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Antichi rancori

Antichi rancori

Il cosmo che si avvicinava era privo di intenzioni ostili, ma riusciva ugualmente ad essere minaccioso, come un serpente sotto una pietra: un nonnulla sarebbe bastato a scatenarne la cieca ferocia, e si intuiva facilmente malgrado l’intento pacifico. Aphrodite, Santo d’Oro dei Pesci, ebbe un lieve sorriso quando riconobbe l’uomo al quale apparteneva.
“Seguimi – ordinò al suo apprendista – è tempo che tu impari chi può passare per questa Casa sempre e comunque, anche in mia assenza. Non che potresti fare nulla per impedirlo.” Concluse divertito, mentre si fermava all’ingresso della Dodicesima, in attesa che il nuovo venuto salisse la gradinata per raggiungerlo.
“Sei di ritorno dalla tua missione, immagino.” Disse Aphrodite. Death Mask si fermò a sua volta e si passò una mano sulla fronte sudata.
“Sì, e con questo maledetto caldo avrei gradito rimanere tranquillo, almeno un po’. Ma Athena mi ha convocato subito, e devo andare.”
“Conosci la ragione della chiamata?”
Death Mask alzò le spalle.
“Pensi abbia a che fare con l’esito della tua missione?” Insistette Aphrodite, malizioso. Sapeva perfettamente che era così. L’eco della missione compiuta dal Santo del Cancro era giunta al Santuario prima ancora che questi rientrasse, e c’era da aspettarsi che Athena l’avrebbe voluto vedere immediatamente.
“La missione è conclusa, compiuta. Non c’è altro da dire.” Tagliò corto Death Mask. Aphrodite, saggiamente, lasciò perdere. “E quello strano essere alle tue spalle cosa sarebbe? – proseguì il custode della Quarta – maschio, femmina o deve ancora decidere?”
Aphrodite si spostò di lato, palesando la presenza del suo apprendista. “Si chiama Angel. Il nobile Aiolos me l’ha affidato perché curassi il suo addestramento, qualche giorno fa, mentre tu eri ancora via.”
“Ti ha incastrato rifilandoti un moccioso da tenere a balia, insomma.” Commentò Death Mask con una risata sarcastica e facendo arrossire Angel, che però tacque. Di tutti i Santi di Athena, colui che custodiva la Quarta Casa era quello che meno conveniva stuzzicare. La fredda intensità di quegli occhi, che l’osservavano con il disinteresse di un predatore sazio, riuscivano a rendere raggelante l’aria afosa dell’estate, e Angel desiderò essere ovunque tranne che lì, alla Dodicesima. Abbassò lo sguardo, sperando che Death Mask perdesse interesse per la sua persona, e fortunatamente fu così, perché quando si azzardò a sbirciare di nuovo vide che le pupille febbrili di quell’uomo spaventoso erano nuovamente fisse sul suo maestro. E Darius è col nobile Aiolia, pensò Angel in preda al rancore, non è proprio giusto.
“Mi piacciono le cose belle, lo sai.” Aphrodite, vuoi per cortesia, vuoi perché pungolato dalla risata del compagno, aveva scelto di replicare al posto di Angel, ma la gratitudine che avrebbe potuto suscitare nel suo animo fu immediatamente soffocata quando il Santo della Dodicesima afferrò il suo viso e glielo sollevò, offrendolo alla piena luce. Angel chiuse gli occhi, sentendosi sprofondare per la vergogna. “E’ un ragazzino carino, come vedi. Non avrei sopportato un grossolano bue come quello andato ad Aiolia, ma l’esistenza di Angel è tutto sommato sopportabile. Il nobile Aiolos non mi avrebbe dato requie da qui all’eternità, quindi tanto valeva accettare un apprendista che mi piacesse.”
L’espressione di Death Mask era di disgusto. “Possibile che non pensi ad altro? – gli chiese con durezza – Aiolos ti farà a pezzi, se scoprirà che…”
Aphrodite lasciò il viso di Angel, che indietreggiò precipitosamente, mettendosi a distanza di sicurezza. “Per chi mi hai preso? E’ solo un bambino. E non è neanche detto che sopravvivrà al primo mese di addestramento, credimi.” Scoppiò a ridere, una risata argentina che illuminò ancora di più il suo già splendido volto, la purezza del suo incarnato, lo splendore di quegli occhi socchiusi dall’ilarità, il turgore delle labbra rosee piene ed arcuate. Angel gli avrebbe con somma gioia rifilato un calcio negli stinchi. Sopravvivrò, fosse soltanto per farti dispetto, pensò in preda all’irritazione.
Death Mask scrollò le spalle, chiaramente stufo di quello scambio di battute. “Allora, mi concedi di passare per la Dodicesima, Aphrodite? Athena mi aspetta, e prima arriverò, prima potrò andarmene.”
“Non dovresti parlare così della nostra dea – lo ammonì Aphrodite, con l’ilarità che ancora gli vibrava nella voce – essere ammessi alla sua presenza è un onore, per tutti i Santi…”
“Una ragazzina che non sa niente della vita – brontolò Death Mask – e che farebbe meglio a lasciare queste cose al sommo Saga, invece di pretendere di saperne più di un uomo, di missioni guerresche. Fammi andare, una buona volta.”
Aphrodite gli accennò di passare, e Death Mask lo superò, sfiorando Angel senza un’occhiata, come se non esistesse neppure. Per l’apprendista fu un sollievo indicibile: il contrasto stridente, violento, tra quegli occhi privi del minimo barlume di umanità e i lineamenti mascolini, attraenti, del viso di quell’uomo, avrebbero tormentato i suoi sogni per un pezzo. Lo sapeva. Poteva andarmi peggio, tutto sommato, si disse per consolarsi, potevo ritrovarmi Death Mask come maestro. Sentì un brivido nella schiena, a quella prospettiva: non la paura della morte, ma di quegli occhi da pazzo. Sì, decisamente sarebbe potuta andare peggio.
“Chiariamo subito un punto, ragazzino.” La voce di Aphrodite suonò durissima, quando l’eco dei passi di Death Mask si fu spento. Angel si voltò a guardare l’uomo che aveva seriamente scambiato per una donna, la prima volta che l’aveva visto. Il Santo adesso non rideva più, e agli angoli di quella bocca a forma di cuore c’erano solchi profondi, rigidi, che non si attagliavano al suo volto delicato e che lo rendevano, benchè femmineo, gelido e crudele. “Quello che ascolti qui, alla Dodicesima, qui dovrà rimanere. Se ti sorprenderò a parlare con qualcuno, a riferire in giro dei discorsi che il tuo maestro fa con altri Santi, o con chiunque altro…” Lì vicino c’era un cespuglio di rose, onnipresenti in tutta la Casa. Aphrodite tese la mano, prese la corolla di una rosa scarlatta e serrò violentemente le dita, stritolando il fiore. Un petalo fluttò leggero a terra, intatto, ma Aphrodite lo schiacciò sotto un piede, macinando intensamente col tacco finchè non l’ebbe letteralmente cancellato. Strappò la rosa distrutta e la gettò ai piedi di Angel. “E’ chiaro?”
Se speri di spaventarmi ti sbagli di grosso. Oh, quanto ti sbagli. Più che la vita non posso perdere, e quella l’ho messa in gioco dal momento che ho messo piede al Santuario. “E’ chiaro, maestro.” Rispose con voce ferma, senza distogliere lo sguardo.

L’umore di Death Mask, che anche nei momenti migliori non era mai molto buono, peggiorò ulteriormente quando seppe che doveva attendere: Athena era impegnata e non poteva riceverlo subito, se quindi il nobile signore gradiva una bevanda rinfrescante, intanto che aspettava di essere ammesso alla presenza della dea…
“Sparisci, bifolco.” Ringhiò all’indirizzo del servitore, il quale trasalì e si affrettò a battere in ritirata. Death Mask andò alla finestra spalancata, in cerca di un filo d’aria, ma il Santuario era immoto sotto una cappa di calura, e il Santo d’Oro si gettò sul divanetto lì accanto, con un’imprecazione. “Il sommo Saga non può ricevermi lui?” chiese senza molte speranze al servitore che si teneva a debita distanza (era un effetto che Death Mask suscitava spesso nei sottoposti).
“Athena desidera vedervi personalmente, nobile Death Mask.” Balbettò il servitore, come del resto si era aspettato. Una ragazzina che pretende di comandare degli uomini fatti, pensò con insofferenza, non saprebbe neanche tenere in mano una spada. Che razza di guida può essere una donna, per noi Santi?
Athena lo fece attendere a lungo, cosa che, Death Mask lo sapeva, non avrebbe fatto con un altro Santo d’Oro. Ogni volta la stessa storia. Fortuna che il Santo del Cancro veniva convocato assai di rado dalla dea, altrimenti Death Mask temeva seriamente di dare fuori di matto. Proprio come sta succedendo al povero Saga, pensò divertito. Del resto, dopo tanti anni passati a fare da balia asciutta a una mocciosa viziata, immagino sia difficile non covare il desiderio di vederla morta. Ricordava bene il giorno in cui si era reso conto di non essere l’unico, nel Santuario, a nutrire poca simpatia per quella fanciulla così debole, troppo debole perché si potesse ragionevolmente pensare fosse in grado di guidare i Santi nella guerra sacra che li attendeva. Lo ricordava bene perché, da allora, non si era più curato di mettere a tacere i suoi pensieri a proposito dell’ultima incarnazione della loro dea.
Il sommo Saga sarebbe una guida migliore, pensò adesso stiracchiandosi pigramente, insonnolito dal caldo, e lo ha ampiamente dimostrato in questi tredici anni. Perché mettere tutto a repentaglio, cedendo lo scettro del potere a quella ragazzetta?
Erano sette anni che permetteva a quel pensiero di stagnare nella sua mente, ed era da allora che aveva cominciato a nutrire un certo distacco nei confronti degli altri Santi, anche dei Santi d’Oro. Nessuno di loro sembrava dubitare minimamente che Athena si sarebbe ripresa il comando, appena possibile, e a nessuno veniva in mente che questo potesse non essere necessariamente un bene. Forse solo Aphrodite condivideva in parte la sua opinione, ma comunque per Death Mask non aveva grande importanza. Contava solo schiacciare i nemici del Santuario, in modo che il potere restasse nelle mani del più forte. Come pensava quella ragazzina di imporre la giustizia, se non aveva la forza di farlo?
Sette anni, pensò Death Mask. Sette anni da quel giorno…
“Pur avendo udito la verità dalle mie labbra, non insorgi contro di me – gli aveva detto Saga – devo dedurne che la tua fedeltà al sommo sacerdote resterà invariata?”
Death Mask non aveva risposto subito. Stava riflettendo su come conciliare le rivelazioni del sommo sacerdote, del suo complotto contro Athena, con quelli che considerava i propri principi, a cui mai avrebbe rinunciato, per nessun motivo al mondo.
Alla fine aveva chiesto…

“Perché non l’hai ancora uccisa? Adesso è solo una bambina, non ti sarebbe difficile inscenare un incidente.”
Con le proprie mani, perché non c’erano servitori ad ascoltare quel colloquio estremamente riservato, Saga riempì due bicchieri e ne porse uno al Santo del Cancro. “Ho le mie ragioni.” Rispose. Posò il proprio bicchiere sul tavolo, perché non avrebbe potuto bere, con indosso i paramenti sacerdotali. Si liberò dell’ampio mantello e cominciò ad armeggiare con maschera e copricapo.
Death Mask agitò il liquore nel suo. “Parlamene. Come posso decidere a chi offrire la mia fedeltà, se non ho un quadro completo della situazione?”
Il sommo sacerdote si portò una mano al viso e si tolse la maschera nera che celava i suoi lineamenti da oltre sei anni, da quando era stato insignito della carica più alta cui può ambire un Santo d’Oro. Posò la maschera sul tavolo, accanto al bicchiere, poi si sfilò anche il copricapo e i capelli, lunghissimi e del colore della cenere, gli ricaddero sulla ricca tunica, fino alla cintura e oltre. Death Mask spalancò gli occhi per la sorpresa.
Ricordava bene il Santo dei Gemelli, malgrado non lo vedesse in viso da molto tempo, e l’uomo che gli stava davanti non era Saga. O meglio, si trattava di lui, ma il mutamento era di tale portata che riconoscerlo era più un atto di fede che altro. A parte i capelli, completamente ingrigiti, il suo viso era tirato in un’espressione di freddezza e calcolo, gli occhi iniettati di sangue, gli angoli della bocca sollevati appena in un sorrisetto gelido. Per un momento a Death Mask parve che l’uomo che ricordava, venerato in tutto il Santuario per la sua bontà d’animo e purezza di cuore, fosse fuggito da quel corpo, o che vi fosse stato sloggiato, e che adesso vi risiedesse un demone dagli occhi di brace. Per poco non si lasciò sfuggire di mano il bicchiere, mentre cercava di recuperare il controllo.
“Cosa significa questo?” gli chiese. Meccanicamente, senza neanche rendersene conto, bevve in una sorsata enorme più della metà del suo liquore.
“Significa che sto vincendo.” Anche la voce era diversa, più rauca, più cinica. Filtrata dalla maschera metallica, nessuno se n’era mai accorto, ma adesso che la udiva non c’erano dubbi al riguardo. “Lui continua a impedirmi di agire come vorrei, e vicino ad Athena è sempre il più forte, ma poco alla volta sono sicuro di batterlo. Avrei vinto già da tempo, se quello sciocco di Shion non avesse creduto in lui, permettendogli di rafforzare il suo spirito accanto alla dea, dandogli tredici lunghi anni di dominio… ma ce la farò. Oh, sì. Arriverà presto il giorno in cui potrò levare il mio gladio contro quella bambina, senza che lui possa fermarmi. E quando ciò accadrà, i primi a cadere saranno coloro che in tutti questi anni hanno tentato di impedirmi di prendere ciò che è già mio, il Santuario, che ho governato nel migliore dei modi possibile. O non lo ritieni, Death Mask?”
“Sei il miglior sacerdote che il Santuario possa desiderare.” Convenne il Santo del Cancro, cautamente. Valutò le probabilità che la bimbetta che adesso correva ridendo nel giardino sottostante potesse divenire una regnante più forte di Saga, e seppe quale sarebbe stata la sua risposta.
“Tu lo sai, considero il confine tra il bene e il male una linea molto sottile. La giustizia muta a seconda di chi l’amministra, e di conseguenza l’unico che possa gestirla saggiamente è colui che possiede la forza necessaria ad imporla. Se ciò a cui ambisci è espandere la forza del Santuario nel mondo, la mia fedeltà a te resterà immutata.”

