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Aprile

1 Aprile

 

Sono tristissima, ma devo far finta di essere allegra perché Haru è ridotta a uno straccio. Sigh, era arrivata in finale ma non ce l’ha fatta, non ha ottenuto l’armatura! Per il rotto della cuffia, tra l’altro: uffa, se a ritrovarsi col sole negli occhi non fosse stata lei ma il suo avversario a quest’ora le sorti sarebbero invertite. Che rabbia, che nervi! Al ritorno, dopo che Sindel ed io avevamo rimesso insieme i pezzi della nostra amica, mi sono messa a piangere per il nervoso e il mio maestro mi ha detto che non devo prenderla così sul personale, che probabilmente è solo che Laecerta non era l’armatura destinata ad Haruko. “Glielo posso dire, che magari si consola?” ho ribattuto, ed ero sarcastica, ma siccome da queste parti non capiscono mai l’ironia lui mi ha risposto seriamente che dovevo dirglielo, perché non si abbattesse troppo. Poi ha aggiunto qualcosa che mi ha gelato il sangue nelle vene. “E non abbatterti neanche tu, vedrai che arriverà il tuo momento.”

Cioè, quel pazzo sta meditando di farmi partecipare al prossimo torneo? Ma non esiste proprio, te lo puoi scordare! Il collo mi ha fatto male per giorni, dopo che Black Libra mi ha ‘salutata’ in quel modo. Comincio a mandare il curriculum alla Kido, che magari le serve una segretaria. Domani stesso!

Haru si meriterebbe un’armatura d’oro, ecco. Non è giusto.

E adesso mi tocca anche sgobbare per sbaraccare tutte le strutture erette per il torneo. Mamma mia che schifezza di giornata.

 

(PIU’ TARDI)

 

Giusto perché i Gold credono che non li sentiamo mai quando confabulano in segreto, ho ascoltato un dialogo tra Aiolia e Aldebaran, dove si dicevano insoddisfatti per l’esito di questo torneo. Giusto, pensavo io, Haru non ha vinto, come potete essere soddisfatti?

Poi si sono spostati camminando e non ho più capito cosa dicevano, ma sembra che sia stato tutto un fiasco. Loro volevano di più.

Di più cosa? Cos’è che cercavano, esattamente?

 

 

2 Aprile

 

Il nuovo Silver Saint di Laecerta sembra finocchio, porta perfino il rossetto. Scommetto che il proprietario precedente si rivolterebbe nella tomba, se lo vedesse. Date l’armatura ad Haruko, uffa!

Oggi abbiamo finito di smontare tutto, per fortuna è un lavoro molto più rapido che non costruire, e mentre ero lì ho visto Milo dall’altra parte dell’arena che mi faceva cenno. Ho mollato la trave che stavo sollevando sui piedi della mia caposquadra e sono corsa da lui.

“So che è un po’ improvviso, ma visto che non hai più l’impegno del torneo, che ne diresti di uscire insieme, domani?”

Io sono rimasta così, come una baccalà, mentre le campane suonavano la marcia nuziale e i soliti puttini mi gettavano manciate di petali di rosa. Oh, Milo, ti sei ricordato! Che tesoro! Naturalmente ho risposto subito “…” per confermare che mi andava benissimo, anche se ho dovuto rifiutare l’offerta di pranzare insieme per passare tutto il pomeriggio ad Atene. Purtroppo, Kanon non può saltare i pasti solo perché io esco con Milo, anche se suppongo non si metterebbe a protestare, ma insomma, andargli a dire “Scusa, Kanon, domani niente pranzo perché io vado fuori ad abbuffarmi col mio ragazzo” mi sembrava proprio una cattiveria.

Purtroppo non avevo tenuto conto del mio maestro.

“Devi allenarti.” Mi ha detto subito, e gli ho risposto che sono capace di fare stanotte gli esercizi di domani, purché mi desse il pomeriggio libero. Lui stava per rispondere di no e ho aggiunto la promessa di lavare, stirare, cucinare e pulire i pavimenti (non so se avete presente i pavimenti della Prima) per tutta la settimana, se mi lasciava andare. Alla fine ha ceduto. “Ma devi essere di ritorno per le otto.” Ha aggiunto.

“Alle otto? Ma neanche Kiki deve tornare così presto!”

“Se non vuoi tornare alle otto, puoi benissimo rimanere tutto il giorno nel Santuario.” Ha replicato il bastardo, con quel suo modo di fare sempre sereno e impassibile, che ti viene voglia di infilargli un peperoncino nel naso. Lo odio! Lo odio, lo odio, LO ODIO!!

 

(A SERA)

 

Ho come la vaga sensazione che non mi dovrò più preoccupare di Kanon, nel senso che, se prima magari potevo anche pensare che, essendo l’unico essere umano con cui avesse contatti, nutrisse qualche simpatia, adesso la cosa è ampiamente risolta. Gaffes, le chiamano, e se non si fosse capito, da queste parti non le perdonano facilmente.

Insomma, sono andata a portargli la cena e, mentre mangiava (siccome porto via le stoviglie perché nessuno si accorga che sono sparite, Kanon deve consumare i pasti davanti a me) ha ripreso a raccontarmi cos’è successo l’anno scorso, quando c’è stata quella terribile inondazione. E’ orribile quel che ha fatto, se ne rende conto anche lui ed è profondamente pentito, se non altro. Poi insomma, se ti guarda con quegli occhi, come si fa a non perdonargli la marachella di aver causato oltre un milione di morti?

(la mia coscienza mi sta azzannando alla gola per quel che ho appena scritto)

Mi stava spiegando che aveva trovato il vaso di Poseidone nella prigione di capo Sounion, proprio dove ci eravamo incontrati, e io non ho saputo trattenermi dal porgli un quesito: “Ma scusa, chi è il cretino che ha messo una cosa così pericolosa proprio nella prigione riservata ai traditori, i quali avrebbero sicuramente liberato Poseidone, visto che erano ribelli del Santuario?”

