorrere, maestro. Non vi è tempo da perdere, lo sapete…”

“Athena è perfettamente in grado di tenere testa a Poseidone.” Shion disse solo queste parole, ma furono sufficienti perché Mu capisse che il suo maestro sapeva esattamente quel che era accaduto. Lo guardò con quella domanda inespressa negli occhi e l’altro scosse la testa, per scoraggiarlo dall’intraprendere qualsiasi azione.

“Credimi, Poseidone non è una grande minaccia – i Santi d’Oro sono già in Atlantide per salvarla…”

“Sono anch’io un Santo d’Oro – protestò Mu, interrompendolo per la prima volta in vita sua – ed è mio compito andare a combattere per salvare Athena. Vi prego di darmi licenza di partire subito.”

“No – rispose Shion – tu rimarrai. E’ più importante che vi sia qualcuno pronto ad aiutare Athena nella battaglia che dovrà affrontare una volta tornata dal regno degli abissi.”

“Se vi riferite ad Ade…”

“Mi riferisco a Saga.” Ribattè Shion, e tacque. Quando parlò di nuovo, fu chiaro che per lui era un grande sforzo trarsi di bocca quelle parole odiose. “L’assenza della dea dal Santuario ha fatto succedere ciò che temevo: Saga è ormai in balia della sua personalità più oscura, è diventato un nemico della dea. Non riesce più a trattenere la tenebra che è in sé e che, per tredici anni, si è nascosta dalla luce abbagliante di Athena. I sospetti di Aiolos, che tu mi hai riferito, erano fondati, purtroppo: Saga è un nemico, adesso.”

Mu sentì scorrergli nelle ossa un freddo che non aveva niente a che vedere con la pioggia gelata. “Non potrà nulla contro i Santi d’Oro, per forte che sia. Tutti ci porremo tra lui ed Athena.”

“Saga è maestro d’inganni – replicò Shion – non si rivelerà finché non sarà sicuro di poter soggiogare il Santuario al suo volere. Non mi stupirei se intendesse servirsi di costoro – e indicò i due ragazzi esanimi in terra – per i suoi piani. Anzi, l’ha già fatto.”

“Non comprendo…”

“Death Queen Island doveva essere la base della sua ribellione, il luogo ove addestrare guerrieri a lui fedeli. Era quasi riuscito nel suo intento, sconvolgendo la mente di Santi fedeli alla dea, ma Athena ha sventato i suoi piani: e Saga non ha potuto fare altro che dichiarare traditori i Santi che ora si trovano laggiù, ma non ho dubbi che gli faranno molto comodo, quando Athena tornerà per riprendere il posto che le spetta.”

“Dei traditori che attentano alla vita della dea…” Sussurrò Mu, sopraffatto. Cominciava a comprendere il piano di Saga, anche se questi aveva dovuto modificarlo rispetto all’inizio, quando aveva cominciato col plagiare la mente di Guilty affinché addestrasse un Santo capace di comandare il suo esercito oscuro, la sua ribellione intestina al Santuario… ciò adesso non era più possibile, perché Ikki era tornato in sé, ma quale spiegazione più facile d’un attacco proditorio, per spiegare la morte di Athena…?

“A maggior ragione devo recarmi subito al Santuario, maestro – dichiarò Mu, deciso – gli altri Santi devono essere informati di quanto avviene.”

“Se ora andassi, verresti ucciso da Saga. Non sei in grado di contrastarlo, Mu: se l’ho scelto come mio successore è anche per via della sua straordinaria forza, che oserei definire superiore a quella di qualunque Santo, incluso lo stesso Aiolos…” scosse il capo, con aria sconfitta. “Ho sbagliato, non avrei dovuto sceglierlo… eppure speravo… volevo sperare che…”

“Avete regalato tredici anni di pace al mondo, ad Athena, e allo stesso Saga – lo confortò Mu, vedendo che il suo mentore aveva le lacrime agli occhi – quel che ora è avvenuto è stata una disgrazia che non si poteva prevedere: Poseidone non aveva volontà di incarnarsi in quest’epoca, nessuno avrebbe pensato che ciò sarebbe accaduto.”