“Athena dice che potete entrare, nobile Death Mask.”
Strappato non già da un ricordo, quanto da un vero e proprio viaggio nel tempo, Death Mask si alzò ed entrò senz’altro nella sala delle udienze, desiderando più che mai di avere come interlocutore il sommo Saga, quel volto del sommo Saga con cui tanto bene riusciva ad intendersela, anziché la fanciulla esile, biancovestita, dalle labbra serrate che l’attendeva seduta sul trono del Santuario, sullo sfondo dei pesanti tendaggi dietro i quali si celava la gradinata che conduceva alla statua di Athena.
“Vieni avanti, Santo del Cancro.” La dea non lo chiamava per nome. Brutto segno. Death Mask puntò un ginocchio a terra e aspettò.
“Appena ho saputo della vostra chiamata sono subito accorso, Athena.”
“Sei tornato dalla tua missione in Romania. L’hai compiuta.” Non era una domanda. Death Mask si conficcò le unghie nei palmi. Stavano per addentrarsi in acque profonde.
“Ho eseguito gli ordini del Santuario, Athena.”
La dea strinse le dita sui braccioli del trono, con tanta violenza da far sbiancare le nocche. “Hai davvero molto coraggio a definire ordini del Santuario il massacro che hai compiuto, cavaliere. Non oso neppure credere alle voci che mi sono giunte, e spero vivamente in una tua smentita.”
Se solo una volta nella vita fossi scesa da quel trono che Saga ti ha tenuto in caldo mentre giocavi con le bambole, forse capiresti meglio ciò di cui parli, pensò Death Mask, ma a voce alta dovette limitarsi a dire: “Ci sono stati degli…incidenti, mentre mi occupavo di quella Gorgone. Non voluti, naturalmente.”
“Dei bambini! – la voce di Athena scoppiettò come una manciata di petardi, echeggiando nella vastità della sala – hai ucciso dei bambini, e lo chiami un incidente?”
“Non ne avevo l’intenzione, Athena. L’ordine del Santuario era di fermare la Gorgone ad ogni costo.”
“Un ordine di Saga?”
“Tutti gli ordini provengono da Athena.” Rispose Death Mask, sulle spine. L’ultima cosa che voleva era far sopportare anche a Saga le lagnanze di quella ragazzetta.
“Un ordine di Saga?” Ripetè Athena, molto seccamente.
“La missione mi è stata impartita dal sommo sacerdote.” Ammise riluttante Death Mask. “Forse sono… arrivato prima che l’area fosse evacuata completamente.”
Il silenzio di Athena pesava come un macigno. Death Mask spostò il peso da un ginocchio all’altro, a disagio.
“Te lo dirò per l’ultima volta, Santo del Cancro – enunciò alla fine la dea, scandendo le parole una ad una – il compito del Santuario è vegliare affinchè la giustizia sia preservata, e questo comporta proteggere gli innocenti. Non m’interessa che tu sconfigga il nemico, se per farlo sei disposto a sacrificare coloro per i quali hai ottenuto quelle vestigia. E’ chiaro?”
“Sì, Athena.” Innocenti, come se ne esistessero. Non ci si può muovere senza provocare onde, e per uccidere un insetto è sufficiente una piccola increspatura.
“Mi auguro per te che lo sia – proseguì lei, freddissima – perché non tollererò altre azioni simili. Commetti ancora tali crimini, Death Mask…”
Il Santo ebbe un moto che non riuscì a reprimere, a quella parola bruciante, ma Athena proseguì come se nulla fosse. “…e l’armatura del Cancro, che è tua solo perché io te l’ho conferita, ti abbandonerà definitivamente: perderai il rango di Santo d’Oro e tutti gli onori che ciò comporta, per sempre.”
Death Mask rimase a bocca aperta. Si sarebbe aspettato tutto, ma non questo. “E’ molto duro da parte vostra, Athena – disse alla fine – non ho mai trasgredito un ordine del Santuario.”
“Hai trasgredito alla natura stessa del Santuario. E’ tutto, non c’è altro. Medita su quanto ti ho detto, e…”
“Il sommo Saga è a conoscenza di tutto questo, Athena?” chiese Death Mask senza riflettere, e fu un errore: la fanciulla si alzò in piedi, e poiché si trovava già più in alto di lui il cavaliere si trovò completamente sovrastato. Sbirciò verso di lei e vide la rabbia su quel bel visino pallido e delicato, con l’incarnato simile a porcellana nel quale erano fiorite rose scarlatte di furia.
“Io sono la dea Athena – furono le parole che giunsero a lui – e Saga il mio sacerdote. Credi che protestare presso di lui servirà a mitigare la tua punizione, cavaliere?”
“No, Athena… non intendevo…”
La giovane sedette nuovamente, le guance ancora colorite dallo scoppio d’ira, così inusuale per lei, sempre composta e compassata. “Ritirati.”
Death Mask ritenne preferibile non aggiungere altro e lasciò la sala. Si sentiva la nuca in fiamme, e un calore analogo gli saliva da dentro, mentre la pressione interna aumentava fino a livelli pericolosi, fino a fargli tirare un pugno tremendo contro un busto di bronzo posto nel corridoio, la figura di quel vecchio muso giallo che, per motivi noti solo a lui, aveva nominato per testamento l’insoppportabile ragazzina sua erede universale. Come se Athena non avesse già abbastanza motivi per essere piena di sé, adesso era anche diventata una magnate della finanza. Le casse del Santuario non erano mai state più floride.
“Maledetta, se me la pagherai. Le pagherai tutte, stanne certa.” Ringhiò, mentre si allontanava.

 

“Da quanto tempo ti trovi sull’isola, Ikki?”
“Da… da quattro anni, maestro…”
“E in tutto questo tempo non hai ancora imparato la prima lezione, la più importante? Il tuo animo è debole e rammollito, sei più sentimentale di una ragazzina! Devi odiare, Ikki! Odia qualsiasi cosa, odia anche me! Solo così diverrai forte!”

Ikki, Santo di Bronzo della Fenice, serrò i pugni e volse le spalle all’anonima tomba sulla scogliera, nient’altro che un tumulo sul quale era stata piantata una croce di legno. Il terreno era duro, compatto, roccioso, ma tutta l’isola era così. Non vi era un luogo ameno che si potesse destinare al sonno eterno di qualcuno. Se non altro, da quel punto si godeva della bellissima vista dell’alba, quando il sole emergeva dal mare: per qualche istante, Eos tingeva con le sue dita rosate l’isola intera, rendendo quell’inferno insopportabile un luogo quasi piacevole. Solo per pochi minuti al giorno. Era tutto ciò che Ikki poteva offrire alla sua amata. Quello e i fiori che riuscivano a germogliare qua e là tra fenditure delle pietre arroventate dal sole del Pacifico.
“Mio signore?”
Ikki alzò lo sguardo e si accigliò, accendendo una fitta di dolore alla fronte. La cicatrice sopra la radice del naso era ancora fresca e stentava a guarire, sia per via del clima tutt’altro che clemente, sia perché il Santo non si curava di medicarla. Ogni volta che avvertiva il sordo pulsare alla fronte gli tornava in mente quel che era avvenuto, quello da cui la sua mente non riusciva a staccarsi, come un parassita troppo tenace perché potesse strapparlo via. Di giorno non era neanche tanto brutto, ma di notte…
“Cosa vuoi?” chiese al soldato inginocchiato davanti a lui. Lo superò mentre parlava, perché non voleva che altri si trattenessero presso la tomba. Quel suolo sacro non doveva essere insozzato, non doveva essere teatro di altri orrori. Almeno quello.
Il soldato si alzò per seguirlo. “Mi hanno detto di riferirvi che un elicottero ha chiesto il permesso di atterrare sull’isola, signore. Proviene dal Santuario.”
Ikki si volse a guardarlo, sorpreso.
“Dal Santuario?” Chiese. Come osavano presentarsi così, dopo quel che avevano fatto? Cos’altro voleva Athena da lui, dopo avergli tolto tutto? Se credi che intenda essere la tua carne da cannone dopo l’inferno che mi hai fatto vivere, sei ancora più stupida di quanto pensassi… me la pagherai, maledetta. Le pagherai tutte, stanne certa.
“Questo era il messaggio, signore. Cosa dobbiamo rispondere?”
Ikki sorrise. Un sorriso assolutamente terrificante. Come il ghigno di un teschio. “Date il permesso per l’atterraggio. Gli emissari del Santuario devono essere accolti debitamente, su Death Queen Island.”
E scoppiò a ridere, una risata forte, rotta, quasi un urlo. Il soldato indietreggiò intimorito.
La cicatrice pulsava. I ricordi pulsavano. Era doloroso…

…fu il dolore a dirgli che aveva ripreso i sensi, prima ancora che avesse la forza di sollevare le palpebre. Il solo atto di respirare gli provocava più sofferenza dei colpi ricevuti in addestramento, e questo era tutto dire, visto che erano stati proprio quei colpi a farlo svenire, alla fine. Di solito non si accasciava, perché non era affatto sicuro che il suo maestro si sarebbe fermato, ma certe botte erano eccessive anche per il suo spirito forte. Per di più, man mano che si avvicinava il giorno dell’investitura, le percosse diventavano sempre più intollerabili. Ikki dubitava di sopravvivere ancora a lungo, e se non avesse ottenuto l’armatura la sua morte sarebbe divenuta pressochè certa. No, non morirò, si disse, cupamente deciso a riprendere i sensi, non dopo sei anni d’inferno. Non morirò qui.
Qualcosa gocciolava, da qualche parte, mentre metteva lentamente a fuoco la cantina dov’era stato gettato dopo aver perso conoscenza, e alle narici gli arrivò un sentore sgradevole, viscido, di muffa e cose stantie. I sensi tornavano, si riaffollavano nella sua mente sfinita, e con essi la sofferenza aumentava, si acuiva, diveniva insopportabile…
“Non muoverti. Ho quasi finito.”
La voce era dolce. Qualcosa gli tamponò gentilmente la schiena, qualcosa di fresco, che leniva. Ikki avvertì un altro odore, un aroma stavolta, lieve e gentile, come di fiori lontani. Con enorme sforzo girò la testa, trovandosi a guardare un viso dai tratti delicati, circondato da una fluente capigliatura, illuminato da due enormi occhi verdi, che lo scrutavano con affetto e preoccupazione…
“S-Shun?” Serrò le palpebre con forza e le riaprì. Non era Shun. “Oh, Esmeralda.” Disse.
La cantina non gli parve più tanto inospitale. Fece un profondo respiro e si sollevò, mettendosi seduto. Il dolore gli attraversava il corpo come un flagello dalle molte punte, ma non gl’importava più. Quel tocco che tamponava il sangue era sufficiente a rendere il male qualcosa che non lo riguardava se non marginalmente.
“Mi hai di nuovo scambiata per tuo fratello, vero?” La ragazza immerse la pezzuola nel secchio, la sollevò, la strizzò e riprese a pulirgli la schiena. Ikki trasalì quando si sentì toccare la carne viva ed Esmeralda ritrasse subito la mano. “Scusami, non volevo…”
“Non preoccuparti – disse Ikki – e perdonami per averti chiamata Shun. E’ solo che vi somigliate moltissimo, a parte il colore dei capelli e qualche altro dettaglio… non ero del tutto in me.”
Esmeralda non rispose e riprese a medicarlo, ma Ikki sapeva che stava sorridendo. Non aveva mai capito bene il motivo, ma sembrava non dispiacerle che lui rivedesse il fratello nei suoi tratti, come se il fatto che Ikki continuasse a tenere vivo nel cuore il ricordo dell’unica altra persona che l’avesse mai amato la rendesse felice. Esmeralda era talmente gentile.
“Stavolta ti ha colpito davvero duramente.” Esmeralda si spostò per medicargli la spalla. “Come puoi sopportare tutto questo, Ikki? Tu che ne hai la possibilità, lascia l’isola e fuggi, vai via! Nessuno rimarrebbe di sua volontà in questo luogo infernale!”
“Non sono qui di mia volontà, lo sai. E Guilty non mi lascerebbe mai partire, arrivati a questo punto. Sono prigioniero quanto te.” Fece una smorfia, nel pronunciare quelle parole. Dopo tutti quegli anni, ancora non si capacitava di quale sorte fosse toccata ad Esmeralda. “Sei tu che devi andartene, se mai. Tu hai una famiglia, ti riaccoglieranno…”
“No, non lo farebbero – rispose Esmeralda con voce triste – se tornassi, sarei subito rivenduta. In queste isole la miseria è tale che le bambine vengono vendute come serve, quando compiono sette anni. E se me ne andassi, non ti rivedrei mai più… preferisco così, Ikki.”
Il ragazzo alzò gli occhi e la guardò. Lei indossava un vestito a fiori che era l’unica nota di colore, non solo in quella squallida cantina, ma nell’intera sua vita, e malgrado sapesse che avrebbe dovuto cercare di convincerla a partire, perché qualunque altra isola dove si fosse trovata ad essere venduta sarebbe stata meglio di Death Queen Island, non riuscì a dire nulla.
Ti porterò via di qui, pensò, sulle ali della fenice. Voleremo via insieme.

L’elicottero scendeva, provocando un forte vento di propulsione che fece socchiudere gli occhi ai soldati presenti. Dalla sua postazione in cima all’altura, Ikki scrutò con distacco il suo avversario che scendeva dopo aver ascoltato le ultime raccomandazioni del pilota. Fece un cenno, e i soldati strinsero il cerchio.
“Pegasus Ryuseiken!” Fu come una pioggia di meteoriti, scagliati a velocità risibile ma con un impeto notevole, e i soldati caddero a terra come mosche. Incapaci, pensò Ikki vedendo che i pochi rimasti in piedi sembravano esitare.

