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Febbraio

1 Febbraio

 

…e, dopo un volo di undici ore Atene-Pechino, nonché due charter che sorvolavano regioni sempre meno abitate, siamo arrivati a un ‘aeroporto’ che non è altro che una pista di terra battuta su un altopiano, in attesa del primo dei tre pullman che abbiamo cambiato cambiare per arrivare a Goro-ho. Per fortuna che avevo la faccia coperta, perché ero l’unica occidentale nel raggio di cento chilometri e mi avrebbero tutti guardata come una marziana: questo non è un luogo turistico e in molti villaggi non c’è neanche il telefono, figuriamoci se la gente che abita qui è abituata agli scambi culturali tra continenti. Comunque.

Alla fine di un massacrante tragitto per strade dissestate con il conducente che ogni cento chilometri si fermava per cambiare una ruota bucata dai sassi (o almeno ho avuto quest’impressione, ma certo è che di soste forzate ne abbiamo fatte tante), l’ultimo pullman ci ha mollati ai bordi di una strada, davanti a un bosco di bambù. Una cosa impressionante, non credevo che queste piante potessero diventare così grandi, sono dei veri e propri tronchi, è un ambiente bellissimo e incontaminato, esotico come una litografia d’epoca. In lontananza si sentiva il rumore di una cascata.

“Andiamo.” Mi ha detto Shiryu prendendomi cavallerescamente la borsa più pesante, e ci siamo avviati. Un sentiero in mezzo a una foresta di bambù è quanto di più pittoresco possa esistere, mi guardavo intorno affascinata, e lo sono ancora. Mi trovo dall’altra parte del mondo, cavolo, non è una cosa che succeda tutti i giorni!

(sì lo so che neanche combattere coi defunti è una cosa che succede tutti i giorni, ma come dire, l’esaltazione positiva la provo più a fare turismo che a trovarmi circondata di fuochi fatui e zombie assassini)

Il bosco finiva all’improvviso e lo spettacolo che mi si è parato davanti era (ed è) veramente mozzafiato. Sono rimasta a bocca spalancata per un minuto buono, mentre Shiryu mi diceva, tutto compiaciuto, che quello era Goro-ho. Lo trovavo bello?

Capperi!

La cascata precipitava dall’alto dei picchi rocciosi sollevando così tanta schiuma che tutt’intorno la zona era avvolta di minuscole goccioline che sembravano vapore, ma dove ci trovavamo noi le acque erano già tornate tranquille e si vedevano perfino dei pesci che brucavano le alghe vicino a riva. Fiorellini e piante strane, ovviamente diverse da quelle che si vedono di solito nei boschi europei, davano a tutto il luogo un’aria incantata, come se ci trovassimo in un altro mondo. Sensazione accentuata dal fatto che, lì a Goro-ho, la civilizzazione non è arrivata, e non si sente nessun rumore lontano, motori o altro. Siamo fuori dal tempo, l’aria profuma di buono e gli aironi non hanno paura di noi: rimangono lì a guardarti lasciandoti avvicinare fino a pochi metri, prima di spostarsi un pochino, più per mantenere le dovute distanze che altro. Peccato che è inverno, perché mi hanno detto che in estate il cielo è solcato di rondoni, dev’essere stupendo.

Shiryu si è avviato e io ho visto che, sul limitare del bosco, c’era una capanna, con le spalle rivolte al picco roccioso, in un punto che non veniva raggiunto dagli schizzi della cascata. Mentre guardavo la porta si è aperta ed è uscita una ragazza, con un vestito tipico cinese e i capelli neri legati in treccia. È corsa verso Shiryu e lo ha abbracciato, e io mi sono di colpo sentita di troppo. Nonché invidiosa nera. E con la voglia di andarmene da lì all’istante, e chissenefrega delle meraviglie naturali di Goro-ho. Devo passare tutto il tempo a guardare quei due tubare? Ma perché la sfortuna non si trova un altro sacco da punching ball, per una volta?

La ragazza si chiama Xiun Lei, ovviamente lei e Shiryu stanno insieme, il che spiega perché era tanto ansioso di tornare qui. Mi ha accolta in maniera squisita, mi ha aiutata a disfare i bagagli, ha preparato il bagno (un lavoraccio, perché l’acqua va scaldata sul fuoco) e quando Shiryu ed io siamo usciti, tutti belli puliti e rinfrescati, aveva già messo in tavola il pranzo. Qui si è posto il primo problema perché per mangiare dovevo togliermi la sciarpa, e udite udite, anziché dirci apertamente ‘ma che stronzata, lascia stare che tanto siamo tra noi’, la cinesina ha molto graziosamente tirato fuori un paravento di carta di riso da piazzare accanto al tavolo, dietro il quale posso nutrirmi, partecipare alle conversazioni, ma non far vedere la faccia! Tutto questo è ridicolo.

Sta manfrina si ripete a ogni pasto. Io dietro il paravento e Xiun Lei (che Shiryu chiama Shun Rei, il solito problema delle traslitterazioni nipponiche, anche il mio nome ogni tanto lo storpiano in Runa) fa la spola per portarmi i cibi, le bevande e le salse. Che vita da schiava fa questa ragazza. Ma sembra felice così.

“Il maestro non c’è?” Ha chiesto Shiryu ha un certo punto, o meglio l’ha chiesto la sagoma che io vedevo attraverso la carta di riso. Pensiamo positivo: è come assistere a uno spettacolino di ombre cinesi tre volte al dì. “Speravo di incontrarlo subito, Athena mi ha dato una lettera per lui.”

“Tornerà stasera.” Ha assicurato Shun Rei, e ho visto la sua sagoma che gli versava da bere. Sembrano due sposini novelli, dopo un po’ insieme a loro ti senti decisamente un reggimoccolo, così mi sono scusata adducendo la stanchezza del viaggio e me ne sono andata in camera, dove mi trovo ora ad aggiornare il diario. Penso che farò una lettura dei tarocchi, giusto per sapere cosa mi riserva l’immediato futuro.

 

(A SERA)

 

Ugh. Ero veramente stanca dal viaggio, non era una scusa. Appena posata la penna mi sono distesa un attimo sulla stuoia di giunchi, comoda quanto un mal di denti, e sono crollata per due ore. Mi ha svegliata Shun Rei, scusandosi tanto perché capiva che fossi sfinita, ma il venerabile Dohko ci teneva a vedermi. Mi sono alzata vergognandomi un po’, visto che Shiryu, pur avendo viaggiato come me, è fresco come una rosa, e sono uscita in cortile per incontrare l’uomo che fa le veci del gran sacerdote, in attesa (suppongo) che qualcuno dei Gold dimostri una vaga attitudine a prendere quel ruolo. Personalmente vedrei benissimo il mio maestro, ma credo che a Mu piaccia starsene in pace e un ruolo di comando non lo attira affatto in questo senso. Già ha abbastanza rotture da me. Shaka è un alienato, Aldebaran proprio no, Aiolia diociscampi, Milo… perdonami, Milo adorato, ma proprio quel ruolo non fa per te, perdono perdono perdono. Anche se l’idea di fare la pupa del boss non è mica brutta, a pensarci bene.

Temo che il vecchietto dovrà rimanere gran sacerdote ancora per un pezzo. Eh sì.

Nel cortile Shiryu ha detto: “Maestro, costei è l’apprendista di Mu che mi ha accompagnato… Luna, ti presento il mio maestro, il venerabile Dohko di Libra!”

Io mi sono guardata intorno. Nessuno in giro.

