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Il canto delle sirene

Chi stava giungendo?

Ikki aprì gli occhi, passando dal sonno profondo alla veglia totale, vigile e attenta del guerriero temprato a ogni genere di battaglia. Si levò a sedere gettando da parte il lenzuolo, registrando solo marginalmente che Shun, alla sua destra, e Seiya, alla sua sinistra, dormivano ancora, del tutto ignari.

Chi sei? Pensò, vestendosi rapidamente e uscendo dalla casupola che era diventata la dimora dei Santi di Bronzo a Death Queen Island. Chi sei tu, per giungere così sulla mia isola, neanche il cosmo della Fenice che la protegge sia alla stregua di un refolo d’aria fresca?

Si richiuse la porta alle spalle, con cautela, lottando contro il vento che cercava di strappargliela dalle mani. Non voleva svegliare i suoi compagni… no, i suoi fratelli… prima di essersi accertato che vi fosse una reale minaccia. Socchiuse gli occhi per la pioggia che il cielo gli gettava in faccia, pensando che era molto insolito, un temporale in quella stagione. Ultimamente le stagioni sembravano non seguire più nessuna regola, come se un dio impazzito le avesse messe assieme in una scatola per poi agitarle e ributtarle sulla terra tutte mischiate. Non ci sono più le mezze stagioni, pensò ironicamente Ikki passandosi una mano sul viso, e i giovani non hanno più rispetto degli anziani, come ben sai tu, padre… e il cosmo che si sta avvicinando non è quello di un Santo di Bronzo, né d’Argento. Il Santuario ha forse mandato…?

Prima che potesse arrivare in fondo a quel pensiero, il cosmo che l’aveva svegliato, trascinandolo fuori in quella burrasca, fu dappertutto, simile al calore che si espande in una stanza quando si accende il fuoco. Ikki fece appena in tempo a correre innanzi, per impedire che la minaccia giungesse troppo vicina alla casupola dove riposavano i suoi fratelli, ancora indeboliti e spossati dall’ultimo scontro, prima che quella forza gigantesca, soverchiante, lo sollevasse e lo scagliasse lontano, come un fuscello nel tornado. Ikki sbattè violentemente con la schiena contro un tronco e si rialzò dolorante.

“Chi sei? – chiese gridando, per superare il fracasso del temporale – chi osa mostrarsi aggressivo nella mia isola?”

“La tua isola, Santo traditore? Questo luogo appartiene al Santuario, e il ladro non può vantare proprietà su esso, più di quanto una pulce non possa vantare la proprietà del cane che infastidisce.”

Dalle livide ombre che precedono l’alba qualcosa baluginò d’oro, mentre il suo avversario si avvicinava. Ikki sollevò le mani, tenendosi pronto.

Per fortuna sono guarito e sto bene… ma Shun e Seiya risentono ancora del combattimento contro quei due Santi d’Argento, non devono scendere in campo, non hanno neppure le armature a proteggerli… solo io posso battermi, adesso.

Un fulmine si abbatté serpeggiando e schiantò un albero lì vicino, facendo vibrare il terreno della sua energia, e nuovi rovesci di pioggia si abbatterono sull’isola. Ikki trattenne il respiro, guardando per la prima volta negli occhi il suo nemico, in preda a un trauma che non avrebbe saputo spiegarsi e che non aveva alcun senso, malgrado sapesse che la presenza di un Santo d’Oro fosse per lui morte quasi certa… ma quella figura snella, quei fini capelli biondi, quei lineamenti sottili, quel portamento degno di un principe facevano vibrare un accordo sconosciuto nel suo animo, un accordo stridulo di terrore, non la giusta prudenza verso un avversario potente, ma il panico insensato di un coniglio che vede il sole oscurato dalla nera sagoma di un’aquila…

Shaka di Virgo, apparentemente insensibile alle gocce che rimbalzavano sull’armatura riflettendone i bagliori dorati e facendolo apparire avvolto da un’aura scintillante, si fermò a un paio di metri di distanza. Teneva gli occhi chiusi e Ikki pensò che fosse per via della pioggia, ma non li aprì mentre parlava, e il Santo della Fenice arguì che c’era sotto dell’altro. Non è cieco, non so perché si privi volontariamente della vista, ma non si muove come un cieco.

“E’ molto triste per me constatare di essermi sbagliato sul tuo conto – disse il Santo d’Oro – e il mio errore è già costato sette armature al Santuario, di cui ben due d’Argento. Sono qui per rimediare a quell’istante di debolezza, dunque.”

“E credi di farcela?” chiese Ikki beffardo, domandandosi quale errore potesse avere mai commesso verso di lui quell’uomo che non aveva mai veduto prima.

Se nei tuoi occhi vedessi la malvagità che mi ha spinto fino qui dalle rive del Gange, strappandomi alla mia meditazione, non esiterei a ucciderti… Invece, nulla riesce ad offuscare l’umanità, l’immensa bontà e fede nella giustizia che traspare dai tuoi occhi…

Ikki si portò le mani alla testa, come per una fitta improvvisa. Quell’attimo in cui abbassò la guardia avrebbe potuto essergli fatale, ma il suo avversario non lo attaccò. Sorrise.

“Sei il più forte dei Santi di Bronzo, ma pur sempre un guerriero della gerarchia più bassa… sono disposto a concederti la follia come attenuante a un comportamento tanto insensato, ma ciò non toglie il fatto che hai tradito e indotto a tradire. Dopo di te, sarà la volta dei tuoi compagni. Preparati, dunque.” Shaka si tolse il mantello fradicio di pioggia e lo lasciò cadere con noncuranza per terra.

La menzione ai suoi fratelli spinse Ikki a smettere di porsi domande ed attaccare. Corse avanti, sollevando i pugni ed espandendo il suo cosmo, e come sempre nel momento del bisogno l’armatura della Fenice venne a lui, un lampo fiammante che lo rivestì nel breve tempo di un respiro.

