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Gennaio

1 Gennaio

 

Penso che finirò questo quaderno, con l’aggiornamento di oggi. Beh, non mi dispiace, così comincio quello nuovo, regalo natalizio di Haru e Sindel. E’ veramente stupendo, scriverci sarà un piacere [il diario di Luna ha ancora poche pagine bianche, e quanto segue è per metà sul diario vecchio e per metà su uno molto bello con la copertina di pergamena e fiori pressati, ndA].

Dunque.

Non ci credo che sono ancora viva. Veramente non credo a niente di quel che è successo ieri sera. Mi consola un pochino pensare che non sono l’unica, visto che il mio maestro va in giro con una faccia perfetto stile ok-scherzo-riuscito-adesso-ditemi-dov’è-la-telecamera-per-la-candid.

Da queste parti il Capodanno non si festeggia un granché, nel senso che chi vuole rimanere alzato per aspettare la mezzanotte può farlo, basta che il giorno dopo sia pronto ad alzarsi all’alba per gli allenamenti. Chiaro che non sono in molti ad averne voglia, visto che il rischio di una frattura multipla scomposta, se non sei più che sveglio durante gli esercizi, è assai concreto. Dato che io ne sono (ero?) dispensata, ho detto al grande Mu che sarei andata a dormire tardi: nessun’altra serata poteva essere più adatta ai miei scopi, perchè non ha sospettato niente e alla solita ora mi ha augurato la buonanotte e me lo sono tolto dai piedi. Cosa poteva sospettare, comunque? Chi sarebbe così imbecille da andare a suicidarsi? [segue il solito disegnino pessimamente eseguito di un omino filiforme con la scritta IMBECILLE sopra e la scritta IO con una freccia che lo indica NdA]

Il problema, semmai, è stato Kiki, che continuava a saltellare dicendo che voleva vedere i fuochi d’artificio della mezzanotte. L’avrei ammazzato, ma per fortuna un bambino di otto anni ha una resistenza limitata, anche se è un esper, così verso le undici è crollato sul divano russando come un trombone. Così piccolo è già così zotico, da non credersi. L’ho coperto con un plaid e me ne sono uscita alla chetichella dopo aver dato un po’ di pappa a Morgana perché non mi seguisse miagolando al suo solito.

Sono arrivata all’agorà senza problemi, e lì mi è venuta un po’ di strizza perché, diciamocelo, stavo proprio per fare una cretinata epocale. Mica ero costretta, anzi, nessun Saint avrebbe voluto che lo facessi, non l’avrebbe voluto Athena stessa, non volevo io… ancora non ho capito perché ho continuato a camminare, diretta verso il più vicino cimitero (non quello del Santuario). La mia supposizione, poi rivelatasi corretta, sarebbe che i morti si manifestano più facilmente in certi luoghi, come se il confine tra aldiqua e aldilà fosse meno netto, più facile da varcare: visto che volevo attirarne fuori quanti più possibile, dovevo facilitargli il compito, giusto?

Così sono andata al cimitero.

Nel Santuario il limitare della parte segreta dove vivono i Saints non è molto delineato, diciamo che c’è un’ampia zona franca nella quale i visitatori indesiderati tipo i turisti tendono a perdersi – ottimisticamente penso che poi arrivi qualcuno per indicare loro la via del ritorno – e io mi trovavo lì, camminando pian piano perché se c’era una cosa che proprio non avevo era la fretta, quando dal buio sono emerse due figure in armatura, così repentinamente che ho fatto un salto. Non così presto! Non sono preparata psicologicamente, tornate dopo!

“E tu cosa fai qui? Credevo non potessi uscire dal Santuario. Ti sei forse smarrita?”

Mi sono calmata un pochino riconoscendo il nobile Aiolia, poi ho avuto un tuffo al cuore quando dietro di lui ho distinto Milo, chiaramente fuori di pattuglia. Con il Santuario in piena emergenza, era ovvio, e quei due, anche se non fanno che discutere e battibeccare, alla fine sono sempre i primi a saltare su, se c’è da agire. Per me le loro discussioni sono soltanto un modo per stabilire, con rispetto parlando, chi ce l’ha più grosso, come in ‘io sono un Gold più Gold di te’. Maschi, bah.

Bella conclusione per la mia scampagnata, mi avevano presa prima ancora di uscire dai confini!

“Non mi sono smarrita – ho risposto – solo che… devo andare in un posto.”

“Dove?” Mi ha ovviamente chiesto Aiolia, ma io quasi non lo sentivo, perché avevo gli occhi di Milo addosso e il mondo per me poteva pure fermarsi lì.

“In un posto.” Ho ripetuto, e considerando che nel mio cervello esisteva solo il blu oltremare dello sguardo di Milo, direi che era già tanto esser riuscita a spiccicare parola, ma Aiolia ha scosso la testa. In effetti non era una grande spiegazione.

“Torna indietro, è pericoloso per gli apprendisti lasciare il Santuario. Su, vai.” E mi ha indicato il sentiero da cui ero arrivata, liquidandomi. Io ci ho pensato un po’ su.

“Okay.” Ho detto, e sono tornata indietro. Alla prima biforcazione ho preso un’altra strada per uscire, ma non è ancora nata l’apprendista che può fregare un Gold, e dopo neanche venti metri mi sono ritrovata di nuovo di fronte i due, che figuriamoci se cascavano in un trucchetto così stupido. “Cosa non ti era chiaro nella frase ‘torna subito indietro’?” Mi ha chiesto Aiolia, sbuffando, e io ho dovuto gettare la maschera (metaforicamente: penso che se l’avessi fatto sul serio li avrei completamente sconvolti, il senso del pudore da queste parti è qualcosa di assurdo).

“Senti, io devo andare – ho detto – conosco i rischi quindi non preoccuparti, non lo faccio da ignorante, ma ho proprio bisogno di uscire dal Santuario! Per piacere…”

Milo continuava a guardarmi senza dire niente. Era peggio che se mi avesse rimproverata. “No – ha detto Aiolia – a parte i rischi, Mu ha dato disposizioni al riguardo. Non possiamo lasciarti andare.”

“Per piacere?”

Aiolia ha incrociato le braccia, aspettando che mi rassegnassi. Capisco perché uno così stia con la tipa più granitica del Santuario. Si sono veramente trovati.

“Guarda dietro di te! Una scimmia con tre teste!” ho esclamato, ma non hanno colto e mi hanno fissata come una povera pazza. “Okay, okay – ho capitolato – torno indietro sul serio, va bene? Però domani parlerò col mio maestro, e allora mi lascerete andare?”

“Se Mu è disposto ad accettare i pericoli d’un sortita dei suoi apprendisti, non spetta a noi discuterne.” Ha risposto Aiolia, cascando come una pera nel mio tranello. Milo, zitto e mi guardava, con quegli occhi più penetranti di due diamanti blu. Mi è venuto il dubbio che lui non fosse ingenuo come il Leone, ma non ho detto niente e mi sono avviata di nuovo. Appena fuori vista mi sono seduta su una pietra e ho aspettato, in modo che i Gold si convincessero che aveva ubbidito per riprendere il loro giro di guardia. Erano già cominciati i fuochi d’artificio per il Capodanno quando mi sono decisa e sono ripartita. Ho attraversato la zona franca senza problemi, ho fatto un’altra decina di passi ed eccomi fuori dal Santuario. Che pirla che è Aiolia, ho pensato, gli è bastato supporre che non intendevo fare le cose di nascosto e che se non avevo il permesso di Mu era soltanto perché non avevo avuto la possibilità di chiederglielo, e invece…

…e invece la pirla sono io. Ma vi pare che due Gold si sarebbero lasciati mettere nel sacco così? Mi aspettavano appoggiati alle colonne del Partenone, Milo a braccia conserte e sempre muto, Aiolia che picchiettava stizzito con le dita su un muretto. “Va bene, visto che non vuoi ragionare ti riporto indietro di peso e dirò a Mu che la sua allieva è una testa calda. Non mi lasci scelta, temo.” Ha commentato il Santo del Leone venendo avanti, e io sono naturalmente indietreggiata, non tanto perché volevo evitarlo, ma perché, porca miseria, c’era anche Milo, se dovevo sopportare quell’ignominia, almeno che tornassi al Santuario in braccio a lui! Oltre al danno la beffa, eh no, scusate tanto!