“E dove…” ho cominciato, ma in quel momento mi sono sentita toccare una gamba e ho abbassato gli occhi. Lì, a circa sessanta centimetri da terra, c’era un cappellone di paglia con un bastone da passeggio, che mi aveva per l’appunto toccata per attirare la mia attenzione. Mentre lo guardavo il cappello si è inclinato, perché la faccia sotto di esso si è sollevata, e io sono stata a un pelo dal salutare il venerabile Dohko dicendogli “Che la Forza sia con te!”, perché quella faccia, con la pelle del viso talmente piena di rughe che tra quelle e le sopracciglia a spazzolone quasi non si distinguevano più i lineamenti, mi era più che familiare. Direi che chiunque l’avrebbe riconosciuta all’istante, eccome.

E io che pensavo che il maestro Yoda fosse un miracolo della computer grafica. Sta’a  vedere che ho incontrato la sua controfigura. Parlano pure uguale.

Mitico!

 

 

2 Febbraio

Tra poco Shiryu, Yoda ed io andremo non so bene dove, perciò scrivo velocemente due righe prima di un aggiornamento serale: durante la cena di ieri il venerabile maestro (giuro che sarò seria d’ora in avanti: non lo chiamo più Yoda, anche perché se mi scappa di appellarlo così a voce alta temo che questo diario rimarrà incompiuto per morte della sua redattrice) mi ha chiesto di raccontargli cos’era esattamente successo con i Thugs, perché Mu lo aveva informato ma lui desiderava sapere tutto dalla diretta interessata. Gliel’ho spiegato meglio che potevo, poi gli ho chiesto, con una certa ansia, se avesse un’idea del perché il custode della Quarta avesse scelto di manifestarsi proprio lì, proprio con me. Ho fatto bene a chiederglielo, perché Dohko ha una sua teoria che, secondo me, si regge fin troppo.

“Death Mask è morto nel disonore perché aveva scelto volontariamente la via del male. Probabilmente, anzi sicuramente visto che te l’ha detto a chiare lettere, intende espiare in modo da lavare l’onta, nonchè vedersi condonato l’inferno: trovarsi in mezzo alle sue vittime per l’eternità non dev’essere molto piacevole.”

Direi che in effetti non lo è. Dubito che le anime delle persone che ha ucciso e decapitato lo stiano coccolando, giù nel sotterraneo.

“Okay, ma perché io?”

Forse è una mia impressione, ma l’ombra cinese che stavo guardando ha avuto un’esitazione prima di rispondere. “Mia cara ragazza, la preveggenza implica una gran sensibilità per i reami dell’Invisibile, e dunque dove sei tu è più facile che si manifestino simili fenomeni. È molto, molto importante che impari a controllare bene il tuo potere, o rischierai la vita.”

Beh, ormai lo controllo benino, grazie. Gliel’ho detto, ma non si è scomposto. “Death Mask rimane un uomo che ha acquisito il Settimo Senso, e oltre a ciò possiede i poteri della costellazione di Praesepe, che è una sorta di soglia per il mondo dei morti. È più forte di te. Comunque, non ha intenzione di farti del male, quindi penso tu possa stare tranquilla.”

Io ho cercato di sapere un’altra cosa, per me anche più importante. “Papà conosceva Death Mask, vero? Che rapporto…?”

La sagoma di Dohko oltre il paravento si è alzata (anche se non è facilissimo da capire, perché non c’è una gran differenza di statura) e ha annunciato di essere stanco e di voler andare a dormire, che oggi sarebbe stata una giornata impegnativa.

Che maniera fine di evitare di rispondere a una domanda, eh? Giusto per non farmi sospettare che mi tengono nascosto qualcosa.

Comincio a scocciarmi di brutto.

E VOGLIO TORNARE DA MILO!

 

(PIU’ TARDI)

 

 

Ok, missione compiuta. Fatto. Finito. Rimandatemi al Santuario!

Non che qui si stia male, se escludiamo l’assenza di gas, luce, acqua corrente ed elettricità, ma ormai mi sono adattata alla vita spartana che si fa ad Atene (ah ah ah). E poi i lavori domestici li fa quella Xiun Lei, lo stereotipo della felice casalinga che passa il giorno a occuparsi dei suoi uomini. In particolare è sempre a stirare le camice di Shiryu, a fargli le tisane, a preparargli il pranzo… sembrano marito e moglie, e io che credevo che tutti i Saints fossero troppo presi dalle loro percezioni cosmiche per capire le cose importanti della vita! Ti ho completamente rivalutato Shiryu, ma onestamente vedere come ti fai servire e riverire (per quanto, lo ammetto, è sempre educatissimo e ringrazia di cuore la sua fidanzata per ogni premura che gli prodiga) mi fa un tantino preoccupare. Già nel Santuario il maschilismo regna sovrano, non è che Milo si aspetta che mi comporti così con lui, vero?

Bah.

La missione in sè era una vera fesseria, avevo torto a preoccuparmi. Abbiamo consegnato la lettera di Saori al vecchietto, e lui ci ha detto di seguirlo, che avremmo imparato qualcosa. Così abbiamo mollato Shun Rei a casa a fare il bucato, stendere i panni su bastoni di bambù che vanno sollevati a mano, stirare, ripiegare, riporre nei cassetti. Mi sento quasi in colpa, ma lei non mi permette di aiutarla dicendo che sono un’ospite e che, così lontana da casa, dopo un viaggio tanto lungo, devo essere stanca morta. E certo che sono stanca, ma tu non vuoi altro dalla vita?

No, dico: questa qui è stata allevata da un Gold Saint, poteva diventare fortissima, un guerriero incomparabile, e invece passa il tempo a sfregare i gradini di casa canticchiando filastrocche incomprensibili.

Il femminismo è proprio morto.

Comunque, ci siamo avviati e siamo arrivati a una struttura… non saprei come descriverla, non era una montagna perché somigliava a una torre, ma non era neppure una torre perché non pareva costruita da mani umane. Un ‘picco’, forse è la parola che ci si avvicina di più: un’enorme ammasso di roccia così alto che la punta era nascosta dalle nuvole.

Dohko ha aperto la busta e dentro c’era un foglio di pergamena gialla con scritto sopra il nome di Athena in greco. Alla base del picco c’era un’altra pergamena simile, ma tutta vecchia, sfilacciata e rovinata. Dohko ha sputato sul retro della pergamena nuova, l’ha appiccicata sulla roccia e ha tolto quella vecchia, che era talmente consunta da sbriciolarglisi tra le dita. E qui mi è preso un colpo, perché dal picco si è levato un boato tremendo, come di centinaia di persone che urlassero da dentro la roccia, e sono franati un po’ di pietrisco e sassolini per la forza delle vibrazioni. Poi tutto è tornato tranquillo, a parte una sorda vibrazione che è continuata per un bel po’.

Sulla strada del ritorno Dohko ci ha parlato di una guerra sacra contro Hades e dei suoi Specter, imprigionati a Goro-ho, che lui ha la missione di sorvegliare per evitare che si risveglino. Il sigillo di Athena ha questo scopo.