“Ali della fenice!” Il tremendo calore sprigionato dal suo cosmo era capace di incendiare anche la pioggia scrosciante, ma Shaka non si spostò neppure, limitando la propria reazione a un lievissimo aggrottarsi delle delicate sopracciglia, come se la mente del Santo d’Oro fosse stata attraversata da un pensiero spiacevole. Il colpo di Ikki passò oltre e incenerì gli alberi retrostanti, spaccò le pietre e si disperse nel mare in tempesta.

“Questo sarebbe il tuo colpo più terribile? – domandò Shaka – ‘le ali della Fenice’… un soffio d’aria fresca e niente più, mi rincresce per te.”

“Tu, maledetto…” Ikki si spostò lateralmente, per allontanare quel nemico così pericoloso dalla casupola dove si trovavano i suoi fratelli indeboliti. Shaka, che avesse compreso il suo fine o meno, lo lasciò fare e si limitò a girarsi per continuare a fronteggiarlo. Lo guardava attraverso palpebre abbassate e, anche se era certo che lo vedesse benissimo, Ikki si sentiva beffato, cosa che lo fece infuriare ancora di più.

“Non avverto che altri due cosmi di bronzo, oltre al tuo – disse Shaka in tono colloquiale, come se non avesse appena subito un attacco furioso da parte di un nemico intenzionato a ucciderlo – le mie informazioni parlavano di quattro traditori, escludendo te… forse Dragone e Cigno hanno perso la vita nello scontro sostenuto contro i Santi d’Argento?”

“Hyoga e Shiryu non si trovano qui – rispose Ikki, ben felice di dargli una brutta notizia – sono molto lontani da Death Queen Island. Mi spiace, hai fatto tanta strada per niente.”

Un’ombra di contrarietà passò per il viso sereno del Santo della Vergine. “Questo è sgradevole. Avrei preferito non doverli stanare dal loro nascondiglio… questa missione sarà più lunga del previsto ma, dal momento che l’ho accettata, sarà meglio sbrigarsi. Sei pronto ad espiare le tue colpe con la morte, Ikki di Phoenix?”

“No, grazie.” Ringhiò questi, preparandosi a un nuovo attacco.

“Tenmakofuku.” Sospirò Shaka, quasi annoiato, e il Santo della Fenice precipitò nell’inferno buddista.

 

 

Hyoga si accasciò contro la parete rocciosa, ansimando, una mano posata sullo scrigno dell’armatura e l’altra a schermarsi gli occhi dalla pioggia insistente. “Se non fosse stato per il consiglio del tuo maestro a quest’ora saremmo fantasmi anche noi, Shiryu.” Disse rivolto all’amico. Seduto in terra e tutto bagnato, Shiryu annuì.

“Ero stato avvertito, ancora nei giorni del mio addestramento… mai indietreggiare o spostarsi di lato, sempre attaccare avanzando… il mio maestro non sbaglia in queste cose, Hyoga. Proseguiamo, adesso.”

Il Santo del Cigno aiutò Shiryu a rialzarsi e, tenendolo per un gomito, lo rivolse con discrezione nella direzione giusta, perché potesse riprendere il cammino. Rimase accanto all’amico (fratello, pensò Hyoga, non un amico, ma mio fratello, la mia famiglia) perché non si fidava affatto del terreno scosceso su cui Shiryu si ostinava a camminare senza aiuto alcuno, sebbene avesse appena potuto constatare coi suoi occhi che, seppure cieco, il Santo del Dragone se la cavava egregiamente. Gettò un’occhiata indietro, al ponte sospeso su quel precipizio infernale, in fondo al quale si scorgevano i luccicanti baluginii d’ossa e armature di coloro che non avevano avuto la fortuna di ricevere il buon consiglio che aveva salvato la vita a Shiryu e a lui. Il Cimitero dei Cavalieri, una delle trappole poste a difesa della dimora del sommo Shion e del Santo d’Ariete, quasi i due combattenti d’Athena temessero di venire attaccati… ma da chi? Chi poteva intimorire a tal modo un Santo d’Oro e l’anziano sommo sacerdote di Athena, tanto da indurli a vivere in quell’isolamento completo, in cima a un altopiano sull’Himalaya dove perfino l’aria era tanto rarefatta che non avevano visto un uomo o un solo animale da quando avevano lasciato l’ultimo villaggio di pastori?

Hyoga scostò col piede un teschio umano, uno dei pochi resti dei non-morti che li avevano attaccati su quel ponte, e precedette Shiryu, per spianargli la via. Se anche il Santo del Dragone non fosse stato cieco, mai sarebbe riuscito a trasportare da solo fin lassù le quattro armature di bronzo andate distrutte nell’ultimo scontro, e ciò aveva fornito a Hyoga un pretesto sufficientemente onorevole per accompagnare l’uomo a cui doveva la vita.

Sì è accecato con le sue mani, ricordò con una fitta dolorosa guardando le bende che stringevano gli occhi del suo compagno, lo ha fatto per salvare noi.

Inizialmente la battaglia non era apparsa così disperata: quella Shaina si era avventata come una furia su Seiya, con un odio tale da indurre Hyoga a pensare che dovesse esserci dell’altro sotto. Se quello è il suo modo di attirare l’attenzione di un uomo, capisco perché Seiya la trovi insopportabile, aveva pensato guardando il Santo di Pegasus agonizzare tra le spire stritolanti dell’Ofiuco, senza però correre in suo aiuto. Quella battaglia non era la sua, e comunque Seiya si era ripreso molto presto, restituendo all’avversaria colpo su colpo, fino alla vittoria finale, quando aveva stupito tutti modificando il suo Ryuseiken, trasformandolo di fatto in un nuovo colpo: aveva afferrato Shaina alle spalle e tramutato i suoi pugni, unificandoli in un’unica, sfavillante cometa che aveva schiacciato la donna Santo a terra, lasciandola stordita e completamente inerme. La maschera si era crepata e Hyoga aveva distolto lo sguardo, condizionato dal tabù assoluto che imponeva alle donne di celare in quel modo la loro femminilità, ma ciò non gli aveva impedito di notare come Seiya si fosse rifiutato di portare il colpo di grazia alla sua nemica.

