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Fermenti al Santuario

Se qualcuno l’avesse visto in quel momento, pensò ironicamente Saga facendosi saltare in mano due aspirine e mandandole giù con un sorso d’acqua, la diffusa idea che essere l’uomo più vicino ad Athena fosse un onore immenso si sarebbe sgonfiata immediatamente. Da quando era entrata nell’adolescenza, la giovane dea non faceva che chiedere e contestare, pretendere e comandare, più snervante dei contabili della fondazione Grado che lo attendevano al varco ogni giorno per illustrargli le ultime quotazioni. Non aveva alcuna temperanza e sempre più spesso il sommo sacerdote doveva mordersi la lingua per tenere a mente che la fanciulla era la sua dea, e che era nel naturale ordine delle cose che lei prendesse il potere mentre lui lo perdeva. Tutto questo sarebbe stato logico e giusto, visto che il Santuario apparteneva ad Athena, ma Saga si trovava sempre più in difficoltà nel riuscire a spiegarle che una potenza come quella dei Santi andava gestita con cautela, con attenzione…

…facendo in modo che non si accorga di niente finché non sarà troppo tardi…

… avendo cura della propria persona e della propria vita. Se Athena doveva rimanere nel Santuario, non uscirne se non in caso di assoluta necessità, poteva ben credergli quando le diceva che era per un motivo più che valido, no? La dea non doveva correre rischi. Era il compito principale di Saga, proteggere la fragile e bellissima fanciulla affidata alle sue cure, la sua unica ragione di vita, la sola creatura che lo tenesse ancora ancorato a un mondo di ordine e luce, oltre il quale si stendeva il baratro di una follia cieca e senza ritorno.

Voglio proteggerla, perché non riesce a capirlo?

Lanciò un’occhiata al copricapo e alla maschera da sommo sacerdote, posati lì accanto, e fece una smorfia. La testa gli doleva terribilmente, l’idea di indossare subito quei paramenti pesanti gli riusciva insopportabile. Si lasciò cadere su un morbido divanetto e mormorò che gli portassero qualcosa da bere, qualcosa di gelato, perché ci si metteva anche il caldo, un caldo umido come non lo ricordava da anni, che arrivava dal mare e lo rendeva nervoso, inquieto come di fronte a qualcosa di innaturale. Era come se Poseidone allungasse le sue membra marine sulla terraferma, cosa che non contribuiva certo alla sua pace interiore, né a migliorare l’emicrania che gli spaccava in due la fronte. Poteva solo contare sull’effetto delle aspirine per arrivare più o meno incolume fino a sera, per affrontare l’udienza che l’attendeva e, soprattutto, per rilassarsi dopo l’udienza appena terminata.

Sciocca ragazzina… stupida mocciosa, il cosmo di Athena non si è ancora risvegliato del tutto e lei pretende di governare come se fosse già una dea completa, matura…

Quella mattina era arrivata una lettera. Da quando il vecchio Kido aveva lasciato per testamento tutti i suoi averi alla giovane Athena, la corrispondenza si era moltiplicata a un tasso esponenziale, tanto che la dea, annoiata, spesso lasciava che fosse Saga ad occuparsi di tutte le mansioni amministrative dell’enorme patrimonio legato alla fondazione Grado. Così, dopo essere stata recapitata in camera di Athena, la corrispondenza finiva negli appartamenti di Saga, il quale, a onor del vero, era tutt’altro che dispiaciuto di tenere i conti del Santuario. Tuttavia quella mattina ad arrivare non era stata la solita cameriera col vassoio della colazione e la pila di lettere e giornali, ma la dea Athena in persona, più bella che mai con un vaporoso vestito estivo e il volto arrossato dall’eccitazione. Saga si era sentito in imbarazzo, perché non si era ancora fatto la barba e, per via del caldo, indossava soltanto la leggera veste da camera, ma la giovane fanciulla non sembrava farci caso. Era euforica.

“Guarda, Saga! Leggi questo!” aveva cinguettato, mettendogli sotto il naso un’elegante busta di pergamena color avorio, coi bordi tagliati a mano e le intestazioni in un corsivo calligrafico che si adoperava solo per le partecipazioni di matrimonio e gli inviti dell’alta società. Tenendosi discretamente chiusa la cinta della vestaglia con una mano, Saga aveva aperto la busta e letto il contenuto della missiva. Non ci aveva messo molto, perché si trattava di poche righe, redatte con uno stile ricercato e antiquato, che si concludevano con un RSVP. Si era accigliato.

Aveva detto: “Naturalmente, come erede della fondazione Grado, tali inviti mondani, un tempo destinati al compianto Mitsumasa Kido, ora sono indirizzati a te, Athena, ma davvero non capisco…”

“Non capisci? Eppure è così chiaro! Guarda dove dovrà svolgersi il ricevimento!” E aveva puntato il suo piccolo indice delicato su una riga dell’invito.

Saga aveva vissuto uno sgradevole istante di dejà vù. “A Capo Sounion, sulla costa… ma, Athena…”

“E’ solo a poche ore di distanza dal Santuario, non sarà certo rischioso, vero Saga? Ed è un avvenimento a cui sarebbe scortese mancare, non trovi?”

Saga aveva richiuso l’invito con un colpo secco. “Non puoi pensare di lasciare il Santuario, non per una ragione del genere. Il compleanno di un ragazzino non è…”

“Un ragazzino?” L’espressione di Athena si era indurita di colpo. “Julian Solo è più anziano di me. E’ così che mi consideri, Saga? Una ragazzina che non può uscire di casa senza permesso?”

Esattamente. Proprio così. “Certo che no, Athena, ma il dovere verso il Santuario… la necessità di…”

“Voglio accettare questo invito, Saga. Voglio uscire da questa… dal Santuario, per una volta. E tutti cominciano a chiedersi per quale ragione l’erede del gruppo finanziario più prestigioso del Giappone non si mostri mai in pubblico. E’ ora di prendere in mano la situazione.”