“Lascialo a me, capo.” Al suo fianco apparve una figura che indossava un’armatura nera, di pessima qualità e certamente non approvata da Athena, che neanche alla lontana si poteva paragonare alle vestigia di bronzo del ragazzo che stava finendo i soldati di Ikki, là sotto. L’uomo aveva i capelli incolti e un’orrenda voglia su un lato della faccia, come una macchia di sangue che gli circondava completamente l’occhio sinistro. Ikki alzò le spalle, indifferente alla sua sorte.
“Fa’ come vuoi, Django. Ma quel ragazzo non è un avversario alla tua portata, ti avverto.”
“Lo ucciderò come si schiaccia una mosca.” Rispose Django, saltando giù dalla rupe e dirigendosi verso il nemico. Ikki incrociò le braccia e attese che l’uomo più stupido di Death Queen Island andasse incontro alla sorte che avrebbe dovuto subire per sua mano, dopo che aveva ottenuto l’armatura.
Ricordava le parole del suo maestro, mentre il sangue sgorgava da sotto la maschera e imbrattava il terreno arido dell’isola: “L’armatura… della Fenice… è nelle mani di Django e della sua banda… dovrai vedertela con loro, se vorrai ottenerla…”
Django. Figlio di un capo della yakuza che si era recato a Death Queen Island per affinare le sue tecniche, aveva trovato nell’isola un ambiente perfettamente consono al suo carattere e vi si era stabilito, monopolizzandone le attività e vessando i pochi, disperati abitanti di quello sputo di terra arroventata dal sole. Salvo il luogo dove Ikki si addestrava, era tutto nelle sue mani, inclusa l’armatura che aveva appena conquistato. Nessun problema, si era detto avviandosi nel cuore del territorio di Django e della sua banda.
Aveva atteso che Guilty esalasse l’ultimo respiro, prima di andare. Voleva vederlo morto, voleva guardare la vita abbandonare quel corpo odiato, le membra irrigidite, il sangue rappreso sullo squarcio al petto che l’aveva ucciso. Guilty, colpevole. Non conosceva il suo vero nome e non gli interessava. Non gli tolse neppure la maschera, quella spaventosa maschera da demone thailandese che aveva avvelenato sei anni della sua vita, privandolo delle forze, della salute, delle speranze, dell’amore… di tutto, tranne che dell’odio.
Se era ancora vivo, lo doveva al fatto di essere troppo pieno di odio per morire.
Django, un bulletto che si sentiva onnipotente per aver ottenuto una scheggia infinitesimale del potere dei Santi, non aveva mai avuto nessuna speranza di batterlo. Questo era chiaro. Ricordava benissimo lo scontro, una mattanza più che un vero combattimento, simile a ciò che si stava consumando nel presente, ad opera di quel ragazzo con l’armatura di Pegasus, mentre Django trovava infine la morte che aveva sfiorato, quando aveva osato sostenere che l’armatura della Fenice gli apparteneva… Ikki non ricordava cos’era successo dopo. Passato e presente si confusero mentre il Santo della Fenica cercava di ricordare: l’immagine di Django morto, ai piedi di Pegasus, diventò Django stordito quando l’aveva liquidato senza neppure curarsi di dargli il colpo di grazia, attorno ai suoi uomini morti o gravemente feriti, ma tutto era nebuloso, come un’immagine vista attraverso un vetro smerigliato, finchè non si udiva pronunciare quelle parole: “Hai vinto… finiscimi, cosa aspetti? Non posso fare resistenza… ammazzami.”
Quello se lo ricordava. Dopotutto, in quei giorni la morte era il suo solo desiderio. Non aveva ancora imparato che l’odio può motivare quanto e più del ridicolo desiderio di giustizia, quella giustizia che l’aveva tradito e trasformato in ciò che era adesso. Athena non era mai stata capace di dargli tante ragioni per combattere.
“Se nei tuoi occhi vedessi la malvagità che mi ha spinto fino qui dalle rive del Gange, strappandomi alla mia meditazione, non esiterei a farlo.”
Chi aveva parlato? Non Django, questo era sicuro. Django era sconfitto. Django non splendeva d’oro…
“Invece, nulla riesce ad offuscare l’umanità, l’immensa bontà e fede nella giustizia che traspare dai tuoi occhi. Ikki, tu vorresti sostituirla con l’odio… povero illuso…”
Chi sei? Pensò ora, mentre il ragazzo con l’armatura di Pegasus scavalcava il corpo inerte di Django, guardandosi attorno alla ricerca di altri avversari. Chi sei, tu che potevi uccidermi e non l’hai fatto?
Sollevò i pugni ed uscì allo scoperto. Non era più il tempo delle reminescenze. Non più il tempo di dolci ricordi. Non più il tempo della sofferenza.
Era tempo di vendicarsi.
Athena, ucciderò i tuoi paladini uno ad uno, cominciando da questo. E dopo verrò da te. Athena, maledetta…

Athena era bellissima. Darius non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, anche se sapeva di doverlo fare, perché se il suo maestro si fosse accorto di tanta maleducazione, lo avrebbe punito in maniera esemplare. Ma ugualmente continuava a guardarla, non con l’apprezzamento bassamente carnale che aveva riservato a Shaina, la famosa notte dell’obelisco, ma con la beatitudine sconfinata di chi si trova di fronte un’apparizione. Quei capelli lunghi, lisci, quella carnagione color del marmo, il corpo etereo fasciato da un peplo che sottolineava il perfetto equilibrio della sua figura, e gli occhi… occhi verdi, con ciglia così lunghe che parevano quasi proiettare ombre nere al loro interno, che a loro volta si accendevano di bagliori smeraldini, in un susseguirsi di luci e ombre ugualmente pure, stellate, nelle quali l’animo precipitava per non tornare mai più. Per non volere mai più fare ritorno. Chi poteva mai desiderare abbandonare quell’immersione nella giustizia, nella pace, nel bene, avendo la possibilità di trovarvisi tanto vicino?
Alla fine fu Athena stessa e rompere l’incanto, alzandosi in piedi e incamminandosi tra i fiori. Non più incatenato da quegli occhi, Darius rifiatò, accorgendosi di non avere praticamente mai respirato durante quel lungo, lungo sguardo.
“Sono preoccupata, Aiolia.” La voce della dea giunse alle orecchie di Darius come una benedizione, tanto che gli ci volle un attimo per afferrarne il senso. Si riscosse e guardò il suo maestro, che si stava alzando dopo essersi inginocchiato al cospetto di Athena. Darius non sapeva se doveva imitarlo o meno, e rimase dove si trovava, pensando che era meglio che un apprendista esagerasse in rispetto, piuttosto che il contrario. Sarebbe morto, prima di fare cattiva impressione alla sua dea.
“A che riguardo, se posso chiederlo?” disse Aiolia.
“Quel ragazzo che ho mandato a Death Queen Island, quel Seiya… ho paura di averlo gettato in qualcosa di più grande di lui. Mi dicono che tu sia suo amico.”
“Ho questo piacere, Athena. Non fatevi ingannare dai suoi modi irriguardosi: egli crede nella giustizia e non deluderà le aspettative che riponete in lui.”
“No, anzi le supererà. Ma è ancora presto perché ciò avvenga.” Athena parlò seccamente, come se non desiderasse essere rassicurata a tale proposito, e Aiolia non replicò. Chiaramente si domandava dove volesse arrivare con quei discorsi.
“Non mi spiego cosa sia accaduto laggiù, Aiolia – proseguì Athena – l’uomo che governava l’isola era un fedele seguace del Santuario, fino a pochi anni fa. L’ho incontrato, il suo animo apparteneva alla giustizia. Quando è morto, ucciso dal suo stesso allievo, era divenuto un folle. E il suo successore è peggio di lui. Seiya è ancora immaturo, mentre quell’uomo è animato da un desiderio di vendetta che non mi spiego…”
“Un traditore è un traditore, Athena. Le sue ragioni gli appartengono, ma non vi sono scusanti per aver volontariamente abbandonato la giustizia seguendo le Forze Oscure. Vedrete che Seiya riporterà l’ordine, e voi non avrete più nulla di cui preoccuparvi.”
“Seiya è tuo amico – ripetè caparbiamente la dea – non vuoi recarti laggiù a prestargli soccorso? Temo di essere stata troppo avventata nell’inviarlo da solo: l’animo mi dice che questa vicenda è solo all’inizio.”
Darius vide il suo maestro esitare. “Se me lo ordinate partirò subito, Athena. Ma, se posso esprimere un parere, credo sarebbe preferibile che questa disputa tra Santi di Bronzo venga risolta da Santi di Bronzo. Un leone che schiaccia una formica verrebbe deriso da tutti.”
Athena sorrise. “Hai paura di disonorarti affrontando guerrieri tanto inferiori, insomma. E’ comprensibile, e non ti forzerò se non vuoi. Tuttavia…”
“Sì?”
“…voglio che Seiya torni vivo perché io possa aiutarlo a ritrovare la sorella. Non sopporto il pensiero che mi consideri la causa delle sue sofferenze. Manda degli altri Santi a dargli man forte, assicurati che la mala pianta di Death Queen Island venga estirpata per sempre.”
“Ne farò mio compito immediato, Athena. Darius, andiamo.”
Per Darius staccarsi dalla presenza della dea fu quasi una violenza fisica, e il fatto che Athena gli spedisse un sorriso mentre si profondeva in impacciati saluti non lo aiutò di un ette. Si rese conto di non essere più con lei solo quando le pesanti porte si furono chiuse alle sue spalle, e fu come se i battenti gli strappassero un pezzetto del suo cuore per lasciarlo di là. Si sentiva innamorato alla maniera abietta di un randagio preso al canile da qualcuno di buon cuore.
“E’ meravigliosa…” disse in tono sognante, facendo sorridere Aiolia. Gli battè una mano sulla spalla, per invitarlo a muoversi.
“Lei è la nostra forza, la nostra vita. Tu non l’avevi mai incontrata prima, vero?”
Darius scosse il capo.
“Allora, sei disposto a combattere per lei? A morire per lei?”
“Oh, sì!”
“D’accordo. Allora inizieremo la tua prima missione in nome della dea. Va’ da Camus a dirgli che il suo allievo deve recarsi a Death Queen Island. Seduta stante.”
Darius osservò, perplesso: “Ma ci sono dei Santi di Bronzo nel Santuario, maestro. Avverto anche loro di mobilitarsi?”
“No: i Santi che abbiamo qui sono già noti, mentre è ora di mettere alla prova coloro che hanno scelto di vivere lontano dal Santuario.”
“Capisco, maestro. Devo avvertire qualcun altro?”
“Nessuno che potresti raggiungere. Vi è un altro Santo di Bronzo a Goro-ho, il più vicino all’isola maledetta, ma non può essere raggiunto da una missiva in tempo utile… chiederò al sommo Saga… no – cambiò idea in fretta – parlerò con Aiolos perché chieda al nobile Dohko di mandare il suo allievo in missione. Tu va’ all’Undicesima, sbrigati.”
Darius si avviò di corsa. Non aveva capito molto bene perché Aiolia preferisse evitare di rivolgersi al sommo sacerdote, ma non erano cose che lo riguardassero. Probabilmente non voleva disturbare il sommo Saga con questioni che poteva sbrigare altrimenti, si disse. Uno scontro tra Santi di Bronzo, mi piacerebbe vederlo, pensava mentre scendeva la scalinata delle Case Zodiacali.
Alla Dodicesima trovò Angel che, seduto su una pietra nello spiazzo retrostante la casa, consumava un panino per pranzo, con l’aria abbacchiata. Il Santo dei Pesci non si vedeva da nessuna parte.
“Devo passare per questa casa, posso?” chiese all’amico. Angel fece una smorfia. Non aveva una bella cera.
“Gli scalzacani come noi non sono nemmeno degni dell’attenzione dei Santi d’Oro, quindi puoi passare quanto ti pare, lo sai perfettamente.” Staccò un gran morso dal suo panino e prese a masticare, l’aria dolorante. Darius gli si accostò.
“Cosa ti è successo, Angel? Hai una faccia tremenda!”

L’altro alzò la testa. Aveva alcuni lividi in faccia che stavano già scolorendo, ma la cosa impressionante erano i graffi, solchi rossi e profondi su ogni centimetro di pelle esposta, e anche in punti dove avrebbe dovuto essere coperta, perché la tunica si era strappata qua e là. “Tu cosa dici?” chiese Angel, in tono ostile. Aveva dei segni rossi sul collo, come se qualcuno per poco non l’avesse strangolato.
“Ma ti sta massacrando! Il nobile Aiolia non…” si interruppe, imbarazzato. Sapeva di essere stato molto più fortunato dell’amico nell’attribuzione dei maestri, e se ne sentiva in colpa, perché riteneva che il merito maggiore dell’impresa compiuta andasse ad Angel. A dire il vero aveva pensato che, con un Santo effeminato come quello dei Pesci, Angel avrebbe avuto vita più facile, ma dalle voci che aveva raccolto in giro aveva dovuto ricredersi amaramente: dopo Death Mask, la palma del guerriero più feroce e spietato andava al maestro toccato in sorte al suo amico.
Tentò di dire: “Puoi fare presente al nobile Aiolos quello che…”
“E cosa farebbe il nobile Aiolos, a parte rimproverarmi perché un apprendista deve ubbidire al suo maestro e non disonorarlo lagnandosi di lui?”
“Athena non costringe nessuno a diventare Santo. Ti leverebbe a un uomo tanto crudele, e…”
“E dopo? Quale altro Santo d’Oro credi sarebbe disposto a prendermi con sé, con un precedente simile?”
Darius tacque. Sapeva che Angel aveva ragione, e che malgrado tutto era stato molto fortunato a diventare allievo di uno dei dodici guerrieri più forti del mondo, ma sapeva anche quanto fosse duro un addestramento simile, sopportabile solo con una tempra fisica invidiabile. Ormai era affezionato all’amico e gli rincresceva terribilmente vederlo così maltrattato. Anche Darius finiva spesso gli addestramenti dolorante e pieno di lividi, ma le ferite di Angel parlavano di crudeltà, non di incidenti. “Perché hai tutti quei graffi?” gli chiese, per prendere tempo. Angel fece un gesto col braccio per indicare tutt’intorno.
“Queste maledette rose sono dappertutto. Il mio maestro le adora. Fosse per me, le vedrei ridotte in cenere… tutte quelle spine!” Finì di inghiottire il panino, con rabbia. “Aphrodite tornerà tra poco, se devi passare vai subito, non è quel che si dice un modello di ospitalità. Grazie per la visita.”
“Ma quei segni sul collo… ha cercato di…”
“Darius, non voglio parlarne, hai capito?” La voce di Angel era tagliente. Scese dalla pietra, stringendo le labbra per il dolore delle ferite, e si raddrizzò con aria decisa. “E’ andata così, e basta. Sapevo già da prima di venire al Santuario che se avessi avuto paura di farmi male avrei fatto bene a restare in orfanotrofio.”
Darius proruppe: “Angel, ma perché sei così ostinato? Non esistono solo le armature d’oro. E comunque il nobile Aiolia mi ha spiegato che è soprattutto una questione di predestinazione, che è l’armatura a scegliere il suo custode… quindi non ha senso che tu ti sottoponga a questo! Un normale allenamento sarà più che sufficiente, poi sarà il destino a decidere.” E la dea Athena, che vede nel cuore di tutti noi e certamente riconoscerà i tuoi meriti, pensò.
“Se è così, perché tu ci tenevi tanto a conquistare la freccia d’oro?”
“Perché, certamente, i Santi d’Oro sono i migliori maestri che un apprendista possa auspicare! Ma non sono tutti così, a quanto vedo. Rinuncia, Angel!”
Il ragazzo più piccolo scosse la testa. “No, mai. A fermarmi sarà solo la natura, con le malattie o con la morte. E poi il nobile Aphrodite non è così male, se ci fai l’abitudine: sono certo che, se supererò il primo periodo più duro, dopo le cose andranno meglio. Non angustiarti, Darius, e va’ a fare quel che devi fare. Io me la caverò.”
Come sarebbe, se supererai il primo periodo? Il pensiero, neanche tanto peregrino, che Angel potesse morire durante gli allenamenti gli riusciva insopportabile. Era il solo amico che avesse al Santuario, e se non aveva imparato altro, nella dura strada che conduceva all’armatura, almeno il concetto che avrebbe avuto ben poche gioie dalla vita se l’era cacciato bene in testa: non voleva perdere il suo amico. Andarsene lasciandolo in balia del Santo della Dodicesima era l’ultima cosa che Darius volesse, ma la menzione di Angel al compito che doveva svolgere lo costrinse a staccarsi da lì, con un ultimo: “Di qualunque cosa tu abbia bisogno, non esitare a rivolgerti a me, hai capito? Ti sono debitore, per avermi aiutato a conquistare la freccia d’oro.”
Angel sorrise mentre Darius si allontanava. Un sorriso dolce, bellissimo, così luminoso che i lividi sul suo viso parvero sparire. Sembrava davvero troppo giovane e fragile per allenarsi in maniera tanto disumana. “E io lo sono a te, per aver avuto il coraggio di chiedere al nobile Aiolos di procurarci una scala per farci scendere da quel maledetto obelisco!”
Darius rise al ricordo e attraversò la Dodicesima, per andare a cercare Camus. Non poteva fare niente per Angel, se ne rendeva conto: l’amico aveva scelto la sua strada ed era troppo risoluto per farsene distogliere, malgrado la debolezza del suo fisico. Beh, proprio debole non è, penso Darius ricordando come aveva tenuto duro durante la scalata all’obelisco, anzi è in gamba. Come amico, devo appoggiarlo qualunque decisione prenderà. Si sforzò di convincersene e alla fine riuscì a non pensare alle sonore legnate che certamente Angel aveva ricominciato a prendere, se il suo maestro era già tornato. Alla fine comunque trovò qualcosa capace di fugare le sue ansie: mentre scendeva verso l’Undicesima, malgrado la preoccupazione per Angel e la stanchezza dei duri allenamenti, capì per quale ragione il nobile Aiolia l’aveva condotto al cospetto di Athena, sebbene fosse solo un apprendista: perché doveva sapere per cosa combattere, per quale motivo sfidava la morte come apprendista e l’avrebbe poi affrontata come Santo, in futuro. Il nobile Aiolia aveva voluto motivarlo, e c’era riuscito perfettamente.
Era felice di essere al Santuario, nonostante la durezza imposta. Se fosse rimasto sulla sua isoletta non avrebbe avuto modo di conoscere persone tanto impressionanti, tanti sentimenti e tante risoluzioni diverse, ma tutte ugualmente forti: la nobiltà del suo maestro, la decisa ostinazione di Angel, la grandiosità di spirito del Santo Aiolos… la giustizia di Athena. Soprattutto quella.
Si chiese se Athena avrebbe approvato il trattamento che subiva Angel.