“Non combatto contro le donne, Shaina – le aveva detto – e mai lotterò all’ultimo sangue contro di te, per quanto tu possa attaccarmi. Mettiti il cuore in pace.”

Le aveva voltato le spalle lasciandola terra, ferita, umiliata e incapace di risollevarsi, per andare a dar man forte ai suoi compagni contro l’altro Santo d’Argento.

Hyoga strinse i denti. Non gli piaceva ripensare alla battaglia contro Argor, sebbene, almeno per lui, fosse durata davvero poco, prima che gli occhi di Medusa si aprissero, rendendo tutto il suo mondo a un unico dolore bruciante, pesantissimo, duro come roccia…

“Siamo quasi arrivati, Shiryu – disse, per scacciare il ricordo – vedo già la cima del palazzo, oltre la cresta rocciosa.”

Shiryu si passò il peso delle due armature che portava – la sua e quella di Seiya – da una spalla all’altra. “Bene, cominciavo a chiedermi se non ci fossimo smarriti. Le indicazioni del mio maestro sono sempre molto precise, ma…” Toccò le bende che gli fasciavano gli occhi, e la sua bocca assunse una piega amareggiata. Hyoga si sentì stringere il cuore, ma non disse niente. La pietà era umiliante per un Santo, e comunque quello che lui avrebbe veramente voluto fare sarebbe stato chiedergli perdono, perché se Shiryu era in quelle condizioni miserevoli era stato soltanto a causa sua, sua e dei suoi fratelli, che si erano fatti irretire da Argor lasciandolo solo a combattere una battaglia spaventosa, la cui vittoria era costata un prezzo talmente alto che Hyoga avrebbe preferito perdere la vita, piuttosto. Quando sarà tutto finito troveremo un modo per guarirti, Shiryu, si ripromise fissando il fratello, appena avremo riparato le armature e chiarito ogni cosa col Santuario riusciremo a restituirti la vista. Dovessi affrontare la condanna a morte, implorerò personalmente Athena di aiutarti, perché un uomo come te non merita di finire i propri giorni da invalido.

Naturalmente non disse una parola. Shiryu sapeva che Hyoga avrebbe fatto qualunque cosa per aiutarlo, e Hyoga sapeva che Shiryu non aveva sacrificato la vista per averne qualcosa in cambio, fossero pure parole di lealtà. Tra Santi erano superflue, perfino fastidiose, come l’eccesso di convenevoli a un funerale.

Proseguirono in silenzio, fino a che le rocce non furono alle loro spalle e, nel punto più alto dell’immenso altopiano del Pamir, così elevato che le nuvole ne nascondevano la vista dalle pendici più basse, non si palesò finalmente l’alta, svettante torre che era la dimora dei soli uomini al mondo in grado di riparare armature danneggiate come quelle contenute nei quattro scrigni di Bronzo. Hyoga non avrebbe mai creduto che la sua armatura del Cigno, temprata dalla pressione del ghiacciaio eterno di Siberia, potesse finire in frantumi così, sotto i colpi di un Santo di casta superiore. Era stata un’amara lezione di umiltà che non avrebbe mai più dimenticato.

“Siamo arrivati.” Disse a beneficio del compagno, e si liberò con un sospiro di sollievo dei pesanti scrigni di bronzo. Accanto a lui, Shiryu fece altrettanto. “Non avverto alcun cosmo qui attorno.” Disse, volgendo qua e là il capo.

“Neppure io – rispose Hyoga – eppure siamo arrivati. Forse il sommo Shion e il nobile Mu sono assenti. Entriamo ad attenderli.” Si avvicinò all’ingresso della torre, allungando meccanicamente una mano, e di colpo scoppiò a ridere, per la prima volta da quando, ormai libero dal malefico incantesimo di Medusa, era tornato cosciente e si era reso conto che Shiryu si era accecato, pur di salvare lui e gli altri. Dragone fece a sua volta un sorrisetto, chiedendogli cosa ci fosse di tanto divertente, e Hyoga fece un gesto con la mano verso il muro dell’edificio.

“Credo che dovremo aspettare fuori, Shiryu… non ci sono ingressi, neppure uno! Questo sì che si chiama volere essere lasciati in pace!”

“Il mio maestro mi disse che i Santi della stirpe di Mu sono i più dotati, per quanto concerne la psicocinesi – osservò Shiryu – quindi probabilmente non hanno neppure bisogno di una porta, e come misura di sicurezza è senz’altro…”

Il cielo venne oscurato da qualcosa di nero, enorme e mostruosamente pesante. Hyoga fece appena in tempo ad alzare la testa, prima che il macigno precipitasse su di loro, rompendosi nell’impatto e seppellendoli sotto una montagna di roccia.

Dal piano più alto della torre, un bambino dai capelli rossi scoppiò a ridere. “Ridicolo, non sono neanche capaci di evitare un colpo del genere! Che abbiano superato il Cimitero dei Cavalieri dev’essere stata soltanto fortuna, o non mi spiego come siano giunti fino qui!”

Si volse per rientrare in casa perché la pioggia continuava a cadere, ma in quell’istante le pietre cadute sui due Santi di Bronzo si sollevarono  e schizzarono da tutte le parti, polverizzandosi come per effetto di un calore dirompente. Shiryu si levò in piedi, mentre Hyoga tossiva sputacchiando la polvere. “Piccola peste, adesso vedrai…”

“Vedrò cosa?” chiese il bambino, irridente, e le rocce tutt’intorno parvero prendere vita, sollevandosi e circondando i due compagni. Il piccolo congiunse le mani, poi le calò come una mannaia verso gli uomini ai piedi della torre, e le rocce si avventarono simili a lupi contro gli uomini privi di armatura.

“Ci penso io, Hyoga.” Disse Shiryu con calma, e l’amico lo lasciò fare. Sapeva che il Santo di Dragone si sentiva umiliato dalla sua menomazione, che gli rendeva così difficile combattere da avere bisogno di un accompagnatore per quella missione: così Hyoga incrociò le braccia e rimase a guardare i draghi dell’Onda di Rozan che riducevano quegli immensi macigni a un ghiaino finissimo, pericoloso quanto una manciata di sabbia gettata nel vento.