Se ho capito bene, la scorsa guerra sacra si è combattuta oltre duecento anni fa, perciò questo vecchietto è veramente decrepito! Credevo fosse una mummia, ma direi che, se veramente ha più di duecento anni, si è conservato decisamente bene. Per me c’è sotto qualche trucco.amenteciò questo vecchietto eto che la punta era nascosta dalle nuvole.ortissima, un guerriero incomparabile, e invece passa

 

 

3 Febbraio

 

Shun Rei, o Xiun Lei o come accidenti la devo chiamare, è davvero carina, lo ammetto. Sarà che mi sono disabituata alle amiche che ti coccolano, perché nel Santuario bisogna essere dei Veri Duri ™, fatto sta che, quando sono triste, ho preso l’abitudine di andarmene a frignare da sola in qualche angolo poco frequentato. Al Santuario la cosa funziona benissimo, perché so dove andare, ma qui non gioco in casa e non mi sono appartata a sufficienza. Shun Rei, che passava con l’immancabile cesto del bucato, mi ha sentita piangere ed è venuta a consolarmi. Visto che ero lì coi lacrimoni e il naso che colava era un po’ inutile cercare di dirle che non era niente, così le ho spiegato perché volevo tornare al Santuario e lei, sorridendo, mi ha rassicurata, dicendo che nessun Saint, e men che meno i Gold, prenderebbero mai in giro una ragazza: sicuramente Milo era serissimo e ha deciso di mettere le carte in tavola proprio perché non voleva che partissi senza sapere che qualcuno aspettava con ansia il mio ritorno. È stata proprio un tesoro.

Sarebbe bellissimo che Milo, in questo preciso istante, contasse i giorni come sto facendo io. Se soltanto ci fosse un telefono, in questa tana di lupi.

 

 

4 Febbraio

 

Secondo me ciò che mi manca per diventare una guerriera con le palle non è imparare a espandere il cosmo, dominare il mio potere, assassinare gli uomini che mi guardano in faccia o altre cose del genere: è solo la mia ingenuità. Se non me ne libero, continuerò a prendere sonore legnate nei denti.

Quando il mio maestro mi aveva detto che sarei venuta a Goro-ho per ‘recuperare le forze, riposare e rinfrancare il tuo spirito’, io credevo che avrei recuperato le forze, riposato e rinfrancato lo spirito. L’ho detto al venerabile Dohko e lui mi ha risposto (testuale): “Per un difensore di Athena non vi è riposo maggiormente corroborante dell’addestramento più rigoroso.”

E mi ha mollata su una roccia battuta dalle acque gelide della cascata a meditare per tutto il dì.

Devo smettere di scrivere. L’ipotermia mi ha irrigidito le dita e voglio soltanto passare la notte ad abbrustolirmi davanti alle braci del camino. Almeno al Santuario rischiavo solo qualche sassata. Qui sarà già un miracolo se non muoio di polmonite.

Maestro Mu, spero che ti venga la gotta.

 

 

5 Febbraio

 

Shiryu passa il tempo a cercare di provocare una catastrofe ecologica deviando il flusso della cascata dicendo che è il suo allenamento. Ho avuto il coraggio di obiettare che sterminare fauna e flora ittiche non mi sembra una cosa molto intelligente e lui mi ha guardata male, mentre più a valle Shun Rei raccoglieva giuliva i pesci morti.

Qui non succede mai niente di interessante, meno ancora che al Santuario. Un altro giorno infelice si ammonticchia sui precedenti.

 

 

6 Febbraio

 

Oggi il passato ha allungato un braccio e mi ha posato una mano sulla spalla. È arrivata una lettera di mio zio, che dopo aver rimbalzato per mezzo mondo mi ha finalmente raggiunta qui a  Goro-ho. Lì per lì ho pensato che fossero gli auguri di Natale, ma figurarsi: era una notifica per la cessione di non so che terreno avrei ereditato da papà. Quella gente non sa del conto svizzero e si attacca a qualsiasi cosa, anche a un paio d’ettari di terreno impervio senza certificato di edificabilità! Valore commerciale prossimo allo zero, ma lo vogliono lo stesso.

E che se lo prendano, allora, ho firmato le carte e rispedito il tutto a giro di posta. Quando hanno saputo della cosa, qui sono tutti inorriditi, come se fosse un atto chissà che riprovevole. Ho risposto che una delle ragioni per cui ero venuta al Santuario era proprio allontanarmi dai serpenti che mi ritrovavo come parentado e Shiryu ha commentato che è molto triste.

In effetti lo è. Il fatto che non me ne freghi niente, voglio dire. È tanto che non desidero più tornare, ormai considero il Santuario la mia vera casa. Rischierò anche fratture multiple ogni santo giorno, ma si può stare certi che nessuno, laggiù, si sognerebbe mai di sgambettarti alle spalle: a volte esagerano davvero coi moralismi, ma è bello sapere che puoi fidarti pressappoco di tutti. Per dire, una volta ho dimenticato il diario su un muretto, perché mentre scrivevo il mio maestro mi aveva chiamata: beh, dopo un paio d’ore di panico puro, il nobile Aiolia è venuto dicendo che l’aveva trovato, scusandosi tanto perché aveva dovuto guardare la prima pagina per vedere a chi appartenesse. Io ovviamente mi sono fiondata a rileggere cosa avevo scritto in prima pagina, ma non era niente di cui preoccuparsi. Sono arcisicura che non si è minimamente permesso di sfogliarlo: la gente del Santuario è fatta così.

Cosa non darei per tornarci.

 

 

8 Febbraio

 

Sono riuscita a telefonare!

Shun Rei è scesa in paese per delle commissioni e mi sono attaccata a lei come una cozza, sperando che almeno nel villaggio ci fosse un modo di comunicare col mondo esterno. E infatti era così! Nell’unico bar-locanda-motel-spaccio di paese c’era in un angolo un telefono a gettoni, ancora più vecchio e scassato di quello del Santuario, ma chi se ne frega, funzionava e mi ci sono buttata, ignorando tutti quei cinesi che mi guardavano senza nessun ritegno. Gente, ma la televisione la vedete, lo sapete che esistono anche gli occidentali a sto mondo, sì?

Ho chiamato il numero privato della Kido (aver vissuto nel suo corpo mi ha dato qualche utile informazione) perché ovviamente le Dodici non sono dotate di cose frivole come il telefono. Tra l’altro, ora che mi viene in mente, Saori dice sempre che vuol tornare a Tokyo, ma è ancora nel Santuario. Perché?

“Potete fare in modo che il mio maestro mi contatti?” le ho chiesto, e lei mi ha detto di richiamare tra una mezz’ora. Quella scema non ha capito un tubo: io intendevo un contatto telepatico! Sveglia, Athena!

Non ho avuto il coraggio di chiedere di Milo.

Ho aspettato la mezz’ora più lunga della mia vita, poi ho richiamato e mi è di nuovo venuto da piangere quando ho sentito la voce gentile del grande Mu, il quale mi ha spiegato che un contatto telepatico dall’altra parte del mondo era ancora al di fuori della portata del mio cosmo. D’accordo, l’ho capito che devo allenarmi assiduamente, lo sto facendo, faccio tutte le stronzate che la controfigura di Yoda mi dice di fare, quand’è che potrò tornare a casa?

“Sei partita da una sola settimana, Luna.” Mi ha fatto notare lui. Gli ho risposto che non me ne fregava niente. “Hai l’occasione di imparare dal venerabile Dohko, credimi, è una grande opportunità per te. Sii paziente e sarai ricompensata.”

Io non ce l’ho fatta a trattenermi. “Maestro, la mia ricompensa sarebbe tornare al Santuario, ti giuro che farò tutto quello che mi dirai, non risponderò più, mi allenerò, non ti chiederò niente perché so che pensi al mio bene, ma fammi tornare, ti prego, ti prego, ti prego!”