Saga aveva chiuso gli occhi per un istante. Era ridicolo… stava litigando con la sua dea per il permesso di andare a una festa! “La fondazione Grado è florida e non corre rischi, non vi è necessità di prendersi il pericolo di lasciare il Santuario, con la Guerra Sacra che incombe, Athena…”

La giovane dea aveva stretto nel pugno la lettera dell’invito. “Sì, la Guerra Sacra… sono nata in questo mondo unicamente per morire, vero? Non può essermi concesso neppure di vedere, una sola volta, il mondo per cui dovrò sacrificarmi, Saga?”

A quel punto il sommo sacerdote aveva esitato. Il ruolo di Athena reincarnata era proprio quello, la dea esisteva solo per sacrificarsi in nome della giustizia, ma di colpo Saga aveva capito che la giovane fanciulla si sentiva amareggiata al pensiero di avere una sorte già scritta, già decisa, e nessun compromesso che potesse addolcirle l’amara verità.

L’ultimo degli apprendisti del Santuario è più libero di lei, e lei lo sa, ormai se ne rende conto. Che male può fare permetterle di essere una fanciulla comune, per una volta?

Piccola sciocca, che disprezzi ciò per cui io sono disposto a tutto… sciocca, stupida ragazzina viziata…

Athena deve essere protetta…

…imprigionata…

…è pericoloso…

…oh sì, se le accadesse qualcosa, quanti fastidi risparmiati…

“Vi sono ovunque segnali nefasti, Athena – Saga si era messo a parlare più per tacere la guerra interiore che per continuare a discutere con la dea – e lasciare il Santuario adesso sarebbe davvero una mossa azzardata. Io temo per te, non ho altri pensieri al mondo, lo sai. La tua incolumità è la sola cosa che mi stia a cuore.”

“Allora accompagnami tu. Con te come scorta, cosa può accadermi di male?”

Così l’aveva incastrato. E adesso, mentre si massaggiava piano le tempie per alleviare la tensione nervosa, Saga desiderò più che mai che, quel giorno, il prescelto del sommo Shion fosse stato Aiolos, anziché lui. Le cose sarebbero state molto più semplici, con Aiolos come sommo sacerdote, ne sono certo… Athena ha una predilizione per lui, lo ascolta sempre, cosa che non è disposta a fare con me… e i traditori del Santuario sarebbero già stati ricondotti nei ranghi. Aiolos saprebbe convincere chiunque a fare ciò che desidera. Tiene i Santi d’Oro sul palmo della mano, sono quasi più fedeli a lui che a me…

Sì, quel bastardo di Aiolos è una vera spina nel fianco, dovremo pensare anche a lui, prima o poi…

Aiolos sospetta qualcosa…

I Santi d’Oro lo venerano…

“I Santi d’Oro devono obbedienza ad Athena, non ad altri.” Disse ad alta voce, la testa che gli pulsava come un dente cariato, come una malattia alla quale non c’era cura alcuna. Era come impazzire, lottare dentro e fuori da sé per la giustizia, per Athena… per il predominio.

Il predominio, sì, il predominio…

Basta, maledetto, basta, vattene e lasciami in pace, il sommo Shion ha creduto in me, non ti permetterò di rovinare tutto… hai già fatto anche troppo…

Non abbastanza… ma migliorerò… Quella ragazzina non è in grado di governare il Santuario…

La dea…

La giustizia…

La dea…

Si alzò di scatto, afferrò la maschera e il copricapo e si diresse verso la sala delle udienze, camminando veloce, come per sfuggire a quelle voci che non gli davano tregua.

 

 

Milo, Santo d’Oro dello Scorpione e custode dell’Ottava Casa, provava un orgoglio sconfinato per il ruolo che si era guadagnato a prezzo di tanto duro addestramento e sacrifici capaci di fiaccare lo spirito più indomito. Quando incedeva, rivestito dell’armatura d’oro che scintillava di mille riflessi accecanti, il mantello a ricoprirgli le spalle e il diadema stretto nel pugno (non lo indossava mai nei corridoi del Santuario, in segno di rispetto per la pace di quel luogo), Milo sapeva di suscitare l’ammirazione di chiunque lo vedesse. E riteneva di meritarlo, dal momento che tutta la sua vita era votata a proteggere la gente del Santuario e quella dell’intero pianeta: compito che considerava un privilegio, anziché un sacrificio, ma pur sempre un atto che lo rendeva degno dell’altrui rispetto. Dopotutto, rifletteva spesso tra sé, la morte era il destino finale di ogni uomo, e tutto quel che si poteva fare era al massimo spostare un po’ l’inevitabile. Se si dava un senso a quella triste sorte, comune a tutti gli uomini del mondo, allora non si era vissuti invano, e i sacrifici che potevano essere richiesti per arrivare a ciò erano un giusto prezzo da pagare.

Milo era ben deciso a non vivere invano neppure un minuto della propria esistenza.

Avanzò lungo il tappeto rosso, a testa alta e con passo sicuro, finché non fu ai piedi della scalinata in cima alla quale si trovava il trono del gran sacerdote. No, rettificò mentalmente Milo, il trono è di Athena, il sommo Saga ne è soltanto il reggente. Tra non molto sarà la dea a sedere lassù, e il sommo Saga tornerà tra noi Santi d’Oro a combattere la Guerra Sacra.

L’espressione del portavoce della dea era impenetrabile dietro la maschera nera. Milo appoggiò un ginocchio a terra e disse: “Santo d’Oro di Scorpio ai vostri ordini, mio signore.”

“Bene.” Il gran sacerdote congedò con un cenno i servitori e rimase in silenzio finché non se ne furono andati tutti. “Immagino sarai sorpreso per quest’improvvisa convocazione, Milo.”

“Non vi nascondo che è così, sommo Saga. Non accade spesso che il gran sacerdote in persona chieda di incontrare un Santo d’Oro per assegnargli una missione.”

“Ho ritenuto parlarti di persona per dissipare tutte le perplessità che sorgeranno in te quando avrai sentito cosa ti viene richiesto in nome di Athena.” Il sommo Saga congiunse le mani davanti a sé e si appoggiò allo schienale intagliato del trono, come preparandosi a una lunga discussione. “Desidero che tu ti rechi immediatamente a Death Queen Island per estirpare una volta per tutte la mala pianta dei Santi di Bronzo traditori.”