Shiryu avanzò fino al palazzo, ignorando le proteste indignate del bambino sopra di lui. “Vieni giù con le buone o devo tirarti giù a forza?” gli chiese. Il bambino fece uno sberleffo.

“Se riesci a salire, farò quello che vorrai! Ma, come vedi, non è possibile entrare, non ci sono ingressi e tu non puoi teletrasportarti, quindi…”

Quindi a Seiya questa soluzione piacerebbe, pensò Hyoga divertito, guardando Shiryu che, dopo un istante di concentrazione, scaricava il suo pugno sul piano più basso del palazzo, sbalzandolo via dal resto della costruzione come un seme d’anguria che sfugge dalle dita. L’unica conseguenza che il Santo di Dragone riportò nell’impresa fu di stracciarsi la camicia per effetto del cosmo in espansione, mentre il palazzo di marmo si inclinò pericolosamente su se stesso, come una sorta di versione orientale della torre di Pisa. Il ragazzino perse l’equilibrio, scivolò, rimase aggrappato a una sporgenza e alla fine precipitò a terra, sbattendo dolorosamente l’osso sacro. Shiryu gli fu subito sopra.

“Adesso ripara le nostre armature, subito! Non abbiamo tempo da perdere!”

Il bambino si tirò su, massaggiandosi amorevolmente il posteriore. “Io? Ma io sono solo un apprendista!”

“Non sei Mu, allievo del sommo Shion?” chiese Shiryu, stupito. Hyoga pensò che avrebbero dovuto capirlo subito, perché quel ragazzino era davvero troppo giovane per essere colui che cercavano… Ma l’età significava poco o nulla, in un mondo di guerrieri che si addestravano fin dalla nascita.

“Mu è il mio maestro. E il sommo Shion, dopo il disastro che hai combinato alla sua casa, non credo sarà molto propenso ad aiutarti…”

Ci ha lasciato forse altra scelta? Hyoga intervenne con fermezza: “Facci parlare con lui, cosicché decida da solo quello che vuole fare, ragazzino. Oltre alle armature, ci sono molte domande che ci tormentano e che necessitano di una risposta, risposta che soltanto l’anziano sommo sacerdote sarà in grado di darci.”

“Il sommo Shion non riceve nessuno – replicò il bambino, caparbio – ma, se volete parlare col mio maestro, è sempre stato alle vostre spalle.”

I due Santi si voltarono di scatto. Per un istante Hyoga non vide niente, poi si accorse che la pioggia non cadeva in un punto, come se rimbalzasse contro un ostacolo invisibile, una sagoma di forma inequivocabilmente umana, che si mosse venendo avanti. Nello stesso istante il cosmo di Mu cominciò a palesarsi, in uno splendore d’oro talmente immenso che i due Santi di Bronzo indietreggiarono prima di rendersene conto.

Come se qualcuno avesse messo a fuoco un obiettivo invisibile, laddove un istante prima non c’era nulla se non un ostacolo alla pioggia, comparve la figura di un uomo alto e magro, dalla pelle chiarissima di chi evitava di esporsi al sole impietoso di quelle grandi altitudini, i capelli lunghi e legati con un laccio di pelle, e due tatuaggi rotondi sulla fronte, uguali a quelli che aveva anche il bambino. Ecco perché solo lui può ripararci le armature… Come gli aveva spiegato un tempo il suo maestro, Hyoga capì che quelle persone, segnate dai tatuaggi, appartenevano alla mitica stirpe dei Lemuriani, l’antico popolo che, narrava la leggenda, forgiò le armature su richiesta di Athena, e che scomparve in seguito all’inabissamento del continente Mu, la loro patria. Quei due (tre, se anche il sommo Shion era della stessa dinastia) dovevano essere gli ultimi superstiti dell’intera popolazione, i soli rimasti al mondo a conoscere i segreti che rendevano le armature dei cavalieri così forti da superare qualunque potere esistente in natura.

“Vi spiacerebbe placare quei cosmi offensivi? – furono le prime parole pronunciate dal Santo d’Ariete – questa è la mia dimora, e non desidero vederla sconvolta da inutili scontri. Se non riuscite a dominare la violenza, vi prego di andarvene subito.”

Venne avanti. Hyoga e Shiryu si misero in guardia, ma Mu li superò senza neppure guardarli e si fermò davanti al suo palazzo traballante, sollevando una mano. Il cosmo che emanava da quella figura che sarebbe stata femminea, se non avesse avuto le spalle ampie del guerriero e le gambe muscolose di chi ha passato lunghe ore ad allenarsi, era impressionante. Immediatamente la struttura si raddrizzò sollevandosi, e il piano più basso, quello sbalzato via da Shiryu, tornò al suo posto insieme a tutti i detriti spazzati via dall’Onda di Rozan, tanto che, dopo un istante appena, parve che la torre non fosse mai stata intaccata. Era tornata perfetta, senza il più piccolo difetto o la minima crepa. Mu tornò a voltarsi verso i Santi di Bronzo.

“Ebbene, perché siete giunti qui?” chiese, senza degnare di uno sguardo gli scrigni delle armature. Shiryu le spinse avanti.

“Se tutti i cavalieri del Cimitero erano venuti per lo stesso motivo, dovresti saperlo da te. Sei l’unico al mondo in grado di riparare le nostre armature, senza le quali siamo più inermi di un bambino…”

Il ragazzino ridacchiò con aria di scherno mentre Shiryu tirava le catene che aprivano le scatole di bronzo. L’armatura di Hyoga, quella di Seiya e quella di Shun avevano un aspetto malsano, grigiastro, come se non fossero state completamente liberate dall’incantesimo di Medusa, quando esso aveva liberato i Santi: parevano non possedere più alcun potere, oltre alle innumerevoli crepe dovute alla battaglia. Quella di Shiryu, più semplicemente, era ridotta in briciole.