Il ragazzino aveva la pellaccia dura, doveva riconoscerlo. Malgrado le Ali della Fenice l’avessero investito con il loro distruttivo, insopportabile calore, egli continuava a rialzarsi, ed era perfino riuscito a colpirlo con quel suo ridicolo colpo, una volta o due. Era come se la velocità e la potenza delle sue meteore aumentassero ogni volta che riusciva a sferrare un attacco. Ikki era sinceramente ammirato, ma i due anni di differenza che lo separavano dal suo avversario pesavano come macigni: se Seiya fosse stato suo coetaneo, lo scontro si sarebbe potuto dire pari, ma la sua forza non era ancora completamente sviluppata, e Ikki sapeva bene che, in simili duelli, anche il vantaggio più infinitesimale poteva essere determinante.
E il mio vantaggio non è infinitesimale… guarda com’è ridotto, lui che non ha il mio odio a sostenerlo… la vera forza di un Santo è nell’odio, questa è la prova.
“E ora, il colpo di grazia.” Levò la mano per sferrare l’ultimo attacco, quello che avrebbe distrutto la mente di Seiya, ma in quel preciso istante una morsa d’acciaio gli bloccò il polso. Ikki si volse, stupito, mentre il suo avversario rantolava a terra e cercava di rialzarsi, senza riuscirci granchè.
Esmeralda.
Per poco Ikki non urlò, quando vide la sua amata trattenerlo per il polso, con una forza che non aveva mai avuto in vita. Quel viso delicato, quegli occhi pieni di sentimento lo guardavano con una profonda tristezza, e il Santo della Fenice si sentì venire meno. Da qualche parte, la voce di Guilty gli gridava che doveva odiare, odiare tutto e tutti, e specialmente quella ragazzina che l’aveva distratto nel momento cruciale, ma come poteva odiare Esmeralda, come poteva non sentirsi sopraffatto dal rimorso e dal dolore nel vedere il fiore rosso sul suo petto, quella macchia di sangue che l’aveva uccisa, per colpa sua, soltanto per colpa sua…

“Vola via, Ikki.” gli disse Esmeralda, e lui non avrebbe saputo dire se a parlare era la Esmeralda del presente, che gli impediva di colpire il suo nemico, o quella del passato, la fanciulla morente che si era trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, l’innocente che Guilty aveva colpito senza esitazioni e senza rimorsi, quando lui aveva fermato il suo pugno, perché non aveva voluto uccidere il suo maestro, l’uomo che malgrado tutto l’aveva portato a un passo dall’armatura, non voleva ucciderlo, non poteva farlo…
“Adesso hai le ali della fenice. Risorgi dalle tue ceneri, vola via dall’inferno, caro. Tu puoi.” Esmeralda quando aveva parlato così? Lo stava facendo adesso, tenendogli il polso, o l’aveva fatto quando lui si era precipitato a sostenerla, mentre il sangue schizzava macchiando la terra maledetta dell’isola, mentre lei si accasciava tenendosi il petto, senza vedere altro che lui, le lacrime che lo accecavano, il suo urlo di disperazione nel vederla esalare l’ultimo respiro, la voce di Guilty alle sue spalle che gli diceva che l’aveva uccisa lui, coi suoi stupidi scrupoli, che era stato lui a causare la morte della sua adorata Esmeralda…
Ikki urlava. Urlava per la morte dell’amore, per il dolore della perdita, per l’ira mostruosa che gli cresceva nel petto verso il demone che aveva ucciso quella parte di lui che mai avrebbe voluto sacrificare, nemmeno per l’armatura, ed evidentemente si trovava nel passato, perché era libero di muoversi, e cominciò a colpire Guilty con una violenza che mai aveva sperimentato prima in vita sua, senza neppure vedere i suoi pugni, piangendo le sue ultime lacrime, soffrendo e colpendo e colpendo e soffrendo, finchè il suo pugno non aveva sferrato il colpo che aveva trattenuto poco prima, sfondando il torace del suo maestro, inondandolo del sangue odiato, seccando per sempre ogni pozza di umanità nel suo animo. Rendendolo la Fenice dalle fiamme infernali, l’odio bruciante e divorante, la vendetta verso Athena e il Santuario e il mondo intero…
Ikki urlava. La morsa che gli serrava il pugno non era Esmeralda.
Era una catena.

“E’ il mio avversario – protestò Seiya rialzandosi – dovete lasciarlo a me, avete capito?”

Gli altri lo guardarono. Tanta smargiasseria sembrava totalmente fuori luogo, visto che, non fosse stato per il provvidenziale intervento del Santo del Cigno, Seiya non sarebbe mai più riuscito a risollevarsi.
“Gli ordini del Santuario sono di uccidere il traditore. Non è un duello tra cavalieri, ma una missione da compiere, questa.” Disse Hyoga abbassando i pugni. Lo schermo di ghiaccio che aveva generato, l’istante prima che Ikki riuscisse a sferrare il suo colpo su Seiya, non più sostenuto dal gelido cosmo del Santo, tremò come per un brivido e si dissolse. Aveva espletato la sua funzione. Aveva riflesso il pugno diabolico del nemico, ritorcendolo contro di lui.
“Ben fatto, Hyoga.” Approvò il Santo del Dragone, aiutando Seiya a tenersi in piedi. Non poteva fare a meno di ammirare il coraggio di quel ragazzino, malgrado la sua totale mancanza di buon senso, e doveva riconoscere che il suo comportamento era comunque onorevole. A Shiryu l’idea di scagliarsi in quattro contro un uomo solo e inerme non sorrideva affatto e, adesso che il loro compagno era stato salvato, avrebbe preferito trovare un’altra soluzione. Se Seiya voleva combattere fino alla morte, per lui andava bene.
Il Santo del Cigno alzò le spalle. Erano arrivati per il rotto della cuffia, dopo che il pilota dell’elicottero aveva sprecato un sacco di tempo a girare a vuoto attorno all’isola, prima di decidersi ad atterrare senza alcuna autorizzazione. Ne’ avrebbe potuto averla: appena scesi, Hyoga e Shiryu si erano resi conto che l’isola era diventata un’immensa tomba, piena di cadaveri e di croci piantate ovunque il terreno offrisse la minima cedevolezza agli scavi, e che le case dell’unico villaggio erano deserte, come se la gente fosse fuggita in gran fretta. Death Queen Island aveva infine fatto onore al suo nome.
Seiya respinse le mani di Shiryu e si dispose per attaccare nuovamente. Ikki era immobile, lo sguardo perso nel vuoto, il pugno ancora sollevato e bloccato dalla catena che gli aveva impedito di colpire, permettendo a Hyoga di creare il suo schermo protettivo.
“Lascialo, Shun. Voglio finirlo.” Disse duramente al ragazzo che non vedeva da anni, ma che aveva riconosciuto all’istante. Li aveva riconosciuti subito tutti quanti, nessuno di loro era cambiato un granchè.
Il Santo di Andromeda esitò. Le sue dita si contrassero sulla catena, che continuò a trattenere Ikki, sebbene ormai non ve ne fosse più bisogno. “Vorresti colpirlo in queste condizioni, Seiya? Se è ridotto così… dobbiamo aiutarlo…”
“Non essere sciocco – interloquì aspramente Hyoga – è un traditore e non merita alcuna pietà. Inoltre è così forte che non è affatto detto che riusciremmo a batterlo, se anche lo attaccassimo tutti insieme. Lascia che Seiya finisca quel che ha iniziato. Richiama la tua catena! Forza!”
Shun chiuse gli occhi, come per escludere quelle parole crudeli dalla sua mente. Non voleva che suo fratello fosse ucciso. Non adesso che l’aveva ritrovato.
Shiryu tentò un approcciò più gentile. “Il fratello che tanto amavi non esiste più, Shun. L’hai visto anche tu, Ikki è completamente uscito di senno, il ragazzo che ti proteggeva è morto. Quello che proteggi è un demone in forma umana, nient’altro.”
“No… non ho cercato tanto Ikki per lasciare che muoia così…” La voce di Shun era spezzata, ma non per questo meno decisa. Più che un guerriero, sembrava una fanciulla che protegge l’uomo amato, e Seiya s’irritò oltre misura.
“Se tu hai ritrovato tuo fratello, io ho perduto mia sorella! E l’unico modo per riabbracciarla è uccidere questo traditore. Fatti da parte Shun, non esiterò nemmeno per te!”
“Se ciò che ti muove è la mia stessa ragione… l’affetto fraterno… dovresti capire perché non posso lasciare che Ikki muoia così, senza fare nulla per cercare di aiutarlo.” Replicò Shun, caparbio, e Seiya non seppe cosa rispondere.
Hyoga avanzò. “Adesso basta. Sono stato chiamato d’urgenza dal Santuario insieme a Shiryu, ho dovuto lasciare la mia patria per venire in questo inferno e voglio fare ritorno in Siberia il prima possibile. Tu non dovresti nemmeno trovarti qui, ad ogni modo. Siamo stati chiamati solo io e Shiryu, proprio perché si riteneva che non saresti riuscito a uccidere tuo fratello! Vattene immediatamente, Shun.”
“No… ho cercato tanto Ikki, mi sono nascosto sull’isola quando ho saputo dove si trovava, e stavo pensando a un modo per farlo tornare in sé quando voi siete arrivati qui come furie… non vi permetterò di uccidere mio fratello!” Shun strinse le mani sulla catena e diede un colpo secco. La catena lasciò il polso di Ikki e si avventò su Seiya, bloccandogli le braccia contro il corpo e immobilizzandolo completamente. Seiya guardò sbalordito il compagno.
“Non fare sciocchezze, Shun!” gridò Shiryu, ma era già troppo tardi. Non più trattenuto dalla catena, Ikki si mosse a una velocità impensabile per un semplice Santo di Bronzo e colpì Hyoga al petto. Il pugno penetrò nell’armatura e sprofondò fino al polso, facendo schizzare il sangue. Shun gemette.

Sul viso di Ikki si dipinse lo stupore. Sebbene colto di sorpresa e colpito mortalmente, Hyoga non era caduto. Il Santo della Fenice ritirò lentamente il pugno, tirandosi dietro un monile. Un rosario.
“Hai avuto salva la vita grazie a questo?” chiese Ikki, stupefatto. Aveva avvertito una resistenza sotto l’armatura, come un lieve cosmo protettivo, e capì che si era sprigionato da quel piccolo simulacro. Scosse il pugno e il rosario cadde a terra. “Basta con le sciocchezze. Chi di voi vuol essere il primo? Forse tu, fratello?” Si chiese come aveva potuto scambiare Esmeralda per Shun. Erano totalmente diversi. Suo fratello era un nemico, nient’altro.
“No, Ikki!”
Tutto inutile. Le Ali della Fenice erano una furia inarrestabile, un calore insopportabile, e l’incendio che si sprigionò avrebbe sopraffatto chiunque… quasi chiunque.
“Ti sei salvato, vedo.” Disse Ikki rivolto all’unico uomo rimasto in piedi, quando il tremendo calore del suo colpo si fu dissipato. Shiryu abbassò lo scudo.
“Nessuno può penetrare le mie difese. Neppure tu, Santo della Fenice. Lo scudo del Dragone è indistruttibile perché si è forgiato nelle acque della cascata di Goro-ho, in migliaia di anni di pressione: anche il tuo colpo micidiale è destinato ad infrangersi, contro di esso.”
“Vedo… è lo stallo, dunque.”
“Così sembra, cavaliere. Forse dovremmo riflettere su ciò che sta accadendo qui.”
Ikki gli rise in faccia. Scostò col piede il corpo privo di sensi di Shun e avanzò verso il suo avversario. “Di cosa vorresti parlare, tu? Tu che sei venuto qui per ordine del Santuario, a farti ammazzare per quella puttana che decide della vita di tutti noi? Non ti basta ciò che abbiamo passato per colpa di Athena? Vuoi perire per lei, dopo che ti ha tolto tutto?”
Shiryu guardò l’uomo alto, forte, potente che gli stava di fronte. Non avrebbe mai immaginato che a muoverlo fosse un odio così feroce verso colei che tutti loro erano tenuti a servire.
“Cosa ti è accaduto, Ikki? Perché parli in questo modo, perché sei disposto a uccidere il tuo stesso fratello, dopo che ti sei fatto mandare qui al suo posto, per salvarlo? Cosa ti è successo?”
L’altro alzò le spalle. “Shun è diventato un fedele cane da guardia di Athena. Non merita di vivere. E quanto a quel che mi è successo… sei mai stato al Santuario, tu?”
Shiryu scosse la testa.
“Allora non potrai mai capire. Il mio maestro vi si recò anni fa, e tornò qui profondamente cambiato nello spirito. Anzi, non possedeva più uno spirito. Nel Santuario si annida il male, non la giustizia. Credi forse che Athena, se veramente fosse la dea benevola che ci hanno sempre fatto credere, ci provocherebbe tanto dolore?”
“La giustizia va preservata. Anche col dolore, se occorre.” Replicò Shiryu. Non era disposto a rinunciare tanto facilmente a tutto ciò in cui credeva.
“Nel Santuario si annida il male. Il male personificato.” Ripetè Ikki, in un tono che non ammetteva repliche. “Distruggerlo è la mia unica ragione di esistere, ormai… quando Athena sarà morta, il mio odio smetterà di tormentarmi. Credimi, tu non hai veduto il mio maestro, cos’era diventato. Tu non sai di che nefandezze sia capace, colei che ci vogliono far passare per la dea della giustizia. Non posso avere pietà, verso chi sostiene di servirla.”
Shiryu era inorridito.