“Ho le mie ragioni, giuro…” ho cominciato a dire, ma in quel momento la sorte benevola (si fa per dire) mi è venuta in aiuto, sotto forma di decine di serpenti striscianti che sono usciti da tutte le crepe, le macerie, le buche nel terreno, passandomi accanto e in mezzo ai piedi e avventandosi sui due Gold. Ho fatto in tempo a vedere i cappucci aperti, realizzando che non erano serpenti qualsiasi, ma cobra, decine e decine di cobra, prima di saltare su un muretto, per mettermi non proprio eroicamente in salvo. Ma era superfluo, non attaccavano me, soltanto Milo e Aiolia.

Oh bene, ho pensato, questo è un regalino di Ashura, ci tiene ad incontrarmi, mi sta dicendo di andare.

Avevo ragione, ovviamente. I cobra non erano certo un pericolo per i due Gold, non potevano neppure scalfire le armature, ma erano veramente tanti, centinaia e centinaia, e quanti ne uccidevano tanti ne uscivano. Non ho tuttora idea di dove si nascondessero tutti quei serpenti, ma è un dato di fatto, erano dappertutto.

E, ragazzi, ho avuto ulteriore conferma che sono proprio una brava veggente: non avevo forse visto, molto tempo prima, Aiolia che combatteva avvinghiato a decine di cobra, come Laooconte davanti alle mura di Troia?

Ora o mai più, mi son detta, e sono saltata giù dal muro sperando di non essermi sbagliata sui cobra. Un morso soltanto e avrei avuto pochi dolorosissimi minuti per darmi della cretina, ma i serpenti evitavano i miei piedi strisciando via. Decisamente Ashura voleva strangolarmi con le sue mani (il suo laccio, diciamo), senza lasciare che una cosa banale come il morso d’un cobra lo privasse del piacere.

Non è proprio questo il modo in cui mi piace fare colpo sui bei ragazzi, sigh.

Sono corsa via senza preoccuparmi dei Gold, non erano certo in pericolo, e non mi sono fermata finché non mi sono trovata davanti al muro del cimitero locale. Mi sentivo ridicola con la tuta d’addestramento e la maschera sul viso in mezzo alla civiltà del terzo millennio (mi ero messa in una zona di penombra per non essere vista dai passanti), ma non mi sono fermata a pensarci e mi sono avvicinata per scalare la parete, sforzandomi di non pensare che stavo andando al macello, e che lo volevo così tanto da aver gabbato ben due Gold, uno dei quali era quello a cui volevo disperatamente fare buona impressione.

Davvero incredibile come si ribaltino le tue priorità, quando sai che stai andando al suicidio. Mah, mi dicevo per consolarmi, Milo e Aiolia sono già in allerta, arriverrano subito. Sì che arriveranno subito.

Una mano mi si è chiusa sulla spalla e io ho fatto un salto. Non così subito! Mi sono voltata e le gambe mi sono diventate istantaneamente molli come gelatina.

Dietro di me c’era Milo. Da solo.

“Cosa stai facendo, sciocca? – ha sibilato, e ho visto che era furioso, anzi diciamolo pure: incazzato nero – che sta succedendo, qui?”

Io ho deglutito. Ho tergiversato. “Il nobile Aiolia…?”

“Per quegli stupidi serpenti un solo Gold è anche troppo. Adesso torniamo immediatamente al Santuario, tu ed io.” Mi ha presa per un braccio e mi ha tirata verso di sé. Ok, mi sono detta, Ashura adesso puoi uccidermi, muoio senza rimpianti.

Non so neanch’io come sono riuscita a svincolarmi, né perché cazzo l’ho fatto, visto che ero praticamente tra le sue braccia…“Ah sì, la mia visione riguardava solo Aiolia, infatti – gli ho detto – ma non importa… ti prego, lasciami fare! E’ importante, credimi!”

“Perché quei cobra sono usciti al tuo comando?”

“Al mio comando? Ma no! Solo che…che i Thugs vogliono assolutamente incontrarmi, per questo hanno impedito che mi ostacolaste… ti prego!”

Milo mi ha guardata, stupito. “Perché vogliono incontrare proprio te? A che pro?”

“Non posso dirtelo – gli ho detto, disperata – devi lasciarmi fare e basta! Pensi che abbia voglia di rimanere qui a suicidarmi? Non ti passa per la testa che magari darei l’anima per starmene al sicuro al Santuario?”

“E dunque torniamo, le spiegazioni a dopo.” Ha detto Milo, scostandomi dal muro ma avendo cura di restare sempre fuori dalla vista della strada. Io ho fatto ancora resistenza.

“No, per favore… continuerà a morire gente se non la facciamo finita stanotte. I Thugs mi odiano, mi vogliono morta e lasceranno l’oltretomba per giocare a birilli con le mie ossa, non ho dubbi a riguardo… sono l’esca perfetta, fammi andare!”

“L’esca… – la voce gli si è strozzata per l’oltraggio – credi che i Saints di Athena si abbasserebbero a usarti come esca…?”

Qui ho fatto il mio capolavoro. Mi sono sentita come l’eroina di un manga quando mi sono raddrizzata in tutta la mia statura (un metro e sessantuno, mi raccomando quel centimetro in più, ci tengo molto) e ho declamato in tono tragico: “Tu, credi che mi abbasserei a pensare a me stessa quando potrei fare qualcosa per impedire che queste morti continuino? Non fate che parlarmi del valore del sacrificio, tutti quanti, poi quando questo è necessario mi prendi di peso e mi porti via? Ma neanche per sogno! Se sei un Gold combatti i nemici quando arriveranno, le mie decisioni le prendo da sola!”

No, dico, non è stato un discorsetto epocale? Non sono stata assolutamente, completamente, indiscutibilmente eroica?

Sono sicura che perfino il fatto che mi tremassero le gambe per la strizza, in quel momento, contribuiva a costruire il personaggio: ella fremeva di sdegno mentre rifiutava di cedere alla vigliaccheria…

Ah ah.

Milo ha accusato il colpo. Se c’è una cosa a cui tutti i Saints sono sensibili, è un appello all’onore come quello che gli avevo appena fatto io. Per niente al mondo avrei voluto convincerlo a lasciarmi rischiare la vita, ma come si fa a fregarsene, quando la gente muore e tu sei lì che potresti fare qualcosa…?

Mi ha lasciato il braccio. I suoi occhi erano così cupi che sembravano quasi neri. “Perché i Thugs avrebbero un odio tanto smisurato per te? Cosa è accaduto a Calcutta?”

Ho esitato solo un momento, prima di decidere di fidarmi a dirgli la verità. Probabilmente si sarebbe arrabbiato, perché andavo contro un ordine di Athena, ma mai e poi mai l’avrei convinto, se gli avessi mentito. “Il mio potere è ancora instabile. Athena ha cercato di aiutarmi, ma è successo un vero disastro: ci siamo scambiate, io ero lei e lei era me. Quando Athena è stata rapita, in realtà c’ero io dentro il suo corpo. Ashura, il loro capo, potremmo dire, è furente per essere stato ingannato così. Vuole uccidere tutti, ma particolarmente me… diciamo che è una questione fortemente personale.”

Milo mi ha fissata, senza parole. In effetti anche mentre lo dicevo suonava pazzesco, da manicomio. Allora ho aggiunto: “E’ tutto vero, non ti prendo in giro… guarda che mi costa dirtelo, Athena mi aveva vietato di parlare, ma a questo punto non posso stare zitta… non voglio che muoiano altre persone per colpa mia. Ti prego, ti prego, cerca di capire!”