Mu dedicò alle vestigia solo una rapida occhiata. “Non posso fare niente – disse in tono sbrigativo – e anche se potessi, non vi aiuterei. Sono un Santo di Athena fedele alla dea, è da escludere che presti soccorso a dei traditori. Ora andatevene e affrontate le conseguenze dei vostri atti.” Fece un gesto all’indirizzo del bambino, per ordinargli di tornare nella torre, e si incamminò a sua volta, mentre Hyoga assimilava il significato di quelle parole. Traditori, siamo considerati dei traditori, e la notizia è giunta fin quassù nel Pamir… bene, che cosa mi aspettavo? Sapevo che sarebbe avvenuto…

Shiryu corse innanzi, si parò di fronte a Mu, sbarrandogli la strada. “Ti prego, aspetta! – lo pregò, accorato – non so cosa si dica di noi, ma non siamo dei traditori. Quanto è accaduto a Death Queen Island…”

“Non dovete dirlo a me, ma ad Athena – lo interruppe Mu, con un tono malgrado tutto ancora piuttosto cortese – era lei ad aver riposto fiducia nella vostra lealtà e a vedersi tradita. Se intendete lavare l’onta che macchia i vostri nomi, andate al Santuario, rimettetevi alla giustizia della dea e affrontate la punizione.”

“Non possiamo tornare ancora. Ci sono cose che non sai…”

Mu superò Shiryu senza più prestargli ascolto. Nonostante tutto Hyoga dovette dare atto al Santo d’Ariete di essere un uomo alquanto magnanimo, perché invece di uccidere immediatamente coloro che riteneva colpevoli del crimine più abietto di cui si potessero macchiare dei Santi, li risparmiava affinché potessero fare ammenda di fronte ad Athena. Oppure non vuole affrontarci perché ci teme? Pensò fugacemente, ma gli bastò un’occhiata alla torre restaurata per capire che non era così. Quell’uomo avrebbe potuto schiacciarli tra due dita, se solo avesse voluto.

“Saremmo tornati subito, se non avessimo dovuto aspettare che le ferite dei nostri fratelli guarissero abbastanza da poter affrontare il viaggio – disse a voce alta, prima che Mu scomparisse – ma nel frattempo il Santuario ha inviato dei sicari ad ucciderci, due Santi d’Argento che hanno ridotto le nostre armature come vedi. Non ci hanno dato alcuna possibilità di spiegare le nostre ragioni, o avremmo detto loro le parole che stiamo dicendo a te: non siamo traditori.”

“E’ così – rimarcò Shiryu – Ikki di Phoenix non si era ribellato ad Athena, era stato plagiato da un uomo la cui mente era sconvolta da qualche sortilegio. Ora che tale sortilegio non esiste più, Ikki è tornato l’uomo che doveva essere. Devi crederci!”

“Non dovete dire a me queste cose, ma ad Athena.” Ripeté Mu, che tuttavia si era fermato. Dietro di lui faceva capolino la testa rossa del bimbo, incuriosito da quegli strani forestieri che importunavano così il suo maestro. “Se le vostre ragioni sono valide, le ascolterà.”

“Athena ha mandato degli assassini a eliminarci – replicò Hyoga, con amarezza – come puoi pensare che voglia ascoltare le nostre ragioni?”

Gli occhi del Santo d’Ariete si strinsero, divenendo due fessure ardenti. “Bada – lo avvertì – non ho alcun desiderio di sporcarmi le mani del vostro sangue, ma se insulterai la mia dea metterò da parte la clemenza. Voi siete quel che siete grazie a lei, e non mi sembra che il vostro rango vi dispiaccia molto, se mi chiedete di riparare le vostre armature. Volete i grandi poteri dei Santi senza alcuno degli oneri che ciò comporta? Sapete che questo vi rende Santi Neri, rinnegati che ogni vero cavaliere d’Athena ha il dovere di distruggere?”

Pericolo, pensò Hyoga, mettendosi in guardia, siamo in pericolo. Quest’uomo è il nemico più pericoloso mai incontrato finora, forse non ne esiste uno più soverchiante…

Shiryu doveva pensare la stessa cosa, ma la sua reazione fu diametralmente opposta rispetto a quella di Hyoga, tanto che il Santo del Cigno rimase paralizzato dallo stupore, quando vide l’orgoglioso Dragone, l’uomo senza esitazioni, dalla fierezza e il senso d’onore incomparabile tra i Santi di Bronzo, cadere in ginocchio e prostrarsi di fronte al nobile Mu, con la fronte che sfiorava la terra bagnata e rivoli d’acqua che gli scorrevano sulla schiena.

“Le tue parole sono dure, ma meritate, grande Mu, e tuttavia io ti chiedo… ripara le nostre armature! Siamo Santi d’Athena come te, mai abbiamo rinnegato gli ideali di giustizia e libertà che ci hanno reso quel che siamo, anzi, proprio per essi la situazione è degenerata fino a questo punto per noi così disonorevole! Permettici di spiegarti, di farti comprendere le nostre ragioni, in modo che ciò possa darci una speranza che anche Athena capisca i nostri errori… perché di errori e non di tradimento si tratta. Ti supplico, ascoltaci!”

Hyoga esitò solo un istante, prima di venire avanti e imitare l’amico. Strinse le dita nel fango e parlò guardando il suolo inzuppato, mentre gli aculei gelidi della pioggia gli trafiggevano il corpo.

“E’ così, nobile Mu, è come dice Shiryu: sono stati errori, e la situazione era tale da indurmi a dire che si è trattato di errori inevitabili. Eseguendo l’ordine di Athena alla lettera ci saremmo macchiati di un crimine imperdonabile, peggiore di quello di cui siamo accusati adesso, e a riprova che il nostro dilemma era dovuto all’onore e l’umanità inculcataci nell’addestramento di Santi, ti porto il valore di mio fratello Shiryu, arrivato ad accecarsi con le sue mani, pur di salvare noi. Ti pare forse il comportamento che avrebbero dei Santi Neri?”