Antichi rancori

 

 

Il cosmo che si avvicinava era privo di intenzioni ostili, ma riusciva ugualmente ad essere minaccioso, come un serpente sotto una pietra: un nonnulla sarebbe bastato a scatenarne la cieca ferocia, e si intuiva facilmente malgrado l’intento pacifico. Aphrodite, Santo d’Oro dei Pesci, ebbe un lieve sorriso quando riconobbe l’uomo al quale apparteneva.

“Seguimi – ordinò al suo apprendista – è tempo che tu impari chi può passare per questa Casa sempre e comunque, anche in mia assenza. Non che potresti fare nulla per impedirlo.” Concluse divertito, mentre si fermava all’ingresso della Dodicesima, in attesa che il nuovo venuto salisse la gradinata per raggiungerlo.

“Sei di ritorno dalla tua missione, immagino.” Disse Aphrodite. Death Mask si fermò a sua volta e si passò una mano sulla fronte sudata.

“Sì, e con questo maledetto caldo avrei gradito rimanere tranquillo, almeno un po’. Ma Athena mi ha convocato subito, e devo andare.”

“Conosci la ragione della chiamata?”

Death Mask alzò le spalle.

“Pensi abbia a che fare con l’esito della tua missione?” Insistette Aphrodite, malizioso. Sapeva perfettamente che era così. L’eco della missione compiuta dal Santo del Cancro era giunta al Santuario prima ancora che questi rientrasse, e c’era da aspettarsi che Athena l’avrebbe voluto vedere immediatamente.

“La missione è conclusa, compiuta. Non c’è altro da dire.” Tagliò corto Death Mask. Aphrodite, saggiamente, lasciò perdere. “E quello strano essere alle tue spalle cosa sarebbe? – proseguì il custode della Quarta – maschio, femmina o deve ancora decidere?”

Aphrodite si spostò di lato, palesando la presenza del suo apprendista. “Si chiama Angel. Il nobile Aiolos me l’ha affidato perché curassi il suo addestramento, qualche giorno fa, mentre tu eri ancora via.”

“Ti ha incastrato rifilandoti un moccioso da tenere a balia, insomma.” Commentò Death Mask con una risata sarcastica e facendo arrossire Angel, che però tacque. Di tutti i Santi di Athena, colui che custodiva la Quarta Casa era quello che meno conveniva stuzzicare. La fredda intensità di quegli occhi, che l’osservavano con il disinteresse di un predatore sazio, riuscivano a rendere raggelante l’aria afosa dell’estate, e Angel desiderò essere ovunque tranne che lì, alla Dodicesima. Abbassò lo sguardo, sperando che Death Mask perdesse interesse per la sua persona, e fortunatamente fu così, perché quando si azzardò a sbirciare di nuovo vide che le pupille febbrili di quell’uomo spaventoso erano nuovamente fisse sul suo maestro. E Darius è col nobile Aiolia, pensò Angel in preda al rancore, non è proprio giusto.

“Mi piacciono le cose belle, lo sai.” Aphrodite, vuoi per cortesia, vuoi perché pungolato dalla risata del compagno, aveva scelto di replicare al posto di Angel, ma la gratitudine che avrebbe potuto suscitare nel suo animo fu immediatamente soffocata quando il Santo della Dodicesima afferrò il suo viso e glielo sollevò, offrendolo alla piena luce. Angel chiuse gli occhi, sentendosi sprofondare per la vergogna. “E’ un ragazzino carino, come vedi. Non avrei sopportato un grossolano bue come quello andato ad Aiolia, ma l’esistenza di Angel è tutto sommato sopportabile. Il nobile Aiolos non mi avrebbe dato requie da qui all’eternità, quindi tanto valeva accettare un apprendista che mi piacesse.”

L’espressione di Death Mask era di disgusto. “Possibile che non pensi ad altro? – gli chiese con durezza – Aiolos ti farà a pezzi, se scoprirà che…”

Aphrodite lasciò il viso di Angel, che indietreggiò precipitosamente, mettendosi a distanza di sicurezza. “Per chi mi hai preso? E’ solo un bambino. E non è neanche detto che sopravvivrà al primo mese di addestramento, credimi.” Scoppiò a ridere, una risata argentina che illuminò ancora di più il suo già splendido volto, la purezza del suo incarnato, lo splendore di quegli occhi socchiusi dall’ilarità, il turgore delle labbra rosee piene ed arcuate. Angel gli avrebbe con somma gioia rifilato un calcio negli stinchi. Sopravvivrò, fosse soltanto per farti dispetto, pensò in preda all’irritazione.

Death Mask scrollò le spalle, chiaramente stufo di quello scambio di battute. “Allora, mi concedi di passare per la Dodicesima, Aphrodite? Athena mi aspetta, e prima arriverò, prima potrò andarmene.”

“Non dovresti parlare così della nostra dea – lo ammonì Aphrodite, con l’ilarità che ancora gli vibrava nella voce – essere ammessi alla sua presenza è un onore, per tutti i Santi…”

“Una ragazzina che non sa niente della vita – brontolò Death Mask – e che farebbe meglio a lasciare queste cose al sommo Saga, invece di pretendere di saperne più di un uomo, di missioni guerresche. Fammi andare, una buona volta.”

Aphrodite gli accennò di passare, e Death Mask lo superò, sfiorando Angel senza un’occhiata, come se non esistesse neppure. Per l’apprendista fu un sollievo indicibile: il contrasto stridente, violento, tra quegli occhi privi del minimo barlume di umanità e i lineamenti mascolini, attraenti, del viso di quell’uomo, avrebbero tormentato i suoi sogni per un pezzo. Lo sapeva. Poteva andarmi peggio, tutto sommato, si disse per consolarsi, potevo ritrovarmi Death Mask come maestro. Sentì un brivido nella schiena, a quella prospettiva: non la paura della morte, ma di quegli occhi da pazzo. Sì, decisamente sarebbe potuta andare peggio.

“Chiariamo subito un punto, ragazzino.” La voce di Aphrodite suonò durissima, quando l’eco dei passi di Death Mask si fu spento. Angel si voltò a guardare l’uomo che aveva seriamente scambiato per una donna, la prima volta che l’aveva visto. Il Santo adesso non rideva più, e agli angoli di quella bocca a forma di cuore c’erano solchi profondi, rigidi, che non si attagliavano al suo volto delicato e che lo rendevano, benchè femmineo, gelido e crudele. “Quello che ascolti qui, alla Dodicesima, qui dovrà rimanere. Se ti sorprenderò a parlare con qualcuno, a riferire in giro dei discorsi che il tuo maestro fa con altri Santi, o con chiunque altro…” Lì vicino c’era un cespuglio di rose, onnipresenti in tutta la Casa. Aphrodite tese la mano, prese la corolla di una rosa scarlatta e serrò violentemente le dita, stritolando il fiore. Un petalo fluttò leggero a terra, intatto, ma Aphrodite lo schiacciò sotto un piede, macinando intensamente col tacco finchè non l’ebbe letteralmente cancellato. Strappò la rosa distrutta e la gettò ai piedi di Angel. “E’ chiaro?”

Se speri di spaventarmi ti sbagli di grosso. Oh, quanto ti sbagli. Più che la vita non posso perdere, e quella l’ho messa in gioco dal momento che ho messo piede al Santuario. “E’ chiaro, maestro.” Rispose con voce ferma, senza distogliere lo sguardo.

 

 

L’umore di Death Mask, che anche nei momenti migliori non era mai molto buono, peggiorò ulteriormente quando seppe che doveva attendere: Athena era impegnata e non poteva riceverlo subito, se quindi il nobile signore gradiva una bevanda rinfrescante, intanto che aspettava di essere ammesso alla presenza della dea…

“Sparisci, bifolco.” Ringhiò all’indirizzo del servitore, il quale trasalì e si affrettò a battere in ritirata. Death Mask andò alla finestra spalancata, in cerca di un filo d’aria, ma il Santuario era immoto sotto una cappa di calura, e il Santo d’Oro si gettò sul divanetto lì accanto, con un’imprecazione. “Il sommo Saga non può ricevermi lui?” chiese senza molte speranze al servitore che si teneva a debita distanza (era un effetto che Death Mask suscitava spesso nei sottoposti).

“Athena desidera vedervi personalmente, nobile Death Mask.” Balbettò il servitore, come del resto si era aspettato. Una ragazzina che pretende di comandare degli uomini fatti, pensò con insofferenza, non saprebbe neanche tenere in mano una spada. Che razza di guida può essere una donna, per noi Santi?

Athena lo fece attendere a lungo, cosa che, Death Mask lo sapeva, non avrebbe fatto con un altro Santo d’Oro. Ogni volta la stessa storia. Fortuna che il Santo del Cancro veniva convocato assai di rado dalla dea, altrimenti Death Mask temeva seriamente di dare fuori di matto. Proprio come sta succedendo al povero Saga, pensò divertito. Del resto, dopo tanti anni passati a fare da balia asciutta a una mocciosa viziata, immagino sia difficile non covare il desiderio di vederla morta. Ricordava bene il giorno in cui si era reso conto di non essere l’unico, nel Santuario, a nutrire poca simpatia per quella fanciulla così debole, troppo debole perché si potesse ragionevolmente pensare fosse in grado di guidare i Santi nella guerra sacra che li attendeva. Lo ricordava bene perché, da allora, non si era più curato di mettere a tacere i suoi pensieri a proposito dell’ultima incarnazione della loro dea.

Il sommo Saga sarebbe una guida migliore, pensò adesso stiracchiandosi pigramente, insonnolito dal caldo, e lo ha ampiamente dimostrato in questi tredici anni. Perché mettere tutto a repentaglio, cedendo lo scettro del potere a quella ragazzetta?

Erano sette anni che permetteva a quel pensiero di stagnare nella sua mente, ed era da allora che aveva cominciato a nutrire un certo distacco nei confronti degli altri Santi, anche dei Santi d’Oro. Nessuno di loro sembrava dubitare minimamente che Athena si sarebbe ripresa il comando, appena possibile, e a nessuno veniva in mente che questo potesse non essere necessariamente un bene. Forse solo Aphrodite condivideva in parte la sua opinione, ma comunque per Death Mask non aveva grande importanza. Contava solo schiacciare i nemici del Santuario, in modo che il potere restasse nelle mani del più forte. Come pensava quella ragazzina di imporre la giustizia, se non aveva la forza di farlo?

Sette anni, pensò Death Mask. Sette anni da quel giorno…

“Pur avendo udito la verità dalle mie labbra, non insorgi contro di me – gli aveva detto Saga – devo dedurne che la tua fedeltà al sommo sacerdote resterà invariata?”

Death Mask non aveva risposto subito. Stava riflettendo su come conciliare le rivelazioni del sommo sacerdote, del suo complotto contro Athena, con quelli che considerava i propri principi, a cui mai avrebbe rinunciato, per nessun motivo al mondo.

Alla fine aveva chiesto…

 

“Perché non l’hai ancora uccisa? Adesso è solo una bambina, non ti sarebbe difficile inscenare un incidente.”

Con le proprie mani, perché non c’erano servitori ad ascoltare quel colloquio estremamente riservato, Saga riempì due bicchieri e ne porse uno al Santo del Cancro. “Ho le mie ragioni.” Rispose. Posò il proprio bicchiere sul tavolo, perché non avrebbe potuto bere, con indosso i paramenti sacerdotali. Si liberò dell’ampio mantello e cominciò ad armeggiare con maschera e copricapo.

Death Mask agitò il liquore nel suo. “Parlamene. Come posso decidere a chi offrire la mia fedeltà, se non ho un quadro completo della situazione?”

Il sommo sacerdote si portò una mano al viso e si tolse la maschera nera che celava i suoi lineamenti da oltre sei anni, da quando era stato insignito della carica più alta cui può ambire un Santo d’Oro. Posò la maschera sul tavolo, accanto al bicchiere, poi si sfilò anche il copricapo e i capelli, lunghissimi e del colore della cenere, gli ricaddero sulla ricca tunica, fino alla cintura e oltre. Death Mask spalancò gli occhi per la sorpresa.

Ricordava bene il Santo dei Gemelli, malgrado non lo vedesse in viso da molto tempo, e l’uomo che gli stava davanti non era Saga. O meglio, si trattava di lui, ma il mutamento era di tale portata che riconoscerlo era più un atto di fede che altro. A parte i capelli, completamente ingrigiti, il suo viso era tirato in un’espressione di freddezza e calcolo, gli occhi iniettati di sangue, gli angoli della bocca sollevati appena in un sorrisetto gelido. Per un momento a Death Mask parve che l’uomo che ricordava, venerato in tutto il Santuario per la sua bontà d’animo e purezza di cuore, fosse fuggito da quel corpo, o che vi fosse stato sloggiato, e che adesso vi risiedesse un demone dagli occhi di brace. Per poco non si lasciò sfuggire di mano il bicchiere, mentre cercava di recuperare il controllo.

“Cosa significa questo?” gli chiese. Meccanicamente, senza neanche rendersene conto, bevve in una sorsata enorme più della metà del suo liquore.

“Significa che sto vincendo.” Anche la voce era diversa, più rauca, più cinica. Filtrata dalla maschera metallica, nessuno se n’era mai accorto, ma adesso che la udiva non c’erano dubbi al riguardo. “Lui continua a impedirmi di agire come vorrei, e vicino ad Athena è sempre il più forte, ma poco alla volta sono sicuro di batterlo. Avrei vinto già da tempo, se quello sciocco di Shion non avesse creduto in lui, permettendogli di rafforzare il suo spirito accanto alla dea, dandogli tredici lunghi anni di dominio… ma ce la farò. Oh, sì. Arriverà presto il giorno in cui potrò levare il mio gladio contro quella bambina, senza che lui possa fermarmi. E quando ciò accadrà, i primi a cadere saranno coloro che in tutti questi anni hanno tentato di impedirmi di prendere ciò che è già mio, il Santuario, che ho governato nel migliore dei modi possibile. O non lo ritieni, Death Mask?”

“Sei il miglior sacerdote che il Santuario possa desiderare.” Convenne il Santo del Cancro, cautamente. Valutò le probabilità che la bimbetta che adesso correva ridendo nel giardino sottostante potesse divenire una regnante più forte di Saga, e seppe quale sarebbe stata la sua risposta.

“Tu lo sai, considero il confine tra il bene e il male una linea molto sottile. La giustizia muta a seconda di chi l’amministra, e di conseguenza l’unico che possa gestirla saggiamente è colui che possiede la forza necessaria ad imporla. Se ciò a cui ambisci è espandere la forza del Santuario nel mondo, la mia fedeltà a te resterà immutata.”

 

“Athena dice che potete entrare, nobile Death Mask.”

Strappato non già da un ricordo, quanto da un vero e proprio viaggio nel tempo, Death Mask si alzò ed entrò senz’altro nella sala delle udienze, desiderando più che mai di avere come interlocutore il sommo Saga, quel volto del sommo Saga con cui tanto bene riusciva ad intendersela, anziché la fanciulla esile, biancovestita, dalle labbra serrate che l’attendeva seduta sul trono del Santuario, sullo sfondo dei pesanti tendaggi dietro i quali si celava la gradinata che conduceva alla statua di Athena.