“Ho reso il Santuario debole, mettendolo in mano a un uomo dall’animo così torturato – replicò Shion – e ora ne pagheremo tutti le conseguenze. Purtroppo non avevo alternativa: per quanti rimorsi possano tormentarmi, nessuno di essi può intaccare la certezza che, se allora avessi scelto Aiolos, la personalità oscura di Saga avrebbe preso il sopravvento a quell’epoca, quando Athena era ancora un’inerme neonata, e non la giovane donna che è ora… è questa la sola speranza: che la dea sia abbastanza forte da combattere il suo vero nemico.”

Mu gli diede ragione, ma continuava a non comprendere perché gli era impedito accorrere a dar man forte ai suoi compagni, e lo disse.

“Saga adesso è totalmente fuori controllo – rispose Shion – sono certo che approfitterà dell’assenza di Athena per cercare di mettere a tacere coloro che sanno la verità. Siamo in pericolo, Mu, non solo tu ed io, ma anche il mio vecchio amico Dohko, e lo stesso Aiolos. Dobbiamo tenerci pronti, non andare a gettarci nella bocca del leone. Tu sai perché ho scelto questa vita di isolamento.”

Mu annuì: erano tredici anni che il suo maestro temeva quel momento, ed ora che il pericolo incombeva, non l’avrebbe abbandonato alla sua sorte. Il venerabile Shion non parlava di rimanere nascosti per vigliaccheria, ma perché era essenziale che tutti coloro che conoscevano la verità (ed erano disposti ad accettarla) fossero pronti a far fronte comune, quando fosse venuto il momento. Scendere in campo durante l’assenza di Athena avrebbe significato farsi uccidere tutti, dal primo all’ultimo, e dopo di loro sarebbe toccato alla dea. Mu poteva accettare di morire, ma andare inutilmente al sacrificio non avrebbe giovato a nessuno.

“Lascia che i Santi d’Oro tuoi compagni sconfiggano Poseidone – concluse Shion – e approfitta di questo lasso di tempo, perché sta’ pur certo che Saga farà altrettanto. Ripara le armature di quei ragazzi, istruiscili su quanto attende tutti noi, cosicché tornino a riferirlo ai loro compagni: il loro odio verso il Santuario è motivato, ma la causa delle tribolazioni del loro fratello Ikki non è mai stata Athena, bensì Saga. E’ tempo che sappiano.”

Mu annuì: il suo maestro aveva ragione, quello era il momento di organizzare la resistenza di cui Athena avrebbe avuto un disperato bisogno, al termine di quella battaglia, ma ugualmente non potè fare a meno di sentirsi in colpa, per aver omesso di accorrere immediatamente alla chiamata della dea.

Come pioveva.

 

 

Il volto di Poseidone apparve al centro del riquadro di luce della minuscola finestrella posta sulla parte superiore della colonna.

“Smetti di torturarti così, Athena – le disse – non farai che indebolirti, e alla fine morirai. Potrai uscire immediatamente da questo luogo di torture, se accetterai di governare questo mondo insieme a me, in un’epoca destinata al mito: non più gli uomini a rovinare il pianeta, ma gli dei a preservarlo dal male.”

Athena serrò i piccoli pugni, ignorando il freddo dell’acqua che le aveva già reso insensibili le gambe, e bruciò il suo cosmo con forza ancora maggiore. “Preservarlo dal male dopo aver sterminato l’intera umanità? No, mi dispiace. Non è questo ciò che voglio, Julian.”

“Non chiamarmi così – si adombrò Poseidone – quel nome è ormai dimenticato.”

“Forse per te, che hai preso possesso del corpo di un innocente per incarnarti in un’epoca che non è la tua, ma non per me, che vedo soltanto un giovane schiavizzato dalla volontà di un dio folle…”

Poseidone digrignò i denti. “Dunque continui a rifiutare di unirti a me, Athena?”

“Ora e per sempre – replicò la dea con decisione – perché il mio compito contrasta il tuo: il mio amore per l’umanità si scontrerà sempre con la tua volontà di sterminarla!”

“Come vuoi, Athena.” Replicò Poseidone in tono neutro, e richiuse la finestrella, tornando a immergere nell’oscurità l’interno della colonna portante, il sostegno principale sul quale si fondava tutto il suo regno sottomarino.