Per un lungo, lungo tempo l’unica risposta fu la pioggia battente che scrosciava nelle orecchie dei due supplici. Poi Hyoga vide i piedi del grande Mu muoversi.

“Kiki – disse il Santo d’Ariete – va’ al riparo e indossa abiti asciutti, o ti ammalerai. E voi due, alzatevi.” Tese loro la mano, senza badare al fango. Hyoga strinse quelle dita sottili, ma la delicatezza dell’ossatura non lo ingannò, perché la stretta di Mu era una morsa invincibile, che sollevò i due Santi di Bronzo quasi di peso, senza bisogno che loro lo aiutassero.

Mu si avviò verso il palazzo. “Venite – disse loro – sono disposto ad ascoltarvi ancora, ma non fatevi illusioni sulle armature: sono morte, e neppure io posso riportare in vita i morti.”

Un fulmine attraversò il cielo a quelle parole.

“Cosa intendi dire?” chiese alla fine Shiryu, livido in volto. Hyoga guardò le vestigia rimaste sotto l’acqua, che avevano un aspetto quasi patetico, del tutto prive dello splendore bronzeo che le rivestiva abitualmente. Messe così, sembravano poco più di un cumulo di rottami in mezzo al fango.

Mu spiegò: “Anche le armature possiedono una vita. Sicuramente avrete già notato che l’usura delle battaglie, quando queste non siano disperate come l’ultima che avete combattuto, viene assorbita, perché ogni armatura guarisce spontaneamente. Ma se la ferita è troppo grave non c’è salvezza o rimedio, proprio come un essere umano non può vivere se viene colpito troppo duramente. Le vostre armature hanno sacrificato la vita per proteggervi, e non c’è più niente da fare.”

 

 

Aldebaran era inquieto. I miti raccontavano che, nelle livide ore che precedevano l’alba, gli spiriti maligni vagavano per il mondo ridacchiando e cercando dei mortali cui fare del male: mai come in quel momento il Santo del Toro comprendeva lo stato d’animo di coloro che avevano inventato quelle fole, perché l’aria estiva sembrava gelida, portatrice di sventure.

Athena è al sicuro, è tornata ore fa e adesso riposa alla Tredicesima, pensò scrutando l’orizzonte, e ciò dovrebbe bastare a rendermi la calma, mentre invece non è così. Le forze dei Santi d’Oro, al momento, sono pressoché dimezzate…

Si concentrò su quel pensiero, indagandolo a fondo per trovare in esso la radice della sua irrequietudine. Le Dodici erano sguarnite: Ariete era lontano, nel Tibet, la casa dei Gemelli non era presidiata perché il suo custode si trovava alla Tredicesima, dopo aver riaccompagnato Athena. Era pur vero che Death Mask e Aiolia si trovavano al loro posto, ma le case di Virgo di Libra e di Scorpio erano indifese. Milo era partito per una missione assegnatagli dal sommo Saga e non sarebbe tornato prima di un giorno o due, come pure Shaka, che però si era rifiutato di spiegare il motivo della sua assenza. Se non altro, ragionò il Santo del Toro, le ultime quattro case erano ben guardate. Il sommo Saga mai avrebbe lasciato il Santuario incustodito, e che alcuni santi d’Oro mancassero, per vari motivi, era considerato del tutto normale. In fondo erano guerrieri, e il loro compito era combattere.

No, non era questa la ragione del suo stato d’animo. La pioggia scrosciante non accennava a diminuire, e rivoli d’acqua scorrevano sull’oro lucente della sua armatura, facendola splendere ancora più dell’usuale, quasi un faro nell’oscurità della Seconda Casa, quando il Santo del Toro uscì e guardò in giù, verso la gradinata che declinava fino alla Prima. L’umidità era soffocante, il clima quasi tropicale, perché nonostante la pioggia continuava a far caldo, tanto che pareva di trovarsi dentro una serra. Ai margini della gradinata ciuffi di fiori e piante selvatiche chinavano le foglie, appesantiti da tutta quell’acqua, già semisommersi.

Quanto continuerà ancora, questo maltempo? Si domandò Aldebaran, passandosi una mano sulle cespugliose sopracciglia, talmente infradiciate da infastidirlo. Athena ci aveva messi sull’avviso, al Chrysos Synagein, ma pensavo che le sue fossero preoccupazioni eccessive… invece aveva ragione, sta accadendo qualcosa, qualcosa da cui dobbiamo guardarci.

L’acqua scrosciava, picchiava, cadeva. Il rumore era forte, tanto che Aldebaran non udì subito il suono ma, quando avvenne, non riuscì più ad ascoltare nient’altro, perché quelle note fecero scomparire il rumore della pioggia, il rombo dei tuoni, il lontano fracasso del traffico, che giungeva nella notte dalla zona turistica di Atene, oltre il Santuario.

Era un flauto, chiaro e perfetto come il rintocco di una campana di cristallo.

Aldebaran ristette.

La musica continuava, dolce come la ninna nanna che una madre intona al figlioletto, allettante come il coro delle sirene di Ulisse, gradita più della voce di un amante, e tuttavia penetrante come un ago, come dita invisibili che saggiavano tutt’intorno in cerca di un varco, un punto debole, un accesso…

Con un sforzo, il Santo del Toro si riscosse, ergendosi in tutta la sua impressionante statura. “Chi va là? – disse con voce profonda – chi entra nel Santuario senza farsi annunciare, rischiando così la propria vita?”

Il suono del flauto accolse e accompagnò quelle parole, proseguì per qualche istante, quindi si smorzò e si spense nel rumore, ora intollerabile, della pioggia che cadeva. Aldebaran udì un rumore di passi, e subito dopo, dal buio emerse una figura, che si fermò qualche decina di gradini sotto di lui, studiandolo in silenzio. Aldebaran incrociò le braccia, guardingo.