“Vieni avanti, Santo del Cancro.” La dea non lo chiamava per nome. Brutto segno. Death Mask puntò un ginocchio a terra e aspettò.

“Appena ho saputo della vostra chiamata sono subito accorso, Athena.”

“Sei tornato dalla tua missione in Romania. L’hai compiuta.” Non era una domanda. Death Mask si conficcò le unghie nei palmi. Stavano per addentrarsi in acque profonde.

“Ho eseguito gli ordini del Santuario, Athena.”

La dea strinse le dita sui braccioli del trono, con tanta violenza da far sbiancare le nocche. “Hai davvero molto coraggio a definire ordini del Santuario il massacro che hai compiuto, cavaliere. Non oso neppure credere alle voci che mi sono giunte, e spero vivamente in una tua smentita.”

Se solo una volta nella vita fossi scesa da quel trono che Saga ti ha tenuto in caldo mentre giocavi con le bambole, forse capiresti meglio ciò di cui parli, pensò Death Mask, ma a voce alta dovette limitarsi a dire: “Ci sono stati degli…incidenti, mentre mi occupavo di quella Gorgone. Non voluti, naturalmente.”

“Dei bambini! – la voce di Athena scoppiettò come una manciata di petardi, echeggiando nella vastità della sala – hai ucciso dei bambini, e lo chiami un incidente?”

“Non ne avevo l’intenzione, Athena. L’ordine del Santuario era di fermare la Gorgone ad ogni costo.”

“Un ordine di Saga?”

“Tutti gli ordini provengono da Athena.” Rispose Death Mask, sulle spine. L’ultima cosa che voleva era far sopportare anche a Saga le lagnanze di quella ragazzetta.

“Un ordine di Saga?” Ripetè Athena, molto seccamente.

“La missione mi è stata impartita dal sommo sacerdote.” Ammise riluttante Death Mask. “Forse sono… arrivato prima che l’area fosse evacuata completamente.”

Il silenzio di Athena pesava come un macigno. Death Mask spostò il peso da un ginocchio all’altro, a disagio.

“Te lo dirò per l’ultima volta, Santo del Cancro – enunciò alla fine la dea, scandendo le parole una ad una – il compito del Santuario è vegliare affinchè la giustizia sia preservata, e questo comporta proteggere gli innocenti. Non m’interessa che tu sconfigga il nemico, se per farlo sei disposto a sacrificare coloro per i quali hai ottenuto quelle vestigia. E’ chiaro?”

“Sì, Athena.” Innocenti, come se ne esistessero. Non ci si può muovere senza provocare onde, e per uccidere un insetto è sufficiente una piccola increspatura.

“Mi auguro per te che lo sia – proseguì lei, freddissima – perché non tollererò altre azioni simili. Commetti ancora tali crimini, Death Mask…”

Il Santo ebbe un moto che non riuscì a reprimere, a quella parola bruciante, ma Athena proseguì come se nulla fosse. “…e l’armatura del Cancro, che è tua solo perché io te l’ho conferita, ti abbandonerà definitivamente: perderai il rango di Santo d’Oro e tutti gli onori che ciò comporta, per sempre.”

Death Mask rimase a bocca aperta. Si sarebbe aspettato tutto, ma non questo. “E’ molto duro da parte vostra, Athena – disse alla fine – non ho mai trasgredito un ordine del Santuario.”

“Hai trasgredito alla natura stessa del Santuario. E’ tutto, non c’è altro. Medita su quanto ti ho detto, e…”

“Il sommo Saga è a conoscenza di tutto questo, Athena?” chiese Death Mask senza riflettere, e fu un errore: la fanciulla si alzò in piedi, e poiché si trovava già più in alto di lui il cavaliere si trovò completamente sovrastato. Sbirciò verso di lei e vide la rabbia su quel bel visino pallido e delicato, con l’incarnato simile a porcellana nel quale erano fiorite rose scarlatte di furia.

“Io sono la dea Athena – furono le parole che giunsero a lui – e Saga il mio sacerdote. Credi che protestare presso di lui servirà a mitigare la tua punizione, cavaliere?”

“No, Athena… non intendevo…”

La giovane sedette nuovamente, le guance ancora colorite dallo scoppio d’ira, così inusuale per lei, sempre composta e compassata. “Ritirati.”

Death Mask ritenne preferibile non aggiungere altro e lasciò la sala. Si sentiva la nuca in fiamme, e un calore analogo gli saliva da dentro, mentre la pressione interna aumentava fino a livelli pericolosi, fino a fargli tirare un pugno tremendo contro un busto di bronzo posto nel corridoio, la figura di quel vecchio muso giallo che, per motivi noti solo a lui, aveva nominato per testamento l’insoppportabile ragazzina sua erede universale. Come se Athena non avesse già abbastanza motivi per essere piena di sé, adesso era anche diventata una magnate della finanza. Le casse del Santuario non erano mai state più floride.

“Maledetta, se me la pagherai. Le pagherai tutte, stanne certa.” Ringhiò, mentre si allontanava.

 

 

“Da quanto tempo ti trovi sull’isola, Ikki?”

“Da… da quattro anni, maestro…”

“E in tutto questo tempo non hai ancora imparato la prima lezione, la più importante? Il tuo animo è debole e rammollito, sei più sentimentale di una ragazzina! Devi odiare, Ikki! Odia qualsiasi cosa, odia anche me! Solo così diverrai forte!”

Ikki, Santo di Bronzo della Fenice, serrò i pugni e volse le spalle all’anonima tomba sulla scogliera, nient’altro che un tumulo sul quale era stata piantata una croce di legno. Il terreno era duro, compatto, roccioso, ma tutta l’isola era così. Non vi era un luogo ameno che si potesse destinare al sonno eterno di qualcuno. Se non altro, da quel punto si godeva della bellissima vista dell’alba, quando il sole emergeva dal mare: per qualche istante, Eos tingeva con le sue dita rosate l’isola intera, rendendo quell’inferno insopportabile un luogo quasi piacevole. Solo per pochi minuti al giorno. Era tutto ciò che Ikki poteva offrire alla sua amata. Quello e i fiori che riuscivano a germogliare qua e là tra fenditure delle pietre arroventate dal sole del Pacifico.

“Mio signore?”

Ikki alzò lo sguardo e si accigliò, accendendo una fitta di dolore alla fronte. La cicatrice sopra la radice del naso era ancora fresca e stentava a guarire, sia per via del clima tutt’altro che clemente, sia perché il Santo non si curava di medicarla. Ogni volta che avvertiva il sordo pulsare alla fronte gli tornava in mente quel che era avvenuto, quello da cui la sua mente non riusciva a staccarsi, come un parassita troppo tenace perché potesse strapparlo via. Di giorno non era neanche tanto brutto, ma di notte…

“Cosa vuoi?” chiese al soldato inginocchiato davanti a lui. Lo superò mentre parlava, perché non voleva che altri si trattenessero presso la tomba. Quel suolo sacro non doveva essere insozzato, non doveva essere teatro di altri orrori. Almeno quello.

Il soldato si alzò per seguirlo. “Mi hanno detto di riferirvi che un elicottero ha chiesto il permesso di atterrare sull’isola, signore. Proviene dal Santuario.”

Ikki si volse a guardarlo, sorpreso.

“Dal Santuario?” Chiese. Come osavano presentarsi così, dopo quel che avevano fatto? Cos’altro voleva Athena da lui, dopo avergli tolto tutto? Se credi che intenda essere la tua carne da cannone dopo l’inferno che mi hai fatto vivere, sei ancora più stupida di quanto pensassi… me la pagherai, maledetta. Le pagherai tutte, stanne certa.

“Questo era il messaggio, signore. Cosa dobbiamo rispondere?”

Ikki sorrise. Un sorriso assolutamente terrificante. Come il ghigno di un teschio. “Date il permesso per l’atterraggio. Gli emissari del Santuario devono essere accolti debitamente, su Death Queen Island.”

E scoppiò a ridere, una risata forte, rotta, quasi un urlo. Il soldato indietreggiò intimorito.

La cicatrice pulsava. I ricordi pulsavano. Era doloroso…

 

…fu il dolore a dirgli che aveva ripreso i sensi, prima ancora che avesse la forza di sollevare le palpebre. Il solo atto di respirare gli provocava più sofferenza dei colpi ricevuti in addestramento, e questo era tutto dire, visto che erano stati proprio quei colpi a farlo svenire, alla fine. Di solito non si accasciava, perché non era affatto sicuro che il suo maestro si sarebbe fermato, ma certe botte erano eccessive anche per il suo spirito forte. Per di più, man mano che si avvicinava il giorno dell’investitura, le percosse diventavano sempre più intollerabili. Ikki dubitava di sopravvivere ancora a lungo, e se non avesse ottenuto l’armatura la sua morte sarebbe divenuta pressochè certa. No, non morirò, si disse, cupamente deciso a riprendere i sensi, non dopo sei anni d’inferno. Non morirò qui.

Qualcosa gocciolava, da qualche parte, mentre metteva lentamente a fuoco la cantina dov’era stato gettato dopo aver perso conoscenza, e alle narici gli arrivò un sentore sgradevole, viscido, di muffa e cose stantie. I sensi tornavano, si riaffollavano nella sua mente sfinita, e con essi la sofferenza aumentava, si acuiva, diveniva insopportabile…

“Non muoverti. Ho quasi finito.”

La voce era dolce. Qualcosa gli tamponò gentilmente la schiena, qualcosa di fresco, che leniva. Ikki avvertì un altro odore, un aroma stavolta, lieve e gentile, come di fiori lontani. Con enorme sforzo girò la testa, trovandosi a guardare un viso dai tratti delicati, circondato da una fluente capigliatura, illuminato da due enormi occhi verdi, che lo scrutavano con affetto e preoccupazione…

“S-Shun?” Serrò le palpebre con forza e le riaprì. Non era Shun. “Oh, Esmeralda.” Disse.

La cantina non gli parve più tanto inospitale. Fece un profondo respiro e si sollevò, mettendosi seduto. Il dolore gli attraversava il corpo come un flagello dalle molte punte, ma non gl’importava più. Quel tocco che tamponava il sangue era sufficiente a rendere il male qualcosa che non lo riguardava se non marginalmente.

“Mi hai di nuovo scambiata per tuo fratello, vero?” La ragazza immerse la pezzuola nel secchio, la sollevò, la strizzò e riprese a pulirgli la schiena. Ikki trasalì quando si sentì toccare la carne viva ed Esmeralda ritrasse subito la mano. “Scusami, non volevo…”

“Non preoccuparti – disse Ikki – e perdonami per averti chiamata Shun. E’ solo che vi somigliate moltissimo, a parte il colore dei capelli e qualche altro dettaglio… non ero del tutto in me.”

Esmeralda non rispose e riprese a medicarlo, ma Ikki sapeva che stava sorridendo. Non aveva mai capito bene il motivo, ma sembrava non dispiacerle che lui rivedesse il fratello nei suoi tratti, come se il fatto che Ikki continuasse a tenere vivo nel cuore il ricordo dell’unica altra persona che l’avesse mai amato la rendesse felice. Esmeralda era talmente gentile.

“Stavolta ti ha colpito davvero duramente.” Esmeralda si spostò per medicargli la spalla. “Come puoi sopportare tutto questo, Ikki? Tu che ne hai la possibilità, lascia l’isola e fuggi, vai via! Nessuno rimarrebbe di sua volontà in questo luogo infernale!”

“Non sono qui di mia volontà, lo sai. E Guilty non mi lascerebbe mai partire, arrivati a questo punto. Sono prigioniero quanto te.” Fece una smorfia, nel pronunciare quelle parole. Dopo tutti quegli anni, ancora non si capacitava di quale sorte fosse toccata ad Esmeralda. “Sei tu che devi andartene, se mai. Tu hai una famiglia, ti riaccoglieranno…”

“No, non lo farebbero – rispose Esmeralda con voce triste – se tornassi, sarei subito rivenduta. In queste isole la miseria è tale che le bambine vengono vendute come serve, quando compiono sette anni. E se me ne andassi, non ti rivedrei mai più… preferisco così, Ikki.”

Il ragazzo alzò gli occhi e la guardò. Lei indossava un vestito a fiori che era l’unica nota di colore, non solo in quella squallida cantina, ma nell’intera sua vita, e malgrado sapesse che avrebbe dovuto cercare di convincerla a partire, perché qualunque altra isola dove si fosse trovata ad essere venduta sarebbe stata meglio di Death Queen Island, non riuscì a dire nulla.

Ti porterò via di qui, pensò, sulle ali della fenice. Voleremo via insieme.

L’elicottero scendeva, provocando un forte vento di propulsione che fece socchiudere gli occhi ai soldati presenti. Dalla sua postazione in cima all’altura, Ikki scrutò con distacco il suo avversario che scendeva dopo aver ascoltato le ultime raccomandazioni del pilota. Fece un cenno, e i soldati strinsero il cerchio.

“Pegasus Ryuseiken!” Fu come una pioggia di meteoriti, scagliati a velocità risibile ma con un impeto notevole, e i soldati caddero a terra come mosche. Incapaci, pensò Ikki vedendo che i pochi rimasti in piedi sembravano esitare.

“Lascialo a me, capo.” Al suo fianco apparve una figura che indossava un’armatura nera, di pessima qualità e certamente non approvata da Athena, che neanche alla lontana si poteva paragonare alle vestigia di bronzo del ragazzo che stava finendo i soldati di Ikki, là sotto. L’uomo aveva i capelli incolti e un’orrenda voglia su un lato della faccia, come una macchia di sangue che gli circondava completamente l’occhio sinistro. Ikki alzò le spalle, indifferente alla sua sorte.

“Fa’ come vuoi, Django. Ma quel ragazzo non è un avversario alla tua portata, ti avverto.”

“Lo ucciderò come si schiaccia una mosca.” Rispose Django, saltando giù dalla rupe e dirigendosi verso il nemico. Ikki incrociò le braccia e attese che l’uomo più stupido di Death Queen Island andasse incontro alla sorte che avrebbe dovuto subire per sua mano, dopo che aveva ottenuto l’armatura.

Ricordava le parole del suo maestro, mentre il sangue sgorgava da sotto la maschera e imbrattava il terreno arido dell’isola: “L’armatura… della Fenice… è nelle mani di Django e della sua banda… dovrai vedertela con loro, se vorrai ottenerla…”

Django. Figlio di un capo della yakuza che si era recato a Death Queen Island per affinare le sue tecniche, aveva trovato nell’isola un ambiente perfettamente consono al suo carattere e vi si era stabilito, monopolizzandone le attività e vessando i pochi, disperati abitanti di quello sputo di terra arroventata dal sole. Salvo il luogo dove Ikki si addestrava, era tutto nelle sue mani, inclusa l’armatura che aveva appena conquistato. Nessun problema, si era detto avviandosi nel cuore del territorio di Django e della sua banda.

Aveva atteso che Guilty esalasse l’ultimo respiro, prima di andare. Voleva vederlo morto, voleva guardare la vita abbandonare quel corpo odiato, le membra irrigidite, il sangue rappreso sullo squarcio al petto che l’aveva ucciso. Guilty, colpevole. Non conosceva il suo vero nome e non gli interessava. Non gli tolse neppure la maschera, quella spaventosa maschera da demone thailandese che aveva avvelenato sei anni della sua vita, privandolo delle forze, della salute, delle speranze, dell’amore… di tutto, tranne che dell’odio.