Lui si è passato una mano sulla fronte, un po’ per raccogliere le idee e un po’, immagino, per scostarsi i ciuffi che ha sempre sugli occhi. Quella capigliatura contribuirà anche al suo fascino, ma deve essere un delirio da sopportare. “Tu trasgredisci non soltanto all’ordine del tuo maestro, ma addirittura a quello di Athena.”

“Se sopravvivo, accetterò qualsiasi punizione.”

“Per la disubbidienza alla dea la punizione è la morte.”

Ci sono rimasta di ghiaccio, ma non l’ho dato a vedere. Più che altro avevo voglia di piangere. “Intendi come quella che mi aspetta se esco dal Santuario, o come quella che colpisce tutti i poveracci fedeli alla dea, oppure come quella che…” e a questo punto, amici e vicini, non ce l’ho proprio più fatta a sostenere il ruolo di Eroina Senza Macchia e mi sono per l’appunto messa a piangere. Cosa, oltre che umiliante e fuori luogo, anche estremamente scomoda, perché pulirsi il naso che cola con quella maledetta maschera è impossibile. Uno schifo totale.

E vorrei vedere chi sarebbe riuscito a rimanere impassibile, sentendosi dire che, qualsiasi cosa farai, sei destinato a lasciarci le penne!

Mi sono voltata, mi sono tolta la maschera e ho cercato di ricompormi. “Visto che devo morire, almeno fammi morire in modo da essere utile, no?” Gli ho detto sempre dandogli le spalle. Davvero incredibile come mi ostinassi a conservare un briciolo di dignità, con tutto che di dignità, onestamente, temo di averne sempre avuta pochina. Chiedere al nobile Shaka per conferme, prego.

Milo ha sospirato. “Non piangere, ti prego… non credo proprio che nel Santuario qualcuno sarebbe disposto a eseguire una sentenza di morte, quando i tuoi propositi sono tanto nobili. Ma abbi fiducia, staneremo i Thugs e…”

“Tra quanti cadaveri? Avete l’esca perfetta sotto il naso e volete far morire dell’altra gente?”

Milo mi ha toccato la spalla perché mi voltassi. Mi sono rimessa la maschera. “Chi viene al Santuario è pronto a sacrificarsi per Athena – ha cominciato a dire – non è a causa tua che sono morti.”

“Cioè, loro possono morire ma io no? Lusinghiero, ma un tantino insensato, non credi?”

“Sì – ha mormorato lui – insensato…”

Non sembrava che stesse parlando di quel che parlavo io.

Siamo rimasti un attimo in silenzio. Poi Milo si è riscosso. “Suppongo che potrei riportarti indietro a forza, ma non me lo perdoneresti mai, vero?”

Perdonarti perché mi metti le mani addosso? Eh, in effetti sarebbe dura, ma penso che ce la farei… [seguono disegnini di cuoricini, NdA]

Non ho detto niente. A volte un silenzio vale più di mille parole.

Milo mi ha guardata ancora, indecifrabile, poi ha alzato la testa verso la sommità del muro. “D’accordo – ha detto – non ti daresti pace tutta la vita, se vi fossero altre vittime, ne sono certo… se preferisci rischiare la vita stanotte, meglio che tu lo faccia avendo accanto qualcuno che può perlomeno proteggerti.”

Riesci quasi a sentirlo, il momento in cui ti innamori sul serio. E’ come una chiave che gira nella serratura, un plettro che cala sulla chitarra, un libro che sfoglia le pagine… non so, qualcosa del genere. L’infatuazione improvvisa, la cotta adolescenziale è una cosa, e non ci vuole molto a prendersi una cotta per Milo, basta guardarlo, parlarci due minuti… ma l’innamoramento è molto diverso, almeno per me lo è stato in quel preciso secondo. Insomma, a conti fatti io Milo non lo conoscevo quasi, ero cotta di un uomo stupendo che è l’idolo delle ragazzine del Santuario… se in quel momento mi avesse semplicemente caricata in spalla e riportata indietro, la mia cotta sarebbe rimasta tale, per finire con l’esaurirsi una volta terminato il suo ciclo. Se mi avesse trattata da ragazzina, da me avrebbe avuto l’amore di una ragazzina. Non saprei spiegarmi meglio.

Ma non l’ha fatto.

Non l’ha fatto, ha capito le mie ragioni, immagino che nessuno come un Saint potesse capirle così bene, e ha deciso di aiutarmi, anche se era rischioso, anche se, per bene che andasse, avrebbe avuto dei guai lui stesso, per avermi supportata nella mia trasgressione…

Ma aveva capito.

Aveva capito e in quel momento ho cominciato ad amarlo sul serio, ad avere delle speranze, a  soffrire. E’ stato terribile, perché l’amore, quello vero, è una cosa terribile, di quelle che ti sconvolgono la vita per non farla mai più tornare come prima. Niente sarebbe più stato come prima, e questo mi ha fatto più paura di tutti i Thugs di Kalì che mi attendevano per uccidermi. Vorrei che non fosse mai successo.

Vorrei che non fosse mai finito.

Invece è finito quando gli ho risposto, con una voce che non sembrava neppure la mia, tanto ero sconvolta: “Grazie, Milo…”

Neppure gli avevo tributato il dovuto titolo onorifico, ‘nobile Milo’, come si conviene a un’apprendista. Non ci ha fatto caso, comunque.

Siamo passati dall’altra parte del muro, ritrovandoci in mezzo alle tombe.

“Adesso cosa succede?” Mi ha chiesto. Io non ne avevo la minima idea e ho cominciato ad aggirarmi tra le lapidi, aspettando, non più spaventata come prima, perché non ero più da sola e perché ero innamorata persa. C’è qualcosa di molto romantico, nel passeggiare per un cimitero di notte con l’uomo che ami, non trovate?

 

 

2 Gennaio

 

La prima cosa che è successa è stato vedere Morgana uscire miagolando da dietro una tomba. Mi ha vista ed è venuta a strusciarsi contro le mie gambe, facendo le fusa. L’ho presa in braccio, stupita.

“E tu che ci fai qui?”

Lei ha fatto le fusa più forte.  Ho cercato di metterla fuori dal cancello, ma continuava a tornare indietro. Milo mi ha toccato una spalla per richiamarmi all’ordine, non era proprio il momento di giocare col gatto, quello.

“Non voglio che finisca coinvolta.” Ho protestato, ma Morgana ha miagolato guardandoci tutta contenta. Mi è venuta voglia di prenderla a sassate, e penso che l’avrei fatto pur di cacciarla via, ma in quel momento è accaduto… ed è accaduto in un momento, letteralmente. La prima cosa che è successa è stato un attutimento, non saprei spiegarlo meglio: Atene era in festa per Capodanno, ma i rumori dei petardi e le voci delle persone si sono allontanate, come se qualcuno le avesse rivestite di ovatta, finché non ci siamo stati solo noi, nel silenzio più completo… la luna si è oscurata, coperta da una nuvola, e il buio è diventato totale, ma solo per un attimo, perché la notte è stata rischiarata da decine di piccole luci azzurre, fuochi fatui che emergevano dalle zolle di terra delle tombe, globi grandi quanto un pugno che fluttuavano dappertutto (particolarmente intorno a noi) e rischiaravano il cimitero in una maniera spettrale, terrificante. Ma almeno ci si vedeva.

“Sta succedendo, vero?” Ha chiesto Milo, calmissimo, levando una mano. Ho visto la sua unghia trasformarsi materialmente in un aculeo rosso, suppongo fosse un’illusione ottica generata dal suo cosmo che iniziava a bruciare, e ho fatto giusto in tempo a pensare che quella cosa lì era la risposta incarnata a tutte le preghiere di donne con le unghie spezzate, prima che le ombre delle lapidi cominciassero a muoversi, a guizzare, prendendo forma umana… ed ecco, amici e vicini, che i Thugs sono usciti allo scoperto. Avevano tutti i loro lacci da strangolatori, e in testa c’era Ashura, con la sua infernale spada di Kalì. Gli altri tre Thugs, braccia della dea, ghignavano un passo indietro.