Era un uomo, ma aveva il volto talmente cesellato e delicato da farlo apparire quasi efebico, impressione accentuata dal fatto che gli occhi erano rosati e i capelli chiarissimi, come un albino. Indossava un’armatura, tuttavia, e quindi non poteva essere una persona da poco, perché quella corazza luccicava d’oro quasi come quella del Santo del Toro, e chiudeva in una solida guaina il corpo slanciato del nuovo venuto. Tra le mani stringeva con grande cura un flauto pure d’oro finemente lavorato.

“E così questa Casa è custodita – furono le sue prime parole, pronunciate con una voce non meno melodiosa della musica che traeva dal suo strumento – cominciavo a pensare che i Santi d’Oro fossero fuggiti tutti.”

“Bada a come parli, straniero – l’ammonì Aldebaran – perché il terreno su cui posi il piede è sacro. Dì il motivo che ti spinge a calpestarlo con così poca reverenza, oltre al tuo nome e a quello del tuo signore, o non potrò garantire per la tua vita.”

L’altro rispose con grande cortesia, come se quello fosse un amichevole scambio di convenevoli anziché il preludio d’una feroce battaglia. “Il mio nome è Sorrento, e sono uno dei sette Generali di Poseidone, signore dei mari. Mi trovo qui per condurre Athena al suo cospetto, come dono alla sua resurrezione in quest’epoca. Fatti da parte, quindi, perché non desidero spargere sangue inutilmente.”

Aldebaran per un momento fu troppo sorpreso per riuscire a rispondere. Quell’uomo, quel ragazzino, era dunque venuto con intenzioni ostili, e da solo, come se risalire le Dodici fosse impresa alla portata di un simile sbarbatello! Era talmente ridicolo che non gli venne neppure da ridere e preferì cercare di trargli altre informazioni, prima di ridurlo come si meritata, ovvero in polpette.

“Poseidone è dunque risorto? E’ per questo che ha cominciato a piovere, neanche tutte le acque del mondo volessero riversarsi in terra?”

“E’ così – rispose Sorrento, avvicinandosi il flauto alle labbra – il mio dio è molto scontento dell’iniquità che domina quest’epoca, ed intende purificarlo affinché sia possibile rinnovarlo completamente. Tuttavia, perché ciò avvenga, è necessario accertarsi che Athena non osteggi il disegno del sire Poseidone, come ha sempre fatto, fin dall’epoca dei miti. Ecco il perché della mia venuta.”

Prima che Aldebaran potesse rispondere, Sorrento ricominciò a suonare. Era una melodia celestiale, capace di far innamorare un usignolo, ma il Santo del Toro si accorse subito che era diverso da prima, perché stavolta le note musicali erano altrettanti colpi, come aghi lanciati a velocità impensabile, di certo pari a quella di un Santo d’Oro, aculei acutissimi che si scagliavano contro la sua armatura, contro le sue orecchie, che gli trafiggevano la mente simili ad edera velenosa, che avvolge l’albero ove cresce fino a stritolarlo completamente…

Ansimando, Aldebaran lanciò il suo colpo, la cui peculiarità era di non rivelare fino all’ultimo ove esso avrebbe colpito, perché le braccia incrociate non permettevano all’avversario di comprendere le sue intenzioni, fin quando non fosse stato troppo tardi. Sorrento si vide arrivare addosso la forza più dirompente del Santuario, che distrusse la gradinata sul suo tragitto e lasciò un cratere fumante, bruciacchiato, nel punto preciso dove il Generale si era trovato solo un attimo prima. Appena due passi in là, Sorrento levò uno sguardo sbigottito su Aldebaran, che stava scendendo i gradini per fronteggiare il nemico.

“Ti avevo sottovalutato, mio corpulento avversario… la fama dei Santi d’Oro è ben meritata.” Gli riconobbe con un sorrisetto, e fece per accostarsi di nuovo al suo flauto, ma Aldebaran non intendeva permettergli ulteriori iniziative e colpì ancora, più violentemente di prima, facendo letteralmente esplodere la gradinata di marmo. Dove si era trovato Sorrento, adesso vi era solo la terra nuda, annerita dai colpi.

“La forza bruta non può nulla contro la musica, Santo, e te ne accorgerai presto…” Approfittando dell’istante in cui Aldebaran riprendeva fiato dopo l’attacco, il Generale riprese a suonare, una musica veloce, travolgente, che aggredì i timpani del difensore della Seconda come un nugolo di vespe impazzite, afferrandogli l’intelletto come le sirene del mito dovevano aver afferrato i naviganti, dopo averli attratti sugli scogli con la loro voce, per spingerli in giù, verso gli abissi del mare dove sarebbero annegati e rimasti in eterno, tra le risa argentine delle creature che li avevano uccisi…

Con un urlo di disperazione, Aldebaran si piantò le dita nelle orecchie, un dolore immane, e sentì lo schizzo tiepido del suo sangue quando questo sprizzò macchiando il fango in cui la terra si andava trasformando rapidamente. Stupefatto, Sorrento smise di suonare, e il Santo del Toro non si lasciò sfuggire quel piccolo vantaggio: attaccò di nuovo, con la testa che gli scoppiava per il male e le mani lordate del suo stesso sangue, e stavolta colpì il Generale, una botta fortissima in pieno petto, capace di sfondare anche l’acciaio: fu solo in virtù dell’armatura di scaglie dorate se Sorrento non rimase ucciso sul colpo, ma ugualmente fu spazzato via come un fuscello nella tempesta. Aldebaran cadde in ginocchio, tremando per lo choc della grave ferita che si era inflitto. Non importa, si disse, ho vinto il nemico, quel che devo fare adesso è riferire che Poseidone si è ridestato, che è necessario reagire, prima che…

“Un buon tentativo, ma non è bastato, Santo d’Athena.”

Aldebaran alzò di scatto la testa. Non aveva udito quelle parole con le orecchie, naturalmente, ma Sorrento parlava direttamente al suo cosmo, azzerando la menomazione. Si rialzò, con appena un lieve tremito della gambe possenti.

“Allora vieni – gli rispose – se non ne hai avuto abbastanza vieni ancora e preparati a morire, visto che lo desideri tanto.”