A queste parole è seguito un lungo, lungo silenzio. Kanon ha finito di mangiare, si è pulito la bocca con la manica (tanto lavo io, nevvero?), mi ha guardata e ha risposto freddamente: “E’ stata Athena.”

EHM.

 

 

3 Aprile

 

Caro diario,

dopo oggi direi che posso anche morire. Quando sono tornata a casa avevo un’aria così ebete che perfino Kiki non ha saputo cosa dire per sfottermi e quanto al mio maestro, penso che abbia già deciso che d’ora in poi il mio coprifuoco comincerà alle cinque di pomeriggio.

Chi se ne frega. Io posso anche morire, ormai.

Allora, comincio dall’inizio.

All’ora di pranzo ho portato come al solito da mangiare a Kanon, che, nonostante mi serbi ancora rancore per l’aver dato implicitamente della cretina ad Athena, quando mi ha vista non ha potuto fare a meno di chiedermi perché sembravo tanto svagata. Considerate che porto la maschera, quindi doveva essere qualcosa di palese da morire. Beh, comunque gliel’ho spiegato.

“Ah, divertiti.” Ha soltanto detto, più interessato ai suoi tramezzini che all’evento incomparabile che stava per verificarsi. Come tutti i maschi, è un insensibile.

Alla Prima mi aspettavano Sindel e Haru, che per l’occasione aveva messo da parte il muso lungo e deciso di aiutare nell’importantissima operazione di decidere cosa indossare. Siccome non saremmo rimasti al Santuario, mi hanno cestinato la tuta da addestramento e la maschera, quindi hanno ribaltato il mio armadio in cerca di qualcosa di adatto. “Ma che schifo di biancheria, non hai niente di sexy!” ha commentato Sindel disgustata. Le ho detto che il programma era di farci un giro al centro commerciale e poi alla proiezione pomeridiana del cinema, non di avere figli insieme, almeno per oggi. Lei ha risposto che coi maschi non si può mai sapere, e se avevo un preservativo, per ogni evenienza.

Ma che cavolo di amiche mi sono trovata?!

Era un sacco di tempo che non indossavo più i miei vestiti ‘borghesi’, però. Cioè, quando vado ad Atene per fare delle commissioni metto jeans e maglietta, ma un appuntamento è un’altra cosa, abbiamo tirato fuori tutte le cose più carine che avevo e che non portavo più da un secolo. Che nostalgia mi è presa, e soprattutto che malinconia di papà… tutti quei vestiti buttati sul letto appartenevano a un’altra vita, un’altra me stessa. Mi sarei potuta immalinconire parecchio, ma avevo due Erinni alle spalle che, armate di spazzole e mascara, sembravano decise a trasformarmi nella madre dei figli di Milo, così ho accantonato ogni emozione finché non mi sono ritrovata all’imboccatura del sentiero che porta fuori dal Santuario, con Milo in borghese anche lui, che mi aspettava. Ecco, a quel punto le emozioni sono tornate alla grande, tanto che sono inciampata e per poco non sono caduta, se lui non mi avesse sostenuta. “Inciampi spesso o sbaglio?” Mi ha chiesto ridacchiando, e io giù ad arrossire.

Un giorno di questi glielo vorrei davvero chiedere, perché ha scelto un joker come me, quando il suo mazzo era pieno di regine di cuori.

Beh, insomma, siccome il torneo è ancora l’argomento del giorno da queste parti, sono riuscita a non fare la mia solita scena muta dicendogli che Haruko c’era rimasta molto male. Mi aspettavo che rispondesse “E’ fortunata d’essere ancora viva” o roba del genere, conoscendo il tipo, invece ha detto che c’erano rimasti male tutti. “Come sarebbe a dire?” ho chiesto io, ricollegando all’istante quelle parole col discorso che avevo ascoltato casualmente (strisciando radente il muretto per non farmi scoprire) tra Aiolia e Aldebaran.

“Sono state assegnate poche armature, e di rango troppo basso. Ne servivano molte di più, ma i candidati forse non erano adatti…” E si è stretto nelle spalle. Io ho approfittato per provare a parlare di Haru che è tanto brava, per la verità non ero seria e mi aspettavo uno scambio ironico sulle ‘raccomandazioni’ che non vanno fatte così sfacciatamente, invece Milo mi ha guardata e ha detto, molto serio: “Sì, la tua amica è molto brava, ha solo avuto sfortuna… ma è ancora presto per dire che ha fallito.”

“Che cosa intendi…?” Ho cominciato io pensando che Haruko avrebbe fatto i salti di gioia, ma Milo ha… come dire… argomentazioni efficacissime per cambiare discorso, e lungi da me contraddirlo… *sospiro*

[seguono una serie di cuoricini che riempiono quel che resta della pagina, come se Luna fosse rimasta un po’ di tempo a sognare ad occhi aperti intanto che faceva ghirigori, NdA]

Beh, insomma, è stato fantastico. Si vede lontano un miglio che ha esperienza con le ragazze, era perfetto e mi ha fatto un sacco di complimenti perché finalmente mi vedeva vestita come una ragazza della mia età, e io, contorta come sono, invece di gongolarmi rosicavo dalla gelosia a chiedermi con quante altre tipe avesse adottato quella strategia. Alla fine mi sono detta, ma sì, tanto lo sa benissimo che sono una linguaccia, chiediamoglielo. “Tanto per sapere, hai avuto molte ragazze, Milo?”

Lui si è fermato e mi ha guardata. “Qualcuna. Ma sono storie passate e finite, se era questo a preoccuparti.”

No che non mi preoccupava questo, imbecille! Voglio sapere quante possibilità ci sono che anch’io diventi una storia passata e finita, ci vuol tanto a capirlo?

Non mi ha chiesto se avessi avuto dei ragazzi anch’io. Cos’è, ti sembra inconcepibile che possa averne avuto qualcuno?

(non ne ho mai avuti, no. Però lui non lo sa, porca miseria!)