“Miaaaaoooo.” Ha suggestivamente commentato Morgana, e ha spiccato un salto venendomi in braccio. Forse c’è qualcosa di più idiota che ritrovarsi in una battaglia con la gatta che ti fa le fusa strusciandotisi contro il mento, ma io non riesco a immaginarlo. Non c’è pericolo che io possa apparire veramente come l’eroina di un manga nei momenti cruciali della mia vita, e quando mai!

“Così voi sareste i Thugs – ha detto Milo, rompendo il silenzio – guerrieri talmente vigliacchi da emergere in forze solo per affrontare un’apprendista. E’ quasi un disonore vincervi, se davvero siete tanto deboli.”

“Scusa Milo, non dico di invitarli per il tè, ma magari un po’ più di diplomazia…” ho cercato di dire, ma lui mi ha spinta da parte e si è fatto avanti. Mi sono un po’ risentita, anche se il mio piano era esattamente quello: esaurito il mio ruolo di esca, non avevo più nulla da fare lì.

Ashura lo ha guardato con disprezzo. “Tu, un unico Saint, vorresti affrontare noi? Povero aspirante suicida, dovremmo ringraziarti, perché stanotte scorrerà il sangue di due cani d’Athena, anziché di quella sola cagna…” E mi ha indicato, non proprio da gentiluomo.

Ma sarai bello tu, sarai!

Dai che tra poco arriveranno gli altri, ho pensato mentre Milo, con una precisione da cecchino, atterrava decine di Thugs con il suo Scarlet Needle nel tempo che io ho impiegato a fare un passo indietro. Stavo meditando di andare a chiamare aiuto, ok lo so che non è molto eroico scappare, ma onestamente sarei stata solo d’intralcio, visto che quel combattimento andava nella categoria dei trecentomila chilometri al secondo e io sono bloccata sui venti colpi scarsi (come il mio maestro non si dimentica mai di farmi notare).

Morgana, credo spaventata dalla lotta, è saltata giù ed è corsa verso il cancello del cimitero, quasi avesse intuito i miei pensieri, ma non è riuscita a uscire… qualcosa, non saprei come definirlo se non come una sorta di tenebra che tendeva tentacoli lungo tutto il perimetro del cimitero, l’ha respinta brutalmente ributtandola ai miei piedi. Morgana ha miagolato di dolore e mi si è nascosta dietro le caviglie, ma io avevo già capito.

In trappola. Eravamo in trappola.

In seguito me l’hanno spiegato, perché in quel momento non ho capito niente se non che avevo con ogni probabilità condannato a morte non solo l’uomo che avevo appena realizzato di amare con tutto il cuore, ma anche un Gold Saint di Athena, un guerriero pressoché insostituibile: ma lì, in quella zona di confine tra regno dei morti e regno dei vivi, si poteva entrare soltanto se da ambo le parti vi era volontà di far entrare qualcuno. La nostra, di volontà, c’era anche, ma Ashura e compagni di merende volevano essere sicuri di piallarci come assi, prima di ingabbiare qualcun altro. E io che pensavo che sarebbe stato facile, far arrivare lì gli altri Gold Saints! Probabilmente erano tutti fuori dalle mura del cimitero che prendevano a testate la barriera, senza il minimo successo. O magari ci sarebbero riusciti giusto in tempo per recuperare le nostre salme e dare loro degna sepoltura, hurrà.

C’è stato un colpo più forte degli altri e Milo è volato a terra. Sono corsa da lui.

“Mi dispiace – sono solo riuscita a dirgli, e stavo per piangere di nuovo – mi dispiace, perdonami…”

Tu perdona me – ha ribattuto lui, alzandosi – temo che siano troppi perché riesca a proteggerti da tutti… farò quel che posso…” Ed è tornato all’attacco.

Le ha prese. Non c’è altro da dire, le ha prese di santa ragione. Colpiva, oh altrochè se colpiva, non per niente è il guerriero più veloce e agile del Santuario, ma i suoi nemici erano morti, e quel luogo era diventato l’entrata del regno dell’aldilà, una porta aperta da cui i Thugs transitavano senza difficoltà alcuna, tanti ne uccideva tanti ne tornavano. L’avrebbero preso per sfinimento, alla fine.

“Ben ritrovata, cagna.” Mi ha salutata Ashura, alle mie spalle. Mi sono voltata giusto in tempo per ricevere una sventola micidiale che mi ha spedita dieci metri più in là. Ahia.

Il tempo di rialzarmi e già Ashura mi sollevava per il collo, togliendomi il respiro. Ho cercato di liberarmi, ma era come spostare la torre di Pisa a mani nude, e se non fosse stato per Milo la mia carriera di respiratrice su questo pianeta si sarebbe conclusa lì. “Vigliacco – lo ha insultato dopo averlo colpito facendogli mollare la presa sulla mi giugulare – affronta un guerriero, anziché una fanciulla inerme!”

Ashura lo ha accontentato trasversalmente, perché ha fatto un cenno e Milo si è trovato circondato dagli altri tre bracci di Kalì: i due gemelli e il guerriero con l’armatura rossa, la cui fiamma aveva già incenerito il mantello del Gold (non i suoi capelli. Giuro che per me rimarrà sempre un mistero, come fanno a preservarsi i capelli, in combattimenti che frantumano le rocce).

“Torniamo a noi, cagna.” Ha ricapitolato Ashura, afferrandomi di nuovo mentre Milo lottava per raggiungermi, senza il minimo successo. “Credevi che il tuo sacrificio avrebbe placato la nostra sete di vendetta? Povera stupida, tu e il tuo amante siete solo l’inizio… l’inizio della fine per Athena, perché Kalì è la dea della distruzione e, se lei non potrà trionfare, farà in modo che altri possano… lo vedrai, puttanella, ma lo vedrai da un luogo di eterno dolore, che mi premurerò personalmente di procurarti… oh, lo vedrai!”

I fuochi fatui erano dappertutto. Le fiamme azzurre mi turbinavano davanti agli occhi, intorno a noi, tra me ed Ashura, ovunque… ho sentito che mi stavo allontanando, e ho pensato per un momento che fosse perché abbandonavo questa valle di lacrime, ma non era così, perché la faccia di Ashura è diventata prima stupita, poi contorta in una maschera di dolore… L’azzurro dei fuochi era dappertutto, non ricordo niente se non che ora la vedevo, la porta dell’aldilà, un buco nero attraverso il quale si scorgeva una valle brulla, desolata, illuminata da una luce livida che non era quella solare, e sullo sfondo una montagna immensa, nella quale si dirigevano file e file di spiriti… solo alcuni facevano la strada inversa, i Thugs che da quella porta uscivano… quella porta che andava richiusa, una volta per tutte…

I fuochi fatui. Ricordo solo i fuochi fatui.

E il bruciore alle mani mentre chiudevo la porta, anche se non la chiudevo con le mani del corpo, ma con quelle della mente… del cosmo, che neppure era il mio, non per intero, almeno… c’era qualcun altro dietro di me, qualcuno che mi teneva le mani in modo che facessi quel che andava fatto senza preoccuparsi affatto delle ustioni che mi procurava: sbattere quella maledetta porta spalancata da Kalì in modo che i Thugs non potessero più passarvi attraverso, in modo che i caduti sotto i colpi di Milo rimanessero laggiù, e cominciassero il loro percorso verso la montagna… i fuochi fatui…

Mentre svenivo e Ashura si allontanava sempre più per non tornare, trafitto dai punti scarlatti delle cuspidi di Milo, ho sentito una voce stizzita, una voce maschile dall’accento familiare, perché parlava italiano…

Almeno una cosa buona l’hai fatta, ragazzina. Sei l’ultima persona che avrei scelto, ma scegliere non spettava a me, perciò inutile stare a lamentarci. Cerca di non tirare le cuoia prima di avermi dato il tempo di espiare, quantomeno.

Fine delle trasmissioni.