A quelle parole seguì un silenzio, tanto più lungo perché Milo non sapeva cos’avrebbe dovuto dire. Quasi si aspettava che Saga si alzasse, dicesse ‘cucù te l’ho fatta!’ e si mettesse a ridere di lui. Ma, quando fu evidente che il gran sacerdote era invece serissimo, il Santo d’Oro dello Scorpione si mosse, a disagio, chiedendosi quali fossero i termini adeguatamente diplomatici per rispondere picche alla massima autorità terrena del Santuario.

“Credevo… credevo che quel problema fosse risolto già da tempo.” Disse alla fine, unicamente per tergiversare. Il sommo Saga parve disposto ad accettare il temporeggiamento, cosa che inquietò Milo ancora di più. Se voleva dargli il tempo di accettare l’ordine, significava che le sue intenzioni era proprio quelle che gli aveva appena palesato.

“Quei cinque miserabili si sono dimostrati più forti del previsto, e ciò conferma la mia ipotesi che essi siano protetti dal dio Ares. La minaccia non può più essere ignorata: ho mandato all’isola, per appurare i fatti come disposto da Athena non uno, ma ben due Santi d’Argento, ed entrambi non hanno più fatto ritorno. Escludo che due guerrieri fidati come Argor e Shaina possano essersi fatti irretire dal dio delle stragi, pertanto la conclusione può essere solo quella più dolorosa: cinque Santi di Bronzo hanno sconfitto due Santi d’Argento.”

“Due Santi d’Argento… sconfitti da dei…” e a Milo mancò la voce. Saga annuì.

“Comprenderai anche tu che questa farsa è durata fin troppo. E’ tempo di porre fine al tradimento di Death Queen Island, Milo.”

Il Santo di Scorpio si schiarì la gola. “Signore, certamente la situazione è…inconsueta… ma vi prego di non chiedermi di umiliarmi così. Un Santo d’Oro non può abbassarsi a combattere con dei Santi di Bronzo, sarebbe come se un leone pretendesse di duellare con una formica!”

“Intendi dunque disubbidirmi?”

“Non è questo, signore, è che preferirei… è che preferirei non affrontare dei guerrieri tanto inferiori. Anch’io ho una reputazione da difendere: sono un Santo d’Oro!”

Saga strinse le mani attorno ai braccioli del trono. Era contrariato, ma capiva perfettamente le ragioni di Milo così, quando parlò nuovamente, la sua voce aveva quell’inflessione persuasiva che si udiva chiarissima nonostante la deformazione fonetica provocata dalla maschera, e che ne faceva un politico di classe superiore. Saga disse: “Lo so. So che questa missione è svilente, ma non avrebbe senso continuare a mandare Santi d’Argento se ignoriamo che fine abbiano fatto Argor e Shaina. Quei cinque miserabili hanno certamente escogitato qualche diabolico stratagemma che permetta loro di vincere, e non desidero che altri Santi periscano a causa della loro slealtà. Mandando te, eviterò che questa ridicola lotta intestina continui e possa degenerare, comprendi?”

Ci voleva ben altro per convincere Milo. “Signore! A tal punto temete quei cinque traditori? Li ritenete forti fino a questo punto, credete davvero che Ares li protegga?”

“Riesci forse a trovare un’altra spiegazione plausibile, Santo dello Scorpione? Dimmi, cosa pensi che accadrebbe se Ares si ridestasse proprio adesso, agli albori di una nuova Guerra Sacra? Athena è ancora giovane, ha bisogno di ulteriore tempo per rafforzare la sua autorità ed espandere il suo cosmo. Una guerra adesso avrebbe effetti disastrosi. Vorrei inoltre farti notare che, senza neppure essere mai scesi in campo, finora abbiamo perso ben sette armature: cinque di bronzo e due d’argento, che chissà quando sarà possibile assegnare nuovamente. Per la Guerra Sacra abbiamo bisogno di tutti i Santi, e le nostra fila adesso mancano di sette elementi. Proseguendo su questa strada, quanti altri guerrieri della giustizia perderemmo, Milo? No, questa storia deve finire subito, immediatamente. Va’ a Death Queen Island e risolvi la questione una volta per tutte: sarà una sinecura per un Santo della tua abilità, e ti prometto che dopo farò in modo che tu abbia una missione degna del tuo rango di cavaliere d’Oro.”

Il bastone e la carota, pensò Milo stizzito, vuole darmi un contentino per farmi andare giù questo compito assurdo… ma ha ragione. E’ questo che mi riesce tanto duro da mandare giù, il sommo Saga ha ragione. Alla fine vinceremmo comunque, ma se davvero Ares si sta ridestando, il tradimento di quei cinque si tramuterebbe in un’inutile lotta tra Santi di Athena, e io non voglio che questa terribile eventualità accada.

Abbassò gli occhi, passandosi una mano tra i folti capelli perennemente spettinati, innervosito. L’umiliazione di doversi abbassare a duellare con guerrieri tanto inferiori non era la sola ragione della sua riluttanza… cos’avrebbe detto a Camus, dopo che si era recato sull’isola con il compito di uccidere il suo allievo? Milo sapeva meglio di chiunque altro quanto il Santo dell’Acquario si sentisse responsabile del comportamento di Hyoga, e non voleva essere proprio lui a infliggere il colpo di grazia all’onore di un uomo che aveva il privilegio di chiamare suo amico. Ha avuto due allievi, e uno è morto mentre l’altro ha tradito… non voglio neppure pensare a come deve sentirsi, adesso.