Ma sono un caso clinico. Mi sto arrabbiando perché è andato tutto bene, assurdo. Al centro commerciale ci siamo divertiti, eravamo una normale coppia in mezzo alla gente, per una volta senza pensieri, e c’è stato solo un momento in cui sono scesa dalla mia nuvoletta rosa, ovvero quando siamo passati davanti al Mc Donald, subito prima che iniziasse il film. Ho visto qualcuno che conoscevo e mi sono fermata.

“Uh, Milo, puoi andare avanti a prendere i biglietti? Io arrivo subito…”

Un Saint è troppo educato per chiedere a una ragazza perché vuole liberarsi di lui. Sono entrata da Mc Donald e mi sono fermata davanti al tavolino che avevo visto attraverso il vetro.

“Ciao.” Ho detto al ragazzo seduto lì a mangiarsi il suo hamburger (alle cinque del pomeriggio, facciamo merendina pesante, eh?), e lui mi ha guardata inespressivo.

“Non mi riconosci?”

“Dovrei?” ha chiesto lui. Si è scostato una ciocca di capelli dalla fronte e ho visto la cicatrice che gli solcava la radice del naso. Che stupida, mi sono detta, come potrebbe riconoscermi.

“No, in effetti no. Il mio aspetto era diverso quando ci siamo incontrati, io sembravo Athena e tu non l’avevi presa benissimo…”

Ikki mi ha guardata senza capire ancora un momento, poi si è illuminato. “Ti chiami Luna, giusto?”

Ho annuito.

“Cosa ci fai qui? Vieni per conto del Santuario?”

“Veramente sto andando al cinema col mio ragazzo – gli ho risposto – ti ho visto e volevo solo salutarti.”

“Al cinema? In piena emergenza?” ha risposto lui, sbigottito, e io per poco non ho rovinato tutto chiedendogli di cosa diavolo stesse parlando. Ma ormai comincio a farmi furba, e gli ho soltanto detto che il Santuario era presidiato e che comunque potevamo tornare in qualsiasi momento, se vi fossero state difficoltà. Infine ho preso un rischio calcolato. “E poi scusa, parli tu che sei qui in panciolle più di me?”

Mi ha guardata storto, ma si è stretto nelle spalle. “Beh, hai ragione anche tu. Sono qui per il tuo stesso motivo, potremmo dire…”

“Oh, aspetti la tua ragazza?”

Non so bene perché, ma per un momento i suoi occhi si sono fatti così tristi che mi è venuto un nodo in gola. “No – ha detto poi – intendevo che qui siamo abbastanza vicini al Santuario da raggiungerlo subito, in caso di difficoltà. Io preferisco… stare per conto mio.”

Sì, questo lo sapevo, me l’ha detto suo fratello Shun. Veramente non parla di altro Shun, è tanto dolce, ma cribbio quanto è noioso quando attacca. Dategli il minimo appiglio e ve la menerà con suo fratello per ore.

“Devo riferire qualche messaggio al mio ritorno?” ho chiesto ancora.

“No, grazie. Non so niente più di quel che sapete voi.”

Stavo per chiedergli altro, perché era chiaro che Ikki pensava che io sapessi molto più di quel che so, quando mi sono ricordata che l’ultima volta che ho ficcanasato nei guai del Santuario mi sono ritrovata su una pira sacrificale e ho richiuso la bocca. L’ho salutato e me ne sono andata.

Il film era bello, anche se devo dire di averne visto poco, perché ero molto più interessata alla compagnia. Durante la pausa, dopo averci pensato un po’, ho detto a Milo chi avevo incontrato e quel che mi aveva detto. “Siamo in emergenza?” ho chiesto, con calma.

“Luna, avevi promesso…”

“Lo so cosa avevo promesso. Ma se siamo in emergenza non è che proprio non mi riguardi, giusto?”

“No, non siamo in emergenza, Ikki ha esagerato. Potremmo arrivarci, e molto presto, ma non ancora… e se fosse, spero vivamente che…” Si è interrotto, come se avesse detto troppo. Quanti misteri, porca miseria.

“C’entra Death Mask?” ho domandato, succhiando la mia Pepsi dalla cannuccia. Alla fine l’avevo talmente masticata che era inutilizzabile.

“Death Mask ti perseguita ancora?”

“Ci prova, ma ormai so come gestirlo. Milo, non voglio intromettermi ma… ma comincio a preoccuparmi, ecco.”

Lui mi ha sfiorato il viso con un dito mentre le luci in sala si spegnevano di nuovo. “Non ti preoccupare – ha detto – non ti succederà niente. Non finché avrò Antares per impedirlo.”

Io ho finito la mia Pepsi senza rispondere, perché stavo per mettermi a piangere.

Mi fido di Milo. Mi fido del mio maestro. Non mi serve sapere altro.

 

 

4 Aprile

 

I segreti, qui al Santuario, sono innumerevoli e tutti così ben celati che un’apprendista difficilmente può carpirne qualcuno. Ma oggi, quattro aprile io, Luna, apprendista del grande Mu e aspirante segretaria del Santuario (così almeno non rischierò più commozioni cerebrali per i macigni che mi arrivano sempre in testa) sono riuscita a svelarne uno, e dei più importanti.

Ora tengo in pugno un Gold Saint.

Allora.

Al Santuario tutti pensano che la Terza sia disabitata, ovviamente. Non c’è mai nessuno da quelle parti, e i pochi che passano sono in genere garzoni e gente così, che ha altro per la testa e che Kanon neppure guarda. Oggi, invece, quando gli ho portato il solito cibo, abito di ricambio e nuovo gioco per Playstation (scusate, ma che volete che faccia tutto il giorno là dentro, poveraccio?) mi ha accolta con un sorriso a cinquantadue denti che non mi dedicava più da quando ho mortalmente offeso la sua intelligentissima dea che mette gli dei nemici insieme ai traditori e poi si stupisce se scoppiano i casini.