Qui c’è stata una pausa e ho temuto che la linea fosse caduta, ma poi Mu ha detto piano: “Sono molto commosso da tanto affetto, Luna. Ma se davvero credi che io stia pensando al tuo bene, devi rimanere laggiù, per ora. Credimi.”

Inutile insistere. So perfettamente che, quando il mio maestro ha deciso, ha deciso. “Come stanno tutti, lì?” ho chiesto allora, perché non volevo riattaccare e perché volevo sapere qualcosa di Milo, anche se per vie traverse.

“Tutti bene – mi ha risposto – Kiki si occupa della tua gattina col massimo scrupolo. Se hai dimenticato qualcosa dimmelo pure e provvederò a spedirtelo.”

Non voglio che tu mi spedisca le magliette che ho scordato fuori dalla valigia! Voglio che tu mi dica di rispedire me stessa al Santuario!

Ho chiuso gli occhi, sapendo che la telefonata era praticamente finita. Dovevo chiederlo apertamente. Mi sarebbe stato più facile organizzare un pokerino con Ashura e amici di merende.

“E… come… sta… il nobile Milo?”

Silenzio.

Silenzio.

Silenzio.

Poi: “Bene… per ora.”

Io mi sono spaventata. “Cosa vuoi dire, maestro?”

“Che penso andrò a parlargli. Suppongo sia arrivato il momento, non credi?”

Mi sono sentita gelare il sangue nelle vene. “No, no! Io volevo dire… chiedevo… insomma, anche il nobile Aldebaran, e il nobile Aiolia, e il nobile Shaka, mi preoccupavo per loro, voglio dire…”

“Ho idea che Milo non abbia molto chiaro il concetto che gli ho spiegato l’altra volta – mi ha interrotta Mu, freddamente – dovrò ribadirglielo.”

Ho tentato l’ultima carta. “Scusa, ma la mia vita privata non è…”

“Torna ad allenarti, Luna.”

E ha riappeso. Ho provato a richiamare, ma ha risposto Tokumori, il pelatone idiota, che mi ha mandata a quel paese perché osavo importunare la sua principessina. Gli ho augurato di trovarsi un negrone omosessuale reduce da vent’anni di carcere sotto casa e ho buttato giù.

Come ci riesco? No, dai, seriamente, come ci riesco, a combinare guai anche dall’altra parte del mondo, eh?

 

 

10 Febbraio

 

Le carte dicono che mi aspetta un lunghissimo viaggio, tra non molto tempo. Ciò è confortante, perché voglio pensare si tratti del viaggio di ritorno. Anche se ho il terrore di sapere cosa è successo, dopo la famosa telefonata. Il mio maestro non è il tipo che minaccia un suo pari, vero? Vero?

Per favore, maestro, non far scappare Milo proprio adesso che sono riuscita a bloccarlo un poco!

Qui, a parte gli allenamenti (ne scriverò diffusamente appena avrò un po’ di tempo) e le lunghe disquisizioni del nobile Dohko, che come tutti i vecchi è maledettamente logorroico, non succede niente di rilevante. A una parete c’è un ritratto del giovane Saint di Libra, un lustraocchi mica male, con lineamenti squadrati, occhi verde scuro e capelli castani, sempre arruffati e simili ai miei. Sto cercando di capire come può l’età farti passare dal metro e ottanta ai sessanta centimetri scarsi, ma ancora non ne vengo a capo, e di certo non posso chiedere.

Quello di cui sono sicura è che questo Saint è veramente tosto: voglio dire, quanti altri proprietari terrieri conoscete, che hanno mantenuto l’usufrutto di un terreno per duecento e passa anni, in Cina? Da queste parti lo Stato confisca appezzamenti e case il cui affitto è scaduto senza porsi il minimo problema, ma nessuno viene mai a frantumare le scatole a Goro-ho. D’accordo che siamo parecchio isolati, ma il furbone, sfruttando la manodopera di Shiryu (il marito nei campi, la moglie a casa), ha creato un piccolo paradiso terrestre di risaie e orticelli a terrazza. Ma mi rendo conto che nessun funzionario statale avrebbe grandi possibilità di fare il prepotente con un Gold Saint.

E Shiryu continua a zappare felice. Questo Dohko è veramente un grande.

 

 

11 Febbraio

 

Il venerabile Dohko ha un metodo di addestramento basato quasi tutto sulla calma interiore, la pace, il controllo di sé fin nelle funzioni involontarie come il battito delle palpebre, le pulsazioni cardiache e lo scorrere del sangue. Mi ha spiegato (e io ero molto interessata, lo riconosco) che il controllo di tali funzioni è utilissimo perché permette di controllare gli aventi esterni tramite il cosmo. A mo’ di dimostrazione mi ha fatto vedere come poteva bloccare il flusso d’acqua della cascata semplicemente invertendo il proprio flusso sanguigno.

Il dottor House diventerebbe pazzo a curare i Saints di Athena, ne sono sicura.

Ci ho provato anch’io, seguendo le sue istruzioni, ma sono riuscita soltanto a rischiare l’asfissia perché il massimo che potevo fare era trattenere il respiro. Il mio sangue si rifiuta di fare le scempiaggini che la mia mente cerca di ordinargli.

 

 

12 Febbraio

 

Ho afferrato un pochino il meccanismo di inversione, quello che permette a Shiryu di far andare la cascata al contrario, e vi garantisco che non è per niente piacevole sentire il sangue che si ferma e comincia a scorrere alla rovescia, portandosi dietro tutte le impurità e i detriti e le porcherie che avrebbe dovuto depositare nei reni. Le prime volte, anzi, ti viene da vomitare, ti scoppia la testa, ti sembra di morire e passi le ore successive a farneticare per la febbre, perché il corpo umano non è fatto per certe cose. Il venerabile Dohko dice che non appena il mio cosmo sarà più sviluppato non risentirò di alcun effetto collaterale. Dice anche che i miei progressi sono sbalorditivi e che Mu l’ha proprio indovinata a insistere con me.

Io mi comincio a chiedere se il mio maestro, in fondo in fondo, non stia pensando di recuperare il terreno perduto in questi anni, quando papà mi ha tenuta alla larga da questo covo di pazzi. Altrimenti perché mi dovrebbe allenare così? Solo perché non devo farmi sopraffare dal mio potere?

Ok, stanotte vedremo. Se davvero i miei progressi sono tanto sbalorditivi, una visioncina magari ci scappa. Spero soltanto che la mia concentrazione non venga inquinata dal pensiero che mi tortura ogni santo momento della giornata, ovvero quel bacio, il mio primo bacio.

Se soltanto potessi parlargli. Se potessi vederlo solo un minuto.

 

 

13 Febbraio

 

Finalmente comincio a sentirmi a casa anche qui. Ho rimediato la mia prima punizione, venti giri di Goro-ho! Il vecchiaccio non ha gradito la mia iniziativa di stanotte, e meno ancora le domande che ne sono scaturite. Quante storie che fa, dopotutto ho solo ubbidito, quando mi ha detto ‘vai e medita’!

Dopo cena, infatti, sono andata al posto dove vengo quotidianamente flagellata dagli agenti atmosferici e mi sono messa a ‘meditarè, ma non come sta cercando di insegnarmi Yoda [qui la parola è cancellata e sostituita dal vero nome di Dohko, NdA] bensì nell’altro modo, quello che porta le visioni. La sensazione ormai familiare di allontanarmi in favore di un avvicinamento a un piano di esistenza diverso, fatto di puro spirito, è arrivata quasi subito. Come sto diventando brava!