Se era ancora vivo, lo doveva al fatto di essere troppo pieno di odio per morire.

Django, un bulletto che si sentiva onnipotente per aver ottenuto una scheggia infinitesimale del potere dei Santi, non aveva mai avuto nessuna speranza di batterlo. Questo era chiaro. Ricordava benissimo lo scontro, una mattanza più che un vero combattimento, simile a ciò che si stava consumando nel presente, ad opera di quel ragazzo con l’armatura di Pegasus, mentre Django trovava infine la morte che aveva sfiorato, quando aveva osato sostenere che l’armatura della Fenice gli apparteneva… Ikki non ricordava cos’era successo dopo. Passato e presente si confusero mentre il Santo della Fenica cercava di ricordare: l’immagine di Django morto, ai piedi di Pegasus, diventò Django stordito quando l’aveva liquidato senza neppure curarsi di dargli il colpo di grazia, attorno ai suoi uomini morti o gravemente feriti, ma tutto era nebuloso, come un’immagine vista attraverso un vetro smerigliato, finchè non si udiva pronunciare quelle parole: “Hai vinto… finiscimi, cosa aspetti? Non posso fare resistenza… ammazzami.”

Quello se lo ricordava. Dopotutto, in quei giorni la morte era il suo solo desiderio. Non aveva ancora imparato che l’odio può motivare quanto e più del ridicolo desiderio di giustizia, quella giustizia che l’aveva tradito e trasformato in ciò che era adesso. Athena non era mai stata capace di dargli tante ragioni per combattere.

“Se nei tuoi occhi vedessi la malvagità che mi ha spinto fino qui dalle rive del Gange, strappandomi alla mia meditazione, non esiterei a farlo.”

Chi aveva parlato? Non Django, questo era sicuro. Django era sconfitto. Django non splendeva d’oro…

“Invece, nulla riesce ad offuscare l’umanità, l’immensa bontà e fede nella giustizia che traspare dai tuoi occhi. Ikki, tu vorresti sostituirla con l’odio… povero illuso…”

Chi sei? Pensò ora, mentre il ragazzo con l’armatura di Pegasus scavalcava il corpo inerte di Django, guardandosi attorno alla ricerca di altri avversari. Chi sei, tu che potevi uccidermi e non l’hai fatto?

Sollevò i pugni ed uscì allo scoperto. Non era più il tempo delle reminescenze. Non più il tempo di dolci ricordi. Non più il tempo della sofferenza.

Era tempo di vendicarsi.

Athena, ucciderò i tuoi paladini uno ad uno, cominciando da questo. E dopo verrò da te. Athena, maledetta…

 

 

Athena era bellissima. Darius non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, anche se sapeva di doverlo fare, perché se il suo maestro si fosse accorto di tanta maleducazione, lo avrebbe punito in maniera esemplare. Ma ugualmente continuava a guardarla, non con l’apprezzamento bassamente carnale che aveva riservato a Shaina, la famosa notte dell’obelisco, ma con la beatitudine sconfinata di chi si trova di fronte un’apparizione. Quei capelli lunghi, lisci, quella carnagione color del marmo, il corpo etereo fasciato da un peplo che sottolineava il perfetto equilibrio della sua figura, e gli occhi… occhi verdi, con ciglia così lunghe che parevano quasi proiettare ombre nere al loro interno, che a loro volta si accendevano di bagliori smeraldini, in un susseguirsi di luci e ombre ugualmente pure, stellate, nelle quali l’animo precipitava per non tornare mai più. Per non volere mai più fare ritorno. Chi poteva mai desiderare abbandonare quell’immersione nella giustizia, nella pace, nel bene, avendo la possibilità di trovarvisi tanto vicino?

Alla fine fu Athena stessa e rompere l’incanto, alzandosi in piedi e incamminandosi tra i fiori. Non più incatenato da quegli occhi, Darius rifiatò, accorgendosi di non avere praticamente mai respirato durante quel lungo, lungo sguardo.

“Sono preoccupata, Aiolia.” La voce della dea giunse alle orecchie di Darius come una benedizione, tanto che gli ci volle un attimo per afferrarne il senso. Si riscosse e guardò il suo maestro, che si stava alzando dopo essersi inginocchiato al cospetto di Athena. Darius non sapeva se doveva imitarlo o meno, e rimase dove si trovava, pensando che era meglio che un apprendista esagerasse in rispetto, piuttosto che il contrario. Sarebbe morto, prima di fare cattiva impressione alla sua dea.

“A che riguardo, se posso chiederlo?” disse Aiolia.

“Quel ragazzo che ho mandato a Death Queen Island, quel Seiya… ho paura di averlo gettato in qualcosa di più grande di lui. Mi dicono che tu sia suo amico.”

“Ho questo piacere, Athena. Non fatevi ingannare dai suoi modi irriguardosi: egli crede nella giustizia e non deluderà le aspettative che riponete in lui.”

“No, anzi le supererà. Ma è ancora presto perché ciò avvenga.” Athena parlò seccamente, come se non desiderasse essere rassicurata a tale proposito, e Aiolia non replicò. Chiaramente si domandava dove volesse arrivare con quei discorsi.

“Non mi spiego cosa sia accaduto laggiù, Aiolia – proseguì Athena – l’uomo che governava l’isola era un fedele seguace del Santuario, fino a pochi anni fa. L’ho incontrato, il suo animo apparteneva alla giustizia. Quando è morto, ucciso dal suo stesso allievo, era divenuto un folle. E il suo successore è peggio di lui. Seiya è ancora immaturo, mentre quell’uomo è animato da un desiderio di vendetta che non mi spiego…”

“Un traditore è un traditore, Athena. Le sue ragioni gli appartengono, ma non vi sono scusanti per aver volontariamente abbandonato la giustizia seguendo le Forze Oscure. Vedrete che Seiya riporterà l’ordine, e voi non avrete più nulla di cui preoccuparvi.”

“Seiya è tuo amico – ripetè caparbiamente la dea – non vuoi recarti laggiù a prestargli soccorso? Temo di essere stata troppo avventata nell’inviarlo da solo: l’animo mi dice che questa vicenda è solo all’inizio.”

Darius vide il suo maestro esitare. “Se me lo ordinate partirò subito, Athena. Ma, se posso esprimere un parere, credo sarebbe preferibile che questa disputa tra Santi di Bronzo venga risolta da Santi di Bronzo. Un leone che schiaccia una formica verrebbe deriso da tutti.”

Athena sorrise. “Hai paura di disonorarti affrontando guerrieri tanto inferiori, insomma. E’ comprensibile, e non ti forzerò se non vuoi. Tuttavia…”

“Sì?”

“…voglio che Seiya torni vivo perché io possa aiutarlo a ritrovare la sorella. Non sopporto il pensiero che mi consideri la causa delle sue sofferenze. Manda degli altri Santi a dargli man forte, assicurati che la mala pianta di Death Queen Island venga estirpata per sempre.”

“Ne farò mio compito immediato, Athena. Darius, andiamo.”

Per Darius staccarsi dalla presenza della dea fu quasi una violenza fisica, e il fatto che Athena gli spedisse un sorriso mentre si profondeva in impacciati saluti non lo aiutò di un ette. Si rese conto di non essere più con lei solo quando le pesanti porte si furono chiuse alle sue spalle, e fu come se i battenti gli strappassero un pezzetto del suo cuore per lasciarlo di là. Si sentiva innamorato alla maniera abietta di un randagio preso al canile da qualcuno di buon cuore.

“E’ meravigliosa…” disse in tono sognante, facendo sorridere Aiolia. Gli battè una mano sulla spalla, per invitarlo a muoversi.

“Lei è la nostra forza, la nostra vita. Tu non l’avevi mai incontrata prima, vero?”

Darius scosse il capo.

“Allora, sei disposto a combattere per lei? A morire per lei?”

“Oh, sì!”

“D’accordo. Allora inizieremo la tua prima missione in nome della dea. Va’ da Camus a dirgli che il suo allievo deve recarsi a Death Queen Island. Seduta stante.”

Darius osservò, perplesso: “Ma ci sono dei Santi di Bronzo nel Santuario, maestro. Avverto anche loro di mobilitarsi?”

“No: i Santi che abbiamo qui sono già noti, mentre è ora di mettere alla prova coloro che hanno scelto di vivere lontano dal Santuario.”

“Capisco, maestro. Devo avvertire qualcun altro?”

“Nessuno che potresti raggiungere. Vi è un altro Santo di Bronzo a Goro-ho, il più vicino all’isola maledetta, ma non può essere raggiunto da una missiva in tempo utile… chiederò al sommo Saga… no – cambiò idea in fretta – parlerò con Aiolos perché chieda al nobile Dohko di mandare il suo allievo in missione. Tu va’ all’Undicesima, sbrigati.”

Darius si avviò di corsa. Non aveva capito molto bene perché Aiolia preferisse evitare di rivolgersi al sommo sacerdote, ma non erano cose che lo riguardassero. Probabilmente non voleva disturbare il sommo Saga con questioni che poteva sbrigare altrimenti, si disse. Uno scontro tra Santi di Bronzo, mi piacerebbe vederlo, pensava mentre scendeva la scalinata delle Case Zodiacali.

Alla Dodicesima trovò Angel che, seduto su una pietra nello spiazzo retrostante la casa, consumava un panino per pranzo, con l’aria abbacchiata. Il Santo dei Pesci non si vedeva da nessuna parte.

“Devo passare per questa casa, posso?” chiese all’amico. Angel fece una smorfia. Non aveva una bella cera.

“Gli scalzacani come noi non sono nemmeno degni dell’attenzione dei Santi d’Oro, quindi puoi passare quanto ti pare, lo sai perfettamente.” Staccò un gran morso dal suo panino e prese a masticare, l’aria dolorante. Darius gli si accostò.

“Cosa ti è successo, Angel? Hai una faccia tremenda!”

L’altro alzò la testa. Aveva alcuni lividi in faccia che stavano già scolorendo, ma la cosa impressionante erano i graffi, solchi rossi e profondi su ogni centimetro di pelle esposta, e anche in punti dove avrebbe dovuto essere coperta, perché la tunica si era strappata qua e là. “Tu cosa dici?” chiese Angel, in tono ostile. Aveva dei segni rossi sul collo, come se qualcuno per poco non l’avesse strangolato.

“Ma ti sta massacrando! Il nobile Aiolia non…” si interruppe, imbarazzato. Sapeva di essere stato molto più fortunato dell’amico nell’attribuzione dei maestri, e se ne sentiva in colpa, perché riteneva che il merito maggiore dell’impresa compiuta andasse ad Angel. A dire il vero aveva pensato che, con un Santo effeminato come quello dei Pesci, Angel avrebbe avuto vita più facile, ma dalle voci che aveva raccolto in giro aveva dovuto ricredersi amaramente: dopo Death Mask, la palma del guerriero più feroce e spietato andava al maestro toccato in sorte al suo amico.

Tentò di dire: “Puoi fare presente al nobile Aiolos quello che…”

“E cosa farebbe il nobile Aiolos, a parte rimproverarmi perché un apprendista deve ubbidire al suo maestro e non disonorarlo lagnandosi di lui?”

“Athena non costringe nessuno a diventare Santo. Ti leverebbe a un uomo tanto crudele, e…”

“E dopo? Quale altro Santo d’Oro credi sarebbe disposto a prendermi con sé, con un precedente simile?”

Darius tacque. Sapeva che Angel aveva ragione, e che malgrado tutto era stato molto fortunato a diventare allievo di uno dei dodici guerrieri più forti del mondo, ma sapeva anche quanto fosse duro un addestramento simile, sopportabile solo con una tempra fisica invidiabile. Ormai era affezionato all’amico e gli rincresceva terribilmente vederlo così maltrattato. Anche Darius finiva spesso gli addestramenti dolorante e pieno di lividi, ma le ferite di Angel parlavano di crudeltà, non di incidenti. “Perché hai tutti quei graffi?” gli chiese, per prendere tempo. Angel fece un gesto col braccio per indicare tutt’intorno.

“Queste maledette rose sono dappertutto. Il mio maestro le adora. Fosse per me, le vedrei ridotte in cenere… tutte quelle spine!” Finì di inghiottire il panino, con rabbia. “Aphrodite tornerà tra poco, se devi passare vai subito, non è quel che si dice un modello di ospitalità. Grazie per la visita.”

“Ma quei segni sul collo… ha cercato di…”

“Darius, non voglio parlarne, hai capito?” La voce di Angel era tagliente. Scese dalla pietra, stringendo le labbra per il dolore delle ferite, e si raddrizzò con aria decisa. “E’ andata così, e basta. Sapevo già da prima di venire al Santuario che se avessi avuto paura di farmi male avrei fatto bene a restare in orfanotrofio.”

Darius proruppe: “Angel, ma perché sei così ostinato? Non esistono solo le armature d’oro. E comunque il nobile Aiolia mi ha spiegato che è soprattutto una questione di predestinazione, che è l’armatura a scegliere il suo custode… quindi non ha senso che tu ti sottoponga a questo! Un normale allenamento sarà più che sufficiente, poi sarà il destino a decidere.” E la dea Athena, che vede nel cuore di tutti noi e certamente riconoscerà i tuoi meriti, pensò.

“Se è così, perché tu ci tenevi tanto a conquistare la freccia d’oro?”

“Perché, certamente, i Santi d’Oro sono i migliori maestri che un apprendista possa auspicare! Ma non sono tutti così, a quanto vedo. Rinuncia, Angel!”

Il ragazzo più piccolo scosse la testa. “No, mai. A fermarmi sarà solo la natura, con le malattie o con la morte. E poi il nobile Aphrodite non è così male, se ci fai l’abitudine: sono certo che, se supererò il primo periodo più duro, dopo le cose andranno meglio. Non angustiarti, Darius, e va’ a fare quel che devi fare. Io me la caverò.”

Come sarebbe, se supererai il primo periodo? Il pensiero, neanche tanto peregrino, che Angel potesse morire durante gli allenamenti gli riusciva insopportabile. Era il solo amico che avesse al Santuario, e se non aveva imparato altro, nella dura strada che conduceva all’armatura, almeno il concetto che avrebbe avuto ben poche gioie dalla vita se l’era cacciato bene in testa: non voleva perdere il suo amico. Andarsene lasciandolo in balia del Santo della Dodicesima era l’ultima cosa che Darius volesse, ma la menzione di Angel al compito che doveva svolgere lo costrinse a staccarsi da lì, con un ultimo: “Di qualunque cosa tu abbia bisogno, non esitare a rivolgerti a me, hai capito? Ti sono debitore, per avermi aiutato a conquistare la freccia d’oro.”

Angel sorrise mentre Darius si allontanava. Un sorriso dolce, bellissimo, così luminoso che i lividi sul suo viso parvero sparire. Sembrava davvero troppo giovane e fragile per allenarsi in maniera tanto disumana. “E io lo sono a te, per aver avuto il coraggio di chiedere al nobile Aiolos di procurarci una scala per farci scendere da quel maledetto obelisco!”