Per inciso, Kanon che sorride è qualcosa che va preso solo a dosi molto piccole, sotto il controllo del medico. Può avere effetti collaterali anche gravi. Aut. Min. Ric.

“Sai chi ho visto a salire verso la Quarta, poco fa?” Mi ha chiesto, prendendo la sua roba.

“No, chi?”

“La tua amica, quella bionda, e sai chi c’era con lei?”

“No, chi?”

“Il tuo maestro…”

Ho mollato lì Kanon e sono schizzata su per le scalinate che portavano alla Quarta, fregandomene del fatto che quella Casa sia per me la meno indicata da frequentare. Quando ci sono cose importanti da verificare, chi se ne infischia del resto!

Me l’hanno fatto notare solo in seguito, che probabilmente sono l’unica persona al mondo ad aver superato la Terza senza aver quasi lasciato la buccia in combattimento contro il suo custode, ma insomma, anche se Kanon avesse avuto intenzioni bellicose credo che l’avrei spazzato via, dato il mio stato d’animo del momento. Cioè, ma era possibile… vuoi vedere che…?

La Quarta Casa non viene evitata solo da me. A nessuno piace aggirarsi da quelle parti, anche chi deve salire le Dodici in genere preferisce fare il giro attorno piuttosto che entrarci. Anche se il suo custode è morto, sepolto e (spero) decomposto, l’aria che tira non è delle migliori, senza contare che tutti gli abitanti del Santuario hanno qualche lutto per colpa di Death Mask. Entrare nel luogo dove i tuoi cari si trovavano a vagare in uno stato di eterna dannazione, come spiriti, non piacerebbe a nessuno, direi.

Insomma, questo vuol dire che alla Quarta non va mai nessuno. Sono scivolata più silenziosa di Morgana quando va a caccia, nascondendomi dietro le colonne, e li ho visti. Li ho visti!

Mu e Sindel. Insieme. E non stavano chiacchierando, poco ma sicuro. Anzi, direi proprio che Sindel mi lascia indietro di parecchie lunghezze, sotto quell’aspetto in particolare…

Mi sono sentita toccare sulla spalla e mi sono voltata. Kanon era dietro di me, l’espressione carica di rimprovero.

“Non penso sia opportuno spiare una coppia nei suoi momenti di intimità, non ti sembra? – mi ha detto – te ne avevo parlato solo per chiacchierare, se avessi immaginato che ti saresti messa a seguirli…”

L’ho fissato e, quando ho capito che parlava sul serio, gli ho spiegato un attimino i fatti della vita. “Non sto spiando. Ma Sindel è la mia migliore amica, e non mi aveva detto niente! Ti sembra che quei due siano una coppia che si è appena messa insieme?”

Kanon non ha guardato. Diciamo che non l’ha fatto perché Sindel era senza… maschera, ecco. “Mu è il tuo maestro, probabilmente non voleva complicare i rapporti rendendo nota la sua relazione con un’apprendista amica della sua allieva…”

“Sì, e per quanto tempo voleva tenerlo nascosto? Sarò sua allieva almeno fino alla maggiore età!”

Kanon mi ha lanciato un’occhiata pensierosa. “No, non credo… ma comunque dovremmo andarcene.”

Io ho guardato un attimo i due maledettissimi imbroglioni davanti a me e ho concluso che era meglio fare come diceva lui, prima che diventasse troppo imbarazzante.

Stanno insieme. Stanno insieme! Non ci posso credere!

 

 

5 Aprile

 

Ho preso Sindel e l’ho torchiata finché non ha ceduto. Le ha provate tutte per mettermi fuori strada, fare la gnorri, fare l’offesa, fare la vittima, ma alla fine deve aver realizzato che non avrei mollato la presa fino a una piena confessione e ha confermato che tra lei e Mu va avanti da un pezzo. Da dopo Natale, per l’esattezza.

“Mi ha pregato di mantenere il segreto qualche tempo ancora, perché non voleva alimentari ulteriori calunnie sul tuo conto, visti i problemi che hai avuto con Death Mask – mi ha detto – sai, se si fosse saputo che frequentava una tua amica, l’idea che tu fossi una privilegiata sarebbe diventata forte…”

“Non mi risulta di essere mai stata ‘privilegiata’, a meno che da questo parti i privilegi non siano sinonimo di guai.” Ho ribattuto.

“No, ma tutti l’avrebbero pensato. Mu si preoccupa moltissimo per te, guarda, se non avessi saputo fin dall’inizio che a te piaceva Milo sarei stata gelosa…” ha fatto una specie di risata per distendere l’atmosfera, ma con me non attacca.

“E volevate vivere una storia segreta finché non fossi diventata maggiorenne? Come hai potuto accettare una condizione simile, scusa?”

“Perché, tu per Milo non l’avresti fatto?” mi ha zittita lei.

Ok, Sindel. Un punto a tuo favore.

“Pensavo fossimo amiche. Pensavo sapessi che potevi dirmele, certe cose.”

“Avevo promesso, Luna. Ti giuro, avrei voluto dirtelo, visto che è in parte merito tuo se stiamo insieme, ma…”

In pratica, da quando l’ho costretta a dichiararsi sembra che Mu abbia cominciato ad accorgersi di lei. Meglio tardi che mai, mh?

Insomma, sono ancora un po’ arrabbiata perché me l’hanno tenuto nascosto, ma Sindel si è scusata così tanto che non potevo proprio tenerle il muso. Mi ha detto di non dire a Mu che so tutto, l’avrebbe fatto lei per evitare ulteriori imbarazzi.

Io so soltanto una cosa. Mu, tanto calmino e buonino, è molto, ma molto, ma MOLTO più sveglio di Milo, in certe situazioni.

Groan.

 

 

6 Aprile

 

Oddio, per poco non mi facevo scoprire!

Ero alla Terza col solito pranzo per Kanon e, siccome lui non si vedeva da nessuna parte, ho cominciato a chiamarlo. “Kanon? Kanon!”