“Ehi tu, tette d’oro.”

Mi sono voltata. La voce suonava così concreta che mi sembrava di averla sentita con le orecchie, ma non era così, perché l’uomo che mi stava di fronte (sospeso nel nulla della visione ancora non completamente formata) era inequivocabilmente morto.

“Tu sei Death Mask, giusto?” gli ho chiesto, prendendo nota del fatto che indossava solo i pantaloni e che fisicamente rientrava nella media del Santuario, ovvero asciutto, muscoloso, abbronzato, e con quell’aria a me così familiare, da italiano purissimo, che me lo rendeva attraente in un modo familiare e confortevole… almeno finché non lo guardavo negli occhi. Non c’era niente di umano in quegli occhi. Solo il freddo disinteresse di un predatore sazio. Che spreco di materia prima!

“E tu sei la figlia del professor G. Possiamo concludere qui i convenevoli o vuoi informarti sulla mia salute?”

Ma vaffanculo, ho pensato io. Decisamente fa capire fin da subito che tipo d’uomo sia. “Ti trovo bene, a parte il fatto che sei morto – ho replicato – questa visione è del passato, del futuro o sei soltanto tu che ti impicci di nuovo?”

“Se non mi fossi impicciato, l’altra volta, tu non saresti neppure qui.” È stata la sua ovvia risposta.

L’unica cosa che mi dispiace è che, per iscritto, questo dialogo non rende neppure la metà di quel che era: ritrovandoci tra madrelingua eravamo tornati entrambi alla nostra cadenza d’origine, e quindi la mia parlata romana e il suo accento siciliano formavano un mix davvero spassoso. Cercate di immaginarlo e andiamo avanti.

“Neppure io sono tanto ingenua da credere che tu mi abbia salvata per buon cuore. Sono qui per avere delle risposte.”

“Ho la faccia da ufficio d’informazioni, ragazzina?”

“E allora che ci fai qui?”

“Te l’ho detto l’altra volta. Mi servi.”

“E perché dovrei aiutarti?”

Qui Death Mask ha ghignato, un ghigno che avrebbe fatto accapponare la pelle a Kalì. Quell’uomo è pazzo, anche se è morto, è più matto di un cappellaio. “Perché non ti lascerò scelta, ecco perché. Ho una possibilità di evitare l’inferno e non sarai tu a privarmene, stanne sicura. Tanto vale che collabori, perché se non lo farai morirai, e se morirai, beh…” ha fatto un gesto col braccio, e di colpo il nulla attorno a noi si è consolidato nell’ambiente che avevo visto al cimitero, attraverso il varco dell’aldilà: una valle desolata, rischiarata da una luce livida che non era quella del sole, un vulcano lontano, le anime che vi cadevano a frotte. Anche se non ero davvero lì, sono rabbrividita. Questo è quel che ci aspetta alla fine della vita? Spero vivamente che sia soltanto un luogo di transito. “Se morirai, entrerai nel mio dominio. Non ti conviene farlo lasciandomi scontento di te, credimi.”

Wow, e sono due i guerrieri che mi aspettano per farmi un servizietto nell’aldilà. Ma Death Mask è anche peggio di Ashura.

Bastardo mafioso.

Ho cercato di mostrarmi coraggiosa. “Beh, se devo aiutarti forse dovresti dirmi qualcosa a riguardo, no? O devo andare a tentoni?”

Death Mask ha alzato le spalle. “Per la verità non hai bisogno di sapere molto. Sei ancora una tale mezza calzetta… ma forse ti interesserà sapere perché mi è toccato scegliere proprio te. Tanto perché ti metta bene in testa che non hai possibilità di sfuggirmi.”

“E sentiamo, allora.”

Death Mask ha sparato la sua cannonata senza il minimo preambolo. “Vediamo se indovini chi era il mio maestro.”

Qui mi ci è voluto un bel po’ per riprendermi. Anche ora che scrivo, non riesco a crederci. Il maestro di quel pazzo? Di quell’assassino, quel lurido stronzo che collezionava teste come trofei, uccidendo perfino dei bambini?

No. No, no, no, non ci credo. Non ci crederò mai.

Mai mai mai.

“Bugiardo.” Ho detto alla fine, alterandomi man mano che andavo avanti. “Sei un bugiardo e basta, solo uno schifoso bugiardo, un vigliacco che se la fa sotto all’idea di pagare per i suoi crimini, te lo meriti di stare all’inferno, tornaci e goditi la compagnia delle tue vittime, visto che ti piace tanto…”

Il mio rigetto era tale da distruggere la concentrazione che mi aveva portata lì, e un attimo dopo ho riaperto gli occhi sulla cascata di Goro-ho, che mi aveva inzuppata ben bene gelandomi fino alle ossa. Mi sono alzata e sono andata dal venerabile Dohko, chiedendogli spiegazioni.

“Tuo padre non avrebbe mai lasciato il Santuario senza aver compiuto il proprio dovere – ha cercato di dirmi – dato che ha dovuto giocoforza abbandonare l’armatura, era suo dovere trovare un degno successore…”

“Ma certo, degno, degnissimo! – ho gridato io – un più degno stronzo di quello non c’è mai stato, poco ma sicuro! E io dovrei aiutare quel… quel…” stavo cercando una parola abbastanza insultante, ma non mi veniva. Ero troppo fuori di me.

“Tu non aiuti lui. Aiuti Athena – ha replicato il vecchiaccio, approfittando del mio intasamento dialettico – è tuo dovere, come facciamo tutti.”

“E come dovrei fargli evitare l’inferno? In che modo? Sbrighiamocela così la facciamo finita, almeno!”

“Ah – ha esclamato lui – per questo, dovrai ancora allenarti parecchio. Aiutare un Gold Saint non è impresa da poco, e neppure aiutare Athena. Per questo devi imparare ad ascoltare i tuoi maestri, Luna: quando ti dico di fare un esercizio, voglio che tu svolga quello, non un altro a tua discrezione.”

Ma tanto io a quel punto non lo ascoltavo più.

Povero papà, chissà che colpo per lui è stato constatare che il suo allievo era diventato un simile bastardo. Non mi stupisce che abbia abbandonato il Santuario per sempre.

E io voglio tornarci. Voglio soltanto tornarci e voglio che questa storia finisca.

Per piacere!

 

 

16 Febbraio

 

[sotto questa data c’è soltanto un disegno su due pagine consistente in un pessimo ritratto di Death Mask sul quale sono stati conficcati dei pugnali, particolarmente in zona inguine, cuore e faccia, e la scritta a caratteri cubitali ‘a stronzo, ma vattela a’pija’ nder’cu’!]

 

 

17 Febbraio

 

Sono riuscita a ritelefonare al Santuario. Ovviamente il mio maestro sapeva già tutto e mi ha rimproverata per la mia scarsa cooperazione. “Perché non mi hai detto che mio padre aveva avuto Death Mask per allievo?” gli ho chiesto, ignorandolo.

“Luna, se è vero che hai fiducia in me, ti pregherei di smetterla di interrogarti a questo riguardo. Non hai già sufficienti preoccupazioni, per aggiungere anche queste?”

“Mio padre non era un assassino come quel disgraziato!” ho ribattuto, desolata. Giuro, mi viene il mal di pancia al solo pensiero, e forse Mu l’ha capito, perché la sua risposta è arrivata in tono molto addolcito.

“Un maestro è responsabile del suo allievo fino a un certo punto, e Death Mask ha abbandonato la via della giustizia di sua iniziativa, tradendo tutti gli insegnamenti di tuo padre. Nessuno pensa anche minimamente sia colpa sua, credimi.”