Rimasta sola, Athena si rilassò un poco. Com’era avvenuto tutto in fretta… il suo arrivo in Atlantide, la scoperta incredibile che Poseidone aveva scelto proprio il corpo di Julian Solo per incarnarsi, l’amore tuttora esistente negli occhi di quel giovane, amore che aveva spinto Poseidone a proporle un’unione che Athena mai avrebbe potuto accettare, e infine quella trappola, quel sacrificio che il dio dei mari intendeva fare affinché il suo regno durasse in eterno. Ogni volta che Athena pensava a com’era caduta facilmente nel tranello, entrando di sua volontà dentro la colonna, si sentiva arrossire di vergogna. Eppure, per quanto ci pensasse, non immaginava nessun’altra linea di condotta possibile.

Questo darà alcune ore di respiro all’umanità, si disse, sollevando la lunga gonna nell’inutile tentativo di proteggerla dall’acqua che continuava a salire, impedendo che vi siano altre vittime. Nel frattempo sono certa che Saga ha già organizzato un’offensiva in forze: i Santi d’Oro sconfiggeranno i Generali Marini, non ho il minimo dubbio a riguardo. Presto sarà tutto finito.

Si faceva forza con simili pensieri, ma era difficile restare ottimista, quando si era immerse nel buio, in totale solitudine e con quelle cascate di acqua che le si riversavano addosso, riempiendo lentamente l’interno della colonna. Il mio cosmo guiderà i miei Santi, non devo perdere la speranza…

Le gambe erano così gelide da bruciarle. Athena mosse qualche passo, sperando che l’ipotermia non la congelasse troppo presto… che fine ingloriosa sarebbe stata per una dea, finire congelata prima ancora che annegata!

Il piede incontrò il vuoto e per poco non cadde nell’acqua. Giusto, c’erano delle scale. Athena scese cautamente, rassegnata a bagnarsi fino quasi al seno, per esplorare quell’ambiente nel quale era rinchiusa. Non vedeva nulla, ma il suo cosmo le permetteva di percepire tutto quel che le serviva, anche se teneva gli occhi chiusi. Come Shaka, pensò divertita suo malgrado, è questo il suo segreto: si priva volontariamente della vista in modo che il suo cosmo si espanda oltre i limiti dell’universo, perché nel buio e nel silenzio si può ascoltare soltanto se stessi, e così arrivare più facilmente allo stato ultimo…

I suoi pensieri furono interrotti quando incontrò con le dita una superficie levigata e tondeggiante, del tutto diversa dalle pietre squadrate che formavano la sua prigione. Tastando nel buio trovò due manici elegantemente arricciati, e di colpo comprese di cosa si trattava. Tremando non più per il freddo ma per l’emozione, sollevò l’anfora sacra e la portò ne luogo dove aveva trovato rifugio, quella piattaforma sopraelevata dove l’acqua le arrivava ancora soltanto alle ginocchia.

E’ qui che Poseidone era stato rinchiuso, nell’epoca dei miti, quando lo sconfissi in battaglia, pensò sfiorando con le dita le preziose decorazioni dell’anfora, e qui doveva rimanere… perché si è liberato, quando il mio sigillo non dovrebbe aver perso efficacia?

Il coperchio dell’anfora si muoveva. Era instabile. Athena si accigliò, pensando che, col sigillo attivo, esso avrebbe dovuto essere bloccato, impossibile da spostare. Poseidone non avrebbe mai potuto liberarsi spontaneamente dall’interno, neppure ne avrebbe avuto desiderio, visto che incombeva una Guerra Sacra contro Ade… sarebbe stato da sciocchi incarnarsi per dover combattere contro due avversari, quando bastava aspettare per poi affrontare il vincitore…

Incontrò un frammento del sigillo, che si disfece sotto il suo tocco come polvere. Athena serrò le labbra, comprendendo.

Non era stato Poseidone a scegliere di rinascere prendendo possesso del primogenito della famiglia Solo, com’era abituato a fare fin dall’epoca dei miti.

Qualcuno aveva tolto il sigillo e indotto il dio a scatenare il diluvio.

Saga, oh, Saga, vieni presto, ti prego, pensò la giovane dea, spaventata. Posso affrontare Poseidone, anzi lo farò, ma non ho idea di come fronteggiare un nemico che trama nell’ombra, cercando addirittura di manipolare un dio… non abbandonarmi, mai come adesso ho bisogno di te, mio sacerdote.

L’acqua scrosciava assordate, continuando a cadere.

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