E in quel momento chi passa per la Terza, se non il Buddha della nostra epoca, il sommo Shaka, che quando mi guarda ho sempre la sensazione che stringa le labbra per non sbottarmi a ridere in faccia?

“Kanon? Il traditore del Santuario?” mi ha domandato, scrutandomi (si fa per dire) con fare indagatore. Io ho deglutito, tenendo il pacchetto coi panini ben nascosto dietro la schiena.

“Ehu… no, no… non volevo dire Kanon… cioè… Canon… sai, sto pensando di comprarmi una macchina fotografica digitale, mi dicono che le Canon sono le migliori… pensavo a voce alta… tu non ne sai niente?”

Shaka mi ha fissata come se si stesse chiedendo se era biologicamente possibile che una persona vivesse pur possedendo un unico neurone, quindi se n’è andato. Io mi sono accasciata a terra per lo spavento.

E mo’ Kanon si fa anche mille paranoie per il doppio senso insito nel suo nome, uffa.

 

(A SERA)

 

La Kido mi ha convocata per avere notizie di Kanon. Non l’avevo mai vista così seria, ma, attenendomi alla mia decisione di rimanere fuori da tutta la storia il più possibile, ho evitato qualsiasi domanda, limitandomi a rispondere alle sue.

Per ora non vuole che Kanon lasci la Terza e che rimanga ancora nascosto. Va’ a sapere.

 

 

7 Aprile

Il mio maestro continua a insistere perché io entri in trance ed abbia delle visioni. Non voglio farlo! Sono sicura che Death Mask mi aspetta al varco, ne sono sicura.

(passando alle cose importanti, Sindel mi dice che gliel’ha detto, ma Mu con me non ha neppure accennato alla cosa e io l’ho imitato: sono pur sempre affari suoi, in fondo… anche se appena prova a impormi un nuovo coprifuoco faccio un macello!)

 

8 Aprile

Mu sarà felice. Mi è arrivata una visione. Almeno credo. Ho sognato che la meridiana zodiacale si riaccendeva, ma la cosa che veramente mi ha esaltata è stata vedere Haruko con un’armatura addosso. E non un’armatura qualsiasi, era… rullo di tamburi…

Ebbene sì…

ERA UN’ARMATURA D’ORO!!!!!

Non ho distinto quale, perché splendeva troppo, ma non mi sbaglio. Per poco non mi mettevo a piangere dalla felicità, e neanche la faccia di Mu, una cosa schifata del tipo ‘oddio ci mancherebbero solo le femmine tra noi’ è riuscita a smontarmi. Da quanto tempo non facevo più un sogno premonitore? Oddio, spero che lo fosse. Potrebbe essere una proiezione dei miei desideri, a volte è così difficile distinguere che, per ora, ho deciso di non dire niente ad Haru. Se poi risultasse che era soltanto un sogno (tipo quello di Milo sull’Himalaya, groan), ci rimarrebbe troppo male.

Resta la questioncina della meridiana. Uhm.

 

 

11 Aprile

 

Cerchiamo di vedere il lato positivo della situazione: ho scoperto chi ha ucciso Mary Sue. Hurrà, Hurrà.

Uhm, no, non funziona. Ho lo stesso voglia di comprare un biglietto per la Groenlandia, se soltanto fossi sicura che, almeno laggiù, sarei fuori da questa follia. Vediamo se riesco a radunare bene le idee, perché se tanto mi dà tanto, stavolta sono in uno di quei guai da cui non si esce…

 

Mi stavo allenando con Kiki. Ok. Ma io ero distratta dal sogno che avevo fatto, sono giorni che non penso ad altro perché Mu insiste più che mai che devo trovare il coraggio di affrontare Death Mask una volta per tutte. Non è che avesse torto, in effetti, ma diciamo che, dopo oggi, ne ho meno voglia che mai…

No, non devo divagare. Sono già confusa di mio, meglio che proceda con ordine. Dicevo che mi allenavo con Kiki, ma ero così distratta che un banale attacco psichico di quel moccioso rompipalle mi ha fatto fare un bellissimo volo nell’atmosfera, del genere che puoi toccare le nuvole con una mano tra stormi di uccelli migratori giustamente perplessi, per poi atterrare, simile a splendida cometa che lascia un cratere nel suolo, decisamente fuori dai confini del Santuario. Quando mi sono ripresa un momentino ero in mezzo a un cerchio di turisti attoniti e videocamere in funzione, dal che ho dedotto di trovarmi al Partenone. Mi sono rialzata cercando qualcosa di intelligente da dire, pensando solo che per il Santuario sarebbero stati guai a pioggia in un pessimo momento per avere guai, e che forse Mu non avrebbe considerato che per una volta non era colpa mia…

“Salve, bella giornata vero?” Ho esordito, e tutti sono fuggiti urlando. In effetti, una tizia che arriva volando, scava un cratere per terra e porta una maschera in faccia non è proprio il tipo con cui si attacca solitamente bottone. Solo un tizio si è fermato a metà strada, incerto, e mi ha chiesto come mi sentivo e se avevo bisogno di cure.

“No, niente di preoccupante, ci sono abituata. Adesso devo rientrare, tante care cose, eh?”

Ovviamente il dialogo si svolgeva in inglese.

“Ma… ma lei è ferita… sta sanguinando…”

Ho abbassato lo sguardo e ho visto che era vero, perdevo sangue da una mezza dozzina di tagli e graffi, e dal calore che avvertivo sulla fronte mi sa che ero atterrata su quella, ma simili incidenti sono risibili per un’apprendista del Santuario. Certo dal punto di vista di quell’uomo avevo bisogno del pronto soccorso all’istante, e pochi mesi prima l’avrei detto anch’io, ma ormai, a meno di ferite invalidanti, non mi do più pensiero.

“Tutto a posto.” L’ho rassicurato rialzandomi e saltando fuori dal cratere di distruzione provocato dal mio atterraggio. Ho cominciato a camminare verso casa e qui sono cominciati i casini grossi.