 

 

3 Gennaio

Quando mi sono ripresa ero tra le braccia di Milo che mi riportava al Santuario, ma stavo talmente male che non me la sono goduta come avrei voluto. Ho cercato di parlare ma non ci sono riuscita. Sentivo il ciondolo che Milo porta sempre al collo che mi picchiettava sulla maschera, di quando in quando, finché lui non se n’è accorto e se l’è rimesso dentro l’armatura.

Ora, dico io: mi ritrovavo piena di lividi e con almeno un paio di costole incrinate, la testa mi scoppiava, le mani erano ustionate, una brutta distorsione al ginocchio, la tuta stracciata e strappata, e secondo voi la maschera poteva non uscirne perfettamente intatta?

Non è giusto, ecco.

Il mio maestro aspettava nell’agorà, preoccupatissimo. Gli altri non c’erano, suppongo avessero deciso che quella era una faccenda privata ma, oh come si sbagliavano. Comunque sia, sono stata travasata dalle braccia di Milo alla schiena di Mu e affidata alle cure di Haru e Sindel, tirate giù dal letto per l’occasione. Ho dormito come un sasso fino a tardi e quando mi sono svegliata Mu non c’era, stava alla Tredicesima per conferire con Athena.

Ho chiesto di Milo e Haru mi ha risposto che a parte un po’ di cerotti sparpagliati è abbastanza incolume. Poi a chiesto e me cosa fosse successo.

“Un casino.” Le ho risposto, e ho richiuso gli occhi.

Ho sognato. Ma le mani ora mi fanno troppo male per scrivere, continuo dopo.

 

(PIU’ TARDI)

 

Forse dovrei tenere un taccuino a parte per i sogni, in modo da poterli fare leggere al mio maestro, nel caso. Di sicuro il mio diario segreto non lo toccherà mai.

Il sogno. Non una visione del futuro, ma una reminescenza del passato, perché c’era papà, pallido e triste, che diceva a un ragazzino qualcosa come: “Hai ottenuto quel che io non potevo, ti prego di farne buon uso, in nome di Athena…” e sfiorava lo scrigno di un’armatura. Era un’armatura che mi ha lasciata senza parole, faccio fatica a crederci anche adesso mentre scrivo, perché mi rifiuto di credere che papà si addestrasse per quell’armatura.

Certo che questo spiegherebbe tutto, dai fuochi fatui all’entrata del regno dei morti che ho potuto richiudere perché è intervenuto quell’altro, il custode dell’armatura preclusa a mio padre.

Ma non mi piace per niente, perché quella, tra tutte le ottantotto armature, è in assoluto la più odiata.

La Quarta.

Death Mask. E’ stato Death Mask, la notte di Capodanno, ad aver richiuso la porta dell’aldilà.

 

 

5 Gennaio

 

Il palmare che mi ha regalato Mu si sta rivelando utilissimo: con le mani tutte bruciate non posso certo tenere la penna in mano, ma almeno riesco a digitare.

Sono reduce da una predica del mio maestro che non finiva più, anzi giurerei che, non fosse che sto già così male da poter a malapena camminare, avrei avuto come punizione almeno cinquanta giri di corsa del Santuario. Sospetto che Mu se li riservi per quanto mi sarò rimessa del tutto. Quanto a me, mi interessava solo una cosa. “Come sta Milo… ehm, il nobile Milo?”

L’espressione di Mu avrebbe fermato le lancette di un orologio. Probabilmente lo ha anche fatto, visto che parliamo di un psicocineta, ma non divaghiamo. “Qualche ammaccatura di poco conto, ma sarebbe morto se la soglia aperta da Kalì non fosse stata richiusa. Pare che il pericolo sia sventato definitivamente.” Lo ha detto quasi in tono d’accusa.

“Ah, mi fa piacere. Non mi aspettavo certo che succedesse quel che è successo…”

“Potevi morire!” Ha sbottato lui, e io ho capito perfettamente perché papà voleva che fosse proprio Mu a prendersi cura di me, nel caso fosse stato necessario. “Avresti dovuto parlarne con me, anziché fare di testa tua. Sei sotto la mia responsabilità, quando te ne renderai conto?”

“Scusami…” ho borbottato, e più che per quel che è successo a Capodanno mi stavo scusando per aver pensato che Mu mi avesse fatta venire nel Santuario solo per usarmi quale erede di mio padre. Forse lui l’ha capito, perché si è un po’ addolcito.

“Il tuo dono è ancora troppo fuori controllo – ha aggiunto – si sta rivelando rischioso, molto rischioso. Devi ascoltare le mie direttive alla lettera, d’ora in avanti. Non so più quasi cosa fare, per fartelo capire.”

“Non credo che quanto è successo avesse a che fare con il mio dono.” Ho risposto. Ormai mi sono fatta una certa idea a riguardo, e tengo a precisare che non mi piace neppure un po’. “Non sono stata io a ricacciare indietro i Thugs, ma quell’altro…”

“Tuo padre?”

“No. Quell’altro.” Non mi va neanche di pronunciare il suo nome. Qui nel Santuario si usa per spaventare i bambini. E funziona benissimo.

Mu ha esitato. “Luna, forse, e sottolineo forse, la tua sensibilità ti permette di avere determinati… contatti… con il mondo dell’aldilà. Dopotutto la precognizione non è altro che questo, uno sguardo su ciò che non esiste ancora.  Non sei portata per le battaglie…”

“E allora perché mi addestri?” Ho sbottato io. Mu ha esitato ancora.

“Abbi fiducia in me. Credimi, desidero soltanto adempiere alla promessa fatta a tuo padre.”

E qui proprio m’è scappata, non ce l’ho fatta: “Non ti credo. Tu vuoi adempiere a qualcosa, ma non alla promessa fatta a papà. Tu credi che lui abbia sbagliato a tenermi lontana dal Santuario, e vuoi recuperare il tempo perduto, altrimenti non c’è ragione di addestrarmi come se dovessi diventare un Saint, quando sono troppo cresciuta per iniziare adesso… non è vero?”

“Luna, tuo padre voleva proteggerti. Ma questo lo ha portato a compiere un errore di valutazione…”

“Non osare dire che mio padre ha sbagliato!” sono sbottata, e Mu me l’ha lasciata passare. Suppongo si rendesse conto anche lui che non amo sentire insinuare brutte cose sul conto di papà.

Ha scosso la testa. “Tu dovevi trovarti nel Santuario da almeno sei anni, invece che da pochi mesi. Non avresti tanti problemi se avessi imparato a controllare le tue facoltà a tempo debito… spero solo che non sia troppo tardi. Per tutto.”

E se n’è andato, lasciandomi qui a cercare di riordinare idee che non voglio riordinare.

Che casino.

Che casino che casino che casino.

 

 

10 Gennaio

 

Curarsi le ferite con la maschera è un casino. Ho protestato col mio maestro dicendogli che dopotutto non era come se andassi in giro in topless, e lui mi aveva già vista in faccia quando ancora non ero un’apprendista, perciò…

“Le regole non le ho stabilite io e non sta a me cambiarle – mi ha interrotta – tu, però, hai giurato di rispettarle quando sei venuta nel Santuario.”

“E’ una regola stupida – ho protestato – questa maschera porta solo problemi, prova tu a indossarla col raffreddore!”

“E’ parte del tuo onore.” Ha ribattuto Mu, così granitico che mi è venuta in mente una cosa che mi ha detto Saori, tempo fa.

“E’ una sciocchezza. Non fosse stato per la maschera, non ci avreste messo tredici anni a smascherare un pazzo schizofrenico che aveva sostituito il gran sacerdote, giusto?”

Mu mi ha guardata con un gelo degno del custode dell’Undicesima. “Va’ a correre. Sessanta giri del Santuario, e se proverai a fermarti prima di averli terminati, il loro numero raddoppierà.”

…bastardo!

 

 

15 Gennaio

 

Ho ripreso ad allenarmi. Le mani mi fanno ancora un po’ male, ma niente di grave, e le costole guariranno da sole, se riesco a non farmi investire da venti tonnellate di roccia nel frattempo.