Erano state le vicissitudini incorse da Camus a far decidere al Santo dello Scorpione di non accettare alcun apprendista, anche se i due giovani scelti da Aiolos nel corso dell’ultima prova gli erano piaciuti, specialmente quel piccolino dai capelli rossi e l’aria sveglia (anche se forse avrebbe scelto il giovanotto delle Cicladi, per via delle comuni origini territoriali): ma conosceva bene se stesso, e sapeva che non sarebbe stato capace di mantenere il distacco necessario per formare adeguatamente un Santo d’Oro. Se non ci era riuscito Camus, l’uomo più razionale e controllato che Milo avesse mai conosciuto in vita sua, come poteva riuscirci lui, talmente puntiglioso che perfino in battaglia adeguava la sua tecnica all’avversario? La Cuspide Scarlatta non era un colpo studiato per uccidere subito, ma per dare all’avversario il tempo di riflettere, decidere, capire… morire, se questa era la sua scelta. Milo non si sentiva responsabile, a quel punto, perché dava sempre al nemico la possibilità di arrendersi, dopo aver espiato le sue colpe col dolore delle venefiche punture. Gli pareva giusto farlo. E se mi comporto così col nemico, con un apprendista, con l’apprendista del mio amico più caro, come potrò…?

Ma è un traditore. E su questo non c’era discussione alcuna. Sarebbe stato sgradevole, perfino doloroso, eppure Milo sapeva che non si sarebbe fatto fermare da nessuna considerazione, alla prova dei fatti. Se quel Hyoga era davvero passato dalla parte di Ares meritava di morire. E, dopotutto, era meglio che quell’ordine fosse stato impartito a lui piuttosto che a Camus. O a uno degli altri Santi d’Oro, rifletté rapidamente, perché almeno io mi sincererò con cura della verità, prima di agire… ah, come vorrei che il sommo Saga si sbagliasse!

Era una speranza flebile, ma pur sempre una speranza. Fu con quest’idea in mente che rialzò la testa e aprì bocca per rispondere che sarebbe partito subito, ma prima che potesse farlo avvertì alle sue spalle un cosmo, vasto come l’universo e quasi altrettanto imponente, mentre una voce nota diceva, in tono che non ammetteva repliche: “No, non andrai tu, Milo.”

Il Santo di Scorpio si voltò, alzandosi a mezzo, mentre un uomo emergeva dalle ombre e veniva avanti, superandolo e inginocchiandosi a sua volta al cospetto del sommo sacerdote.

Shaka di Virgo, coi lunghi capelli che sfioravano il suolo, alzò la testa verso il sommo Saga e disse, con voce chiara: “Signore, vi prego di mandare me a Death Queen Island: se tutto ciò è accaduto è stato per colpa di una mia leggerezza, poiché ho risparmiato il traditore Ikki quando avrei dovuto porre fine allora alla follia che oggi ha causato la perdita di ben sette armature. L’errore di valutazione c’è stato e intendo assumerne ogni responsabilità. Permettetemi di rimediare.”

“Capisco – disse il gran sacerdote – dopotutto anche tu sei un Santo d’Oro che può risolvere questa sgradevole questione senza difficoltà alcuna. Ma dimmi, cosa faresti se ti rispondessi che la missione è già stata affidata a Milo?”

Shaka si volse appena a guardare il Santo di Scorpio, che come al solito provò un vago senso d’irritazione per via di quegli occhi perennemente chiusi: era come se si burlasse dei suoi interlocutori, guardandoli senza guardarli veramente, e a Milo la cosa dava un fastidio immenso. Si preparò a rispondere per le rime, ma Shaka disse soltanto: “E’ mia intenzione recarmi all’Isola in tutti i casi, pertanto, se Milo partirà, laggiù vi saranno due Santi d’Oro a combattere con dei Santi di Bronzo. Una simile umiliazione screditerebbe tutta nostra casta, e sono quindi sicuro che Milo non vorrà umiliarci tutti recandosi a una missione per la un solo Santo d’Oro è più che sufficiente, anzi perfino eccessivo.”

Era un discorsetto sensato e certamente privo del benché minimo sentore di litigiosità, ma Milo era già seccato solo per quell’intrusione indebita nel suo colloquio col sommo Saga, per cui replicò duramente: “Eseguo gli ordini del gran sacerdote, non i tuoi. Se ha affidato la missione a me andrò io.”

“No – intervenne Saga alzandosi – non è più necessario, ormai. Shaka, vai pure: la missione è tua. Partirai domattina.”

“Ma, signore…” cominciò Milo, che però fu zittito da un gesto imperioso del gran sacerdote. Shaka si alzò, fece un inchino a Saga e si volse, andandosene sfiorando Milo senza una parola. Il Santo di Scorpio si alzò a sua volta.

“Grande sacerdote – disse, sforzandosi di restare calmo – perché mi avete convocato, quando vi era un altro Santo d’Oro disposto ad accettare questo compito senza remora alcuna? Volevate forse mettermi alla prova?”

Per un momento ebbe l’impressione che il sommo Saga tremasse, ma, quando parlò, la sua voce suonò ferma: “Ho deciso così, e non vi è altro da dire. Se Shaka intende espiare una colpa che, tutto sommato, è soltanto veniale, non voglio impedirglielo. A te, comunque, affiderò la missione promessa: riceverai gli ordini e le indicazioni alla tua Casa. Puoi andare, Milo.”

E con queste parole il sommo Saga lasciò la sala del trono, mentre Milo, perplesso, lo seguiva con gli occhi. Perché un comportamento tanto incongruo? Si chiese. Da qualche tempo il sommo Saga si comporta stranamente. E’ soltanto preoccupato per via delle minacce che si stanno muovendo contro il Santuario, forse? Cosa devo fare? Posso fidarmi di un uomo tanto cupo e misterioso?

 

 

Ecco fatto… speravi ancora di impedire la morte di quei cinque mocciosi mandando Milo, vero? E invece…

Shaka non è uno stupido, non cadrà nel tuo tranello… i Santi d’Oro non sono burattini nelle tue mani…

Shaka non conosce la pietà, non avrà esitazioni… e ha un conto aperto con Ikki di Phoenix, Death Queen Island è destinata a scomparire…

Se ne accorgerà, si accorgerà che sull’isola non aleggia affatto il cosmo di Ares… capirà che hai mentito, e allora…

Oh, no, non capirà… ti assicuro che avrà altro da fare, che perdere tempo a capire…

Athena ti smaschererà… lei sì…

Athena avrà altro da fare, tra poco… oh, sì… domattina avrà ben altro da fare…

Athena…

La giustizia…

Athena…

Athena…

Athena domattina non sarà qui, non sarà qui e tu lo sai, volevi fermarla ma non ci sei riuscito, non hai voluto, e domattina Athena non sarà qui, con un po’ di fortuna non sarà qui mai più…

La proteggerò, la proteggerò sempre… sempre… sempre…

Saga urlò, stringendosi la testa tra le mani come per schiacciare quei pensieri che ormai non gli davano mai tregua, neppure nel sonno. Fuori dalla finestra, il sole moriva lentamente.