Qualcosa di enorme e durissimo mi ha colpita alla schiena, spedendomi per terra un cinque metri più in là. Mi sono rialzata e ho fatto giusto in tempo a voltarmi prima che qualcuno mi sollevasse da terra prendendomi per la collottola, come un cucciolo disobbediente.

Ho colpito alla cieca cercando di liberarmi, e vi assicuro che, malgrado colpissi a casaccio, erano sventole tali da stendere chiunque, ma ho ottenuto solo una risata beffarda e uno scrollone che mi ha momentaneamente stordita. Poi sono stata buttata giù come un sacco di patate. [a questo punto sul diario di Luna c’è una freccia che porta in fondo alla pagina, dove è vergata l’annotazione MANDARE IL CURRICULUM PER IL POSTO DI SEGRETARIA AL PIU’ PRESTO in caratteri cubitali, NdA]

Il mio aggressore mi ha rigirata con un piede, che mi ha poi schiacciato sul petto per impedirmi di sgusciare via, e si è chinato su di me. A quel punto sono riuscita a metterlo a fuoco, e mi sono sentita gelare. Perchè, anche se non l’avevo mai visto prima, sapevo benissimo di chi si trattava. Quel sorriso sardonico e un po’ sbilenco, quegli occhi febbrili che mostravano tutto il bianco della cornea dandogli un’aria da pazzo, quei capelli neri e duri da italiano, li avevo visti nei miei incubi (sia da sveglia che in sogno) innumerevoli volte.

Lo conoscevo quel tizio, oh lo conoscevo molto bene. Anche se la sua armatura era nera come un diamante nella notte, anche se era la prima volta che lo incontravo.

Lo conoscevo.

“Black… Cancer…” ho bisbigliato, capendo un mucchio di cose all’istante.

Lui si è abbassato tanto che quasi mi sfiorava, e mi ha strappato la maschera dal volto gettandola via. Poi mi ha presa per la tuta e mi ha tirata su di peso.

“Guardami.” mi ha ordinato. Io ho ricambiato con odio il suo sguardo, perché tra le cose che avevo capito ce n’era una che mi brucia ancora, e molto.

“Già, soltanto un bastardo come te poteva essere tanto pazzo da fare quello che hai fatto a Mary Sue, vero?”

Lui ha alzato le spalle, come se fosse un dettaglio privo di importanza. “Un banale trofeo. Bel faccino, però – mi ha rigirata un po’ per guardarmi da un’altra angolazione – te l’hanno mai detto che avevate un’acconciatura uguale, e che con la maschera vi si potrebbe scambiare?”

“Non sei solo pazzo, sei anche idiota. Mary Sue aveva capelli castani con riflessi ramati, che sotto il sole prendono riflessi biondi mentre di notte sono quasi neri, ed erano ondulati sulle spalle mentre davanti rimanevano lisci, ordinati e perfetti, io invece ho…”

Ma a questo punto Black Cancer si è stufato della disquisizione e mi ha buttata per terra. Ma che posso farci, se Mary Sue aveva dei capelli bellissimi che ci si mette un secolo a descriverli, uffa!

Black Cancer ha sorriso. Un sorriso terrificante. Io mi sono sentita gelare il sangue, perché sapevo bene cosa mi stava per succedere… se Death Mask, legittimo Saint di Cancer, era malvagio, il suo alter ego oscuro era a dir poco mostruoso…

“Ehi, tu, cosa stai facendo? Lascia in pace quella ragazza!”

Ci siamo voltati entrambi verso l’uomo che mi stava soccorrendo poco prima, e che adesso aveva in mano un cellulare, col quale chiaramente stava per chiamare la polizia. Malgrado la situazione, per poco non mi è venuto da ridere, perchè quell’atto assolutamente ovvio era talmente stupido, in una circostanza del genere… poi ho realizzato il rischio che stava correndo e gli ho gridato di scappare subito.

“Dalle retta, idiota. Non ho tempo da perdere con te, ma sono sempre lieto di aggiungere un’altra maschera alla mia collezione.” ha detto Black Cancer, facendo un gesto eloquente col dito, tutt’intorno ai contorni del viso. Già, lui non si limita alle maschere mortuarie, lui vuole le originali.

“Va’ via… scappa…” gli ho detto ancora, e l’uomo mi ha guardata, ha guardato il mio assalitore, ha concluso che era una faccenda più grande di lui e si è defilato. Componeva il numero mentre andava via, e ho sperato di cuore che quella faccenda si concludesse prima dell’arrivo della polizia. Possibilmente vedendomi ancora viva.

Anche se sembrava improbabile.

Black Cancer ha riportato la sua attenzione su di me. Mi ha ripresa, tirandomi di nuovo su. “Sembri poca cosa, ma tanto vale non correre rischi. Non prenderla sul personale, ragazzina.”

“Vuoi ammazzarmi… e non dovrei prenderla sul personale…?” ho ansimato io, lottando per liberarmi.

“Capisco cosa intendi – ha annuito lui, comprensivo – ma chiunque fosse al tuo posto farebbe la stessa fine. Consolati pensando che morirai per la tua amata giustizia…”

Gli ho afferrato le mani cercando di liberarmi ancora, ma già sentivo il suo cosmo ampliarsi ed espandersi. Se non altro, ho pensato, non mi ucciderà come un animale, ma utilizzando il suo potere di cavaliere. C’è di peggio, nella vita.

Infatti, il peggio è quel che è successo dopo.

(A SERA)

 

Il cosmo di Black Cancer era quanto di più oscuro e malvagio avessi mai avuto esperienza in vita mia, e certamente al Santuario l’avevano già avvertito, ma illudersi che qualcuno arrivasse a salvarmi era pura utopia… non avrebbero mai fatto in tempo, e comunque nessuno aveva ragione di ritenere che mi trovassi lì a un passo dalla morte. Un’esplosione di cosmi ostili, al Santuario, è cosa di ordinaria amministrazione, finché non si registrano serie anomalie nessuno ci bada più di tanto. Se avessi avuto facoltà telepatiche, forse sarei riuscita a contattare il mio maestro, ma possiedo solo questo stupidissimo potere di fare sogni che mi turbano l’esistenza!