Cerco di non pensare a quel che è successo a Capodanno, e non ne parlo volentieri con nessuno, col risultato che nel Santuario circolano le voci più pazzesche: solo ieri, mentre aspettavo in fila al mercato della frutta, ho sentito una comare dire all’altra che io sarei la sorella segreta di Death Mask e che presto la Quarta avrà una nuova custode, ancora più malvagia del suo predecessore… quante stronzate che si inventano!

In netto contrasto con il volgo, i Saints tacciono. Uomini di poche parole, sono più interessati ad accertarsi che il pericolo di Kalì sia davvero sventato che non a scovare gossip su un’apprendista scalzacani con l’innata capacità di combinare guai. Sto molto meglio con loro che non con la gente comune, perché se non altro da loro non devo aspettarmi interrogatori e similari. Ho soltanto avuto un colloquio con la Kido per esporle l’accaduto, un ammonimento a non fare più simili sciocchezze, e fine della storia.

Non ho più incontrato Milo, e adesso è anche peggio di prima, perché soffro da morire se lo vedo da lontano con qualche ragazza. Che inverno schifoso, gente.

 

 

16 Gennaio

 

Uffa, che situazione pesante. Le voci del Santuario ormai mi hanno stigmatizzata come erede di Death Mask, tanto che oggi un tizio mi ha chiesto apertamente dove nascondo i trofei di coloro che ho ucciso, alludendo apertamente al simpatico vizio di quello psicopatico, di tappezzare la Quarta con le maschere mortuarie di coloro che trucidava. Da qui il suo soprannome, ormai così radicato che del vero nome di quel Gold non si ricorda più nessuno. Il che forse non è un male, perché sarebbe un po’ svilente per un Gold chiamarsi Salvatore Esposito e Ciro Scognamiglio… suona poco aulico, ecco.

I bambini, poi, sono terrorizzati da me, scappano via al solo vedermi. Kiki dice che sono tutti stupidi ed è diventato affettuoso come un cuccioletto, che carino che è! Diciamo che ormai mi rivolgono la parola solo lui, Sindel e Haruko. Queste ultime sono curiose, ma hanno capito che non mi va di parlare troppo di quel che è successo e hanno rispettato il mio desiderio. Sindel mi dice di portare pazienza, che la cosa si sgonfierà presto quando sarà chiaro che Death Mask non è tornato dalla tomba più malvagio che mai e che io non ho niente a che fare con lui. Vorrei condividere il suo ottimismo, ma lei non era là, e non ha sentito quel che ha detto il fu custode della Quarta: le sue non erano propriamente parole di addio, e il suo modo di fare non è propriamente quello di chi ha molto a cuore l’altrui incolumità. Ma ormai con Kalì è finita, giusto?

 

(PIU’ TARDI)

 

Ho incontrato Shaka, ma ero talmente abbacchiata per aver dovuto evitare un gruppo di soldataglia che mi lanciava commenti non proprio carini da indurlo a chiedermi cosa ci fosse che non andava. Lui! Ragazzi, significa che sono proprio a terra. L’ostracismo che cominciano a mostrarmi qui nel Santuario è irritante.

“Niente.” Gli ho risposto. Lui mi ha guardata (va bè, più o meno) e ha proferito, tutto serio come se mi stesse elargendo chissà che perla di saggezza: “Un difensore della giustizia non agisce per la gloria terrena, ma in nome del cosmo che brucia dentro di sé.”

E se n’è andato, lasciandomi lì a chiedermi se avesse cercato di tirarmi su di morale, farmi la predica o lodarmi, nel suo modo contorto.

Me ne sono andata nel mio solito posto, più gelido che mai perché in questi giorni soffia un ventaccio della malora che ha spazzato via la neve ma ha abbassato la temperatura di almeno sei gradi, e in preda alla rabbia ho modificato i disegni della mia maschera, rendendoli molto più dark e cattivi: ho seguito il contorno degli occhi allungandoli fino a renderli simili a quelli di un felino, ho tracciato due linee che scendevano giù, come lacrime nere, e per commemorare la guerra contro Kalì ho aggiunto, ispirata all’ultimo momento, due strisce che dall’angolo degli occhi finivano alle tempie (nascoste di solito dai capelli), rendendo l’espressione della maschera simile al disegno sul cappuccio di un cobra. A Shaina piacerebbe, scommetto.

Magari così, se si spaventano abbastanza, mi lasciano in pace!

 

 

17 Gennaio

 

No, non mi lasciano in pace. Ormai rimango sempre alla Prima, non mi va di incontrare nessuno. E poi sto troppo male se vedo Milo in giro e posso al massimo salutarlo, ma il coraggio di dichiararmi, dopo i guai che gli ho procurato, non l’avrò mai. Secondo me non sopporta neppure di vedermi in fotografia.

Mi sto deprimendo e sto diventando una lagna. Neanche vedere come Seiya rimanga felice e ignaro quando le due donne più inn del Santuario cerchino in tutti i modi di abbordarlo mi diverte più.

Uffa.

 

 

20 Gennaio

Grande scoperta! Sindel non mi ha mai voluto dire cosa ha regalato al mio maestro per Natale, e ovviamente Mu piuttosto che raccontarmi una cosa così succulenta mi userebbe come serbatoio di materia prima per riparare armature, ma oggi ho scoperto un graziosissimo veliero in bottiglia sul comodino della mia amica, veliero che conoscevo benissimo, visto che ho assistito a ogni fase della sua costruzione!

Sindel ha borbottato qualcosa sul fatto che Mu ha ricambiato il suo presente. Haru (che non sapeva da dove venisse quella nave finché non gliel’ho detto) ed io stiamo meditando seriamente di legarla, appenderla a testa in giù sopra un precipizio e non lasciarla andare finché non avrà parlato. Per ora soprassediamo, perché non credo ci sia altro, da parte del mio maestro, se non la cortesia di ricambiare le attenzioni della povera Sindel

Però, magari… ricambia oggi, ricambia domani… anche perché adesso Mu conosce i sentimenti di Sindel… wow!

 

 

22 Gennaio

 

Un gruppo di bambini mi ha preso a sassate mentre passavo per poi eclissarsi appena mi sono voltata per reagire. Ma che colpa ne ho io, se Death Mask si è manifestato quella notte?

Uno dei sassi mi ha colpito un braccio facendomi venire un livido così. Non è giusto, ecco.

 

 

24 Gennaio

 

…e oggi uno spiritosone mi ha chiesto se, quando uccido le donne Saints, invece della loro faccia mi prendo la maschera. Ho valutato seriamente di tirargli un bel cazzotto di quelli che mi ha insegnato Mu, colpendo con la nocca anziché con le dita che fa molto più male, ma non credo che mostrarmi violenta aiuterebbe la triste reputazione che, grazie a quello stronzo della Quarta, mi sono ormai fatta. Me ne sono andata.

Giuro che non ne posso più. Non è colpa mia quel che è successo, di cavolate ne ho fatte tante, ma questa non è proprio colpa mia…

…cosa penserà Milo? Sono sicura che detesta Death Mask come tutti gli altri. E me?

 

 

25 Gennaio

 

Oggi Shiryu è venuto a salutare Mu perché sta per recarsi a Goro-ho, Cina, a trovare il suo maestro, per conto di Athena. Io, da brava apprendista, ho servito il tè, ma ero così silenziosa e abbacchiata che perfino un Saint si sarebbe accorto che c’era qualcosa che non andava, e infatti Shiryu mi ha chiesto se stavo bene.