Sorrento sorrise di scherno sollevano nuovamente il suo flauto. Aldebaran incrociò le braccia.

Fu in quel momento che entrambi vennero sopraffatti da un nuovo cosmo, tanto sconfinato, tanto splendente che era impossibile pensare di battersi ancora. Aldebaran lo riconobbe prima ancora che la figura sottile uscisse dalla tenebra che permeava la Seconda, e cadde prontamente in ginocchio mentre Athena, avvolta in una veste candida che la faceva apparire più eterea di un petalo di ciliegio, scendeva i pochi gradini rimasti intatti e si fermava prima di sporcarsi nel fango. Dietro di lei veniva Marin, con indosso la sua corazza d’argento a farle da scorta.

“Fermatevi – disse Athena – smettete immediatamente con questo scontro insensato. Non voglio spargimenti di sangue inutili.”

Aldebaran, pur inginocchiato, non perdeva d’occhio il nemico. “Athena, si allontani subito, qui è troppo pericoloso! Quest’uomo è venuto per farle del male!”

Ma Sorrento pareva momentaneamente dimentico della sua missione. “Così tu sei Athena – sussurrò, sopraffatto – la nemica del mio sovrano fin dai tempi del mito…”

“Io sono nemica solo di chi vuole fare del male a persone innocenti – fu la risposta – se anche in quest’epoca Poseidone intende conquistare il mondo a scapito di milioni di vite, con rammarico devo rispondere che sì, sono ancora sua nemica. In caso contrario, tra noi non vi è motivo di dissidio.”

Aldebaran guardò Marin, che annuì impercettibilmente: sapeva quanto lui che la situazione era pericolosa e non avrebbe abbassato la guardia neppure per un istante. Athena proseguì: “Tuttavia mi pare di comprendere che Poseidone sia convinto che non vi siano innocenti da salvare, e che per questo stia provocando tanti e tali disastri nel mondo. E’ così, Generale?”

Sorrento assentì col capo. Athena sospirò. “Ebbene, se lo convincerò che vi sono innocenti che vale la pena risparmiare, rinuncerà al suo piano?”

“Io… io non lo so, Athena… non posso parlare in nome Suo…” Balbettò il Generale, troppo spiazzato per aggiungere altro. Era arrivato lì aspettandosi di trovare Athena la guerriera, la dea delle battaglie, e quella fragile fanciulla dagli occhi stellati era l’ultima persona che avrebbe potuto pensare di attaccare. “Io ho solo l’ordine di condurvi dal mio signore… in Atlantide, il suo regno…”

“Così sia. Accompagnami da Poseidone, dunque.” Con grazia, Athena sollevò l’orlo della gonna e scese nel fango, passando accanto ad Aldebaran e fermandosi davanti a Sorrento. “Fammi da scorta, Generale: ho alcune rimostranze da fare al tuo re.”

Il Santo del Toro si alzò, inorridito. Marin scese di corsa per aiutarlo, perché Aldebaran barcollava a causa dell’emorragia causata dallo sfondamento dei timpani. “Athena, no! Non dovete andare, non…”

Il cosmo di Athena si espanse come il calore emanato da un fuoco, quando si aggiunge altra legna, e la giovane si volse verso i suoi Santi, ordinando con un gesto imperioso: “Non muovetevi! Il mio ordine è di cessare immediatamente le ostilità e riprendere soltanto se le mie trattative non andranno a buon fine. Tu, Marin – guardò la donna Santo, che tremava nel sostenere il peso combinato del possente Santo d’Oro e la sua armatura – hai già una missione da compiere, se non erro. Non indugiare e vai, dunque. Quanto a te, Aldebaran, ti comando di riposarti e guarire, prima di scendere nuovamente in campo, perché in tutti i casi, ferito come sei, saresti troppo svantaggiato. E’ chiaro?”

“Athena… non…”

La fanciulla volse le spalle ai suoi Santi e tese una mano a Sorrento, con la grazia sicura di sé d’una regina. Confuso, il Generale gliela prese e la guidò via dal campo di battaglia, evitando le pozzanghere. Aldebaran fece per seguirli, ma Marin lo fermò posandogli una mano sul braccio.

“Hai sentito gli ordini di Athena. Non possiamo.”

“Mi stai dicendo che devo rimanere inerte a guardare la mia dea fronteggiare il suo nemico di sempre, donna?” ruggì Aldebaran, con un’ira che avrebbe fatto tremare lo stesso Zeus, ma che era talmente venata di dolore da non intimorire più di tanto Marin.

“Andiamo subito a riferire al sommo Saga quanto è successo – gli suggerì – dubito che sia al corrente di quest’iniziativa d’Athena, e prenderà immediati provvedimenti. Se c’è qualcuno che può decidere in questo frangente, è lui, non noi.”

Aldebaran guardò la macchia bianca che era l’abito di Athena, un palpitare che svanì mentre l’osservava. Chiuse gli occhi per non dover più vedere quel buio che aveva inghiottito la sua dea. “Hai ragione – disse lentamente – dobbiamo subito salire alla Tredicesima… no.” Fermò Marin prendendola per un braccio, mentre la donna Santo si apprestava a muoversi. Marin lo guardò, e sebbene portasse la maschera Aldebaran sapeva che era stupita da tanti indugi. “Tu devi andare a svolgere la tua missione, come ti ha ordinato Athena. Andrò io.”

“Sei debole per lo scontro!”

“Va’ a compiere la tua missione, Santo. Se Athena comanda, dobbiamo ubbidire, e non dubito che sia qualcosa d’importante, per ordinarti di andare in un momento simile.”

“Si tratta di trovare la…” cominciò Marin, ma Aldebaran la mise a tacere con un gesto.

“Non devi darmi spiegazioni. Affrettiamoci a svolgere ciascuno il proprio compito, in modo che sia possibile organizzare una controffensiva il prima possibile.”

Marin annuì, con la pioggia che le cadeva sulla maschera creando l’illusione che la donna Santo avesse il volto inondato di lacrime.

 

 

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