 

 

Per scendere alla Quinta Angel prese il sentiero secondario tra le rocce, che pur essendo più lungo aveva l’indubbio vantaggio di non attraversare le Dodici Case. I Santi d’Oro che si trovavano tra la Dodicesima e la Quinta erano tutti uomini d’onore e si comportavano gentilmente con l’apprendista, sia pure alla maniera un po’ distaccata dei superiori, ma non era di loro che Angel aveva paura. Quel pomeriggio, verso la fine dei soliti esercizi (forse era solo un suo ottimistico tentativo di tenersi su di morale, ma Angel aveva la sensazione di non prendere più così tanti colpi come all’inizio), il suo maestro aveva detto, con un sorrisetto di scherno, che potevano anche finire prima perché attendeva a momenti una visita di Death Mask. Angel aveva distintamente sentito la spina dorsale ghiacciarsi come per una frustata e aveva chiesto, con un filo di voce, se, dato che gli allenamenti erano alla fine, non poteva approfittarne per andare a trovare il suo amico Darius.

“Amico, eh? – Aphrodite si era portato una rosa alle labbra, aspirandone il profumo – ma certo, và pure dal tuo… amico. Ma prima prepara qualcosa per il mio amico: in cucina te la cavi molto meglio di me, Angel.”

Così Angel aveva preparato la cena a una velocità non molto inferiore a quella della luce e se l’era svignata dall’uscita posteriore, pregando tutti gli dei che Death Mask non arrivasse prima che la distanza tra loro fosse più che rispettabile. Come può un Santo di Athena essere così senza cuore? Si chiedeva mentre scendeva lungo il sentiero scosceso. Si vanta della sua crudeltà come io mi vanterei dei miei progressi in addestramento, e le storie che racconta al maestro Aphrodite sono a dir poco raggelanti. Come può essere così?

Non si spiegava neanche come potessero essere tanto amici, il Santo del Cancro e quello dei Pesci, che pur essendo piuttosto crudele e spietato non era neanche lentamente perverso come il custode della Quarta. Angel non provava un grande affetto per il suo maestro, ma doveva riconoscere che, causa la forzata convivenza, si stavano abituando lentamente l’un l’altro e trovando una forma di equilibrio. Sapevo che, se avessi tenuto duro, ce l’avrei fatta, pensò con soddisfazione, e credo che d’ora in poi le cose potranno solo migliorare. Se mi renderò abbastanza utile, Aphrodite non avrà mai motivo di lamentarsi e io potrò diventare Santo d’Athena.

Diede un calcio a un sasso, pensando che una cosa del genere sarebbe stata assolutamente impossibile con Death Mask: probabilmente il Santo del Cancro, se costretto a prendersi un apprendista, l’avrebbe immediatamente ucciso e le pareti della Quarta sarebbero state decorate con una nuova, spaventosa maschera mortuaria. Angel deglutì e si sforzò di pensare a qualcosa di più allegro, per esempio al fatto che si stava recando a una Casa dove l’accoglienza sarebbe stata calorosa, perfino da parte del nobile Aiolia, che per qualche motivo l’aveva in simpatia, forse perché riteneva che Angel fosse di costituzione troppo delicata per sopportare un addestramento tanto duro. Ebbene, avrebbe dimostrato a tutti che si sbagliavano. Non che pensasse di poter cambiare l’opinione generale dei Santi in questo, bastava vedere il trattamento che aveva riservato a Shaina quel Seiya per capire che le apparenze erano tenute in gran conto… come se quella donna non fosse stata un avversario più che rispettabile, anzi una vera e propria minaccia… anche se di lei non si avevano più notizie, quindi forse alla fine Seiya aveva deciso di raccogliere la sfida e sorvolare sul fatto che la sua avversaria avesse una figura decisamente appetibile…

Urtò con la spalla qualcosa che sembrava una colonna di granito e alzò la testa dicendo meccanicamente scusa, ma sentì che le parole morivano in gola quando si ritrovò a fissare un viso abbronzato, dai lineamenti marcati sotto una folta capigliatura nera, e due occhi scuri, magnetici nella loro intensità febbrile, nei quali Angel vide per un istante la propria figura, specchiata fino alle spalle.

Death Mask allungò una mano e scansò l’apprendista in maniera non del tutto sgarbata, spedendo Angel contro la parete di roccia. “Togliti di mezzo, moccioso. E guarda dove metti i piedi, la prossima volta, o la pagherai cara.”

“Io… io… mi scusi, nobile Death Mask… il mio maestro l’aspetta…” E tra parentesi, perché hai preso la strada secondaria che è più lunga e più scomoda, invece di risalire le Dodici? Perché ho sempre tanta sfortuna?

“Hai un messaggio per me?”

Angel scosse la testa, strisciando rasente la parete, per allontanarsi un po’ dal Santo del Cancro.

“Allora sparisci – disse Death Mask – sei fastidioso come una mosca, non capirò mai perché Aphrodite si sia fatto carico di una femminuccia come te, né perché tu sia ancora vivo.”