Darius rise al ricordo e attraversò la Dodicesima, per andare a cercare Camus. Non poteva fare niente per Angel, se ne rendeva conto: l’amico aveva scelto la sua strada ed era troppo risoluto per farsene distogliere, malgrado la debolezza del suo fisico. Beh, proprio debole non è, penso Darius ricordando come aveva tenuto duro durante la scalata all’obelisco, anzi è in gamba. Come amico, devo appoggiarlo qualunque decisione prenderà. Si sforzò di convincersene e alla fine riuscì a non pensare alle sonore legnate che certamente Angel aveva ricominciato a prendere, se il suo maestro era già tornato. Alla fine comunque trovò qualcosa capace di fugare le sue ansie: mentre scendeva verso l’Undicesima, malgrado la preoccupazione per Angel e la stanchezza dei duri allenamenti, capì per quale ragione il nobile Aiolia l’aveva condotto al cospetto di Athena, sebbene fosse solo un apprendista: perché doveva sapere per cosa combattere, per quale motivo sfidava la morte come apprendista e l’avrebbe poi affrontata come Santo, in futuro. Il nobile Aiolia aveva voluto motivarlo, e c’era riuscito perfettamente.

Era felice di essere al Santuario, nonostante la durezza imposta. Se fosse rimasto sulla sua isoletta non avrebbe avuto modo di conoscere persone tanto impressionanti, tanti sentimenti e tante risoluzioni diverse, ma tutte ugualmente forti: la nobiltà del suo maestro, la decisa ostinazione di Angel, la grandiosità di spirito del Santo Aiolos… la giustizia di Athena. Soprattutto quella.

Si chiese se Athena avrebbe approvato il trattamento che subiva Angel.

 

 

Il ragazzino aveva la pellaccia dura, doveva riconoscerlo. Malgrado le Ali della Fenice l’avessero investito con il loro distruttivo, insopportabile calore, egli continuava a rialzarsi, ed era perfino riuscito a colpirlo con quel suo ridicolo colpo, una volta o due. Era come se la velocità e la potenza delle sue meteore aumentassero ogni volta che riusciva a sferrare un attacco. Ikki era sinceramente ammirato, ma i due anni di differenza che lo separavano dal suo avversario pesavano come macigni: se Seiya fosse stato suo coetaneo, lo scontro si sarebbe potuto dire pari, ma la sua forza non era ancora completamente sviluppata, e Ikki sapeva bene che, in simili duelli, anche il vantaggio più infinitesimale poteva essere determinante.

E il mio vantaggio non è infinitesimale… guarda com’è ridotto, lui che non ha il mio odio a sostenerlo… la vera forza di un Santo è nell’odio, questa è la prova.

“E ora, il colpo di grazia.” Levò la mano per sferrare l’ultimo attacco, quello che avrebbe distrutto la mente di Seiya, ma in quel preciso istante una morsa d’acciaio gli bloccò il polso. Ikki si volse, stupito, mentre il suo avversario rantolava a terra e cercava di rialzarsi, senza riuscirci granchè.

Esmeralda.

Per poco Ikki non urlò, quando vide la sua amata trattenerlo per il polso, con una forza che non aveva mai avuto in vita. Quel viso delicato, quegli occhi pieni di sentimento lo guardavano con una profonda tristezza, e il Santo della Fenice si sentì venire meno. Da qualche parte, la voce di Guilty gli gridava che doveva odiare, odiare tutto e tutti, e specialmente quella ragazzina che l’aveva distratto nel momento cruciale, ma come poteva odiare Esmeralda, come poteva non sentirsi sopraffatto dal rimorso e dal dolore nel vedere il fiore rosso sul suo petto, quella macchia di sangue che l’aveva uccisa, per colpa sua, soltanto per colpa sua…

“Vola via, Ikki.” gli disse Esmeralda, e lui non avrebbe saputo dire se a parlare era la Esmeralda del presente, che gli impediva di colpire il suo nemico, o quella del passato, la fanciulla morente che si era trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, l’innocente che Guilty aveva colpito senza esitazioni e senza rimorsi, quando lui aveva fermato il suo pugno, perché non aveva voluto uccidere il suo maestro, l’uomo che malgrado tutto l’aveva portato a un passo dall’armatura, non voleva ucciderlo, non poteva farlo…

“Adesso hai le ali della fenice. Risorgi dalle tue ceneri, vola via dall’inferno, caro. Tu puoi.” Esmeralda quando aveva parlato così? Lo stava facendo adesso, tenendogli il polso, o l’aveva fatto quando lui si era precipitato a sostenerla, mentre il sangue schizzava macchiando la terra maledetta dell’isola, mentre lei si accasciava tenendosi il petto, senza vedere altro che lui, le lacrime che lo accecavano, il suo urlo di disperazione nel vederla esalare l’ultimo respiro, la voce di Guilty alle sue spalle che gli diceva che l’aveva uccisa lui, coi suoi stupidi scrupoli, che era stato lui a causare la morte della sua adorata Esmeralda…

Ikki urlava. Urlava per la morte dell’amore, per il dolore della perdita, per l’ira mostruosa che gli cresceva nel petto verso il demone che aveva ucciso quella parte di lui che mai avrebbe voluto sacrificare, nemmeno per l’armatura, ed evidentemente si trovava nel passato, perché era libero di muoversi, e cominciò a colpire Guilty con una violenza che mai aveva sperimentato prima in vita sua, senza neppure vedere i suoi pugni, piangendo le sue ultime lacrime, soffrendo e colpendo e colpendo e soffrendo, finchè il suo pugno non aveva sferrato il colpo che aveva trattenuto poco prima, sfondando il torace del suo maestro, inondandolo del sangue odiato, seccando per sempre ogni pozza di umanità nel suo animo. Rendendolo la Fenice dalle fiamme infernali, l’odio bruciante e divorante, la vendetta verso Athena e il Santuario e il mondo intero…

Ikki urlava. La morsa che gli serrava il pugno non era Esmeralda.

Era una catena.

 

“E’ il mio avversario – protestò Seiya rialzandosi – dovete lasciarlo a me, avete capito?”

Gli altri lo guardarono. Tanta smargiasseria sembrava totalmente fuori luogo, visto che, non fosse stato per il provvidenziale intervento del Santo del Cigno, Seiya non sarebbe mai più riuscito a risollevarsi.

“Gli ordini del Santuario sono di uccidere il traditore. Non è un duello tra cavalieri, ma una missione da compiere, questa.” Disse Hyoga abbassando i pugni. Lo schermo di ghiaccio che aveva generato, l’istante prima che Ikki riuscisse a sferrare il suo colpo su Seiya, non più sostenuto dal gelido cosmo del Santo, tremò come per un brivido e si dissolse. Aveva espletato la sua funzione. Aveva riflesso il pugno diabolico del nemico, ritorcendolo contro di lui.

“Ben fatto, Hyoga.” Approvò il Santo del Dragone, aiutando Seiya a tenersi in piedi. Non poteva fare a meno di ammirare il coraggio di quel ragazzino, malgrado la sua totale mancanza di buon senso, e doveva riconoscere che il suo comportamento era comunque onorevole. A Shiryu l’idea di scagliarsi in quattro contro un uomo solo e inerme non sorrideva affatto e, adesso che il loro compagno era stato salvato, avrebbe preferito trovare un’altra soluzione. Se Seiya voleva combattere fino alla morte, per lui andava bene.

Il Santo del Cigno alzò le spalle. Erano arrivati per il rotto della cuffia, dopo che il pilota dell’elicottero aveva sprecato un sacco di tempo a girare a vuoto attorno all’isola, prima di decidersi ad atterrare senza alcuna autorizzazione. Ne’ avrebbe potuto averla: appena scesi, Hyoga e Shiryu si erano resi conto che l’isola era diventata un’immensa tomba, piena di cadaveri e di croci piantate ovunque il terreno offrisse la minima cedevolezza agli scavi, e che le case dell’unico villaggio erano deserte, come se la gente fosse fuggita in gran fretta. Death Queen Island aveva infine fatto onore al suo nome.

Seiya respinse le mani di Shiryu e si dispose per attaccare nuovamente. Ikki era immobile, lo sguardo perso nel vuoto, il pugno ancora sollevato e bloccato dalla catena che gli aveva impedito di colpire, permettendo a Hyoga di creare il suo schermo protettivo.

“Lascialo, Shun. Voglio finirlo.” Disse duramente al ragazzo che non vedeva da anni, ma che aveva riconosciuto all’istante. Li aveva riconosciuti subito tutti quanti, nessuno di loro era cambiato un granchè.

Il Santo di Andromeda esitò. Le sue dita si contrassero sulla catena, che continuò a trattenere Ikki, sebbene ormai non ve ne fosse più bisogno. “Vorresti colpirlo in queste condizioni, Seiya? Se è ridotto così… dobbiamo aiutarlo…”

“Non essere sciocco – interloquì aspramente Hyoga – è un traditore e non merita alcuna pietà. Inoltre è così forte che non è affatto detto che riusciremmo a batterlo, se anche lo attaccassimo tutti insieme. Lascia che Seiya finisca quel che ha iniziato. Richiama la tua catena! Forza!”

Shun chiuse gli occhi, come per escludere quelle parole crudeli dalla sua mente. Non voleva che suo fratello fosse ucciso. Non adesso che l’aveva ritrovato.

Shiryu tentò un approcciò più gentile. “Il fratello che tanto amavi non esiste più, Shun. L’hai visto anche tu, Ikki è completamente uscito di senno, il ragazzo che ti proteggeva è morto. Quello che proteggi è un demone in forma umana, nient’altro.”

“No… non ho cercato tanto Ikki per lasciare che muoia così…” La voce di Shun era spezzata, ma non per questo meno decisa. Più che un guerriero, sembrava una fanciulla che protegge l’uomo amato, e Seiya s’irritò oltre misura.

“Se tu hai ritrovato tuo fratello, io ho perduto mia sorella! E l’unico modo per riabbracciarla è uccidere questo traditore. Fatti da parte Shun, non esiterò nemmeno per te!”

“Se ciò che ti muove è la mia stessa ragione… l’affetto fraterno… dovresti capire perché non posso lasciare che Ikki muoia così, senza fare nulla per cercare di aiutarlo.” Replicò Shun, caparbio, e Seiya non seppe cosa rispondere.

Hyoga avanzò. “Adesso basta. Sono stato chiamato d’urgenza dal Santuario insieme a Shiryu, ho dovuto lasciare la mia patria per venire in questo inferno e voglio fare ritorno in Siberia il prima possibile. Tu non dovresti nemmeno trovarti qui, ad ogni modo. Siamo stati chiamati solo io e Shiryu, proprio perché si riteneva che non saresti riuscito a uccidere tuo fratello! Vattene immediatamente, Shun.”

“No… ho cercato tanto Ikki, mi sono nascosto sull’isola quando ho saputo dove si trovava, e stavo pensando a un modo per farlo tornare in sé quando voi siete arrivati qui come furie… non vi permetterò di uccidere mio fratello!” Shun strinse le mani sulla catena e diede un colpo secco. La catena lasciò il polso di Ikki e si avventò su Seiya, bloccandogli le braccia contro il corpo e immobilizzandolo completamente. Seiya guardò sbalordito il compagno.

“Non fare sciocchezze, Shun!” gridò Shiryu, ma era già troppo tardi. Non più trattenuto dalla catena, Ikki si mosse a una velocità impensabile per un semplice Santo di Bronzo e colpì Hyoga al petto. Il pugno penetrò nell’armatura e sprofondò fino al polso, facendo schizzare il sangue. Shun gemette.

Sul viso di Ikki si dipinse lo stupore. Sebbene colto di sorpresa e colpito mortalmente, Hyoga non era caduto. Il Santo della Fenice ritirò lentamente il pugno, tirandosi dietro un monile. Un rosario.

“Hai avuto salva la vita grazie a questo?” chiese Ikki, stupefatto. Aveva avvertito una resistenza sotto l’armatura, come un lieve cosmo protettivo, e capì che si era sprigionato da quel piccolo simulacro. Scosse il pugno e il rosario cadde a terra. “Basta con le sciocchezze. Chi di voi vuol essere il primo? Forse tu, fratello?” Si chiese come aveva potuto scambiare Esmeralda per Shun. Erano totalmente diversi. Suo fratello era un nemico, nient’altro.

“No, Ikki!”

Tutto inutile. Le Ali della Fenice erano una furia inarrestabile, un calore insopportabile, e l’incendio che si sprigionò avrebbe sopraffatto chiunque… quasi chiunque.

“Ti sei salvato, vedo.” Disse Ikki rivolto all’unico uomo rimasto in piedi, quando il tremendo calore del suo colpo si fu dissipato. Shiryu abbassò lo scudo.

“Nessuno può penetrare le mie difese. Neppure tu, Santo della Fenice. Lo scudo del Dragone è indistruttibile perché si è forgiato nelle acque della cascata di Goro-ho, in migliaia di anni di pressione: anche il tuo colpo micidiale è destinato ad infrangersi, contro di esso.”

“Vedo… è lo stallo, dunque.”

“Così sembra, cavaliere. Forse dovremmo riflettere su ciò che sta accadendo qui.”

Ikki gli rise in faccia. Scostò col piede il corpo privo di sensi di Shun e avanzò verso il suo avversario. “Di cosa vorresti parlare, tu? Tu che sei venuto qui per ordine del Santuario, a farti ammazzare per quella puttana che decide della vita di tutti noi? Non ti basta ciò che abbiamo passato per colpa di Athena? Vuoi perire per lei, dopo che ti ha tolto tutto?”

Shiryu guardò l’uomo alto, forte, potente che gli stava di fronte. Non avrebbe mai immaginato che a muoverlo fosse un odio così feroce verso colei che tutti loro erano tenuti a servire.

“Cosa ti è accaduto, Ikki? Perché parli in questo modo, perché sei disposto a uccidere il tuo stesso fratello, dopo che ti sei fatto mandare qui al suo posto, per salvarlo? Cosa ti è successo?”

L’altro alzò le spalle. “Shun è diventato un fedele cane da guardia di Athena. Non merita di vivere. E quanto a quel che mi è successo… sei mai stato al Santuario, tu?”

Shiryu scosse la testa.

“Allora non potrai mai capire. Il mio maestro vi si recò anni fa, e tornò qui profondamente cambiato nello spirito. Anzi, non possedeva più uno spirito. Nel Santuario si annida il male, non la giustizia. Credi forse che Athena, se veramente fosse la dea benevola che ci hanno sempre fatto credere, ci provocherebbe tanto dolore?”

“La giustizia va preservata. Anche col dolore, se occorre.” Replicò Shiryu. Non era disposto a rinunciare tanto facilmente a tutto ciò in cui credeva.

“Nel Santuario si annida il male. Il male personificato.” Ripetè Ikki, in un tono che non ammetteva repliche. “Distruggerlo è la mia unica ragione di esistere, ormai… quando Athena sarà morta, il mio odio smetterà di tormentarmi. Credimi, tu non hai veduto il mio maestro, cos’era diventato. Tu non sai di che nefandezze sia capace, colei che ci vogliono far passare per la dea della giustizia. Non posso avere pietà, verso chi sostiene di servirla.”

Shiryu era inorridito.

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