“Sì, sì, tutto ok.” Ho tagliato corto io, uscendo col vassoio sottobraccio. Non avevo nessuna voglia di socializzare, ma poco dopo Kiki è arrivato in camera mia, mentre coccolavo Morgana (dopo quella sera, non ha più mosso un passo fuori dalla Prima, povera micetta) a dirmi che aveva origliato tutto e che parlavano di me. “Wow, sai la novità.” Ho commentato, ma quando poco dopo Mu mi ha chiamata e mi ha proposto di accompagnare Shiryu, ho capito che anche il mio maestro è preoccupato per l’ostracismo che sto subendo nel Santuario. Vuole farmi allentare la tensione, si rende conto che in questi mesi ho veramente passato di tutto, ho vissuto le cose più pazzesche. A volte penso che, se vendessi questo diario, diventerei ricca, ma nessun editore si metterebbe contro la fondazione Grado per pubblicarlo.

Forse potrei diffonderlo sul web. Bah, in fondo non fregherebbe niente a nessuno di leggerlo. Comunque, quando il mio maestro mi ha detto: “va’ in Cina.”, ho deciso di prenderlo alla lettera, dopo avergli prudentemente chiesto se per caso c’era qualcosa che dovessi sapere: che so, reconditi segreti, secondi fini, misteri inestricabili… Mi ha rassicurata dicendo che la ‘missione’, volendo chiamarla così, consisteva soltanto nel consegnare una lettera di Athena all’anziano maestro di Shiryu, missione che peraltro compete a lui e non a me. “Tu dovrai soltanto recuperare le forze, riposare e rinfrancare il tuo spirito.” Ha precisato, con mio profondo sollievo.

Cambiare aria per un po’ mi farà proprio bene!

Stasera preparo al mio maestro una cenetta da urlo, per ringraziarlo. Parto dopodomani. Mi dispiace solo lasciare qui Morgana che mi fa tanta compagnia e dorme con me, ma un viaggio così lungo per lei sarebbe troppo stressante. Kiki ha promesso che se ne occuperà, speriamo perché Mu è fissato con l’igiene e se trova soltanto un pelucchio o la lettiera sporca sono guai.

 

 

26 Gennaio [questa data è circondata da cuoricini come se piovesse, NdA]

 

Non voglio più partire. Fermate le macchine! Mi incatenerò alle colonne del Santuario, se mi costringete a partire, bastardi!

Volevo uccidere Mu stasera, quando mi ha dato il biglietto aereo (prima classe, GRANDE!), destinazione Pechino. Poi una serie di voli charter verso regioni sempre più remote, lontane, e per finire un pullman che fa scalo dalle parti di Goro-ho. Mi aspetta davvero una bella sballottata e non voglio, NON VOGLIO!

[la pagina seguente è tutta ondulata, come se ci fosse caduta sopra dell’acqua e poi fosse stata lasciata asciugare prima di scriverci, NdA]

Ops. Stavo bevendo un bicchiere per rinfrescarmi, che sono ancora tutta accaldata per quel che è sucesso, ma le mani mi tremano così tanto che ho rovesciato tutto. Che macello.

Questa pagina deve essere scritta da dio. DEVE. Devo comporre un’opera d’arte, perché è l’evento più importante di tutta la mia vita, altro che Athena, altro che Kalì, altro che precognizione e Cancer e Santuario e tutte le altre stupidaggini… ok devo calmarmi o non concluderò niente. Ricomincio da capo.

Colpetto di tosse.

 

Caro diaro,

oggi sono scesa all’agorà a comprare il necessario per il viaggio. Non ne avevo nessuna voglia perché la gente mi guarda sempre storto, ma visto che rimarrò in un luogo sperduto della Cina per un tempo imprecisato devo rifonirmi bene. Ho idea che da quelle parti non troverei una confezione di Tampax neppure a piangere in cinese (è proprio il caso di dirlo).

Bene, faccio i miei acquisti e va tutto bene fino a un certo punto, quando vengo urtata (di proposito) da un tizio grande e grosso, un soldato come ce ne sono tanti nel Santuario. Chiedo scusa e faccio per andarmene, ma vengo trattenuta. “Oh, oh, cos’è, mi hai già segnato nella tua lista nera, erede del mostro?” Mi fa lui ghignando. Mi sono liberata e ho cercato di proseguire, ma è stato inutile.

“Non mi va di attaccare briga – ho cercato di dire – sto per partire per la Cina, e…”

“Già, con un miliardo di cinesi di vittime ne hai quante ne vuoi, eh?”

Stavo per rispondergli a tono perché mi ero veramente scocciata, quando da dietro il soldato qualcuno gli ha posato una mano sulla spalla e lo ha fatto voltare. Le gambe mi sono diventate gelatina, perché si trattava di Milo.

E, dopo le gambe di gelatina, è stato il turno del cuore in frantumi perché era insieme a una ragazza.

“Forse dovresti parlare soltanto conoscendo esattamente gli avvenimenti – ha detto Milo, calmo – poiché le cose stanno esattamente al contrario di come tu ritieni… la nobile Luna ha rischiato la vita per proteggere la gente del Santuario, incluso te, e di certo non farebbe mai nulla di anche lontanamente simile alle turpi azioni di cui si è macchiato l’uomo che si è manifestato per puro caso, quella notte. Io lo so perché ero presente. E tu, invece?”

Il soldato è diventato tutto rosso e ha balbettato cose incomprensibili, poi si è defilato umiliatissimo perché farsi rimproverare da un Gold è la cosa peggiore che ti possa capitare nel Santuario, decessi improvvisi a parte.

“Grazie…” ho detto io guardando un punto intermedio tra Milo e la sua ragazza, poi mi sono voltata e mi sono avviata, più in fretta che potevo. Saperlo con un’altra era proprio quello che mi serviva, per decidere di traslocare in Cina in pianta stabile! Cercavo un angioletto tranquillo per mettermi a frignare quando mi sono sentita afferrare per un braccio.

“Dove vai? E’ vero che stai per lasciare il Santuario?” Mi ha chiesto, in un tono così indisponente che mi sono liberata con uno strattone, anche perché la sua amica si stava avvicinando guardandomi incuriosita. Cazzo guardi, deficiente!

“Non sono affari tuoi – ho ribattuto sgarbatamente – ora scusami ma ho da fare. Ciao, eh?”

“Sei sempre così carina con chi cerca di aiutarti?”

“Non vorrei che la tua ragazza pensasse male.” Ho risposto senza riflettere, pentendomi l’istante dopo. Davvero, umiliarmi con un rifiuto oltre che soffrire per tutta la situazione non mi serviva davvero!

E qui la tizia con Milo (che era un mezzo schianto, se mai servisse precisarlo) si è affrettata a dire, guardando Milo ansiosamente: “Oh, no, non è come credi, non stiamo insieme… La sua ragazza è un’altra, non la conosco, ma non sono io!”

Ah, bene. Se le cose stanno così allora sono sollevata, davvero.

“Ok. Il concetto rimane. Ciao.” E ho cercato ancora di defilarmi, riuscendo a fare circa una decina di passi prima che una specie di morsa d’acciaio mi stringesse di nuovo il braccio e mi trascinasse verso uno dei vicoli, che dava nella campagna retrostante. Era tutto ghiacciato e pieno di neve, così Milo si è fermato vicino ai muri delle case e lì mi ha chiesto, continuando a stringermi il braccio quasi con cattiveria: “Quanto conti di fermarti a Goro-ho? Eh?”

Io ho cercato di liberarmi, ma senza successo. “Non lo so. Quanto serve. Magari per sempre, visto che qui nessuno rimpiangerà la mia assenza!”

“Stupida e vigliacca.” Mi ha insultata lui, con una voce così velenosa da ferirmi profondamente. Ho inghiottito la voglia di piangere (con lui mi viene sempre da piangere, che disastro) e gli ho risposto per le rime, in maniera non precisamente riferibile, ma insomma, il mio disappunto era piuttosto chiaro.

“E adesso mollami, prima che la tua vera ragazza venga a sapere di questo, sempre che non sia abituata ai palchi di corna che le metti ogni santo giorno!”

“Oh, e da quando avere amicizie femminili significa essere infedeli?”

“Dove l’ho già sentita questa?”

“In qualche sceneggiato da due soldi, sicuramente. Ti sta sfuggendo il dettaglio che questa è vita autentica, non un fumetto!”