Dunque, Black Cancer mi teneva con una mano (che pareva una morsa: impossibile liberarsi, e mi erano già venuti i lividi a forza di colpirgli l’armatura), mentre con l’altra concentrava il suo cosmo sulla punta del dito, e io cercavo di non pensare a cosa sarebbe successo quando mi avesse scaricato addosso tutta la sua forza condensata in un colpo tanto ridotto, quando una specie di proiettile nero e soffiante mi è passato vicino all’orecchio ed è atterrato sulla faccia di Black Cancer. Per la sorpresa mi ha lasciata cadere e io sono rotolata via, con l’intenzione di scappare, ma poi ho sentito una specie di urlo, che di certo non arrivava dal mio nemico, e mi sono voltata. Black Cancer si era strappato di dosso l’aggressore (e aveva la faccia tutta graffiata, ah ah) e, nel brevissimo istante prima che lo scagliasse via, ho visto che era Morgana, trasformata in una piccola furia di artigli e denti snudati.

Poi l’ha gettata a terra e l’ha colpita. Morgana ha gridato un’ultima volta e poi non si è più mossa. Black Cancer l’ha allontanata con un calcio ed è tornato verso di me.

“Morgana…” l’ho chiamata io, ma già vedevo il sangue che le si allargava in una pozza sotto il corpo inerte. Sono rimasta paralizzata sul posto, sotto choc, e a ripensarci è stato davvero stupido, perchè ho rischiato di sprecare il sacrificio che la mia gattina, la mia stranissima, incomprensibile, a tratti inquietante gattina, aveva appena fatto per me, ma proprio non riuscivo a muovermi. Black Cancer, naturalmente, mi ha di nuovo afferrata alla gola, con l’intenzione di finire l’opera.

A quel punto mi è successa una cosa, che ho riconosciuto subito perchè non era la prima volta. Un calore, un enorme calore, non del genere che fa sudare, né quello provocato dalla rabbia… no, questo veniva da un livello molto più profondo, più giù delle mie emozioni e molto, molto più su rispetto alla forza fisica che l’addestramento mi aveva dato fino a quel momento. Non pensavo nemmeno più alla lotta in corso (anche se forse ‘mattanza’ sarebbe un termine più appropriato), perchè nella testa vedevo e rivedevo continuamente una pozza di sangue che si allargava sotto un corpicino nero… davvero curioso, che con tutte le morti sicuramente provocate da quell’uomo, a sconvolgermi davvero fosse quella di un gatto, ma probabilmente era dovuto solo al fatto che Morgana era la mia micina, mentre non conoscevo davvero nessuna delle altre vittime. Sta di fatto che quel calore cresceva, cresceva, cresceva, tanto che Black Cancer si è fermato, perplesso, perchè adesso non c’era più solo il suo cosmo in campo, ma anche il mio, ed era salito a livelli che non avevo mai neppure sfiorato, durante l’addestramento…

Il Black Gold si è però subito riscosso e ha levato il pugno. “Lo dicevo, che era meglio non correre rischi. Addio, ragazzina.” ha detto, e ha colpito per uccidere. D’istinto ho alzato le braccia per proteggermi.

L’urto è stato forte, tanto da farmi rintronare la testa e slittare all’indietro scavando due bellissimi solchi nel pavimento millenario del Partenone (se papà fosse stato ancora vivo, mi avrebbe uccisa lui stesso, per un simile scempio di opere d’arte), ma a parte ciò non ho sentito altro… nessun dolore, nessun senso di lacerazione da ferite aperte. Solo una vaga pesantezza alle braccia.

Sono tornata più o meno in me e ho visto, a pochi centimetri, la faccia di Black Cancer, assolutamente sbalordita. E non guardava me, ma proprio le mie braccia: se le sentivo pesanti c’era un buon motivo, dopotutto.

Erano completamente ricoperte da una corazza lucente, dorata, che mi aderiva come un guanto e che aveva assorbito l’urto del nemico, senza riportare un’ammaccatura neppure piccola. Mentre fissavo l’assurdo fenomeno, c’è stato un lampo accecante di luce e mi sono sentita appesantire in tutto il corpo. Per un attimo è stato come se una mano enorme mi avesse presa e sollevata, per poi stringermisi addosso, e mi sono sentita mancare il fiato quando mi ha strizzata sul petto e sui fianchi, ma poi mi si è modellata secondo le forme del corpo e ho potuto tirare il respiro. I miei piedi hanno di nuovo toccato terra e la luce si è dissipata.

Ci siamo guardati negli occhi, Black Cancer ed io. A lungo.

Molto a lungo.

Perchè io non sapevo assolutamente cosa dire.

Ovviamente, non c’era niente da dire, e Black Cancer ha ricapitolato la situazione scagliandomisi di nuovo addosso, solo che stavolta non ero più inerme e l’ho schivato con facilità. Ragazzi, non immaginate che razza di sensazione sia avere un’armatura addosso! E’ come essere abituati alle utilitarie e trovarsi improvvisamente al volante di una Ferrari, che basta sfiorare l’acceleratore per schizzare via a duecento all’ora. Prima di capire come c’ero riuscita, mi ritrovavo alle spalle del nemico, che si è voltato sbalordito e ha di nuovo cercato di colpirmi. Ma se l’addestramento di Mu a base di macigni enormi scagliati sulla mia testa mi ha insegnato qualcosa, è stato proprio a schivare con rapidità, e per quanto Black Cancer si sforzasse, non è riuscito neanche a sfiorarmi.

Alla fine si è fermato, ansimante. “Non crederai di essere diventata invincibile tutto d’un tratto, vero?” mi ha chiesto, furente.