E riprese il cammino, senza più voltarsi. Angel rimase lì immobile per un momento, ma con orrore si accorse che l’emozione che, passato il primo momento di paura, affiorava alla mente non era il sollievo, ma la collera. Quell’uomo era veramente indegno, non aveva alcun motivo per trattare così chi gli stava intorno! E, senza avere il tempo di riflettere, si udì dire queste parole: “Forse sono ancora qui perché me la cavo bene, anche se voi non lo credete, e magari otterrò un’armatura un giorno! Forse il mio maestro è più lungimirante di voi, sotto questo aspetto…”

Capì di aver detto una frase di troppo quando Death Mask si volse di scatto, come un puma sulla preda, e di colpo Angel si ritrovò coi piedi a venti centimetri da terra e il collo schiacciato contro la parete rocciosa. Gli occhi penetranti di Death Mask erano talmente vicini ai suoi che si sarebbero quasi potuti baciare. Angel sentì il respiro caldo dell’uomo sul volto, e pensò in maniera sconnessa: però, ha un buon odore, se non altro non morirò con un fiato puzzolente sul collo…

“Sei allievo di un mio compagno d’armi e per questo, solo stavolta, non ti strapperò quella linguaccia troppo lunga per annodartela intorno alla gola – ringhiò Death Mask – ma prova a rispondermi ancora e i cani del Santuario si sfameranno con quella poca carne che hai sulla ossa, i prossimi giorni. Hai capito?”

Stronzo, pensò Angel, ma si spremette un ‘sì’ strozzato fuori dalla gola, mentre iniziava a vedere fiorellini rossi che sbocciavano dappertutto. Death Mask strinse un po’ di più la mano e Angel rantolò, lottando per respirare, poi di colpo il Santo del Cancro scagliò l’apprendista a un paio di metri di distanza. Rimase a guardare impassibile mentre Angel si risollevava, ansimando e sputacchiando, ma d’un tratto spalancò gli occhi e per un istante quell’uomo privo di qualsivoglia sentimento umano parve in preda a un’umanissima emozione. Era sbalordito.

Ma che cosa sta guardan… oh no!

Angel si sentì gelare il sangue. Quando Death Mask aveva punito la sua insolenza aveva accidentalmente strappato la tunica, aprendola fino alla cintura mentre gettava a terra l’apprendista. Angel si coprì in tutta fretta, sentendo il sangue che affluiva alla faccia tutt’assieme. Perché, perché di tutti quelli possibili, doveva essere proprio lui a…?

Sentì i passi del Santo e vide che si era avvicinato. Un momento dopo si sentì sollevare di peso, come se il suo corpo minuto non fosse più pesante d’un pupazzo di stoffa.

“Guardami – disse Death Mask – il tuo maestro lo sa?”

Angel, che non riuscì a trovare il coraggio di fissare ancora quegli occhi tremendi, annuì contemplandosi le punte dei piedi e tenendosi ben chiusi i lembi della tunica.

“Perché avresti fatto una stupidaggine simile?”

“Perché… perché altrimenti nessun Santo d’Oro avrebbe mai considerato di prendermi come apprendista, ecco perché.” Sussurrò Angel, con le lacrime agli occhi dalla vergogna.

“Questo è poco ma sicuro – commentò Death Mask – bene, se Aphrodite è disposto a prestarsi a questa farsa, sono affari suoi… naturalmente gli chiederò se mi hai detto la verità.”

“Naturalmente.”

D’improvviso, come sempre accadeva quando si trattava di Death Mask (che non pareva conoscere mezze misure in nulla di quel che faceva), Angel si sentì lasciare e udì quella risata potente, quasi maniacale, che nel Santo del Cancro indicava il massimo divertimento. “Bene, ora capisco perché proprio Aphrodite, tra tutti… con lui rischi la vita, ma non la virtù, eh?”

Angel non disse niente. Death Mask fece un verso strano, a metà tra l’incredulità e il disgusto, poi prese ad avviarsi verso il sentiero. E, di nuovo, la stupida boccaccia suicida di Angel si aprì per suo conto e si udì gridargli dietro: “Non lo direte a nessuno, vero? Vi prego!”

Death Mask si fermò. Gettò giusto un’occhiata indietro, l’espressione indecifrabile, poi riprese il cammino e si allontanò lungo il sentiero. Immagino che per lui voglia dire di sì, pensò Angel, aspettando che si fosse spento anche il rumore dei passi, prima di avviarsi barcollando verso la Quinta. In qualche modo rimise insieme la tunica strappata chiudendosela a dovere, ringraziando gli dei perché adoperava solo tuniche molto larghe, tanto che doveva regolarmente arrotolare le maniche due o tre volte per poterle indossare… sapeva che ciò dava un aspetto ancora più patetico alla sua figura minuscola, ma non poteva farci niente.

Si massaggiava ancora il collo quando arrivò al cortile dietro la Casa di Leo, dove Darius gonfiava i muscoli sotto l’occhio vigile del suo maestro. Fu Aiolia il primo ad accorgersi delle condizioni di Angel e interruppe la spiegazione per prestare soccorso.

“Cos’è successo? – chiese il Santo del Leone – Darius, va’ a prendere dell’acqua. Allora, ragazzo?”

“Ho… ho incontrato il nobile Death Mask, lungo la strada.” Angel ebbe la tentazione di non dire altro, ma affrontare Cancer infuriato perché l’aveva calunniato sarebbe stato un deliberato tentativo di suicidio, così aggiunse in fretta: “Sono stato insolente e mi ha punito… tutto qui. Grazie, va già meglio.”

Si scostò perché al nobile Aiolia non venisse in mente di esaminare il livido rosso sul suo collo più da vicino e si sedette su una pietra. Aiolia strinse le labbra.

“Cos’è, gli hai rivolto la parola senza permesso o qualche altra nefandezza del genere?”

Angel provò una fitta d’invidia per Darius, che aveva un maestro simile. “No, io… ho replicato quando lui ha detto che non si spiegava perché il nobile Aphrodite mi aveva preso come apprendista. Gli ho detto che il mio maestro era più lungimirante di lui… ecco.”

Darius, che era tornato con una borraccia d’acqua fresca, fece in tempo a sentire le ultime parole, e commentò: “Volevi suicidarti, microbo?”

“Sta’ zitto, Darius – disse bruscamente Aiolia – nessun apprendista permette che si mettano in dubbio le capacità del maestro, Angel ha agito correttamente. Ammiro il tuo coraggio, ragazzo, ma sono sicuro che il nobile Aphrodite non se ne avrà a male, se in futuro frenerai la lingua di fronte a certi elementi – si corresse in fretta – certi Santi, d’accordo?”