“Ah sì? E nel Santuario cosa direbbero, se sapessero che non solo chiacchiero con Death Mask, ma che mio padre l’ha addestrato?”

“È per questo motivo che devi rimanere ancora un po’ di tempo a Goro-ho. Non ho alcun desiderio di vederti vivere come è vissuto Aiolia, per tredici lunghi anni.”

Mu è sempre così gentile che mi viene da piangere e da spaccargli la faccia.

“Non mi interessa più – ho detto, sperando ancora di convincerlo – mi basta ritornare. Tanto la gente mi odierà lo stesso, domani o tra un mese o tra dieci anni, è irrilevante. Per piacere, maestro, voglio tornare!”

Dall’altra parte del telefono, un sospiro. “Tornerai, te lo prometto. Il venerabile Dohko mi ha riferito che i tuoi progressi sono notevoli, e ciò conferma quel che già pensavo: con i giusti allenamenti i risultati arriveranno. Abbi fiducia.”

“Non posso allenarmi in questo modo nel Santuario?”

“Smettila di insistere, Luna.”

Io sono stata zitta, mi veniva da piangere. Shiryu e Shun Rei sono tanto carini con me, ma… ma questa non è la mia casa. “Come sta Morgana?” ho chiesto, per smetterla di supplicare in quel modo.

“Bene, oggi non l’ho ancora vista, ma qui è mattina. Oh, a proposito – ha aggiunto, con un tono improvvisamente molto freddo – ho parlato con Milo.”

Mi sono cominciate a sudare le mani. “Ah, sì? Ehm… bene… oh guarda, Shun Rei mi chiama, devo andare…”

“Credevi forse di potermi nascondere…” ha iniziato lui con un tono che conoscevo benissimo, perché era lo stesso di papà quando telefonava a casa qualche ragazzo, e mi sono affrettata a riappendere.

Forse è davvero il caso di prolungare un po’ la mia permanenza da queste parti. Sì, in fondo Goro-ho è un bel posto.

 

 

20 Febbraio

 

Ho raccontato per la millesima volta la storia di Kalì al venerabile Dohko, che continua a chiedermi integrazioni, e l’ho visto turbato quando ho aggiunto che Ashura, nel cimitero, mi aveva detto che, se non sarà Kalì a conquistare il mondo, farà in modo che altri lo facciano. “Perché non me l’hai detto prima?” Mi ha chiesto, e gli ho risposto che sono successe così tante cose che tenere a mente tutto è difficile. In effetti, se non avessi questo diario, non riuscirei a ricordarmi tutti i dettagli, per questo prendo nota di tutto.

“Perché, avete paura che Hades si risvegli?” ho domandato un po’ in ansia, ma fortunatamente lui ha scosso la testa. “Ashura e compagnia sono neutralizzati, vero?” ho chiesto ancora, perché mi pareva l’ipotesi più probabile, ma anche qui il venerabile Dohko mi ha rassicurata. Fiuuu, ero abbastanza tranquilla per conto mio, perché non ho più visioni di Kalì con annessi e connessi (incendi, distruzioni, gente che brucia viva e compagnia bella), ma le conferme fanno sempre piacere.

A proposito di visioni, ne ho avuta una veramente strana, del tutto involontaria, e quindi l’ho subito riferita, perché era un pezzo che non mi succedeva più di essere assalita da presagi che non ho cercato: ormai mi controllo molto bene, sotto questo aspetto. Era talaltro un lampo molto strano, perché non ho visto davvero niente, nel senso che non era una percezione da guardare, ma una sensazione di oppressione, come se qualcosa di metallico mi serrasse il corpo, schiacciandomi fianchi e seno e testa, come se una grande mano mi avesse presa e mi stesse stritolando. Che allegria! Mi sono svegliata in un bagno di sudore e ansimando, ancora con la sensazione di soffocare. Il venerabile Dohko è rimasto zitto un pezzo quando ha sentito questo, poi mi ha detto che dovrò farci l’abitudine: per tutta la vita mi capiteranno simili lampi, cose incomprensibili che riuscirò a inquadrare solo dopo che saranno successe.

Sto iniziando a pensare che il grande Mu abbia così a cuore il mio addestramento perché questa preveggenza può dimostrarsi molto utile, in caso di necessità. Mi sembra la spiegazione più logica.

E allora continuiamo ad allenarci!

 

 

25 Febbraio

 

Oh oh oh. Guai in vista. Grossi, grossi guai in vista.

Intanto domani riparto per il Santuario. Gioia gaudio e tripudio, non sto più nella pelle e, pur zoppicando come una novantenne, ho già preparato le borse per il viaggio. Sono felicissima, anche se avrei preferito tornare senza il solito accompagnamento di catastrofi e presagi di sventura.

Stavolta, lo giuro, non farò stupidaggini come con Kalì. Ubbidirò al mio maestro in tutto e per tutto, senza fare domande, senza contestare e senza scempiaggini come salire alla Star Hill per avere visioni capaci di ammazzarmi. Gliel’ho promesso solennemente e manterrò la parola, perché io da questa storia intendo RIMANERE FUORI.

Forse è il caso che cominci dall’inizio, giusto?

Stamani il venerabile Dohko ha deciso che la mia meditazione andava ‘privata delle distrazioni esternè, ovvero che dovevo rivolgere ogni mio pensiero e ogni muscolo all’esercizio che voleva facessi. Cosa intendeva dire, l’ho capito presto, perché mi ha portata in mezzò a una radura di bambù e mi ha messa in una posizione comodissima, su una mano sola con le gambe dritte dritte in aria, ordinandomi di meditare. Poi se n’è andato e io sono rimasta lì, a cercare di non svenire per l’eccessivo afflusso di sangue al cervello.

Credetemi: non vi sarete sentiti veramente stupidi nella vita, se non avrete provato a rimanere in mezzo ai bambù a fare la verticale su una mano sola, spiati da curiosi panda che ruminavano foglioline seduti sul limitare della foresta, cercando di non pensare che avreste potuto trovarvi in un comodissimo orfanotrofio, con il vostro letto, il vostro armadio, un pasto caldo e nessuna pretesa a parte quella di studiare un paio d’ore il pomeriggio…

Così il tempo passava, e io meditavo profondi pensieri esistenziali senza badare alle avversità (tutto sta a trovare il giusto pensiero che ti tenga occupata), quando ho avvertito un cosmo in avvicinamento a ore dodici. Atroce dilemma: interrompere l’addestramento facendo adirare il la controfigura di Yoda, o rimanere nella mia posizione apparendo così all’intruso come la più grande idiota mai concepita da grembo umano?

Ho optato per la prima soluzione e quando il nuovo venuto si è palesato ero in piedi e passabilmente seria. Che non fosse un amico l’avevo capito prima ancora di vederlo, perchè il suo cosmo era oscuro e piuttosto aggressivo, anche se non verso di me. Era alto, con mento squadrato, sopracciglia folte, lineamenti volitivi, nel complesso un discreto lustraocchi, ma non è stato quello a lasciarmi perplessa, bensì il fatto che avesse un’aria familiare…

…e come in un flash mi sono vista il giorno del mio arrivo a Goro-ho, a guardare un ritratto appeso alla parete, di un giovane Saint identico, preciso identico a quello che ora mi stava davanti, che aveva indosso il Cloth di Libra. Sa non credersi, come si rovina la gente con l’età, avevo pensato allora, ma in quel momento mi ritrovavo davanti al passato che riviveva!