Io gli ho mostrato l’altro braccio, dove il livido della sassata ancora non era scomparso. “Grazie, lo so. Sono diventata il bersaglio del Santuario e vorrei evitare di farmi spaccare la testa, se posso. Tendenzialmente sono una persona pacifica e mi scoccia un po’ essere considerata un serial killer. Questo risponde alla tua domanda su Goro-ho?”

“Quindi rimarrai là finché le cose non si saranno un po’ sgonfiate.” Dal tono, sembrava che si stesse calmando.

“Penso di sì. Ora mi lasci, per favore?”

Milo mi ha lasciato il braccio, dove i segni delle dita spiccavano rossi rossi. Si è scusato, ma a me non importava niente, non faceva poi così male. E poi con l’armatura d’oro la forza aumenta enormemente, diciamo che Milo era stato fin troppo delicato, considerando che, a serrare un altro pelino, avrebbe potuto frantumarmi il braccio.

“Grazie per prima, davvero – ho cercato di riconciliarmi io – è una situazione pesante.”

“Me ne rendo conto – ha risposto lui sullo stesso tono – ma credo tu stia dando troppa importanza all’opinione degli sciocchi. Andarsene per così poco, via!”

Mi sono stretta nelle spalle. “Scusa, devo fare ritorno alla Prima. Attento al tuo ciondolo, si sta impigliando.”

Milo l’ha districato dai fregi dell’armatura. Mi aspettavo che lo rimettesse dentro la camicia, invece l’ha tenuto tra due dita, guardandolo. Poi ha dato un colpo secco e la cordicella si è spezzata.

Sfilarselo come tutti i normali esseri umani era troppo poco virile, magari?

Me l’ha porto. Io ci sono rimasta secca.

“Me lo renderai al tuo ritorno.” Mi ha detto, guardandomi negli occhi (beh, negli occhi della maschera, ecco).

“…” Gli ho risposto io.

“Ti porterà fortuna. A me l’ha portata.” Ha insistito lui. Mi ha preso una mano, ci ha messo la pietrina e mi ha richiuso le dita.

“…” Ho replicato.

“Non vuoi sapere da dove proviene?”

“…” ho assentito, ormai in grave debito d’ossigeno.

“E’ un pegno. Di una ragazza.” L’ha detto con tanta naturalezza che ci ho messo un po’ ad afferrare l’orrida verità, ma appena essa mi è piombata nell’intelletto, ho fatto quel che avrebbe fatto chiunque al mio posto: mi sono voltata per scappare, perché quello era veramente troppo.

La manfrina a base di ‘ti voglio bene, sei la mia migliore amica’ no, per favore, questo almeno no!

Ho sentito un braccio che mi circondava le spalle e mi tirava di nuovo indietro, con la schiena contro il metallo freddissimo dell’armatura. La tuta d’addestramento è ridicolmente leggera, anche in Gennaio, ma quando impari a controllare il tuo cosmo solo un po’ neppure ti accorgi più se fuori c’è il sole o la neve, quindi il fatto di avere le braccia nude non mi turbava affatto.

Ma l’armatura sì. L’armatura contro cui quel braccio mi premeva mi aveva sconvolta totalmente.

“Il tuo talento nell’arrivare sempre alla conclusione sbagliata è notevole – la voce di Milo era vicinissima al mio orecchio – tanto che neppure mi chiedi di quale ragazza sia pegno.”

“…” Gli ho chiesto allora io, com’è logico.

“E’ stato un gran bel momento, non solo per te. Quando sei riuscita a spezzare quella pietra, la scorsa estate. Ricordi?”

No che non ricordavo. O forse sì. Forse ricordavo che Milo aveva preso una scheggia della pietra che avevo distrutto per la prima volta, ma forse no, non ricordavo niente, in quel momento i miei circuiti mentali erano tutti sconnessi.

“Non te lo regalo. Lo rivoglio indietro, quando tornerai.” Ha aggiunto Milo, e siccome a me pareva giusto gli ho detto: “…” per assicurargli che non me lo sarei tenuto.

Poi… poi faccio fatica anche a scriverlo perché divento viola al ricordo, ma… la stretta del suo braccio si è accentuata un tantino, non da farmi male, ma solo per trattenermi, e un momento dopo ho capito perché, visto che con l’altra mano mi ha sfilato la maschera, lasciandola cadere.

Io non vedevo più niente. Non sentivo più niente. Non capivo più niente.

“Voltati – la sua voce era così vicina che sentivo il suo calore sul collo – prometto… ti prometto che non ti costringerò ad optare per la più cruenta delle due scelte, dopo che avrò visto il tuo viso.”

Nemmeno per salvarmi la vita sarei riuscita a muovere minimamente un solo muscolo, figuriamoci compiere un movimento complesso come voltarmi. Dopo un po’ forse si è stufato di aspettare che mi voltassi o che mi divincolassi per andarmene, perché ho sentito le sue dita sul volto, in una carezza che era per due terzi pressione, finché non mi ha indotta a girare la testa verso di lui. I suoi occhi erano lì… lui era lì.

“Ma che carina.” Ha commentato con un sorrisetto dei suoi, così vicino che il suo respiro mi moriva sulle labbra… nelle labbra…

Oh…

 

 

27 Gennaio

 

Ho fame, perché ieri sera alla Prima Casa siamo andati a letto digiuni. Ammetto che avrei fatto meglio a fingermi troppo stanca per cucinare, visto che ho completamente incenerito quello che doveva essere un roast beef, al punto che perfino Kiki, famoso per riuscire ingurgitare di tutto, ha dovuto arrendersi e sgranocchiare qualche fetta di pane. Mu mi ha chiesto se mi sentivo bene, visto che continuavo a inciampare dappertutto, ma non ricordo neanche se gli ho risposto. In compenso ricordo benissimo che si è quasi commosso quando mi ha vista piangere alla partenza, credendo che non volessi lasciare la mia cara famigliola Ariete. Gliel’ho lasciato pensare, anche perché sospetto non ringrazierebbe Milo per la sua iniziativa. Anche Milo è d’accordo di stare zitti, per il momento. Ho idea che non sia molto ansioso di andare a dire al psicocineta più dotato del Santuario che sta insidiando la virtù della sua sorellina adottiva.

Ora sono qui, sull’aereo, che aspetto servano il vassoio del pranzo, anche se credo non riuscirò a buttare giù neppure un boccone. Mangiare, che cosa prosaica!

Voglio tornare al Santuario. Ora. Subito. Vi prego, vi prego, vi prego!

Sull’aereo non porto la maschera per ovvie ragioni (questo è un volo di linea), ma siccome con me c’è Shiryu mi hanno costretta a infagottarmi con sciarpa, berretto e occhiali scuri. Mi ha costretta, diciamo. E’ un tipo molto legato alle tradizioni, Milo, senza contare che (me l’ha detto chiaramente) gli scoccia da morire aver dovuto aspettare sei mesi per vedermi in viso, per poi sopportare che un pinco pallino qualsiasi possa fare altrettanto.

“Potevi chiedere, eh…” Gli ho fatto notare quando il mio cervello è tornato più o meno funzionante, ovvero molto tempo dopo che mi aveva trascinata da parte in quel modo così rude. Lui mi ha risposto che voleva darmi il tempo di ambientarmi nel Santuario, senza starmi addosso con ulteriori pressioni.

“Bastavano un paio di settimane! Non sei mesi, sei mesi, dico!”

“Eh, il tempo vola, non lo diresti mai, vero?”

Io l’ammazzo. Quando torno al Santuario l’ammazzo. Tanto mi ha vista in faccia, il pretesto ce l’ho!

Sei mesi. Non posso pensarci. E adesso chissà quando potremo rivederci!

Non è giusto, ecco.

Oh, passano le hostess. Proverò a mangiare qualcosa, se Shiryu accetta di togliersi di torno per lasciarmi levare almeno la sciarpa.

SEI MESI!!!

 

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