Il bastone e la carota, pensò Angel, prima mi loda poi mi dice che avrei dovuto tenere la bocca chiusa. Il nobile Aiolia era veramente gentile. Troppo per i suoi gusti. Da quando era al Santuario, Angel non sopportava la gentilezza, non in quella forma almeno. Forse, dopotutto, il nobile Aphrodite è il maestro giusto per me: non fa finta di volermi bene e non fa mistero del fatto che potrei lasciarci la pelle, durante l’addestramento. Angel annuì alle parole del nobile Aiolia, pensando che in futuro avrebbe evitato il nobile Death Mask con maggiore assiduità di quanto avesse fatto finora. Perché adesso Death Mask sapeva, che gli dei tutti l’aiutassero.

Death Mask sapeva.

 

 

Athena era felice. Forse per la prima volta in vita sua si sentiva felice, eccitata, deliziosamente carica di aspettative.

“Ci sono le più eminenti personalità d’Europa – commentò Saga – per non parlare degli uomini d’affari più ricchi del mondo intero. Non è un po’ troppo, per il compleanno di un ragazzino? Un viziato figlio di papà…”

Accanto a lui, Athena non smetteva un istante di guardarsi intorno, per cogliere ogni minimo particolare e fissarselo bene nella memoria, in modo da non scordarlo mai. I lampadari immensi che proiettavano sulle pareti mille prismi dei colori dell’arcobaleno, i camerieri che volteggiavano tra gli invitati camminando così leggeri che parevano sfiorare appena il pavimento di marmo lucidissimo, il brusio delle conversazioni, i tavoli drappeggiati da immense tovaglie bianche ornate di gale, tutto le sembrava nuovo e bello e luccicante. Era un ambiente talmente diverso da quello austero e a tratti gelido del Santuario che Athena si sentiva quasi accaldata, malgrado la brezza fredda che spirava dal mare e l’abito che indossava, un vestito da sera che le lasciava scoperte le spalle. Perfino lo zucchero in polvere le parve più bianco e più fine che altrove.

Un cameriere le passò accanto con il vassoio dei drink e lei ne prese al volo uno, approfittando del fatto che Saga non sarebbe stato tanto irrispettoso da vietarle di bere, in mezzo a tanta gente. Il martini era dolce. Lo sorseggiò piano, per godersi ogni istante di quella serata irripetibile.

“Julian Solo non è un ragazzino – disse al suo sacerdote – è il figlio del più potente armatore del mondo, proprietario di un patrimonio immenso. E oltre a ciò, dicono sia anche bello e intelligente. E’ pieno di qualità.”

Saga fece una smorfia e si infilò due dita sotto il colletto, per allentarlo un tantino. Sembrava irritato e a disagio, malgrado l’elegante smoking cucito su misura, ma lui non si trovava lì di propria volontà e Athena poteva capirlo: quegli abiti da cerimonia erano scomodi, ma, si disse, non potevano certo esserlo più dei paramenti sacerdotali che l’uomo indossava ogni giorno! Non si sarebbe fatta rovinare la festa, la sua prima festa fuori dal Santuario, soltanto perché il suo sommo sacerdote aveva la faccia di chi si presenta a scuola senza aver studiato per l’interrogazione. Vide che molte ragazze lo sbirciavano dandosi di gomito e ridacchiando: bene, se fosse riuscita a farlo impegnare con qualcuna avrebbe avuto maggiore libertà. Si scostò un tantino per chiarire che Saga era il suo accompagnatore, non il suo cavaliere.

“E’ un onore sentire che parlate di me, miss Kido.” La voce alle sue spalle la fece sussultare e Athena si volse. Quando vide chi avev parlato trasalì di nuovo, non perché si trovava di fronte a Julian Solo, l’unico erede dell’impero dell’armatore Solo, ma perchè quel viso sorridente, quei capelli che gli sfioravano le spalle con la dolcezza delle onde del mare, quegli occhi profondi come abissi abitati da creature fantastiche, per un istante le parvero il riflesso di un altro volto, un volto noto, un’impressione talmente forte che per un istante il pensiero che le attraversò la mente fu

(eccoci ancora qui)

ma svanì prima che potesse coglierlo.

Julian Solo si fece avanti, ignorando lo sguardo assassino di Saga, e le prese galantemente la mano. “Da molto tempo desideravo incontrarla… Athena? Un nome molto insolito, molto bello, se mi permette l’ardire: solo una dea poteva essere degna di prestarvi un appellativo che le stesse bene, milady.”

Mentre sorrideva imbarazzata e compiaciuta, Athena colse gli occhi di Saga che si volgevano al cielo e le parve di udire il suo pensiero come se l’avesse espresso a voce alta: ecco, ci mancava solo questo ciscisbeo!

“Mio padre mi parlava spesso del vostro mentore, il duca Mitsumasa Kido. Mi è molto spiaciuto sentire della sua morte.” Proseguì Julian, ignorando il sommo sacerdote, che a sua volta ignorava un gruppetto di fanciulle che si sgomitavano a vicenda nel tentativo di farsi coraggio. “I rapporti tra le nostre famiglie sono sempre stati dei migliori, e spero che ciò possa continuare a lungo.”

“Me lo auguro anch’io.” Rispose compitamente Athena.

“A questo proposito, che ne dite di parlarne con maggiore calma, magari sulla terrazza? – Julian solo le rivolse un sorriso magnifico, di quelli che finivano sulle copertine delle riviste di gossip – sono certo che il vostro accompagnatore non avrà di che annoiarsi.” Concluse rivolto a Saga, dedicandogli una specie di smorfia che mostrava un sacco di denti. Saga ricambiò e stava per rispondere a tono, ma Solo fu più rapido: con un cenno chiamò le ragazze raccolte lì vicino e chiese loro di intrattenerlo, se non era troppo disturbo. Le ragazze si volsero avidamente verso Saga e lo circondarono, intrappolandolo. Nascondendo una risata dietro il bicchiere del martini, Athena seguì Solo sulla terrazza.