“Chi sei?” Gli ho chiesto, continuando a guardarlo allibita. Lui ha ricambiato lo sguardo, e allora mi sono accorta che non era proprio il sosia di Dohko ai suoi tempi d’oro: aveva le pupille nere come la pece, tanto che non si distingueva neppure l’iride, e nello stesso istante mi sono accorta (me ne sarei accorta subito, se non fossi stata tanto stupita) che nera aveva anche l’armatura… una replica perfetta del Cloth di Libra, che scintillava sotto il sole freddo di febbraio come diamante nero. Sono sbiancata sotto la maschera, perché Mu mi aveva parlato di quel genere di Saint come della peggior feccia esistente sotto la volta di Athena, e mai avrei creduto di trovarmene uno davanti così.

“Il mio nome di battaglia è Black Libra.” Mi ha detto, e ha sguainato la spada dell’armatura, puntandomela contro. “Sono il Black Gold Saint di Libra. Sei un’allieva di Dohko?”

Non gli ho risposto. Niente caramelle dagli sconosciuti, niente informazioni ai Black Saints.

Che poi vorrei sapere, ma se le fanno fare appositamente, le armature uguali a quelle dei Saints buoni? E come accidenti può essere che siano precisi identici a loro, fisicamente? Predestinazione, chirurgia estetica o che altro?

Domande che rimarranno senza risposta, temo. Ma non divaghiamo, dicevo che non gli ho risposto e che intanto tenevo d’occhio il sentiero per potermela filare, sperando che quel genere di Saint non sapesse muoversi alla velocità della luce come i Gold autentici. Speranza purtroppo subito distrutta, perché tacere e indietreggiare sono chiari segnali di non collaborazione, e il Black Saint li ha presi come tali: un secondo dopo il giovanotto era di fronte a me, mi ha sollevata per il collo e scagliata dieci metri più in là, a sbattere contro i bambù centenari. Mi sono rialzata tutta indolenzita, con la chiara consapevolezza che se non fosse arrivato qualcuno entro breve, diciamo nei prossimi dieci secondi, Milo sarebbe tornato single, per la gioia di tutte le donne del Santuario.

Uhm, mi chiamano di là, credo sia ora di partire. Non scherziamo, vado di corsa! Continuerò sull’aereo, magari.

 

 

26 Febbraio (credo, il cambio di fuso orario mi confonde sempre)

 

…e, deux ex machina, qualcuno è arrivato. Un MIAAAAOOO e uno strusciare morbido vicino alla mia caviglia mi hanno informata della presenza di Morgana a Goro-ho. Ho sbattuto le palpebre, perchè l’ultima volta che l’avevo vista era in braccio a Kiki che prometteva solennemente di darle da mangiare e pulire la cassettina (altrimenti Mu l’avrebbe defenestrato), e la sua presenza lì era del tutto inspiegabile.

Oltre che, diciamocelo, perfettamente inutile. Qualche graffio in faccia ero capace anch’io di infliggerlo al nemico, prima che il suddetto mi staccasse la testa dal collo.

Black Libra mi si è avvicinato muovendosi come una lince e mi ha afferrata alla gola, lasciando chiaramente da parte le regole della galanteria. “Forse dovremmo ritentare – ha detto con una cortesia ben smentita dal gelo dei suoi occhi – sai dirmi dove si trova il vecchio Saint di Libra?”

La sua mano era d’acciaio, non riuscivo a liberarmi in nessun modo e quasi non respiravo, ma sono lo stesso riuscita a sibilargli un “va’ al diavolo…” che come risultato ha ottenuto di farmi sollevare da terra di una ventina di centimetri, tanto che ho cominciato a perdere i sensi per la mancanza di ossigeno.

E finalmente Athena la capì! E fece arrivare qualcuno a salvarmi.

“Rozan Shoryu Ha!”

E io sono andata giù come un sacco di patate, mentre Black Libra saltava indietro per evitare il dragone che ha aperto un cratere nel punto preciso dove si trovava fino a un secondo prima. A pochi centimetri dalla mia faccia, terrei ad aggiungere, ma come forse ho già detto, pochi centimetri sono quisquilie per cotanti guerrieri. A volte penso che piuttosto che farmi salvare da uno di loro, preferirei una fine rapida e indolore per mano del nemico, così poi divento pure una martire.

“Luna, va tutto bene?” Mi ha chiesto Shiryu, che era tutto vestito col Cloth e perfettamente pettinato, che non capirò mai come riesce a tenere in ordine tutti quei capelli.

“Una favola…” gli ho risposto, cercando di riabituarmi all’ossigeno. Per la cronaca, ho ancora sul collo il livido nel quale si contano le dita, di un bel viola contornato di giallo e per deglutire soffro le pene dell’inferno.

“Tu saresti Luna?” Black Libra sembrava stupito. Io anche, perché non mi aspettavo che il nemico conoscesse proprio me, un’apprendista come ce ne sono mille, al Santuario.

Ho continuato a non rispondergli, e lui, dopo aver evitato un altro colpo di Shiryu, mi è piombato addosso per la seconda volta, mi ha calato le mani sulle spalle e mi ha sollevata di peso. Così adesso ho i lividi anche sulle clavicole, dove Black Libra ci ha affondato le dita fino alle nocche. Dio, il male.

“Allora, sei Luna G.? La figlia del professor G.?”

“Ma vaffanculo…”

Black Libra mi ha scagliata a terra e Shiryu ha scagliato il suo colpo su Black Libra facendolo volare venti metri più in là. Tiè, beccati questa!

“Perché ti conosce?” Mi ha domandato aiutandomi a rialzarmi. Io ovviamente gli ho risposto che non ne avevo la minima idea, anche se la menzione a papà mi fa pensare che ci siano ancora di mezzo i suoi studi. Shiryu ha annuito a quell’ipotesi e mi ha raccomandato di stare indietro, cosa che non ho avuto nessun problema a fare, dopo aver preso in braccio Morgana. Sono rimasta a guardare, primo perché se Shiryu fosse stato sconfitto dubito che scappare avrebbe impedito a Black Libra di riacchiapparmi per disarticolarmi, secondo perché non aveva senso correre ad avvertire il venerabile Dohko: le emanazioni cosmiche della battaglia erano più forti dello squillo di un telefonino in una biblioteca, che arrivasse era questione di attimi.

E’ stata una battaglia campale, niente da dire: devo ammetterlo, i cinque Bronze preferiti di Saori ormai sono al livello di un Gold, possiedono il Settimo Senso e padroneggiano la velocità della luce. Mi danno qualche speranza, perché insomma, se gente come Seiya o Shun hanno sviluppato tali poteri, cosa mi impedisce di fare altrettanto? Ti danno veramente speranza per il domani, certi tipi.

Comunque, Shiryu e Black Libra stavano reciprocamente cercando di svitarsi la testa dal collo (facilitati dalle ottime giunture dell’armatura, che fornivano l’illusione di riuscire nell’impresa) quando dietro di me ho sentito un cosmo immenso, dorato e caldo e potente, qualcosa che avvolgeva tutto con una forza incredibile, tanto che mi aspettavo di veder comparire un colosso, anziché quel vecchierello alto due banane che è il venerabile Dohko. Mi sono fatta da parte e lui è venuto avanti, col bastone che ticchettava a ogni passo.

“Cosa mai succede, qui?” ha chiesto, con una tranquillità tale che per un momento ho pensato che non si fosse reso conto della situazione. Black Libra ha spintonato via il suo avversario e si è voltato verso di noi.