“Io non credo un cavolo. Mi basta sopravvivere finché non arriveranno gli altri Gold, perchè se non te ne sei accorto, un simile scontro di cosmi non può passare inosservato qui nel Santuario… non il mio, almeno. Mu capirà subito cos’è successo, lui conosce bene i miei limiti, e direi che li ho ampiamente superati.”

La mia uscita ha avuto l’effetto sperato, e Black Cancer si è guardato nervosamente alle spalle. Uccidere un’apprendista indifesa andava bene.

Affrontare cinque Gold infuriati, un po’ meno.

Il Black Gold ha abbassato i pugni, e a ripensarci sarebbe stato piuttosto intelligente da parte mia colpirlo allora, ma ero ancora troppo impegnata a elaborare quel che era appena successo per preoccuparmi di quisquilie come affrontare il nemico. “Hai ragione – ha risposto – sembra che sia arrivato troppo tardi, in ogni caso. Ma chissà se riuscirai a risvegliare il Settimo Senso prima che l’ultima battaglia abbia inizio, ragazzina… mi spiacerebbe essere l’unico a non avere un avversario degno di me.”

Poi è scoppiato in una risata francamente maniacale ed è scomparso. Proprio volatilizzato, muovendosi alla velocità della luce, salvo che adesso potevo vederlo e finché non è stato al di fuori della linea dell’orizzonte non l’ho perso di vista.

La forza piena di calore che mi aveva sostenuta fino a quel momento mi ha abbandonata di colpo, lasciandomi sola, vuota e pesante. Soprattutto pesante. Quell’accidente di armatura pesava una tonnellata, tanto che sono caduta a terra sotto quello che mi pareva un carico di mattoni, e anche respirare era una fatica enorme. E’ stato così, in questa mise non proprio gloriosa, che il mio maestro mi ha ritrovata, pochi minuti dopo.

“Allora non m’ingannavo, e il cosmo che ho avvertito era il tuo – ha detto, chinandosi su di me – Luna, perchè indossi l’armatura del Cancro? Rispondi!”

Ho cercato di fargli capire che non riuscivo neanche più a muovermi e lui mi ha aiutata a liberarmi da quel peso intollerabile. Man mano che gettava via i pezzi, questi si disponevano alle mie spalle, finché non mi sono tolta il diadema dalla fronte e questo è volato a terminare la composizione che l’armatura del Cancro assume a riposo.

“Durante l’allenamento sono finita fuori dal Santuario stavo per tornare ma Black Cancer mi ha attaccata ha ucciso la mia gattina e l’armatura è venuta da me allora lui se n’è andato dopo che ha ucciso Morgana e… e…” E ovviamente, a quel punto mi sono messa a piangere. Mi sono alzata e sono andata verso il punto dove Morgana giaceva, ma non l’ho più trovata. Evidentemente la violenza del seppur breve scontro aveva spazzato via le sue spoglie.

Mu non mi ha più chiesto niente, di sicuro aveva già ricostruito da sè l’accaduto, e si è limitato a prendermi per mano come una bimbetta e riportarmi al Santuario. Un breve lampo dorato dietro di noi mi ha informata che l’armatura del Cancro ci aveva preceduti.

Adesso non lo so cosa succederà. La prima cosa sensata che sono riuscita a dire, una volta di nuovo al sicuro alla Prima (con Kiki che mi ha abbracciata piangendo anche più di me, che poverino si era spaventato a morte e si sentiva in colpa) è stata: “Tu lo sapevi, maestro? Che sarebbe successo?”

Mu ha sospirato mentre cercava di tamponarmi il sangue dalla fronte. “Speravo che non avvenisse tanto presto. Speravo avessimo più tempo.”

“Lui… Death Mask, cosa vuole da me? E il suo Black Gold… cosa vuole?”

“Luna, sei di sicuro abbastanza intelligente da rispondere da sola a queste domande. Adesso va’ a coricarti e cerca di riposare, vuoi?”

“Non voglio dormire. Non voglio sognare.”

Mu mi ha guardata un momento, poi si è alzato, è andato di là ed è tornato zitto zitto con una scatola di sonniferi. “Riposa, ne hai bisogno. Mi spiace molto per la tua gattina.”

“Ah… Morgana…” giusto quello che mi serviva per riaprire i rubinetti, e Kiki con me. Abbiamo pianto un sacco e ancora adesso mi viene da frignare, che scema.

 

 

12 Aprile

 

E’ venuto Milo a vedere come stavo e gli ho chiesto se anche lui sapeva. Ovviamente sì.

Non ho voglia di scrivere.

 

 

13 Aprile

 

Con tutto quel che è successo, ieri mi sono dimenticata di portare da mangiare a Kanon, che quando mi ha vista mi è venuto incontro preoccupato a morte. Anche lui aveva sentito l’esplosione dei cosmi, ma non può muoversi dalla Terza. Mi sono scusata per il digiuno forzato cui l’ho costretto, dicendogli che ieri non stavo bene. Veramente sto ancora abbastanza di cacca, per dirla in francese.

“Avevo sognato che Haru otteneva l’armatura d’oro, non io – gli ho detto – credi che potrebbe essere… una cosa… temporanea?”

Kanon ha fatto un gesto vago con la mano. “Rimani entro i confini del Santuario finché Black Cancer non sarà stato sconfitto, è meglio.”

“Già, altrimenti mi ucciderà di sicuro. Ha un ottimo motivo per farlo, no?”

Kanon mi ha guardata interrogativo.

“Se io divento il nuovo Saint di Cancer, quel poveraccio dovrà andare a Casablanca per il cambio di sesso. Che sorte infame!”

 

 

16 Aprile

 

Ok, lo farò. Evocherò nuovamente una visione, però ho detto al mio maestro che voglio sia presente anche Milo. Molto banalmente, se devo svenire intendo farlo tra le sue braccia, ecco.

Mu ha detto che per lui va bene. Milo anche. Quindi oggi pomeriggio ci proverò.

Non so perché, ma ho la sensazione che scoppierà un casino epocale…

 

 

 

 

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