Il panorama che si poteva godere da lassù era splendido. Il mare, nero come inchiostro, era appena punteggiato dalle luci lontane dei pescherecci, e il firmamento splendeva talmente che sembrava di poterlo toccare. Athena si voltò a guardare l’interno della sala, dove Saga cercava di schermirsi tra non meno di cinque ragazze ridarelle che cercavano di convincerlo a ballare, e le parve che tutto quel lusso, quello sfarzo, quell’ostentazione di ricchezza, fosse una sciocchezza artificiosa, paragonata alla meraviglia dell’universo. Sospirò. Vorrei che Saga lo capisse: è per avere maggiori motivazioni a combattere per questo mondo, che desidero conoscerlo un po’… come posso difendere qualcosa che ignoro, che per me è come se non esistesse?

Le tornò in mente quel Seiya, come ormai capitava di continuo quando formulava simili pensieri. Da quando era giunta al Santuario la notizia della scomparsa dei due Santi d’Argento inviati in missione laggiù, dei cinque Cavalieri di Bronzo non si era più saputo nulla. Athena non sapeva cosa fare. Non riusciva a credere che fossero dei traditori, ma le prove contro erano talmente tante, ormai…

“La mia famiglia, partita dal mediterraneo come armatori centinaia d’anni fa, oggi domina i sette mari.” La voce di Julian Solo la riportò alla realtà, e Athena decise di estromettere quei pensieri. Sono qui per svagarmi, e invece penso di continuo al dovere… santi numi!

“Mio padre spesso mi ripeteva ‘chi domina il mare, domina il mondo intero’ – proseguì Solo – e questo perché oltre il settanta per cento del nostro pianeta è coperto dalle acque.”

“Non ci avevo mai pensato.” Mormorò Athena, chiedendosi la ragione di quelle vanterie. Forse dopotutto Saga non aveva torto, quando l’aveva definito un ragazzino viziato. Gli lanciò un’occhiata incerta, e in quel momento accadde di nuovo. Trattenne il respiro mentre Julian Solo la fissava a sua volta, con occhi blu come il mare più profondo, abissi sconfinati nei quali annegare e perdersi…

Athena, tu sai chi sono, mi hai riconosciuto come io ho riconosciuto te. So che puoi sentirmi, anche se non pronuncio parola, so che puoi sentirmi… perché siamo simili, tu ed io.

Con uno sforzo enorme si riscosse, riemerse dagli abissi bui nei quali precipitava a una velocità impensabile, si raddrizzò in tutta la sua statura, espandendo il cosmo come ormai stava imparando a fare, lasciando che il suo amore per quel mondo così strano e contraddittorio, dove i traditori forse non erano tali e dove i nemici si mascheravano da amici, la sua devozione per quel mondo che lei conosceva a malapena e che pure desiderava proteggere malgrado il rimpianto di non averne mai goduto davvero, traboccasse da lei come acqua da un vaso troppo colmo, come aria che riempie un vuoto improvviso, come luce che si diffonde nelle buie distanze siderali. Il cosmo di Athena brillò come un faro che guida i naviganti nella tempesta, e quella voce sconosciuta

(mi conosci, sai chi sono, Athena)

scomparve com’era giunta, lasciando al suo posto Julian Solo che la guardava stupito.

“Lei…” Si interruppe. Pareva non sapere cosa dire, e per la verità nemmeno Athena aveva la minima idea di come si sarebbe concluso quell’inquietante incontro: lanciò una rapida occhiata dentro la sala, e vide che una delle ragazze aveva vinto sulle altre e teneva Saga inchiodato in qualche conversazione di tipo molto confidenziale. Ne fu irritata. E’ il mio sacerdote! Dovrebbe essere qui a proteggermi!

“Athena – Solo riprese a parlare, con voce rauca – temo… di essermi comportato come un perfetto zoticone, nei suoi confronti. Mi vuole perdonare?”

“Oh, ma certo, certo…” disse in fretta lei, cercando un pretesto per lasciare la terrazza.

“Io… non sopporterei che lei potesse avere una bassa opinione di me. Non l’avevo mai incontrata prima d’ora, eppure ho sempre sentito quasi una predestinazione nei suoi confronti… ed ora che l’ho qui, davanti a me, mi rendo conto che è come se la conoscessi da sempre…”

Sì, è proprio così… chi sei realmente, Julian Solo?

“Athena, vuole sposarmi?”

Ci mancò poco che non soffocasse nel martini che continuava a sorseggiare per darsi un contegno. Se non si mise a tossire furiosamente fu soltanto perché l’educazione la vinse sull’istinto di sopravvivenza, e Athena rischiò seriamente di andare in debito d’ossigeno mentre cercava di riordinare le idee. Alla fine posò il bicchiere quasi vuoto sulla balaustra di marmo, guardò Julian Solo chiedendosi se dovesse reagire divertita allo scherzo, realizzò che l’altro non scherzava affatto e reagì di conseguenza: “Sono… onorata… ma non posso prendere seriamente in considerazione una simile proposta, mi dispiace.”

“Mi rendo conto di essere stato molto brusco – si affrettò a dire Solo – ma la prego di pensare a…”

“Devo decisamente rifiutare.” Athena parlò in tono definitivo, prima di avviarsi verso la sala per riprendersi il suo sacerdote. “La prego di scusarmi, si è fatto tardi… le auguro di nuovo un felice compleanno, signor Solo.”

E se ne andò, senza sapere se era più confusa o turbata.

 

Julian Solo la guardò andare via, contrariato e addolorato. Non poteva credere che lei l’avesse respinto. Qualunque altra donna avrebbe fatto i salti di gioia, se lui le avesse rivolto parole simili!

“No, non finisce qui, Athena – promise all’esile figura che si allontanava – finora ho sempre ottenuto ciò che volevo, e giuro che anche stavolta andrà così.” Senza pensarci, prese il martini che lei aveva lasciato e bevve gli ultimi sorsi, sentendo sulle labbra il sapore di lei.

Quella stessa notte cominciò a piovere.

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