“Sono qui per te, Saint – ha proclamato – per la tua armatura, e già che ci siamo, per quella puttana. Non mi aspettavo fosse qui, ma tanto meglio.”

Quella puttana, naturalmente, sarei io. Ho replicato d’istinto con un termine che ha fatto sorridere Shiryu, intanto che si portava al fianco del suo maestro.

Il venerabile Dohko non ha fatto una piega. “Oh. Capisco che tu voglia me, naturalmente, dato che, finché sarò in vita, dovrai tenere quell’ignobile armatura nera anziché il Cloth di Libra, ma perché intendi prendertela con la mia protetta?”

Black Libra lo ha guardato impassibile. “Tu lo sai, perché.” Ha risposto. Si è fatto saltare in mano spada e scudo dell’armatura nera ed è venuto avanti.

“Ehm, io non lo so, magari qualcuno potrebbe…?”

Figuriamoci, a quel punto erano tutti partiti per la tangente e nessuno badava più a me. Shiryu ha cominciato a espandere il suo cosmo, tanto che sembrava quasi di vedere il dragone che si alzava in volute di spirali dal suo corpo, ma lo spettacolo è stato sentire l’esplosione del vecchietto, una tigre d’oro che saliva a livelli impensabili per un simile vecchiardo… anzi, impensabili e basta, era qualcosa di indescrivibile, come un intero universo concentrato in quella radura… stavano per scagliarsi all’attacco l’uno contro l’altro, un attacco all’ultimo sangue, ma ero così soverchiata da tanta potenza che non ho neppure pensato di mettermi in salvo… ero sopraffatta…

L’aiuto mi è arrivato dall’esterno: ho sentito qualcuno prendermi per un braccio e tirarmi indietro, dietro una sorta di schermo che mi ha ridato la lucidità sufficiente a capire che me ne stavo ferma in attesa di morire, ma non ho fatto in tempo ad avere paura perché chi mi aveva tirata via aveva a sua volta iniziato a bruciare il cosmo, sbilanciando le sorti della battaglia decisamente a nostro favore. Ho socchiuso gli occhi, perché ero abbagliata e perché mi sentivo talmente felice che stavo per piangere.

Il grande Mu!

Il mio fantastico, meraviglioso, impagabile maestro si è avvicinato a Black Libra e, molto gentilmente, gli ha chiesto se era così folle da voler combattere contro due Gold, perché non avrebbe avuto la minima speranza. Io, al sicuro dietro il Crystal Wall, l’ho visto digrignare i denti, riporre le armi e ribattere che si trovava a Goro-ho solo per dichiarare guerra al Santuario. Lì per lì mi è sembrata una fesseria andare in Cina con questo scopo, ma a ben pensarci, se Dohko è il gran sacerdote, diventa logico. Meglio vedersela con uno solo piuttosto che con un torma di Gold incattiviti, no?

Infatti, appena proferite queste parole, il Black Gold si è defilato, ignorando Shiryu che gli gridava dietro che era un vigliacco e il loro duello appena iniziato. Shiryu, capisco che abbandonare così lo scontro abbia fatto brutta impressione, ma rimanere sarebbe stato da idioti, non trovi?

“Quanto temevate sta avvenendo, venerabile Dohko…” Ha cominciato a dire Mu, rivolgendosi al vecchietto con un cortese cenno del capo, ma non ha potuto aggiungere altro perché io ho cominciato a saltellargli attorno tutta felice.

“Mi sei venuto a prendere? Posso tornare al Santuario? Quando torniamo? Mica penserai di ripartire senza di me, vero, vero, vero? Eh? Eh?”

“Ne convengo – ha risposto il vecchino – speravo che avessimo qualche altro mese di tempo, ma dovremo farcela ugualmente. Adesso…”

“Torniamo a casa? Eh? Eh?” ho chiesto io, tirando la manica a Mu (impresa non facile visto che aveva addosso il Gold Cloth).

Mu si è liberato e ha detto: “I Black Saints non agiscono mai da soli: c’è sicuramente qualcuno che li controlla e li comanda. Avete un’idea in proposito, Venerabile Maestro?”

“Quando rientriamo al Santuario? Mica mi lasci qui, vero?”

“È difficile a dirsi, Mu – ha mormorato il vecchio Dohko – e temo che presto sapremo fin troppo di questa vicenda. Suggerisco che rientri quanto prima ad informare Athena dell’accaduto.”

“Ottima idea! – esclamo io – allora faccio le valigie? Eh? Eh?”

“Non capisco – si è intromesso Shiryu – cosa sta succedendo? Pensavo che, dopo la sconfitta di Kalì, fosse tornata la pace.”

“Non vi è mai pace, per i difensori della giustizia.” Ha sospirato il vecchio maestro, mentre io tiravo il mantello di Mu per attirare la sua attenzione e farmi dire che saremmo tornati a casa insieme. Lui mi ha strappato via il manto di mano e ha aggiunto: “Ti sarà tutto chiaro tra breve tempo, Shiryu. Ciò che sta per accadere potrebbe essere una catastrofe, ma, se sapremo agire per il meglio, il Santuario ne uscirà rafforzato.” Ha guardato il venerabile Dohko, pensieroso, intanto che io gli picchiettavo con le nocche sul fianco dell’armatura chiedendogli se saremmo ripartiti con un volo di linea o uno privato della fondazione Grado. “Forse non sarà uno, come avevamo pensato, ma addirittura due… o anche più…”

“Non azzardiamo ipotesi impossibili da verificare – ha esclamato l’anziano Dohko – tornate al Santuario e conferite con Athena. E’ la cosa migliore.”

“Sì, e…”

“Andiamo? Eh? Andiamo, maestro?”

Mu si è finalmente voltato a guardarmi. Mi ha fissata impassibile per un lungo, lungo istante, poi…

“SI’, CHE ATHENA TI FULMINI, SI’, TORNIAMO AL SANTUARIO! È STATA UNA PACE DI BREVE DURATA, MA ADESSO PUOI TORNARE! SOLO STAI ZITTA, PER UNA VOLTA IN VITA TUA STAI ZITTA!”

Urlava così forte che il flebile fragore della cascata è diventato inudibile finché non si è spenta l’ultima sillaba vibrante.

Che bello, sto sorvolando il continente eurasiatico, destinazione Atene!

 

 

28 Febbraio

 

Ah, la mia cameretta, quanto ho sentito la sua mancanza. Il mio maestro ha la voce un tantino rauca perché non è abituato ad alzare la voce (ma, quando lo fa, garantisco che tira fuori pure il Settimo Senso), così ho chiesto a Kiki se era stato lui a portarmi Morgana a Goro-ho, ma sembra che non sia così. “A me ha detto soltanto che sarebbe venuto a prenderti, perché avvertiva una minaccia incombente e ti voleva al sicuro qui.” Ha risposto. E allora come ha fatto un gatto ad attraversare due continenti?

Ah, il mio maestro adorato, finalmente era venuto a portarmi a casa! Adesso è notte fonda, perciò non ho incontrato nessuno, né le amiche né Milo, ma domani sarà la prima cosa che farò.

Sono talmente felice che rimando tutti gli interrogativi su questioni irrilevanti come la comparsa di nuovi spietati nemici a un altro momento.

Spero solo di riuscire a dormire. Non mi sembra vero che tra pochissimo rivedrò Milo.

Anche se ho paura. E’ passato un mese. E se ha cambiato idea, nel frattempo?

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